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Messaggi 311 - 341 di 468   Più nuovo  |  < Più recente  |  Meno recente >  |  Più vecchio
Messaggi: Mostra riassunti messaggi   (Raggruppa per argomento) Disponi per data v  
#341 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Lun 8 Ago 2005 7:47 pm
Oggetto: La ricerca di Cristo (S.Ambrogio)
dioama
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Ma nota bene a chi è distribuito. Non agli sfaccendati, non a quanti abitano
nella città, cioè nella Sinagoga o fra gli onori del mondo, ma a quanti cercano
Cristo nel deserto, proprio coloro che non ne hanno noia sono accolti da Cristo,
e il Verbo di Dio parla con essi, non di questioni terrene, ma del Regno dei
cieli. E se taluni hanno addosso le piaghe di qualche passione del corpo, Egli
accorda volentieri a costoro la sua medicina.

Era dunque logico che Egli con nutrimenti spirituali salvasse dal digiuno quanti
aveva guarito dal dolore delle loro ferite. Perciò nessuno riceve il nutrimento
di Cristo se prima non è stato risanato, e coloro che sono invitati alla cena,
sono prima risanati da quell`invito. Se c`era uno zoppo, questi, per venire,
avrebbe conseguito la possibilità di camminare; se c`era qualcuno privo del lume
degli occhi, certo non sarebbe potuto entrare nella casa del Signore senza che
gli fosse stata ridata la luce.

Dappertutto, pertanto, viene rispettato l`ordinato svolgimento del mistero:
prima si provvede il rimedio alle ferite mediante la remissione dei peccati,
successivamente l`alimento della mensa celeste vien dato in abbondanza, sebbene
questa folla non sia ancora saziata da cibi piú sostanziosi, né quei cuori ancor
digiuni di una fede piú ferma siano nutriti col Corpo e col Sangue di Cristo.


(Ambrogio, In Luc. 6, 69-71)



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#340 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Ven 29 Lu 2005 3:04 pm
Oggetto: La ricerca di Cristo (S.Ambrogio)
dioama
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Ma nota bene a chi è dato. Non agli sfaccendati, non a quanti abitano nella
città, cioè nella Sinagoga o fra gli onori del mondo, ma a quanti cercano Cristo
nel deserto, proprio coloro che non ne hanno noia sono accolti da Cristo, e il
Verbo di Dio parla con essi, non di questioni terrene, ma del Regno dei cieli. E
se taluni hanno addosso le piaghe di qualche passione del corpo, Egli accorda
volentieri a costoro la sua medicina.

Era dunque logico che Egli con nutrimenti spirituali salvasse dal digiuno quanti
aveva guarito dal dolore delle loro ferite. Perciò nessuno riceve il nutrimento
di Cristo se prima non è stato risanato, e coloro che sono invitati alla cena,
sono prima risanati da quell`invito. Se c`era uno zoppo, questi, per venire,
avrebbe conseguito la possibilità di camminare; se c`era qualcuno privo del lume
degli occhi, certo non sarebbe potuto entrare nella casa del Signore senza che
gli fosse stata ridata la luce.

Dappertutto, pertanto, viene rispettato l`ordinato svolgimento del mistero:
prima si provvede il rimedio alle ferite mediante la remissione dei peccati,
successivamente l`alimento della mensa celeste vien dato in abbondanza, sebbene
questa folla non sia ancora saziata da cibi piú sostanziosi, né quei cuori ancor
digiuni di una fede piú ferma siano nutriti col Corpo e col Sangue di Cristo.


(Ambrogio, In Luc. 6, 69-71)



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#339 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Sab 23 Lu 2005 8:30 pm
Oggetto: Il tesoro è lo stesso Verbo di Dio (S.Girolamo)
dioama
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Questo tesoro, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della
scienza (cf. Col 2,2s), è il Verbo di Dio, che si rivela nascosto nel corpo di
Cristo (cf. "ibid".), o le Sante Scritture, nelle quali è riposta ogni verità
riguardante il Salvatore. Quando qualcuno trova in esse tale verità, deve
rinunziare a tutte le ricchezze di questo mondo, pur di possedere quanto ha
trovato. Le parole: "l`uomo che lo ha scoperto, lo nasconde di nuovo" (Mt
13,44), non indicano che quest`uomo si comporta cosí perché ne è geloso, ma
perché ha timore di perderlo e vuole conservarlo, e perciò cela nel suo cuore
colui per il quale ha rinunziato a tutte le ricchezze che aveva...

Le belle perle sono la Legge e i Profeti, e la conoscenza del Vecchio
Testamento. Ma una sola è la perla di grande valore, cioè la conoscenza del
Salvatore, il sacramento della sua passione, il mistero della sua risurrezione.
Il mercante che ha scoperto, a somiglianza dell`apostolo Paolo, tutti i misteri
della Legge e dei Profeti e le antiche osservanze, nel rispetto delle quali ha
sinora vissuto, tutte alla fine le disprezza come spazzatura e banalità, per
guadagnarsi Cristo (cf. Fil 3,8). Non perché la scoperta della nuova perla
comporti la condanna di quelle antiche; ma perché, al suo confronto, tutte le
altre perle appaiono di minor valore . . .

Il vaticinio di Geremia, che dice: "Ecco, manderò a voi molti pescatori" (Ger
16,16), si è compiuto: Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo,
dopo avere udito le parole: Seguitemi, e vi farò pescatori di uomini (cf. Mt
4,19; Mc 1,17) hanno intrecciato per sé stessi, ricavandola dal Vecchio e dai
Nuovo Testamento, una rete fatta di insegnamenti evangelici e l`hanno gettata
nel mare di questo mondo. Questa rete è ancor oggi tesa in mezzo ai flutti e
prende, dalle onde amare e salate, tutto quanto incontra, cioè uomini buoni e
cattivi, pesci buoni e cattivi. Ma quando verrà la fine del mondo, come Gesú piú
avanti chiaramente dirà, allora la rete sarà tratta a riva, allora sarà
manifesto il giudizio che separerà i pesci: come in un tranquillissimo porto, i
buoni saranno riposti nell`ufficio delle celesti mansioni, mentre i cattivi
saranno gettati nel fuoco della geenna, dove saranno bruciati e inariditi (cf.
Mt 13,47-50).

(Girolamo, In Matth. II, 13, 44-46)



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#338 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Mar 19 Lu 2005 9:45 pm
Oggetto: Re: L'eredità dei nostri padri nella Fede
dioama
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Dall'apologetico di Tertulliano

Cap. XIII. La Regola di fede

È proprio questa regola di fede, che noi professsiamo come base della difesa
nostra: è essa che ci da la linea nella nostra ferma credenza.

Che vi è un Dio solo, creatore del mondo, ne alcun altro al di fuori di Lui.
Questi ha tratto il tutto, esistente nell'Universo, dal nulla per mezzo del
Verbo Suo, generato al principio delle cose tutte: Figlio Suo fu chiamato questo
Verbo, e nel nome di Dio apparve ai Patriarchi sotto varie figure; in ogni tempo
fu ascoltato dai Profeti, e di poi discese per lo spirito e virtù di Dio padre,
in Maria Vergine, e nel seno di Lei divenne carne e da Essa ebbe vita Gesù
Cristo. E nuova legge Egli promulgò alle genti, e formulò una nuova promessa di
un Regno dei Cieli; fece dei miracoli, fu posto in croce, ma nel terzo giorno
della Sua morte risorse, e ascese in Cielo, dove sedè alla destra del Padre Suo;
e mandò in terra la potenza dello Spirito Santo, in vece Sua, chè fosse la guida
di tutti i credenti. Egli poi ritornerà in pieno fulgore di gloria e di luce per
prendersi i Santi e condurseli ai frutti della vita eterna e delle celesti
promesse, e per giudicare i profani, pronunciando contro di loro la condanna del
fuoco eterno, dopo aver compiuta la restituzione dei corpi agli uni e agli
altri.

XIV.

La regola dì fede è cio che pienamente soddisfa l'anima nostra, senza andar più
oltre cercando.

Questa è stata la regola che Cristo ha stabilito; ed io ve lo proverò; ed essa
non può dar luogo fra noi a controversie o a questioni di sorta, al di fuori di
quelle che vengono sollevate dalle eresie, che creano gli eretici,

Del resto, se la base della regola di fede resterà inalterata, potrai anche
discutere, esaminare, considerare quanto sarà di tuo piacimento, se qualche cosa
in essa potrà per te rivestire carattere di ambiguità o sembrarti avvolta in un
velo di oscuro. È vero certamente che vi è qualche dotto, nostro fratello, che
ha avuto il dono di conoscere i segreti della più profonda saggezza; vi è pur
qualcuno, dico, che ha familiarità con chi possiede esperienza di simili
questioni; e che è preso, con voi, forse, dal desiderio di ricercare troppo
avidamente. Ma, in fondo in fondo, è meglio ignorare qualche cosa, piuttosto che
venire poi a conoscere quello che non sì deve, dal momento che tu sai già quello
che a te è doveroso sapere. Il Signore ha detto: è la tua fede quella che ti ha
salvato (58), non l'esame delle Scritture, che nella tua abilità hai condotto
con sottigliezza di spirito critico. In che cosa consiste la fede? nella regola
della fede stessa. Essa ha la sua legge, e la salvezza ti viene appunto
dall'osservanza scrupolosa di questa: ma l'abilità nell'interpretazione della
Scrittura, risiede solo in un principio di curiosità, e il suo prestigio
l'attìnge solo dal potere acquistare il nome di uomo saggio ed erudito: ma, di
fronte alla fede, la ricerca abile e sottile ceda le armi, e la gloria lasci il
passo alla salvezza: almeno esse non facciano chiasso e non frappongano
ostacoli; se ne stiano in tutta pace. È raggiungere il grado più alto di
sapienza, il non saper nulla che possa opporsi o contrastare alla regola dì
fede.

Ebbene; supponiamo ora che gli eretici non siano i nemici dichiarati della
verità e che a noi non sia fatto obbligo alcuno di fuggirli; ma che cosa è,
insomma, questa nostra relazione con gente che confessa apertamente di dover
ricercare ancora ? Se essi sono sinceri nell'affermare che ancora hanno ardore
di ricerca, ciò significa manifestamente che fino ad ora non hanno trovato
niente di sicuro, e perciò anche quelle parti di dottrina che sembrano intanto
considerare come inalterabili, non possono, viceversa, convincerci che
nell'animo loro non serpeggi il dubbio, perche essi appunto sono sotto l'affanno
tormentoso di ricerche nuove. E tu, dunque, che vai cercando, o cristiano, e
rivolgi lo sguardo a coloro che pur vanno vagando nella ricerca stessa, tu, con
loro, siete avvolti nelle tenebre del dubbio, e, incerti, vi rivolgete a chi sta
in maggiore incertezza della vostra, ed è quindi inevitabile che come ciechi,
guidati da ciechi, voi precipitiate nell'abisso . Ma essi vogliono trarci in
inganno e usano di questo mezzo: noi ricerchiamo ancora, dicono; e questo, per
far penetrare fra noi i loro scritti, sperando appunto nel nostro intimo
turbamento, che potrebbe derivare da questa ansia tormentosa della ricerca; ma
dopo, quando hanno fatto tanto di giungere all'animo nostro, ecco che essi tosto
si ergono a difensori, a sostenitori di ciò che prima dicevano formare ancora
l'oggetto della loro ricerca. A noi dunque sta di confutarli con tanta energia
ed efficacia, così che essi sappiano che noi intendiamo sconfessare, non Cristo,
ma costoro. Cercano essi ancora? evidente indizio che nulla essi possiedono di
sicuro, e se nulla hanno di ben saldo nel loro spirito, essi non hanno mai
creduto, e se non hanno avuto sicurezza e fermezza di fede, a loro non s'addice
il nome di Cristiani.



