Un tempo, il Signore Dio aveva scacciato dal paradiso dell`Eden e
mandato in esilio i progenitori della nostra razza mortale, che erano
come inebriati dal vino della disobbedienza, avevano gli occhi del
cuore appesantiti dall`ebbrezza della trasgressione, lo sguardo dello
spirito oppresso dallo stordimento della colpa, ed erano addormentati
nel sonno della morte. Ma ora, il paradiso non riceverà forse colei
che ha infranto in sé l`impeto delle passioni e ha portato alla luce
il germoglio dell`obbedienza a Dio e al Padre, dando inizio alla vita
di tutto il genere umano? Il cielo non le aprirà forse con gioia le
sue porte?...
Se Cristo, che è la Vita e la Verità, ha detto: Dove sono io,
là sarà anche il mio servo (Gv 12,26), a maggior ragione, come non
abiterà con lui sua madre?... Poiché il corpo santo e puro che in lei
si era unito al Verbo divino, si levò dal sepolcro il terzo giorno,
bisognava che anche lei fosse strappata alla tomba e che la madre
fosse assunta presso il Figlio. Egli era sceso verso di lei: così
essa, la creatura amata sopra ogni altra, doveva essere elevata in
una dimora più grande e più perfetta, nel cielo stesso (cf. Eb
9,11.24). Era giusto che colei che aveva ospitato nel suo grembo il
Verbo divino si stabilisse nella dimora del suo Figlio. E come il
Signore disse che egli doveva essere nella casa del Padre (cf. Lc
2,49), così era necessario che la Madre abitasse nella dimora regale
di suo Figlio, nella casa del Signore, negli atri del nostro Dio (Sal
134,2). Perché, se lì è la dimora di tutti quelli che sono nella
gioia, dove mai dovrebbe risiedere colei che è la causa stessa della
gioia?
Giovanni Damasceno, Omelia 2, sul transito di Maria