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#314 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Mer 2 Feb 2005 10:58 am
Oggetto: Presentiamoci alla Misericordia di Dio (Giovanni Cassiano)
dioama
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3. Molte sono le vie di accesso alla misericordia del Salvatore


Oltre alla grande, universale grazia del battesimo e oltre al dono preziosissimo
del martirio che cancella le colpe con l`abluzione del sangue, molti sono ancora
i frutti di penitenza per i quali si perviene all`espiazione dei peccati. La
salvezza eterna infatti non vien solo promessa alla penitenza per la quale si
perviene all`espiazione dei peccati. La salvezza eterna infatti non vien solo
promessa alla penitenza propriamente detta, di cui dice il beato apostolo
Pietro: Fate penitenza, convertitevi: cosí i vostri peccati saranno cancellati!
(At 3,19), e Giovanni Battista, anzi lo stesso Salvatore: Fate penitenza perché
il regno dei cieli è vicino! (Mt 4,17); ma anche l`amore atterra un cumulo di
peccati: La carità infatti copre la moltitudine dei peccati (1Pt 4,8).

Parimenti, anche l`elemosina porge rimedio alle nostre ferite, perché come
l`acqua spegne il fuoco, cosí l`elemosina estingue il peccato (Sir 3,29). Cosí
le lacrime sparse ottengono l`astersione dei peccati; infatti: Vo bagnando tutte
le notti il mio letto, irrigo di lacrime il mio giaciglio (Sal 6,7); e subito
poi si aggiunge, per mostrare che esse non furono sparse inutilmente:
Allontanatevi da me, voi tutti o malfattori, perché il Signore ha udito il grido
del mio pianto (Sal 6,9). Anche con la confessione delle colpe ne vien concessa
la purificazione; dice infatti la Scrittura: Ho detto: Proclamerò contro di me
la mia ingiustizia al Signore; e tu hai perdonato l`empietà del mio peccato (Sal
31,5), e ancora: Esponi tu per primo le tue iniquità, per esserne giustificato
(Is 43,26).

Cosí anche con l`afflizione del cuore e del corpo si ottiene la remissione dei
delitti commessi; dice infatti: Vedi la mia bassezza e la mia sofferenza, e
perdona tutti i miei peccati (Sal 24,18); ma soprattutto con il mutamento della
propria condotta. Togliete dai miei occhi la cattiveria dei vostri pensieri.
Smettete di agire perversamente, imparate a fare il bene, cercate la giustizia,
aiutate l`oppresso, fate giustizia all`orfano, difendete la vedova, e poi venite
ed esponete a me i vostri lamenti, dice il Signore. Anche se i vostri peccati
fossero rossi come lo scarlatto, biancheggeranno come la neve; se fossero del
colore della porpora, diventeranno bianchi come candida lana (Is 1,16s.).

Talvolta si impetra indulgenza per i propri delitti anche per l`intercessione
dei santi. Infatti: Chi sa che suo fratello commette un peccato che non conduce
a morte, preghi, e Dio darà la vita a chi ha commesso un peccato che non conduce
a morte (1Gv 5,16); e ancora: Se qualcuno di voi è infermo, faccia venire gli
anziani della Chiesa; essi pregheranno su di lui ungendolo con olio nel nome del
Signore, e la preghiera della fede salverà l`infermo; e il Signore lo allevierà,
e se fosse in peccato gli sarà perdonato (Gc 5,14s.).

Vi è anche il caso in cui si purga la macchia dei peccati per merito della fede
e della misericordia, secondo il detto: Per la misericordia e la fede vengon
cancellati i peccati (Pr 15,27); spesso poi anche per la conversione e la
salvezza di coloro che sono salvati dalla nostra predicazione e dai nostri
ammonimenti: Infatti chi farà convertire un peccatore dall`errore della sua via,
salva l`anima di quello dalla morte e copre una moltitudine di peccati (Gc
5,20). Infine otteniamo indulgenza per le nostre scelleratezze con la nostra
indulgenza e magnanimità: Se infatti perdonerete agli uomini i loro peccati,
anche a voi il Padre vostro celeste perdonerà i vostri delitti (Mt 6,14).

Vedete dunque quante sono le vie di accesso alla misericordia che la demenza del
nostro Salvatore ci ha aperto: perciò nessuno che desidera la salvezza si lasci
fiaccare dalla disperazione, vedendo con quanti mezzi è invitato alla vita. Se
ti lamenti che per la debolezza della tua carne non puoi cancellare i tuoi
peccati con la sofferenza del digiuno, riscattali con la larghezza nelle
elemosine. E se non hai cosa dare ai poveri (per quanto la necessità o la
povertà non escluda nessuno da questa santa opera, dato che le due sole monetine
di bronzo di quella vedova furono piú stimate delle larghe offerte dei ricchi e
per quanto il Signore prometta la ricompensa anche per un bicchiere di acqua
fresca), anche senza di ciò, li puoi cancellare cambiando la tua vita.

Inoltre, se non ti senti di raggiungere la perfezione della virtù estinguendo
tutti i vizi, dedicati con pia sollecitudine all`utilità e alla salvezza altri.
Ma se obietti di non sentirti idoneo a questo ministero, puoi coprire i tuoi
peccati con l`intimo amore. E se anche a questo l`ignavia del tuo spirito ti
rende debole, in umiltà e fervore implora almeno con l`orazione e
l`intercessione dei santi il rimedio alle tue ferite. Chi è che non possa dire
in tono supplichevole: Ho palesato a te il mio peccato e non ho nascosto la mia
ingiustizia? E per questa confessione si merita di soggiungere con confidenza: E
tu hai perdonato l`empietà del mio cuore (Sal 32,5).

Se poi la vergogna ti impedisce, ti fa arrossire di rivelarli davanti agli
uomini, non cessare di confessarli con suppliche continue a colui cui non sono
celati, dicendo: Conosco la mia iniquità e il mio peccato mi sta sempre dinanzi;
contro te solo ho peccato e ho agito male al tuo cospetto (Sal 50,5). Egli è
solito perdonare le colpe anche senza la vergogna della pubblicità.

Ma oltre a questi mezzi di salvezza facili e sicuri la divina degnazione ce n`ha
concesso un altro piú facile, rimettendo al nostro arbitrio il nostro rimedio,
perché al nostro sentimento stesso è dato acquistare l`indulgenza delle nostre
colpe, quando diciamo a lui: Rimetti a noi i nostri debiti come noi li
rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12).

Chiunque perciò desidera pervenire all`indulgenza per le sue colpe, curi di
dedicarsi a questi mezzi; la pervicacia di un cuore indurito non allontani da
lui, dalla sua salvezza, la fonte di tanta bontà; infatti anche se faremo tutto
ciò, nulla sarà sufficiente ad espiare le nostre colpe, se non sarà la bontà e
la clemenza del Signore a cancellarle.


(Giovanni Cassiano, Conf., 20, 5.8)



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#313 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Ven 28 Gen 2005 5:54 pm
Oggetto: Nessuna virtù è assente dalla croce (Tomaso d'Aquino)
dioama
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Fu necessario che il Figlio di Dio soffrisse per noi? Molto, e possiamo parlare
di una duplice necessità: come rimedio contro il peccato e come esempio
nell'agire.
Fu anzitutto un rimedio, perché è nella passione di Cristo che troviamo rimedio
contro tutti i mali in cui possiamo incorrere per i nostri peccati.
Ma non minore è l'utilità che ci viene dal suo esempio. La passione di Cristo
infatti è sufficiente per orientare tutta la nostra vita.
Chiunque vuol vivere in perfezione non faccia altro che disprezzare quello che
Cristo disprezzò sulla croce, e desiderare quello che egli desiderò. Nessun
esempio di virtù infatti è assente dalla croce.
Se cerchi un esempio di carità, ricorda: «Nessuno ha un amore più grande di
questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13).
Questo ha fatto Cristo sulla croce. E quindi, se egli ha dato la sua vita per
noi, non ci deve essere pesante sostenere qualsiasi male per lui.
Se cerchi un esempio di pazienza, ne trovi uno quanto mai eccellente sulla
croce. La pazienza infatti si giudica grande in due circostanze: o quando uno
sopporta pazientemente grandi avversità, o quando si sostengono avversità che si
potrebbero evitare, ma non si evitano.
Ora Cristo ci ha dato sulla croce l'esempio dell'una e dell'altra cosa. Infatti
«quando soffriva non minacciava» (1 Pt 2, 23) e come un agnello fu condotto alla
morte e non apri la sua bocca (cfr. At 8, 32). Grande è dunque la pazienza di
Cristo sulla croce: «Corriamo con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo
sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli, in cambio della gioia
che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l'ignominia»
(Eb 12, 2).
Se cerchi un esempio di umiltà, guarda il crocifisso: Dio, infatti, volle essere
giudicato sotto Ponzio Pilato e morire.
Se cerchi un esempio di obbedienza, segui colui che si fece obbediente al Padre
fino alla morte: «Come per la disobbedienza di uno solo, cioè di Adamo, tutti
sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti
saranno costituiti giusti» (Rm 5, 19).
Se cerchi un esempio di disprezzo delle cose terrene, segui colui che è il Re
dei re e il Signore dei signori, «nel quale sono nascosti tutti i tesori della
sapienza e della scienza» (Col 3, 2). Egli è nudo sulla croce, schernito,
sputacchiato, percosso, coronato di spine, abbeverato con aceto e fiele.
Non legare dunque il tuo cuore alle vesti ed alle ricchezze, perché «si sono
divise tra loro le mie vesti» (Gv 19, 24); non gli onori, perché ho provato gli
oltraggi e le battiture (cfr. Is 53, 4); non alle dignità, perché intrecciata
una corona di spine, la misero sul mio capo (cfr. Mc 15, 17); non ai piaceri,
perché «quando avevo sete, mi han dato da bere aceto» (Sal 68, 22).

Dalle «Conferenze» di san Tommaso d'Aquino.



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#312 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Dom 23 Gen 2005 9:30 pm
Oggetto: Fonte di vita (Basilio il Grande)
dioama
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Il cristianesimo, infatti, è cibo e bevanda: quanto più uno ne mangia, tanto
maggiormente la sua anima rimane sedotta da quella dolcezza, al punto da non
riuscire a sentirsene sazia né appagata, ma, al contrario, da andarne in cerca
senza posa, nutrendosene insaziabilmente. O anche come, quando qualcuno è
tormentato dalla sete e gli viene offerta una dolce bevanda, questi, dopo aver
intrapreso a gustarla, con una smania più ardente di prima si affretta più
decisamente a bere; così pure il gusto dello Spirito è, per così dire, talmente
lungi dal poter essere pienamente appagato, da suggerire, giustamente, il
paragone che abbiamo appena descritto. Né, d'altronde, si tratta qui di vane
parole: è, al contrario, l'opera stessa dello Spirito Santo che produce
misteriosamente i suoi effetti nell'anima". (Pseudo-Macario, Omelie spirituali,
17,12-13).

"Come il calore non può essere separato dal fuoco, né la luce dalla lampada,
altrettanto non possono essere separati dallo Spirito la santificazione, la
dispensazione della vita, la bontà e la giustizia...


Come il sole illumina i corpi e si dà loro in modo diverso senza che per questo
ne risulti sminuito, parimenti accade allo Spirito, il quale concede a tutti la
sua grazia pur rimanendo intatto e indiviso. Illumina tutti sulla conoscenza di
Dio, entusiasma i profeti, rende saggi i legislatori, consacra i sacerdoti,
consolida i re, perfeziona i giusti, fa degni di onore i temperanti, elargisce
il dono della santificazione, risuscita i morti, libera i prigionieri, rende
figli gli stranieri.


Tutto ciò egli opera per mezzo della nascita dall'alto. Trova un esattore
credente ne fa un evangelista; incontra un pescatore ne fa un dotto della legge
di Dio; trova un persecutore contrito ne fa un apostolo dei pagani, un eroe
della fede, un vaso di elezione. Ad opera sua i deboli divengono forti, i poveri
ricchi, i minori e indotti più saggi dei dotti.


Paolo era debole ma, grazie alla presenza dello Spirito, i sudari del suo corpo
recavano la salute a quanti li toccavano. Anche Pietro aveva un corpo debole,
ma, per la grazia dello Spirito che in lui albergava, l'ombra del suo corpo
allontanò la malattia dei sofferenti. Pietro e Giovanni erano poveri, non
possedevano né oro né argento, tuttavia dispensavano la salute fisica che ha
molto più valore dell'oro. Quel paralitico ricevette da parecchie persone del
denaro, tuttavia era rimasto un mendicante; ma quando ricevette il dono da
Pietro, saltò su come un cervo, lodò Iddio e cessò di fare l'accattone. Giovanni
non sapeva nulla della saggezza del mondo, eppure egli disse, in virtù dello
Spirito, parole alle quali nessuna saggezza può guardare"

(Basilio il Grande, Omelia sulla fede, 3)



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#311 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Lun 17 Gen 2005 10:00 pm
Oggetto: La condizione di peccatori (Fulgenzio di Ruspe)
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Abbi oltremodo per certo e non dubitare in alcun modo, che i primi uomini, cioè
Adamo e la donna di lui, creati buoni, retti e senza peccato, con il libero
arbitrio, col quale potevano, volendo, sempre servire e obbedire a Dio con umile
e buona volontà, col quale arbitrio anche potevano, volendo, peccare con la
propria volontà; e loro non per necessità, ma per la propria volontà peccarono;
e con quel peccato la natura umana fu talmente mutata in peggio, che non solo in
quei primi uomini attraverso il peccato regnò la morte, ma anche in tutti gli
uomini si trasmise la signoria del peccato e della morte.
  Abbi oltremodo per certo e non dubitare in alcun modo che ogni uomo che viene
concepito dall`unione dell`uomo e della donna, nasce col peccato originale,
assoggettato all`empietà e sottomesso alla morte, e per questo nasce per natura
figlio dell`ira. Della quale dice l`Apostolo: "Eravamo infatti anche noi per
natura figli dell`ira come gli altri" (Ef 2,3). Dalla quale ira nessuno viene
liberato, se non per la fede del mediatore di Dio e degli uomini, l`uomo Gesú
Cristo, il quale, concepito senza peccato, si è fatto peccato per noi, cioè
fatto sacrificio per i nostri peccati. Già nel Vecchio Testamento venivano detti
peccati i sacrifici che si offrivano per i peccati, nei quali tutti fu
sacrificato Cristo, poiché egli è "l`Agnello di Dio che toglie i peccati del
mondo" (Gv 1,29).