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#337 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Dom 17 Lu 2005 7:41 am
Oggetto: Il Logos ha seminato il buon grano (Origene)
dioama
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Mentre dormono coloro che non praticano il comando di Gesú che dice: "Vegliate e
pregate, per non entrare in tentazione" (Mt 26,41; Mc 14,38; Lc 22,40), il
diavolo, che fa la posta (cf. 1Pt 5,8), semina quella che viene detta la
zizzania, le dottrine perverse, al di sopra di ciò che alcuni chiamano i
pensieri naturali, e al di sopra dei buoni semi venuti dal Logos. Secondo tale
interpretazione, il campo designerebbe il mondo intero e non solamente la Chiesa
di Dio; infatti è nel mondo intero che il Figlio di Dio ha seminato il buon seme
e il cattivo la zizzania (cf. Mt 13,37-38), cioè le dottrine perverse che, per
la loro nocività, sono "figlie del maligno". Ma ci sarà necessariamente, alla
fine del mondo, che vien detta "la consumazione del secolo", una mietitura,
perché gli angeli di Dio preposti a tale compito raccolgano le cattive dottrine
che si saranno sviluppate nell`anima e le consegnino alla distruzione,
gettandole, perché brucino, in quello che viene definito fuoco (cf. Mt 13,40). E
cosí, "gli angeli", servitori del Logos, raduneranno "in tutto il regno" di
Cristo, "tutti gli scandali" presenti nelle anime e i ragionamenti "che
producono l`empietà", e li distruggeranno gettandoli nella "fornace di fuoco",
quella che consuma (cf. Mt 13,41-42) cosí del pari coloro che prenderanno
coscienza che, poiché hanno dormito, hanno accolto in sé stessi i semi del
cattivo, piangeranno e saranno, per cosí dire, in collera con sé stessi. Sta in
ciò, in effetti, "lo stridor di denti" (Mt 13,42), ed è anche per questo che è
detto nei Salmi: "Hanno digrignato i denti contro di me" (Sal 35,16). E`
soprattutto allora che "i giusti brilleranno", non tanto in modo diverso, come
agli inizi, bensí tutti alla maniera di un unico "sole, nel regno del Padre
loro" (Mt 13,43).

(Origene, In Matth. 10, 2)



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#336 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Ven 8 Lu 2005 5:45 pm
Oggetto: IL SEMINATORE (S.Efrem)
dioama
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La diversità dei terreni immagine delle anime

Il seminatore è unico ed ha sparso la sua semente in modo equo, senza fare
eccezione di persone; ma ogni terreno, da se stesso, ha mostrato il suo amore
con i propri frutti. Il Signore manifesta cosí con la sua parola che il Vangelo
non giustifica per forza, senza il consenso della libertà; le orecchie sterili
che egli non ha privato della semente delle sue sante parole ne sono la prova.

"La semente cadde sul bordo della strada" (Mt 13,19), ecco una cosa che è
l`immagine stessa dell`anima ingrata, di colui che non ha fatto fruttificare il
proprio talento ed ha disprezzato il proprio benefattore (cf. Mt 25,24-30). La
terra che aveva tardato ad accogliere il suo seme, è divenuta luogo di passaggio
per tutti i malintenzionati; cosí non vi fu piú posto in essa per il padrone,
perché vi potesse entrare da lavoratore, ne potesse rompere la durezza e
spargervi il suo seme. Nostro Signore ha descritto il maligno sotto i tratti
degli uccelli, poiché il maligno ha portato via il seme (cf. Mt 13,19). Egli ha
voluto indicare cosí che il maligno non prende per forza la dottrina che è stata
distribuita nel cuore. Nell`immagine che egli ha proposto, ecco che in effetti
la voce del Vangelo si pone alla porta dell`orecchio, come il grano alla
superficie di una terra che non ha nascosto nel suo seno ciò che è caduto su di
essa; infatti non è stato permesso agli uccelli di penetrare nella terra alla
ricerca di quel seme che la terra aveva nascosto sotto le sue ali.

"E quella parte che era caduta sui sassi" (Mt 13,20); Dio che è buono manifesta
cosí la sua misericordia; quantunque la durezza della terra non fosse stata
rotta dal lavoro, nondimeno egli non l`ha privata del suo seme. Questa terra
rappresenta coloro che si estraniano dalla dottrina di Nostro Signore, come quei
tali che hanno detto: "Quella parola è dura; chi può intenderla?" (Gv 6,60). E
come Giuda; infatti egli ha ascoltato la parola del Maestro ed ha messo i fiori
per l`azione dei suoi miracoli, ma al momento della tentazione, è divenuto
sterile.

Il terreno spinoso (cf. Mt 13,22), nonostante il grano ricevuto, ha ceduto la
propria forza ai rovi e agli spini. Buttando audacemente il suo seme su una
terra ribelle al lavoro altrui, il padrone ha manifestato la sua carità.
Nonostante il predominio dei rovi, egli ha sparso a profusione il suo seme sulla
terra, perché essa non potesse avere scusanti...

La terra buona e ubertosa (cf. Lc 8,8) è immagine delle anime che agiscono
secondo verità, alla maniera di coloro che sono stati chiamati ed hanno
abbandonato tutto per seguire Cristo. . .

Nonostante una volontà unanimemente buona che ha ricevuto con gioia il seme dei
beni, la terra buona e ubertosa produce in modi diversi, dove "il trenta", dove
"il sessanta", dove "il cento"; tutte le parti della terra fanno crescere
secondo il proprio potere e nella gioia, alla stregua di coloro che avevano
ricevuto "cinque talenti" e ne hanno guadagnati "dieci, ciascuno secondo la sua
capacità" (cf. Mt 25,14-30). Colui che rende "il cento" sembra possedere la
perfezione dell`elezione; egli ha ricevuto il sigillo di una morte offerta in
testimonianza per Dio. Quelli che rendono "il sessanta", sono coloro che sono
stati chiamati e che hanno abbandonato il proprio corpo a dolorosi tormenti per
il loro Dio, ma non sono arrivati al punto di morire per il loro Signore;
tuttavia restano buoni fino alla fine. "Il trenta", è la misura quotidiana della
buona terra; sono coloro che sono stati eletti alla vocazione di discepoli e sui
quali non si sono levati i tempi della persecuzione; sono tuttavia coronati
dalle loro opere buone, proprio come una terra è coronata dal suo frutto, ma non
sono stati chiamati al martirio e alla testimonianza della loro fede.

(Efrem, Diatessaron, 11, 12-15.17 s.)



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#335 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Sab 2 Lu 2005 8:31 pm
Oggetto: Apprendere la mitezza di Cristo (S.Giovanni Crisostomo)
dioama
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"Venite a me, voi tutti che siete affaticati e aggravati, e io vi darò sollievo"
(Mt 11,28). Non chiama questo o quello in particolare, ma si rivolge a tutti
quanti sono tormentati dalle preoccupazioni, dalla tristezza, o si trovano in
peccato. "Venite", non perché io voglia chiedervi conto delle vostre colpe, ma
per perdonarle. "Venite", non perché io abbia bisogno delle vostre lodi, ma
perché ho una ardente sete della vostra salvezza. "Io" - infatti, egli dice -
"vi darò sollievo". Non dice semplicemente: io vi salverò, ma ciò che è molto di
piú: vi porrò in assoluta sicureza, perché questo è il senso delle parole "vi
darò sollievo".

"Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me che sono mite e umile di
cuore, e cosí troverete conforto alle anime vostre; poiché il mio giogo è soave,
e il mio peso è leggero" (Mt 11,29-30). Non vi spaventate dunque, quando sentite
parlare di "giogo", perché esso è "soave"; non abbiate timore quando udite
parlare di "peso", perché esso è leggero. Ma perché, allora, -voi direte, - ha
parlato precedentemente della porta stretta e della via angusta? Pare cosí
quando noi siamo pigri e spiritualmente abbattuti. Ma se tu metti in pratica e
adempi le parole di Cristo, il peso sarà leggero. E` in questo senso che cosí lo
definisce. Ma come si può adempire ciò che Gesú dice? Puoi far questo se tu
diventi umile, mite e modesto. Questa virtù è infatti la madre di tutta la
filosofia cristiana. Per questo motivo quando egli incomincia a insegnare quelle
sue divine leggi, inizia dall`umiltà (cf.Mt 7,14). Egli conferma qui quanto
disse allora, e promette che questa virtù sarà grandemente ricompensata. Essa
non sarà - dice in sostanza - utile solo agli altri, in quanto voi prima di
tutti ne riceverete i frutti, poiché "troverete conforto alle anime vostre".
Ancor prima della vita eterna il Signore ti dà già la ricompensa e ti offre la
corona del combattimento: in questo modo e col fatto che propone se stesso come
esempio, rende accettabili le sue parole.

Che cosa temi? - sembra dire il Signore. Temi di apparire degno di disprezzo, se
sei umile? Guarda a me: considera tutti gli esempi che ti ho dati e allora
riconoscerai chiaramente quale grande bene è l`umiltà. Osserva come esorta e
conduce con tutti i mezzi i discepoli all`umiltà; dapprima con il suo esempio:
"Imparate da me che sono mite e umile di cuore"; poi con le ricompense che essi
otterranno: "troverete conforto alle anime vostre"; con la grazia che egli
stesso concederà loro: "io vi darò sollievo"; rendendo dolce e leggero il suo
giogo: "poiché il mio giogo è soave, e il mio peso leggero"...

Se voi, dopo aver sentito parlare di giogo e di peso, ancora tremate e avete
paura, ciò non deriva dalla natura stessa delle cose, ma esclusivamente dalla
vostra pigrizia; perché se aveste lo spirito pronto e fervoroso tutto vi
apparirebbe facile e leggero.

Ecco perché Cristo, volendo mostrare che anche noi dobbiamo compiere da parte
nostra ogni sforzo, evita da un lato di dire soltanto cose gradevoli e facili, e
dall`altro di parlare solamente di rinunzie difficili e severe, ma tempera le
une cose con le altre. Parla di un "giogo", ma lo definisce "soave"; nomina un
"peso", ma aggiunge che è "leggero", affinché non lo si sfugga in quanto
eccessivamente pesante, né lo si disprezzi perché troppo leggero.

(Giovanni Crisostomo, In Matth. 38, 2 s.)



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#334 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Mer 22 Giu 2005 8:10 pm
Oggetto: Diritti esclusivi di Gesú (S. Giov.Crisostomo)
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"Chi ama il padre o la madre piú di me, non è degno di me; e chi ama il figlio o
la figlia piú di me, non è degno di me. E chi non prende la sua croce e viene
dietro a me, non è degno di me" (Mt 10,37-38). Notate la dignità e l`autorità
del Maestro. Vedete come egli dimostra di essere il Figlio unico e legittimo del
Padre, ordinando agli uomini di rinunziare a tutto e di anteporre l`amore per
lui a ogni cosa. Non vi ordino soltanto -egli dice in sostanza - di preferire me
ai vostri amici o ai vostri parenti. Vi ordino qualcosa di piú, vi dico cioè che
se preferite la vostra anima, la vostra vita all`amore che mi dovete, siete ben
lontani dall`essere miei discepoli...

E se Paolo raccomanda con tanta cura ai figli di essere sottomessi ai genitori,
non stupitevene. Egli ordina di obbedire ai genitori solo in quelle cose che non
offendono l`amore di Dio. E` santo rendere ai genitori tutto l`onore e la
deferenza che loro è dovuta. Ma se essi esigono da noi quanto non è loro dovuto,
non si deve obbedir loro. Ecco perché Luca, citando le parole di Gesú, scrive:
"Se uno viene a me senza disamare il proprio padre e la madre, la moglie e i
figli, i fratelli, e persino la propria vita, non può essere mio discepolo" (Lc
14,26). Cristo non comanda di non amare in senso assoluto, perché ciò sarebbe
del tutto ingiusto; ma se i genitori e i parenti esigessero per sé un amore piú
grande di quello che nutriamo per lui, egli dice di detestarli per tale motivo.
Questo amore non ordinato, infatti, perderebbe sia colui che ama sia coloro che
sono cosí amati.

Gesú parla in tal modo per rendere al tempo stesso i figli piú forti, quando è
in causa l`amore di Dio, e i genitori, che volessero ostacolarli, piú miti e
ragionevoli. Costatando che Dio ha tale forza e potenza da attirare a sé i figli
degli uomini, separandoli dai loro genitori, questi ultimi desisteranno
dall`opporsi, ben comprendendo che tutti i loro sforzi in tal senso sarebbero
inutili. Ecco perché in questo passo Gesú si rivolge solo ai figli, e non
indirizza le sue parole anche ai padri, i quali, però, dalle sue parole sono
avvertiti di non tentare mai di allontanare da Dio i loro figli trattandosi di
impresa impossibile. Ma affinché i padri non rimangano indignati e non si
ritengano offesi da questo comando ch`egli rivolge ai giovani, osservate come
prosegue il suo discorso. Dopo aver detto "Se uno viene a me senza disamare il
proprio padre e la madre" aggiunge subito "e persino la propria vita". Credete
voi - egli dice in sostanza - che io vi chieda soltanto di rinunziare ai vostri
genitori, ai vostri fratelli, alle vostre sorelle, alle vostre spose? Non c`è
niente di piú strettamente unito all`uomo della sua vita: ebbene, se non
giungerete a disprezzare anche quella, io non vi considererò né vi tratterò
certo da amici, ma in modo del tutto contrario. E non chiede ai suoi discepoli
solo di disprezzare la propria vita, ma ingiunge loro di esporla alla guerra,
alle lotte, all`uccisione, al sangue.

