Oggi, come avete sentito, fratelli, Nostro Signore Gesú Cristo è salito in
cielo: salga con lui anche il nostro cuore. Ascoltiamo l`Apostolo che dice: Se
dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassú, dove si trova Cristo
assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassú, non a quelle della terra
(Col 3,1-2). Infatti, come egli è salito [in cielo] e non si è allontanato da
noi, cosí anche noi siamo già lassú con lui, sebbene nel nostro corpo non sia
ancora accaduto ciò che ci viene promesso. Egli ormai è stato innalzato sopra i
cieli. In verità, non dobbiamo disperare di raggiungere la perfetta ed angelica
dimora celeste, per il fatto che egli ha detto: Eppure nessuno è mai salito al
cielo, fuorché il Figlio dell`uomo che è disceso dal cielo (Gv 3,13). Ma ciò è
stato detto perché siamo uniti a lui: egli è infatti il nostro capo e noi il suo
corpo. Se, quindi, egli sale in cielo, noi non ci separiamo da lui. Colui che è
disceso dal cielo non ci nega il cielo; ma in un certo modo ci dice: "Siate le
mie membra, se volete salire in cielo". Dunque fortifichiamoci intanto in ciò
che piú desideriamo vivamente. Meditiamo in terra ciò che ci aspettiamo [di
trovare] nei cieli. Allora ci spoglieremo della carne mortale, ora spogliamoci
dell`uomo vecchio. Un corpo leggero si alzerà nell`alto dei cieli, se il peso
dei peccati non opprimerà lo spirito.
(Agostino, Sermo 263, 2)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
.
Quanto debole e pauroso, prima della venuta dello Spirito, fosse questo pastore
della Chiesa [Pietro], presso il cui corpo santissimo ora ci troviamo, ce lo
dice quella serva che custodiva la porta. Turbato alla voce di una donna, per
paura di morire, rinnegò la vita (cf.Gv 18,17). E Pietro rinnegò, stando a
terra, quando il ladrone diede la sua testimonianza stando sulla croce (cf.Lc
23,41.42). Ma ascoltiamo come diventò quest`uomo cosí pauroso, dopo la venuta
dello Spirito. Si raduna il consiglio dei magistrati e degli anziani, e agli
apostoli, dopo che sono stati flagellati, viene ingiunto di non predicare piú
nel nome di Gesú. Pietro risponde con grande autorità: "Bisogna obbedire a Dio
piuttosto che agli uomini" (At 5,29). E ancora: "Se sia giusto innanzi a Dio
obbedire a voi piú che a lui giudicatelo voi stessi; noi non possiamo tacere
quello che abbiamo visto e ascoltato (At 4,19-20). Ma essi se ne andarono dalla
presenza del sinedrio lieti di essere stati giudicati degni di patire oltraggi
per il nome di Gesú" (At 5,41). Ecco, quel Pietro che prima temeva davanti a una
parola, ora gode sotto le percosse. E colui che aveva avuto paura della voce di
una serva, dopo la venuta dello Spirito Santo, pur flagellato umilia la potenza
dei principi. Piace alzare gli occhi della fede sulla virtù di questo Artista e
considerare qua e là i padri del Vecchio e del Nuovo Testamento. Ecco che,
aperti questi stessi occhi della fede, io osservo David, Amos, Daniele, Pietro,
Paolo, Matteo, e voglio considerare quale Artista sia questo Spirito Santo, ma
mentre sono intento a ciò sento che non riesco. Infatti [questo Artista] riempie
un fanciullo che suonava la cetra e lo fa diventare il Salmista (cf.1Sam 16,18),
riempie un pastore d`armenti che sbucciava fichi selvatici, e ne fa un profeta
(cf.Am 7,14); riempie un fanciullo dedito all`astinenza, e ne fa un giudice di
vecchi (cf.Dn 13,46s); riempie un pescatore, e ne fa un predicatore (cf.Mt
4,19); riempie un persecutore, e ne fa il Dottore delle genti (cf.At 9,1s);
riempie un pubblicano, e ne fa un evangelista (cf. Lc 5,27-28). Quale Artista è
questo Spirito! Tutto ciò che vuole avviene senza indugio. Appena tocca la
mente, insegna, e il suo solo tocco è già insegnare. Appena illumina l`animo
umano, lo cambia; subito gli fa rinnegare ciò che era, subito lo rende ciò che
non era.
(Gregorio Magno, Hom. 30, 8)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Il Signore, nel passo del Vangelo che ci è stato letto oggi, parlando del suo
gregge e della porta per cui si entra nell`ovile, suggerisce un paragone, per
dimostrare la inutilità delle cose che fanno costoro, in quanto essi non sanno
per qual fine le compiono. Dicano pure i pagani: Noi viviamo rettamente. Se non
entrano per la porta, a che giova loro gloriarsene? Vivere rettamente deve
assicurare a ciascuno il dono di vivere per sempre: e a chi non è dato di vivere
per sempre, a che giova vivere rettamente? Costoro non possono neppure affermare
di vivere nel bene, se per cecità non conoscono il fine che deve avere una vita
onesta, oppure per orgoglio lo disprezzano. E nessuno può avere speranza vera e
certa di vivere in eterno, se non riconosce che Cristo è la vita, e non entra
per la porta nell`ovile...
Avete capito fratelli la profondità di tale qucstione. Io dico: "Il Signore
conosce i suoi" (2Tm 2,19). Li conosce nella sua prescienza, conosce i
predestinati. E` di Dio che l`Apostolo dice: "Quelli che ha distinti nella sua
prescienza, li ha anche predestinati a essere conformi all`immagine del Figlio
suo, affnché egli sia il primogenito tra molti fratelli. Coloro poi che ha
predestinati, li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati, li ha anche
giustificati; e quelli che ha giustificati li ha anche glorificati. Se Dio è per
noi, chi sarà contro di noi?" (Rm 8,29-31). E aggiunge anche: "Lui che neppure
risparmiò il suo Figlio, ma lo diede per tutti noi, come non ci accorderà ogni
altra cosa insieme con lui?" (Rm 8,32).
Di chi parla dicendo: noi? Parla di quelli che Dio ha conosciuti nella sua
prescienza, dei predestinati, dei giustificati, dei glorificati, e di questi
ancora dice: "Chi accuserà gli eletti di Dio?" (Rm 8,33). Dunque "il Signore
conosce i suoi": essi sono pecore. Qualche volta neppure essi sanno di esserlo,
ma lo sa il pastore, in forza di questa predestinazione, in forza della
prescienza di Dio, della scelta fatta tra le pecore prima della creazione del
mondo, secondo quanto ancora dice l`Apostolo: "come in lui prima della
fondazione del mondo ci ha eletti" (Ef 1,4). Secondo questa prescienza e
predestinazione di Dio, quante pecore fuori e quanti lupi dentro l`ovile! Cosí
come ci sono pecore dentro e lupi fuori. Cosa vuol dire che ci sono molte pecore
fuori? Vuol dire che molti, che ora sono preda della lussuria, saranno casti;
molti, che ora bestemmiano Cristo, crederanno in Cristo; molti, che si
ubriacano, saranno sobri; molti, che oggi rubano i beni altrui, doneranno i
propri! Ma, purtuttavia, ora ascoltano la voce estranea, e la seguono.
Ugualmente, molti che oggi dentro l`ovile levano lodi al Signore, lo
bestemmieranno, sono casti e saranno fornicatori, sono sobri, e poi affogheranno
nel vino, stanno in piedi e cadranno!...
Ma che diremo del mercenario? Egli non è certo considerato tra i buoni: "Il buon
pastore dà la sua anima per le pecore. Il mercenario, che non è il pastore, e
che non è proprietario delle pecore, vede venire il lupo e abbandona le pecore e
fugge; e il lupo rapisce e disperde le pecore" (Gv 10,11-12).
Il mercenario non fa qui la figura dell`uomo dabbene, ma tuttavia a qualcosa è
utile: non si chiamerebbe mercenario se non ricevesse una mercede da chi lo ha
assunto. Chi è dunque questo mercenario, che è insieme colpevole e utile? Che il
Signore, fratelli, ci illumini, in modo che noi si intenda chi è questo
mercenario, e non si divenga a nostra volta mercenari. Chi è dunque il
mercenario? Vi sono alcuni nella Chiesa che sono preposti in autorità, e di cui
l`apostolo Paolo dice: "Cercano gli interessi loro e non quelli di Cristo" (Fil
2,21). Che vuol dire: "cercano i loro interessi"? Vuol dire che il loro amore
per Cristo non è disinteressato, non cercano Dio per Dio; cercano vantaggi e
comodità temporali, sono avidi di denaro, desiderano gli onori terreni. Costoro
che amano queste cose e per esse servono Dio, sono dei mercenari; non si tengano
in conto di figli. Di essi il Signore dice: "In verità, vi dico che essi hanno
già ricevuto la loro ricompensa" (Mt 6,5)...
Ascoltate ora perché anche i mercenari sono necessari.
Molti sono coloro che nella Chiesa cercano vantaggi materiali, e tuttavia
annunziano Cristo e per loro mezzo la voce di Cristo si fa sentire. Li seguono
le pecore, che sentono non la voce del mercenario, ma per mezzo di questa la
voce del pastore. Ascoltate cosa dice lo stesso Signore di costoro: "Gli scribi
e i farisei sono seduti sulla cattedra di Mosè: fate ciò che dicono, ma non fate
ciò che fanno" (Mt 23,2). In altre parole, egli dice: Ascoltate la voce del
pastore per mezzo del mercenario. Sedendo sulla cattedra di Mosè, insegnano la
legge di Dio; quindi per loro mezzo Dio insegna. Ma se essi vogliono insegnare
le loro idee e non la Legge, non ascoltateli e non imitateli. Certamente costoro
cercano i loro interessi, e non quelli di Gesú Cristo; tuttavia nessun
mercenario ha mai osato dire al popolo di Cristo: occupati dei tuoi interessi e
non di quelli del Signore. Quanto egli fa di male, non lo annunzia dalla
cattedra di Cristo; il male che fa è nocivo certamente, ma non lo è il bene che
dice. Cogli l`uva, ma stai attento alle spine.
(Agostino, In Ioan. 45, 2.12; 46, 5 s.)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
< Dio Padre del Signore nostro Gesù Cristo, padre delle misericordie e Dio di
ogni consolazione, effondi ora la potenza che viene da te, potenza dello Spirito
sovrano che per mezzo del Tuo Figlio diletto, Gesù Cristo, hai donato ai santi
apostoli, i quali, in sostituzione del Tempio, edificarono la Tua Chiesa perchè
glorifichi e canti in eterno il Tuo Santo Nome.
O Tu che conosci i cuori di tutti, effondi su questo tuo servo che hai scelto
per il santo episcopato, il dono di esercitare in modo irreprensibile il tuo
sommo Sacerdozio servendo soltanto Te giorno e notte; fa che possa
ininterrottamente rendere propizio il Tuo santo Volto ed offrirti le oblazioni
della Tua santa Chiesa; fa che, in base allo Spirito del Sommo Sacerdozio, abbia
il potere di rimettere i peccati secondo il Tuo comandamento, di distribuire gli
uffici secondo il Tuo santo precetto e di sciolgliere ogni nodo secondo il
potere che Tu hai dato agli Apostoli e ai suoi successori, e che possa piacere a
Te per la dolcezza, la mitezza, la purezza del cuore, offrendoti un profumo
soave per mezzo del Figlio Tuo Gesù Cristo Signore nostro, attraverso il quale
Tu Padre hai la gloria, la potenza e l'onore, insieme allo Spirito Santo, ora e
per sempre, nei secoli dei secoli, Amen! >
(dal libro - La tradition apostolique, di Ippolito Romano)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Ecco, noi stiamo celebrando le feste pasquali; ma dobbiamo vivere in modo tale
da meritare di giungere alla festa eterna. Passano tutte le feste che si
celebrano nel tempo. Cercate, voi che siete presenti a queste solennità, di non
essere esclusi dalla solennità eterna. Cosa giova partecipare alle feste degli
uomini, se poi si è costretti ad essere assenti dalle feste degli angeli? La
presente solennità è solo un`ombra di quella futura. Noi celebriamo questa una
volta l`anno per giungere a quella che non è d`una volta l`anno, ma perpetua.
Quando, al tempo stabilito, noi celebriamo questa, la nostra memoria si
risveglia al desiderio dell`altra. Con la partecipazione, dunque, alle gioie
temporali, l`anima si scaldi e si accenda verso le gioie eterne, affinché goda
in patria quella vera letizia che, nel cammino terreno, considera nell`ombra del
gaudio. Perciò, fratelli, riordinate la vostra vita e i vostri costumi. Pensate
come verrà severo, al giudizio, colui che mite risuscitò da morte. Certamente
nel terribile giorno dell`esame finale egli apparirà con gli angeli, gli
arcangeli, i troni, le dominazioni, i principati e le potestà, allorché i cieli
e la terra andranno in fiamme e tutti gli elementi saranno sconvolti dal terrore
in ossequio a lui. Abbiate davanti agli occhi questo giudice cosí tremendo;
temete questo giudice che sta per venire, affinché, quando giungerà, lo possiate
guardare non tremanti ma sicuri. Egli infatti dev`essere temuto per non
suscitare paura. Il terrore che ispira ci eserciti nelle buone opere, il timore
di lui freni la nostra vita dall`iniquità. Credetemi, fratelli: piú ci affannerà
ora la vista delle nostre colpe, piú saremo sicuri un giorno alla sua presenza.
Certamente, se qualcuno di voi dovesse comparire in giudizio dinanzi a me domani
insieme al suo avversario, passerebbe tutta la notte insonne, pensando con animo
inquieto a cosa gli potrebbe essere detto, a come controbattere, verrebbe
assalito da un forte timore di trovarmi severo, avrebbe paura di apparirmi
colpevole. Ma chi sono io? o cosa sono io? Io, tra non molto, dopo essere stato
un uomo, diventerò un verme, e dopo ancora, polvere. Se dunque con tanta ansia
si teme il giudizio della polvere, con quale attenzione si dovrà pensare, e con
quale timore si dovrà prevedere il giudizio di una cosí grande maestà?
(Gregorio Magno, Hom. 26, 10-11)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
. La gioia di Gesú nel servire
Nostro Signore guidò i Dodici e li condusse a casa per lavar loro i piedi (cf.
Gv 13,5ss; 14ss). Assegnò loro i posti come erede, poi si levò per servir loro
da amico. Versò la benefica acqua e portò il catino, prese il panno e se lo
cinse ai fianchi.
...Io vidi come pieno di gioia lavò quelli e con volto sereno li serviva.
