L'anima interamente occupata nelle realtà divine e sublimi, è infiammata
d'amore spirituale e da brama divina per le bellezze gloriose e splendenti dello
Spirito; ferita da un affetto insaziabile per lo Sposo divino, diventa per così
dire indifferente alle realtà inferiori. Serba ormai il suo desiderio
polarizzato sulle realtà divine, superiori, che la parola non può dire, né il
pensiero umano immaginare.
Le anime davvero reali, che hanno ricevuto in sé l'immutabile potenza della
carità e sono state ferite dal perfetto amore per lo Sposo divino, non hanno più
interesse per le passioni maliziose.
Ma come arrivarono ad essere liberate dallo Spirito?
Proprio a costo di molti lavori e di un gran vigore. Hanno combattuto la lotta
della fede fino al termine e ora sono senza posa attirate verso i misteri
celesti dello Spirito. Totalmente assorbite dalle bellezze splendenti della
divinità, cercano con tutto il cuore quanto vi è di più elevato e migliore.
Infatti la divinità dello Spirito ha bellezze indicibili, varie e infinitamente
molteplici, indicibili, inimmaginabili; esse si svelano a chi ne è degno, per
affascinarlo, dargli gioia, vita, riposo. Lo distolgono dalla terra per fissare
il suo sguardo, sempre più infiammato, sullo Sposo divino e consegnarlo
totalmente al suo amore.
Dalle "Omelie" attribuite a Macario l'egiziano.
Hom. 7,5,2 S Ch 275,131.
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Sapete che il Padre celeste, essendo un Fondo vivente, è con tutto
ciò che vive in lui attivamente proteso verso il Figlio, la sua
eterna Sapienza. E questa Sapienza, con tutto ciò che vive in lei, è
attivamente protesa verso il Padre, vale a dire nel fondo stesso dal
quale esce. In questo incontro tra Padre e Figlio ha origine la terza
Persona, cioè lo Spirito Santo, il loro reciproco Amore, unito con
entrambi nella medesima natura. Tale Amore abbraccia e penetra, con
movimento e fruizione, il Padre e il Figlio e quanto vive in loro, e
con tale ricchezza e gioia che tutte le creature devono tacere
eternamente. Infatti l'incomprensibile prodigio che è racchiuso in
tale Amore oltrepassa eternamente l'intelligenza di tutte le
creature.
Ora tale incontro trinitario, delizioso e senza interruzione, si
rinnova attivamente in noi, in maniera divina. Il Padre si dona nel
Figlio e il Figlio si dona nel Padre in un'eterna compiacenza e in un
amoroso amplesso, e ciò si rinnova in ogni istante nel vincolo
d'Amore.
Come il Padre contempla incessantemente di nuovo tutte le cose nella
nascita del suo Figlio, così tutte le cose vengono amate di nuovo dal
Padre e dal Figlio nell'emanazione dello Spirito Santo. Ecco
l'incontro attivo tra Padre e Figlio, nel quale noi siamo inseriti
amorosamente per mezzo dello Spirito Santo, nell'Amore eterno.
Dall' "Ornamento delle nozze spirituali" di Giovanni Ruusbroeck.
Oeuvres, Paris, t.3°,pp.217-218.
Il nome Padre è stato rivelato agli uomini. Ma nasce la domanda:
come si chiama questo Padre? Forse che prima di Cristo il nome di
Dio era sconosciuto? Mosè lo udì dal roveto, la Genesi lo annunziò
all'inizio della creazione del mondo, la Legge lo fece conoscere, i
profeti lo divulgarono, gli uomini lo hanno avvertito presente nella
storia di questo mondo; anche i pagani sotto false apparenze lo
venerarono. Il nome di Dio, dunque, non era ignorato.
Invece sì, era assolutamente ignorato. Nessuno conosce Dio se
non lo confessa come Padre, cioè Padre del Figlio unigenito, e come
Figlio, cioè Figlio che non è parte o estensione o emanazione del
Padre, ma è nato da lui in modo ineffabile e incomprensibile: come
Figlio che procede dal Padre possiede in sé la pienezza della
divinità dalla quale e nella quale è stato generato, con figlio
vero, infinito, perfetto Dio. In questo consiste la pienezza della
divinità. Se mancherà qualcuno di questi attributi, non esisterà più
quella pienezza che a Dio era piaciuto abitasse in Cristo. Questo è
il messaggio del Figlio, questa la rivelazione a coloro che
l'ignorano. Allora veramente il Padre è glorificato per opera del
Figlio, quando gli uomini lo riconoscono Padre di tanto Figlio.
Il Padre è quello da cui trae l'essere tutto ciò che esiste.
Egli, in Cristo e mediante Cristo, è l'origine di tutte le cose. Ma
egli ha in sé il suo essere, perché non trae da altri ciò che è, ma
prende da sé e conserva in sé ciò che è. Egli è infinito, perché non
è contenuto in alcuna cosa, ma tutte le cose contiene in sé; è
eternamente sciolto dallo spazio, perché non può essere chiuso nello
spazio; è eternamente anteriore al tempo, perché il tempo si misura
da lui.
Corri avanti con l'immaginazione, se tu pensi che egli abbia un
limite ultimo, là sempre lo troverai presente: infatti, per quanto
tu proceda oltre, senza posa, resta sempre un limite ulteriore verso
il quale procedere. Come a te è dato di inseguirlo sempre, così a
lui è dato di essere infinito. Potrà venir meno la parola nei suoi
confronti, ma non potrà essere circoscritta la sua natura.
Ancora una volta passa in rassegna le età trascorse, sempre lo
troverai; verranno meno al tuo linguaggio le cifre per contare, ma
non viene meno a Dio l'eternità dell'essere. Impegna il tuo
intelletto e tenta con la mente di abbracciarlo come un tutto. Non
riesci a circoscriverlo.
Dio è dappertutto e totalmente, ovunque egli sia. Così colui al
di là del quale non c'è nulla e che possiede eternamente l'eternità,
trascende i confini della conoscenza. Questa è la verità del mistero
di Dio, questa l'essenza della natura imperscrutabile che ha nome
Padre. Egli è un Dio invisibile, ineffabile, infinito: la parola,
quando si propone di descriverlo, non può che tacere, il pensiero è
vinto quando tenta di raggiungerlo, la ragione si sente prigioniera
quando si sforza di definirlo.
C'è tuttavia, come abbiamo detto, un nome che designa la sua
natura nella parola Padre, ma egli è un padre in senso assoluto.
Infatti non ha ricevuto da altri, alla maniera degli uomini, la sua
paternità. Egli è ingenerato ed eterno, in quanto ha eternamente in
sé l'eternità. Solo dal Figlio è conosciuto, perché nessuno conosce
il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia
rivelare; e nessuno conosce il Figlio se non il Padre. L'uno
conosce l'altro reciprocamente e questa loro conoscenza vicendevole
è perfetta.
Se è vero che nessuno conosce il Padre se non il Figlio,
crediamo a riguardo del Padre ciò che ci ha rivelato il Figlio, il
quale è il solo testimone attendibile.
Ascolta quanto la Scrittura dice del Padre ingenito e del
Figlio unigenito. Ascolta: Il Padre è più grande di me; e anche: Io
e il Padre siamo una cosa sola; ascolta ancora: Chi ha visto me, ha
visto il Padre; Il Padre è in me e io nel Padre; ascolta: Sono
uscito dal Padre; e poi: Il Figlio Unigenito che è nel seno del
Padre; e poi: Tutto mi è stato dato dal Padre mio. Come il Padre ha
la vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in
se stesso.
Ascolta il Figlio, che è l'immagine, la sapienza, la virtù, la
gloria di Dio e intendi lo Spirito Santo quando proclama: Chi potrà
raccontare la sua generazione? Poni mente al Signore quando attesta:
Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il
Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia
rivelare. Addéntrati in questo segreto e tùffati nel mistero di
questa nascita inspiegabile, fra il solo Dio ingenito e il Dio
unigenito. Comincia, avanza, persisti: anche se so che tu non
arriverai al fondo, tuttavia mi feliciterò che tu abbia preso
l'avvio. Chi con animo amante si mette in via per l'infinito, anche
se non arriverà mai alla mèta, trarrà profitto dal suo tentativo.
La nostra possibilità di intendere è circoscritta all'ambito
dei passi scritturistici che abbiamo sopra citato.
Dal trattato "Sulla Trinità" di sant'Ilario di Poitiers.
De Trinitate, III,17; II,10.6. PL 10,86. 54-56. 58-59.
Dio, che "è Amore" (1 Gv 4,8), ha creato
per amore, ha elevato l`uomo allo stato
soprannaturale per amore, l`ha redento per
amore, ha fondato la Chiesa per Amore;
questa agisce per amore, affinchè l`uomo,
accettando l`Amore Divino e
rispondendovi con amore, raggiunga Dio
per sempre e goda eternamente l`amore
beatifico.
Dio, il quale "vuole che tutti gli uomini siano
salvi" (1 Tm 2,4), chiama tutti a tale sublime
vocazione; per questo la Chiesa proclama
altamente con la dottrina e con l`azione
quotidiana e spesso eroica dei suoi
ministri - pastori che cercano di ricuperare
le pecorelle smarrite e missionari che
portano il Vangelo a chi non lo conosce - la
Sua universale maternità.
La Chiesa è essenzialmente madre e
madre universale.
Esa può dare a tutti gli uomini la seconda, e
più importante, nascita "per l`Acqua e per lo
Spirito Santo" (Gv 3,5); essa li cerca
ovunque, inviando i Suoi Apostoli anche
nelle regioni più remote, pur tra mille
pericoli; essa non solo li genera alla vita
soprannaturale, ma anche li custodisce, li
nutre, li cura; essa, diversamente dalla
madre terrena, è accanto ai suoi figli fino
all`ultimo istante di vita per aiutarli alla
conquista del Cielo.
La Chiesa, nel compiere la propria
missione, ricapitola in sè, continuamente, la
vita terrena di Cristo.
Come Cristo, con l`incarnazione, unisce alla
divinità l`umanità, così la Chiesa, col
battesimo, genera gli uomini alla vita
divina; come Cristo, la Chiesa predica agli
uomini il Vangelo; con Gesù partecipa, per
la salvezza del mondo, al mistero del
dolore e del sacrificio; con lui non manca
di gioie e di vittorie, particolarmente
vivendo la sublime realtà della risurrezione
ed attendendo l`epilogo del suo cammino,
quando diverrà, nel cielo, la Gerusalemme
beata.
Non ripudiare quindi la tua sposa: significherebbe negare che Dio è l`autore
della tua unione. Infatti se è tuo compito sopportare e correggere i costumi
degli estranei, a maggior ragione lo è nei riguardi di tua moglie.
Ascolta quanto dice il Signore: "Chi ripudia la sposa ne fa un`adultera" (Mt
5,32). Colei infatti che, finché vive il marito, non può sposarsi di nuovo, può
essere soggetta alla lusinga del peccato. Cosí colui che è responsabile
dell`errore lo è anche della colpa, quando la madre è ripudiata con i suoi
bambini, quando, già anziana e col passo ormai stanco, è messa alla porta. Ed è
male scacciare la madre e trattenere i suoi figli: perché si aggiunge,
all`oltraggio fatto al suo amore, la ferita nei suoi affetti materni. Ma piú
crudele è scacciare anche i figli per causa della madre, in quanto i figli
dovrebbero piuttosto riscattare agli occhi del padre il torto della madre. Quale
rischio esporre all`errore la debole età di un adolescente! E quale durezza di
cuore scacciare la vecchiaia, dopo aver deflorato la giovinezza! Sarebbe lo
stesso se l`imperatore scacciasse un soldato veterano senza compensarlo per i
suoi servigi, togliendogli gli onori e il comando che ha; o che un agricoltore
scacciasse dal suo campo il contadino spossato dalla fatica! Ciò che è vietato
fare nei confronti dei sudditi, sarebbe dunque permesso nei riguardi dei
congiunti?
Tu invece ripudi la tua sposa quasi fosse nel tuo pieno diritto, senza temere di
commettere un`ingiustizia; tu credi che ciò ti sia permesso perché la legge
umana non lo vieta. Ma lo vieta la legge di Dio: e se obbedisci agli uomini,
devi temere Dio. Ascolta la legge del Signore cui obbediscono anche quelli che
fanno le leggi: "Ciò che Dio ha unito, l`uomo non divida" (Mt 19,6).