"Chi non porta la sua croce e viene dietro a me, non può essere mio discepolo"
(Lc 14,27). Vuole insomma che noi siamo pronti non solo alla morte, ma anche a
una morte violenta e persino alla piú ignominiosa di tutte le morti. Non parla
ancora ai discepoli della sua passione, volendo che, ammaestrati prima da tali
insegnamenti, piú facilmente siano pronti ad accettarla quando dovranno sentirne
parlare. Come è possibile non ammirare il fatto che l`anima degli apostoli, dopo
tali predizioni, non si sia staccata dal corpo, dato che nel tempo presente si
preparavano per loro solo dolori e sofferenze, mentre la felicità che
attendevano era solo nelle loro speranze? Come hanno fatto a non scoraggiarsi e
a non perdersi d`animo? Non possiamo trovare altra spiegazione per questo
straordinario fatto se non la straordinaria potenza del Maestro e il grande
amore dei discepoli. Queste sono le ragioni per cui, pur vedendosi destinati a
soffrire tribolazioni ben piú aspre e terribili di quelle subite da grandi
uomini quali furono Mosè e Geremia, rimasero fedeli e si mostrarono pronti ad
affrontarle senza obiettare ed opporsi minimamente.

(Giovanni Crisostomo, In Matth. 35, 1 s.)



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#333 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Mer 15 Giu 2005 6:53 am
Oggetto: Difesa della divinità di Cristo (Eusebio di Cesarea)
dioama
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In un libro scritto da uno scrittore contro l'eresia di Anemone, che ai nostri
tempi Paolo di Samosata  ha cercato di rinnovare, si tramanda un racconto
relativo ai fatti da noi esaminati. Questo scrittore, infatti, confuta
l'anzidetta eresia, la quale sostiene che il Salvatore è un semplice uomo, cosa
che è invece un'innovazione recente nonostante i suoi propugnatori volessero
renderla venerabile come se fosse antica, dopo aver addotto parecchie e diverse
ragioni a confutazione della loro falsità blasfema, l'opera dice testualmente :
"Affermano infatti che tutti gli antichi e gli apostoli stessi hanno ricevuto
dalla tradizione e hanno insegnato ciò che essi ora dicono e che la verità della
predicazione è stata conservata fino ai tempi di Vittore, che fu tredicesimo
vescovo di Roma dopo Pietro, mentre la verità è stata alterata a partire dal suo
successore Zefirino. Ciò che essi sostenevano avrebbe potuto essere plausibile
se non li contraddicessero innanzitutto le divine Scritture, d'altra parte
esistono anche scritti di alcuni fratelli, più antichi dell'epoca di Vittore,
che furono composti a difesa della verità contro i pagani e contro le eresie di
allora, voglio dire le opere di Giustino, Milziade, Taziano, Clemente e di molti
altri, nelle quali tutte si afferma la divinità di Cristo. Chi non conosce,
infatti, i libri di Ireneo, di Melitene e degli altri che proclamarono il Cristo
Dio e uomo. E chi non conosce tutti i salmi e gli inni, scritti sin dall'inizio
da nostri fratelli nella fede, che cantano il Cristo come Logos di Dio e lo
proclamano Dio.  Come dunque è possibile, dopo che il pensiero della Chiesa è
stato formulato da cosi tanti anni, ammettere che quanti precedettero Vittore
abbiano predicato come costoro sostengono? Come possono non vergognarsi di
attribuire questa dottrina menzognera a Vittore, quando invece erano a
conoscenza che proprio Vittore escluse dalla comunione il cuoiaio Teodoto, capo
e iniziatore di questa apostasia negatrice di Dio e che per primo ha affermato
che Cristo è un semplice uomo?

Dal Quinto libro della Storia Ecclesiastica di Eusebio



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#332 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Ven 10 Giu 2005 9:05 pm
Oggetto: Le piaghe del Salvatore (Bernardo di Chiarav.)
dioama
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Dove puoi trovare una pace sicura e solida se non nelle piaghe del Salvatore?
Tanto piú sicuro mi sento là dentro, quanto piú forte è lui per salvarmi. Freme
il mondo, urge il corpo, insidia il diavolo; sto saldo, son fondato sopra una
pietra ben solida. Ho peccato tanto; la mia coscienza n`è turbata, ma non
disperata, perché mi ricorderò delle piaghe del Signore. Infatti lui è stato
piagato per le nostre ferite (Is 53,5). Che cosa può essere cosí mortale, che
non possa essere disciolto con la morte di Cristo? Se, dunque, ti ricorderai di
una così potente ed efficace medicina, non ci sarà alcuna gravità di malattia
che possa spaventarti.

Sbagliò allora colui che disse: Il mio peccato è troppo grande, perché possa
sperare perdono (Gen 4,13). Disse cosí perché non apparteneva alle membra di
Cristo, non faceva conto sul merito di Cristo al punto da ritenere suo ciò che è
di Cristo. Io invece, fiduciosamente, ciò che mi manca lo vado a prendere dalle
viscere del Signore, che son piene di misericordia, e non vi mancan dei fori,
perché ne venga fuori. Traforarono le sue mani e i suoi piedi, trapassarono il
suo fianco con la lancia e attraverso queste fessure posso succhiare miele dalla
pietra e olio dal piú duro dei sassi, cioè, posso gustare e vedere quant`è soave
il Signore. Nutriva pensieri di pace e io non lo sapevo. Chi, infatti, conosceva
l`indole di Dio, o chi gli ha mai suggerito qualche cosa? (Ger 29,11). I chiodi
mi son diventati chiavi per scoprire la volontà di Dio. Perché non dovrei
guardare attraverso quei fori? I chiodi, le piaghe protestano che veramente, in
Cristo, Dio si rappacifica col mondo. La spada gli trapassò l`anima e raggiunse
il suo cuore (Sal 104,18) certo non perché non imparasse a compatire le mie
debolezze. Si vede il mistero del cuore, attraverso i fori del corpo, si scopre
quel gran mistero di pietà, si scoprono le viscere della misericordia del nostro
Dio con la quale dalla sua altezza è venuto verso di noi (1Tm 3,16). Perché non
dovrebbero vedersi le viscere attraverso le ferite? In che cosa, infatti, si
sarebbe visto piú chiaramente, se non nelle tue ferite, che tu, Signore, sei
soave e mite e pieno di misericordia (Sal 85,5)? Nessuno ha maggiore affetto di
chi dà la vita per dei rei e dei condannati.

Tutto il mio merito è la misericordia del Signore. Non sono affatto privo di
meriti, finché lui non è privo di misericordia. Che se la misericordia del
Signore è tanta, anche i miei meriti son tanti. E che farò se m`accorgerò
d`esser reo di molti delitti? Appunto, quanto piú furon numerosi i delitti,
tanto piú abbondò la grazia (Rm 5,20). E se le misericordie di Dio vanno da una
eternità all`altra, anch`io canterò in eterno le misericordie del Signore (cf.
Sal 102,17; 88,1).


(Bernardo di Chiarav., In Cant. Cant., 61, 3-5)



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#331 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Gio 2 Giu 2005 2:11 pm
Oggetto: Credere per capire (S.Agostino)
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Ciò che dunque vedete è pane e vino; ed è ciò che anche i vostri occhi vi fanno
vedere: ma la vostra fede vuol essere istruita, il pane è il corpo di Cristo, il
vino è il sangue di Cristo. Veramente quello che è stato detto in poche parole
forse basta alla fede: ma la fede desidera essere istruita. Dice infatti il
profeta: Se non crederete, non capirete (Is 7,9). Infatti voi potete dirmi: "Ci
hai insegnato a credere, fa` in modo che noi comprendiamo". Nel proprio animo
qualcuno può pensare: "Sappiamo che Nostro Signore Gesú Cristo nacque da Maria
Vergine. Da bambino fu allattato, nutrito; quindi crebbe, divenne giovane, fu
perseguitato dai Giudei, fu messo in croce, morí in croce, fu deposto dalla
croce, fu sepolto, il terzo giorno risuscitò come aveva stabilito, salí in
cielo; come è asceso cosí verrà a giudicare i vivi e i morti; quindi ora siede
alla destra del Padre: come può il pane essere il suo corpo? E il calice, ossia
il vino che il calice contiene, come può essere il suo sangue?". Ma queste cose,
fratelli, si chiamano Sacramenti, poiché in essi una cosa si vede, un`altra si
intende. Ciò che si vede ha un aspetto corporeo, ciò che si intende ha sostanza
spirituale. Se dunque vuoi farti una idea del corpo di Cristo, ascolta
l`Apostolo che dice ai fedeli: Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra (1Cor
12,27). Perciò se voi siete il corpo e le membra di Cristo, il vostro mistero
risiede nella mensa del Signore: voi accettate il vostro mistero. A ciò che
siete voi rispondete Amen, e cosí rispondendo voi l`approvate. Infatti tu senti:
"Il Corpo di Cristo"; e rispondi Amen. Sii membro del corpo di Cristo, perché
sia vero quell`Amen. Perché dunque nel pane? Qui non aggiungiamo nulla di
nostro, ascoltiamo sempre lo stesso Apostolo che, parlando di questo sacramento,
dice: Poiché c`è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo (1Cor
10,17): comprendete e gioite; unità, verità, pietà, carità. Un pane solo: che
cos`è questo solo pane? Pur essendo molti siamo un corpo solo. Ricordatevi che
il pane non si ottiene da un solo chicco di grano, ma da molti. Quando venivate
esorcizzati era come se foste macinati. Quando siete stati battezzati, come se
foste impastati. Quando avete ricevuto il fuoco dello Spirito Santo, come se
foste cotti. Siate ciò che vedete e accettate quello che siete. Questo ha detto
del pane l`Apostolo. Quindi quello che intendiamo col calice, anche se non è
stato detto, lo ha mostrato sufficientemente. Infatti come molti chicchi si
fondono in uno solo per avere la forma visibile del pane, cosí avvenga ciò che
la Sacra Scrittura dice dei fedeli: Essi avevano un cuor solo e un`anima sola
rivolti verso Dio (At 4,32): ed è così anche per quanto riguarda il vino.
Fratelli, ricordate da che cosa si ricava il vino. Molti sono i chicchi che
pendono dal grappolo, ma poi tutti si mescolano in un solo liquido. Cristo
Signore ha voluto che noi fossimo così, ha voluto che noi gli appartenessimo, ha
consacrato alla sua mensa il mistero della pace e della nostra unità. Chi
accoglie il mistero dell`unità, ma non mantiene il vincolo della pace, non
accoglie il mistero in suo favore, ma una prova contro di sè.


(Agostino, Sermo 272)



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#330 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Gio 26 Mag 2005 9:14 pm
Oggetto: Onnipresenza di Dio
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Tutta l'immensità del cielo sta nel palmo di Dio e tutta la vastità della terra
è racchiusa nel suo pugno. Ma la parola di Dio, se giova certo a formarci
un'idea irradiata di religiosità, ha piú significato, per una comprensione
profonda, di quanto esteriormente si percepisca. Infatti il cielo, racchiuso nel
palmo di Dio, è anche il suo trono; e la terra, contenuta nel suo pugno, è anche
lo sgabello dei suoi piedi. Ma né il trono, né lo sgabello si possono
interpretare nel senso estensivo del corpo che siede, perché quell'Essere
infinito può afferrare e racchiudere nel pugno ciò che gli serve da sgabello e
da trono. In tutte queste realtà create ab origine, dentro e fuori, si deve
riconoscere Dio ad esse trascendente e insieme intimo, cioè circonfuso e infuso
in tutte; infatti il palmo e il pugno che tutto contengono, manifestano il suo
dominio esteriore sulla natura, invece il trono e lo sgabello manifestano che
tutte le cose sono a lui soggette come ciò che è esterno a chi risiede
nell'intimo. Cosí egli, nella sua completezza, tutto contiene in sé e fuori di
sé perché, per la sua infinità, egli non è lontano da tutto, eppure tutte le
cose sono esterne a lui,che è infinito.