Afferrò i loro piedi, senza che si scottassero e vi versò acqua senza che
andassero in fiamme. Li pulì dalle tracce della fatica e della stanchezza e li
rafforzò a camminare sulla strada. A tutti andò egli davanti cosí amabilmente,
alla stessa maniera senza fare distinzione. Cosí andò anche da Giuda e ne prese
i piedi. Allora la terra si lamentò senza bocca; le pietre nei muri elevarono la
loro voce allorquando videro come il fuoco lo risparmiava. Chinai il capo a
terra e le mie orecchie udirono voci di pianto che annunciarono ciò. E cosí
anche questo discorso costernato fu emesso dalla bocca dei loro agnelli:
"Su che cosa dobbiamo meravigliarci e verso chi guardare? Poiché verso i due
lati si leva il nostro stupore. Dobbiamo osservare colui che siede qui, col
cuore pieno di morte e di inganno senza lasciarsi impressionare oppure l`altro
che pieno di misericordia lava i piedi al suo assassino?". Formidabile stupore
provocò quando la mano di Nostro Signore toccò il suo assassino. Egli non scoprì
la malvagità di costui, anzi coprí il suo delitto e lo trattò proprio come gli
altri.
Allora andò verso Simone; ma il cuore di costui si inquietò, egli si alzò
davanti a lui e l`implorò: "Gli angeli in cielo coprono i loro piedi per timore,
desiderano bruciarsi (Is 6,2), e tu? o mio Signore, sei venuto per prendere i
piedi di Simone con la tua mano e servirmi! Tutto questo, la tua umiltà e il tuo
amore, hai tu verso di noi già da lungo tempo dimostrato, tramite ciò ci hai tu
già onorato; cosí non metterci adesso di nuovo in imbarazzo! I Serafini non
osano toccare l`orlo [del tuo vestito], e guarda, tu lavi i piedi di un uomo
miserabile! Tu, o Signore, vuoi lavare i miei piedi! Chi potrebbe udire ciò
senza divenire sgomento? Tu, o Signore, vuoi lavare i miei piedi! Come potrebbe
sopportare ciò la terra? La notizia di questa tua azione farebbe stupire
l`intera creazione; questa notizia, che una tal cosa succede sulla terra,
turberebbe le schiere degli spiriti celesti. Fermati o Signore, affinché ciò mi
resti risparmiato; per questo ti imploro, poiché io sono un uomo peccatore!
Secondo il tuo comando ho camminato sul mare, e secondo il tuo ordine ho
camminato sulle onde (cf. Mt 14,29). E questa prima cosa non è già abbastanza
per me, ma un`altra cosa ancor piú grande vuoi tu ingiungermi! O Signore, ciò
non può accadere, perché già la semplice notizia di ciò scuote la creazione! O
Signore, ciò non può accadere, giacché questo peso sarebbe piú pesante di quanto
può essere pesato!".
"Se ciò non può accadere, allora tu non avrai alcuna parte con me al trono. Se
ciò non può accadere, allora restituiscimi le chiavi che ti ho affidato. Se ciò
non può accadere, allora anche la tua signoria sarà tolta da te (cf. Mt 16,19).
Se ciò, come tu dici, non può accadere, allora non potrai neppure provare
nessuna partecipazione al mio corpo". Allora Simone cominciò ad implorare e a
dire al Benigno: "O Signore, non lavarmi solamente i piedi, ma anche le mani e
il capo!". "Simone, Simone, esiste soltanto un bagno per l`intero corpo
nell`acqua santa!". Terminò l`operazione della lavanda e ordinò loro per amore:
"Guardate, miei discepoli, come io vi ho servito e quale opera vi ho prescritto!
Guardate, io vi ho lavato e pulito; allora affrettatevi felici in chiesa,
varcate le sue porte quali eredi! Camminate senza paura sopra i demoni e senza
spaventarvi sulla testa del serpente! Andate senza timore del vostro cammino e
annunciate la mia parola nelle città! Seminate il Vangelo nei Paesi e innestate
l`amore nei cuori degli uomini! Annunciate il mio Vangelo davanti ai re e
testimoniate la mia fede davanti ai giudici! Vedete, io che sono il vostro Dio,
mi sono abbassato e vi ho servito affinché io vi preparassi una perfetta Pasqua
e si rallegrasse la faccia di tutto il mondo".
(Cirillo, Inno sulla lavanda dei piedi)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
"I fanciulli gridavano e dicevano: Osanna al figlio di David. La cosa spiacque
ai sommi sacerdoti e agli scribi, e gli dissero: Non senti ciò che dicono?" (Mt
21,15-16). Visto che le lodi non ti sono gradite, falli tacere. Alla sua morte
come alla sua nascita, i fanciulli prendono parte alla corona dei suoi dolori.
Incontrandolo, Giovanni, ancora "bambino, ha esultato nel seno" (Lc 1,41) di sua
madre, e dei bambini furono messi a morte alla sua nascita, e divennero come il
vino del suo banchetto nuziale. Furono dei fanciulli a proclamare le sue lodi
quando giunse il tempo della sua morte. Alla sua nascita, "Gerusalemme si turbò"
(Mt 2,3), e lo fu ancora e "temette" (Mt 21,10), il giorno in cui egli vi entrò.
"La cosa spiacque agli scribi e gli dissero: Fermali! Egli rispose loro: "Se
essi tacciono grideranno le pietre"" (Lc 19,39-40). Per cui, essi hanno
preferito far gridare i fanciulli, piuttosto che le pietre, poichè al clamore
delle creature gli spiriti ciechi avrebbero potuto comprendere. Il clamore delle
pietre era riservato al tempo della sua crocifissione (cf. Mt 27,51-52);
infatti, allora, rimasti muti coloro che erano dotati di parola, furono le cose
mute che proclamarono la sua grandezza.
(Efrem, Diatessaron, 18, 2)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Il Signore disse dunque ai suoi discepoli, come avete udito carissimi, nella
presente lettura: "Lazzaro, l`amico nostro, dorme ma io vado a risvegliarlo" (Gv
11,11). Il Signore disse bene. "Lazzaro, l`amico nostro, dorme," perché in
realtà egli stava per risuscitarlo da morte come da un sonno. Ma i discepoli,
ignorando il significato delle parole del Signore, gli dicono: "Signore, se
dorme, guarirà" (Gv 11,12). Allora in risposta "disse loro chiaro: Lazzaro è
morto, ma sono contento per voi di non essere stato là affinché crediate" (Gv
11,14-15). Se il Signore qui afferma di rallegrarsi per la morte di Lazzaro in
vista dei suoi discepoli, come si spiega che in seguito pianse sulla morte di
Lazzaro? (cf.Gv 11,35). Occorre, al riguardo, badare al motivo della sua
contentezza e delle sue lacrime. Il Signore si rallegrava per i discepoli,
piangeva per i Giudei. Si rallegrava per i discepoli, perché con la risurrezione
di Lazzaro egli sapeva di confermare la loro fede nel Cristo; ma piangeva per
l`incredulità dei Giudei, perché neppure di fronte a Lazzaro risorto avrebbero
creduto a Cristo Signore. O forse il Signore pianse per cancellare con le sue
lacrime i peccati del mondo. Se le lacrime versate da Pietro poterono lavare i
suoi peccati, perché non credere che i peccati del mondo siano stati cancellati
dalle lacrime del Signore? In effetti, dopo il pianto del Signore, molti fra il
popolo dei Giudei credettero. La tenerezza della bontà del Signore vinse in
parte l`incredulità dei Giudei e le lacrime da lui teneramente versate
addolcirono i loro cuori ostili. E forse per questo la presente lettura ci
riferisce l`uno e l`altro sentimento del Signore, cioè la sua gioia e il suo
pianto, perché "chi semina nelle lacrime", com`è scritto, "mieterà nella gioia"
(Sal 125,5). Le lacrime del Signore sono dunque la gioia del mondo: infatti per
questo egli versò lacrime, perché noi meritassimo la gioia. Ma ritorniamo al
tema. Disse dunque ai suoi discepoli: "Lazzaro, l`amico nostro, è morto; ma io
sono contento per voi di non essere stato là, affinché crediate". Rileviamo
anche qui un mistero: come il Signore può dire di non essere stato là [dove
Lazzaro era morto]? Infatti quando dice chiaramente: "Lazzaro è morto" dimostra
all`evidenza di essere stato lí presente. Né il Signore avrebbe potuto parlare
cosí, dal momento che nessuno l`aveva informato, se non fosse stato lí presente.
Come il Signore poteva non essere presente nel luogo dove Lazzaro era morto, lui
che abbraccia con la sua divina maestà ogni regione del mondo? Ma anche qui il
Signore e Salvatore nostro manifesta il mistero della sua umanità e della sua
divinità. Egli non si trovava lí con la sua umanità, ma era lí con la sua
divinità, perché Dio è in ogni luogo.
Quando il Signore giunse da Maria e da Marta, sorelle di Lazzaro, alla vista
della folla dei Giudei, chiese: "Dove l`avete messo?" (Gv 11,34). Forse che il
Signore poteva ignorare dove era stato posto Lazzaro, lui che, sebbene assente,
aveva preannunciato la morte di Lazzaro e che con la maestà del suo essere
divino è presente dappertutto? Ma il Signore, cosí facendo, si attenne a
un`antica sua consuetudine. Infatti, allo stesso modo chiese ad Adamo: "Adamo,
dove sei?" (Gen 3,9). Egli interrogò Adamo non perché ignorava dove si trovasse,
ma perché Adamo confessasse il suo peccato con le proprie labbra e potesse cosí
meritarne il perdono. Interrogò anche Caino: "Dov`è tuo fratello Abele"? ed egli
rispose: "Non so" (Gen 4,9). Dio non interrogò Caino quasi che non sapesse dove
si trovava Abele, ma per potergli imputare, sulla base della sua risposta
negativa il delitto commesso contro il fratello. Di fatto Adamo ebbe il perdono
perché confessò il peccato commesso al Signore che lo interrogava; Caino invece
fu condannato alla pena eterna, perché negò il suo delitto. Cosí anche nel
nostro caso, quando il Signore chiede: "Dove l`avete messo?" non pone la domanda
quasi che ignori dove sia stato sepolto Lazzaro, ma perché la folla dei Giudei
lo segua fino al suo sepolcro e, constatando nella risurrezione di Lazzaro la
divina potenza di Cristo, essi divengano testimoni contro sé stessi qualora non
credano a un miracolo cosí grande. Infatti il Signore aveva loro detto in
precedenza: "Se non credete a me, credete almeno alle mie opere e sappiate che
il Padre è in me e io sono in lui" (Gv 10,38). Quando poi giunse presso il
sepolcro, disse ai Giudei che stavano intorno: "Levate via la pietra" (Gv
11,39). Che dobbiamo dire? Forse che il Signore non poteva rimuovere la pietra
dal sepolcro con un semplice comando, lui che, con la sua potenza, ha rimosso le
sbarre degli inferi? Ma il Signore ha ordinato agli uomini di fare ciò che era
nelle loro possibilità; ciò che invece appartiene alla virtù divina, lo ha
manifestato con la propria potenza. Infatti rimuovere la pietra dal sepolcro è
possibile alle forze umane, ma richiamare un`anima dagli inferi è solo in potere
di Dio. Ma, se l`avesse voluto, avrebbe potuto rimuovere facilmente la pietra
dal sepolcro con una sola parola chi con la sua parola creò il mondo.
Quand`ebbero dunque rimosso la pietra dal sepolcro, il Signore disse a gran
voce: "Lazzaro, vieni fuori", dimostrando cosí di essere colui del quale era
stato scritto: "La voce del Signore è potente, la voce del Signore è maestosa"
(Sal 28,4), e ancora: "Ecco che darà una voce forte alla sua potenza" (Sal
67,34). Questa voce che ha subito richiamato Lazzaro dalla morte alla vita è
veramente una voce potente e maestosa, e l`anima fu restituita al corpo di
Lazzaro prima che il Signore avesse fatto uscire il suono della sua voce.
Sebbene il corpo fosse in un luogo e l`anima in un altro, tuttavia questa voce
del Signore restituí subito l`anima al corpo e il corpo obbedí all`anima. La
morte infatti fu rimossa alla voce di una cosí grande potenza. E nulla di
strano, certamente, che Lazzaro sia potuto risorgere per una sola parola del
Signore, quando ha dichiarato egli stesso nel Vangelo che quanti sono nei
sepolcri risorgeranno alla sola e unica parola, dicendo: "Viene l`ora in cui i
morti ascolteranno la voce del Figlio di Dio e risorgeranno" (Gv 5,25). Senza
dubbio, all`udire la parola del Signore, la morte avrebbe potuto allora lasciar
liberi tutti i morti, se non avesse capito che era stato chiamato soltanto
Lazzaro. Dunque, quando il Signore disse: "Lazzaro, vieni fuori, subito egli
uscí legato piedi e mani e la faccia ravvolta in un sudario" (Gv 11,44). Che
diremo qui ancora? Forse che il Signore non poteva spezzare le bende nelle quali
Lazzaro era stato sepolto, lui che aveva spezzato i legami della morte? Ma qui
il Signore e Salvatore nostro manifesta nella risurrezione di Lazzaro la duplice
potenza della sua operazione per tentare d`infondere almeno cosí la fede nei
Giudei increduli. Infatti non desta minor meraviglia veder Lazzaro poter
camminare a piedi legati che vederlo risuscitare dai morti...
(Cromazio di Aquileia, Sermo 27, 1-4)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Poichè essi avevano bestemmiato a proposito delle sue parole: "Prima che Abramo
fosse, io ero" (Gv 8,58), Gesú andò verso l`incontro con un uomo, cieco fin
dalla nascita: "E i suoi discepoli lo interrogarono: Chi ha peccato, lui o i
suoi genitori? Egli disse loro: Né lui, né i suoi genitori, ma è perché Dio sia
glorihca!o. E` necessario che io compia le opere di colui che mi ha mandato,
finché è giorno" (Gv 9,2-4), fintanto che sono con voi. "Sopraggiunge la notte"
(Gv 9,4), e il Figlio sarà esaltato, e voi che siete la luce del mondo,
scomparirete e non vi saranno piú miracoli a causa dell`incredulità. "Ciò
dicendo, sputò per terra, formò del fango con la saliva, e fece degli occhi con
il suo fango" (Gv 9,6), e la luce scaturí dalla terra, come al principio, quando
l`ombra del cielo, "la tenebra, era estesa su tutto" ed egli comandò alla luce e
quella nacque dalle tenebre (cf.Gen 1,2-3). Cosí "egli formò del fango con la
saliva", e guarí il difetto che esisteva dalla nascita, per mostrare che lui, la
cui mano completava ciò che mancava alla natura, era proprio colui la cui mano
aveva modellato la creazione al principio. E siccome rifiutavano di crederlo
anteriore ad Abramo, egli provò loro con quest`opera che era il Figlio di colui
che, con la sua mano, "formò" il primo "Adamo con la terra" (Gen 2,7): in
effetti, egli guarí la tara del cieco con i gesti del proprio corpo.