Ma non è soltanto un precetto del cielo che tu violi: tu in certo modo distruggi
un`opera di Dio.
Tu permetteresti - ti prego - che, te vivente, i tuoi figli dipendessero da un
patrigno, oppure che, mentre è viva la loro madre, essi vivessero sotto una
matrigna? E supponi che la sposa che hai ripudiata non torni a sposarsi: ebbene,
ti era sgradita, quando eri suo marito, questa donna che si mantiene fedele a
te, ora che sei adultero? Supponi invece che torni a sposarsi: la sua necessità
è un tuo crimine, e ciò che tu credi un matrimonio in realtà è un adulterio. E
senza importanza che tu commetta adulterio pubblicamente, oppure che tu lo
commetta sembrando marito; c`è solo il fatto che la colpa commessa per principio
è piú grave di quella commessa furtivamente.
Forse qualcuno potrà dire: "Ma allora perché Mosè ha comandato di dare il
libello di divorzio e di licenziare la moglie?" (Mt 19,7; Dt 24,1). Chi parla in
questo modo è giudeo, non è cristiano: egli obietta ciò che fu obiettato al
Signore, e perciò lasciamo al Signore il compito di rispondergli: "Per la
durezza del vostro cuore" - dice - "Mosè vi permise di dare il libello del
divorzio e di ripudiare le mogli; ma all`inizio non era così" (Mt 19,8). Cioè
egli dice che Mosè lo ha permesso, ma Dio non lo ha ordinato: all`inizio valeva
la legge di Dio. Qual è la legge di Dio? "L`uomo lascerà il padre e la madre e
si unirà alla sua sposa, e saranno due in una carne sola" (Gen 2,24; Mt 19,5).
Dunque chi ripudia la sposa, dilania la sua carne, divide il suo corpo.
(Ambrogio, Exp. in Luc., 8, 4-7)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
"Giovanni gli rivolse la parola: «Maestro, abbiamo visto un tale che scacciava
i demoni in nome tuo, ma non gliel`abbiamo permesso perché non è dei nostri»"
(Mc 9,38).
Giovanni, che amava con straordinario fervore il Signore e perciò era degno di
essere riamato, riteneva dovesse essere privato del beneficio chi non ricopriva
un ufficio. Ma viene ammaestrato che nessuno dev`essere allontanato dal bene che
in parte possiede, ma che piuttosto dev`essere invitato a ciò che non ancora
possiede. Continua infatti:
"Ma Gesú gli disse: «Non gliel`impedite. Non c`è nessuno infatti che operi
miracoli nel mio nome e possa subito dopo parlar male di me. Chi infatti non è
contro di voi, è con voi»" (Mc 9,39-40).
Lo stesso concetto ripete il dotto Apostolo: "Purché Cristo sia in ogni modo
annunziato, per dispetto o con lealtà, io di questo godo e godrò!" (Fil 1,18).
Ma anche se egli s`allieta per coloro che annunziano Cristo in modo non sincero
e, poiché fanno di conseguenza talvolta miracoli per la salvezza degli altri,
consiglia che non ne vengano impediti, tuttavia costoro per tali miracoli non
possono sentirsi giustificati; anzi, in quel giorno in cui diranno: "Signore,
Signore, non abbiamo forse profetato in nome tuo, e non abbiamo scacciato i
demoni nel tuo nome, e nel tuo nome non abbiamo compiuto molti miracoli?", essi
riceveranno questa risposta: "Non vi ho mai conosciuti, allontanatevi da me voi
che operate l`iniquità" (Mt 7,22-23). Perciò, per quanto riguarda gli eretici e
i cattivi cattolici, dobbiamo solennemente respingere non quelle credenze e quei
sacramenti che essi hanno in comune con noi e non contro di noi, ma la scissione
che si oppone alla pace e alla verità,
per la quale essi sono contrari a noi e non seguono in unità con noi il
Signore.
«Infatti, chiunque vi darà da bere un biccbier d`acqua in mio nome, perché
siete di Cristo, in verità vi dico che non perderà la sua ricompensa» (Mc 9,41).
Leggiamo nel profeta David (cf. Sal 140,4) che molti, a titolo di scusa dei
loro peccati, pretendono che siano giusti gli stimoli che li spingono a peccare,
cosí che, mentre volontariamente peccano, s`illudano di farlo per necessità. Il
Signore, che scruta il cuore e i reni, sarà capace di vedere i pensieri di
ciascuno. Aveva detto: "Chiunque riceverà uno di questi fanciulli in mio nome,
riceve me" (Mt 18,5). Qualcuno avrebbe potuto obiettare polemizzando: «Me lo
vieta la povertà, la mia miseria mi impedisce di riceverlo», ma il Signore
annulla anche questa scusa col suo lievissimo comandamento per indurci almeno a
porgere con tutto il cuore un bicchier d`acqua, magari fredda, come dice Matteo
(cf. Mt 10,42). Dice un bicchiere d`acqua fredda, non calda, affinché non si
cerchi in questo caso una scusa adducendo la miseria e la mancanza di legna per
scaldarla.
(Beda il Vener., In Evang. Marc., 9, 38-43)
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[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Molto si estende la rovina, molteplice e tristemente feconda, della gelosia. E`
la radice di tutti i mali, la sorgente delle stragi, il vivaio dei delitti, la
sostanza delle colpe. Da lei sorge l`odio, da lei procede l`animosità. La
gelosia infiamma l`avarizia, perché non può essere contento del suo, chi vede
l`altro piú ricco di sé. La gelosia eccita l`ambizione, se si vede qualcuno
maggiormente onorato. Quando la gelosia accieca il nostro senso e soggioga al
suo potere l`intimo della nostra mente, si disprezza il timore di Dio, si
trascura l`insegnamento di Cristo, non si pensa al giorno del giudizio. La
superbia si gonfia, la crudeltà si esacerba, la perfidia si erge, l`impazienza
si scuote, furoreggia la discordia e ferve l`ira; e chi è in potere altrui non
può piú reggere e reprimere sé. Si rompe cosí il vincolo della pace donataci dal
Signore, si viola la carità fraterna, si adultera la verità, si scinde l`unità,
ci si getta nell`eresia e nello scisma, si disprezzano
i sacerdoti, si invidiano i vescovi -lamentandosi di non essere stati nominati
al posto loro - e si sdegna di riconoscere i propri superiori. Cosí ricalcitra e
si ribella chi è superbo per l`invidia e pervertito dalla gelosia: chi è nemico,
per animosità e livore, non dell`uomo, ma della sua dignità.
Ma quale tignola per l`anima, quale muffa per il pensiero, quale ruggine per il
cuore, invidiare in altrui, o la sua virtù, o la sua felicità, odiare cioè in
lui o i suoi meriti, o i benefici divini, convertire in male proprio il bene
altrui, esser tormentati dalla prosperità dei ricchi, far propria pena della
gloria degli altri, e radunare quasi nel proprio tetto i propri carnefici, farsi
cioè torturare dai propri pensieri e dai propri sensi, lasciarsi da loro
lacerare con sofferenze profonde, strappare a brani l`intimo del cuore con le
unghie del rancore. In tale stato non si può gustare cibo o apprezzare bevanda:
e si sospira sempre, si geme e ci si duole; mai gli invidiosi depongono il loro
livore, giorno e notte il loro petto è internamente lacerato senza posa. Gli
altri mali hanno un termine e ogni sentimento delittuoso, una volta compiuto il
delitto, si placa... ma l`invidia non ha termine: è un male sempre vivo, un
peccato senza fine; piú chi è oggetto di invidia
avanza e ha successo, piú l`invidioso arde in un maggiore fuoco di gelosia...
Perciò il Signore, preoccupandosi di questo pericolo e che nessuno incappasse
nel laccio mortale dell`invidia contro i fratelli, interrogato dai suoi
discepoli chi tra loro fosse maggiore, disse: "Chi sarà il minimo fra tutti voi,
costui sarà grande" (Lc 9,48).
(Cipriano di Cartagine, De zelo et livore, 6-7)
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[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Dirai: Dio ordina tutti, anche quelli che sono indegni?
Dio non ordina tutti, ma opera per mezzo di tutti, anche se sono indegni, per
la salvezza del suo popolo. Se, infatti, Dio parlò per mezzo di un`asina, per
mezzo dello scellerato Balaam (Nm 22) in grazia del suo popolo, molto piú lo
farà per mezzo del sacerdote. Che cosa non fa Dio per la nostra salvezza? che
cosa non dice? di chi non si serve? Se si è servito di Giuda e di coloro ai
quali dice: "Non vi conosco, andate via da me, operatori d`iniquità" (Mt 7,23),
tanto piú agirà per mezzo di un sacerdote...
Dirai ancora: Ma costui non fa elemosina ai poveri, non è onesto nella
amministrazione.
Come lo sai? Non accusare, se non sei sicuro, temi d`essere chiamato a render
conto. Molte cose son dette in base a un sospetto. Imita il Signore. Senti che
dice: "Verrò a vedere se agiscono come si dice" (Gen 18,21). Se hai sentito,
esaminato e visto, aspetta il giudice; non arrogarti l`ufficio di Cristo. Tocca
a lui trattare queste cose, non a te. Tu sei l`ultimo servo; non sei il padrone.
Tu sei una pecora; non ti mettere a giudicare il pastore, per non rischiar di
scontar la pena di ciò di cui lo accusi.
Dirai: Perché non fa, ciò ch`egli stesso m`insegna?
Non è lui che lo dice. E se obbedissi a lui, non meriteresti il premio. E
Cristo che ti comanda. Che dico? Neanche Paolo dovrebbe essere obbedito, se
parlasse da sé, se dicesse cose umane. Ma bisogna credere che in Paolo parla
Cristo. Non giudichiamo, dunque, le cose degli altri, pensa alla tua vita.
Dirai: Ma lui dovrebbe essere migliore di me.
Perché? Perché è sacerdote. E che cosa non ha lui piú di te? Non forse fatiche,
pericoli, contese, preoccupazioni, sfortune? Se ha tutte queste cose, come non è
migliore di te? Ma anche se egli non fosse migliore di te, perché dovresti tu
perderti? Ma questa è arroganza. Come fai a sapere che non è migliore di te? Se
rubasse, diresti; se approfittasse delle cose sacre? Come sai questo, buon uomo?
Perché ti vuoi buttare nel fosso?...
Ti credi migliore d`un altro, e non chiedi pietà? non ti batti il petto, non
pieghi il capo, non imiti il pubblicano? Ma cosí ti vuoi perdere, anche se sei
migliore. Migliore? stai zitto, se vuoi rimaner migliore; se lo dici, ti svuoti
tutto. Se credi di esserlo, non lo sei; se non lo credi, fai un passo avanti.
Se, infatti, colui ch`era peccatore, perché se ne accusò, uscí dal tempio
giustificato, colui che lo è e si giudica tale, che cosa non guadagnerà? Esamina
la tua vita. Non rubi? ma strappi, fai violenza e tante cose simili. Con questo
non plaudo al furto, per carità, tanto meno lo approverei, se versasse lacrime e
continuasse ad esserlo. Infatti che gran male sia il sacrilegio neanche lo si
può dire; ma preferisco fermarmi qui e non voglio diminuire la nostra virtù
accusando gli altri...
Dimmi: Se ti capita d`essere ferito, che forse innanzi al medico ti metti a
domandargli se pure lui ha una ferita? e se l`ha, ti preoccupi? o, perché pure
lui ce l`ha, tu non curi piú la tua e dici: - Il medico dovrebbe star bene. Se
lui, che è medico, non sta bene, io mi riporto a casa la mia ferita? Che forse,
se il sacerdote è cattivo, il fedele ne riceve un sollievo? Tutt`altro. Lui
sconterà la sua pena, e tu la tua; il Maestro mette tutto a posto, dice,
infatti: "Riceveranno tutti la sentenza di Dio" (Gv 6,45; Is 54,13)...