In questi pensieri su Dio, tanto pregni di religiosità, l'animo mio - tutto
preso dallo studio della verità - trovò il suo diletto... E questa nostra pia
conoscenza fu poi chiaramente raffermata dal profeta che dice: Dove me ne andrò
lontano dal tuo spirito, e dove fuggirò dal tuo volto? Se salgo in cielo, tu ci
sei; se scendo nel profondo, anche lí sei presente. Se prendo le mie penne prima
della luce e mi rifugio all'estremita del mare, anche lí mi conduce la tua mano
e la tua destra mi stringe (Sal.138, 7-10). Non vi è luogo senza Dio, né luogo
non in Dio. Egli è nei cieli, e nel profondo, è al di là dei mari. E' presente
nel loro intimo, li trascende all'esterno. Perciò egli ha, ed ha avuto; egli non
è in qualcuno, ma a nessuno manca.

La Trinità,1, 6
Onnipresenza di Dio





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#329 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Mer 18 Mag 2005 4:29 pm
Oggetto: Manifestazione dell'Amore di Dio (Salviano di Marsiglia)
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La manifestazione della divina carità


Chi lavora un campo, lo lavora per conservarlo coltivato. Chi pianta una vigna,
la pianta per custodirne le viti. Chi mette insieme un gregge, lo fa per
dedicarsi poi a moltiplicarlo. E chi edifica una casa o pone delle fondamenta,
anche se già non vi abita, abbraccia il lavoro a cui si sobbarca nella speranza
della futura dimora. E perché debbo fermarmi a parlare dell`uomo, quando gli
stessi animali piú piccoli fanno tutto per la brama di beni futuri? Quando le
formiche nascondono nei loro cunicoli sotterranei chicchi di ogni genere, li
depositano, li ammassano tutti per amore della loro stessa vita? Le api, quando
costruiscono il fondo dei favi o colgono il polline dei fiori, perché vanno in
cerca del timo se non per desiderio del miele? E perché si affannano dietro i
fiori, se non per amore della futura prole? Dio dunque, che infonde anche agli
animali piú piccoli l`amore per le loro opere, avrà privato solo se stesso
dell`amore per le sue creature? Tanto piú che l`amore per ogni realtà buona
discende in noi dal suo amore sublime. E` lui infatti la fonte, l`origine di
tutto; e poiché, come sta scritto: "In lui viviamo, ci muoviamo e siamo" (At
17,28), da lui abbiamo ricevuto tutto l`affetto con cui amiamo le nostre
creature.

Ma tutto il mondo, tutto il genere umano è una sua creatura. Cosí dall`amore con
cui amiamo le nostre creature egli ha voluto che noi comprendessimo quanto egli
ama le sue creature. Infatti, come leggiamo, "l`intelletto contempla la Sua
realtà visibile per il tramite di ciò che è stato fatto" (Rm 1,20); cosí egli
volle che noi comprendessimo il suo amore per noi dall`amore che egli ci ha dato
per i nostri cari. E come volle - come sta scritto - "che ogni paternità e in
cielo e in terra prendesse nome da lui" (Ef 3,15), volle anche che noi
riconoscessimo il suo affetto paterno. E dirò solo paterno? Anzi piú che
paterno. Lo prova la voce del Salvatore nel Vangelo, che dice: "Tanto infatti
Dio ha amato questo mondo da dare il suo Figlio unico per la vita del mondo" (Gv
3,16). E l`Apostolo dice: "Dio non perdonò a suo Figlio, ma lo sacrificò per
noi. Come dunque con lui non ci avrà donato tutto?" (Rm 8,32).

Ecco dunque, come ho detto: Dio ci ama piú che un padre il proprio figlio. Ed è
evidente che il suo affetto per noi è maggiore dell`affetto per i figli, perché
per amore nostro non risparmiò il suo Figlio. E che piú? Aggiungo: il Figlio
giusto, il Figlio unigenito, il Figlio di Dio. Che si può dire ancora? Per noi:
cioè per i malvagi, per gli iniqui, per gli empi. Chi potrà dunque misurare
l`amore di Dio verso di noi?


(Salviano di Marsiglia, De gubernatione, 4, 9-10)



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#327 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Gio 12 Mag 2005 9:05 pm
Oggetto: L`opera dello Spirito Santo (S.Cirillo)
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Qualcosa di grande, e onnipotente nei doni, e ammirabile, lo Spirito Santo.
Pensa, quanti ora sedete qui, quante anime siamo. Di ciascuno egli si occupa
convenientemente; e stando in mezzo (cf. Ag 2,6) (a noi) vede di che cosa
ciascuno è fatto; vede anche il pensiero e la coscienza, ciò che diciamo e
abbiamo nella mente. E` certamente cosa grande ciò che adesso ho detto, ma
ancora poco. Vorrei che tu considerassi, illuminato da lui nella mente, quanti
sono i cristiani di tutta questa diocesi, e quanti di tutta la provincia della
Palestina. Di nuovo spazia col pensiero da questa provincia a tutto l`impero
romano; e da questo rivolgi lo sguardo a tutto il mondo; le stirpi dei Persiani,
e le nazioni degli Indi, Goti e Sarmati, Galli, e Ispani, Mauri ed Afri ed
Etiopi, e tutti gli altri, dei quali non conosciamo neanche i nomi; ci sono
molti popoli, infatti, dei cui nomi non ci venne neppure notizia. Considera di
ciascun popolo i vescovi, i presbiteri, i diaconi, i monaci, le vergini, e tutti
gli altri laici; e guarda il grande reggitore e capo, e largitore dei doni; come
in tutto il mondo a uno dà la pudicizia, a un altro la perpetua verginità, a un
altro ancora la misericordia (o la passione dell`elemosina), a uno la passione
della povertà, ad un altro la forza di fugare gli spiriti avversi; e come la
luce con un solo raggio illumina tutto, così anche lo Spirito Santo illumina
coloro che hanno occhi. Poichè se uno che vede poco con l`aiuto della grazia non
si dona affatto, non accusi lo Spirito ma la sua propria incredulità.

Avete visto la sua potestà che egli esercita in tutto il mondo. Ora, perché la
tua mente non sia rivolta alla terra, tu sali in alto: sali col pensiero fino al
primo cielo, e contempla le innumerevoli miriadi di angeli che ivi esistono.
Sempre col pensiero, sforzati di salire a cose ancora più alte, se puoi; mira
gli arcangeli, mira gli spiriti; guarda le virtù, guarda i principati; guarda le
potestà, i troni, le dominazioni. Di tutti questi è stato dato da Dio chi stia
loro a capo, il Paraclito. Di lui hanno bisogno Elia ed Eliseo e Isaia tra gli
uomini; di lui, tra gli angeli, Michele e Gabriele. Nessuna delle cose generate
(o meglio create) è pari a lui nell`onore; infatti tutti i generi degli angeli,
e gli eserciti tutti insieme riuniti, non possono avere alcuna parità ed
uguaglianza con lo Spirito Santo. Tutte queste cose ricopre e oscura totalmente
la buona potestà del Paraclito. Quelli infatti sono inviati per il ministero e
questi scruta anche le profondità di Dio; come dice l`Apostolo: "Lo Spirito
infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi conosce i segreti
dell`uomo se non lo spirito dell`uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio
nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio" (1Cor 2,10ss).

Fu lui a predicare del Cristo nei profeti: lui ad operare negli apostoli: ed è
lui che fino ad oggi segna le anime nel Battesimo. E il Padre dà al Figlio e il
Figlio comunica allo Spirito Santo. E` lo stesso Gesù, infatti, non io, che
dice: "Tutto mi è stato dato dal Padre mio" (Mt 11,27); e dello Spirito Santo
dice: "Quando però verrà lo Spirito di verità, ecc., egli mi glorificherà,
perchè prenderà del mio e ve l`annunzierà" (Gv 16,13-14). Il Padre dona tutto
attraverso il Figlio con lo Spirito Santo. Non è che una cosa sono i doni del
Padre, e altri quelli del Figlio, e altri quelli dello Spirito Santo; una
infatti è la salvezza, una la potenza, una la fede. Un solo Dio, il Padre un
solo Signore, il suo Figlio unigenito; un solo Spirito Santo, il Paraclito.

(Cirillo di Aless., Catechesis XVI, De Spir. Sancto, I, 22-24)



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#326 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Ven 6 Mag 2005 3:47 pm
Oggetto: Vivere per le cose di lassú (S.Agostino)
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Oggi, come avete sentito, fratelli, Nostro Signore Gesú Cristo è salito in
cielo: salga con lui anche il nostro cuore. Ascoltiamo l`Apostolo che dice: Se
dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassú, dove si trova Cristo
assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassú, non a quelle della terra
(Col 3,1-2). Infatti, come egli è salito [in cielo] e non si è allontanato da
noi, cosí anche noi siamo già lassú con lui, sebbene nel nostro corpo non sia
ancora accaduto ciò che ci viene promesso. Egli ormai è stato innalzato sopra i
cieli. In verità, non dobbiamo disperare di raggiungere la perfetta ed angelica
dimora celeste, per il fatto che egli ha detto: Eppure nessuno è mai salito al
cielo, fuorché il Figlio dell`uomo che è disceso dal cielo (Gv 3,13). Ma ciò è
stato detto perché siamo uniti a lui: egli è infatti il nostro capo e noi il suo
corpo. Se, quindi, egli sale in cielo, noi non ci separiamo da lui. Colui che è
disceso dal cielo non ci nega il cielo; ma in un certo modo ci dice: "Siate le
mie membra, se volete salire in cielo". Dunque fortifichiamoci intanto in ciò
che piú desideriamo vivamente. Meditiamo in terra ciò che ci aspettiamo [di
trovare] nei cieli. Allora ci spoglieremo della carne mortale, ora spogliamoci
dell`uomo vecchio. Un corpo leggero si alzerà nell`alto dei cieli, se il peso
dei peccati non opprimerà lo spirito.


(Agostino, Sermo 263, 2)



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#325 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Mer 27 Apr 2005 6:56 am
Oggetto: Lo Spirito trasforma interiormente (S.Gregorio Magno)
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.

Quanto debole e pauroso, prima della venuta dello Spirito, fosse questo pastore
della Chiesa [Pietro], presso il cui corpo santissimo ora ci troviamo, ce lo
dice quella serva che custodiva la porta. Turbato alla voce di una donna, per
paura di morire, rinnegò la vita (cf.Gv 18,17). E Pietro rinnegò, stando a
terra, quando il ladrone diede la sua testimonianza stando sulla croce (cf.Lc
23,41.42). Ma ascoltiamo come diventò quest`uomo cosí pauroso, dopo la venuta
dello Spirito. Si raduna il consiglio dei magistrati e degli anziani, e agli
apostoli, dopo che sono stati flagellati, viene ingiunto di non predicare piú
nel nome di Gesú. Pietro risponde con grande autorità: "Bisogna obbedire a Dio
piuttosto che agli uomini" (At 5,29). E ancora: "Se sia giusto innanzi a Dio
obbedire a voi piú che a lui giudicatelo voi stessi; noi non possiamo tacere
quello che abbiamo visto e ascoltato (At 4,19-20). Ma essi se ne andarono dalla
presenza del sinedrio lieti di essere stati giudicati degni di patire oltraggi
per il nome di Gesú" (At 5,41). Ecco, quel Pietro che prima temeva davanti a una
parola, ora gode sotto le percosse. E colui che aveva avuto paura della voce di
una serva, dopo la venuta dello Spirito Santo, pur flagellato umilia la potenza
dei principi. Piace alzare gli occhi della fede sulla virtù di questo Artista e
considerare qua e là i padri del Vecchio e del Nuovo Testamento. Ecco che,
aperti questi stessi occhi della fede, io osservo David, Amos, Daniele, Pietro,
Paolo, Matteo, e voglio considerare quale Artista sia questo Spirito Santo, ma
mentre sono intento a ciò sento che non riesco. Infatti [questo Artista] riempie
un fanciullo che suonava la cetra e lo fa diventare il Salmista (cf.1Sam 16,18),
riempie un pastore d`armenti che sbucciava fichi selvatici, e ne fa un profeta
(cf.Am 7,14); riempie un fanciullo dedito all`astinenza, e ne fa un giudice di
vecchi (cf.Dn 13,46s); riempie un pescatore, e ne fa un predicatore (cf.Mt
4,19); riempie un persecutore, e ne fa il Dottore delle genti (cf.At 9,1s);
riempie un pubblicano, e ne fa un evangelista (cf. Lc 5,27-28). Quale Artista è
questo Spirito! Tutto ciò che vuole avviene senza indugio. Appena tocca la
mente, insegna, e il suo solo tocco è già insegnare. Appena illumina l`animo
umano, lo cambia; subito gli fa rinnegare ciò che era, subito lo rende ciò che
non era.