Fece ciò inoltre per confondere coloro che dicono che l`uomo è fatto di quattro
elementi, poiché rifece le membra carenti con terra e saliva, fece ciò a utilità
di coloro che cercavano i miracoli per credere: "I Giudei cercano i miracoli"
(1Cor 1,22). Non fu la píscina di Siloe che aprí gli occhi del cieco (cf.Gv
9,7.11), come non furono le acque del Giordano che purificarono Naaman; è il
comando del Signore che compie tutto. Ben piú, non è l`acqua del nostro
Battesimo, ma i nomi che si pronunciano su di essa, che ci purificano. "Unse i
suoi occhi con il fango" (Gv 9,6), perché i Giudei ripulissero l`accecamento del
loro cuore. Quando il cieco se ne andò tra la folla e chiese: "Dov`è Siloe?", si
vide il fango cosparso sui suoi occhi. Le persone lo interrogarono, egli le
informò, ed esse lo seguirono, per vedere se i suoi occhi si fossero aperti.
Coloro che vedevano la luce materiale erano guidati da un cieco che vedeva la
luce dello spirito, e, nella sua notte, il cieco era guidato da coloro che
vedevano esteriormente, ma che erano spiritualmente ciechi. Il cieco lavò il
fango dai suoi occhi, e vide se stesso; gli altri lavarono la cecità del loro
cuore ed esaminarono sé stessi. Nostro Signore apriva segretamente gli occhi di
molti altri ciechi. Quel cieco fu una bella e inattesa fortuna per Nostro
Signore; per suo tramite, acquistò numerosi ciechi, che egli guarí dalla cecità
del cuore.
In quelle poche parole del Signore si celavano mirabili tesori, e, in quella
guarigione era delineato un simbolo: Gesú figlio del Creatore. "Va`, lavati il
viso" (Gv 9,7), per evitare che qualcuno consideri quella guarigione piú come un
stratagemma che come un miracolo, egli lo mandò a lavarsi. Disse ciò per
mostrare che il cieco non dubitava del potere di guarigione del Signore, e
perché, camminando e parlando, pubblicizzasse l`evento e mostrasse la sua fede.
La saliva del Signore serví da chiave agli occhi chiusi, e guarí l`occhio e la
pupilla con le acque, con le acque formò il fango e riparò il difetto. Agí cosí,
affinché, allorché gli avrebbero sputato in faccia, gli occhi dei ciechi, aperti
dalla sua saliva, avessero reso testimonianza contro di essi. Ma essi non
compresero il rimprovero che egli volle fare a proposito degli occhi guariti dei
ciechi: "Perché coloro che vedono diventino ciechi" (Mt 26,27); diceva questo
dei ciechi perché lo vedano corporalmente, e di quelli che vedono perché i loro
cuori non lo conoscano. Egli ha formato il fango durante il sabato (cf. Gv
9,14). Omisero il fatto della guarigione e gli rimproverarono di aver formato
del fango. Lo stesso dissero a colui "che era malato da trentotto anni: Chi ti
ha detto di portare il tuo lettuccio?" (Gv 5,5.12), e non: Chi ti ha guarito?
Qui, analogamente: "Ha fatto del fango durante il sabato". E cosí, anzi per
molto meno, non si ingelosirono di lui e non lo rinnegarono, quando guarí un
idropico, con una sola parola, in giorno di sabato? (cf. Lc 14,1-6). Cosa gli
fece dunque guarendolo? Egli fu purificato e guarito con la sola parola. Quindi,
secondo le loro teorie, chiunque parla viola il sabato; ma allora - si dirà -
chi ha maggiormente violato il sabato, il nostro Salvatore che guarisce, o
coloro che ne parlano con gelosia?
(Efrem, Diatessaron, 16, 28-32)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
La Samaritana, immagine della Chiesa
Cosa insegna dunque la Bibbia? Cristo, essa ci dice, dal quale sgorga una
sorgente di vita per gli uomini, affaticato dal viaggio, stava seduto (cf. Gv
4,5-6) presso una fonte di Samaria, ed era l`ora del caldo: era infatti circa
l`ora sesta, dice la Scrittura, nel mezzo del giorno, quando il Messia venne ad
illuminare coloro che erano nella notte. La sorgente raggiunse la sorgente per
lavare, non per bere; la fontana d`immortalità è là accanto al ruscello della
miserabile, come spogliata; egli è stanco di camminare, lui che, senza fatica,
ha percorso il mare a piedi, lui che accorda gioia e redenzione.
Ora, proprio mentre il Misericordioso stava vicino al pozzo, come ho detto, ecco
che una Samaritana prese la sua brocca sulle spalle e venne, uscendo da Sichar,
sua città (cf.Gv 4,7). E chi non dirà felice la partenza e il ritorno di quella
donna? Ella uscì nel sudiciume, e ritornò immagine della Chiesa, senza macchia.
Uscì e attinse la vita come una spugna; uscì portando la brocca, rientrò
portando Dio. E chi non dirà beata quella donna? O meglio, chi non venererà
colei che è venuta dalle nazioni? Infatti, ella è immagine, e riceve gioia e
redenzione.
(Romano il Melode, Hymn. 19, 4-5)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Oggi sul monte Tabor Cristo ha ridato alle sue sembianze umane la beltà celeste.
Perciò è cosa buona e giusta che io dica: "Quanto è terribile questo luogo! E`
davvero la casa di Dio, è la porta dei cieli" (Gen 28,17).... Oggi, infatti, il
Signore è veramente apparso sul monte. Oggi, la natura umana, già creata a
somiglianza di Dio, ma oscurata dalle deformi figure degli idoli, è stata
trasfigurata nell`antica bellezza fatta a immagine e somiglianza di Dio (cf.Gen
1,26). Oggi, sul monte, la natura, fuorviata dall`idolatria, è stata
trasformata, rimanendo tuttavia la stessa, e ha cominciato a risplendere nel
fulgore della divinità. Oggi, sul monte colui che un tempo fu vestito di
squallidi e tristi abiti di pelli, di cui parla il libro della Genesi (cf.Gen
3,21), ha indossato la veste divina avvolgendosi di luce come di un manto
(cf.Sal 103,2). Oggi, sul monte Tabor, in modo del tutto misterioso, si è visto
come sarà la vita futura nel regno del gaudio. Oggi, in modo mirabile si sono
adunati sul monte, attorno a Dio, gli antichi precursori della Vecchia e della
Nuova Alleanza, recando un mistero pieno di straordinari prodigi. Oggi, sul
monte Tabor, si delinea il legno della Croce che con la morte dà la vita: come
Cristo fu crocifisso tra due uomini sul monte Calvario, così è apparso pieno di
maestà tra Mosè ed Elia.
E la festa odierna ci mostra ancora l`altro Sinai, monte quanto più prezioso del
Sinai, grazie ai prodigi e agli eventi che vi si svolsero: lì l`apparizione
della Divinità oltrepassa le visioni che per quanto divine erano ancora espresse
in immagini ed oscure. E così, come sul Sinai le immagini furono abbozzate
mostrando il futuro, così sul Tabor splende ormai la verità. Lì regna
l`oscurità, qui il sole; lì le tenebre, qui una nube luminosa. Da una parte il
Decalogo, dall`altra il Verbo, eterno su ogni altra parola... La montagna del
Sinai non aprì a Mosè la Terra Promessa, ma il Tabor l`ha condotto nella terra
che costituisce la Promessa.
(Anastasio Sinaita, Hom. de Transfigurat.)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
"E non c`indurre in tentazione" Signore. C`insegna forse il Signore a pregare di
non essere mai tentati? Perché dice altrove: "L`uomo non tentato non è provato"
(Sir 34,10; Rm 5,3-4) e di nuovo: "Considerate fratelli suprema gioia quando
cadete in diverse tentazioni" (Gc 1,2)? Però entrare in tentazione non è farsi
sommergere dalla tentazione. Infatti la tentazione sembra come un torrente di
difficile passaggio. Alcuni che nelle tentazioni non si lasciano sommergere
l`attraversano. Sono bravi nuotatori che non si fanno trascinare dal torrente;
Gli altri che tali non sono, entrati ne vengono sommersi. Così, ad esempio,
Giuda entrato nella tentazione dell`avarizia non la superò, ma sommerso
materialmente e spiritualmente si impiccò. Pietro entrò nella tentazione di
rinnegamento, ma superandola non ne fu sommerso. Attraversò [il torrente] con
coraggio e non ne fu trascinato.
Senti ancora in un altro passo il coro di santi perfetti, che ringrazia di
essere scampato alla tentazione. "Tu ci hai provato, o Dio, come l`argento ci
passasti al fuoco. Tu ci hai spinto nella rete, tu hai posto sulle nostre spalle
le sofferente; tu hai fatto passare gli uomini sulle nostre teste. Abbiamo
attraversato il fuoco e l`acqua e ci hai sospinto verso il refrigerio" (Sal
66,10-12). Vedi che parlano della loro traversata senza essere andati a fondo?
(cf.Sal 69,15). E tu "ci hai sospinto al refrigerio". Entrare nel refrigerio è
essere liberato dalla tentazione.
(Cirillo di Gerus., Catech. V Mistag. 17)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
3. Molte sono le vie di accesso alla misericordia del Salvatore
Oltre alla grande, universale grazia del battesimo e oltre al dono preziosissimo
del martirio che cancella le colpe con l`abluzione del sangue, molti sono ancora
i frutti di penitenza per i quali si perviene all`espiazione dei peccati. La
salvezza eterna infatti non vien solo promessa alla penitenza per la quale si
perviene all`espiazione dei peccati. La salvezza eterna infatti non vien solo
promessa alla penitenza propriamente detta, di cui dice il beato apostolo
Pietro: Fate penitenza, convertitevi: cosí i vostri peccati saranno cancellati!
(At 3,19), e Giovanni Battista, anzi lo stesso Salvatore: Fate penitenza perché
il regno dei cieli è vicino! (Mt 4,17); ma anche l`amore atterra un cumulo di
peccati: La carità infatti copre la moltitudine dei peccati (1Pt 4,8).
Parimenti, anche l`elemosina porge rimedio alle nostre ferite, perché come
l`acqua spegne il fuoco, cosí l`elemosina estingue il peccato (Sir 3,29). Cosí
le lacrime sparse ottengono l`astersione dei peccati; infatti: Vo bagnando tutte
le notti il mio letto, irrigo di lacrime il mio giaciglio (Sal 6,7); e subito
poi si aggiunge, per mostrare che esse non furono sparse inutilmente:
Allontanatevi da me, voi tutti o malfattori, perché il Signore ha udito il grido
del mio pianto (Sal 6,9). Anche con la confessione delle colpe ne vien concessa
la purificazione; dice infatti la Scrittura: Ho detto: Proclamerò contro di me
la mia ingiustizia al Signore; e tu hai perdonato l`empietà del mio peccato (Sal
31,5), e ancora: Esponi tu per primo le tue iniquità, per esserne giustificato
(Is 43,26).
Cosí anche con l`afflizione del cuore e del corpo si ottiene la remissione dei
delitti commessi; dice infatti: Vedi la mia bassezza e la mia sofferenza, e
perdona tutti i miei peccati (Sal 24,18); ma soprattutto con il mutamento della
propria condotta. Togliete dai miei occhi la cattiveria dei vostri pensieri.
Smettete di agire perversamente, imparate a fare il bene, cercate la giustizia,
aiutate l`oppresso, fate giustizia all`orfano, difendete la vedova, e poi venite
ed esponete a me i vostri lamenti, dice il Signore. Anche se i vostri peccati
fossero rossi come lo scarlatto, biancheggeranno come la neve; se fossero del
colore della porpora, diventeranno bianchi come candida lana (Is 1,16s.).
Talvolta si impetra indulgenza per i propri delitti anche per l`intercessione
dei santi. Infatti: Chi sa che suo fratello commette un peccato che non conduce
a morte, preghi, e Dio darà la vita a chi ha commesso un peccato che non conduce
a morte (1Gv 5,16); e ancora: Se qualcuno di voi è infermo, faccia venire gli
anziani della Chiesa; essi pregheranno su di lui ungendolo con olio nel nome del
Signore, e la preghiera della fede salverà l`infermo; e il Signore lo allevierà,
e se fosse in peccato gli sarà perdonato (Gc 5,14s.).
Vi è anche il caso in cui si purga la macchia dei peccati per merito della fede
e della misericordia, secondo il detto: Per la misericordia e la fede vengon
cancellati i peccati (Pr 15,27); spesso poi anche per la conversione e la
salvezza di coloro che sono salvati dalla nostra predicazione e dai nostri
ammonimenti: Infatti chi farà convertire un peccatore dall`errore della sua via,
salva l`anima di quello dalla morte e copre una moltitudine di peccati (Gc
5,20). Infine otteniamo indulgenza per le nostre scelleratezze con la nostra
indulgenza e magnanimità: Se infatti perdonerete agli uomini i loro peccati,
anche a voi il Padre vostro celeste perdonerà i vostri delitti (Mt 6,14).
Vedete dunque quante sono le vie di accesso alla misericordia che la demenza del
nostro Salvatore ci ha aperto: perciò nessuno che desidera la salvezza si lasci
fiaccare dalla disperazione, vedendo con quanti mezzi è invitato alla vita. Se
ti lamenti che per la debolezza della tua carne non puoi cancellare i tuoi
peccati con la sofferenza del digiuno, riscattali con la larghezza nelle
elemosine. E se non hai cosa dare ai poveri (per quanto la necessità o la
povertà non escluda nessuno da questa santa opera, dato che le due sole monetine
di bronzo di quella vedova furono piú stimate delle larghe offerte dei ricchi e
per quanto il Signore prometta la ricompensa anche per un bicchiere di acqua
fresca), anche senza di ciò, li puoi cancellare cambiando la tua vita.
Inoltre, se non ti senti di raggiungere la perfezione della virtù estinguendo
tutti i vizi, dedicati con pia sollecitudine all`utilità e alla salvezza altri.
Ma se obietti di non sentirti idoneo a questo ministero, puoi coprire i tuoi
peccati con l`intimo amore. E se anche a questo l`ignavia del tuo spirito ti
rende debole, in umiltà e fervore implora almeno con l`orazione e
l`intercessione dei santi il rimedio alle tue ferite. Chi è che non possa dire
in tono supplichevole: Ho palesato a te il mio peccato e non ho nascosto la mia
ingiustizia? E per questa confessione si merita di soggiungere con confidenza: E
tu hai perdonato l`empietà del mio cuore (Sal 32,5).