L`offerta è la stessa, chiunque la faccia sia Pietro, sia Paolo; è la stessa
che Cristo diede ai discepoli e che fanno oggi i sacerdoti. La nostra non è
affatto inferiore a quella, perché non sono gli uomini a farla santa, ma il
Cristo in persona che santificò la prima. Come le parole, che disse Cristo, sono
le stesse che dice il sacerdote oggi; cosí la messa è la stessa, come il
battesimo è ancora lo stesso. E tutta opera della fede. Scese lo Spirito nel
centurione Cornelio, perché aveva creduto. Questo, come quello, è corpo di
Cristo. Chi pensa che questo lo sia di meno non sa che Cristo è presente e opera
nei sacramenti.
(Giovanni Crisostomo, In II ad Timoth., 2, 3 s.)
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[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Altro è il cibo che dà salute e vita e altro il cibo che raccomanda e
riporta l`uomo a Dio, altro il cibo che ristora i deboli, richiama gli erranti,
rialza i caduti, porge ai morenti il distintivo dell`immortalità. Cerca il pane
di Cristo, il calice di Cristo, se vuoi che la vita dell`uomo, mettendo da parte
le cose periture della terra, si nutra d`un pascolo immortale.
Ma qual è questo pane, o questo calice, del quale la Sapienza nel
libro di Salomone dice a gran voce: "Venite, mangiate il mio pane e bevete il
vino, che ho versato per voi" (Pr 9,5)? E Melchisedech, re di Salem e sacerdote
del sommo Dio, al ritorno di Abramo, offrí un sacrificio in pane e vino (Gen
14,18). Ed anche Isacco, avendo già dato la benedizione a Giacobbe, poiché Esaú
lo supplicava di benedire anche lui, gli rispose: "L`ho già costituito tuo
padrone e i suoi fratelli li ho fatti suoi servi, l`ho provveduto di frumento e
di vino" (Gen 27,37). Allora Esaú pianse amaramente la sua disgrazia, perché
aveva perduto la grazia del frumento e del vino, cioè la grazia della felicità
futura.
Che poi questo pane divino sia offerto a persone consacrate, lo dice
lo Spirito Santo per mezzo di Isaia: Cosí dice il Signore: ecco, coloro che mi
servono, mangeranno, voi invece avrete fame; coloro che mi servono, saranno
felici, voi avrete vergogna, il Signore vi ucciderà (Is 65,13-15). Non solo
questo pane è rifiutato da Dio agli empi, ma vien minacciata anche una pena, si
parla di morte acerba, come conseguenza dell`ira divina per gli affamati. A
questo si riferiscono anche le venerande parole del salmo 33. Dice infatti lo
Spirito Santo per mezzo di David: "Gustate e vedete quanto è dolce il Signore"
(Sal 33,9). E` dolce il pascolo celeste, è dolce il cibo di Dio e non ha in sé
il triste tormento della fame ed espelle dalle midolla degli uomini la malignità
del veleno che vi trova. E che sia cosí lo dichiarano i seguenti oracoli della
Scrittura: "Temete il Signore, voi che siete consacrati a lui, perché non manca
nulla a coloro che lo temono. I ricchi
soffriranno la fame, ma quelli che cercano il Signore, non mancheranno di alcun
bene" (Sal 33,10). Tu che avanzi paludato nel tempio, che splendi di porpora, il
cui capo è coperto di oro o alloro, una turpe indigenza sta per raggiungere il
tuo errore e sul tuo capo pende un grave peso di povertà. Colui che tu disprezzi
come povero, è ricco; Abramo gli prepara un trono nel suo seno. Tu invece, per
mitigare le ferite della tua coscienza, attraverso le fiamme, gli chiederai una
stilla d`acqua gocciolante e Lazzaro, anche se volesse, non potrà darti né
impetrarti quel lenimento del tuo dolore. A lui è assegnata la vita in compenso
dei mali di questo secolo, a te viene assegnata una perpetua pena di tormenti
per i beni di questo secolo.
Perché si capisse meglio quale fosse il pane per mezzo del quale si
supera la morte, il Signore stesso lo ha indicato con la sua santa parola,
perché la speranza degli uomini non fosse ingannata da false interpretazioni.
Dice infatti nel Vangelo di Giovanni: "Io sono il pane della vita. Chi verrà a
me non avrà fame, cbi crederà in me non avrà mai sete" (Gv 6,35). La stessa cosa
dice nelle frasi seguenti: "Se uno ha sete, venga; e beva, chi crede in me". E
di nuovo, per dare la sostanza della sua maestà a coloro che credono in lui
dice: "Se non mangerete la carne del figlio dell`uomo e non berrete il suo
sangue, non avrete la vita in voi".
O miseri mortali fatti dèi! Cercate la grazia del cibo salutare e
bevete il calice immortale. Cristo col suo cibo vi richiama alla luce e vivifica
i vostri arti avvelenati e le vostre membra intorpidite. Ravvivate col cibo
celeste l`uomo perduto, in modo che rinasca in voi, per grazia di Dio, tutto ciò
che è morto. Sapete ormai che cosa val la pena fare, scegliete ciò che vi piace.
Di là nasce la morte, di qui sgorga la vita immortale.
(Firmico Materno, De errore prof. relig., 18, 2-8)
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[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Per qual motivo mai, ci si chiede, Dio si è umiliato a tal segno, che la fede
rimane sconcertata di fronte al fatto che egli, benché non possa esser posseduto
né compreso dalla ragione e non si diano parole all`altezza di descriverlo,
giacché trascende ogni definizione ed ogni limite, venga poi a mischiarsi con
l`involucro meschino e volgare della natura umana, al punto da far apparire le
sue sublimi e celesti opere come vili anch`esse, in seguito ad una mescolanza
cosí disdicevole?
Non ci manca certo la risposta che conviene a Dio. Tu vuoi sapere il motivo per
il quale Dio è nato fra gli uomini? Ebbene, se tu eliminassi dalla vita i
benefici che hai ricevuto da Dio, non potresti certo piú indicare le cose
attraverso le quali riconosci Dio. Noi riconosciamo la sua opera, infatti,
proprio per il tramite di quei benefici di cui veniamo gratificati: è osservando
ciò che accade, appunto, che noi individuiamo la natura di chi compie l`opera.
Se, adunque, l`indizio e la manifestazione tipica della natura divina sono
rappresentati dalla benevolenza di Dio nei confronti degli uomini, ecco che tu
hai la risposta che chiedevi, il motivo, cioè, in base al quale Dio è venuto fra
gli uomini. La nostra natura, infatti, afflitta com`era da una malattia, aveva
bisogno di un medico. L`uomo, che era caduto, aveva bisogno di chi lo rimettesse
in piedi. Chi aveva perduto la vita, aveva bisogno di chi la vita gli
restituisse. Occorreva, a chi aveva smesso di compiere il bene, qualcuno che
sulla via del bene lo riconducesse. Invocava la luce chi era prigioniero delle
tenebre. Il detenuto aveva bisogno di chi lo liberasse, l`incatenato di chi lo
sciogliesse, lo schiavo di chi lo affrancasse. Ora, son forse questi dei motivi
futili e inadeguati perché Dio se ne sentisse stimolato a discendere in mezzo
all`umanità, afflitta in questo modo dall`infelicità e dalla miseria?
(Gregorio di Nissa, Catech. magna, 14-15)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
"E percorreva i villaggi circostanti insegnando. Chiamò poi i dodici e cominciò
a mandarli a due a due a predicare e dava loro il potere sugli spiriti immondi"
(Mc 6,6-7).
«Benevolo e clemente, il Signore e maestro non rifiuta ai servi e ai discepoli i
suoi poteri, e, come egli aveva curato ogni malattia e ogni debolezza, cosí dà
agli apostoli il potere di curare ogni malattia ed ogni infermità. Ma c`è molta
differenza tra l`avere e il distribuire, il donare e il ricevere. Gesú, quando
opera, lo fa col potere di un padrone; gli apostoli, se compiono qualcosa,
dichiarano la loro nullità e la potenza del Signore con le parole: "Nel nome di
Gesú, alzati e cammina"» (Girolamo).
"E ordinò loro di non prender nulla per il viaggio se non un bastone soltanto,
non bisaccia, non pane, né denaro nella cintura, ma andassero calzati di sandali
e non indossassero due tuniche" (Mc 6,8-9).
«Tanto grande dev`essere nel predicatore la fiducia in Dio che, sebbene non si
preoccupi delle necessità della vita presente, tuttavia deve sapere con certezza
che non gli mancherà niente. E questo per evitare che, se la sua mente è presa
da preoccupazioni terrene, egli non rallenti nell`impegno di comunicare agli
altri le parole eterne (Greg. Magno).
Quando infatti - secondo Matteo - disse loro: "Non vogliate possedere né oro né
argento" - con quel che segue, - subito aggiunse: "Perché l`operaio ha diritto
al suo sostentamento" (Mt 10,9-10). Mostra insomma chiaramente perché non ha
voluto che essi possedessero né portassero seco quei beni; non perché questi non
siano necessari al sostentamento di questa vita, ma perché egli li inviava in
modo da far capire loro che tali beni erano loro dovuti dai credenti ai quali
avrebbero annunziato il vangelo. E` chiaro dunque che il Signore non ordinò
queste cose come se gli evangelisti non dovessero vivere di altro che di ciò che
offrivano loro i fedeli cui essi annunziavano il vangelo (altrimenti si sarebbe
comportato in modo opposto a questo precetto l`Apostolo [cf. 1Ts 2,9], che era
solito ricavare il sostentamento dal lavoro delle sue mani per non essere di
peso a nessuno), ma dette loro una libertà di scelta nell`uso della quale
dovevano sapere che il sostentamento era loro dovuto. Quando il Signore comanda
qualcosa, se questa non si compie, la colpa è della disobbedienza. Ma quando è
concessa la facoltà di scelta, è lecito a ciascuno non usufruirne o sottostarvi
liberamente. Ebbene il Signore, col dare l`ordine, che l`Apostolo ci riferisce
(cf. 1Cor 2,9) essere stato da lui dato, a quanti annunziano il Vangelo, cioè di
vivere della predicazione del Vangelo, intendeva dire agli apostoli che non
dovevano possedere né dovevano avere preoccupazioni; che non dovevano portare
con sé né tanto né poco di ciò che era necessario a questa vita; per questo
aggiunse: "neppure il bastone", per sottolineare che da parte dei fedeli suoi
tutto è dovuto ai suoi ministri che non chiedono nulla di superfluo. Aggiungendo
poi "infatti l`operaio ha diritto al suo sostentamento", ha chiarito e precisato
il perché delle sue parole. Ha simboleggiato nel bastone questa facoltà di
scelta, dicendo che non prendessero per il viaggio altro che un bastone, per
fare unicamente intendere che in grazia di quella potestà ricevuta dal Signore,
e raffigurata nel bastone, gli apostoli non mancheranno neppure delle cose che
non portano seco. La stessa cosa deve intendersi delle due tuniche nessuno di
loro ritenga di doverne portare un`altra oltre quella che indossa, timoroso di
poterne avere bisogno, in quanto può averla grazie a quella potestà di cui
abbiamo parlato».
(Beda il Vener., In Evang. Marc., 2, 6, 6-9)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Venuto, dunque, nel suo paese, Gesú si astiene dai miracoli per non infiammare
ulteriormente l`invidia dei suoi compaesani e non doverli condannare piú
duramente per la loro testarda incredulità; ma, in cambio, espone loro la sua
dottrina, che, certo, non merita minor ammirazione dei miracoli. Tuttavia,
costoro, completamente insensati, mentre dovrebbero ascoltare con intenso
stupore e ammirare la forza delle sue parole, al contrario lo disprezzano per
l`umile condizione di colui che ritengono suo padre. Eppure hanno molti esempi,
verificatisi nei secoli precedenti, di figli illustri nati da padri oscuri. Cosí
David era figlio di Jesse, umile agricoltore; Amos era figlio di un guardiano di
capre e pastore lui stesso; Mosè, il legislatore, aveva un padre assai meno
illustre di lui. Dovrebbero, quindi, onorare e ammirare Gesú proprio per questo
fatto: che, pur sembrando loro di umile origine, insegna quella dottrina. E` ben
evidente cosí che la sua sapienza non deriva da studio, ma dalla grazia divina.