(Gregorio Magno, Hom. 30, 8)



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#324 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Gio 14 Apr 2005 9:28 pm
Oggetto: Gesù è la porta (S.Agostino)
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Il Signore, nel passo del Vangelo che ci è stato letto oggi, parlando del suo
gregge e della porta per cui si entra nell`ovile, suggerisce un paragone, per
dimostrare la inutilità delle cose che fanno costoro, in quanto essi non sanno
per qual fine le compiono. Dicano pure i pagani: Noi viviamo rettamente. Se non
entrano per la porta, a che giova loro gloriarsene? Vivere rettamente deve
assicurare a ciascuno il dono di vivere per sempre: e a chi non è dato di vivere
per sempre, a che giova vivere rettamente? Costoro non possono neppure affermare
di vivere nel bene, se per cecità non conoscono il fine che deve avere una vita
onesta, oppure per orgoglio lo disprezzano. E nessuno può avere speranza vera e
certa di vivere in eterno, se non riconosce che Cristo è la vita, e non entra
per la porta nell`ovile...

Avete capito fratelli la profondità di tale qucstione. Io dico: "Il Signore
conosce i suoi" (2Tm 2,19). Li conosce nella sua prescienza, conosce i
predestinati. E` di Dio che l`Apostolo dice: "Quelli che ha distinti nella sua
prescienza, li ha anche predestinati a essere conformi all`immagine del Figlio
suo, affnché egli sia il primogenito tra molti fratelli. Coloro poi che ha
predestinati, li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati, li ha anche
giustificati; e quelli che ha giustificati li ha anche glorificati. Se Dio è per
noi, chi sarà contro di noi?" (Rm 8,29-31). E aggiunge anche: "Lui che neppure
risparmiò il suo Figlio, ma lo diede per tutti noi, come non ci accorderà ogni
altra cosa insieme con lui?" (Rm 8,32).

Di chi parla dicendo: noi? Parla di quelli che Dio ha conosciuti nella sua
prescienza, dei predestinati, dei giustificati, dei glorificati, e di questi
ancora dice: "Chi accuserà gli eletti di Dio?" (Rm 8,33). Dunque "il Signore
conosce i suoi": essi sono pecore. Qualche volta neppure essi sanno di esserlo,
ma lo sa il pastore, in forza di questa predestinazione, in forza della
prescienza di Dio, della scelta fatta tra le pecore prima della creazione del
mondo, secondo quanto ancora dice l`Apostolo: "come in lui prima della
fondazione del mondo ci ha eletti" (Ef 1,4). Secondo questa prescienza e
predestinazione di Dio, quante pecore fuori e quanti lupi dentro l`ovile! Cosí
come ci sono pecore dentro e lupi fuori. Cosa vuol dire che ci sono molte pecore
fuori? Vuol dire che molti, che ora sono preda della lussuria, saranno casti;
molti, che ora bestemmiano Cristo, crederanno in Cristo; molti, che si
ubriacano, saranno sobri; molti, che oggi rubano i beni altrui, doneranno i
propri! Ma, purtuttavia, ora ascoltano la voce estranea, e la seguono.

Ugualmente, molti che oggi dentro l`ovile levano lodi al Signore, lo
bestemmieranno, sono casti e saranno fornicatori, sono sobri, e poi affogheranno
nel vino, stanno in piedi e cadranno!...

Ma che diremo del mercenario? Egli non è certo considerato tra i buoni: "Il buon
pastore dà la sua anima per le pecore. Il mercenario, che non è il pastore, e
che non è proprietario delle pecore, vede venire il lupo e abbandona le pecore e
fugge; e il lupo rapisce e disperde le pecore" (Gv 10,11-12).

Il mercenario non fa qui la figura dell`uomo dabbene, ma tuttavia a qualcosa è
utile: non si chiamerebbe mercenario se non ricevesse una mercede da chi lo ha
assunto. Chi è dunque questo mercenario, che è insieme colpevole e utile? Che il
Signore, fratelli, ci illumini, in modo che noi si intenda chi è questo
mercenario, e non si divenga a nostra volta mercenari. Chi è dunque il
mercenario? Vi sono alcuni nella Chiesa che sono preposti in autorità, e di cui
l`apostolo Paolo dice: "Cercano gli interessi loro e non quelli di Cristo" (Fil
2,21). Che vuol dire: "cercano i loro interessi"? Vuol dire che il loro amore
per Cristo non è disinteressato, non cercano Dio per Dio; cercano vantaggi e
comodità temporali, sono avidi di denaro, desiderano gli onori terreni. Costoro
che amano queste cose e per esse servono Dio, sono dei mercenari; non si tengano
in conto di figli. Di essi il Signore dice: "In verità, vi dico che essi hanno
già ricevuto la loro ricompensa" (Mt 6,5)...

Ascoltate ora perché anche i mercenari sono necessari.

Molti sono coloro che nella Chiesa cercano vantaggi materiali, e tuttavia
annunziano Cristo e per loro mezzo la voce di Cristo si fa sentire. Li seguono
le pecore, che sentono non la voce del mercenario, ma per mezzo di questa la
voce del pastore. Ascoltate cosa dice lo stesso Signore di costoro: "Gli scribi
e i farisei sono seduti sulla cattedra di Mosè: fate ciò che dicono, ma non fate
ciò che fanno" (Mt 23,2). In altre parole, egli dice: Ascoltate la voce del
pastore per mezzo del mercenario. Sedendo sulla cattedra di Mosè, insegnano la
legge di Dio; quindi per loro mezzo Dio insegna. Ma se essi vogliono insegnare
le loro idee e non la Legge, non ascoltateli e non imitateli. Certamente costoro
cercano i loro interessi, e non quelli di Gesú Cristo; tuttavia nessun
mercenario ha mai osato dire al popolo di Cristo: occupati dei tuoi interessi e
non di quelli del Signore. Quanto egli fa di male, non lo annunzia dalla
cattedra di Cristo; il male che fa è nocivo certamente, ma non lo è il bene che
dice. Cogli l`uva, ma stai attento alle spine.

(Agostino, In Ioan. 45, 2.12; 46, 5 s.)



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#323 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Sab 9 Apr 2005 9:42 pm
Oggetto: Preghiera (Ippolito Romano)
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< Dio Padre del Signore nostro Gesù Cristo, padre delle misericordie e Dio di
ogni consolazione, effondi ora la potenza che viene da te, potenza dello Spirito
sovrano che per mezzo del Tuo Figlio diletto, Gesù Cristo, hai donato ai santi
apostoli, i quali, in sostituzione del Tempio, edificarono la Tua Chiesa perchè
glorifichi e canti in eterno il Tuo Santo Nome.
O Tu che conosci i cuori di tutti, effondi su questo tuo servo che hai scelto
per il santo episcopato, il dono di esercitare in modo irreprensibile il tuo
sommo Sacerdozio servendo soltanto Te giorno e notte; fa che possa
ininterrottamente rendere propizio il Tuo santo Volto ed offrirti le oblazioni
della Tua santa Chiesa; fa che, in base allo Spirito del Sommo Sacerdozio, abbia
il potere di rimettere i peccati secondo il Tuo comandamento, di distribuire gli
uffici secondo il Tuo santo precetto e di sciolgliere ogni nodo secondo il
potere che Tu hai dato agli Apostoli e ai suoi successori, e che possa piacere a
Te per la dolcezza, la mitezza, la purezza del cuore, offrendoti un profumo
soave per mezzo del Figlio Tuo Gesù Cristo Signore nostro, attraverso il quale
Tu Padre hai la gloria, la potenza e l'onore, insieme allo Spirito Santo, ora e
per sempre, nei secoli dei secoli, Amen! >

  (dal libro  - La tradition apostolique, di Ippolito Romano)


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#322 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Ven 1 Apr 2005 12:56 pm
Oggetto: La festa degli uomini e la festa eterna (S.Gregorio Magno)
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Ecco, noi stiamo celebrando le feste pasquali; ma dobbiamo vivere in modo tale
da meritare di giungere alla festa eterna. Passano tutte le feste che si
celebrano nel tempo. Cercate, voi che siete presenti a queste solennità, di non
essere esclusi dalla solennità eterna. Cosa giova partecipare alle feste degli
uomini, se poi si è costretti ad essere assenti dalle feste degli angeli? La
presente solennità è solo un`ombra di quella futura. Noi celebriamo questa una
volta l`anno per giungere a quella che non è d`una volta l`anno, ma perpetua.
Quando, al tempo stabilito, noi celebriamo questa, la nostra memoria si
risveglia al desiderio dell`altra. Con la partecipazione, dunque, alle gioie
temporali, l`anima si scaldi e si accenda verso le gioie eterne, affinché goda
in patria quella vera letizia che, nel cammino terreno, considera nell`ombra del
gaudio. Perciò, fratelli, riordinate la vostra vita e i vostri costumi. Pensate
come verrà severo, al giudizio, colui che mite risuscitò da morte. Certamente
nel terribile giorno dell`esame finale egli apparirà con gli angeli, gli
arcangeli, i troni, le dominazioni, i principati e le potestà, allorché i cieli
e la terra andranno in fiamme e tutti gli elementi saranno sconvolti dal terrore
in ossequio a lui. Abbiate davanti agli occhi questo giudice cosí tremendo;
temete questo giudice che sta per venire, affinché, quando giungerà, lo possiate
guardare non tremanti ma sicuri. Egli infatti dev`essere temuto per non
suscitare paura. Il terrore che ispira ci eserciti nelle buone opere, il timore
di lui freni la nostra vita dall`iniquità. Credetemi, fratelli: piú ci affannerà
ora la vista delle nostre colpe, piú saremo sicuri un giorno alla sua presenza.

Certamente, se qualcuno di voi dovesse comparire in giudizio dinanzi a me domani
insieme al suo avversario, passerebbe tutta la notte insonne, pensando con animo
inquieto a cosa gli potrebbe essere detto, a come controbattere, verrebbe
assalito da un forte timore di trovarmi severo, avrebbe paura di apparirmi
colpevole. Ma chi sono io? o cosa sono io? Io, tra non molto, dopo essere stato
un uomo, diventerò un verme, e dopo ancora, polvere. Se dunque con tanta ansia
si teme il giudizio della polvere, con quale attenzione si dovrà pensare, e con
quale timore si dovrà prevedere il giudizio di una cosí grande maestà?

(Gregorio Magno, Hom. 26, 10-11)



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#321 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Gio 24 Mar 2005 9:53 pm
Oggetto: La lavanda dei piedi (S.Cirillo)
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. La gioia di Gesú nel servire


Nostro Signore guidò i Dodici e li condusse a casa per lavar loro i piedi (cf.
Gv 13,5ss; 14ss). Assegnò loro i posti come erede, poi si levò per servir loro
da amico. Versò la benefica acqua e portò il catino, prese il panno e se lo
cinse ai fianchi.

...Io vidi come pieno di gioia lavò quelli e con volto sereno li serviva.
Afferrò i loro piedi, senza che si scottassero e vi versò acqua senza che
andassero in fiamme. Li pulì dalle tracce della fatica e della stanchezza e li
rafforzò a camminare sulla strada. A tutti andò egli davanti cosí amabilmente,
alla stessa maniera senza fare distinzione. Cosí andò anche da Giuda e ne prese
i piedi. Allora la terra si lamentò senza bocca; le pietre nei muri elevarono la
loro voce allorquando videro come il fuoco lo risparmiava. Chinai il capo a
terra e le mie orecchie udirono voci di pianto che annunciarono ciò. E cosí
anche questo discorso costernato fu emesso dalla bocca dei loro agnelli:

"Su che cosa dobbiamo meravigliarci e verso chi guardare? Poiché verso i due
lati si leva il nostro stupore. Dobbiamo osservare colui che siede qui, col
cuore pieno di morte e di inganno senza lasciarsi impressionare oppure l`altro
che pieno di misericordia lava i piedi al suo assassino?". Formidabile stupore
provocò quando la mano di Nostro Signore toccò il suo assassino. Egli non scoprì
la malvagità di costui, anzi coprí il suo delitto e lo trattò proprio come gli
altri.