  (Fulgenzio di Ruspe, De fide ad Petr. 68-69)


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#310 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Gio 13 Gen 2005 11:03 pm
Oggetto: IL FIGLIO PREDILETTO (S.Girolamo)
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Il Figlio prediletto


"Viene dopo di me uno che è piú forte di me, e io non sono degno di prostrarmi
per sciogliergli la correggia dei calzari" (Mc 1,7). Siamo di fronte a una
grande prova di umiltà: è come se avesse dichiarato di non essere degno di
essere servo del Signore...

"Io vi battezzo con acqua" (Mc 1,8), cioè sono solamente un servo: egli è il
creatore e il Signore: Io vi offro l`acqua, sono una creatura e vi offro una
cosa creata: egli che non è stato creato, vi porge una cosa increata. Io vi
battezzo con acqua, cioè vi offro una cosa visibile; egli invece vi offre
l`invisibile. Io che sono visibile, vi do l`acqua visibile; egli che è
invisibile, vi dà lo Spirito invisibile.

"E accadde che in quei giorni venne Gesú da Nazaret della Galilea" (Mc 1,9).
Osservate il collegamento e il significato delle parole. L`evangelista non dice,
venne Cristo, e neppure venne il Figlio di Dio, ma venne Gesú. Qualcuno potrebbe
chiedere: perché non ha detto che venne Cristo? Parlo secondo la carne:
evidentemente Dio è da sempre santo e non ha bisogno di santificazione, ma ora
parliamo di Cristo secondo la carne. Allora non era stato ancora battezzato e
non era stato ancora unto dallo Spirito Santo. Nessuno si scandalizzi: parlo
secondo la carne, parlo secondo la forma del servo che egli aveva assunto, cioè
parlo di Colui che venne al battesimo quasi fosse un peccatore. Cosí dicendo non
intendo affatto dividere il Cristo, come se una persona fosse il Cristo,
un`altra Gesú e un`altra il Figlio di Dio: ma intendo dire che, pur essendo uno
solo e essendo sempre lo stesso, apparve però a noi diverso a seconda dei
diversi momenti.

"Gesú da Nazareth della Galilea", dice Marco. Considerate il mistero. Dapprima
accorsero da Giovanni Battista la Giudea e gli abitanti di Gerusalemme: nostro
Signore che dette inizio al battesimo del Vangelo e mutò in sacramenti del
Vangelo i sacramenti della legge, non venne dalla Giudea né da Gerusalemme, ma
dalla Galilea delle genti. Gesú viene infatti da Nazareth, villaggio della
Galilea. Nazara significa fiore: cioè il fiore, che è Gesú, viene dal fiore.

"E fu battezzato da Giovanni nel Giordano" (Mc 1,9). E` un grande atto di
misericordia: si fa battezzare come un peccatore colui che non aveva commesso
alcun peccato. Nel battesimo del Signore tutti i peccati vengono rimessi: ma, in
un certo senso, il battesimo del Signore precede la vera remissione dei peccati
che ha luogo nel sangue di Cristo, nel mistero della Trinità.

"E subito, risalendo dall`acqua, vide i cieli aperti" (Mc 1,10). Tutto quanto è
stato scritto, è stato scritto per noi: prima di ricevere il battesimo abbiamo
gli occhi chiusi e non vediamo il cielo. "E vide lo Spirito come colomba,
discendere e fermarsi su di lui. E una voce venne dal cielo: "Tu sei il mio
dilettissimo Figlio, in cui io mi compiaccio"" (Mc 1,10-11). Gesú Cristo è
battezzato da Giovanni, lo Spirito Santo discende sotto forma di colomba e il
Padre dai cieli rende la sua testimonianza. Guarda o Ariano, guarda o eretico:
anche nel battesimo di Gesú c`è il mistero della Trinità. Gesú è battezzato, lo
Spirito discende come colomba, e il Padre parla dal cielo.

"Vide i cieli aperti", scrive Marco. Cosí, dicendo "vide" mostra che gli altri
non videro: non tutti infatti vedono i cieli aperti. Che dice infatti Ezechiele
all`inizio del suo libro (cf. Ez 1,2)? "E accadde - dice - che mentre stavo
seduto lungo il fiume Cabar in mezzo ai deportati, vidi i cieli aprirsi ". Io
vidi, dice: quindi gli altri non vedevano. E non si creda che i cieli si aprano
cosí, materialmente e semplicemente: noi stessi che qui sediamo, vediamo i cieli
aperti o chiusi a seconda dei nostri meriti. La fede piena vede i cieli aperti,
la fede esitante li vede chiusi.


(Girolamo, Comment. in Marc., l)



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#309 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Gio 6 Gen 2005 11:38 am
Oggetto: La stella dei Magi (S.Efrem)
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La stella apparve perché i profeti erano scomparsi. La stella accorse per
spiegare chi fosse colui verso il quale erano rivolte con precisione le parole
dei profeti. Come per Ezechia il sole si rivolse dall`Occidente verso l`Oriente
(cf. 2Re,20,8-11; Is 38,7-8), così a causa del bambino del presepio, la stella
corse dall`Oriente verso l`Occidente.

Il segno del sole fu un biasimo per Israele, e i Magi confusero il popolo con i
doni che essi arrecavano. Essi vennero con i loro segni, a somiglianza dei
profeti, ed essi resero testimonianza alla nascita del Cristo, affinché, quando
Egli sarebbe venuto, non fosse considerato come uno straniero, ma che tutte le
creature riconoscessero la sua nascita. Zaccaria divenne muto ed Elisabetta
concepì, affinché tutte le regioni comprendessero e conoscessero la sua venuta.

Ma questa stella era maestra del proprio percorso; essa saliva, discendeva, come
se alcun legame la trattenesse, perché aveva potere sugli spazi celesti, e non
era fissa nel firmamento. Se essa si nascose (per un momento agli occhi dei
Magi), fu affinché essi non venissero a Betlemme attraverso un cammino chiaro e
diritto.

Dio la nascose loro per mettere alla prova Israele, affinché i Magi
raggiungessero Gerusalemme, gli Scribi parlassero loro della nascita del Signore
(cf. Mt 2,4-6) e ricevessero una testimonianza sincera dalla bocca stessa dei
profeti e dei sacerdoti. Ma ciò avvenne anche affinché i Magi non credessero che
vi fosse un potere al di fuori di quello che risiede a Gerusalemme. Allo stesso
modo gli antichi avevano ricevuto dallo spirito che era sopra Mosè, affinché non
si pensasse che ci fosse un altro spirito (cf. Nm 11,17).

I popoli orientali sono stati illuminati dalla stella, perché gli Israeliti, al
sorgere del sole, che è Cristo, erano diventati ciechi.

E`, dunque, l`Oriente che per primo ha adorato il Cristo, come Zaccaria aveva
predetto: L`Oriente darà la luce dall`alto (Lc 1,78). Quando la stella ebbe
accompagnato i Magi fino al sole, si fermò, perché arrivata alla meta, in
seguito, essa smise il suo percorso.

Giovanni era la voce, che annunciava il Verbo. Ma quando il Verbo, per farsi
ascoltare, s`incarnò ed apparve, la voce che preparava la strada, esclamò:
Bisogna che egli cresca e che io diminuisca (Gv 3,30).

I Magi, che adoravano gli astri, non avrebbero deciso di andare verso la luce se
la stella non li avesse attratti col suo splendore. La stessa attrasse il loro
amore, legato ad una luce di poca durata, verso la luce che non tramonta...

Ed essi aprirono i loro tesori e gli offrirono in dono, l`oro alla sua natura
umana, la mirra, come figura della sua morte, l`incenso, alla sua divinità (Mt
2,11). Cioè: l`oro, come ad un re, l`incenso, come a Dio, la mirra, come a colui
che dev`essere imbalsamato. O, meglio ancora: l`oro, perché lo si adorasse, in
quanto questa adorazione è dovuta al proprio maestro; la mirra e l`incenso, per
indicare il medico che doveva guarire la ferita di Adamo.


(Efrem, Diatessaron, II, 5, 18-25)




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#308 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Ven 31 Dic 2004 10:43 am
Oggetto: Maria, madre di Dio (Giovanni Damasceno)
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Noi proclamiamo, in senso assoluto, che la santa Vergine è propriamente e
veramente Madre di Dio (Greg. Naz., Epist. 1 ad Cledon).

Come, infatti, è Dio colui che è nato da lei, così, per conseguenza, è Madre di
Dio, colei che generò il vero Dio che prese carne da lei. Noi diciamo che Dio,
senza dubbio, è nato da lei, non già perché la divinità del Verbo trasse da lei
il principio dell`esistenza; ma perché lo stesso Verbo, che è stato generato
prima dei secoli, al di là di alcun tempo, ed esiste insieme col Padre e lo
Spirito Santo senza inizio e da sempre, negli ultimi tempi si racchiuse nel seno
di lei per la nostra salvezza, e col prendere la nostra natura umana da lei fu
generato senza che mutasse la propria natura (divina).

La santa Vergine, infatti, non generò un semplice uomo, ma il Dio vero; non puro
spirito, ma rivestito di carne umana; né (questo avvenne) in modo tale che,
portato il corpo dal cielo, venne a noi per mezzo di Maria, come attraverso un
canale; ma prese da lei corpo umano della nostra medesima natura, che in lui
sussistesse.

Infatti, se il corpo è disceso dal cielo, e non è stato ricevuto dalla nostra
natura, che gran bisogno c`era di farsi uomo?

Il Verbo di Dio si rivestí, pertanto, della natura umana, affinché con la stessa
natura che aveva peccato, ed era decaduta, corrompendosi, vincesse il tiranno
che si era ingannato e così fosse ristabilito dalla corruzione, come l`apostolo
del Signore dice: Poiché la morte entrò per mezzo dell`uomo, parimenti per
l`uomo la risurrezione dei morti (1Cor 15,21).

Se resta vera la prima verità, certamente anche la seconda.

Sebbene poi si usino queste parole: "Il primo Adamo, il terreno, (ha origine)
dalla terra, il secondo Adamo, il Signore, dal cielo" (Greg di Naz. ), non
indica che il suo corpo discendesse dal cielo, ma rivela che egli non è un
semplice uomo. Infatti, come vedi, lo chiamò sia Adamo, che Signore, indicando
insieme l`una e l`altra cosa.

Adamo, in verità, vuol dire di origine terrena. Conviene, invero, che l`origine
dell`uomo sia terrena, perché è plasmato dalla terra. Ma il nome del Signore,
significa natura divina.

E di nuovo così parla l`Apostolo: Dio mandò il suo Figlio unigenito nato da una
donna (1Cor 15,47). Non disse, per mezzo di una donna, ma da una donna.

Perciò egli volle indicare che egli stesso era l`Unigenito Figlio di Dio e Dio
stesso, che si è fatto uomo dalla Vergine, e parimenti che era stato generato
dalla Vergine, colui che è Figlio di Dio e Dio stesso.

Generato, invero, in quanto al corpo, vale a dire, per la ragione per la quale
si è fatto uomo, cosí certamente, per non abitare prima in un uomo creato, come
in un profeta, ma egli stesso si è fatto uomo veramente e sostanzialmente; cioè,
nella sua unione personale fece sussistere la carne animata da uno spirito
razionale ed intelligente, offrendo se stesso come "ipostasi" di lui.

Questo è il significato che ha l`espressione nato da una donna.

Infatti, a quale condizione lo stesso Verbo di Dio sarebbe divenuto sotto la
legge, se l`uomo non fosse stato della medesima nostra sostanza?


Giustamente dunque e veramente chiamiamo Maria la santa Madre di Dio.

Questo nome, infatti, racchiude tutto il mistero della incarnazione.

Poiché, se la Madre di Dio è colei che generò, certamente è Dio colui che è
stato generato da lei stessa: e, senza dubbio, anche uomo.

Infatti, chi avrebbe potuto far avvenire che Dio, che esisteva prima dei secoli,
nascesse da una donna, se non si fosse fatto uomo?

Colui, in effetti, che è Figlio dell`uomo, è necessario sia anche uomo.

Poiché se chi è nato da una donna, è Dio, senza dubbio è l`unico e identico che
è stato generato da Dio Padre, per il fatto che si addice alla divina sostanza
non avere inizio, e che quella sostanza che ebbe inizio negli ultimi tempi ed è
sottomessa al tempo, cioè alla sostanza umana, è nata dalla Vergine.

E ciò vuol dire, invero, una sola Persona del nostro Signore Gesú Cristo, e due
nature e due discendenze... e quel deleterio Nestorio dichiarò con lingua
rabbiosa Deiforo (portatore di Dio) colui che nacque dalla Vergine.

Ma sia lontana da noi questa affermazione, a tal punto che noi diciamo o
pensiamo che è uscito da Dio, il Deiforo; anzi, è piuttosto lo stesso Dio
incarnato (Ciril., lib. I cont. Nest.).

Lo stesso Figlio di Dio, infatti, si è fatto uomo, fu concepito veramente dalla
Vergine, ma Dio divenne quella natura umana che aveva deificata non appena essa
fu assunta.

Per la qual cosa tre cose divennero parimenti una sola, senza dubbio perché fu
assunta, perché pre-esisteva e perché fu deificata dal Verbo.

Di qui consegue che la Vergine santa, come Madre di Dio, sia capita e chiamata,
non solo a causa della natura del Verbo, ma anche a motivo dell`umanità data
alla divinità, poiché la concezione e l`esistenza furono compiute con un
eccezionale prodigio, con la concezione, è vero, del Verbo, ma con la esistenza
della carne nello stesso Verbo.

E infatti, la stessa Madre di Dio al di sopra delle leggi della natura era
sottomessa al formatore di tutte le cose, donde anche egli stesso fosse creato
(formato), e al Dio creatore dell`universo, affinché con la divinità donando
l`umanità assunta, egli si facesse uomo, mentre l`unione, nel frattempo,
conservasse le nature (cose) unite tali quali erano state, cioè, non solo la
divinità, ma anche la umanità del Cristo; e né soltanto quello che è al di sopra
di noi, ma anche ciò che è nostro.