Invece lo disprezzano per ciò che dovrebbero, al contrario, ammirare. D`altra
parte Gesú frequenta le sinagoghe per evitare di essere accusato come solitario
e nemico della convivenza umana, il che sarebbe accaduto se egli fosse vissuto
sempre nel deserto. "Ed essi ne restavano stupiti e dicevano: Donde viene a
costui questa sapienza e questa potenza?" (Mt 13,54), chiamando potenza la sua
facoltà di operare miracoli o anche la sua stessa sapienza. "Non è questi il
figlio del falegname?" (Mt 13,55). Quindi piú grande il prodigio, e maggiore lo
stupore. "Sua madre non si chiama Maria? E i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe
Simone e Giuda? E le sorelle sue non sono tutte qui fra noi? Donde mai gli viene
tutto questo? E si scandalizzavano di lui" (Mt 13,55-57). Vedete che Gesú parla
proprio a Nazaret? Non sono suoi fratelli, dicono, il tale e il tal altro? E che
importa? Questa dovrebbe essere la ragione piú valida per credere in lui.
Purtroppo l`invidia è una passione malvagia e spesso combatte e contraddice se
stessa. Ciò che è straordinario, sorprendente e suscettibile di attirarli a
Gesú, questo invece li scandalizza.
Che risponde loro Cristo? «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria
e nella propria sua casa». "E non operò molti miracoli, a causa della loro
incredulità" (Mt 13,57-58). Anche Luca da parte sua riferisce che non fece lí
molti miracoli (cf. Lc 4,16-30). Ma, mi direte voi, sarebbe stato naturale e
logico farli. Se Gesú aveva la possibilità di suscitare ammirazione - come in
realtà avvenne -, per qual motivo non operava miracoli? Sta di fatto che egli
non aveva di mira la propria gloria, ma il loro bene. Tuttavia poiché questo
bene non si realizzava, Cristo trascurò la propria manifestazione per non
aumentare il castigo dei suoi compaesani. Osservate dopo quanto tempo e dopo
quale dimostrazione di miracoli egli torna presso di loro: ma neppur cosí lo
accolgono, anzi si accendono piú vivamente di invidia. E perché allora, voi
chiederete, Gesú ha operato qualche miracolo? L`ha fatto perché non gli
dicessero: "Medico, cura te stesso" (Lc 4,23), e non affermassero che egli era
avversario e nemico loro e disprezzava i suoi concittadini; non voleva infine
sentir dire: Se avesse operato miracoli, noi pure avremmo creduto. Per questo
egli opera qualche miracolo e in seguito si ritira, compiendo, da una parte, ciò
che spetta a lui ed evitando dall`altra di condannarli piú severamente. Ebbene,
osservate ora la potenza delle parole di Cristo: malgrado fossero dominati
dall`invidia, quelli tuttavia restano stupiti. E come nelle sue opere non
biasimano l`atto in se stesso, ma immaginano cause inesistenti dicendo: «In
virtù di Beelzebul caccia i demoni», cosí anche ora non condannano la sua
dottrina, ma ricorrono, per disprezzarlo, all`umiltà della sua origine. Ammirate
d`altra parte la moderazione del Maestro: egli non li biasima con violenza, ma
dichiara con molta mitezza: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua
patria», e non si ferma qui, ma aggiunge: «e nella sua stessa casa», alludendo,
io credo, con queste ultime parole ai suoi parenti.
(Giovanni Crisostomo, Comment. in Matth., 48, 1)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
"Cari giovani, è difficile credere in un mondo così? Nel Duemila è difficile
credere? Sì! E' difficile. Non è il caso di nasconderlo. E' difficile, ma con
l'aiuto della grazia è possibile. la parola di Gesù, se l'ascolterete nel
silenzio, nella preghiera, facendovi aiutare a comprenderla per la vostra vita
dal consiglio saggio dei vostri sacerdoti ed educatori, allora incontrerete
Cristo e lo seguirete, impegnando giorno dopo giorno la vita per Lui! In realtà,
è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando
niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellez- za che tanto vi
attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette
di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che
rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che
altri vorrebbero soffocare. E' Gesù che suscita in voi il desiderio di fare
della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il
rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con
umiltà e perseveranza per miglio- rare voi stessi e la società, rendendola più
umana e fraterna.
Carissimi giovani, in questi nobili compiti non siete soli. Con voi ci sono le
vostre famiglie, ci sono le vostre comunità, ci sono i vostri sacerdoti ed
educatori, ci sono tanti di voi che nel nascondimento non si stancano di amare
Cristo e di credere in Lui. Nella lotta contro il peccato non siete soli: tanti
come voi lottano e con la grazia del Signore vincono!
Cari amici, vedo in voi le "sentinelle del mattino" (cfr Is 21,11-12) in
quest'alba del terzo millennio. Nel corso del secolo che muore, giovani come voi
venivano convocati in adunate oceaniche per imparare ad odiare, venivano mandati
a combattere gli uni contro gli altri. I diversi messianismi secolarizzati, che
hanno tentato di sostituire la speranza cristiana, si sono poi rivelati veri e
propri inferni. Oggi siete qui convenuti per affermare che nel nuovo secolo voi
non vi presterete ad essere strumenti di violenza e distruzione; difenderete la
pace, pagando anche di persona se necessario. Voi non vi rassegnerete ad un
mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di
lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi
sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile
per tutti. <o:p></o:p>
Cari giovani del secolo che inizia, dicendo «sì» a Cristo, voi dite «sì» ad ogni
vostro più nobile ideale. Io prego perché Egli regni nei vostri cuori e
nell'umanità del nuovo secolo e millennio. Non abbiate paura di affidarvi a Lui.
Egli vi guiderà, vi darà la forza di seguirlo ogni giorno e in ogni situazione".
Discorso ai giovani (Giovanni Paolo II)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Imperfezioni abituali sono l'abitudine diffusa di parlare molto, un tenue
attaccamento a qualcosa che non ci si decide mai a superare, come, per esempio,
a una persona, a un vestito, a un libro, alla cella, a un determinato cibo o a
piccole chiacchiere e soddisfazioni, per il piacere di gustare le cose, di
sapere, di ascoltare o cose simili. Ciascuna di queste imperfezioni, a cui
l'anima si è attaccata, facendone l'abitudine, ne danneggiano la crescita e il
progresso nella virtù molto più che se cadesse ogni giorno in molte altre
imperfezioni e peccati veniali non derivanti da un'abitudine cattiva. Finché
dura quest'abitudine, infatti, è impossibile che l'anima possa progredire nella
perfezione, anche se commettesse imperfezioni di poco conto. Poco importa che un
uccello sia legato a un filo sottile o grosso; anche se sottile, finché sarà
legato, è come se fosse grosso, perché non gli consentirà di volare. È vero che
è più facile spezzare il filo sottile; ma anche se facile, finché non lo spezza,
non vola. Così accade all'anima che è attaccata a qualcosa: anche se possiede
molte virtù, non arriverà mai alla libertà dell'unione divina. L'appetito o
l'attaccamento dell'anima ha le stesse proprietà della remora che, pur essendo
un pesce molto piccolo, se riesce ad attaccarsi alla nave, la tiene frenata al
punto da impedirle di navigare e di arrivare al porto. È una pena vedere alcune
anime che, come navi cariche di tesori, sono ricche di opere buone, di esercizi
di pietà, di virtù e di doni divini, ma non progrediscono né arrivano al porto
della perfezione, perché non hanno il coraggio di disfarsi di un piccolo gusto,
di un attaccamento o di un'affezione, che è la stessa cosa. Basterebbe che con
un volo ardito spezzassero quel filo di attaccamento e si liberassero dalla
remora dell'appetito.
È molto deplorevole che, avendole Dio aiutate a spezzare legami più grossi
relativi ad affezioni che conducevano al peccato e alla vanità, queste anime,
per non staccarsi da un'inezia che Dio chiede di vincere per amor suo, non
riescano a raggiungere un bene così grande. Eppure si tratta solo di un filo o
di un capello. Il peggio è che, a causa di quell'affetto, non solo non
progrediscono, ma tornano indietro, perdendo ciò che in tanto tempo e a prezzo
di grande fatica avevano guadagnato. Si sa, infatti, che in questo cammino non
andare avanti equivale a tornare indietro e non guadagnare è come perdere.
Questo è quanto ha voluto insegnarci il Signore, quando dice: Chi non è con me è
contro di me e chi non raccoglie con me disperde (Mt 12,30). Chi non ha cura di
riparare anche la più piccola screpolatura del vaso, perderà tutto il liquido in
esso contenuto. Ce lo ha insegnato bene l'Ecclesiastico, quando afferma: Chi
disprezza il poco, cadrà presto (Sir 19,1); e ancora: Con una scintilla di fuoco
si riempie il braciere (Sir 11,32). Basta un'imperfezione per chiamarne un'altra
e altre ancora; quasi mai si vedrà un'anima negligente nel vincere un appetito
disordinato, la quale non ne abbia molti altri derivanti dalla stessa negligenza
e imperfezione che dimostra in tale appetito. Così facendo, andrà di male in
peggio. Ho visto molte persone, alle quali Dio aveva fatto la grazia di avanzare
molto nel distacco e nella libertà, perdere a poco a poco lo spirito e il gusto
di Dio, la santa solitudine, la gioia e l'assiduità nelle pratiche di pietà,
fino a perdere tutto, soltanto perché avevano incominciato a lasciarsi vincere
da un piccolo attaccamento, un'affezione, una conversazione o un'amicizia, sotto
il pretesto di bene. Tutto questo perché non troncarono fin dall'inizio quel
gusto o appetito sensibile, non custodendo così il loro cuore per Dio solo.
S.Giovanni della Croce: La salita del monte
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Dobbiamo ammirare i disegni della divina Provvidenza, la quale, come suole dal
male ritrarre il bene, così permise che di quando in quando la fede e la pietà
delle genti diminuissero, o che le false teorie insidiassero la verità
cattolica, con questo esito però, che questa risplendesse poi di nuovo
splendore, e quelle, destatesi dal letargo, tendessero a cose maggiori e più
sante.
Ed invero le festività che furono accolte nel corso dell'anno liturgico in tempi
a noi vicini, ebbero uguale origine e produssero identici frutti. Così, quando
erano venuti meno la riverenza e il culto verso l'augusto Sacramento, fu
istituita la festa del Corpus Domini, e si ordinò che venisse celebrata in modo
tale che le solenni processioni e le preghiere da farsi per tutto l'ottavario
richiamassero le folle a venerare pubblicamente il Signore; così la festività
del Sacro Cuore di Gesù fu introdotta quando gli animi degli uomini, infiacchiti
e avviliti per il freddo rigorismo dei giansenisti, erano del tutto agghiacciati
e distolti dall'amore di Dio e dalla speranza della eterna salvezza.
Ora, se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo,
con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un
rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l'umana società:
Il "laicismo"
La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi
incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in
un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si
cominciò a negare l'impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il
diritto - che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo - di ammaestrare, cioè, le
genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E
a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e
indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise al potere
civile e fu lasciata quasi all'arbitrio dei principi e dei magistrati. Si andò
più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla
religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i
quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro religione
nell'irreligione e nel disprezzo di Dio stesso.
I pessimi frutti, che questo allontanamento da Cristo da parte degli individui e
delle nazioni produsse tanto frequentemente e tanto a lungo, Noi lamentammo
nella Enciclica "Ubi arcano Dei" e anche oggi lamentiamo: i semi cioè della
discordia sparsi dappertutto; accesi quegli odii e quelle rivalità tra i popoli,
che tanto indugio ancora frappongono al ristabilimento della pace;
l'intemperanza delle passioni che così spesso si nascondono sotto le apparenze
del pubblico bene e dell'amor patrio; le discordie civili che ne derivarono,
insieme a quel cieco e smoderato egoismo sì largamente diffuso, il quale,
tendendo solo al bene privato ed al proprio comodo, tutto misura alla stregua di
questo; la pace domestica profondamente turbata dalla dimenticanza e dalla
trascuratezza dei doveri familiari; l'unione e la stabilità delle famiglie
infrante, infine la stessa società scossa e spinta verso la rovina.