Allora andò verso Simone; ma il cuore di costui si inquietò, egli si alzò
davanti a lui e l`implorò: "Gli angeli in cielo coprono i loro piedi per timore,
desiderano bruciarsi (Is 6,2), e tu? o mio Signore, sei venuto per prendere i
piedi di Simone con la tua mano e servirmi! Tutto questo, la tua umiltà e il tuo
amore, hai tu verso di noi già da lungo tempo dimostrato, tramite ciò ci hai tu
già onorato; cosí non metterci adesso di nuovo in imbarazzo! I Serafini non
osano toccare l`orlo [del tuo vestito], e guarda, tu lavi i piedi di un uomo
miserabile! Tu, o Signore, vuoi lavare i miei piedi! Chi potrebbe udire ciò
senza divenire sgomento? Tu, o Signore, vuoi lavare i miei piedi! Come potrebbe
sopportare ciò la terra? La notizia di questa tua azione farebbe stupire
l`intera creazione; questa notizia, che una tal cosa succede sulla terra,
turberebbe le schiere degli spiriti celesti. Fermati o Signore, affinché ciò mi
resti risparmiato; per questo ti imploro, poiché io sono un uomo peccatore!
Secondo il tuo comando ho camminato sul mare, e secondo il tuo ordine ho
camminato sulle onde (cf. Mt 14,29). E questa prima cosa non è già abbastanza
per me, ma un`altra cosa ancor piú grande vuoi tu ingiungermi! O Signore, ciò
non può accadere, perché già la semplice notizia di ciò scuote la creazione! O
Signore, ciò non può accadere, giacché questo peso sarebbe piú pesante di quanto
può essere pesato!".

"Se ciò non può accadere, allora tu non avrai alcuna parte con me al trono. Se
ciò non può accadere, allora restituiscimi le chiavi che ti ho affidato. Se ciò
non può accadere, allora anche la tua signoria sarà tolta da te (cf. Mt 16,19).
Se ciò, come tu dici, non può accadere, allora non potrai neppure provare
nessuna partecipazione al mio corpo". Allora Simone cominciò ad implorare e a
dire al Benigno: "O Signore, non lavarmi solamente i piedi, ma anche le mani e
il capo!". "Simone, Simone, esiste soltanto un bagno per l`intero corpo
nell`acqua santa!". Terminò l`operazione della lavanda e ordinò loro per amore:
"Guardate, miei discepoli, come io vi ho servito e quale opera vi ho prescritto!
Guardate, io vi ho lavato e pulito; allora affrettatevi felici in chiesa,
varcate le sue porte quali eredi! Camminate senza paura sopra i demoni e senza
spaventarvi sulla testa del serpente! Andate senza timore del vostro cammino e
annunciate la mia parola nelle città! Seminate il Vangelo nei Paesi e innestate
l`amore nei cuori degli uomini! Annunciate il mio Vangelo davanti ai re e
testimoniate la mia fede davanti ai giudici! Vedete, io che sono il vostro Dio,
mi sono abbassato e vi ho servito affinché io vi preparassi una perfetta Pasqua
e si rallegrasse la faccia di tutto il mondo".


(Cirillo, Inno sulla lavanda dei piedi)



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#320 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Gio 17 Mar 2005 8:18 am
Oggetto: Le lodi dei fanciulli (S.Efrem)
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"I fanciulli gridavano e dicevano: Osanna al figlio di David. La cosa spiacque
ai sommi sacerdoti e agli scribi, e gli dissero: Non senti ciò che dicono?" (Mt
21,15-16). Visto che le lodi non ti sono gradite, falli tacere. Alla sua morte
come alla sua nascita, i fanciulli prendono parte alla corona dei suoi dolori.
Incontrandolo, Giovanni, ancora "bambino, ha esultato nel seno" (Lc 1,41) di sua
madre, e dei bambini furono messi a morte alla sua nascita, e divennero come il
vino del suo banchetto nuziale. Furono dei fanciulli a proclamare le sue lodi
quando giunse il tempo della sua morte. Alla sua nascita, "Gerusalemme si turbò"
(Mt 2,3), e lo fu ancora e "temette" (Mt 21,10), il giorno in cui egli vi entrò.
"La cosa spiacque agli scribi e gli dissero: Fermali! Egli rispose loro: "Se
essi tacciono grideranno le pietre"" (Lc 19,39-40). Per cui, essi hanno
preferito far gridare i fanciulli, piuttosto che le pietre, poichè al clamore
delle creature gli spiriti ciechi avrebbero potuto comprendere. Il clamore delle
pietre era riservato al tempo della sua crocifissione (cf. Mt 27,51-52);
infatti, allora, rimasti muti coloro che erano dotati di parola, furono le cose
mute che proclamarono la sua grandezza.

(Efrem, Diatessaron, 18, 2)



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#319 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Gio 10 Mar 2005 9:46 pm
Oggetto: Resurrezione di Lazzaro (Cromazio di Aquileia)
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Il Signore disse dunque ai suoi discepoli, come avete udito carissimi, nella
presente lettura: "Lazzaro, l`amico nostro, dorme ma io vado a risvegliarlo" (Gv
11,11). Il Signore disse bene. "Lazzaro, l`amico nostro, dorme," perché in
realtà egli stava per risuscitarlo da morte come da un sonno. Ma i discepoli,
ignorando il significato delle parole del Signore, gli dicono: "Signore, se
dorme, guarirà" (Gv 11,12). Allora in risposta "disse loro chiaro: Lazzaro è
morto, ma sono contento per voi di non essere stato là affinché crediate" (Gv
11,14-15). Se il Signore qui afferma di rallegrarsi per la morte di Lazzaro in
vista dei suoi discepoli, come si spiega che in seguito pianse sulla morte di
Lazzaro? (cf.Gv 11,35). Occorre, al riguardo, badare al motivo della sua
contentezza e delle sue lacrime. Il Signore si rallegrava per i discepoli,
piangeva per i Giudei. Si rallegrava per i discepoli, perché con la risurrezione
di Lazzaro egli sapeva di confermare la loro fede nel Cristo; ma piangeva per
l`incredulità dei Giudei, perché neppure di fronte a Lazzaro risorto avrebbero
creduto a Cristo Signore. O forse il Signore pianse per cancellare con le sue
lacrime i peccati del mondo. Se le lacrime versate da Pietro poterono lavare i
suoi peccati, perché non credere che i peccati del mondo siano stati cancellati
dalle lacrime del Signore? In effetti, dopo il pianto del Signore, molti fra il
popolo dei Giudei credettero. La tenerezza della bontà del Signore vinse in
parte l`incredulità dei Giudei e le lacrime da lui teneramente versate
addolcirono i loro cuori ostili. E forse per questo la presente lettura ci
riferisce l`uno e l`altro sentimento del Signore, cioè la sua gioia e il suo
pianto, perché "chi semina nelle lacrime", com`è scritto, "mieterà nella gioia"
(Sal 125,5). Le lacrime del Signore sono dunque la gioia del mondo: infatti per
questo egli versò lacrime, perché noi meritassimo la gioia. Ma ritorniamo al
tema. Disse dunque ai suoi discepoli: "Lazzaro, l`amico nostro, è morto; ma io
sono contento per voi di non essere stato là, affinché crediate". Rileviamo
anche qui un mistero: come il Signore può dire di non essere stato là [dove
Lazzaro era morto]? Infatti quando dice chiaramente: "Lazzaro è morto" dimostra
all`evidenza di essere stato lí presente. Né il Signore avrebbe potuto parlare
cosí, dal momento che nessuno l`aveva informato, se non fosse stato lí presente.
Come il Signore poteva non essere presente nel luogo dove Lazzaro era morto, lui
che abbraccia con la sua divina maestà ogni regione del mondo? Ma anche qui il
Signore e Salvatore nostro manifesta il mistero della sua umanità e della sua
divinità. Egli non si trovava lí con la sua umanità, ma era lí con la sua
divinità, perché Dio è in ogni luogo.

Quando il Signore giunse da Maria e da Marta, sorelle di Lazzaro, alla vista
della folla dei Giudei, chiese: "Dove l`avete messo?" (Gv 11,34). Forse che il
Signore poteva ignorare dove era stato posto Lazzaro, lui che, sebbene assente,
aveva preannunciato la morte di Lazzaro e che con la maestà del suo essere
divino è presente dappertutto? Ma il Signore, cosí facendo, si attenne a
un`antica sua consuetudine. Infatti, allo stesso modo chiese ad Adamo: "Adamo,
dove sei?" (Gen 3,9). Egli interrogò Adamo non perché ignorava dove si trovasse,
ma perché Adamo confessasse il suo peccato con le proprie labbra e potesse cosí
meritarne il perdono. Interrogò anche Caino: "Dov`è tuo fratello Abele"? ed egli
rispose: "Non so" (Gen 4,9). Dio non interrogò Caino quasi che non sapesse dove
si trovava Abele, ma per potergli imputare, sulla base della sua risposta
negativa il delitto commesso contro il fratello. Di fatto Adamo ebbe il perdono
perché confessò il peccato commesso al Signore che lo interrogava; Caino invece
fu condannato alla pena eterna, perché negò il suo delitto. Cosí anche nel
nostro caso, quando il Signore chiede: "Dove l`avete messo?" non pone la domanda
quasi che ignori dove sia stato sepolto Lazzaro, ma perché la folla dei Giudei
lo segua fino al suo sepolcro e, constatando nella risurrezione di Lazzaro la
divina potenza di Cristo, essi divengano testimoni contro sé stessi qualora non
credano a un miracolo cosí grande. Infatti il Signore aveva loro detto in
precedenza: "Se non credete a me, credete almeno alle mie opere e sappiate che
il Padre è in me e io sono in lui" (Gv 10,38). Quando poi giunse presso il
sepolcro, disse ai Giudei che stavano intorno: "Levate via la pietra" (Gv
11,39). Che dobbiamo dire? Forse che il Signore non poteva rimuovere la pietra
dal sepolcro con un semplice comando, lui che, con la sua potenza, ha rimosso le
sbarre degli inferi? Ma il Signore ha ordinato agli uomini di fare ciò che era
nelle loro possibilità; ciò che invece appartiene alla virtù divina, lo ha
manifestato con la propria potenza. Infatti rimuovere la pietra dal sepolcro è
possibile alle forze umane, ma richiamare un`anima dagli inferi è solo in potere
di Dio. Ma, se l`avesse voluto, avrebbe potuto rimuovere facilmente la pietra
dal sepolcro con una sola parola chi con la sua parola creò il mondo.

Quand`ebbero dunque rimosso la pietra dal sepolcro, il Signore disse a gran
voce: "Lazzaro, vieni fuori", dimostrando cosí di essere colui del quale era
stato scritto: "La voce del Signore è potente, la voce del Signore è maestosa"
(Sal 28,4), e ancora: "Ecco che darà una voce forte alla sua potenza" (Sal
67,34). Questa voce che ha subito richiamato Lazzaro dalla morte alla vita è
veramente una voce potente e maestosa, e l`anima fu restituita al corpo di
Lazzaro prima che il Signore avesse fatto uscire il suono della sua voce.
Sebbene il corpo fosse in un luogo e l`anima in un altro, tuttavia questa voce
del Signore restituí subito l`anima al corpo e il corpo obbedí all`anima. La
morte infatti fu rimossa alla voce di una cosí grande potenza. E nulla di
strano, certamente, che Lazzaro sia potuto risorgere per una sola parola del
Signore, quando ha dichiarato egli stesso nel Vangelo che quanti sono nei
sepolcri risorgeranno alla sola e unica parola, dicendo: "Viene l`ora in cui i
morti ascolteranno la voce del Figlio di Dio e risorgeranno" (Gv 5,25). Senza
dubbio, all`udire la parola del Signore, la morte avrebbe potuto allora lasciar
liberi tutti i morti, se non avesse capito che era stato chiamato soltanto
Lazzaro. Dunque, quando il Signore disse: "Lazzaro, vieni fuori, subito egli
uscí legato piedi e mani e la faccia ravvolta in un sudario" (Gv 11,44). Che
diremo qui ancora? Forse che il Signore non poteva spezzare le bende nelle quali
Lazzaro era stato sepolto, lui che aveva spezzato i legami della morte? Ma qui
il Signore e Salvatore nostro manifesta nella risurrezione di Lazzaro la duplice
potenza della sua operazione per tentare d`infondere almeno cosí la fede nei
Giudei increduli. Infatti non desta minor meraviglia veder Lazzaro poter
camminare a piedi legati che vederlo risuscitare dai morti...