(Giovanni Damasceno, De fide ortod., 3, 12)




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#307 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Ven 24 Dic 2004 11:15 pm
Oggetto: BUON NATALE
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Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo
veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre
mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita 2 (poiché la vita si è fatta
visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo
la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), 3 quello
che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi
siate in comunione con noi.  (1GV 1,1 )

       AUGURI    VIVISSIMI


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#306 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Dom 19 Dic 2004 10:57 pm
Oggetto: L`intenzione divina della verginità (S.Agostino)
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Viene promesso il figlio di Zaccaria, e si promette il figlio della santa Madre,
ed anche lei dice quasi le stesse parole che aveva detto Zaccaria. Che cosa
aveva detto Zaccaria?

Da dove mi viene questo? Io, infatti, sono vecchio, e mia moglie è sterile ed
avanzata in età.

E cosa (disse) la santa Madre? In che modo avverrà questo?

Simile la parola, diverso il cuore. Ascoltiamo con l`orecchio una voce simile,
ma all`annuncio dell`angelo riconosciamo un cuore diverso.

Penò David, e, rimproverato dal profeta, disse: Ho peccato e subito gli fu
detto: Ti è stato perdonato il peccato (2Sam 12,13).

Penò Saul, e, corretto dal profeta, disse: Ho peccato, ma non gli fu rimesso il
peccato, e l`ira di Dio rimase sopra di lui (1Sam 15,30).

Che cosa significa questo, se non che la voce è simile, ma che è diverso il
cuore? L`uomo, infatti, ascolta la voce, Dio scruta il cuore.

In quelle parole di Zaccaria, dunque, l`angelo vide che non vi era la fede ma il
dubbio e la disperazione, l`angelo indicò col togliere la voce e col condannare
l`infedeltà. Ma la divina Maria: In che modo avverrà questo se non conosco uomo?
Riconoscete l`intenzione della vergine. Quando direbbe, con l`intento di
coabitare con l`uomo: In che modo avverrà questo? Se, infatti, accadesse, nella
maniera in cui suole accadere a tutti i bambini, non direbbe: In che modo
avverrà? Ma memore della sua intenzione e consapevole, del santo voto, poiché
aveva conosciuto ciò che aveva promesso in voto; col dire: In che modo avverrà
questo, poiché non conosco uomo? dal momento che non aveva conosciuto che ciò
fosse accaduto, affinché i figli nascessero se non con l`unione delle donne coi
propri mariti, ed è ciò che lei stessa si era proposta di ignorare, dicendo: In
che modo questo potrà accadere? Cercò di sapere il modo, ma non dubitò
dell`onnipotenza di Dio.

In che modo questo potrà avvenire?

In quale modo questo avverrà? Tu mi annunzi un figlio, ed hai preparato il mio
animo, dimmi il modo.

Poté, infatti, la vergine santa temere, o ignorare certamente il disegno di Dio,
in che modo egli volesse che lei avesse il figlio, quasi disapprovasse il voto
della vergine.

Se dicesse: "Sposati, unisciti all`uomo" che cosa, infatti, avverrebbe? Non lo
direbbe Dio; ma egli accettò il voto della vergine, come Dio.

E ricevette da lei, quello che Egli donò.

Dimmi, dunque, o angelo di Dio: "In che modo avverrà questo?". Vedi l`angelo che
va, lei che cerca di sapere, e che non diffida. Poiché egli vide che lei cercava
di sapere, senza diffidare, non si rifiutò di istruirla.

Ascolta in che modo: rimarrà la tua verginità, tu credi soltanto alla verità,
custodisci la verginità, ricevi l`integrità.

Poiché la tua fede è intatta, intatta sarà anche la tua verginità.

Infine, ascolta in che modo questo avverrà: Lo Spirito Santo discenderà sopra di
te, e la potenza dell`Altissimo ti proteggerà, poiché tu concepisci per la fede,
poiché, tu, credendo, non unendoti, avrai nel seno [il figlio]: "poiché il Santo
che nascerà da te, sarà chiamato Figlio di Dio".

Maria per grazia è madre del Figlio di Dio.

Che cosa sei, tu che in seguito darai alla luce? Da dove l`hai meritato? Da chi
lo hai ricevuto?

In che modo avverrà in te, colui che ti creò? Donde dico, ti viene un cosí
grande bene?

Tu sei Vergine, sei Santa, hai fatto voto; ma è molto quello che meritasti,
anzi, senza dubbio è molto quello che hai ricevuto.

Infatti, per quale motivo hai meritato questo?

Avviene in te, colui che ti creò, diviene in te colui per il quale sei stata
creata: anzi, per vero, colui per il quale sono stati creati e il cielo e la
terra, tutte le cose, si fa in te (carne) uomo il Verbo di Dio, col prendere
carne, non perdendo la divinità.

E il Verbo si unisce alla carne, e il Verbo si congiunge alla carne; e il luogo
di una cosí grande unione, è il tuo seno; di questa, dico, così grande unione,
cioè il tuo seno che diventa sede del Verbo incarnato: di qui lo stesso sposo
che esce dalla sua stanza nuziale (Sal 18,6).

Egli concepito, ti trovò vergine, nato, libera la vergine.

Dà la fecondità, non toglie l`integrità.

Donde tutto questo ti è avvenuto?

Mi sembra di interrogare senza delicatezza una vergine, e quasi inopportuna
questa mia voce ferisce le orecchie vereconde.

Ma io vedo la vergine, che palesa il suo pudore, e, tuttavia che risponde, e che
mi ammonisce: "Vuoi sapere perché mi sia avvenuto ciò?".

Ho pudore di risponderti il mio bene, ascolta il saluto dello stesso angelo, e
riconosci in me la tua salvezza.

Credi a colui a cui io mi sono affidato. Perché vuoi sapere questo da me?

Risponde l`angelo. Dimmi, o angelo, perché è avvenuto questo in Maria?

Già, l`ho detto, quando l`ho valutata.

Io ti saluto, o piena di grazia (Lc 1,28).


(Agostino, Sermo 291, 5 s.)



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#305 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Mar 14 Dic 2004 10:41 pm
Oggetto: L'aridità dell'anima ( s.Giovanni della Croce)
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1. La notte o purificazione degli appetiti è vantaggiosa per l'anima a motivo
dei grandi beni e profitti che le procura, anche se, come ho detto, a lei sembri
che glieli tolga. Come Abramo fece gran festa quando svezzò il figlio Isacco (Gn
21,8), così in cielo ci si rallegra quando Dio toglie un'anima dalle fasce, non
la tiene più in braccio, ma la fa camminare sui suoi piedi. E ci si rallegra
anche perché, togliendole il latte e il nutrimento delicato e dolce dei bambini,
le dà a mangiare il pane con la crosta e fa sì che vi prenda gusto. In
quest'aridità e notte dei sensi comincia a essere offerto il cibo dei forti allo
spirito libero e distaccato da ogni consolazione sensibile. Questo pane è la
contemplazione infusa, di cui ho parlato.

2. Il primo e principale vantaggio, procurato all'anima da quest'arida e oscura
notte di contemplazione, è la conoscenza di sé e della propria miseria. È vero
che tutte le grazie da Dio concesse all'anima abitualmente sono accompagnate da
questa conoscenza; ma è altrettanto vero che l'aridità e il vuoto delle potenze
comparati all'abbondanza di cui esse godevano in passato, insieme alla
difficoltà che l'anima prova nel compiere il bene, le fanno scoprire in sé una
grettezza e una miseria che non riusciva a vedere al tempo della sua prosperità.
Nel libro dell'Esodo (cfr. 33,5) si può trovare un'ottima esemplificazione di
tale situazione. Vi si legge che, volendo Dio umiliare i figli d'Israele e
insegnar loro a conoscere se stessi, ordinò che deponessero l'abito e gli
ornamenti festivi, che ordinariamente indossavano nel deserto, dicendo loro:
"D'ora in poi deponete gli ornamenti festivi e indossate abiti comuni da lavoro,
perché conosciate il trattamento che meritate". Tale espressione vuol dire
questo: il vestito che indossate è un abito di festa e d'allegria; per voi è
occasione di non ritenervi tanto umili quanto invece siete; toglietevi dunque
queste vesti, perché d'ora in poi, vedendovi ricoperti di abiti dimessi,
sappiate che non meritate di più e chi siete in realtà. Questo esempio mostra
all'anima la realtà della propria miseria che prima ignorava, cioè quando era in
festa e trovava in Dio molta gioia, consolazione e sostegno; si sentiva più
soddisfatta e contenta; le sembrava di servirlo in qualcosa. Sebbene non
nutrisse in sé espressamente questi sentimenti, tuttavia era portata, attraverso
la soddisfazione che provava, alla gioia. Al contrario, ora che ha indossato
l'abito da lavoro ed è nell'aridità e nell'abbandono e le luci di una volta si
sono spente, possiede molto più verosimilmente questa virtù così eccellente e
tanto necessaria della conoscenza di sé e si ritiene ormai un niente e non prova
alcuna soddisfazione di sé: vede che da sola non fa e non può fare nulla. Ora,
Dio stima di più la scarsa soddisfazione di sé e la desolazione in cui l'anima
si trova per l'incapacità di servirlo, che non tutte le sue opere e tutte le
gioie che sentiva prima, per quanto elevate fossero. In queste cose, infatti, vi
era il pericolo di molte imperfezioni e di molta ignoranza. Al presente, invece,
da quest'aridità, che è come un abito per l'anima, derivano non solo i beni di
cui si è parlato, ma altresì i vantaggi di cui sto per trattare e molti altri
che passerò sotto silenzio. Tutti questi beni nascono dalla conoscenza di sé
come da loro fonte originaria.



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#304 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Mer 8 Dic 2004 8:20 pm
Oggetto: La Chiesa è Madre (S.Cipriano)
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NON PUÒ AVERE DIO PER PADRE CHI NON HA LA CHIESA PER MADRE

  Ma bisogna guardarsi non solamente dagli in­ganni sfacciatamente evidenti, ma
anche da quelli astutamente scaltri. Il nemico, svelato ed umiliato dal­la
venuta di Cristo, dopo che la luce si diffuse sulle genti e lo splendore di
salvezza rifulse per la libera­zione degli uomini, sì che i sordi riescono ad
ascol­tare la grazia spirituale, aprono gli occhi a Dio i cie­chi, gli infermi
riacquistano l'eterna salute, gli zoppi corrono alla Chiesa, e i muti innalzano
preghiere con voce squillante,  ha concepito un'astuzia singolar­mente scaltra,
vedendo l'abbandono degli idoli e dei suoi templi e la gran folla dei credenti:
quella di in­gannare gli imprudenti insinuandosi nell'interno della comunità
cristiana: ha escogitato eresie e scismi con cui abbattere la fede, corrompere
la verità, spezzare l'unità. Così raggira abilmente coloro che non riesce più a
trattenere nelle tenebre della vecchia via di men­zogna e li strappa dal seno
della Chiesa spingendoli su una nuova via ingannevole: mentre si illudono di
essersi ormai avvicinati alla luce e di essere sfuggiti alla notte del mondo, di
nuovo li avvolge, ignari, in altre tenebre, sì da chiamarsi cristiani, pur non
os­servando il Vangelo di Cristo e la sua legge, e da ri­tenere di aver la luce,
pur camminando nelle profonde oscurità. Il nemico inganna così con lusinghe
poiché assume l'aspetto, come dice l'apostolo, "di angelo di luce e traveste i
suoi ministri in ministri di giustizia" (2 Corinzi 11,14-15)...

La sposa di Cristo non sarà mai adultera: essa è incorruttibile e pura, una sola
casa conosce; con casto pudore custodisce la santità di un solo talamo. Lei ci
conserva per Dio. Lei destina al Regno i figli che ha generato. Chiunque,
separandosi dalla Chiesa, ne sceglie una adultera, viene a tagliarsi fuori dalle
promesse della Chiesa: chi abbandona la Chiesa di Cristo, non perviene certo
alle ricompense di Cristo. Costui sarà un estraneo, un profano, un nemico. Non
può avere Dio per padre chi non ha la Chiesa per madre. Se si fosse potuto
salvare chi era fuori dall'arca di Noè si salverebbe anche chi è fuori della
Chiesa.

Ecco quanto il Signore ci dice ammonendoci: «Chi non è con me, è contro di me e
chi non raccoglie con me, disperde» (Matteo 12, 30). Chi spezza la concordia, la
pace di Cristo è contro Cristo e chi raccoglie fuori della Chiesa disperde la
Chiesa di Cristo. II Signore dice: «Io e il Padre siamo uno» (Giovanni 10, 30).
E ancora sta scritto del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo: «E i tre sono
uno (1 Giovanni 5,7) ». Ebbene può forse esserci qualcuno che crederà si possa
dividere l'unità della Chiesa, questa unità che viene dalla stabilità divina e
che è legata ai misteri celesti, e penserà che si possa dissolvere per la
divergenza di opposte volontà. Chi non si tiene in questa unità non si tiene
nella legge di Dio, non si tiene nella fede del Padre e del Figlio, non si tiene
nella vita e nella salvezza.

Questo mistero dell'unità, questo vincolo di concordia indivisibile, ci è
indicato chiaramente nel vangelo là dove si parla della tunica del Signore Gesù
Cristo: essa non è per niente divisa né strappata; ma si gettano le sorti sulla
veste di Cristo, sicché chi dovrà rivestirsi di Cristo riceva la veste intatta e
possieda indivisa e integra quella tunica. Cosi leggiamo nella divina Scrittura:
«Quanto poi alla tunica, poiché era senza cuciture dall'alto al basso e tessuta
d'un pezzo, si dissero a vicenda: non stracciamola ma tiriamola a sorte a chi
tocchi» (Giovanni 19, 23). Lui porta l'unità che viene dall'alto, che viene cioè
dal cielo e dal Padre: tale unità non poteva essere affatto divisa da chi la
ricevesse in possesso, conservandosi tutta intera e assolutamente indissolubile.
Non può possedere la veste di Cristo chi lacera e separa la Chiesa di Cristo.