Ci sorregge tuttavia la buona speranza che l'annuale festa di Cristo Re, che
verrà in seguito celebrata, spinga la società, com'è nel desiderio di tutti, a
far ritorno all'amatissimo nostro Salvatore. Accelerare e affrettare questo
ritorno con l'azione e con l'opera loro sarebbe dovere dei Cattolici, dei quali,
invero, molti sembra non abbiano nella civile convivenza quel posto né
quell'autorità, che s'addice a coloro che portano innanzi a sé la fiaccola della
verità.
Tale stato di cose va forse attribuito all'apatia o alla timidezza dei buoni, i
quali si astengono dalla lotta o resistono fiaccamente; da ciò i nemici della
Chiesa traggono maggiore temerità e audacia. Ma quando i fedeli tutti
comprendano che debbono militare con coraggio e sempre sotto le insegne di
Cristo Re, con ardore apostolico si studieranno di ricondurre a Dio i ribelli e
gl'ignoranti, e si sforzeranno di mantenere inviolati i diritti di Dio stesso.
tratto dall'enciclica "Quas primas" di Pio XI
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Signore nostro Dio, crediamo in te, Padre e Figlio e Spirito Santo. Perché la
Verità non avrebbe detto: "Andate, battezzate tutte le genti nel nome del Padre
e del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19), se Tu non fossi Trinità. Né
avresti ordinato, Signore Dio, che fossimo battezzati nel nome di chi non fosse
Signore Dio. E una voce divina non avrebbe detto: "Ascolta Israele: Il Signore
Dio tuo è un Dio unico" (Dt 6,4), se Tu non fossi Trinità in tal modo da essere
un solo Signore e Dio. E se Tu fossi Dio Padre e fossi pure il Figlio tuo Verbo,
Gesù Cristo, e il vostro Dono lo Spirito Santo, non leggeremo nelle Sacre
Scritture: "Dio ha mandato il Figlio suo (Gal 4,4; Gv 3,17), né Tu, o Unigenito,
diresti dello Spirito Santo: "Colui che il Padre manderà in mio nome" (Gv 14,26)
e: "Colui che io manderò da presso il Padre" (Gv 15,26). Dirigendo la mia
attenzione verso questa regola di fede, per quanto ho potuto, per quanto tu mi
hai concesso di potere, ti ho cercato ed ho desiderato di vedere con
l`intelligenza ciò che ho creduto, ed ho molto disputato e molto faticato.
Signore mio Dio, mia unica speranza, esaudiscimi e fa` sì che non cessi di
cercarti per stanchezza, ma cerchi sempre la tua faccia con ardore. Dammi Tu la
forza di cercare, Tu che hai fatto sì di essere trovato e mi hai dato la
speranza di trovarti con una conoscenza sempre più perfetta. Davanti a Te sta la
mia forza e la mia debolezza: conserva quella, guarisci questa. Davanti a Te sta
la mia scienza e la mia ignoranza; dove mi hai aperto ricevimi quando entro;
dove mi hai chiuso, aprimi quando busso. Fa` che mi ricordi di te, che comprenda
te, che ami te. Aumenta in me questi doni, fino a quando Tu mi abbia riformato
interamente. So che sta scritto: "Quando si parla molto non manca il peccato"
(Pr 10,19), ma potessi parlare soltanto per predicare la tua parola e dire le
tue lodi! Non soltanto eviterei allora il peccato, ma acquisterei meriti
preziosi, pur parlando molto. Perchè quell`uomo di cui Tu fosti la felicità non
avrebbe comandato di peccare al suo vero figlio nella fede, quando gli scrisse:
"Predica la parola insisti a tempo e fuori tempo (2Tm 4,2). Non si dovà dire che
ha molto parlato colui che non taceva la tua parola, Signore, non solo a tempo,
ma anche fuori tempo? Ma non c`erano molte parole, perch, c`era solo il
necessario. Liberami, o mio Dio, dalla moltitudine di parole di cui soffro
nell`interno della mia anima misera alla tua presenza e che si rifugia nella tua
misericordia. Infatti non tace il pensiero, anche quando tace la mia bocca. Se
almeno non pensassi se non ciò che ti è grato, certamente non ti pregherei di
liberarmi dalla moltitudine di parole. Ma molti sono i miei pensieri, tali quali
Tu sai che sono "i pensieri degli uomini" cioè "vani" (Sal 93,11). Concedimi di
non consentirvi e, anche quando vi trovo qualche diletto, di condannarli almeno
e di non abbandonarmi ad essi come in una specie di sonno. Né essi prendano su
di me tanta forza da influire in qualche modo sulla mia attività, ma almeno
siano al sicuro dal loro influsso i miei giudizi, sia al sicuro la mia
coscienza, con la tua protezione. Parlando di Te un sapiente nel suo libro, che
si chiama Ecclesiastico, ha detto: "Molto potremmo dire senza giungere alla
meta, la somma di tutte le parole è: Lui è tutto" (Sir 43,29). Quando dunque
arriveremo alla tua presenza, cesseranno queste "molte parole che diciamo senza
giungere a Te"; Tu resterai, solo, "tutto in tutti" (1Cor 15,28), e senza fine
diremo una sola parola, lodandoti in un solo slancio e divenuti anche noi una
sola cosa in Te. Signore, unico Dio, Dio-Trinità, sappiano essere riconoscenti
anche i tuoi per tutto ciò che è tuo di quanto ho scritto in questi libri. Se in
essi c`è del mio, siimi indulgente Tu e lo siano i tuoi. Amen.
(Agostino, De Trinit. 15, 28)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Vediamo ora perchè fosse segno della presenza dello Spirito Santo il
fatto che coloro che l`avevano ricevuto parlassero tutte le lingue. Anche oggi,
infatti, si riceve in dono lo Spirito Santo, tuttavia coloro che lo ricevono non
parlano tutte le lingue. Bisogna rendersi conto, fratelli carissimi, che è lo
Spirito Santo, per il quale la carità si diffonde nei nostri cuori. E poiché la
carità avrebbe dovuto raccogliere insieme la Chiesa da tutte le parti del mondo,
ciò che, allora, un solo uomo, ricevendo lo Spirito Santo, poteva dire in tutte
le lingue, ora, la stessa unità della Chiesa, radunata dallo Spirito Santo, lo
può dire in tutte le lingue. Perciò, se uno dicesse a qualcuno dei nostri: «Hai
ricevuto lo Spirito Santo, perchè non parli in tutte le lingue?» gli si pottebbe
rispondere: «Ma parlo in tutte le lingue, perchè faccio parte di quel corpo di
Cristo, cioè di quella Chiesa, che parla in tutte le lingue». Che altro,
infatti, Dio volle significate con la presenza dello Spirito Santo, se non la
sua Chiesa che avrebbe parlato in tutte le lingue?
Si è compiuto, dunque, ciò che Dio aveva promesso: "Nessuno mette il
vino nuovo in otri vecchi, ma si mette il vino nuovo in otri nuovi, così si
mantengono il vino e gli otri" (Mt 9,17). Giustamente, allora, quando si
sentirono gli Apostoli parlare in tutte le lingue, alcuni dissero: "Ma costoro
son pieni di vino" (At 2,12). Difatti, erano diventati otri nuovi, rinnovati
dalla grazia della santità, in modo che ripieni di vino nuovo, cioè di Spirito
Santo, ribollissero parlando in tutte le lingue e con un miracolo evidentissimo
preannunziassero la Chiesa cattolica, che si sarebbe diffusa per tutte le
lingue...
Celebrate allora questo giorno come membra dell`unità del corpo di
Cristo. Non sarà inutile la celebrazione, se è questo ciò che celebrate,
stringendovi a quella Chiesa, che il Signore riempie di Spirito Santo e, mentre
cresce in tutto il mondo, egli la riconosce come sua e lui è riconosciuto da
lei. Lo sposo non perde la sua sposa e nessuno gliene sostituisce un`altra. A
voi tutti raccolti insieme come Chiesa di Cristo, come membra di Cristo, a voi
corpo di Cristo, sposa di Cristo, l`Apostolo dice: "Sopportandovi l`un l`altro
nella carità, sforzandovi a vicenda di conservare l`unità dello Spirito nel
vincolo della pace " (Ef 4,2-3). Notate che dove ordinò di sopportarci
scambievolmente, ivi ha posto la carità; dove ha fatto cenno dell`unità, ivi ha
mostrato il vincolo della pace. Questa è la casa di Dio fatta di pietre vive,
nella quale piace di abitare a un tal padre di famiglia, i cui occhi non devono
essere offesi dalle rovine della divisione.
Fulgenzio di Ruspe
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Carissimi, questi giorni intercorsi tra la Risurrezione del Signore e la
sua Ascensione non sono trascorsi nell`oziosità; grandi nisteri vi hanno invece
ricevuto conferma, e grandi verità sono state svelate. E in questi giorni che
viene abolita la paura di una morte temuta e viene proclamata non solo
l`immortalità dell`anima, ma anche quella della carne. E` in questi giorni che
viene infuso lo Spirito Santo in tutti gli apostoli attraverso il soffio del
Signore (cf. Gv 20,22) e che, dopo aver ricevuto le chiavi del Regno, il beato
apostolo Pietro si vede affidata, con preferenza sugli altri, la cura del gregge
del Signore (cf. Gv 21,15-17). E in questi giorni che il Signore si affianca ai
due discepoli in cammino (cf. Lc 24,13-35) e che, per sgombrare il terreno da
ogni dubbio, contesta la lentezza a credere a coloro che tremano di spavento. I
cuori che egli illumina sentono ardere la fiamma della fede, e quelli che erano
tiepidi diventano ardenti quando il Signore apre loro le Scritture. Al momento
della frazione del pane, si illuminano gli sguardi di coloro che siedono a
mensa; i loro occhi si aprono per veder manifestata la gloria della loro natura,
molto piú beatamente di quelli dei principi della nostra specie ai quali il
crimine apporta confusione.
Tuttavia, dato che gli spiriti dei discepoli, in mezzo a queste
meraviglie e ad altre ancora, continuavano a scaldarsi in inquieti pensieri, il
Signore apparve in mezzo a loro e disse: La pace sia con voi (Lc 24,36; Gv
20,26). E perché non restasse in loro il pensiero che andavano rimuginando nella
mente - credevano, infatti, di vedere un fantasma e non un corpo -, rimproverò
loro i pensieri contrari al vero e mise sotto i loro occhi esitanti i segni
della crocifissione che serbavano le sue mani e i suoi piedi, invitandoli a
toccarli attentamente; aveva voluto conservare, infatti i segni dei chiodi e
della lancia per guarire le ferite dei cuori infedeli. Cosí, non è da una fede
esitante, bensì da una conoscenza molto certa, che affermeranno che la natura
che stava per sedere alla destra del Padre, era la stessa che aveva riposato nel
sepolcro.
Durante tutto questo tempo, carissimi, intercorso tra la Risurrezione
del Signore e la sua Ascensione, ecco dunque a cosa volse le sue cure la
Provvidenza di Dio; ecco ciò che essa volle insegnare; ecco ciò che essa mostrò
agli occhi e ai cuori dei suoi; perciò si riconoscerà come veramente risorto il
Signore Gesú Cristo che era davvero nato, aveva sofferto ed era morto. Così i
beati Apostoli e tutti i discepoli, resi timorosi dalla sua morte sulla croce, e
che avevano esitato a credere alla sua Risurrezione furono a tal punto
riconfermati dall`evidenza della verità che quando il Signore si levò verso le
altezze dei cieli, non solo non furono presi da tristezza alcuna, bensì furono
ripieni da una grande gioia (cf. Lc 24,52). E, in verità, grande e ineffabile
era la causa di quella gioia, allorché in presenza di una santa moltitudine, la
natura umana saliva al di sopra delle creature celesti di ogni rango, superava
gli ordini angelici e si elevava al di sopra della sublimità degli arcangeli
(cf. Ef 1,21), non potendo trovare a livello alcuno, per elevato che fosse, la
misura della sua esaltazione fintanto che non venne ammessa a prender posto alla
destra dell`eterno Padre, che l`associava al suo trono di gloria dopo averla
unita nel Figlio suo alla sua stessa natura.
L`Ascensione di Cristo è quindi la nostra stessa elevazione e là dove
ci ha preceduti la gloria del capo, è chiamata altresì la speranza del corpo.