(Cromazio di Aquileia, Sermo 27, 1-4)



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#318 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Gio 3 Mar 2005 11:07 am
Oggetto: Il cieco nato (S.Efrem)
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Poichè essi avevano bestemmiato a proposito delle sue parole: "Prima che Abramo
fosse, io ero" (Gv 8,58), Gesú andò verso l`incontro con un uomo, cieco fin
dalla nascita: "E i suoi discepoli lo interrogarono: Chi ha peccato, lui o i
suoi genitori? Egli disse loro: Né lui, né i suoi genitori, ma è perché Dio sia
glorihca!o. E` necessario che io compia le opere di colui che mi ha mandato,
finché è giorno" (Gv 9,2-4), fintanto che sono con voi. "Sopraggiunge la notte"
(Gv 9,4), e il Figlio sarà esaltato, e voi che siete la luce del mondo,
scomparirete e non vi saranno piú miracoli a causa dell`incredulità. "Ciò
dicendo, sputò per terra, formò del fango con la saliva, e fece degli occhi con
il suo fango" (Gv 9,6), e la luce scaturí dalla terra, come al principio, quando
l`ombra del cielo, "la tenebra, era estesa su tutto" ed egli comandò alla luce e
quella nacque dalle tenebre (cf.Gen 1,2-3). Cosí "egli formò del fango con la
saliva", e guarí il difetto che esisteva dalla nascita, per mostrare che lui, la
cui mano completava ciò che mancava alla natura, era proprio colui la cui mano
aveva modellato la creazione al principio. E siccome rifiutavano di crederlo
anteriore ad Abramo, egli provò loro con quest`opera che era il Figlio di colui
che, con la sua mano, "formò" il primo "Adamo con la terra" (Gen 2,7): in
effetti, egli guarí la tara del cieco con i gesti del proprio corpo.

Fece ciò inoltre per confondere coloro che dicono che l`uomo è fatto di quattro
elementi, poiché rifece le membra carenti con terra e saliva, fece ciò a utilità
di coloro che cercavano i miracoli per credere: "I Giudei cercano i miracoli"
(1Cor 1,22). Non fu la píscina di Siloe che aprí gli occhi del cieco (cf.Gv
9,7.11), come non furono le acque del Giordano che purificarono Naaman; è il
comando del Signore che compie tutto. Ben piú, non è l`acqua del nostro
Battesimo, ma i nomi che si pronunciano su di essa, che ci purificano. "Unse i
suoi occhi con il fango" (Gv 9,6), perché i Giudei ripulissero l`accecamento del
loro cuore. Quando il cieco se ne andò tra la folla e chiese: "Dov`è Siloe?", si
vide il fango cosparso sui suoi occhi. Le persone lo interrogarono, egli le
informò, ed esse lo seguirono, per vedere se i suoi occhi si fossero aperti.

Coloro che vedevano la luce materiale erano guidati da un cieco che vedeva la
luce dello spirito, e, nella sua notte, il cieco era guidato da coloro che
vedevano esteriormente, ma che erano spiritualmente ciechi. Il cieco lavò il
fango dai suoi occhi, e vide se stesso; gli altri lavarono la cecità del loro
cuore ed esaminarono sé stessi. Nostro Signore apriva segretamente gli occhi di
molti altri ciechi. Quel cieco fu una bella e inattesa fortuna per Nostro
Signore; per suo tramite, acquistò numerosi ciechi, che egli guarí dalla cecità
del cuore.

In quelle poche parole del Signore si celavano mirabili tesori, e, in quella
guarigione era delineato un simbolo: Gesú figlio del Creatore. "Va`, lavati il
viso" (Gv 9,7), per evitare che qualcuno consideri quella guarigione piú come un
stratagemma che come un miracolo, egli lo mandò a lavarsi. Disse ciò per
mostrare che il cieco non dubitava del potere di guarigione del Signore, e
perché, camminando e parlando, pubblicizzasse l`evento e mostrasse la sua fede.

La saliva del Signore serví da chiave agli occhi chiusi, e guarí l`occhio e la
pupilla con le acque, con le acque formò il fango e riparò il difetto. Agí cosí,
affinché, allorché gli avrebbero sputato in faccia, gli occhi dei ciechi, aperti
dalla sua saliva, avessero reso testimonianza contro di essi. Ma essi non
compresero il rimprovero che egli volle fare a proposito degli occhi guariti dei
ciechi: "Perché coloro che vedono diventino ciechi" (Mt 26,27); diceva questo
dei ciechi perché lo vedano corporalmente, e di quelli che vedono perché i loro
cuori non lo conoscano. Egli ha formato il fango durante il sabato (cf. Gv
9,14). Omisero il fatto della guarigione e gli rimproverarono di aver formato
del fango. Lo stesso dissero a colui "che era malato da trentotto anni: Chi ti
ha detto di portare il tuo lettuccio?" (Gv 5,5.12), e non: Chi ti ha guarito?
Qui, analogamente: "Ha fatto del fango durante il sabato". E cosí, anzi per
molto meno, non si ingelosirono di lui e non lo rinnegarono, quando guarí un
idropico, con una sola parola, in giorno di sabato? (cf. Lc 14,1-6). Cosa gli
fece dunque guarendolo? Egli fu purificato e guarito con la sola parola. Quindi,
secondo le loro teorie, chiunque parla viola il sabato; ma allora - si dirà -
chi ha maggiormente violato il sabato, il nostro Salvatore che guarisce, o
coloro che ne parlano con gelosia?

(Efrem, Diatessaron, 16, 28-32)



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#317 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Ven 25 Feb 2005 10:04 pm
Oggetto: La Samaritana (Romano il Melode)
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La Samaritana, immagine della Chiesa

Cosa insegna dunque la Bibbia? Cristo, essa ci dice, dal quale sgorga una
sorgente di vita per gli uomini, affaticato dal viaggio, stava seduto (cf. Gv
4,5-6) presso una fonte di Samaria, ed era l`ora del caldo: era infatti circa
l`ora sesta, dice la Scrittura, nel mezzo del giorno, quando il Messia venne ad
illuminare coloro che erano nella notte. La sorgente raggiunse la sorgente per
lavare, non per bere; la fontana d`immortalità è là accanto al ruscello della
miserabile, come spogliata; egli è stanco di camminare, lui che, senza fatica,
ha percorso il mare a piedi, lui che accorda gioia e redenzione.

Ora, proprio mentre il Misericordioso stava vicino al pozzo, come ho detto, ecco
che una Samaritana prese la sua brocca sulle spalle e venne, uscendo da Sichar,
sua città (cf.Gv 4,7). E chi non dirà felice la partenza e il ritorno di quella
donna? Ella uscì nel sudiciume, e ritornò immagine della Chiesa, senza macchia.
Uscì e attinse la vita come una spugna; uscì portando la brocca, rientrò
portando Dio. E chi non dirà beata quella donna? O meglio, chi non venererà
colei che è venuta dalle nazioni? Infatti, ella è immagine, e riceve gioia e
redenzione.

(Romano il Melode, Hymn. 19, 4-5)



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#316 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Ven 18 Feb 2005 10:01 pm
Oggetto: La rivelazione del Tabor (Anastasio Sinaita)
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Oggi sul monte Tabor Cristo ha ridato alle sue sembianze umane la beltà celeste.
Perciò è cosa buona e giusta che io dica: "Quanto è terribile questo luogo! E`
davvero la casa di Dio, è la porta dei cieli" (Gen 28,17).... Oggi, infatti, il
Signore è veramente apparso sul monte. Oggi, la natura umana, già creata a
somiglianza di Dio, ma oscurata dalle deformi figure degli idoli, è stata
trasfigurata nell`antica bellezza fatta a immagine e somiglianza di Dio (cf.Gen
1,26). Oggi, sul monte, la natura, fuorviata dall`idolatria, è stata
trasformata, rimanendo tuttavia la stessa, e ha cominciato a risplendere nel
fulgore della divinità. Oggi, sul monte colui che un tempo fu vestito di
squallidi e tristi abiti di pelli, di cui parla il libro della Genesi (cf.Gen
3,21), ha indossato la veste divina avvolgendosi di luce come di un manto
(cf.Sal 103,2). Oggi, sul monte Tabor, in modo del tutto misterioso, si è visto
come sarà la vita futura nel regno del gaudio. Oggi, in modo mirabile si sono
adunati sul monte, attorno a Dio, gli antichi precursori della Vecchia e della
Nuova Alleanza, recando un mistero pieno di straordinari prodigi. Oggi, sul
monte Tabor, si delinea il legno della Croce che con la morte dà la vita: come
Cristo fu crocifisso tra due uomini sul monte Calvario, così è apparso pieno di
maestà tra Mosè ed Elia.

E la festa odierna ci mostra ancora l`altro Sinai, monte quanto più prezioso del
Sinai, grazie ai prodigi e agli eventi che vi si svolsero: lì l`apparizione
della Divinità oltrepassa le visioni che per quanto divine erano ancora espresse
in immagini ed oscure. E così, come sul Sinai le immagini furono abbozzate
mostrando il futuro, così sul Tabor splende ormai la verità. Lì regna
l`oscurità, qui il sole; lì le tenebre, qui una nube luminosa. Da una parte il
Decalogo, dall`altra il Verbo, eterno su ogni altra parola... La montagna del
Sinai non aprì a Mosè la Terra Promessa, ma il Tabor l`ha condotto nella terra
che costituisce la Promessa.

(Anastasio Sinaita, Hom. de Transfigurat.)



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#315 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Mer 9 Feb 2005 11:22 pm
Oggetto: Non c`indurre in tentazione (S.Cirillo)
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"E non c`indurre in tentazione" Signore. C`insegna forse il Signore a pregare di
non essere mai tentati? Perché dice altrove: "L`uomo non tentato non è provato"
(Sir 34,10; Rm 5,3-4) e di nuovo: "Considerate fratelli suprema gioia quando
cadete in diverse tentazioni" (Gc 1,2)? Però entrare in tentazione non è farsi
sommergere dalla tentazione. Infatti la tentazione sembra come un torrente di
difficile passaggio. Alcuni che nelle tentazioni non si lasciano sommergere
l`attraversano. Sono bravi nuotatori che non si fanno trascinare dal torrente;
Gli altri che tali non sono, entrati ne vengono sommersi. Così, ad esempio,
Giuda entrato nella tentazione dell`avarizia non la superò, ma sommerso
materialmente e spiritualmente si impiccò. Pietro entrò nella tentazione di
rinnegamento, ma superandola non ne fu sommerso. Attraversò [il torrente] con
coraggio e non ne fu trascinato.

Senti ancora in un altro passo il coro di santi perfetti, che ringrazia di
essere scampato alla tentazione. "Tu ci hai provato, o Dio, come l`argento ci
passasti al fuoco. Tu ci hai spinto nella rete, tu hai posto sulle nostre spalle
le sofferente; tu hai fatto passare gli uomini sulle nostre teste. Abbiamo
attraversato il fuoco e l`acqua e ci hai sospinto verso il refrigerio" (Sal
66,10-12). Vedi che parlano della loro traversata senza essere andati a fondo?
(cf.Sal 69,15). E tu "ci hai sospinto al refrigerio". Entrare nel refrigerio è
essere liberato dalla tentazione.

(Cirillo di Gerus., Catech. V Mistag. 17)



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#314 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Mer 2 Feb 2005 10:58 am
Oggetto: Presentiamoci alla Misericordia di Dio (Giovanni Cassiano)
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3. Molte sono le vie di accesso alla misericordia del Salvatore


Oltre alla grande, universale grazia del battesimo e oltre al dono preziosissimo
del martirio che cancella le colpe con l`abluzione del sangue, molti sono ancora
i frutti di penitenza per i quali si perviene all`espiazione dei peccati. La
salvezza eterna infatti non vien solo promessa alla penitenza per la quale si
perviene all`espiazione dei peccati. La salvezza eterna infatti non vien solo
promessa alla penitenza propriamente detta, di cui dice il beato apostolo
Pietro: Fate penitenza, convertitevi: cosí i vostri peccati saranno cancellati!
(At 3,19), e Giovanni Battista, anzi lo stesso Salvatore: Fate penitenza perché
il regno dei cieli è vicino! (Mt 4,17); ma anche l`amore atterra un cumulo di
peccati: La carità infatti copre la moltitudine dei peccati (1Pt 4,8).

Parimenti, anche l`elemosina porge rimedio alle nostre ferite, perché come
l`acqua spegne il fuoco, cosí l`elemosina estingue il peccato (Sir 3,29). Cosí
le lacrime sparse ottengono l`astersione dei peccati; infatti: Vo bagnando tutte
le notti il mio letto, irrigo di lacrime il mio giaciglio (Sal 6,7); e subito
poi si aggiunge, per mostrare che esse non furono sparse inutilmente:
Allontanatevi da me, voi tutti o malfattori, perché il Signore ha udito il grido
del mio pianto (Sal 6,9). Anche con la confessione delle colpe ne vien concessa
la purificazione; dice infatti la Scrittura: Ho detto: Proclamerò contro di me
la mia ingiustizia al Signore; e tu hai perdonato l`empietà del mio peccato (Sal
31,5), e ancora: Esponi tu per primo le tue iniquità, per esserne giustificato
(Is 43,26).