Se poi la vergogna ti impedisce, ti fa arrossire di rivelarli davanti agli
uomini, non cessare di confessarli con suppliche continue a colui cui non sono
celati, dicendo: Conosco la mia iniquità e il mio peccato mi sta sempre dinanzi;
contro te solo ho peccato e ho agito male al tuo cospetto (Sal 50,5). Egli è
solito perdonare le colpe anche senza la vergogna della pubblicità.
Ma oltre a questi mezzi di salvezza facili e sicuri la divina degnazione ce n`ha
concesso un altro piú facile, rimettendo al nostro arbitrio il nostro rimedio,
perché al nostro sentimento stesso è dato acquistare l`indulgenza delle nostre
colpe, quando diciamo a lui: Rimetti a noi i nostri debiti come noi li
rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12).
Chiunque perciò desidera pervenire all`indulgenza per le sue colpe, curi di
dedicarsi a questi mezzi; la pervicacia di un cuore indurito non allontani da
lui, dalla sua salvezza, la fonte di tanta bontà; infatti anche se faremo tutto
ciò, nulla sarà sufficiente ad espiare le nostre colpe, se non sarà la bontà e
la clemenza del Signore a cancellarle.
(Giovanni Cassiano, Conf., 20, 5.8)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Fu necessario che il Figlio di Dio soffrisse per noi? Molto, e possiamo parlare
di una duplice necessità: come rimedio contro il peccato e come esempio
nell'agire.
Fu anzitutto un rimedio, perché è nella passione di Cristo che troviamo rimedio
contro tutti i mali in cui possiamo incorrere per i nostri peccati.
Ma non minore è l'utilità che ci viene dal suo esempio. La passione di Cristo
infatti è sufficiente per orientare tutta la nostra vita.
Chiunque vuol vivere in perfezione non faccia altro che disprezzare quello che
Cristo disprezzò sulla croce, e desiderare quello che egli desiderò. Nessun
esempio di virtù infatti è assente dalla croce.
Se cerchi un esempio di carità, ricorda: «Nessuno ha un amore più grande di
questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13).
Questo ha fatto Cristo sulla croce. E quindi, se egli ha dato la sua vita per
noi, non ci deve essere pesante sostenere qualsiasi male per lui.
Se cerchi un esempio di pazienza, ne trovi uno quanto mai eccellente sulla
croce. La pazienza infatti si giudica grande in due circostanze: o quando uno
sopporta pazientemente grandi avversità, o quando si sostengono avversità che si
potrebbero evitare, ma non si evitano.
Ora Cristo ci ha dato sulla croce l'esempio dell'una e dell'altra cosa. Infatti
«quando soffriva non minacciava» (1 Pt 2, 23) e come un agnello fu condotto alla
morte e non apri la sua bocca (cfr. At 8, 32). Grande è dunque la pazienza di
Cristo sulla croce: «Corriamo con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo
sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli, in cambio della gioia
che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l'ignominia»
(Eb 12, 2).
Se cerchi un esempio di umiltà, guarda il crocifisso: Dio, infatti, volle essere
giudicato sotto Ponzio Pilato e morire.
Se cerchi un esempio di obbedienza, segui colui che si fece obbediente al Padre
fino alla morte: «Come per la disobbedienza di uno solo, cioè di Adamo, tutti
sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti
saranno costituiti giusti» (Rm 5, 19).
Se cerchi un esempio di disprezzo delle cose terrene, segui colui che è il Re
dei re e il Signore dei signori, «nel quale sono nascosti tutti i tesori della
sapienza e della scienza» (Col 3, 2). Egli è nudo sulla croce, schernito,
sputacchiato, percosso, coronato di spine, abbeverato con aceto e fiele.
Non legare dunque il tuo cuore alle vesti ed alle ricchezze, perché «si sono
divise tra loro le mie vesti» (Gv 19, 24); non gli onori, perché ho provato gli
oltraggi e le battiture (cfr. Is 53, 4); non alle dignità, perché intrecciata
una corona di spine, la misero sul mio capo (cfr. Mc 15, 17); non ai piaceri,
perché «quando avevo sete, mi han dato da bere aceto» (Sal 68, 22).
Dalle «Conferenze» di san Tommaso d'Aquino.
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Il cristianesimo, infatti, è cibo e bevanda: quanto più uno ne mangia, tanto
maggiormente la sua anima rimane sedotta da quella dolcezza, al punto da non
riuscire a sentirsene sazia né appagata, ma, al contrario, da andarne in cerca
senza posa, nutrendosene insaziabilmente. O anche come, quando qualcuno è
tormentato dalla sete e gli viene offerta una dolce bevanda, questi, dopo aver
intrapreso a gustarla, con una smania più ardente di prima si affretta più
decisamente a bere; così pure il gusto dello Spirito è, per così dire, talmente
lungi dal poter essere pienamente appagato, da suggerire, giustamente, il
paragone che abbiamo appena descritto. Né, d'altronde, si tratta qui di vane
parole: è, al contrario, l'opera stessa dello Spirito Santo che produce
misteriosamente i suoi effetti nell'anima". (Pseudo-Macario, Omelie spirituali,
17,12-13).
"Come il calore non può essere separato dal fuoco, né la luce dalla lampada,
altrettanto non possono essere separati dallo Spirito la santificazione, la
dispensazione della vita, la bontà e la giustizia...
Come il sole illumina i corpi e si dà loro in modo diverso senza che per questo
ne risulti sminuito, parimenti accade allo Spirito, il quale concede a tutti la
sua grazia pur rimanendo intatto e indiviso. Illumina tutti sulla conoscenza di
Dio, entusiasma i profeti, rende saggi i legislatori, consacra i sacerdoti,
consolida i re, perfeziona i giusti, fa degni di onore i temperanti, elargisce
il dono della santificazione, risuscita i morti, libera i prigionieri, rende
figli gli stranieri.
Tutto ciò egli opera per mezzo della nascita dall'alto. Trova un esattore
credente ne fa un evangelista; incontra un pescatore ne fa un dotto della legge
di Dio; trova un persecutore contrito ne fa un apostolo dei pagani, un eroe
della fede, un vaso di elezione. Ad opera sua i deboli divengono forti, i poveri
ricchi, i minori e indotti più saggi dei dotti.
Paolo era debole ma, grazie alla presenza dello Spirito, i sudari del suo corpo
recavano la salute a quanti li toccavano. Anche Pietro aveva un corpo debole,
ma, per la grazia dello Spirito che in lui albergava, l'ombra del suo corpo
allontanò la malattia dei sofferenti. Pietro e Giovanni erano poveri, non
possedevano né oro né argento, tuttavia dispensavano la salute fisica che ha
molto più valore dell'oro. Quel paralitico ricevette da parecchie persone del
denaro, tuttavia era rimasto un mendicante; ma quando ricevette il dono da
Pietro, saltò su come un cervo, lodò Iddio e cessò di fare l'accattone. Giovanni
non sapeva nulla della saggezza del mondo, eppure egli disse, in virtù dello
Spirito, parole alle quali nessuna saggezza può guardare"
(Basilio il Grande, Omelia sulla fede, 3)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Abbi oltremodo per certo e non dubitare in alcun modo, che i primi uomini, cioè
Adamo e la donna di lui, creati buoni, retti e senza peccato, con il libero
arbitrio, col quale potevano, volendo, sempre servire e obbedire a Dio con umile
e buona volontà, col quale arbitrio anche potevano, volendo, peccare con la
propria volontà; e loro non per necessità, ma per la propria volontà peccarono;
e con quel peccato la natura umana fu talmente mutata in peggio, che non solo in
quei primi uomini attraverso il peccato regnò la morte, ma anche in tutti gli
uomini si trasmise la signoria del peccato e della morte.
Abbi oltremodo per certo e non dubitare in alcun modo che ogni uomo che viene
concepito dall`unione dell`uomo e della donna, nasce col peccato originale,
assoggettato all`empietà e sottomesso alla morte, e per questo nasce per natura
figlio dell`ira. Della quale dice l`Apostolo: "Eravamo infatti anche noi per
natura figli dell`ira come gli altri" (Ef 2,3). Dalla quale ira nessuno viene
liberato, se non per la fede del mediatore di Dio e degli uomini, l`uomo Gesú
Cristo, il quale, concepito senza peccato, si è fatto peccato per noi, cioè
fatto sacrificio per i nostri peccati. Già nel Vecchio Testamento venivano detti
peccati i sacrifici che si offrivano per i peccati, nei quali tutti fu
sacrificato Cristo, poiché egli è "l`Agnello di Dio che toglie i peccati del
mondo" (Gv 1,29).
(Fulgenzio di Ruspe, De fide ad Petr. 68-69)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Il Figlio prediletto
"Viene dopo di me uno che è piú forte di me, e io non sono degno di prostrarmi
per sciogliergli la correggia dei calzari" (Mc 1,7). Siamo di fronte a una
grande prova di umiltà: è come se avesse dichiarato di non essere degno di
essere servo del Signore...
"Io vi battezzo con acqua" (Mc 1,8), cioè sono solamente un servo: egli è il
creatore e il Signore: Io vi offro l`acqua, sono una creatura e vi offro una
cosa creata: egli che non è stato creato, vi porge una cosa increata. Io vi
battezzo con acqua, cioè vi offro una cosa visibile; egli invece vi offre
l`invisibile. Io che sono visibile, vi do l`acqua visibile; egli che è
invisibile, vi dà lo Spirito invisibile.
"E accadde che in quei giorni venne Gesú da Nazaret della Galilea" (Mc 1,9).
Osservate il collegamento e il significato delle parole. L`evangelista non dice,
venne Cristo, e neppure venne il Figlio di Dio, ma venne Gesú. Qualcuno potrebbe
chiedere: perché non ha detto che venne Cristo? Parlo secondo la carne:
evidentemente Dio è da sempre santo e non ha bisogno di santificazione, ma ora
parliamo di Cristo secondo la carne. Allora non era stato ancora battezzato e
non era stato ancora unto dallo Spirito Santo. Nessuno si scandalizzi: parlo
secondo la carne, parlo secondo la forma del servo che egli aveva assunto, cioè
parlo di Colui che venne al battesimo quasi fosse un peccatore. Cosí dicendo non
intendo affatto dividere il Cristo, come se una persona fosse il Cristo,
un`altra Gesú e un`altra il Figlio di Dio: ma intendo dire che, pur essendo uno
solo e essendo sempre lo stesso, apparve però a noi diverso a seconda dei
diversi momenti.
"Gesú da Nazareth della Galilea", dice Marco. Considerate il mistero. Dapprima
accorsero da Giovanni Battista la Giudea e gli abitanti di Gerusalemme: nostro
Signore che dette inizio al battesimo del Vangelo e mutò in sacramenti del
Vangelo i sacramenti della legge, non venne dalla Giudea né da Gerusalemme, ma
dalla Galilea delle genti. Gesú viene infatti da Nazareth, villaggio della
Galilea. Nazara significa fiore: cioè il fiore, che è Gesú, viene dal fiore.
"E fu battezzato da Giovanni nel Giordano" (Mc 1,9). E` un grande atto di
misericordia: si fa battezzare come un peccatore colui che non aveva commesso
alcun peccato. Nel battesimo del Signore tutti i peccati vengono rimessi: ma, in
un certo senso, il battesimo del Signore precede la vera remissione dei peccati
che ha luogo nel sangue di Cristo, nel mistero della Trinità.
"E subito, risalendo dall`acqua, vide i cieli aperti" (Mc 1,10). Tutto quanto è
stato scritto, è stato scritto per noi: prima di ricevere il battesimo abbiamo
gli occhi chiusi e non vediamo il cielo. "E vide lo Spirito come colomba,
discendere e fermarsi su di lui. E una voce venne dal cielo: "Tu sei il mio
dilettissimo Figlio, in cui io mi compiaccio"" (Mc 1,10-11). Gesú Cristo è
battezzato da Giovanni, lo Spirito Santo discende sotto forma di colomba e il
Padre dai cieli rende la sua testimonianza. Guarda o Ariano, guarda o eretico:
anche nel battesimo di Gesú c`è il mistero della Trinità. Gesú è battezzato, lo
Spirito discende come colomba, e il Padre parla dal cielo.
"Vide i cieli aperti", scrive Marco. Cosí, dicendo "vide" mostra che gli altri
non videro: non tutti infatti vedono i cieli aperti. Che dice infatti Ezechiele
all`inizio del suo libro (cf. Ez 1,2)? "E accadde - dice - che mentre stavo
seduto lungo il fiume Cabar in mezzo ai deportati, vidi i cieli aprirsi ". Io
vidi, dice: quindi gli altri non vedevano. E non si creda che i cieli si aprano
cosí, materialmente e semplicemente: noi stessi che qui sediamo, vediamo i cieli
aperti o chiusi a seconda dei nostri meriti. La fede piena vede i cieli aperti,
la fede esitante li vede chiusi.
(Girolamo, Comment. in Marc., l)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
La stella apparve perché i profeti erano scomparsi. La stella accorse per
spiegare chi fosse colui verso il quale erano rivolte con precisione le parole
dei profeti. Come per Ezechia il sole si rivolse dall`Occidente verso l`Oriente
(cf. 2Re,20,8-11; Is 38,7-8), così a causa del bambino del presepio, la stella
corse dall`Oriente verso l`Occidente.
Il segno del sole fu un biasimo per Israele, e i Magi confusero il popolo con i
doni che essi arrecavano. Essi vennero con i loro segni, a somiglianza dei
profeti, ed essi resero testimonianza alla nascita del Cristo, affinché, quando
Egli sarebbe venuto, non fosse considerato come uno straniero, ma che tutte le
creature riconoscessero la sua nascita. Zaccaria divenne muto ed Elisabetta
concepì, affinché tutte le regioni comprendessero e conoscessero la sua venuta.
Ma questa stella era maestra del proprio percorso; essa saliva, discendeva, come
se alcun legame la trattenesse, perché aveva potere sugli spazi celesti, e non
era fissa nel firmamento. Se essa si nascose (per un momento agli occhi dei
Magi), fu affinché essi non venissero a Betlemme attraverso un cammino chiaro e
diritto.
