Imperfezioni abituali sono l'abitudine diffusa di parlare molto, un tenue
attaccamento a qualcosa che non ci si decide mai a superare, come, per esempio,
a una persona, a un vestito, a un libro, alla cella, a un determinato cibo o a
piccole chiacchiere e soddisfazioni, per il piacere di gustare le cose, di
sapere, di ascoltare o cose simili. Ciascuna di queste imperfezioni, a cui
l'anima si è attaccata, facendone l'abitudine, ne danneggiano la crescita e il
progresso nella virtù molto più che se cadesse ogni giorno in molte altre
imperfezioni e peccati veniali non derivanti da un'abitudine cattiva. Finché
dura quest'abitudine, infatti, è impossibile che l'anima possa progredire nella
perfezione, anche se commettesse imperfezioni di poco conto. Poco importa che un
uccello sia legato a un filo sottile o grosso; anche se sottile, finché sarà
legato, è come se fosse grosso, perché non gli consentirà di volare. È vero che
è più facile spezzare il filo sottile; ma anche se facile, finché non lo spezza,
non vola. Così accade all'anima che è attaccata a qualcosa: anche se possiede
molte virtù, non arriverà mai alla libertà dell'unione divina. L'appetito o
l'attaccamento dell'anima ha le stesse proprietà della remora che, pur essendo
un pesce molto piccolo, se riesce ad attaccarsi alla nave, la tiene frenata al
punto da impedirle di navigare e di arrivare al porto. È una pena vedere alcune
anime che, come navi cariche di tesori, sono ricche di opere buone, di esercizi
di pietà, di virtù e di doni divini, ma non progrediscono né arrivano al porto
della perfezione, perché non hanno il coraggio di disfarsi di un piccolo gusto,
di un attaccamento o di un'affezione, che è la stessa cosa. Basterebbe che con
un volo ardito spezzassero quel filo di attaccamento e si liberassero dalla
remora dell'appetito.
È molto deplorevole che, avendole Dio aiutate a spezzare legami più grossi
relativi ad affezioni che conducevano al peccato e alla vanità, queste anime,
per non staccarsi da un'inezia che Dio chiede di vincere per amor suo, non
riescano a raggiungere un bene così grande. Eppure si tratta solo di un filo o
di un capello. Il peggio è che, a causa di quell'affetto, non solo non
progrediscono, ma tornano indietro, perdendo ciò che in tanto tempo e a prezzo
di grande fatica avevano guadagnato. Si sa, infatti, che in questo cammino non
andare avanti equivale a tornare indietro e non guadagnare è come perdere.
Questo è quanto ha voluto insegnarci il Signore, quando dice: Chi non è con me è
contro di me e chi non raccoglie con me disperde (Mt 12,30). Chi non ha cura di
riparare anche la più piccola screpolatura del vaso, perderà tutto il liquido in
esso contenuto. Ce lo ha insegnato bene l'Ecclesiastico, quando afferma: Chi
disprezza il poco, cadrà presto (Sir 19,1); e ancora: Con una scintilla di fuoco
si riempie il braciere (Sir 11,32). Basta un'imperfezione per chiamarne un'altra
e altre ancora; quasi mai si vedrà un'anima negligente nel vincere un appetito
disordinato, la quale non ne abbia molti altri derivanti dalla stessa negligenza
e imperfezione che dimostra in tale appetito. Così facendo, andrà di male in
peggio. Ho visto molte persone, alle quali Dio aveva fatto la grazia di avanzare
molto nel distacco e nella libertà, perdere a poco a poco lo spirito e il gusto
di Dio, la santa solitudine, la gioia e l'assiduità nelle pratiche di pietà,
fino a perdere tutto, soltanto perché avevano incominciato a lasciarsi vincere
da un piccolo attaccamento, un'affezione, una conversazione o un'amicizia, sotto
il pretesto di bene. Tutto questo perché non troncarono fin dall'inizio quel
gusto o appetito sensibile, non custodendo così il loro cuore per Dio solo.
S.Giovanni della Croce: La salita del monte
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