Cosí anche con l`afflizione del cuore e del corpo si ottiene la remissione dei
delitti commessi; dice infatti: Vedi la mia bassezza e la mia sofferenza, e
perdona tutti i miei peccati (Sal 24,18); ma soprattutto con il mutamento della
propria condotta. Togliete dai miei occhi la cattiveria dei vostri pensieri.
Smettete di agire perversamente, imparate a fare il bene, cercate la giustizia,
aiutate l`oppresso, fate giustizia all`orfano, difendete la vedova, e poi venite
ed esponete a me i vostri lamenti, dice il Signore. Anche se i vostri peccati
fossero rossi come lo scarlatto, biancheggeranno come la neve; se fossero del
colore della porpora, diventeranno bianchi come candida lana (Is 1,16s.).

Talvolta si impetra indulgenza per i propri delitti anche per l`intercessione
dei santi. Infatti: Chi sa che suo fratello commette un peccato che non conduce
a morte, preghi, e Dio darà la vita a chi ha commesso un peccato che non conduce
a morte (1Gv 5,16); e ancora: Se qualcuno di voi è infermo, faccia venire gli
anziani della Chiesa; essi pregheranno su di lui ungendolo con olio nel nome del
Signore, e la preghiera della fede salverà l`infermo; e il Signore lo allevierà,
e se fosse in peccato gli sarà perdonato (Gc 5,14s.).

Vi è anche il caso in cui si purga la macchia dei peccati per merito della fede
e della misericordia, secondo il detto: Per la misericordia e la fede vengon
cancellati i peccati (Pr 15,27); spesso poi anche per la conversione e la
salvezza di coloro che sono salvati dalla nostra predicazione e dai nostri
ammonimenti: Infatti chi farà convertire un peccatore dall`errore della sua via,
salva l`anima di quello dalla morte e copre una moltitudine di peccati (Gc
5,20). Infine otteniamo indulgenza per le nostre scelleratezze con la nostra
indulgenza e magnanimità: Se infatti perdonerete agli uomini i loro peccati,
anche a voi il Padre vostro celeste perdonerà i vostri delitti (Mt 6,14).

Vedete dunque quante sono le vie di accesso alla misericordia che la demenza del
nostro Salvatore ci ha aperto: perciò nessuno che desidera la salvezza si lasci
fiaccare dalla disperazione, vedendo con quanti mezzi è invitato alla vita. Se
ti lamenti che per la debolezza della tua carne non puoi cancellare i tuoi
peccati con la sofferenza del digiuno, riscattali con la larghezza nelle
elemosine. E se non hai cosa dare ai poveri (per quanto la necessità o la
povertà non escluda nessuno da questa santa opera, dato che le due sole monetine
di bronzo di quella vedova furono piú stimate delle larghe offerte dei ricchi e
per quanto il Signore prometta la ricompensa anche per un bicchiere di acqua
fresca), anche senza di ciò, li puoi cancellare cambiando la tua vita.

Inoltre, se non ti senti di raggiungere la perfezione della virtù estinguendo
tutti i vizi, dedicati con pia sollecitudine all`utilità e alla salvezza altri.
Ma se obietti di non sentirti idoneo a questo ministero, puoi coprire i tuoi
peccati con l`intimo amore. E se anche a questo l`ignavia del tuo spirito ti
rende debole, in umiltà e fervore implora almeno con l`orazione e
l`intercessione dei santi il rimedio alle tue ferite. Chi è che non possa dire
in tono supplichevole: Ho palesato a te il mio peccato e non ho nascosto la mia
ingiustizia? E per questa confessione si merita di soggiungere con confidenza: E
tu hai perdonato l`empietà del mio cuore (Sal 32,5).

Se poi la vergogna ti impedisce, ti fa arrossire di rivelarli davanti agli
uomini, non cessare di confessarli con suppliche continue a colui cui non sono
celati, dicendo: Conosco la mia iniquità e il mio peccato mi sta sempre dinanzi;
contro te solo ho peccato e ho agito male al tuo cospetto (Sal 50,5). Egli è
solito perdonare le colpe anche senza la vergogna della pubblicità.

Ma oltre a questi mezzi di salvezza facili e sicuri la divina degnazione ce n`ha
concesso un altro piú facile, rimettendo al nostro arbitrio il nostro rimedio,
perché al nostro sentimento stesso è dato acquistare l`indulgenza delle nostre
colpe, quando diciamo a lui: Rimetti a noi i nostri debiti come noi li
rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12).

Chiunque perciò desidera pervenire all`indulgenza per le sue colpe, curi di
dedicarsi a questi mezzi; la pervicacia di un cuore indurito non allontani da
lui, dalla sua salvezza, la fonte di tanta bontà; infatti anche se faremo tutto
ciò, nulla sarà sufficiente ad espiare le nostre colpe, se non sarà la bontà e
la clemenza del Signore a cancellarle.


(Giovanni Cassiano, Conf., 20, 5.8)



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#313 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Ven 28 Gen 2005 5:54 pm
Oggetto: Nessuna virtù è assente dalla croce (Tomaso d'Aquino)
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Fu necessario che il Figlio di Dio soffrisse per noi? Molto, e possiamo parlare
di una duplice necessità: come rimedio contro il peccato e come esempio
nell'agire.
Fu anzitutto un rimedio, perché è nella passione di Cristo che troviamo rimedio
contro tutti i mali in cui possiamo incorrere per i nostri peccati.
Ma non minore è l'utilità che ci viene dal suo esempio. La passione di Cristo
infatti è sufficiente per orientare tutta la nostra vita.
Chiunque vuol vivere in perfezione non faccia altro che disprezzare quello che
Cristo disprezzò sulla croce, e desiderare quello che egli desiderò. Nessun
esempio di virtù infatti è assente dalla croce.
Se cerchi un esempio di carità, ricorda: «Nessuno ha un amore più grande di
questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13).
Questo ha fatto Cristo sulla croce. E quindi, se egli ha dato la sua vita per
noi, non ci deve essere pesante sostenere qualsiasi male per lui.
Se cerchi un esempio di pazienza, ne trovi uno quanto mai eccellente sulla
croce. La pazienza infatti si giudica grande in due circostanze: o quando uno
sopporta pazientemente grandi avversità, o quando si sostengono avversità che si
potrebbero evitare, ma non si evitano.
Ora Cristo ci ha dato sulla croce l'esempio dell'una e dell'altra cosa. Infatti
«quando soffriva non minacciava» (1 Pt 2, 23) e come un agnello fu condotto alla
morte e non apri la sua bocca (cfr. At 8, 32). Grande è dunque la pazienza di
Cristo sulla croce: «Corriamo con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo
sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli, in cambio della gioia
che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l'ignominia»
(Eb 12, 2).
Se cerchi un esempio di umiltà, guarda il crocifisso: Dio, infatti, volle essere
giudicato sotto Ponzio Pilato e morire.
Se cerchi un esempio di obbedienza, segui colui che si fece obbediente al Padre
fino alla morte: «Come per la disobbedienza di uno solo, cioè di Adamo, tutti
sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti
saranno costituiti giusti» (Rm 5, 19).
Se cerchi un esempio di disprezzo delle cose terrene, segui colui che è il Re
dei re e il Signore dei signori, «nel quale sono nascosti tutti i tesori della
sapienza e della scienza» (Col 3, 2). Egli è nudo sulla croce, schernito,
sputacchiato, percosso, coronato di spine, abbeverato con aceto e fiele.
Non legare dunque il tuo cuore alle vesti ed alle ricchezze, perché «si sono
divise tra loro le mie vesti» (Gv 19, 24); non gli onori, perché ho provato gli
oltraggi e le battiture (cfr. Is 53, 4); non alle dignità, perché intrecciata
una corona di spine, la misero sul mio capo (cfr. Mc 15, 17); non ai piaceri,
perché «quando avevo sete, mi han dato da bere aceto» (Sal 68, 22).

Dalle «Conferenze» di san Tommaso d'Aquino.



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#312 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Dom 23 Gen 2005 9:30 pm
Oggetto: Fonte di vita (Basilio il Grande)
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Il cristianesimo, infatti, è cibo e bevanda: quanto più uno ne mangia, tanto
maggiormente la sua anima rimane sedotta da quella dolcezza, al punto da non
riuscire a sentirsene sazia né appagata, ma, al contrario, da andarne in cerca
senza posa, nutrendosene insaziabilmente. O anche come, quando qualcuno è
tormentato dalla sete e gli viene offerta una dolce bevanda, questi, dopo aver
intrapreso a gustarla, con una smania più ardente di prima si affretta più
decisamente a bere; così pure il gusto dello Spirito è, per così dire, talmente
lungi dal poter essere pienamente appagato, da suggerire, giustamente, il
paragone che abbiamo appena descritto. Né, d'altronde, si tratta qui di vane
parole: è, al contrario, l'opera stessa dello Spirito Santo che produce
misteriosamente i suoi effetti nell'anima". (Pseudo-Macario, Omelie spirituali,
17,12-13).

"Come il calore non può essere separato dal fuoco, né la luce dalla lampada,
altrettanto non possono essere separati dallo Spirito la santificazione, la
dispensazione della vita, la bontà e la giustizia...


Come il sole illumina i corpi e si dà loro in modo diverso senza che per questo
ne risulti sminuito, parimenti accade allo Spirito, il quale concede a tutti la
sua grazia pur rimanendo intatto e indiviso. Illumina tutti sulla conoscenza di
Dio, entusiasma i profeti, rende saggi i legislatori, consacra i sacerdoti,
consolida i re, perfeziona i giusti, fa degni di onore i temperanti, elargisce
il dono della santificazione, risuscita i morti, libera i prigionieri, rende
figli gli stranieri.


Tutto ciò egli opera per mezzo della nascita dall'alto. Trova un esattore
credente ne fa un evangelista; incontra un pescatore ne fa un dotto della legge
di Dio; trova un persecutore contrito ne fa un apostolo dei pagani, un eroe
della fede, un vaso di elezione. Ad opera sua i deboli divengono forti, i poveri
ricchi, i minori e indotti più saggi dei dotti.


Paolo era debole ma, grazie alla presenza dello Spirito, i sudari del suo corpo
recavano la salute a quanti li toccavano. Anche Pietro aveva un corpo debole,
ma, per la grazia dello Spirito che in lui albergava, l'ombra del suo corpo
allontanò la malattia dei sofferenti. Pietro e Giovanni erano poveri, non
possedevano né oro né argento, tuttavia dispensavano la salute fisica che ha
molto più valore dell'oro. Quel paralitico ricevette da parecchie persone del
denaro, tuttavia era rimasto un mendicante; ma quando ricevette il dono da
Pietro, saltò su come un cervo, lodò Iddio e cessò di fare l'accattone. Giovanni
non sapeva nulla della saggezza del mondo, eppure egli disse, in virtù dello
Spirito, parole alle quali nessuna saggezza può guardare"

(Basilio il Grande, Omelia sulla fede, 3)



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#311 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Lun 17 Gen 2005 10:00 pm
Oggetto: La condizione di peccatori (Fulgenzio di Ruspe)
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Abbi oltremodo per certo e non dubitare in alcun modo, che i primi uomini, cioè
Adamo e la donna di lui, creati buoni, retti e senza peccato, con il libero
arbitrio, col quale potevano, volendo, sempre servire e obbedire a Dio con umile
e buona volontà, col quale arbitrio anche potevano, volendo, peccare con la
propria volontà; e loro non per necessità, ma per la propria volontà peccarono;
e con quel peccato la natura umana fu talmente mutata in peggio, che non solo in
quei primi uomini attraverso il peccato regnò la morte, ma anche in tutti gli
uomini si trasmise la signoria del peccato e della morte.
  Abbi oltremodo per certo e non dubitare in alcun modo che ogni uomo che viene
concepito dall`unione dell`uomo e della donna, nasce col peccato originale,
assoggettato all`empietà e sottomesso alla morte, e per questo nasce per natura
figlio dell`ira. Della quale dice l`Apostolo: "Eravamo infatti anche noi per
natura figli dell`ira come gli altri" (Ef 2,3). Dalla quale ira nessuno viene
liberato, se non per la fede del mediatore di Dio e degli uomini, l`uomo Gesú
Cristo, il quale, concepito senza peccato, si è fatto peccato per noi, cioè
fatto sacrificio per i nostri peccati. Già nel Vecchio Testamento venivano detti
peccati i sacrifici che si offrivano per i peccati, nei quali tutti fu
sacrificato Cristo, poiché egli è "l`Agnello di Dio che toglie i peccati del
mondo" (Gv 1,29).

  (Fulgenzio di Ruspe, De fide ad Petr. 68-69)


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