Lasciamo dunque esplodere la nostra gioia come si deve e rallegriamoci
in una fervorosa azione di grazie: oggi, infatti, non solo siamo confermati nel
possesso del paradiso, ma siamo anche penetrati con Cristo nelle altezze dei
cieli; abbiamo ricevuto piú dalla grazia ineffabile di Cristo di quanto non
avevamo perduto per la gelosia del Maligno. Infatti, coloro che quel virulento
nemico aveva scacciato dal primo soggiorno di felicità, il Figlio di Dio li ha
incorporati a sé per collocarli in seguito alla destra del Padre.
Leone Magno Sermo 73 [60], 2-4
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Dal momento che la Sacra Scrittura è tutta piena di divini precetti,
come mai il Signore parla della carità quasi di un comandamento unico, e dice:
"Questo è il mio comandamento: che vi amiate scambievolmente" (Gv 15,12), se non
perché i comandamenti sono tutti compendiati nell`unica carità e tutti formano
un unico comandamento? Infatti, tutto ciò che ci viene comandato ha il suo
fondamento solo nella carità. Come i molteplici rami di un albero provengono da
una sola radice, cosí le molteplici virtù traggono origine dalla sola carità. E
non ha vigore di verde il ramo del ben operare, se non resta unito alla radice
della carità. Perciò, i precetti del Signore sono molti e al tempo stesso uno
solo: molti per la diversità delle opere, uno per la radice della carità.
Come poi dobbiamo conservare la carità, ce lo insegna quegli stesso che
in varie parti della Scrittura ci ordina di amare gli amici in lui e i nemici
per lui. Possiede, invero, carità vera solo chi ama l`amico in Dio, e il nemico
per Dio.
Vi sono alcuni, infatti, che amano il prossimo per affetto di sangue o
di parentela, e ciò non trova sanzione di condanna nella Scrittura. Ricordiamoci
però che una cosa è ciò che nasce spontaneamente dalla natura, un`altra è quel
che siamo tenuti a praticare in obbedienza al precetto del Signore. Coloro che
amano di amore naturale i loro parenti, amano certamente il prossimo; tuttavia,
essi non acquistano i nobilissimi premi della carità perché il loro amore non è
spirituale, bensí carnale. Ecco perché il Signore Gesú, dopo aver detto: "Questo
è il mio comandamento: che vi amiate scambievolmente", subito aggiunge: "come io
ho amato voi". Quasi a volerci dire: «Amatevi per quei motivi per i quali io
stesso ho amato voi».
Per la qual cosa, fratelli carissimi, va notato con scrupolosa
diligenza che il nostro antico avversario, mentre attrae il nostro spirito verso
il diletto delle cose temporali, ci mette contro qualche prossimo debole, per
strapparci via ciò che amiamo. E non si dà pensiero questo antico avversario,
cosí facendo, di toglierci le cose terrene, bensí di ferire la carità in noi.
Invero, quando ciò si verifica, noi subito diamo in escandescenze, e mentre
bramiamo uscire vittoriosi all`esterno, dentro veniamo gravemente feriti; mentre
all`esterno difendiamo cose da nulla, dentro alieniamo le maggiori, poiché
mentre amiamo le cose temporali, perdiamo il vero amore. Chiunque infatti ci
toglie del nostro, è un nemico. Però se avremo incominciato ad odiare il nemico,
è dentro di noi che si verifica la perdita. Quindi, quando subiamo qualche
sgarbo esterno da parte di un prossimo, rimaniamo ben vigili rispetto al
devastatore dell`anima nostra: nei suoi confronti non si dà modo piú clamoroso
di vittoria, se non quello stesso che usiamo quando ricambiamo con l`amore chi
ci porta via i beni esteriori. Una sola è la prova suprema della carità: amare
anche chi ci si rivela nemico. Ecco perché il Signore Gesú, pur subendo i
tormenti della crocifissione, mostra verso i suoi persecutori sentimenti di
carità, e dice al Padre: "Perdona loro, perché non sanno quello che fanno" (Lc
23,24).
C`è da meravigliarsi dunque se i discepoli amano in vita quei nemici
che il Maestro ha amato proprio mentre veniva ucciso? Egli esprime il culmine
della carità, quando soggiunge: "Nessuno ha un amore piu grande di colui che dà
la vita per i propri amici" (Gv 15,13). Il Signore era venuto a morire per i
nemici, e tuttavia diceva di voler dare la sua vita per gli amici, per mostrarci
che, senza ombra di dubbio, mentre possiamo trarre merito dall`amore dei nemici,
diventano alla fine nostri amici persino coloro che ci perseguitano.
Gregorio Magno Hom. in Ev., 27, 1 s.
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
La vite simbolo della nostra fecondità spirituale
Saprai certamente che, come hai in comune con i fiori una sorte caduca,
cosí hai in comune la letizia con le viti da cui si ricava il vino che rallegra
il cuore dell`uomo (cf. Sal 103,15). E magari tu imitassi, o uomo, un simile
esempio, in modo da procurarti letizia e giocondità. In te si trova la dolcezza
della tua amabilità, da te sgorga, in te rimane, è insita in te; in te stesso
devi cercare la gioia della tua coscienza. Perciò la Scrittura dice: "Bevi
l`acqua dai tuoi vasi e dalla fonte dei tuoi pozzi" (Pr 5,15). Anzitutto nulla è
piú gradito del profumo della vite in fiore, se è vero che il succo spremuto dal
fiore della vite produce una bevanda che nello stesso tempo riesce gradevole e
giova alla salute. Inoltre, chi non proverebbe meraviglia al vedere che dal
vinacciolo di un acino la vite prorompe fino alla sommità dell`albero che
protegge come con un amplesso e avvince tra le sue braccia e circonda in una
stretta rigorosa, riveste di pampini e cinge di una corona di grappoli? Essa, ad
imitazione della nostra vita, prima affonda la sua radice viva nel terreno; poi,
siccome per natura è flessibile e non sta ritta, stringe tutto ciò che riesce ad
afferrare con i suoi viticci quasi fossero braccia e, reggendosi per mezzo di
questi, sale in alto.
Del tutto simile è il popolo fedele che viene piantato, per cosí dire,
mediante la radice della fede e frenato dalla propaggine dell`umiltà. Di essa
dice bene il profeta: "Hai trasportato la vite dall`Egitto e ne hai piantato le
radici e la terra ne è stata riempita. La sua ombra ha ricoperto i monti e i
suoi viticci i cedri del Signore. Stese i suoi rami fino al mare e fino al fiume
le sue propaggini" (Sal 79,9-12). E il Signore stesso parlò per bocca d`Isaia
dicendo: "Il mio diletto acquistò una vigna su un colle, in un luogo fertile, e
la circondai d`un muro e vangai tutt`attorno la vigna di Sorec e nel mezzo vi
innalzai una torre" (Is 5,1-2). La circondò infatti come con la palizzata dei
comandamenti celesti e con la scolta degli angeli. Infatti "l`angelo del Signore
si accamperà attorno a quanti lo temono" (Sal 33,8). Pose nella Chiesa come la
torre degli apostoli, dei profeti, dei dottori, che sogliono vigilare per la
pace della Chiesa. La vangò tutt`intorno, quando la liberò dal peso delle cure
terrene; nulla infatti grava la mente piú delle preoccupazioni di questo mondo e
dell`avidità di denaro o di potere. Ciò ti viene mostrato nel Vangelo quando
leggi che quella donna, che uno spirito teneva inferma, era cosí curva da non
poter guardare in alto. Era curva la sua anima che, rivolta ai guadagni, non
vedeva la grazia celeste. Gesú la guardò, la chiamò, e subito la donna depose i
pesi terreni. Egli mostra che da simili brame erano gravati coloro ai quali
dice: "Venite a me tutti voi che siete affaticati ed oppressi, e io vi
ristorerò" (Mt 11,28). L`anima di quella donna, come se le avessero scavato
intorno la terra, poté respirare e si raddrizzò.
Ma anche la vite, quando intorno le è stato zappato il terreno, viene
legata e tenuta diritta affinché non si pieghi verso terra. Alcuni tralci si
tagliano, altri si fanno ramificare: si tagliano quelli che ostentano un`inutile
esuberanza, si fanno ramificare quelli che l`esperto agricoltore giudica
produttivi. Perché dovrei descrivere l`ordinata disposizione dei pali di
sostegno e la bellezza dei pergolati, che insegnano con verità e chiarezza come
nella Chiesa debba essere conservata l`uguaglianza, sicché nessuno, se ricco, e
ragguardevole, si senta superiore e nessuno, se povero, e di oscuri natali, si
abbatta o si disperi? Nella Chiesa ci sia per tutti un`unica e uguale libertà,
con tutti si usi pari giustizia e identica cortesia. Perciò nel mezzo si innalza
una torre, per mostrare tutt`intorno l`esempio di quei contadini, di quei
pescatori che meritano di occupare la rocca della virtù. Sul loro esempio i
nostri sentimenti si elevino, non giacciano a terra spregevoli ed abietti; ma
ciascuno innalzi l`animo a ciò che sta sopra di noi e abbia il coraggio di dire:
"Ma la nostra cittadinanza è nei cieli" (Fil 3,20). Quindi, per non essere
piegato dalle burrasche del secolo e travolto dalla tempesta, ognuno, come fa la
vite con i suoi viticci e le sue volute, si stringe a tutti quelli che gli sono
vicini quasi in un abbraccio di carità e unito ad essi si sente tranquillo. E`
la carità che ci unisce a ciò che sta sopra di noi e ci introduce in cielo. "Se
uno rimane nella carità, Dio rimane in lui" (1Gv 4,16). Perciò anche il Signore
dice: "Rimanete in me ed io in voi. Come il tralcio non può produrre frutto da
solo, se non resta unito alla vite, cosí anche voi, se non rimanete in me. Io
sono la vite, voi i tralci" (Gv 15,4-5).
Manifestamente il Signore ha indicato che l`esempio della vite deve
essere richiamato quale regola per la nostra vita. Sappiamo che quella,
riscaldata dal tepore primaverile, dapprima comincia a gemmare, poi manda fuori
il frutto dagli stessi nodi dei tralci, dai quali nascendo l`uva prende forma e,
a poco a poco sviluppandosi, conserva l`asprezza del prodotto immaturo e non può
diventare dolce se non raggiunge la maturazione sotto l`azione del sole. Quale
spettacolo è piú gradevole, quale frutto piú dolce che vedere i festoni pendenti
come monili di cui si adorna la campagna in tutto il suo splendore, cogliere i
grappoli rilucenti d`un colore dorato o simili alla porpora? Crederesti di veder
scintillare le ametiste e le altre gemme, balenare le pietre indiane,
risplendere l`attraente eleganza delle perle, e non ti accorgi che tutto ciò ti
ammonisce a stare in guardia perché il giorno supremo non trovi immaturi i tuoi
frutti, il tempo dell`età nella sua pienezza non produca opere di scarso valore.
Il frutto acerbo suole essere senz`altro amaro e non può essere dolce se non ciò
che è cresciuto sino alla perfetta maturità. A quest`uomo perfetto solitamente
non nuoce né il freddo della morte con il suo brivido né il sole dell`iniquità,
perché lo protegge con la sua ombra la grazia divina e spegne ogni incendio di
cupidigie mondane e di lussuria carnale e ne tiene lontani gli ardori. Ti lodino
tutti coloro che ti vedono e ammirino le schiere dei cristiani come ghirlande di
tralci, contempli ciascuno i magnifici ornamenti delle anime fedeli, tragga
diletto dalla maturità della loro prudenza, dallo splendore della loro fede,
dalla dignità della loro testimonianza, dalla bellezza della loro santa vita,
dall`abbondanza della loro misericordia, cosí che ti possano dire: "La tua sposa
è come vite ricca di grappoli nell`interno della tua casa" (Sal 127,3), perché
con l`esercizio di una generosa liberalità riproduci l`opulenza d`una vite
carica di grappoli.