Dio la nascose loro per mettere alla prova Israele, affinché i Magi
raggiungessero Gerusalemme, gli Scribi parlassero loro della nascita del Signore
(cf. Mt 2,4-6) e ricevessero una testimonianza sincera dalla bocca stessa dei
profeti e dei sacerdoti. Ma ciò avvenne anche affinché i Magi non credessero che
vi fosse un potere al di fuori di quello che risiede a Gerusalemme. Allo stesso
modo gli antichi avevano ricevuto dallo spirito che era sopra Mosè, affinché non
si pensasse che ci fosse un altro spirito (cf. Nm 11,17).
I popoli orientali sono stati illuminati dalla stella, perché gli Israeliti, al
sorgere del sole, che è Cristo, erano diventati ciechi.
E`, dunque, l`Oriente che per primo ha adorato il Cristo, come Zaccaria aveva
predetto: L`Oriente darà la luce dall`alto (Lc 1,78). Quando la stella ebbe
accompagnato i Magi fino al sole, si fermò, perché arrivata alla meta, in
seguito, essa smise il suo percorso.
Giovanni era la voce, che annunciava il Verbo. Ma quando il Verbo, per farsi
ascoltare, s`incarnò ed apparve, la voce che preparava la strada, esclamò:
Bisogna che egli cresca e che io diminuisca (Gv 3,30).
I Magi, che adoravano gli astri, non avrebbero deciso di andare verso la luce se
la stella non li avesse attratti col suo splendore. La stessa attrasse il loro
amore, legato ad una luce di poca durata, verso la luce che non tramonta...
Ed essi aprirono i loro tesori e gli offrirono in dono, l`oro alla sua natura
umana, la mirra, come figura della sua morte, l`incenso, alla sua divinità (Mt
2,11). Cioè: l`oro, come ad un re, l`incenso, come a Dio, la mirra, come a colui
che dev`essere imbalsamato. O, meglio ancora: l`oro, perché lo si adorasse, in
quanto questa adorazione è dovuta al proprio maestro; la mirra e l`incenso, per
indicare il medico che doveva guarire la ferita di Adamo.
(Efrem, Diatessaron, II, 5, 18-25)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Noi proclamiamo, in senso assoluto, che la santa Vergine è propriamente e
veramente Madre di Dio (Greg. Naz., Epist. 1 ad Cledon).
Come, infatti, è Dio colui che è nato da lei, così, per conseguenza, è Madre di
Dio, colei che generò il vero Dio che prese carne da lei. Noi diciamo che Dio,
senza dubbio, è nato da lei, non già perché la divinità del Verbo trasse da lei
il principio dell`esistenza; ma perché lo stesso Verbo, che è stato generato
prima dei secoli, al di là di alcun tempo, ed esiste insieme col Padre e lo
Spirito Santo senza inizio e da sempre, negli ultimi tempi si racchiuse nel seno
di lei per la nostra salvezza, e col prendere la nostra natura umana da lei fu
generato senza che mutasse la propria natura (divina).
La santa Vergine, infatti, non generò un semplice uomo, ma il Dio vero; non puro
spirito, ma rivestito di carne umana; né (questo avvenne) in modo tale che,
portato il corpo dal cielo, venne a noi per mezzo di Maria, come attraverso un
canale; ma prese da lei corpo umano della nostra medesima natura, che in lui
sussistesse.
Infatti, se il corpo è disceso dal cielo, e non è stato ricevuto dalla nostra
natura, che gran bisogno c`era di farsi uomo?
Il Verbo di Dio si rivestí, pertanto, della natura umana, affinché con la stessa
natura che aveva peccato, ed era decaduta, corrompendosi, vincesse il tiranno
che si era ingannato e così fosse ristabilito dalla corruzione, come l`apostolo
del Signore dice: Poiché la morte entrò per mezzo dell`uomo, parimenti per
l`uomo la risurrezione dei morti (1Cor 15,21).
Se resta vera la prima verità, certamente anche la seconda.
Sebbene poi si usino queste parole: "Il primo Adamo, il terreno, (ha origine)
dalla terra, il secondo Adamo, il Signore, dal cielo" (Greg di Naz. ), non
indica che il suo corpo discendesse dal cielo, ma rivela che egli non è un
semplice uomo. Infatti, come vedi, lo chiamò sia Adamo, che Signore, indicando
insieme l`una e l`altra cosa.
Adamo, in verità, vuol dire di origine terrena. Conviene, invero, che l`origine
dell`uomo sia terrena, perché è plasmato dalla terra. Ma il nome del Signore,
significa natura divina.
E di nuovo così parla l`Apostolo: Dio mandò il suo Figlio unigenito nato da una
donna (1Cor 15,47). Non disse, per mezzo di una donna, ma da una donna.
Perciò egli volle indicare che egli stesso era l`Unigenito Figlio di Dio e Dio
stesso, che si è fatto uomo dalla Vergine, e parimenti che era stato generato
dalla Vergine, colui che è Figlio di Dio e Dio stesso.
Generato, invero, in quanto al corpo, vale a dire, per la ragione per la quale
si è fatto uomo, cosí certamente, per non abitare prima in un uomo creato, come
in un profeta, ma egli stesso si è fatto uomo veramente e sostanzialmente; cioè,
nella sua unione personale fece sussistere la carne animata da uno spirito
razionale ed intelligente, offrendo se stesso come "ipostasi" di lui.
Questo è il significato che ha l`espressione nato da una donna.
Infatti, a quale condizione lo stesso Verbo di Dio sarebbe divenuto sotto la
legge, se l`uomo non fosse stato della medesima nostra sostanza?
Giustamente dunque e veramente chiamiamo Maria la santa Madre di Dio.
Questo nome, infatti, racchiude tutto il mistero della incarnazione.
Poiché, se la Madre di Dio è colei che generò, certamente è Dio colui che è
stato generato da lei stessa: e, senza dubbio, anche uomo.
Infatti, chi avrebbe potuto far avvenire che Dio, che esisteva prima dei secoli,
nascesse da una donna, se non si fosse fatto uomo?
Colui, in effetti, che è Figlio dell`uomo, è necessario sia anche uomo.
Poiché se chi è nato da una donna, è Dio, senza dubbio è l`unico e identico che
è stato generato da Dio Padre, per il fatto che si addice alla divina sostanza
non avere inizio, e che quella sostanza che ebbe inizio negli ultimi tempi ed è
sottomessa al tempo, cioè alla sostanza umana, è nata dalla Vergine.
E ciò vuol dire, invero, una sola Persona del nostro Signore Gesú Cristo, e due
nature e due discendenze... e quel deleterio Nestorio dichiarò con lingua
rabbiosa Deiforo (portatore di Dio) colui che nacque dalla Vergine.
Ma sia lontana da noi questa affermazione, a tal punto che noi diciamo o
pensiamo che è uscito da Dio, il Deiforo; anzi, è piuttosto lo stesso Dio
incarnato (Ciril., lib. I cont. Nest.).
Lo stesso Figlio di Dio, infatti, si è fatto uomo, fu concepito veramente dalla
Vergine, ma Dio divenne quella natura umana che aveva deificata non appena essa
fu assunta.
Per la qual cosa tre cose divennero parimenti una sola, senza dubbio perché fu
assunta, perché pre-esisteva e perché fu deificata dal Verbo.
Di qui consegue che la Vergine santa, come Madre di Dio, sia capita e chiamata,
non solo a causa della natura del Verbo, ma anche a motivo dell`umanità data
alla divinità, poiché la concezione e l`esistenza furono compiute con un
eccezionale prodigio, con la concezione, è vero, del Verbo, ma con la esistenza
della carne nello stesso Verbo.
E infatti, la stessa Madre di Dio al di sopra delle leggi della natura era
sottomessa al formatore di tutte le cose, donde anche egli stesso fosse creato
(formato), e al Dio creatore dell`universo, affinché con la divinità donando
l`umanità assunta, egli si facesse uomo, mentre l`unione, nel frattempo,
conservasse le nature (cose) unite tali quali erano state, cioè, non solo la
divinità, ma anche la umanità del Cristo; e né soltanto quello che è al di sopra
di noi, ma anche ciò che è nostro.
(Giovanni Damasceno, De fide ortod., 3, 12)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo
veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre
mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita 2 (poiché la vita si è fatta
visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo
la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), 3 quello
che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi
siate in comunione con noi. (1GV 1,1 )
AUGURI VIVISSIMI
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Viene promesso il figlio di Zaccaria, e si promette il figlio della santa Madre,
ed anche lei dice quasi le stesse parole che aveva detto Zaccaria. Che cosa
aveva detto Zaccaria?
Da dove mi viene questo? Io, infatti, sono vecchio, e mia moglie è sterile ed
avanzata in età.
E cosa (disse) la santa Madre? In che modo avverrà questo?
Simile la parola, diverso il cuore. Ascoltiamo con l`orecchio una voce simile,
ma all`annuncio dell`angelo riconosciamo un cuore diverso.
Penò David, e, rimproverato dal profeta, disse: Ho peccato e subito gli fu
detto: Ti è stato perdonato il peccato (2Sam 12,13).
Penò Saul, e, corretto dal profeta, disse: Ho peccato, ma non gli fu rimesso il
peccato, e l`ira di Dio rimase sopra di lui (1Sam 15,30).
Che cosa significa questo, se non che la voce è simile, ma che è diverso il
cuore? L`uomo, infatti, ascolta la voce, Dio scruta il cuore.
In quelle parole di Zaccaria, dunque, l`angelo vide che non vi era la fede ma il
dubbio e la disperazione, l`angelo indicò col togliere la voce e col condannare
l`infedeltà. Ma la divina Maria: In che modo avverrà questo se non conosco uomo?
Riconoscete l`intenzione della vergine. Quando direbbe, con l`intento di
coabitare con l`uomo: In che modo avverrà questo? Se, infatti, accadesse, nella
maniera in cui suole accadere a tutti i bambini, non direbbe: In che modo
avverrà? Ma memore della sua intenzione e consapevole, del santo voto, poiché
aveva conosciuto ciò che aveva promesso in voto; col dire: In che modo avverrà
questo, poiché non conosco uomo? dal momento che non aveva conosciuto che ciò
fosse accaduto, affinché i figli nascessero se non con l`unione delle donne coi
propri mariti, ed è ciò che lei stessa si era proposta di ignorare, dicendo: In
che modo questo potrà accadere? Cercò di sapere il modo, ma non dubitò
dell`onnipotenza di Dio.
In che modo questo potrà avvenire?
In quale modo questo avverrà? Tu mi annunzi un figlio, ed hai preparato il mio
animo, dimmi il modo.
Poté, infatti, la vergine santa temere, o ignorare certamente il disegno di Dio,
in che modo egli volesse che lei avesse il figlio, quasi disapprovasse il voto
della vergine.
Se dicesse: "Sposati, unisciti all`uomo" che cosa, infatti, avverrebbe? Non lo
direbbe Dio; ma egli accettò il voto della vergine, come Dio.
E ricevette da lei, quello che Egli donò.
Dimmi, dunque, o angelo di Dio: "In che modo avverrà questo?". Vedi l`angelo che
va, lei che cerca di sapere, e che non diffida. Poiché egli vide che lei cercava
di sapere, senza diffidare, non si rifiutò di istruirla.
Ascolta in che modo: rimarrà la tua verginità, tu credi soltanto alla verità,
custodisci la verginità, ricevi l`integrità.
Poiché la tua fede è intatta, intatta sarà anche la tua verginità.
Infine, ascolta in che modo questo avverrà: Lo Spirito Santo discenderà sopra di
te, e la potenza dell`Altissimo ti proteggerà, poiché tu concepisci per la fede,
poiché, tu, credendo, non unendoti, avrai nel seno [il figlio]: "poiché il Santo
che nascerà da te, sarà chiamato Figlio di Dio".
Maria per grazia è madre del Figlio di Dio.
Che cosa sei, tu che in seguito darai alla luce? Da dove l`hai meritato? Da chi
lo hai ricevuto?
In che modo avverrà in te, colui che ti creò? Donde dico, ti viene un cosí
grande bene?
Tu sei Vergine, sei Santa, hai fatto voto; ma è molto quello che meritasti,
anzi, senza dubbio è molto quello che hai ricevuto.
Infatti, per quale motivo hai meritato questo?
Avviene in te, colui che ti creò, diviene in te colui per il quale sei stata
creata: anzi, per vero, colui per il quale sono stati creati e il cielo e la
terra, tutte le cose, si fa in te (carne) uomo il Verbo di Dio, col prendere
carne, non perdendo la divinità.
E il Verbo si unisce alla carne, e il Verbo si congiunge alla carne; e il luogo
di una cosí grande unione, è il tuo seno; di questa, dico, così grande unione,
cioè il tuo seno che diventa sede del Verbo incarnato: di qui lo stesso sposo
che esce dalla sua stanza nuziale (Sal 18,6).
Egli concepito, ti trovò vergine, nato, libera la vergine.
Dà la fecondità, non toglie l`integrità.
Donde tutto questo ti è avvenuto?
Mi sembra di interrogare senza delicatezza una vergine, e quasi inopportuna
questa mia voce ferisce le orecchie vereconde.
Ma io vedo la vergine, che palesa il suo pudore, e, tuttavia che risponde, e che
mi ammonisce: "Vuoi sapere perché mi sia avvenuto ciò?".
Ho pudore di risponderti il mio bene, ascolta il saluto dello stesso angelo, e
riconosci in me la tua salvezza.
Credi a colui a cui io mi sono affidato. Perché vuoi sapere questo da me?
Risponde l`angelo. Dimmi, o angelo, perché è avvenuto questo in Maria?
Già, l`ho detto, quando l`ho valutata.
Io ti saluto, o piena di grazia (Lc 1,28).
(Agostino, Sermo 291, 5 s.)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
1. La notte o purificazione degli appetiti è vantaggiosa per l'anima a motivo
dei grandi beni e profitti che le procura, anche se, come ho detto, a lei sembri
che glieli tolga. Come Abramo fece gran festa quando svezzò il figlio Isacco (Gn
21,8), così in cielo ci si rallegra quando Dio toglie un'anima dalle fasce, non
la tiene più in braccio, ma la fa camminare sui suoi piedi. E ci si rallegra
anche perché, togliendole il latte e il nutrimento delicato e dolce dei bambini,
le dà a mangiare il pane con la crosta e fa sì che vi prenda gusto. In
quest'aridità e notte dei sensi comincia a essere offerto il cibo dei forti allo
spirito libero e distaccato da ogni consolazione sensibile. Questo pane è la
contemplazione infusa, di cui ho parlato.
2. Il primo e principale vantaggio, procurato all'anima da quest'arida e oscura
notte di contemplazione, è la conoscenza di sé e della propria miseria. È vero
che tutte le grazie da Dio concesse all'anima abitualmente sono accompagnate da
questa conoscenza; ma è altrettanto vero che l'aridità e il vuoto delle potenze
comparati all'abbondanza di cui esse godevano in passato, insieme alla
difficoltà che l'anima prova nel compiere il bene, le fanno scoprire in sé una
grettezza e una miseria che non riusciva a vedere al tempo della sua prosperità.