Cipriano, L'unità della chiesa cattolica, III-VI-VII



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#303 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Ven 3 Dic 2004 12:25 pm
Oggetto: Giuseppe il giusto (S.Giovanni Crisostomo)
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Giuseppe, il giusto


Giuseppe, suo sposo, che era giusto... (Mt 1,19). L`evangelista, dopo aver
affermato che questa nascita derivava esclusivamente dallo Spirito Santo, senza
nessun intervento naturale, conferma la sua asserzione anche in un altro modo. E
ci dà una prova per impedire che qualcuno nutra dei dubbi, in quanto prima di
allora non si era mai udito né si era mai visto niente di simile. Per prevenire
il sospetto che egli, come discepolo di Gesú, avesse inventato questa prodigiosa
storia della nascita verginale allo scopo di far cosa grata al suo maestro, fa
intervenire Giuseppe, il quale prova la verità di questo avvenimento con il
dolore che esso gli ha provocato. E`, insomma, come se l`evangelista dicesse: se
non volete credere a me, se la mia testimonianza vi sembra sospetta, credete
almeno allo sposo di questa vergine. Egli, infatti, dice: "Giuseppe, suo sposo,
che era giusto...". La qualifica di giusto, in questa circostanza, significa
uomo che ha tutte le virtù. Con "giustizia" si intende talvolta una sola virtù
in particolare, come quando si dice: colui che non è avaro è giusto. Ma
giustizia significa anche la generalità di tutte le virtù: e, in questo senso
soprattutto, la Scrittura usa il termine "giustizia", come quando ad esempio
dice: "uomo giusto, verace" (Gb 1,1), oppure: "tutti e due erano giusti" (Lc
1,6)...

Giuseppe, dunque, essendo giusto, cioè essendo buono e caritatevole, decise di
lasciarla segretamente (Mt 1,19). Il Vangelo ci fa sapere che cosa pensava di
fare questo uomo giusto prima di aver conosciuto il mistero, allo scopo che non
si nutra dubbi su ciò che accadde quando ne venne a conoscenza. Se Maria fosse
stata veramente quella che lui credeva, non soltanto avrebbe meritato di essere
disonorata pubblicamente, ma anche di essere condannata al supplizio previsto
dalla legge. Malgrado questo, Giuseppe non solo le risparmia la vita, ma salva
anche il suo onore: e, lungi dal punirla, evita anche di denunziarla. Vedete
bene quant`era saggio e virtuoso quest`uomo, e al di sopra delle passioni che
con violenza tiranneggiano gli uomini! Voi sapete fin dove giunge la gelosia.
Salomone che conosceva bene tale sentimento, dice: La gelosia del marito sarà
piena di furore ed egli non perdonerà niente nel giorno del giudizio (Pr 6,34).
E altrove sta scritto: La gelosia è dura come l`inferno (Ct 8,6). Noi, del
resto, conosciamo molte persone che preferirebbeo morire piuttosto che essere
esposte ai sospetti della gelosia. Ma c`era allora ben piú che un semplice
sospetto, perché la gravidanza della Vergine appariva quale prova evidente dei
suoi timori. Malgrado ciò, egli era cosí puro e cosí al di sopra delle passioni,
che non volle neppure minimamente affliggere Maria. Siccome, da un lato, avrebbe
violato la legge se l`avesse trattenuta presso di sé e, dall`altro, l`avrebbe
esposta alla morte se l`avesse denunziata e tradotta in tribunale, egli non fece
né l`una cosa né l`altra, ma adottò un comportamento ben superiore alla antica
legge.

E` giusto che alla vigilia dell`avvento della grazia del Salvatore, si
manifestino molti segni di una piú alta perfezione. Come quando il sole sta per
levarsi, prima ancora di mostrare i suoi raggi, rischiara da lontano con la sua
luce la maggior parte del mondo, cosí il Cristo, che stava per uscire dal seno
della Vergine, già illuminava, prima di nascere, tutto il mondo. E per questo,
molto tempo prima della sua nascita, i profeti furono colti dalla gioia, le
donne predissero l`avvenire e Giovanni, mentre era ancora nel seno della madre,
esultò di allegrezza. Di qui deriva anche la sapienza che Giuseppe manifestò in
quella occasione. Egli non accusa la Vergine, non la rimprovera, ma si limita a
pensare di separarsi da lei in segreto.

Le cose erano a questo punto e l`angustia del santo uomo era al colmo, quando
interviene l`angelo a dissipare tutte queste tenebre. Dobbiamo ora chiederci
perché l`angelo non è venuto piú presto, per prevenire il turbamento e i
pensieri di Giuseppe e perché, invece, giunge solo quando egli sta considerando
nel suo animo l`accaduto. Mentre egli stava ripensando a queste cose, venne un
angelo... (Mt 1,20). D`altra parte, poiché l`angelo aveva avvertito Maria prima
che ella concepisse dallo Spirito Santo, questo fatto dà luogo a una ulteriore
difficoltà. Infatti, dato che l`angelo non aveva rivelato niente a Giuseppe,
perché Maria, che aveva invece appreso ogni cosa dall`angelo, tacque e, pur
vedendo il suo sposo cosí turbato, non gli diede quelle spiegazioni che
avrebbero fugato ogni dubbio? Dunque, perché l`angelo non parlò a Giuseppe prima
che egli si turbasse? Devo rispondere prima a questa domanda: l`angelo non è
apparso prima a Giuseppe, nel timore che egli restasse incredulo dinanzi alla
sua rivelazione e che dovesse perciò subire la stessa conseguenza di Zaccaria.
Quando infatti si vede una cosa con i propri occhi, è facile credere; ma non
essendoci prima ancor niente di visibile, egli poteva non credere tanto
facilmente alle parole. Per questo l`angelo non preavvertí Giuseppe. Ed è per la
stessa ragione che Maria mantenne il silenzio. Ella riteneva che non sarebbe
stata creduta dal suo sposo, se gli avesse annunciato una cosa straordinaria...
Quando dunque Giuseppe "stava ripensando a queste cose, gli apparve in sogno un
angelo". Perché non gli apparve visibilmente come ai pastori, come a Zaccaria e
come alla Vergine? La ragione sta nel fatto che tanta era la fede di Giuseppe
che egli non aveva bisogno di una simile visione. Per la Vergine, date le grandi
cose che dovevano esserle annunziate, cose molto piú incredibili di tutto quanto
era stato detto a Zaccaria, non solo bisognava preavvertirla prima della
concezione, ma era necessaria anche una visione straordinaria. Quanto ai
pastori, invece, uomini piuttosto rozzi, avevano bisogno di una visione
evidentissima. Ma Giuseppe, che si era accorto della gravidanza di Maria, che
aveva l`animo turbato da dolorosi sospetti ed era dispostissimo a cambiare la
sua tristezza in gioiosa speranza se qualcuno gliene avesse dato la possibilità,
accolse di tutto cuore la rivelazione.

L`angelo attende, dunque, il maturarsi dei sospetti, cosí che il turbamento
dello spirito di Giuseppe diventi la vera prova della rivelazione, che gli vien
fatta. Giuseppe non aveva comunicato i suoi timori a nessuno, li aveva tenuti
chiusi nel suo cuore e ora ascolta l`angelo che gli parla proprio di tali
timori: non era questa una prova certissima che era Dio a mandargli quel
messaggero, dato che soltanto Dio può sondare il segreto dei cuori? Osservate,
dunque, quante conseguenze ne derivano: la sapienza e la virtù di Giuseppe
vengono messe in risalto, mentre la rivelazione dell`angelo, fatta a tempo
opportuno, serve a rafforzare la sua fede e, infine, l`intero racconto
evangelico non provoca dubbi o sospetti, in quanto ci mostra che Giuseppe prova
tutti i sentimenti che un uomo deve necessariamente provare in simili
circostanze.

Ma in qual modo l`angelo lo convince? Ascoltate e ammirate con quale saggezza
gli parla: Giuseppe, figlio di David - gli dice - non temere di prendere con te
Maria, tua sposa (Mt 1,20).

L`angelo menziona prima di tutto David, da cui il Messia doveva nascere; e cosí
calma di colpo tutti i suoi timori, facendogli tornare alla mente, citando il
nome di uno dei suoi antenati, la promessa che Dio aveva fatta a tutto il popolo
giudeo. Non solo, ma spiega perché lo chiama "figlio di David", con l`aggiungere
le parole "non temere". Non si comporta cosí Dio in un`altra occasione che le
Scritture ci tramandano. Quando Abimelec cominciò a nutrire pensieri non leciti
nei confronti della sposa di Abramo, Dio gli parlò in modo terribile e pieno di
minacce, sebbene egli avesse agito per ignoranza, in quanto non sapeva che Sara
era la sposa di Abramo. Dio, invece, parla qui con ben maggiore dolcezza; ma
quale differenza tra le due circostanze, tra la disposizione d`animo di Giuseppe
e quella di Abimelec! In verità il comportamento di Giuseppe non meritava alcun
rimprovero. E queste parole, "non temere", indicano che Giuseppe temeva di
offendere Dio tenendo presso di sé un`adultera; ma che, se non fosse stato per
questo, non avrebbe mai pensato a separarsene.

Ripeto, parlando a Giuseppe dei suoi piú segreti pensieri, dei sentimenti piú
intimi, l`angelo vuol provare, e lo prova a sufficienza, che egli viene da parte
di Dio. Ma dopo aver pronunciato il nome della Vergine, perché aggiunge "tua
sposa"? Dice cosí per giustificare la Vergine con questa parola, in quanto non
si darebbe mai questo titolo a una adultera. Il termine "sposa", come sapete,
sta qui per fidanzata: la Scrittura, infatti, chiama anche "generi" coloro che
sono soltanto alla vigilia di divenirlo.

Che significano queste parole "prendere Maria"? Nient`altro che Giuseppe
continui a tenere Maria nella sua casa, dato che aveva pensato di separarsene.
Tieni, dice l`angelo in sostanza, la tua sposa che avevi deciso di lasciare,
poiché è Dio che te la dà, non i suoi genitori. Te la dona, non per i soliti
scopi del matrimonio, ma soltanto perché dimori con te, e la unisce a te per
mezzo di me stesso che ti parlo. Ella è affidata ora a Giuseppe, come piú tardi
Cristo la affiderà al suo discepolo...

Darà alla luce un figlio - continua - e tu gli porrai nome Gesú (Mt 1,21) .
Infatti, sebbene questo fanciullo sia stato concepito dallo Spirito Santo, non
credere di essere dispensato dal prenderne cura e dal servirlo in ogni cosa.
Sebbene tu sia estraneo al suo concepimento e sebbene Maria sia sempre rimasta
perfettamente vergine, tuttavia io ti do il compito proprio di un padre, che
tuttavia non fa venir meno la verginità di Maria, il compito cioè di dare il
nome al neonato. Sarai tu che gli imporrai il nome; e, sebbene egli non sia tuo
figlio, tu dimostrerai per lui l`affetto proprio di un padre. Per questa ragione
- conclude l`angelo - ti permetto di dargli il nome, per renderti subito
familiare al bimbo.

Ma per evitare che ciò faccia credere che egli sia veramente il padre del
fanciullo che sta per nascere, ascoltate con quanta precisione l`angelo gli
parla. "Partorirà", dice; non dice: partorirà a te, ma dice genericamente che
partorirà, in quanto la Vergine non ha partorito Gesú Cristo per Giuseppe, ma
per tutti gli uomini.


(Giovanni Crisostomo, In Matth., 4, 3-6)




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#302 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Dom 28 Nov 2004 11:21 am
Oggetto: Offriamoci a Cristo che si offre per noi (S.Bernardo)
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Diresti: Non poteva Maria risentirsi e dire: Che bisogno ho io di purificazione?
perché non dovrei entrar nel tempio, se il mio seno verginale è stato fatto
tempio dello Spirito Santo? Non potrei entrar nel tempio io, che ho dato alla
luce il padrone del tempio? In questa concezione non c`è stato niente d`impuro,
niente d`illecito, niente da purificare; anzi, questo mio figlio è fonte di
purezza ed è venuto a liberare dal delitto. Che cosa può purificare una
osservanza legale in me, che son diventata purissima proprio col parto
immacolato? Veramente, o beata Vergine, non c`è motivo, non hai bisogno di
purificazione. Ma aveva bisogno tuo figlio d`esser circonciso? Sii tra le donne
come una di loro; anche tuo figlio sta cosí tra il numero dei bambini. Volle
essere circonciso e non vorrà tanto piú essere offerto? Offri tuo figlio,
Vergine consacrata e presenta al Signore il frutto benedetto del tuo seno.

Offri per la riconciliazione di noi tutti l`ostia santa, che piace a Dio. Dio
Padre accetterà certamente l`offerta nuova e preziosissima ostia, di cui egli
stesso dice: Questi è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto (Mt
3,17). Ma questa offerta, fratelli, sembra abbastanza delicata: è presentata al
Signore, è pagata con uccelli, ed è subito riportata a casa. Verrà il giorno,
che non sarà offerta nel tempio, né tra le braccia di Simeone, ma fuori le mura
e sulle braccia della croce. Verrà il giorno, che non sarà riscattato da sangue
altrui, ma riscatterà gli altri col suo sangue, perché Dio padre lo mandò come
riscatto del suo popolo. Quello sarà il sacrificio vespertino, questo è il
mattutino. Questo è più giocondo, ma quello è piú pieno. Questo è dell`infanzia,
quello della pienezza dell`età. Dell`uno e dell`altro puoi sentire ciò che il
profeta predisse: Fu offerto, perché lo volle lui (Is 53,7). Anche ora, infatti,
non è stato offerto, perché ce n`era bisogno, non perché egli fosse soggetto
alla legge, ma perché lo volle lui. E in croce ci fu innalzato non perché
l`aveva meritato, non perché il Giudeo riuscí a crocifiggerlo, ma perché lo
volle lui. Ti farò sacrifici volentieri, o Signore, perché tu ti sei offerto
volentieri per me, non per tuo bisogno.