S.Ambrogio: Exameron
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Rivolgiamo domande al Signore su quale che sia la base del giudizio e, in una
discussione umilissima, entriamo in colloquio con un Padre di famiglia così
eccelso. Che dici, o Signore, o Pastore buono? Tu sei infatti il buon Pastore,
tu che sei mite Agnello, il medesimo Pastore e pascolo, il medesimo Agnello e
leone. Che dici? Vogliamo ascoltare, tu aiutaci ad intendere. Io sono - dice -
il buon pastore. Chi è Pietro? O non è pastore, o non è buono? Vediamo se non è
pastore. Mi ami? Tu, Signore, gli dicesti: Mi ami? Rispose: Amo. E tu a lui:
Pasci le mie pecore. Tu, proprio tu, Signore, con la tua domanda, con la
conferma autorevole della tua bocca, dell'amante facesti il pastore. Quindi è
pastore colui al quale hai affidato le pecore da condurre al pascolo. Lo hai
raccomandato tu stesso, è pastore. Ora vediamo se non è buono. Veniamo a
scoprirlo appunto nella domanda e nella risposta di lui. Tu chiedesti se ti
amasse. Rispose: Amo. Tu vedesti il cuore e che rispose il vero. Non è buono
allora chi ama il Buono per eccellenza? Donde viene una risposta tratta dal più
profondo di sé? Donde quel Pietro che ha nel suo cuore, testimoni i tuoi occhi,
rattristato perché tu gli rivolgesti la domanda non solo uan volta, ma una
seconda e una terza, in modo da cancellare con una triplice confessione di amore
il peccato del rinnegamento tre volte ripetuto; ecco quindi il motivo del suo
rattristarsi, nell'essere stato ripetutamente richiesto da lui che sapeva quale
sarebbe stata la risposta alla sua domanda e aveva già donato quello che andava
ascoltando; di ciò rattristato, esce in questa espressione: Signore, tu sai
tutto, tu sai che ti amo 6. Poteva egli mentire nel fare una tale confessione,
anzi, nel dichiarare il suo impegno? Perciò, in risposta, disse sinceramente il
suo amore per te, e dal profondo del cuore fece udire la voce dell'amante. Ma tu
hai detto: L'uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone 7. Di conseguenza, e
pastore e buon pastore; certamente un nulla a confronto con la potenza e la
bontà del Pastore dei pastori, ma tuttavia anch'egli e pastore e buono, e
ugualmente buoni gli altri pastori.
Perché non fai valere presso i buoni pastori un solo pastore, se non in quanto
nell'unico Pastore fai conoscere l'unità? E il Signore stesso lo espone più
chiaramente mediante il nostro ministero richiamando alla memoria della Carità
vostra il medesimo passo del Vangelo, e dicendo: Ascoltate che cosa ho
raccomandato; ho detto: Io sono il buon pastore 8, perché tutti gli altri, tutti
i pastori buoni sono mie membra. Un solo Capo, un solo corpo, un solo Cristo.Ne
segue che egli è anche il Pastore dei pastori, e i molti pastori appartengono a
un solo pastore, e le pecore sono insieme ai pastori. Tali espressioni che altro
dicono, se non quanto afferma l'Apostolo: Come infatti il corpo, pur essendo
uno, ha molte membra; e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un
corpo solo; così anche Cristo 9? Perciò se così anche Cristo, giustamente
Cristo, avendo in sé tutti i pastori buoni, fa valere uno solo, dicendo: Io sono
il buon pastore. Io sono, io sono uno, tutti con me nell'unità sono una cosa
sola. Chi pasce indipendentemente da me, pasce in opposizione a me. Chi non
raccoglie con me, disperde. Ascoltate allora come quella medesima unità sia
raccomandata con più ardore. Ho altre pecore - egli dice - che non sono di
questo ovile. Si riferiva infatti al primo ovile della stirpe di Israele. Ma
c'erano altri Israeliti secondo la fede, che erano ancora fuori, in mezzo ai
pagani, predestinati, non ancora radunati. Li conosceva chi li aveva
predestinati; li conosceva chi era venuto a redimerli versando il proprio
sangue. Vedeva quelli che non vedevano ancora; conosceva quelli che ancora non
credevano in lui. Ho altre pecore - egli dice - che non sono di questo ovile,
perché non sono della stirpe di Israele. Ma tuttavia non saranno fuori di questo
ovile perché anche queste devo condurre così che si faccia un solo gregge ed un
solo pastore .
Dal libro "Contro i Donatisti" di S.Agostino
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Qualcuno dirà: in che modo dunque Tommaso, quando ancora non credeva,
toccò tuttavia Cristo? (cf.Gv 20,27). Sembra però che egli dubitasse non della
risurrezione del Signore ma del modo della risurrezione. Era necessario che egli
mi istruisse toccandolo, come mi istruì anche Paolo: "Bisogna infatti che questa
corruttibilità si rivesta d`incorruttibilità, e questo corpo mortale indossi
l`immortalità" (1Cor 15,53), in modo che creda l`incredulo e l`esitante non
possa più dubitare. Più facilmente infatti crediamo quando vediamo. Tommaso ebbe
motivo di stupirsi, quando vide che, essendo ogni porta chiusa, un corpo passava
attraverso barriere impenetrabili ai corpi, senza danno alla sua struttura. Era
fuori dell`ordinario che un corpo passasse attraverso corpi impenetrabili; senza
che lo si avesse visto arrivare, eccolo visibile a tutti, facilmente palpabile,
difficilmente riconoscibile.
Pertanto, turbati, i discepoli credevano di avere davanti un fantasma.
Per questo il Signore, allo scopo di mostrarci il carattere della sua
risurrezione, dice: "Toccate e vedete, poiché uno spirito non ha carne ed ossa,
come vedete che ho io" (Lc 24,39). Non è dunque per la sua natura incorporale,
ma per le qualità particolari della sua risurrezione corporale che egli è potuto
passare attraverso barriere di solito impenetrabili. E` un corpo quello che si
può toccare, un corpo quello che si può palpare. Ebbene è nel corpo che noi
risuscitiamo; infatti "si semina un corpo carnale, e risorge un corpo
spirituale" (1Cor 15,44); uno è più sottile, l`altro più pesante, essendo reso
tale dalle condizioni della sua terrestre debolezza.
Come potrebbe non essere un corpo questo, in cui restavano i segni
delle ferite, le tracce delle cicatrici, che il Signore invita a toccare? Così
facendo non solo conferma la fede, ma rende più viva la devozione: egli ha
preferito portare in cielo le ferite ricevute per noi, non ha voluto
cancellarle, per mostrare a Dio Padre il prezzo della nostra libertà. E` così
che il Padre lo fa sedere alla sua destra, accogliendo i trofei della nostra
salvezza; tali sono le testimonianze che la corona delle sue cicatrici mostra
per noi.
Ambrogio Exp. in Luc., 10, 168-170
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Disse loro [Gesú]: "La pace sia con voi! Come il Padre ha mandato me, anch`io
mando voi" (Gv 20,21). Il che vuol dire: Come il Padre, che è Dio, ha mandato
me, che sono Dio, cosí anch`io, in quanto uomo, mando voi, uomini. Il Padre ha
inviato il Figlio allorché ha deciso che egli si incarnasse per la redenzione
del genere umano. Il Padre ha voluto che il Figlio venisse a patire nel mondo
tuttavia, pur inviandolo al patire, lo amava. Ora, anche il Figiio invia gli
apostoli che si è scelto; li manda non alle gioie del mondo, bensí verso le
sofferenze di ogni genere, cosí come egli stesso era stato inviato. Il Figlio è
amato dal Padre e nondimeno è inviato alla Passione; i discepoli, del pari, sono
amati da Cristo Signore, e nondimento vengono da lui mandati nel mondo a
soffrire. Perciò è detto: "Come il Padre ha mandato me, anch`io mando voi". Come
dire: Io vi amo con quella stessa carità con la quale sono amato dal Padre,
anche se vi invio nel mondo a soffrire tanti patimenti, anche se vi mando in
mezzo agli scandali dei persecutori.
Per altro, la formula "essere inviato" può anche essere intesa in
rapporto alla natura divina. E` detto, in effetti, che il Figlio è mandato dal
Padre, in quanto è da lui generato. E di ciò è prova il fatto che anche dello
Spirito Santo, uguale in tutto al Padre e al Figlio, e che tuttavia non si è mai
incarnato, è detto che è stato inviato dal Figlio, nel passo di Giovanni:
"Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre" (Gv 15,26). Se però
l`essere inviato fosse sinonimo semplicemente di incarnarsi, in nessun modo si
potrebbe dire che lo Spirito Santo è stato mandato, perché mai si è incarnato.
Invece la sua missione [dello Spirito Santo] è la sua stessa processione, per la
quale egli procede dal Padre e dal Figlio Per cui, come è detto che lo Spirito
Santo è mandato, in quanto procede, cosí è conseguente affermare che il Figlio è
mandato in quanto è generato.
"Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo"
(Gv 20,22). E` il caso ora di chiederci perché mai il Signore donò due volte lo
Spirito Santo: una, mentre era sulla terra, un`altra, quando già era salito al
cielo. In nessun altro passo, oltre questo (cf. At 2,4ss), è detto che lo
Spirito Santo sia stato dato altre volte, ovvero: la prima, nella circostanza
attuale, allorché Gesú ha soffiato sui discepoli, l`altra, piú tardi, quando fu
mandato dal cielo e si mostrò sotto forma di lingue diverse.
Perché allora esso viene dato prima ai discepoli in terra, e poi è
mandato dal cielo, se non perché due sono i precetti della carità, ovvero
l`amore di Dio e del prossimo? In terra, viene dato lo Spirito perché il
prossimo sia amato; lo stesso Spirito ci è poi dato dal cielo, perché sia Dio ad
essere amato. E come vi è una sola carità, ma due sono i precetti, cosí c`è un
solo Spirito, ma due sono le sue effusioni. La prima proviene dal Signore Gesù
ancora sulla terra; la seconda, dal cielo, per ammonirci che nell`amore del
prossimo si apprende come si pervenga all`amore di Dio. Ecco perché lo stesso
Giovanni dice: "Chi non ama il fratello che vede, come può amare Dio che non
vede?" (1Gv 4,20). Già in precedenza, lo Spirito Santo era presente nelle menti
dei discepoli, in virtù della fede. Però fu dato loro in modo manifesto, solo
dopo la Risurrezione...
"A chi rimetterete i peccati, saranno loro rimessi, e a chi non li
rimetterete, resteranno non rimessi" (Gv 20,23). Mi piace osservare a quale
vertice di gloria siano tratti quegli stessi discepoli che erano stati invitati
a caricarsi un immeso fardello di umiltà. Eccoli, infatti, non solo sicuri di
sé, ma con la potestà di legare e sciogliere gli altrui legami. Hanno il potere
di esercitare il giudizio supremo, sí da potere, al posto di Dio, ad uno
ritenere le colpe e ad un altro rimetterle. Era conveniente che cosí venissero
da Dio esaltati coloro che per lui avevano accettato di umiliarsi tanto! Ed ecco
che quelli che piú temono il ferreo giudizio di Dio, sono promossi a giudici
delle anime; condannano e liberano altri, quelli stessi che avevan timore di
essere condannati.
Adesso, il luogo che essi (gli apostoli) ebbero nella Chiesa è preso
dai vescovi, che ricevono la potestà di legare e sciogliere insieme al compito
di governare. Il che è certamente un grande onore, ma è altresí un grave peso.
E` però cosa contraddittoria che diventi giudice della vita altrui chi non sa
tenere le redini della propria. Eppure non raramente accade che ricopra il ruolo
di giudice uno la cui esistenza non collima con il posto che occupa. Per cui,
capita spesso che egli condanna chi non lo merita, o che sciolga altri allorché
è lui stesso legato. Non è infrequente il fatto che, nel legare o sciogliere i
propri sudditi, il vescovo, segua piú gli impulsi del proprio arbitrio che il
valore delle prove. In tal modo, si priva della potestà di sciogliere e di
legare, poiché la esercita secondo il proprio capriccio e non secondo i meriti
dei sudditi. Spesso capita anche che il pastore agisca, nei riguardi del
prossimo, mosso da avversione o da simpatia. Non può serenamente giudicare i
sudditi, chi, nelle cause dei sudditi, si lascia guidare da antipatia o da
simpatia. Ha ragione il profeta a dire: "Fate vivere chi deve perire e fate
morire chi deve vivere" (Ez 13,19). Chi condanna un giusto, condanna a morte uno
che non può morire; si sforza, invece, di far vivere uno che non può rivivere,
chi cerca di assolvere un reo dalla sua pena.