Nel libro dell'Esodo (cfr. 33,5) si può trovare un'ottima esemplificazione di
tale situazione. Vi si legge che, volendo Dio umiliare i figli d'Israele e
insegnar loro a conoscere se stessi, ordinò che deponessero l'abito e gli
ornamenti festivi, che ordinariamente indossavano nel deserto, dicendo loro:
"D'ora in poi deponete gli ornamenti festivi e indossate abiti comuni da lavoro,
perché conosciate il trattamento che meritate". Tale espressione vuol dire
questo: il vestito che indossate è un abito di festa e d'allegria; per voi è
occasione di non ritenervi tanto umili quanto invece siete; toglietevi dunque
queste vesti, perché d'ora in poi, vedendovi ricoperti di abiti dimessi,
sappiate che non meritate di più e chi siete in realtà. Questo esempio mostra
all'anima la realtà della propria miseria che prima ignorava, cioè quando era in
festa e trovava in Dio molta gioia, consolazione e sostegno; si sentiva più
soddisfatta e contenta; le sembrava di servirlo in qualcosa. Sebbene non
nutrisse in sé espressamente questi sentimenti, tuttavia era portata, attraverso
la soddisfazione che provava, alla gioia. Al contrario, ora che ha indossato
l'abito da lavoro ed è nell'aridità e nell'abbandono e le luci di una volta si
sono spente, possiede molto più verosimilmente questa virtù così eccellente e
tanto necessaria della conoscenza di sé e si ritiene ormai un niente e non prova
alcuna soddisfazione di sé: vede che da sola non fa e non può fare nulla. Ora,
Dio stima di più la scarsa soddisfazione di sé e la desolazione in cui l'anima
si trova per l'incapacità di servirlo, che non tutte le sue opere e tutte le
gioie che sentiva prima, per quanto elevate fossero. In queste cose, infatti, vi
era il pericolo di molte imperfezioni e di molta ignoranza. Al presente, invece,
da quest'aridità, che è come un abito per l'anima, derivano non solo i beni di
cui si è parlato, ma altresì i vantaggi di cui sto per trattare e molti altri
che passerò sotto silenzio. Tutti questi beni nascono dalla conoscenza di sé
come da loro fonte originaria.
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
NON PUÒ AVERE DIO PER PADRE CHI NON HA LA CHIESA PER MADRE
Ma bisogna guardarsi non solamente dagli inganni sfacciatamente evidenti, ma
anche da quelli astutamente scaltri. Il nemico, svelato ed umiliato dalla
venuta di Cristo, dopo che la luce si diffuse sulle genti e lo splendore di
salvezza rifulse per la liberazione degli uomini, sì che i sordi riescono ad
ascoltare la grazia spirituale, aprono gli occhi a Dio i ciechi, gli infermi
riacquistano l'eterna salute, gli zoppi corrono alla Chiesa, e i muti innalzano
preghiere con voce squillante, ha concepito un'astuzia singolarmente scaltra,
vedendo l'abbandono degli idoli e dei suoi templi e la gran folla dei credenti:
quella di ingannare gli imprudenti insinuandosi nell'interno della comunità
cristiana: ha escogitato eresie e scismi con cui abbattere la fede, corrompere
la verità, spezzare l'unità. Così raggira abilmente coloro che non riesce più a
trattenere nelle tenebre della vecchia via di menzogna e li strappa dal seno
della Chiesa spingendoli su una nuova via ingannevole: mentre si illudono di
essersi ormai avvicinati alla luce e di essere sfuggiti alla notte del mondo, di
nuovo li avvolge, ignari, in altre tenebre, sì da chiamarsi cristiani, pur non
osservando il Vangelo di Cristo e la sua legge, e da ritenere di aver la luce,
pur camminando nelle profonde oscurità. Il nemico inganna così con lusinghe
poiché assume l'aspetto, come dice l'apostolo, "di angelo di luce e traveste i
suoi ministri in ministri di giustizia" (2 Corinzi 11,14-15)...
La sposa di Cristo non sarà mai adultera: essa è incorruttibile e pura, una sola
casa conosce; con casto pudore custodisce la santità di un solo talamo. Lei ci
conserva per Dio. Lei destina al Regno i figli che ha generato. Chiunque,
separandosi dalla Chiesa, ne sceglie una adultera, viene a tagliarsi fuori dalle
promesse della Chiesa: chi abbandona la Chiesa di Cristo, non perviene certo
alle ricompense di Cristo. Costui sarà un estraneo, un profano, un nemico. Non
può avere Dio per padre chi non ha la Chiesa per madre. Se si fosse potuto
salvare chi era fuori dall'arca di Noè si salverebbe anche chi è fuori della
Chiesa.
Ecco quanto il Signore ci dice ammonendoci: «Chi non è con me, è contro di me e
chi non raccoglie con me, disperde» (Matteo 12, 30). Chi spezza la concordia, la
pace di Cristo è contro Cristo e chi raccoglie fuori della Chiesa disperde la
Chiesa di Cristo. II Signore dice: «Io e il Padre siamo uno» (Giovanni 10, 30).
E ancora sta scritto del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo: «E i tre sono
uno (1 Giovanni 5,7) ». Ebbene può forse esserci qualcuno che crederà si possa
dividere l'unità della Chiesa, questa unità che viene dalla stabilità divina e
che è legata ai misteri celesti, e penserà che si possa dissolvere per la
divergenza di opposte volontà. Chi non si tiene in questa unità non si tiene
nella legge di Dio, non si tiene nella fede del Padre e del Figlio, non si tiene
nella vita e nella salvezza.
Questo mistero dell'unità, questo vincolo di concordia indivisibile, ci è
indicato chiaramente nel vangelo là dove si parla della tunica del Signore Gesù
Cristo: essa non è per niente divisa né strappata; ma si gettano le sorti sulla
veste di Cristo, sicché chi dovrà rivestirsi di Cristo riceva la veste intatta e
possieda indivisa e integra quella tunica. Cosi leggiamo nella divina Scrittura:
«Quanto poi alla tunica, poiché era senza cuciture dall'alto al basso e tessuta
d'un pezzo, si dissero a vicenda: non stracciamola ma tiriamola a sorte a chi
tocchi» (Giovanni 19, 23). Lui porta l'unità che viene dall'alto, che viene cioè
dal cielo e dal Padre: tale unità non poteva essere affatto divisa da chi la
ricevesse in possesso, conservandosi tutta intera e assolutamente indissolubile.
Non può possedere la veste di Cristo chi lacera e separa la Chiesa di Cristo.
Cipriano, L'unità della chiesa cattolica, III-VI-VII
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Giuseppe, il giusto
Giuseppe, suo sposo, che era giusto... (Mt 1,19). L`evangelista, dopo aver
affermato che questa nascita derivava esclusivamente dallo Spirito Santo, senza
nessun intervento naturale, conferma la sua asserzione anche in un altro modo. E
ci dà una prova per impedire che qualcuno nutra dei dubbi, in quanto prima di
allora non si era mai udito né si era mai visto niente di simile. Per prevenire
il sospetto che egli, come discepolo di Gesú, avesse inventato questa prodigiosa
storia della nascita verginale allo scopo di far cosa grata al suo maestro, fa
intervenire Giuseppe, il quale prova la verità di questo avvenimento con il
dolore che esso gli ha provocato. E`, insomma, come se l`evangelista dicesse: se
non volete credere a me, se la mia testimonianza vi sembra sospetta, credete
almeno allo sposo di questa vergine. Egli, infatti, dice: "Giuseppe, suo sposo,
che era giusto...". La qualifica di giusto, in questa circostanza, significa
uomo che ha tutte le virtù. Con "giustizia" si intende talvolta una sola virtù
in particolare, come quando si dice: colui che non è avaro è giusto. Ma
giustizia significa anche la generalità di tutte le virtù: e, in questo senso
soprattutto, la Scrittura usa il termine "giustizia", come quando ad esempio
dice: "uomo giusto, verace" (Gb 1,1), oppure: "tutti e due erano giusti" (Lc
1,6)...
Giuseppe, dunque, essendo giusto, cioè essendo buono e caritatevole, decise di
lasciarla segretamente (Mt 1,19). Il Vangelo ci fa sapere che cosa pensava di
fare questo uomo giusto prima di aver conosciuto il mistero, allo scopo che non
si nutra dubbi su ciò che accadde quando ne venne a conoscenza. Se Maria fosse
stata veramente quella che lui credeva, non soltanto avrebbe meritato di essere
disonorata pubblicamente, ma anche di essere condannata al supplizio previsto
dalla legge. Malgrado questo, Giuseppe non solo le risparmia la vita, ma salva
anche il suo onore: e, lungi dal punirla, evita anche di denunziarla. Vedete
bene quant`era saggio e virtuoso quest`uomo, e al di sopra delle passioni che
con violenza tiranneggiano gli uomini! Voi sapete fin dove giunge la gelosia.
Salomone che conosceva bene tale sentimento, dice: La gelosia del marito sarà
piena di furore ed egli non perdonerà niente nel giorno del giudizio (Pr 6,34).
E altrove sta scritto: La gelosia è dura come l`inferno (Ct 8,6). Noi, del
resto, conosciamo molte persone che preferirebbeo morire piuttosto che essere
esposte ai sospetti della gelosia. Ma c`era allora ben piú che un semplice
sospetto, perché la gravidanza della Vergine appariva quale prova evidente dei
suoi timori. Malgrado ciò, egli era cosí puro e cosí al di sopra delle passioni,
che non volle neppure minimamente affliggere Maria. Siccome, da un lato, avrebbe
violato la legge se l`avesse trattenuta presso di sé e, dall`altro, l`avrebbe
esposta alla morte se l`avesse denunziata e tradotta in tribunale, egli non fece
né l`una cosa né l`altra, ma adottò un comportamento ben superiore alla antica
legge.
E` giusto che alla vigilia dell`avvento della grazia del Salvatore, si
manifestino molti segni di una piú alta perfezione. Come quando il sole sta per
levarsi, prima ancora di mostrare i suoi raggi, rischiara da lontano con la sua
luce la maggior parte del mondo, cosí il Cristo, che stava per uscire dal seno
della Vergine, già illuminava, prima di nascere, tutto il mondo. E per questo,
molto tempo prima della sua nascita, i profeti furono colti dalla gioia, le
donne predissero l`avvenire e Giovanni, mentre era ancora nel seno della madre,
esultò di allegrezza. Di qui deriva anche la sapienza che Giuseppe manifestò in
quella occasione. Egli non accusa la Vergine, non la rimprovera, ma si limita a
pensare di separarsi da lei in segreto.
Le cose erano a questo punto e l`angustia del santo uomo era al colmo, quando
interviene l`angelo a dissipare tutte queste tenebre. Dobbiamo ora chiederci
perché l`angelo non è venuto piú presto, per prevenire il turbamento e i
pensieri di Giuseppe e perché, invece, giunge solo quando egli sta considerando
nel suo animo l`accaduto. Mentre egli stava ripensando a queste cose, venne un
angelo... (Mt 1,20). D`altra parte, poiché l`angelo aveva avvertito Maria prima
che ella concepisse dallo Spirito Santo, questo fatto dà luogo a una ulteriore
difficoltà. Infatti, dato che l`angelo non aveva rivelato niente a Giuseppe,
perché Maria, che aveva invece appreso ogni cosa dall`angelo, tacque e, pur
vedendo il suo sposo cosí turbato, non gli diede quelle spiegazioni che
avrebbero fugato ogni dubbio? Dunque, perché l`angelo non parlò a Giuseppe prima
che egli si turbasse? Devo rispondere prima a questa domanda: l`angelo non è
apparso prima a Giuseppe, nel timore che egli restasse incredulo dinanzi alla
sua rivelazione e che dovesse perciò subire la stessa conseguenza di Zaccaria.
Quando infatti si vede una cosa con i propri occhi, è facile credere; ma non
essendoci prima ancor niente di visibile, egli poteva non credere tanto
facilmente alle parole. Per questo l`angelo non preavvertí Giuseppe. Ed è per la
stessa ragione che Maria mantenne il silenzio. Ella riteneva che non sarebbe
stata creduta dal suo sposo, se gli avesse annunciato una cosa straordinaria...
Quando dunque Giuseppe "stava ripensando a queste cose, gli apparve in sogno un
angelo". Perché non gli apparve visibilmente come ai pastori, come a Zaccaria e
come alla Vergine? La ragione sta nel fatto che tanta era la fede di Giuseppe
che egli non aveva bisogno di una simile visione. Per la Vergine, date le grandi
cose che dovevano esserle annunziate, cose molto piú incredibili di tutto quanto
era stato detto a Zaccaria, non solo bisognava preavvertirla prima della
concezione, ma era necessaria anche una visione straordinaria. Quanto ai
pastori, invece, uomini piuttosto rozzi, avevano bisogno di una visione
evidentissima. Ma Giuseppe, che si era accorto della gravidanza di Maria, che
aveva l`animo turbato da dolorosi sospetti ed era dispostissimo a cambiare la
sua tristezza in gioiosa speranza se qualcuno gliene avesse dato la possibilità,
accolse di tutto cuore la rivelazione.
L`angelo attende, dunque, il maturarsi dei sospetti, cosí che il turbamento
dello spirito di Giuseppe diventi la vera prova della rivelazione, che gli vien
fatta. Giuseppe non aveva comunicato i suoi timori a nessuno, li aveva tenuti
chiusi nel suo cuore e ora ascolta l`angelo che gli parla proprio di tali
timori: non era questa una prova certissima che era Dio a mandargli quel
messaggero, dato che soltanto Dio può sondare il segreto dei cuori? Osservate,
dunque, quante conseguenze ne derivano: la sapienza e la virtù di Giuseppe
vengono messe in risalto, mentre la rivelazione dell`angelo, fatta a tempo
opportuno, serve a rafforzare la sua fede e, infine, l`intero racconto
evangelico non provoca dubbi o sospetti, in quanto ci mostra che Giuseppe prova
tutti i sentimenti che un uomo deve necessariamente provare in simili
circostanze.
Ma in qual modo l`angelo lo convince? Ascoltate e ammirate con quale saggezza
gli parla: Giuseppe, figlio di David - gli dice - non temere di prendere con te
Maria, tua sposa (Mt 1,20).