Ma che cosa offriamo noi, fratelli, o che cosa gli diamo per tutto quanto lui ci
ha dato? Per noi lui ha offerto la piú preziosa ostia che aveva, anzi, così
preziosa che non ci poteva essere niente di meglio; anche noi, dunque, facciamo
quanto possiamo, offrendo a lui il nostro meglio, offriamo ciò che noi siamo.
Lui diede se stesso; tu chi sei, che indugi a offrirti? Chi mi aiuterà a far in
modo che la tua maestà accolga la mia offerta? Ho due spiccioli, Signore, il mio
corpo e la mia anima. Magari potessi offrirteli degnamente in sacrificio di
lode! Sarebbe, infatti, tanto bene per me e tanto piú glorioso essere offerto a
te, che essere abbandonato a me stesso.

Poiché l`anima mia, lasciata a me, si turba, in te invece il mio spirito
esulterà, se ti viene offerto sinceramente. Fratelli, al Signore che doveva
morire, il Giudeo offriva vittime morte, ma ora: Io vivo, dice il Signore; non
voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva (Ez 33,11). Il Signore
non vuol la mia morte; e non gli darò volentieri la mia vita? Questa è, infatti,
l`ostia che placa, l`ostia che piace a Dio, l`ostia viva. Ma in quell`offerta
del Signore leggiamo che c`erano tre persone, nella nostra offerta son richieste
tre cose. Nell`offerta del Signore c`era Giuseppe, sposo della madre del
Signore, del quale Gesú era ritenuto figlio; c`era la stessa Vergine madre e il
bambino Gesú, che veniva offerto. Ci sia dunque anche nella nostra offerta la
costanza virile, ci sia la continenza della carne, ci sia l`umile coscienza. Ci
sia, dico, nel proposito l`animo virile di perseverare, ci sia castità verginale
nella continenza, ci sia la semplicità e l`umiltà del bambino nella coscienza.
Amen.


(Bernardo di Chiarav., De purificat. B.M., Sermo III, 2-3)



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#301 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Sab 20 Nov 2004 10:49 pm
Oggetto: Quando sarai nel Tuo Regno (G. Crisostomo)
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Il paradiso aperto a un ladro


Vuoi vedere un`altra sua opera meravigliosa? Oggi ci ha aperto il paradiso,
ch`era chiuso da piú di cinquemila anni. In un giorno e in un`ora come questa,
vi portò un ladro e cosí fece due cose insieme: aprí il paradiso e v`introdusse
un ladro. In questo giorno ci ha ridato la nostra vera patria e l`ha fatta casa
di tutto il genere umano, poiché dice: "Oggi sarai con me in paradiso" (Lc
23,43). Che cosa dici? Sei crocifisso, hai le mani inchiodate e prometti il
paradiso? Certo, dice, perché tu possa capire chi sono, anche sulla croce.
Perché tu non ti fermassi a guardare la croce e potessi capire chi era il
Crocifisso, fece queste meraviglie sulla croce. Non mentre risuscita un morto, o
quando comanda ai venti e al mare, o quando scaccia i demoni, ma mentre è in
croce, inchiodato, coperto di sputi e d`insulti, riesce a cambiar l`animo d`un
ladro, perché tu possa scoprire la sua potenza. Ha spezzato le pietre e ha
attirato l`anima d`un ladro, piú dura della pietra e l`ha onorata, perché dice:
"Oggi sarai con me in paradiso". Sí, c`eran dei Cherubini a custodia del
paradiso; ma qui c`è il Signore dei Cherubini. Sí, c`era una spada
fiammeggiante, ma questi è il padrone della vita e della morte. Sí, nessun re
condurrebbe mai con sé in città un ladro o un servo. L`ha fatto Cristo, tornando
nella sua patria, v`introduce un ladro, ma senza offesa del paradiso, senza
deturparlo con i piedi d`un ladro, accrescendone anzi l`onore; è onore, infatti,
del paradiso avere un tale padrone, che possa fare anche un ladro degno della
gioia del paradiso. Quando infatti egli introduceva pubblicani e meretrici nel
regno dei cieli, ciò non era a disonore, ma a grande onore, perché dimostrava
che il padrone del paradiso era un cosí gran Signore, che poteva far di
pubblicani e meretrici persone cosí rispettabili, da meritare l`onore del
paradiso. Come, infatti, ammiriamo maggiormante un medico, quando lo vediamo
guarire le piú gravi e incurabili malattie, cosi è giusto ammirare Gesú Cristo,
quando guarisce le piaghe e fa degni del cielo pubblicani e meritrici. Che cosa
mai fece questo ladro, dirai, da meritar dopo la croce il paradiso? Te lo dico
subito. Mentre per terra Pietro lo rinnegava, lui in alto lo proclamava Signore.
Non lo dico, per carità, per accusare Pietro; ma voglio rilevare la magnanimità
del ladro. Il discepolo non seppe sostenere la minaccia d`una servetta; il ladro
tra tutto un popolo che lo circondava e gridava e imprecava, non ne tenne conto,
non si fermò alla vile apparenza d`un crocifisso, superò tutto con gli occhi
della fede, riconobbe il Re del cielo e con l`animo proteso innanzi a lui disse:
"Signore, ricordati di me, quando sarai nel tuo regno" (Lc 23,42). Per favore,
non sottovalutiamo questo ladro e non abbiamo vergogna di prendere per maestro
colui che il Signore non ebbe vergogna di introdurre, prima di tutti, in
paradiso; non abbiamo vergogna di prender per maestro colui che innanzi a tutto
il creato fu ritenuto degno di quella conversazione che è nei cieli; ma
riflettiamo attentamente su tutto, perché possiamo penetrare la potenza della
croce. A lui Cristo non disse, come a Pietro: "Vieni e ti farò pescatore
d`uomini" (Mt 4,19), non gli disse, come ai Dodici: "Sederete sopra dodici troni
per giudicare le dodici tribú d`Israele" (Mt 19,28). Anzi neanche lo degnò d`una
parola, non gli mostrò un miracolo; lui non vide un morto risuscitato, non
demoni espulsi, non il mare domato; eppure lui innanzi a tutti lo proclamò
Signore e proprio mentre l`altro ladro lo insultava...

Hai visto la fiducia del ladro? La sua fiducia sulla croce? La sua filosofia nel
supplizio e la pietà nei tormenti? Chi non si meraviglierebbe che, trafitto dai
chiodi, non fosse uscito di mente? Invece non solo conservò il suo senno, ma
abbandonate tutte le cose sue, pensò agli altri e, fattosi maestro, rimproverò
il suo compagno: "Neanche tu temi Dio?" (Lc 23,40). Non pensare, gli dice, a
questo tribunale terreno; c`è un altro giudice invisibile e un tribunale
incorruttibile. Non t`affannare d`essere stato condannato quaggiú; lassú non è
la stessa cosa. In questo tribunale i giusti a volte son condannati e i malvagi
sfuggono la pena; i rei vengono prosciolti e gl`innocenti vengono giustiziati.
Infatti i giudici, volenti o nolenti, spesso sbagliano; poiché per ignoranza o
inganno o per corruzione possono tradire la verità. Lassú è un`altra cosa. Dio è
giudice giusto e il suo giudizio verrà fuori come la luce, senza tenebre e senza
ignoranza...

Vedi che gran cosa è questa proclamazione del ladro? Proclamò Cristo Signore e
aprí il paradiso; e acquistò tanta fiducia, che da un podio di ladro osò
chiedere un regno. Vedi di quali beni la croce è sorgente? Chiedi un regno? Ma
che cosa vedi che te lo faccia pensare? In faccia hai una croce e dei chiodi, ma
la croce, egli dice, è simbolo di regno. Invoco il Re, perché vedo il
Crocifisso; è proprio del re morire per i suoi sudditi. Questo stesso disse: "Il
buon pastore dà la vita per le sue pecore" (Gv 10,11). Dunque, anche un buon re
dà la vita per i sudditi. Poiché dunque diede la sua vita, lo chiamo Re.
"Signore, ricordati di me, quando sarai nel tuo regno".


(Giovanni Crisostomo, Hom. de cruce et latrone, 2 s.)



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#300 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Lun 15 Nov 2004 7:35 am
Oggetto: Non preoccupatevi (S.Gregorio Magno)
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Al sentir tante cose terrificanti, si sarebbero turbati gli animi deboli, perciò
il Signore dice subito: "Mettetevi bene in mente di non preoccuparvi di come
rispondere. Vi darò sapienza e bocca cui non potrà resistere nessuno dei vostri
avversari" (Lc 21,14). Come se volesse dire: Non vi spaventate, non temete; voi
scenderete in campo, ma sarò io a combattere; voi muoverete la lingua, ma sarò
io a parlare. E aggiunge: "Sarete traditi dai genitori, fratelli, parenti,
amici, e sarete uccisi" (Lc 21,16). I mali inflitti da estranei recano minor
dolore. Ci fanno piú male le pene che vengono da quelli che credevamo ci
volessero bene, perché al male del corpo si aggiunge il dolore dell`amicizia
perduta...

Ma perché è duro ciò che dice dell`afflizione, della morte, il Signore soggiunge
subito l`idea della risurrezione, dicendo: "Eppure neppure un capello del vostro
capo andrà perduto" (Lc 21,18). Sappiamo, fratelli, che un taglio nella carne fa
male, il taglio del capello non fa male. E il Signore dice ai suoi martiri: "Non
cadrà neppure un capello dal vostro capo", volendo significare: Perché temete di
perdere un membro che fa male, se lo tagliate, quando c`è una promessa che
neanche ciò che al taglio non duole sarà perduto? Continua: "Se saprete
resistere, vi salverete" (Lc 21,19). La salvezza dell`anima è riposta nella
virtù della pazienza, perché la fonte e la protezione di tutte le virtù è la
pazienza. Attraverso la pazienza diventiamo padroni della nostra vita, perché
quando impariamo a dominar noi stessi, allora davvero cominciamo ad essere
padroni di ciò che siamo. Ma la pazienza è non solo tollerare i mali che ci
vengono dagli altri, ma anche non sentirsi mordere contro colui che è causa del
male. Perché se uno sopporta solo in silenzio il male ricevuto, ma desidera che
si faccia giustizia, questi non ha pazienza la mostra soltanto. E` scritto,
infatti: "La carità è paziente, è benigna" (1Cor 13,4). E` paziente, perché
sopporta i mali che vengono dagli altri, ed è benigna, perché ama coloro che
sopporta. Perciò la Verità dice: "Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli
che vi odiano, pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano" (Mt
5,44). Per gli uomini è virtù tollerare i nemici, per Dio è virtù amarli; Dio
accetta solo questo sacrificio, cui dà fuoco innanzi ai suoi occhi, sull`altare
delle buone opere, la fiamma della carità.

Bisogna poi sapere che a volte sembriamo pazienti solo perché siamo incapaci di
rifarci. Ma chi non si vendica, perché non vi riesce, certo non è paziente;
perché la pazienza non sta nell`apparenza, ma nel cuore. Il vizio
dell`impazienza poi sciupa perfino la dottrina, che è la radice delle virtù. Sta
scritto, infatti: "La dottrina dell`uomo forte la si vede nella pazienza" (Pr
19,11). Tanto meno, dunque, uno si rivela dotto, quanto meno si dimostra
paziente. Non può, infatti, dar veramente dei beni, colui che non sa sopportare
il male. E quale sia il valore della pazienza, lo dice la parola di Salomone:
"Il paziente val piú dell`uomo forte, e chi domina il suo animo, vale piú di un
conquistatore di città" (Pr 16,32). E` minor vittoria espugnare una città,
perché i nemici vinti qui son fuori. La vittoria della pazienza è piú grande,
perché qui è l`animo che supera se stesso, quando lo abbatte nell`umiltà della
tolleranza.


Bisogna sapere anche un`altra cosa, che accade spesso ai pazienti. Ed è che, nel
momento che sopportano un`avversità o sentono un`ingiuria, non soffrono nessun
dolore, e così hanno pazienza e nutrono anche buoni sentimenti. Ma poi, quando
ripensano a ciò che gli è stato fatto si sentono stimolati da un fuoco
fortissimo, cercano motivi di vendetta e perdono, nel ripensamento, tutta la
mansuetudine che ebbero prima. E` che il nostro astuto avversario combatte
contro due: uno lo eccita, perché faccia l`insulto; l`altro, l`offeso, lo
provoca alla vendetta. Ma una volta ottenuta la vittoria contro quello che ha
fatto l`ingiuria, si muove con tutte le sue forze contro l`altro che non poté
spingere a restituire l`offesa. E poiché non riuscí ad eccitarlo nel momento in
cui egli fu ingiuriato, si ritira per il momento dal campo e cerca il modo
d`ingannarlo nel segreto del pensiero; vinto sul campo di battaglia, mette tutto
il suo impegno a costruire occulte insidie. In un momento di pace torna
nell`animo del vincitore e richiama alla sua memoria o il danno subito o le
frecciate delle ingiurie; esagera tutto, fa vedere tutto intollerabile e turba
l`animo con tanto furore, che quell`uomo, generalmente paziente, si vergogna
d`aver lasciato passar la cosa impunemente, si duole di non aver restituito
l`ingiuria e cerca l`occasione di farla pagare piú cara. A chi posso assimilare
costoro, se non a quelli che, dopo aver vinto con la loro forza sul campo, si
fanno poi vincere in casa per negligenza? A chi li paragonerò, se non a dei tali
che non si fecero uccidere da una grave malattia, e poi morirono per una
febbricciola insistente? E` dunque veramente paziente colui che in un primo
tempo sopporta senza dolore i mali che riceve, ma sa poi anche, quando ci
ripensa, gioire di quanto ha sopportato.