L`angelo menziona prima di tutto David, da cui il Messia doveva nascere; e cosí
calma di colpo tutti i suoi timori, facendogli tornare alla mente, citando il
nome di uno dei suoi antenati, la promessa che Dio aveva fatta a tutto il popolo
giudeo. Non solo, ma spiega perché lo chiama "figlio di David", con l`aggiungere
le parole "non temere". Non si comporta cosí Dio in un`altra occasione che le
Scritture ci tramandano. Quando Abimelec cominciò a nutrire pensieri non leciti
nei confronti della sposa di Abramo, Dio gli parlò in modo terribile e pieno di
minacce, sebbene egli avesse agito per ignoranza, in quanto non sapeva che Sara
era la sposa di Abramo. Dio, invece, parla qui con ben maggiore dolcezza; ma
quale differenza tra le due circostanze, tra la disposizione d`animo di Giuseppe
e quella di Abimelec! In verità il comportamento di Giuseppe non meritava alcun
rimprovero. E queste parole, "non temere", indicano che Giuseppe temeva di
offendere Dio tenendo presso di sé un`adultera; ma che, se non fosse stato per
questo, non avrebbe mai pensato a separarsene.
Ripeto, parlando a Giuseppe dei suoi piú segreti pensieri, dei sentimenti piú
intimi, l`angelo vuol provare, e lo prova a sufficienza, che egli viene da parte
di Dio. Ma dopo aver pronunciato il nome della Vergine, perché aggiunge "tua
sposa"? Dice cosí per giustificare la Vergine con questa parola, in quanto non
si darebbe mai questo titolo a una adultera. Il termine "sposa", come sapete,
sta qui per fidanzata: la Scrittura, infatti, chiama anche "generi" coloro che
sono soltanto alla vigilia di divenirlo.
Che significano queste parole "prendere Maria"? Nient`altro che Giuseppe
continui a tenere Maria nella sua casa, dato che aveva pensato di separarsene.
Tieni, dice l`angelo in sostanza, la tua sposa che avevi deciso di lasciare,
poiché è Dio che te la dà, non i suoi genitori. Te la dona, non per i soliti
scopi del matrimonio, ma soltanto perché dimori con te, e la unisce a te per
mezzo di me stesso che ti parlo. Ella è affidata ora a Giuseppe, come piú tardi
Cristo la affiderà al suo discepolo...
Darà alla luce un figlio - continua - e tu gli porrai nome Gesú (Mt 1,21) .
Infatti, sebbene questo fanciullo sia stato concepito dallo Spirito Santo, non
credere di essere dispensato dal prenderne cura e dal servirlo in ogni cosa.
Sebbene tu sia estraneo al suo concepimento e sebbene Maria sia sempre rimasta
perfettamente vergine, tuttavia io ti do il compito proprio di un padre, che
tuttavia non fa venir meno la verginità di Maria, il compito cioè di dare il
nome al neonato. Sarai tu che gli imporrai il nome; e, sebbene egli non sia tuo
figlio, tu dimostrerai per lui l`affetto proprio di un padre. Per questa ragione
- conclude l`angelo - ti permetto di dargli il nome, per renderti subito
familiare al bimbo.
Ma per evitare che ciò faccia credere che egli sia veramente il padre del
fanciullo che sta per nascere, ascoltate con quanta precisione l`angelo gli
parla. "Partorirà", dice; non dice: partorirà a te, ma dice genericamente che
partorirà, in quanto la Vergine non ha partorito Gesú Cristo per Giuseppe, ma
per tutti gli uomini.
(Giovanni Crisostomo, In Matth., 4, 3-6)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Diresti: Non poteva Maria risentirsi e dire: Che bisogno ho io di purificazione?
perché non dovrei entrar nel tempio, se il mio seno verginale è stato fatto
tempio dello Spirito Santo? Non potrei entrar nel tempio io, che ho dato alla
luce il padrone del tempio? In questa concezione non c`è stato niente d`impuro,
niente d`illecito, niente da purificare; anzi, questo mio figlio è fonte di
purezza ed è venuto a liberare dal delitto. Che cosa può purificare una
osservanza legale in me, che son diventata purissima proprio col parto
immacolato? Veramente, o beata Vergine, non c`è motivo, non hai bisogno di
purificazione. Ma aveva bisogno tuo figlio d`esser circonciso? Sii tra le donne
come una di loro; anche tuo figlio sta cosí tra il numero dei bambini. Volle
essere circonciso e non vorrà tanto piú essere offerto? Offri tuo figlio,
Vergine consacrata e presenta al Signore il frutto benedetto del tuo seno.
Offri per la riconciliazione di noi tutti l`ostia santa, che piace a Dio. Dio
Padre accetterà certamente l`offerta nuova e preziosissima ostia, di cui egli
stesso dice: Questi è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto (Mt
3,17). Ma questa offerta, fratelli, sembra abbastanza delicata: è presentata al
Signore, è pagata con uccelli, ed è subito riportata a casa. Verrà il giorno,
che non sarà offerta nel tempio, né tra le braccia di Simeone, ma fuori le mura
e sulle braccia della croce. Verrà il giorno, che non sarà riscattato da sangue
altrui, ma riscatterà gli altri col suo sangue, perché Dio padre lo mandò come
riscatto del suo popolo. Quello sarà il sacrificio vespertino, questo è il
mattutino. Questo è più giocondo, ma quello è piú pieno. Questo è dell`infanzia,
quello della pienezza dell`età. Dell`uno e dell`altro puoi sentire ciò che il
profeta predisse: Fu offerto, perché lo volle lui (Is 53,7). Anche ora, infatti,
non è stato offerto, perché ce n`era bisogno, non perché egli fosse soggetto
alla legge, ma perché lo volle lui. E in croce ci fu innalzato non perché
l`aveva meritato, non perché il Giudeo riuscí a crocifiggerlo, ma perché lo
volle lui. Ti farò sacrifici volentieri, o Signore, perché tu ti sei offerto
volentieri per me, non per tuo bisogno.
Ma che cosa offriamo noi, fratelli, o che cosa gli diamo per tutto quanto lui ci
ha dato? Per noi lui ha offerto la piú preziosa ostia che aveva, anzi, così
preziosa che non ci poteva essere niente di meglio; anche noi, dunque, facciamo
quanto possiamo, offrendo a lui il nostro meglio, offriamo ciò che noi siamo.
Lui diede se stesso; tu chi sei, che indugi a offrirti? Chi mi aiuterà a far in
modo che la tua maestà accolga la mia offerta? Ho due spiccioli, Signore, il mio
corpo e la mia anima. Magari potessi offrirteli degnamente in sacrificio di
lode! Sarebbe, infatti, tanto bene per me e tanto piú glorioso essere offerto a
te, che essere abbandonato a me stesso.
Poiché l`anima mia, lasciata a me, si turba, in te invece il mio spirito
esulterà, se ti viene offerto sinceramente. Fratelli, al Signore che doveva
morire, il Giudeo offriva vittime morte, ma ora: Io vivo, dice il Signore; non
voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva (Ez 33,11). Il Signore
non vuol la mia morte; e non gli darò volentieri la mia vita? Questa è, infatti,
l`ostia che placa, l`ostia che piace a Dio, l`ostia viva. Ma in quell`offerta
del Signore leggiamo che c`erano tre persone, nella nostra offerta son richieste
tre cose. Nell`offerta del Signore c`era Giuseppe, sposo della madre del
Signore, del quale Gesú era ritenuto figlio; c`era la stessa Vergine madre e il
bambino Gesú, che veniva offerto. Ci sia dunque anche nella nostra offerta la
costanza virile, ci sia la continenza della carne, ci sia l`umile coscienza. Ci
sia, dico, nel proposito l`animo virile di perseverare, ci sia castità verginale
nella continenza, ci sia la semplicità e l`umiltà del bambino nella coscienza.
Amen.
(Bernardo di Chiarav., De purificat. B.M., Sermo III, 2-3)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Il paradiso aperto a un ladro
Vuoi vedere un`altra sua opera meravigliosa? Oggi ci ha aperto il paradiso,
ch`era chiuso da piú di cinquemila anni. In un giorno e in un`ora come questa,
vi portò un ladro e cosí fece due cose insieme: aprí il paradiso e v`introdusse
un ladro. In questo giorno ci ha ridato la nostra vera patria e l`ha fatta casa
di tutto il genere umano, poiché dice: "Oggi sarai con me in paradiso" (Lc
23,43). Che cosa dici? Sei crocifisso, hai le mani inchiodate e prometti il
paradiso? Certo, dice, perché tu possa capire chi sono, anche sulla croce.
Perché tu non ti fermassi a guardare la croce e potessi capire chi era il
Crocifisso, fece queste meraviglie sulla croce. Non mentre risuscita un morto, o
quando comanda ai venti e al mare, o quando scaccia i demoni, ma mentre è in
croce, inchiodato, coperto di sputi e d`insulti, riesce a cambiar l`animo d`un
ladro, perché tu possa scoprire la sua potenza. Ha spezzato le pietre e ha
attirato l`anima d`un ladro, piú dura della pietra e l`ha onorata, perché dice:
"Oggi sarai con me in paradiso". Sí, c`eran dei Cherubini a custodia del
paradiso; ma qui c`è il Signore dei Cherubini. Sí, c`era una spada
fiammeggiante, ma questi è il padrone della vita e della morte. Sí, nessun re
condurrebbe mai con sé in città un ladro o un servo. L`ha fatto Cristo, tornando
nella sua patria, v`introduce un ladro, ma senza offesa del paradiso, senza
deturparlo con i piedi d`un ladro, accrescendone anzi l`onore; è onore, infatti,
del paradiso avere un tale padrone, che possa fare anche un ladro degno della
gioia del paradiso. Quando infatti egli introduceva pubblicani e meretrici nel
regno dei cieli, ciò non era a disonore, ma a grande onore, perché dimostrava
che il padrone del paradiso era un cosí gran Signore, che poteva far di
pubblicani e meretrici persone cosí rispettabili, da meritare l`onore del
paradiso. Come, infatti, ammiriamo maggiormante un medico, quando lo vediamo
guarire le piú gravi e incurabili malattie, cosi è giusto ammirare Gesú Cristo,
quando guarisce le piaghe e fa degni del cielo pubblicani e meritrici. Che cosa
mai fece questo ladro, dirai, da meritar dopo la croce il paradiso? Te lo dico
subito. Mentre per terra Pietro lo rinnegava, lui in alto lo proclamava Signore.
Non lo dico, per carità, per accusare Pietro; ma voglio rilevare la magnanimità
del ladro. Il discepolo non seppe sostenere la minaccia d`una servetta; il ladro
tra tutto un popolo che lo circondava e gridava e imprecava, non ne tenne conto,
non si fermò alla vile apparenza d`un crocifisso, superò tutto con gli occhi
della fede, riconobbe il Re del cielo e con l`animo proteso innanzi a lui disse:
"Signore, ricordati di me, quando sarai nel tuo regno" (Lc 23,42). Per favore,
non sottovalutiamo questo ladro e non abbiamo vergogna di prendere per maestro
colui che il Signore non ebbe vergogna di introdurre, prima di tutti, in
paradiso; non abbiamo vergogna di prender per maestro colui che innanzi a tutto
il creato fu ritenuto degno di quella conversazione che è nei cieli; ma
riflettiamo attentamente su tutto, perché possiamo penetrare la potenza della
croce. A lui Cristo non disse, come a Pietro: "Vieni e ti farò pescatore
d`uomini" (Mt 4,19), non gli disse, come ai Dodici: "Sederete sopra dodici troni
per giudicare le dodici tribú d`Israele" (Mt 19,28). Anzi neanche lo degnò d`una
parola, non gli mostrò un miracolo; lui non vide un morto risuscitato, non
demoni espulsi, non il mare domato; eppure lui innanzi a tutti lo proclamò
Signore e proprio mentre l`altro ladro lo insultava...
Hai visto la fiducia del ladro? La sua fiducia sulla croce? La sua filosofia nel
supplizio e la pietà nei tormenti? Chi non si meraviglierebbe che, trafitto dai
chiodi, non fosse uscito di mente? Invece non solo conservò il suo senno, ma
abbandonate tutte le cose sue, pensò agli altri e, fattosi maestro, rimproverò
il suo compagno: "Neanche tu temi Dio?" (Lc 23,40). Non pensare, gli dice, a
questo tribunale terreno; c`è un altro giudice invisibile e un tribunale
incorruttibile. Non t`affannare d`essere stato condannato quaggiú; lassú non è
la stessa cosa. In questo tribunale i giusti a volte son condannati e i malvagi
sfuggono la pena; i rei vengono prosciolti e gl`innocenti vengono giustiziati.
Infatti i giudici, volenti o nolenti, spesso sbagliano; poiché per ignoranza o
inganno o per corruzione possono tradire la verità. Lassú è un`altra cosa. Dio è
giudice giusto e il suo giudizio verrà fuori come la luce, senza tenebre e senza
ignoranza...
Vedi che gran cosa è questa proclamazione del ladro? Proclamò Cristo Signore e
aprí il paradiso; e acquistò tanta fiducia, che da un podio di ladro osò
chiedere un regno. Vedi di quali beni la croce è sorgente? Chiedi un regno? Ma
che cosa vedi che te lo faccia pensare? In faccia hai una croce e dei chiodi, ma
la croce, egli dice, è simbolo di regno. Invoco il Re, perché vedo il
Crocifisso; è proprio del re morire per i suoi sudditi. Questo stesso disse: "Il
buon pastore dà la vita per le sue pecore" (Gv 10,11). Dunque, anche un buon re
dà la vita per i sudditi. Poiché dunque diede la sua vita, lo chiamo Re.
"Signore, ricordati di me, quando sarai nel tuo regno".
(Giovanni Crisostomo, Hom. de cruce et latrone, 2 s.)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Al sentir tante cose terrificanti, si sarebbero turbati gli animi deboli, perciò
il Signore dice subito: "Mettetevi bene in mente di non preoccuparvi di come
rispondere. Vi darò sapienza e bocca cui non potrà resistere nessuno dei vostri
avversari" (Lc 21,14). Come se volesse dire: Non vi spaventate, non temete; voi
scenderete in campo, ma sarò io a combattere; voi muoverete la lingua, ma sarò
io a parlare. E aggiunge: "Sarete traditi dai genitori, fratelli, parenti,
amici, e sarete uccisi" (Lc 21,16). I mali inflitti da estranei recano minor
dolore. Ci fanno piú male le pene che vengono da quelli che credevamo ci
volessero bene, perché al male del corpo si aggiunge il dolore dell`amicizia
perduta...
Ma perché è duro ciò che dice dell`afflizione, della morte, il Signore soggiunge
subito l`idea della risurrezione, dicendo: "Eppure neppure un capello del vostro
capo andrà perduto" (Lc 21,18). Sappiamo, fratelli, che un taglio nella carne fa
male, il taglio del capello non fa male. E il Signore dice ai suoi martiri: "Non
cadrà neppure un capello dal vostro capo", volendo significare: Perché temete di
perdere un membro che fa male, se lo tagliate, quando c`è una promessa che
neanche ciò che al taglio non duole sarà perduto? Continua: "Se saprete
resistere, vi salverete" (Lc 21,19). La salvezza dell`anima è riposta nella
virtù della pazienza, perché la fonte e la protezione di tutte le virtù è la
pazienza. Attraverso la pazienza diventiamo padroni della nostra vita, perché
quando impariamo a dominar noi stessi, allora davvero cominciamo ad essere
padroni di ciò che siamo. Ma la pazienza è non solo tollerare i mali che ci
vengono dagli altri, ma anche non sentirsi mordere contro colui che è causa del
male. Perché se uno sopporta solo in silenzio il male ricevuto, ma desidera che
si faccia giustizia, questi non ha pazienza la mostra soltanto. E` scritto,
infatti: "La carità è paziente, è benigna" (1Cor 13,4). E` paziente, perché
sopporta i mali che vengono dagli altri, ed è benigna, perché ama coloro che
sopporta. Perciò la Verità dice: "Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli
che vi odiano, pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano" (Mt
5,44). Per gli uomini è virtù tollerare i nemici, per Dio è virtù amarli; Dio
accetta solo questo sacrificio, cui dà fuoco innanzi ai suoi occhi, sull`altare
delle buone opere, la fiamma della carità.
Bisogna poi sapere che a volte sembriamo pazienti solo perché siamo incapaci di
rifarci. Ma chi non si vendica, perché non vi riesce, certo non è paziente;
perché la pazienza non sta nell`apparenza, ma nel cuore. Il vizio
dell`impazienza poi sciupa perfino la dottrina, che è la radice delle virtù. Sta
scritto, infatti: "La dottrina dell`uomo forte la si vede nella pazienza" (Pr
19,11). Tanto meno, dunque, uno si rivela dotto, quanto meno si dimostra
paziente. Non può, infatti, dar veramente dei beni, colui che non sa sopportare
il male. E quale sia il valore della pazienza, lo dice la parola di Salomone:
"Il paziente val piú dell`uomo forte, e chi domina il suo animo, vale piú di un
conquistatore di città" (Pr 16,32). E` minor vittoria espugnare una città,
perché i nemici vinti qui son fuori. La vittoria della pazienza è piú grande,
perché qui è l`animo che supera se stesso, quando lo abbatte nell`umiltà della
tolleranza.
Bisogna sapere anche un`altra cosa, che accade spesso ai pazienti. Ed è che, nel
momento che sopportano un`avversità o sentono un`ingiuria, non soffrono nessun
dolore, e così hanno pazienza e nutrono anche buoni sentimenti. Ma poi, quando
ripensano a ciò che gli è stato fatto si sentono stimolati da un fuoco
fortissimo, cercano motivi di vendetta e perdono, nel ripensamento, tutta la
mansuetudine che ebbero prima. E` che il nostro astuto avversario combatte
contro due: uno lo eccita, perché faccia l`insulto; l`altro, l`offeso, lo
provoca alla vendetta. Ma una volta ottenuta la vittoria contro quello che ha
fatto l`ingiuria, si muove con tutte le sue forze contro l`altro che non poté
spingere a restituire l`offesa. E poiché non riuscí ad eccitarlo nel momento in
cui egli fu ingiuriato, si ritira per il momento dal campo e cerca il modo
d`ingannarlo nel segreto del pensiero; vinto sul campo di battaglia, mette tutto
il suo impegno a costruire occulte insidie. In un momento di pace torna
nell`animo del vincitore e richiama alla sua memoria o il danno subito o le
frecciate delle ingiurie; esagera tutto, fa vedere tutto intollerabile e turba
l`animo con tanto furore, che quell`uomo, generalmente paziente, si vergogna
d`aver lasciato passar la cosa impunemente, si duole di non aver restituito
l`ingiuria e cerca l`occasione di farla pagare piú cara. A chi posso assimilare
costoro, se non a quelli che, dopo aver vinto con la loro forza sul campo, si
fanno poi vincere in casa per negligenza? A chi li paragonerò, se non a dei tali
che non si fecero uccidere da una grave malattia, e poi morirono per una
febbricciola insistente? E` dunque veramente paziente colui che in un primo
tempo sopporta senza dolore i mali che riceve, ma sa poi anche, quando ci
ripensa, gioire di quanto ha sopportato.
(Gregorio Magno, Hom., 35, 1.3-6)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Cristo ci libera dal peccato
"Come abbiamo portato l`immagine dell`uomo terreno, cosí
portiamo anche l`immagine dell`uomo che viene dal cielo; poiché il
primo uomo, che vien dalla terra, è terreno; l`altro che vien dal
cielo, celeste" (1Cor 15,49). Se faremo questo, carissimi, non
morremo piú. Anche se questo corpo si corromperà vivremo in Cristo,
come dice egli stesso: "Chi crede in me, anche se muore vivrà" (Gv
11,25). Siam dunque certi, sulla parola del Signore che Abramo,
Isacco e Giacobbe e tutti gli altti santi, sono vivi. Di questi
stessi dice il Signore: "Son tutti vivi; Dio è Signore dei vivi, non
dei morti" (Lc 20,38). E Paolo dice di se stesso: "Cristo è la mia
vita, e il morire è un guadagno: vorrei morire e stare con Cristo"
(Fil 1,21). E anche: "Nel tempo che stiamo nel corpo, camminiamo
lontani dal Signore. Ci guida la fede, non vediamo direttamente"
(2Cor 5,6).
Questa è la nostra fede, fratelli. D`altra parte, "se
riponiamo la nostra speranza in questo mondo, siamo piú infelici di
tutti gli uomini" (1Cor 15,19). La vita del mondo, come vedete da
voi, o è come quella delle pecore, delle fiere, degli uccelli, o
anche piú corta. E` invece proprio dell`uomo ciò che Cristo gli ha
dato, attraverso il suo Spirito, cioè, la vita eterna; ma se non si
pecca piú. Perché come la morte la si acquista col delitto, la si
evita con la virtù; cosí la vita la si perde col delitto, la si
conserva con la virtù. "Mercede del peccato è la morte; dono di Dio è
la vita eterna per mezzo di Gesú Cristo nostro Signore" (Rm 6,23).
Prima di tutto ritenetevi, o figli, gente data un giorno in potere
delle tenebre, ma ora liberata per la potenza di Gesú Cristo. E` lui
che ci redime "perdonando tutti i peccati e distruggendo la sentenza
pronunziata contro di noi per la nostra disobbedienza; l`affisse alla
croce; morendo ha trascinato le potenze avverse nel suo trionfo" (Col
2,13-15). Sciolse i prigionieri e spezzò le nostre catene, come dice
David: "Il Signore innalza gli sconfitti, scioglie i prigionieri,
illumina i ciechi" (Sal 145,7). E anche: "Hai spezzato le mie catene,
ti benedirò" (Sal 115,16). Liberati dunque dalle catene, per il
Battesimo, rinunziamo al diavolo, al quale avevamo servito; perché,
una volta liberati dal sangue di Cristo, non serviamo piú al diavolo.
Che se qualcuno, dimenticando la sua redenzione, tornasse al servizio
del diavolo e alle debolezze del mondo, sarà di nuovo legato con le
antiche catene e le sue condizioni saranno peggiori di prima (cf. Lc
11,26) perché il diavolo lo legherà piú strettamente... Dunque,
carissimi, una volta sola ci laviamo, una volta sola siamo liberati,
una volta sola entriamo nel regno immortale; una volta sola "son
felici coloro i cui peccati furono perdonati" (Sal 31,1). Stringete
forte ciò che avete avuto, conservatelo bene, non peccate piú.
Conservatevi puri dal peccato e immacolati per il giorno del Signore.
Son grandi e immensi i premi preparati per chi è fedele; premi
che "né occhio mai vide, né orecchio udí, né mai alcuno ha
immaginato" (1Cor 2,9). Aspirate a questi premi con azioni di
giustizia e con desideri spirituali. Amen.
(Paciano di Barcellona, Sermo de Baptismo, 6 s.)
2. Zaccheo: il buon uso delle ricchezze
"Ed ecco un uomo di nome Zaccheo" (Lc 19,2). Zaccheo è sul
sicomoro, il cieco è sulla strada. Il Signore ha pietà dell`uno e lo
aspetta; nobilita l`altro, onorandolo di una sua visita. Interroga il
cieco per guarirlo; si invita a casa di Zaccheo senza essere
invitato: sapeva infatti che il suo ospite sarebbe stato largamente
ricompensato, e se non gli aveva sentito proferire l`invito con la
voce, ne aveva tuttavia sentito il desiderio di farlo...
Ritorniamo ora nelle grazie dei ricchi: non vogliamo
offenderli, in quanto desideriamo, se possibile, guarirli tutti.
Altrimenti, impressionati dalla parabola del cammello, e lasciati da
parte, nella persona di Zaccheo, prima di quando converrebbe, essi
avrebbero un giusto motivo per ritenersi ingiuriati.
Essi debbono apprendere che non c`è colpa nell`essere ricchi,
ma nel non sapere usare delle ricchezze: le ricchezze, che nei
malvagi ostacolano la bontà, nei buoni debbono costituire un
incentivo alla virtù. Ecco, qui il ricco Zaccheo è scelto da Cristo:
ma donando egli la metà dei suoi beni ai poveri, restituendo fino a
quattro volte quanto aveva fraudolentemente rubato. Fare soltanto la
prima di queste due cose non sarebbe stato sufficiente, poiché la
generosità non conta niente, se permane l`ingiustizia: il Signore poi
chiede che si doni, non che si restituisca semplicemente ciò che si è
rubato. Zaccheo compie ambedue le cose, e perciò riceve una
ricompensa molto piú abbondante di quanto ha donato.
Opportunamente si fa rilevare che costui è il "capo dei
pubblicani" (Lc 19,2): chi allora potrà disperare della salvezza,
quando si è salvato anche colui che traeva il suo guadagno dalla
frode?
"Ed era ricco", sta scritto (Lc 19,2), affinché impari che
non tutti i ricchi sono avari.
Perché le Scritture non precisano mai la statura di nessuno
mentre di Zaccheo si dice che "era piccolo di statura" (Lc 19,3)?
Vedi se per caso egli non era piccolo nella sua malizia, o piccolo
nella sua fede: egli non aveva ancora promesso niente, quando era
salito sul sicomoro; non aveva ancora visto Cristo, e perciò era
piccolo. Giovanni invece era grande perché vide Cristo, vide lo
Spirito, come colomba, fermarsi su Cristo, tanto che disse: "Ho visto
lo Spirito discendere come colomba e fermarsi su di lui" (Gv 1,32).
Quanto alla folla, non si tratta forse di una turba confusa e
ignorante, che non aveva potuto vedere le altezze della Sapienza?
Zaccheo, finché è in mezzo alla folla, non può vedere Cristo; si è
elevato al di sopra della turba e lo ha visto, cioè meritò di
contemplare colui che desiderava vedere, oltrepassando l`ignoranza
della folla...
Cosí vide Zaccheo, che stava in alto; ormai per l`elevatezza
della sua fede egli emergeva tra i frutti delle nuove opere, come
dall`alto di un albero fecondo...
Zaccheo sul sicomoro è il nuovo frutto della nuova stagione.
(Ambrogio, In Luc., 8, 82.84-90)
Mi verrebbe meno il giorno, se volessi elencare gli studi di quelli che
s`interessano del Vangelo e quanto esso si adatti a tutti. Pensa a te stesso;
sii sobrio, ascolta i consigli, controlla il presente, prevedi il futuro. Non
trascurare, per indolenza, il presente e non t`illudere d`aver già in mano cose
future, che ancora non sono e forse non si avvereranno mai. Non è questa la
malattia propria dei giovani, che per leggerezza dimente credono di avere già le
cose che sperano? Infatti in un momento di riposo o nella pace della notte
costruiscono delle immagini di cose inesistenti e si ripromettono splendore di
vita,illustri matrimoni, figli fortunati, lunga vecchiaia, tributi di onore.
Poi, incapaci come sono di fermarsi a una qualsiasi speranza si lasciano
trasportare dall`ardore del loro animo alle cose piú grandi della terra.
Comprano case belle e grandi e le riempiono di preziosa e vaga suppellettile; e
aggiungono tutto quanto è fuori del mondo. Aggiungono greggi, folle di servi,
magistrature civili, principati, comandi militari, guerre, trofei, regno.
Passate queste cose in rassegna, per eccesso di stoltezza, credono presenti
queste cose sperate e se le vedono già innanzi ai piedi. E` la malattia
dell`ignavo, veder nella veglia gli oggetti d`un sogno. Per reprimere questa
sfrenatezza di mente, la Scrittura enunzia il sapiente precetto: "Pensa a te
stesso" e non promette mai ciò che non esiste e dirige le cose presenti alla tua
utilità. Penso che il legislatore si sia servito di questo monito, per eliminare
un tal vizio dalle abitudini degli uomini. Perché a noi è piú facile curiosare
nelle cose altrui, che pesare le proprie cose. Perciò finiscila di andare a
scovare nei mali altrui, guardati dal frugare nelle malattie altrui, volgi gli
occhi e scruta te stesso. Non son pochi coloro che, secondo la parola del
Signore (Mt 7,3), vedono la pagliuzza nell`occhio del fratello e non s`accorgono
della trave che è nel loro occhio. Non cessar mai di esaminarti se la tua vita
si attiene al precetto; ciò che è intorno a te, non lo guardare, perché non ti
si presenti l`occasione di imitare quel fariseo, che giustificava se stesso e
disprezzava il pubblicano (Lc 18,11). Chiediti sempre se hai peccato in
pensieri, se la lingua sia stata troppo facile, se la mano sia stata temeraria.
E se troverai che hai peccato molto (e lo troverai, perché sei uomo), usa le
parole del pubblicano: "Dio, abbi pietà di me peccatore" (Lc 18,13). Bada a te
stesso. Questa parola ti starà bene nel felice successo, quando la tua nave è
portata dalla corrente, e ti gioverà nei momenti difficili, in modo che non
diventi orgoglioso nel fasto e non disperi nell`avversità. Ti senti grande
perché sei ricco? T`inorgoglisci per la nobiltà deituoi antenati? Ti glorii
della tua nazione, bellezza, onori ricevuti? Pensa a te stesso: Sei mortale;
vieni dalla terra e tornerai nella terra (Gen 3,19)
(Basilio di Cesarea, Hom. "Attende tibi ipsi", 5)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]