(Gregorio Magno, Hom., 35, 1.3-6)



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#299 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Gio 4 Nov 2004 10:16 pm
Oggetto: Cristo ci libera (Paciano di Barcellona)
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Cristo ci libera dal peccato

	 "Come abbiamo portato l`immagine dell`uomo terreno, cosí
portiamo anche l`immagine dell`uomo che viene dal cielo; poiché il
primo uomo, che vien dalla terra, è terreno; l`altro che vien dal
cielo, celeste" (1Cor 15,49). Se faremo questo, carissimi, non
morremo piú. Anche se questo corpo si corromperà vivremo in Cristo,
come dice egli stesso: "Chi crede in me, anche se muore vivrà" (Gv
11,25). Siam dunque certi, sulla parola del Signore che Abramo,
Isacco e Giacobbe e tutti gli altti santi, sono vivi. Di questi
stessi dice il Signore: "Son tutti vivi; Dio è Signore dei vivi, non
dei morti" (Lc 20,38). E Paolo dice di se stesso: "Cristo è la mia
vita, e il morire è un guadagno: vorrei morire e stare con Cristo"
(Fil 1,21). E anche: "Nel tempo che stiamo nel corpo, camminiamo
lontani dal Signore. Ci guida la fede, non vediamo direttamente"
(2Cor 5,6).
	 Questa è la nostra fede, fratelli. D`altra parte, "se
riponiamo la nostra speranza in questo mondo, siamo piú infelici di
tutti gli uomini" (1Cor 15,19). La vita del mondo, come vedete da
voi, o è come quella delle pecore, delle fiere, degli uccelli, o
anche piú corta. E` invece proprio dell`uomo ciò che Cristo gli ha
dato, attraverso il suo Spirito, cioè, la vita eterna; ma se non si
pecca piú. Perché come la morte la si acquista col delitto, la si
evita con la virtù; cosí la vita la si perde col delitto, la si
conserva con la virtù. "Mercede del peccato è la morte; dono di Dio è
la vita eterna per mezzo di Gesú Cristo nostro Signore" (Rm 6,23).
Prima di tutto ritenetevi, o figli, gente data un giorno in potere
delle tenebre, ma ora liberata per la potenza di Gesú Cristo. E` lui
che ci redime "perdonando tutti i peccati e distruggendo la sentenza
pronunziata contro di noi per la nostra disobbedienza; l`affisse alla
croce; morendo ha trascinato le potenze avverse nel suo trionfo" (Col
2,13-15). Sciolse i prigionieri e spezzò le nostre catene, come dice
David: "Il Signore innalza gli sconfitti, scioglie i prigionieri,
illumina i ciechi" (Sal 145,7). E anche: "Hai spezzato le mie catene,
ti benedirò" (Sal 115,16). Liberati dunque dalle catene, per il
Battesimo, rinunziamo al diavolo, al quale avevamo servito; perché,
una volta liberati dal sangue di Cristo, non serviamo piú al diavolo.
Che se qualcuno, dimenticando la sua redenzione, tornasse al servizio
del diavolo e alle debolezze del mondo, sarà di nuovo legato con le
antiche catene e le sue condizioni saranno peggiori di prima (cf. Lc
11,26) perché il diavolo lo legherà piú strettamente... Dunque,
carissimi, una volta sola ci laviamo, una volta sola siamo liberati,
una volta sola entriamo nel regno immortale; una volta sola "son
felici coloro i cui peccati furono perdonati" (Sal 31,1). Stringete
forte ciò che avete avuto, conservatelo bene, non peccate piú.
Conservatevi puri dal peccato e immacolati per il giorno del Signore.
Son grandi e immensi i premi preparati per chi è fedele; premi
che "né occhio mai vide, né orecchio udí, né mai alcuno ha
immaginato" (1Cor 2,9). Aspirate a questi premi con azioni di
giustizia e con desideri spirituali. Amen.

	 (Paciano di Barcellona, Sermo de Baptismo, 6 s.)

#298 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Ven 29 Ott 2004 8:58 am
Oggetto: Il buon uso delle ricchezze (S.Ambrogio)
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2. Zaccheo: il buon uso delle ricchezze

	 "Ed ecco un uomo di nome Zaccheo" (Lc 19,2). Zaccheo è sul
sicomoro, il cieco è sulla strada. Il Signore ha pietà dell`uno e lo
aspetta; nobilita l`altro, onorandolo di una sua visita. Interroga il
cieco per guarirlo; si invita a casa di Zaccheo senza essere
invitato: sapeva infatti che il suo ospite sarebbe stato largamente
ricompensato, e se non gli aveva sentito proferire l`invito con la
voce, ne aveva tuttavia sentito il desiderio di farlo...
	 Ritorniamo ora nelle grazie dei ricchi: non vogliamo
offenderli, in quanto desideriamo, se possibile, guarirli tutti.
Altrimenti, impressionati dalla parabola del cammello, e lasciati da
parte, nella persona di Zaccheo, prima di quando converrebbe, essi
avrebbero un giusto motivo per ritenersi ingiuriati.
	 Essi debbono apprendere che non c`è colpa nell`essere ricchi,
ma nel non sapere usare delle ricchezze: le ricchezze, che nei
malvagi ostacolano la bontà, nei buoni debbono costituire un
incentivo alla virtù. Ecco, qui il ricco Zaccheo è scelto da Cristo:
ma donando egli la metà dei suoi beni ai poveri, restituendo fino a
quattro volte quanto aveva fraudolentemente rubato. Fare soltanto la
prima di queste due cose non sarebbe stato sufficiente, poiché la
generosità non conta niente, se permane l`ingiustizia: il Signore poi
chiede che si doni, non che si restituisca semplicemente ciò che si è
rubato. Zaccheo compie ambedue le cose, e perciò riceve una
ricompensa molto piú abbondante di quanto ha donato.
	 Opportunamente si fa rilevare che costui è il "capo dei
pubblicani" (Lc 19,2): chi allora potrà disperare della salvezza,
quando si è salvato anche colui che traeva il suo guadagno dalla
frode?
	 "Ed era ricco", sta scritto (Lc 19,2), affinché impari che
non tutti i ricchi sono avari.
	 Perché le Scritture non precisano mai la statura di nessuno
mentre di Zaccheo si dice che "era piccolo di statura" (Lc 19,3)?
Vedi se per caso egli non era piccolo nella sua malizia, o piccolo
nella sua fede: egli non aveva ancora promesso niente, quando era
salito sul sicomoro; non aveva ancora visto Cristo, e perciò era
piccolo. Giovanni invece era grande perché vide Cristo, vide lo
Spirito, come colomba, fermarsi su Cristo, tanto che disse: "Ho visto
lo Spirito discendere come colomba e fermarsi su di lui" (Gv 1,32).
	 Quanto alla folla, non si tratta forse di una turba confusa e
ignorante, che non aveva potuto vedere le altezze della Sapienza?
Zaccheo, finché è in mezzo alla folla, non può vedere Cristo; si è
elevato al di sopra della turba e lo ha visto, cioè meritò di
contemplare colui che desiderava vedere, oltrepassando l`ignoranza
della folla...
	 Cosí vide Zaccheo, che stava in alto; ormai per l`elevatezza
della sua fede egli emergeva tra i frutti delle nuove opere, come
dall`alto di un albero fecondo...
	 Zaccheo sul sicomoro è il nuovo frutto della nuova stagione.

	 (Ambrogio, In Luc., 8, 82.84-90)

#297 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Gio 21 Ott 2004 9:50 am
Oggetto: Vigilanza (Basilio di Cesarea)
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Mi verrebbe meno il giorno, se volessi elencare gli studi di quelli che
s`interessano del Vangelo e quanto esso si adatti a tutti. Pensa a te stesso;
sii sobrio, ascolta i consigli, controlla il presente, prevedi il futuro. Non
trascurare, per indolenza, il presente e non t`illudere d`aver già in mano cose
future, che ancora non sono e forse non si avvereranno mai. Non è questa la
malattia propria dei giovani, che per leggerezza dimente credono di avere già le
cose che sperano? Infatti in un momento di riposo o nella pace della notte
costruiscono delle immagini di cose inesistenti e si ripromettono splendore di
vita,illustri matrimoni, figli fortunati, lunga vecchiaia, tributi di onore.
Poi, incapaci come sono di fermarsi a una qualsiasi speranza si lasciano
trasportare dall`ardore del loro animo alle cose piú grandi della terra.
Comprano case belle e grandi e le riempiono di preziosa e vaga suppellettile; e
aggiungono tutto quanto è fuori del mondo. Aggiungono greggi, folle di servi,
magistrature civili, principati, comandi militari, guerre, trofei, regno.
Passate queste cose in rassegna, per eccesso di stoltezza, credono presenti
queste cose sperate e se le vedono già innanzi ai piedi. E` la malattia
dell`ignavo, veder nella veglia gli oggetti d`un sogno. Per reprimere questa
sfrenatezza di mente, la Scrittura enunzia il sapiente precetto: "Pensa a te
stesso" e non promette mai ciò che non esiste e dirige le cose presenti alla tua
utilità. Penso che il legislatore si sia servito di questo monito, per eliminare
un tal vizio dalle abitudini degli uomini. Perché a noi è piú facile curiosare
nelle cose altrui, che pesare le proprie cose. Perciò finiscila di andare a
scovare nei mali altrui, guardati dal frugare nelle malattie altrui, volgi gli
occhi e scruta te stesso. Non son pochi coloro che, secondo la parola del
Signore (Mt 7,3), vedono la pagliuzza nell`occhio del fratello e non s`accorgono
della trave che è nel loro occhio. Non cessar mai di esaminarti se la tua vita
si attiene al precetto; ciò che è intorno a te, non lo guardare, perché non ti
si presenti l`occasione di imitare quel fariseo, che giustificava se stesso e
disprezzava il pubblicano (Lc 18,11). Chiediti sempre se hai peccato in
pensieri, se la lingua sia stata troppo facile, se la mano sia stata temeraria.
E se troverai che hai peccato molto (e lo troverai, perché sei uomo), usa le
parole del pubblicano: "Dio, abbi pietà di me peccatore" (Lc 18,13). Bada a te
stesso. Questa parola ti starà bene nel felice successo, quando la tua nave è
portata dalla corrente, e ti gioverà nei momenti difficili, in modo che non
diventi orgoglioso nel fasto e non disperi nell`avversità. Ti senti grande
perché sei ricco? T`inorgoglisci per la nobiltà deituoi antenati? Ti glorii
della tua nazione, bellezza, onori ricevuti? Pensa a te stesso: Sei mortale;
vieni dalla terra e tornerai nella terra (Gen 3,19)


(Basilio di Cesarea, Hom. "Attende tibi ipsi", 5)



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#296 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Lun 11 Ott 2004 11:06 am
Oggetto: Fine e perfezione della preghiera (G. Cassiano)
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Fine e perfezione della preghiera


Essendo [Gesú] la fonte inviolabile della santità, non aveva bisogno per
ottenere la purificazione dell`aiuto della segregazione dal mondo e del soccorso
della solitudine esteriore... e tuttavia "si ritirò solo sul monte a pregare"
(Mt 14,23). Volle con ciò insegnarci, dandocene l`esempio, che anche noi, se
vogliamo consultare Dio con cuore puro e integro negli affetti, dobbiamo del
pari appartarci da ogni inquietudine e confusione delle folle, affinché, pur
dimoranti ancora nel corpo, possiamo gustare in certa misura quella beatitudine
che è promessa in futuro ai santi, e sia possibile almeno in parte per noi che
"Dio sia tutto in tutti" (1Cor 15,28).

Allora, infatti, si potrà dire perfettamente adempiuta in noi quella preghiera
rivolta al Padre dal nostro Salvatore a favore dei suoi discepoli: "Perché
l`amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro" (Gv 17,26), e
ancora: "Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te,
siamo anch`essi in noi una cosa sola" (Gv 17,21). Quando quell`amore perfetto,
con il quale egli ci ha amato per primo (cf.1Gv 4,10), sarà trasfuso anche
nell`affetto del nostro cuore, sarà compiuta questa preghiera del Signore che
noi crediamo non possa in alcun modo venir cancellata.

Se cosí avverrà, dato che ogni amore, ogni desiderio, ogni impegno, ogni sforzo,
ogni nostro pensiero, tutto ciò che vediamo, quel che diciamo, quanto operiamo e
speriamo avrà Dio come fine, l`unità che è ora del Padre con il Figlio, e del
Figlio con il Padre, sarà trasfusa nei nostri sensi e nella nostra mente. E come
Dio ci ama di un amore puro e sincero, anche noi saremo uniti a lui da carità
perpetua e inseparabile; uniti a lui in tal modo, qualunque cosa speriamo,
pensiamo o parliamo, sarà Dio; in lui, infatti, raggiungeremo quel fine di cui
abbiamo parlato e che lo stesso Signore pregando auspica che si compia in noi:
"Che tutti siano una cosa sola, come noi siamo una cosa sola, io in loro e tu in
me, affinché siano anch`essi perfetti nell`unità" (Gv 17,22-23). E inoltre:
"Padre, voglio che quelli che mi hai dato, dove sono io, siano anche loro con me
(ibid.)". Questo il destino del solitario [monaco], tale deve essere il suo
intento, sí da meritare di possedere in questo corpo mortale un`immagine della
futura beatitudine, avere quaggiú in qualche modo una caparra della celeste
conversazione e della gloria che qui ha il suo inizio.


(Giovanni Cassiano, Collationes, 10, 6 s.)



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#295 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Ven 1 Ott 2004 7:55 pm
Oggetto: I custodi dei tuoi passi (S.Bernardo)
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Ti custodiscano in tutti i tuoi passi

             «Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi
passi» (Sal 90, 11). Ringrazino il Signore per la sua misericordia e per i suoi
prodigi verso i figli degli uomini. Ringrazino e dicano tra le genti: grandi
cose ha fatto il Signore per loro. O Signore, che cos'è l'uomo, per curarti di
lui o perché ti dai pensiero per lui? Ti dai pensiero di lui, di lui sei
sollecito, di lui hai cura. Infine gli mandi il tuo Unigenito, fai scendere in
lui il tuo Spirito, gli prometti anche la visione del tuo volto. E per
dimostrare che il cielo non trascura nulla che ci possa giovare, ci metti a
fianco quegli spiriti celesti, perché ci proteggano, e ci istruiscano e ci
guidino.
       «Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi».
Queste parole quanta riverenza devono suscitare in te, quanta devozione recarti,
quanta fiducia infonderti! Riverenza per la presenza, devozione per la
benevolenza, fiducia per la custodia. Sono presenti, dunque, e sono presenti a
te, non solo con te, ma anche per te. Sono presenti per proteggerti, sono
presenti per giovarti.
       Anche se gli angeli sono semplici esecutori di comandi divini, si deve
essere grati anche a loro perché ubbidiscono a Dio per il nostro bene.
       Siamo dunque devoti, siamo grati a protettori così grandi, riamiamoli,
onoriamoli quanto possiamo e quanto dobbiamo.
       Tutto l'amore e tutto l'onore vada a Dio, dal quale deriva interamente
quanto è degli angeli e quanto è nostro. Da lui viene la capacità di amare e di
onorare, da lui ciò che ci rende degni di amore e di onore.
       Amiamo affettuosamente gli angeli di Dio, come quelli che saranno un
giorno i nostri coeredi, mentre nel frattempo sono nostre guide e tutori,
costituiti e preposti a noi dal Padre. Ora, infatti, siamo figli di Dio. Lo
siamo, anche se questo attualmente non lo comprendiamo chiaramente, perché siamo
ancora bambini sotto amministratori e tutori e, conseguentemente, non differiamo
per nulla dai servi. Del resto, anche se siamo ancora bambini e ci resta un
cammino tanto luogo e anche tanto pericoloso, che cosa dobbiamo temere sotto
protettori così grandi?
       Non possono essere sconfitti né sedotti e tanto meno sedurre, essi che ci
custodiscono in tutte le nostre vie. Sono fedeli, sono prudenti, sono potenti.
Perché trepidare? Soltanto seguiamoli, stiamo loro vicini e restiamo nella
protezione del Dio del cielo.

Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate (Disc. 12 sul salmo 90: Tu che abiti, 3,
6-8; Opera omnia, ed. Cisterc. 4 [1966] 458-462)




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#294 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Dom 26 Set 2004 7:26 pm
Oggetto: IL SILENZIO
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IL SILENZIO

  Quando non rispondi alle offese,
quando non reclami i tuoi diritti,
quando lasci a Dio la difesa del tuo onore,
il silenzio è mitezza.

Quando non riveli le colpe dei fratelli,
quando perdoni senza indagare nel passato,
quando non condanni, ma intercedi nell'intimo,
il silenzio è misericordia.

Quando soffri senza lamentarti,
quando non cerchi consolazione dagli uomini,
quando non intervieni,
ma attendi che il seme germogli lentamente,
il silenzio è pazienza.

Quando taci per lasciare emergere i fratelli,
quando celi nel riserbo i doni di Dio,
quando lasci che il tuo agire sia interpretato male,
quando lasci agli altri la gloria dell'impresa,
il silenzio è umiltà.

Quando taci, perché è Lui che agisce,
quando rinunci ai suoni, alle voci del mondo
per stare alla Sua presenza, quando non cerchi comprensione,
perché ti basta essere conosciuto da Lui,
il silenzio è fede.

Quando abbracci la Croce senza chiedere " Perché? "
il silenzio è adorazione.




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#293 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Mar 21 Set 2004 9:17 pm
Oggetto: Amare i lontani ed i vicini (Clemente Alessandrino)
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Amore di Dio prima dell`inclinazione naturale


Dice Gesú: "In verità vi dico: non c`è nessuno che avrà abbandonato casa, o
fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi per me e per il
Vangelo, che non riceva il centuplo" (Mc 10,29). E non vi turbino queste
parole né quanto, con accenti ancor piú duri, è scritto altrove: "Chi non
odia suo padre e sua madre ed i suoi figli, persino anzi la sua stessa vita,
non potrà divenire un mio seguace" (Lc 14,26). Non ci turbino giacché il Dio
della pace, colui che ingiunge di amare anche i propri nemici, non ci invita
certo all`odio ed alla separazione dalle persone a noi piú care. In realtà,
se occorre amare i propri nemici, risulta chiaro che, risalendo da essi, è
necessario amare anche coloro che ci sono piú prossimi per vincoli di
sangue. Se, al contrario, occorre nutrire odio nei confronti di coloro che
ci sono vicini per legami di parentela, il ragionamento che ne consegue, in
tal caso, insegnerebbe a respingere ancor di piú i propri nemici. Cosicché i
due discorsi si confuterebbero a vicenda. Essi, invece, non si confutano
affatto, giacché con lo stesso stato d`animo e la stessa disposizione e la
stessa limitazione nutrirebbe odio verso il padre ed amore nei confronti del
nemico chi non si vendicasse del nemico e non onorasse il padre piú di
Cristo.

Infatti, con il primo discorso (in cui vien detto di amare il proprio
nemico), Cristo vieta di odiarlo e di fargli del male nel secondo, invece
(in cui si dice di odiare il proprio padre), egli raccomanda di guardarsi da
quel falso rispetto nei confronti dei propri cari allorché questi si
mostrino d`impedimento alla salvezza. Nel caso in cui, perciò, qualcuno
avesse un padre od un figlio od un fratello empio e d`ostacolo per la
propria fede e d`impedimento nella prospettiva della vita celeste, non
rimanga unito a lui né condivida i suoi pensieri, ma, a motivo
dell`inimicizia dello spirito, sciolga pure la parentela della carne.

Fingiti una controversia: immagina che tuo padre, standoti a fianco, ti
dica: "Io ti ho dato la vita e ti ho allevato: seguimi e prendi parte
assieme a me a quest`azione ingiusta e non obbedire alla legge di Cristo",
aggiungendo tutte le altre cose che potrebbe dire un uomo blasfemo e morto
spiritualmente. Dalla parte opposta, ascolta, invece, il Salvatore: "Io ti
ho donato la seconda vita, mentre tu avevi ricevuto l`amara vita del mondo
ed eri destinato a morire; io ti ho liberato, ti ho curato, ti ho
riscattato; sarò io a fornirti la vita che non avrà mai fine, la vita
eterna, la vita superiore a quella del mondo; ti mostrerò il volto di quel
buon padre che è Dio. Non chiamare nessuno "padre" su questa terra. I morti
seppelliscano i loro morti, ma tu, invece, vieni dietro a me, giacché io ti
condurrò dove potrai riposare e dove potrai gustare beni ineffabili e
indescrivibili che mai nessun occhio vide né orecchio udí e che mai
entrarono nel cuore degli uomini; beni verso i quali gli angeli stessi
ambiscono di protendersi, onde contemplare quelle meraviglie allestite da
Dio per i suoi santi ed a beneficio di coloro che lo amano. Sono io che ti
nutro e, a mo` di pane, ti offro me stesso: chiunque mi avrà gustato, non
correrà piú il pericolo di morire; giorno per giorno, poi, mi offro a te
come bevanda d`immortalità. Io sono maestro di insegnamenti celesti. Per te
ho lottato con la morte. Sono stato io a scontare, al posto tuo, quella pena
di morte che tu avevi meritato a causa degli antichi peccati e della
disobbedienza a Dio".

Ascoltando, dall`una come dall`altra parte discorsi come questi, decidi per
il tuo bene e scegli il partito della salvezza. Se un fratello, perciò,
ovvero un figlio od una sposa o chiunque altro ti dice qualcosa di simile
alla fine sia Cristo a vincere su di te, al di sopra di tutti: è lui,
infatti, che lotta per te.


(Clemente di Ales., Quis dives, 22 s.)



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#292 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Gio 9 Set 2004 6:26 am
Oggetto: La vera penitenza (Clemente Alessandrino)
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Vera penitenza è non tornare a peccare


Se uno che è fuori dello scoglio della troppa ricchezza o troppa povertà ed è
sul facile sentiero dei beni eterni, tuttavia, dopo la liberazione dal peccato,
ricade e si seppellisce in esso, questo deve essere ritenuto rigettato da Dio.
Chiunque, infatti, si rivolge a Dio con tutto il cuore, gli si aprono le porte,
e il Padre accoglie con tutto l`affetto il figlio veramente pentito. Ma la vera
penitenza consiste nel non ricadere e nello sradicare i peccati riconosciuti
come causa di morte. Se ne levi questi, Dio abiterà di nuovo in te. E` una gioia
immensa e incomparabile in cielo per il Padre e per gli angeli la conversione di
un peccatore (Lc 15,2). Perciò è detto anche: "Voglio misericordia e non
sacrificio. Non voglio la morte del peccatore, ma che si penta. Se i vostri
peccati saranno come la porpora, li farò bianchi come la neve; e se saranno neri
come il carbone li ridurrò come neve" (Os 6,6; Mt 9,13; Ez 18,23; Is 1,18; Lc
5,21). Solo il Signore può perdonare i peccati e non imputare i delitti e ci
comanda di perdonare i fratelli pentiti (Mt 6,14). Che se noi, che siamo
cattivi, sappiamo dare cose buone, quanto piú il Padre della misericordia, quel
Padre di ogni consolazione, pieno di misericordia, avrà lunga pazienza e
aspetterà la nostra conversione? (Lc 11,13). Ma convertirsi dal peccato,
significa finirla col peccato e non tornare indietro.

Dio concede il perdono del passato; il non ricadere dipende da noi. E questo è
pentirsi: aver dolore del passato e pregare il Padre che lo cancelli, poiché lui
solo con la sua misericordia può ritenere non fatto il male che abbiamo fatto e
lavare con la rugiada dello Spirito i peccati passati. E` detto, infatti: "Vi
giudicherò, come vi troverò (In Evang. apocr.)", in modo che se uno ha menato
una vita ottima, ma poi si è rivolto al male, non avrà alcun vantaggio del bene
precedente; invece, chi è vissuto male, se si pente, col buon proposito può
redimere la vita passata. Ma ci vuole una gran diligenza, come una lunga
malattia vuole una dieta piú rigorosa e piú accortezza. Vuoi, o ladro, che il
peccato ti sia perdonato? Finisci di rubare. L`adultero spenga le fiamme della
libidine. Il dissoluto sia casto. Se hai rubato, restituisci un po` di piú di
quanto hai preso. Hai testimoniato il falso? Impara a dir la verità. Se hai
spergiurato, astieniti dai giuramenti, taglia i vizi, l`ira, la cupidigia, la
paura. Forse è difficile portar via a un tratto dei vizi inveterati; ma puoi
conseguirlo per la potenza di Dio, con la preghiera dei fratelli, con una vera
penitenza e assidua meditazione.


(Clemente di Ales., Quis dives, 39 s.)


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#291 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Lun 23 Ago 2004 2:54 pm
Oggetto: L'ignominia della Croce (Lattanzio)
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Parlerò ora del mistero della croce, che nessuno dica: «Se fu necessario che
Cristo subisse la morte, essa non doveva essere così infame e turpe, ma
conservare un po' di dignità». So che molti, aborrendo dal nome stesso della
croce, si allontanano dalla verità; eppure vi è in essa un significato profondo
e una grande potenza: Egli fu mandato per spalancare la via della salvezza agli
uomini più umili; perciò si fece umile per liberarli. Accettò il genere di morte
riservato di solito ai più umili, perché a tutti fosse dato di imitarlo;
inoltre, dovendo poi egli risorgere, non sarebbe stato conveniente spezzargli le
ossa o amputargli parte del corpo, come succede per chi viene decapitato; fu più
opportuna la croce, che preservò il suo corpo con tutte le ossa intatte, per la
risurrezione.
  A ciò si aggiunga che, accettando la passione e la morte, doveva essere
innalzato. E la croce lo innalzò realmente e simbolicamente, perché con la sua
passione a tutti si rivelasse chiara la sua potenza e la sua maestà. Estendendo
sul patibolo le mani, dilatò anche le ali verso Oriente e verso Occidente,
affinché sotto di esse si raccogliessero tutte le genti da ogni parte del mondo
a trovar pace. Quale virtù e quale potere abbia questo segno, appare chiaro
quando per esso ogni schiera di demoni viene cacciata e fugata. Come lui prima
della passione atterriva i demoni con la sua parola e la sua maestà, così ora
nel suo nome e col segno della passione gli stessi spiriti immondi, che già
irruppero nel corpo degli uomini, vengono cacciati e così, tormentati e
torturati, confessano di essere demoni e cedono a Dio che li fustiga.

  Lattanzio, Epitome delle Divine Istituzioni, 51



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#290 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Gio 19 Ago 2004 11:26 am
Oggetto: Fuoco sulla terra (S. Ambrogio)
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"Fuoco sono venuto a portare sulla terra" (Lc 12,49). Non si tratta certo di
fuoco che consuma i buoni, ma del fuoco che suscita la buona volontà, che rende
migliori i vasi d`oro della casa del Signore, consumando il fieno e la paglia
(cf. 1Cor 3,12ss). Questo fuoco divino divora tutte le cose del mondo accumulate
dalla voluttà, brucia le opere emmere della carne, ed è quello stesso che
infiammava le ossa dei profeti, come dice il santo Geremia: "E` divenuto come un
fuoco ardente che infiamma le mie ossa" (Ger 20,9). E` infatti il fuoco del
Signore, a proposito del quale sta scritto: "Un fuoco arderà davanti a lui" (Sal
96,3). Ma il Signore medesimo è fuoco, dato che egli stesso ha detto: "Io sono
il fuoco che brucia e non si consuma" (Es 3,2; 24,17; Dt 4,24; Eb 12,29); il
fuoco del Signore è infatti la luce eterna, ed è a questo fuoco che si accendono
le lucerne delle quali poco prima ha detto: "I vostri fianchi siano cinti e le
lampade accese" (Lc 12,35). La lampada è necessaria, perché i giorni di questa
vita sono come notte. Ammaus e Cleopa testimoniano che il Signore ha messo
questo fuoco anche in loro, quando dicono: "Or non ci ardeva il cuore per via,
mentre ci spiegava le Scritture?" (Lc 24,32). Essi cosí hanno manifestato con
evidenza qual è l`azione di questo fuoco, che illumina l`intimo del cuore. E`
forse proprio per questo che il Signore verrà nel fuoco (cf. Is 66,15-16), per
consumare tutte le colpe al momento della risurrezione, ricolmare con la sua
presenza i desideri di ciascuno, e proiettare la sua luce sui meriti e sui
misteri...

Come potrebbe allora il Signore essere "la nostra pace, egli che di due ne fece
uno?" (Ef 2,14). E com`è che egli stesso dice: "Io vi do la mia pace, vi lascio
la mia pace" (Gv 14,27), se è venuto per separare i padri dai figli, e i figli
dai padri, distruggendo i loro vincoli? Come può essere "maledetto chi non onora
suo padre" (Dt 27,16), e religioso chi lo abbandona?

Ma se noi ci ricordiamo che la religione sta al primo posto e al secondo la
pietà, comprenderemo anche come sia facile questa questione: tu devi infatti
porre l`umano dopo il divino. Se abbiamo doveri d`amore verso i genitori, quanto
maggior dovere non abbiamo per il Padre dei nostri genitori, cui dobbiamo
riconoscenza anche per i nostri stessi genitori? E, se essi non riconoscono il
loro Padre, come potrai tu riconoscerli? Il Signore non dice che si deve
rinunciare ai parenti, ma che si deve anteporre a tutti Dio. Perciò in un altro
libro tu puoi leggere- "Chi ama il padre e la madre piú di me, non è degno di
me" (Mt 10,37). Non ti è vietato di amare i tuoi genitori, ma ti è vietato di
preferirli a Dio: gli affetti naturali sono infatti un beneficio del Signore, e
nessuno deve amare il beneficio piú di Dio stesso che gliel`ha concesso.

Dunque, anche stando al solo significato letterale, a coloro che intendono con
pietà non manca una spiegazione religiosa. Tuttavia stimiamo che c`è da cercare
un significato piú profondo, per quello che egli aggiunge...

Cosí, fino a quando, a causa dell`unione dei vizi, vi era nella stessa casa un
accordo indivisibile e inseparabile, sembrava che non vi fosse alcuna divisione.
Ma quando Cristo portò sulla terra il fuoco, con cui egli consuma le colpe della
carne, e la spada, che significa il dispiegamento della potenza in atto, che
penetra nell`intimo dello spirito e delle midolla (cf. Eb 4,12), allora la carne
e l`anima, rinnovate nel mistero della rigenerazione, dimenticando ciò che erano
e cominciando a essere ciò che non erano, si separano dalla compagnia antica del
vizio, amato sino a quel momento, e spezzano tutti i legami con la loro degenere
posterità. E` cosí che i genitori sono divisi e si pongono contro i figli, in
quanto la nuova temperanza del corpo rinnega l`antica intemperanza, e l`anima
evita ogni legame con la colpa, né resta piú posto per la straniera venuta dal
di fuori, la voluttà.


(Ambrogio, In Luc., 7, 132, 135 s., 145)




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#289 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Sab 14 Ago 2004 8:04 pm
Oggetto: Memoria della santa Traslazione di Maria (Neofito il Recluso)
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Da parte nostra, studiamoci di onorare coi fatti e con le parole la sua
Dormizione veneranda, degna d`onori divini, davvero beata e immacolata. Coi
fatti onoreremo la Tutta pura e intemerata, mediante una vita intemerata e un
comportamento puro; con le parole poi, proclamandole: Ti diciamo beata, noi,
generazioni tutte, o Madre della vita, come tu stessa hai profetizzato. Ti
diranno sempre beata, ma soprattutto oggi, le schiere degli angeli e le folle
dei mortali. Tutto il corso della tua vita si svolse beato e immacolato: in modo
beato, mirabile, per dono di Dio sei stata concepita, generata e nutrita; in
modo beato e ineffabile hai pure concepito il Verbo beato, e dopo aver dato alla
luce l`Inenarrabile al di là di ogni parola ed intendimento, sei rimasta
prodigiosamente Vergine come prima del parto. Giustamente dunque, o Beatissima,
tutte le generazioni ti dicono beata. Poiché dunque fu tutto beato, e
immensamente beato, quanto ti riguardava, ti toccò in sorte una fine ugualmente
beata e veneranda: ricevesti un premio celeste dal tuo Signore, che per grazia
ti era Figlio; per onorare la tua salma si riuní in aria il coro degli apostoli,
mentre scendevano dal cielo, volando, gli eserciti degli angeli insieme al tuo
Figlio e Signore, nelle cui sante mani consegnasti il tuo spirito. Quale mortale
dunque potrebbe degnamente lodare te, che il Dio Verbo glorificò e le potenze
celesti e i cori degli apostoli, ieri, ora e sempre dicono beata, perché Madre
di Dio?
O Sposa beata, intatta, immacolata, divinamente accetta del Padre immortale, o
ricettacolo del divino Paraclito, o Madre del Re della gloria, ricordati di
quanti celebrano la memoria della tua santa traslazione; e in questo giorno
della tua vivificante Dormizione supplicalo - tu che hai confidenza materna -
per tutti noi, perché addormenti, per tua intercessione, o Purissima, le nostre
insonni passioni e risvegli la nostra mente a vigilare sui suoi comandamenti,
affinché - per tua mediazione, cooperazione e grazia - possiamo anche noi aver
parte tra i suoi eletti ed essere trovati degni di inneggiare con loro in modo
degno e per sempre a quel santissimo, uno e trino Splendore: a cui conviene ogni
gloria, onore e adorazione, ora e sempre e per i secoli dei secoli. Amen.

(Neofito il Recluso, Inediti, "Marianum", nn. II-IV, 1974, pp. 293-295)



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#288 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Ven 23 Lu 2004 2:53 pm
Oggetto: Pienezza del Dono (Carlo Carretto)
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La pienezza del dono

Ho tre cose veramente importanti nella mia vita:
il Cosmo, la Bibbia, e l'Eucaristia.
Potrei pregare sotto le stelle che mi rappresentano
il cosmo, potrei pregare davanti alla Bibbia
che è la parola di Dio, ma se posso preferisco
pregare davanti all'Eucaristia che è la presenza
di Colui per cui tutto fu creato e che fu indicato
dalla Bibbia come Salvatore del mondo.
L'Eucaristia mi riassume il Cosmo; l'Eucaristia
mi riassume la Bibbia. Tutti e tre contengono il
divino e tutti sono degni di starmi dinanzi quando
prego, ma la terza è la più grande.
L'Eucaristia è la pienezza del dono, è la perla
nascosta nel mistero della Scrittura, il tesoro nel
campo della parola di Dio, il segreto del Re.
L'Eucaristia è Dio fatto presenza accanto alla
mia pista, pane nella mia bisaccia, amicizia vicino
al mio cuore d'uomo.

CARLO CARRETTO



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#287 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Mer 7 Lu 2004 10:56 am
Oggetto: Guarda Signore la mia miseria. (Tommaso da Kempis)
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"Confesserò contro di me il mio peccato" (Sal 31,5); a te, o Signore, confesserò
la mia debolezza. Spesso basta una cosa da nulla per abbattermi e rattristarmi:
mi propongo di comportarmi da uomo forte, ma, al sopraggiungere di una piccola
tentazione, mi trovo in grande difficoltà. Basta una cosa assolutamente da nulla
perché me ne venga una grave tentazione: mentre, fino a che non l'avverto, mi
sento abbastanza sicuro, poi, a un lieve spirare di vento, mi trovo quasi
sopraffatto. "Guarda dunque, Signore, alla mia miseria" (Sal 14,18) e alla mia
fragilità, che tu ben conosci per ogni suo aspetto; abbi pietà di me; "tirami
fuori dal fango, così che io non vi rimanga confitto" (Sal 68,15), giacendo a
terra per sempre. Quello che mi risospinge indietro e mi fa arrossire dinanzi a
te, è appunto questa mia instabilità e questa mia debolezza nel resistere alle
tentazioni. Che, pur quando ad esse non si acconsenta del tutto, già molto mi
disturba la persecuzione loro; e assai mi affligge vivere continuamente così, in
lotta. La mia debolezza mi appare in modo chiaro dal fatto che proprio i
pensieri che dovrei avere sempre in orrore sono molto più facili a piombare su
di me che ad andarsene. Voglia il Cielo, o potentissimo Dio di Israele, che, nel
tuo grande amore per le anime di coloro che hanno fede in te, tu abbia a
guardare alla fatica e alla sofferenza del tuo servo; che tu l'assista in ogni
cosa a cui si accinge. Fammi forte della divina fortezza, affinché non abbia a
prevalere in me l'uomo vecchio: questa misera carne non ancora pienamente
sottomessa allo spirito, contro la quale bisogna combattere, finché si vive in
questa miserabile vita.
Ahimé!, quale è questa vita, dove non mancano tribolazioni e miserie; dove tutto
è pieno di agguati e di nemici! Ché, se scompare un'afflizione o una tentazione,
una altra ne viene; anzi, mentre ancora dura una lotta, ne sopraggiungono molte
altre, e insospettate. Ora, come si può amare una vita così soggetta a disgrazie
e a miserie? Di più, come si può chiamare vita questa, se da essa procedono
tante morti e calamità? E invece la si ama e molta gente va cercando in essa la
propria gioia. Il mondo viene sovente accusato di essere ingannevole e vano; ma
non per questo viene facilmente abbandonato, perché troppo prevalgono le brame
terrene. Altro è ciò che induce ad amare il mondo; altro è ciò che induce a
condannarlo. Inducono ad amarlo il desiderio dell'uomo carnale, "il desiderio
degli occhi e la superbia della vita" (1 Gv 2,16); inducono invece ad odiarlo e
ad esserne disgustato le pene e le sofferenze che giustamente conseguono a quei
desideri perversi. E tuttavia - tristissima cosa - i piaceri malvagi hanno il
sopravvento in coloro che hanno l'animo rivolto al mondo, e "considerano gioia
lo stare tra le spine" (Gb 30,7); incapaci, come sono, di vedere e di gustare la
soavità di Dio e l'intima bellezza della virtù. Quelli invece che disprezzano
totalmente il mondo, e si sforzano di vivere per Dio in santa disciplina,
conoscono la divina dolcezza, che è stata promessa a chi sa davvero rinunciare;
essi comprendono appieno quanto siano gravi gli errori e gli inganni del mondo.


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#286 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Ven 9 Lu 2004 8:10 pm
Oggetto: LA PREGHIERA (Sac.Bruno Forte)
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La preghiera è anzitutto accoglienza; pregare è lasciarsi amare da Dio, stare
davanti alla gratuità pura del Padre, affinché essa inondi il cuore e la vita
della sua generosità traboccante. Pregare è accogliere il dono, attendendolo
nella pazienza e nella perseveranza del silenzio pieno di meraviglia e di
stupore dell'amore. E' Dio ad agire nella preghiera e l'uomo sta davanti al
mistero in povertà, per lasciarsi amare dall'Eterno. In questo senso, la
preghiera è esperienza notturna di Dio, silenzio, in cui ci si lascia colmare
dal mistero della presenza divina. Ciò richiede che si «perda tempo» per Dio: se
peraltro Dio ha avuto tempo per l'uomo, la risposta dell'uomo è avere tempo per
Dio, lasciarsi amare nella docilità, nella perseveranza, nella fedeltà. Anche la
celebrazione dei sacramenti va vissuta in questa umile docilità, che offre a Dio
il tempo dell'uomo, perché l'Eterno vi prenda dimora. Se tutto viene dal Padre,
tutto però ritorna al Padre: la preghiera  è  atto del riportare tutto a Dio.
La preghiera diventa così il veicolo della nostalgia di Dio che è nel cuore
dell'uomo e nel cuore della storia, e in quanto tale è sacrificio di lode,
azione di grazie, intercessione, nella quale il mondo intero è assunto per
ritrovare se stesso nella sua vera origine. In questo dinamismo della preghiera
si radica per il cristiano l'impegno a favore dell'uomo, la lotta per la
giustizia, la solidarietà con i poveri. Pregando, il credente orienta la sua
vicenda personale, quella degli uomini e della Chiesa verso la Patria,
intravista ma non ancora posse duta, del mistero eterno di Dio. E pregando che
il cristiano impara a vedere tutte le cose nella luce di Dio. Pregare è
ricondurre tutto al cuore del Padre, ed è avere il senso delle cose di Dio, per
cui la lotta per la giustizia e l'impegno per la liberazione dell'uomo si
uniscono alla fame di un'altra giustizia e di un'altra liberazione, proprie
soltanto del Regno di Dio, che deve venire. Chi celebra un sacramento partecipa
profondamente a questo movimento di ritorno al Padre, e unisce a sé tutto il
creato perché venga al l'incontro con Cristo.

Bruno Forte


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#285 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Lun 12 Lu 2004 8:04 am
Oggetto: Marta e Maria (S.Ambrogio)
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Non c`è una sola forma di virtù. Nell`esempio di Marta e di Maria ci viene
mostrata nelle opere della prima, la devozione attiva, e in quelle della seconda
la religiosa attenzione dell`anima alla Parola di Dio: se questa attenzione è
conforme alla fede, essa passa avanti alle stesse opere, secondo quanto sta
scritto: "Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta" (Lc
10,42).

Cerchiamo quindi di avere anche noi ciò che non ci può essere tolto, porgendo
alla parola del Signore una diligente attenzione, non distratta: capita anche ai
semi della parola celeste di essere portati via, se sono seminati lungo la
strada.

Stimoli anche te, come Maria, il desiderio di sapere: è questa la piú grande,
piú perfetta opera. Che la cura del ministero non distragga dalla conoscenza
della parola celeste. E non rimproverare né giudicare oziosi coloro che si
dedicano alla ricerca della sapienza. Salomone il pacifico infatti ha cercato di
coabitare con la sapienza.

Marta non è certo rimproverata per i suoi buoni servigi; ma Maria ha la
preferenza, perché ha scelto per sé la parte migliore. Gesú dispone infatti di
molti beni, e molti ne elargisce: e cosí la piú sapiente delle due donne ha
scelto ciò che ha riconosciuto principale.

Del resto, gli apostoli non giudicarono miglior cosa abbandonare la Parola di
Dio per servire alla mensa (cf. At 6,2) ma erano opera di sapienza ambedue le
cose, tanto che fu Stefano, ricolmo di sapienza, a essere scelto come ministro
(cf. At 6,5). Ed ecco, è necessario che colui che serve obbedisca a colui che
insegna, e questi esorti e rianimi il ministro.

Uno è infatti il corpo della Chiesa, anche se diverse sono le membra: ciascuno
ha bisogno dell`altro. "L`occhio non può dire alla mano: non desidero l`opera
tua, né può dire cosí il capo ai piedi" (1Cor 12,12ss), né l`orecchio può negare
di far parte del corpo. Anche se tra le membra alcune sono piú importanti,
tuttavia le altre sono necessarie.

La sapienza risiede nel capo, l`attività nelle mani: infatti gli occhi del
sapiente sono nel suo capo, perché veramente sapiente è colui il cui spirito è
in Cristo e il cui occhio interiore si innalza verso l`alto. Perciò "l`occhio
del sapiente è nel suo capo" (Qo 2,14), quello dello stolto nel suo calcagno.


(Ambrogio, In Luc., 7, 85-86)



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