Bisogna quindi ripensare le motivazioni, poi esercitare la potestà di
sciogliere e di legare. Occorre far riferimento alla colpa commessa; vedere
quale penitenza sia susseguita alla colpa, perché la sentenza del pastore
assolva quelli che già il Signore ha visitato con la grazia del pentimento. Solo
allora è valida l`assoluzione data dal presidente (vescovo), poiché si adegua al
giudizio del giudice interiore. Tutto ciò è ben adombrato nella risurrezione di
quel morto da quattro giorni (Lazzaro). Dapprima, il Signore lo ha chiamato e
rianimato, dicendo: "Lazzaro, vieni fuori!" (Gv 11,43); poi, quando il morto
risuscitato venne fuori, i discepoli del Signore lo sciolsero, come sta scritto:
"Essendo quello uscito, cosí legato con i lacci, Gesú disse ai discepoli:
Scioglietelo e lasciatelo andare!" (Gv 11,45). Ecco: I discepoli sciolgono
quando è vivo colui che il Maestro aveva richiamato da morte. Se avessero
sciolto Lazzaro quando ancora era morto avrebbero messo in mostra la corruzione,
non la virtù (del Signore) .
Da questa considerazione discende che noi dobbiamo assolvere, usando la
nostra autorità pastorale, solo coloro che il nostro autore ha vivificati con la
grazia della risurrezione. E se tale opera di rinnovamento sia o no presente al
momento della nostra sentenza, possiamo saperlo nella confessione dei peccati.
Ecco perché a Lazzaro non viene detto soltanto: "Risuscita!", ma anzitutto:
"Vieni fuori!" Finché un peccatore, chiunque esso sia, cela nell`intimo della
propria coscienza la colpa commessa, egli sta chiuso in sé, si nasconde nel
segreto; quando invece confessa liberamente le sue iniquità, allora il morto
viene fuori. Quando, perciò, vien detto a Lazzaro: "Vieni fuori!", è come se si
dicesse a chiunque è morto nel peccato: Perché celi la colpa nel segreto della
tua coscienza? Vieni fuori, con una buona confessione, tu che, con la tua
ritrosia, te ne stai chiuso in te stesso! Che il morto venga fuori, ovvero: Che
il peccatore confessi la sua colpa! A colui che viene fuori risuscitato, i
discepoli, poi, dovranno sciogliere i lacci. In altre parole, i pastori della
Chiesa debbono cancellare la pena meritata da colui che non ha avuto vergogna a
confessare l`iniquità commessa.
Ho voluto dire queste cose succintamente, in ordine alla potestà di
sciogliere e legare, perché i pastori della Chiesa si sforzino di esercitarla
con diligenza e moderazione.
Qualunque sia poi il modo in cui il pastore impone, giusta o meno che
sia la sua sentenza, essa deve essere sempre accettata dal gregge, perché non
capiti che un suddito, pur ingiustamente obbligato, meriti per diversa colpa il
giudizio di condanna. Abbia dunque il pastore il sacro timore di legare e
sciogliere ingiustamente; ma che il suddito, sottoposto alla potestà da pastore,
tema la condanna, anche se ingiusta. E non impugni temerariamente il giudizio
del suo pastore, perché, pur condannato ingiustamente, non si macchi, lui
innocente, di una reale colpa, per la superbia con cui risponde.
Gregorio Magno (Hom. in Ev., 26, 2-6)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Apocalisse 1,18 dice il Vivente: Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho
potere sopra la morte e sopra gli inferi.
Il Signore Gesù che con la sua gloriosa Passione ha meritato il perdono per
tutti, ti conceda di vivere questa Pasqua nella Comunione profonda con Lui che è
la Resurrezione e la Vita.
BUONA PASQUA
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Gli risponde Gesù: Chi si è lavato, non ha bisogno che di lavarsi i piedi; ed è
tutto mondo (Gv 13, 10). Può darsi che qualcuno colpito, si domandi: Se è del
tutto mondo, che bisogno ha di lavarsi i piedi? Il Signore però sapeva quel che
diceva, anche se la nostra debolezza non riesce a penetrare i suoi segreti.
Tuttavia, nella misura che egli si degna istruirci ed educarci con la sua legge,
per quel poco che mi è dato di capire e di esprimere, tenterò con il suo aiuto,
di dare una risposta a questo problema profondo. Anzitutto non mi è difficile
dimostrare che nelle parole del Signore non vi sono contraddizioni. Non si può
forse dire, parlando correttamente, che uno è del tutto mondo eccetto che nei
piedi? Sarebbe più elegante dire: è del tutto mondo, ma non i piedi; il che è lo
stesso. E' questo che il Signore dice: Non ha bisogno che di lavarsi i piedi,
perché è del tutto mondo. Vale a dire: è interamente pulito, eccetto i piedi,
oppure: ha bisogno di lavarsi soltanto i piedi.
4. Ma perché questa frase? che vuol dire? e perché è necessario ricercarne il
significato? E' il Signore che così si esprime, è la verità che parla: anche chi
è pulito ha bisogno di lavarsi i piedi. A che cosa vi fa pensare, fratelli miei?
A che cosa se non a questo, che l'uomo nel santo battesimo è lavato tutto intero
compresi i piedi, tutto completamente; ma siccome poi deve vivere nella
condizione umana, non può fare a meno di calcare con i piedi la terra? Gli
stessi affetti umani, di cui non si può fare a meno in questa vita mortale, sono
come i piedi con cui ci mescoliamo alle cose terrene; talmente che, se ci
dicessimo immuni dal peccato, inganneremmo noi stessi e la verità non sarebbe in
noi (cf. 1 Io 1, 8). Ogni giorno ci lava i piedi colui che intercede per noi
(cf. Rm 8, 34); e ogni giorno noi abbiamo bisogno di lavarci i piedi, cioè di
raddrizzare i nostri passi sulla via dello spirito, come confessiamo quando
nell'orazione del Signore diciamo: Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li
rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6, 12). Se infatti - come sta scritto -
confessiamo i nostri peccati, colui che lavò i piedi ai suoi discepoli senza
dubbio è fedele e giusto da rimetterceli e purificarci da ogni iniquità (1 Io 1,
9), cioè da purificarci anche i piedi con cui camminiamo sulla terra.
Dall'omelia 56 di s.Agostino
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Saremo partecipi della Pasqua, ora ancora in figura, sia pure piú
chiaramente che nell`antica legge (la Pasqua legale: oso dire una figura di
un`altra figura, giuoco d`ombre); ma un giorno, quando il Verbo berrà con noi il
calice nuovo nel regno del Padre, parteciperemo piú perfettamente e con vista
piú chiara, perché allora il Verbo mostrerà ciò che ora ci ha fatto vedere meno
pienamente. Quale sia quella bevanda e visione noi possiamo farne parola, ma lui
deve dar la dottrina e insegnarla ai discepoli. La dottrina, infatti, è cibo di
quello stesso che ci alimenta. Suvvia, facciamoci partecipi della legge, ma in
senso evangelico, non letterale, in un senso perfetto ed eterno. Prendiamo per
capitale non la terrena Gerusalemme, ma la città celeste; non quella, dico, che
è percorsa da eserciti, ma quella che è lodata dagli angeli. Sacrifichiamo non
vitelli né agnelli che mostrano corna e unghie, cose ormai senza senso; ma
immoliamo a Dio, insieme ai cori celesti un sacrificio di lode. Attraversiamo il
primo velo, accostiamoci al secondo, guardiamo nel "Sancta sanctorum" e, dirò di
piú, immoliamo noi stessi a Dio; immoliamoci ogni giorno, immoliamo tutti i
nostri movimenti. Accettiamo tutto per amore del Verbo, imitiamo attraverso le
nostre passioni la Passione col nostro sangue onoriamo il Sangue, saliamo con
decisione la croce. I chiodi son dolci, anche se molto acerbi. E` meglio soffrir
con Cristo, che accompagnarsi agli altri nel piacere.
Se sei Simone Cireneo, prendi la croce e segui il Maestro. Se, come il
ladro, sei appeso alla croce, da uomo onesto, riconosci Dio: se lui per te e per
i tuoi peccati è stato aggregato agli empi, tu, per lui, fatti giusto. Adora
colui che è stato per tua colpa sospeso a un legno; e, se tu stai appeso, ricava
un vantaggio dalla tua malvagità, compra la salvezza con la morte, entra in
Paradiso con Gesú, per capire da quale altezza eri caduto. Contempla quelle
bellezze; lascia che il mormoratore muoia fuori con la sua bestemmia. Se sei
Giuseppe d`Arimatea, chiedi il corpo a chi lo crocifisse, fai tuo il corpo che
ha espiato i peccati del mondo. Se sei Nicodemo, quel notturno ammiratore di
Dio, ungilo con funebri unguenti. Se sei una Maria, o altra Maria, o Salome, o
Giovanna versa lagrime alla prima luce. Fa` in modo da poter vedere la tomba
scoperchiata, o forse gli angeli, o perfino lo stesso Gesú. Di` qualche cosa,
sta` a sentire. Se dirà: - "Non mi toccare" tieniti lontana. Adora il Verbo, ma
non piangere. Egli sa da chi dev`essere visto per primo. Celebra le primizie
della risurrezione; va` incontro ad Eva, che cadde per prima e per prima vide
Cristo e avvertí i discepoli. Imita Pietro o Giovanni, corri al sepolcro,
insieme e a gara, in onesta emulazione. Se sarai primo, vinci in amore, non
piegarti, guardando da fuori; entra. Se, come Tommaso sarai lontano dal gruppo
dei discepoli che videro il Risorto, dopo che l`avrai visto anche tu, non
rifiutar la tua fede.
Gregorio di Nazianzo Oratio XLV, in Pascha, 23-25
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Nota dottrinale della Congregazione per la dottrina della fede circa alcune
questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita
politica. Roma, 24 novembre 2002.
- La Nota è indirizzata ai Vescovi e, in special modo, ai politici
cattolici e a tutti i fedeli laici chiamati alla partecipazione della vita
pubblica e politica nelle società democratiche
- È oggi verificabile un certo relativismo culturale che offre evidenti
segni di sé nella teorizzazione e difesa del pluralismo etico che sancisce la
decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi della legge morale
naturale. (.) Nel contempo, invocando ingannevolmente il valore della
tolleranza, a una buona parte dei cittadini - e tra questi ai cattolici - si
chiede di rinunciare a contribuire alla vita sociale e politica dei propri Paesi
secondo la concezione della persona e del bene comune che loro ritengono
umanamente vera e giusta, da attuare mediante i mezzi leciti che l'ordinamento
giuridico democratico mette ugualmente a disposizione di tutti i membri della
comunità politica. (.) Questa concezione relativista del pluralismo nulla ha a
che vedere con la legittima libertà dei cittadini cattolici di scegliere, tra le
opinioni politiche compatibili con la fede e la legge morale naturale, quella
che secondo il proprio criterio meglio si adegua alle esigenze del bene comune.
La libertà politica non è né può essere fondata sull'idea relativista che tutte
le concezioni sul bene dell'uomo hanno la stessa verità e lo stesso valore, ma
sul fatto che le attività politiche mirano volta per volta alla realizzazione
estremamente concreta del vero bene umano e sociale in un contesto storico,
geografico, economico, tecnologico e culturale ben determinato. (.) La Chiesa è
consapevole che la via della democrazia se, da una parte, esprime al meglio la
partecipazione diretta dei cittadini alle scelte politiche, dall'altra si rende
possibile solo nella misura in cui trova alla sua base una retta concezione
della persona (cfr. Gaudium et spes, n.25). Su questo principio l'impegno dei
cattolici non può cedere a compromesso alcuno, perché altrimenti verrebbero meno
la testimonianza della fede cristiana nel mondo e la unità e coerenza interiori
dei fedeli stessi. (.) È questo il caso delle leggi civili in materia di aborto
e di eutanasia (da non confondersi con la rinuncia all'accanimento terapeutico,
la quale è, anche moralmente, legittima), che devono tutelare il diritto
primario alla vita a partire dal suo concepimento fino al suo termine naturale.
Allo stesso modo occorre ribadire il dovere di rispettare e proteggere i diritti
dell'embrione umano. Analogamente, devono essere salvaguardate la tutela e la
promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di
sesso diverso e protetta nella sua unità e stabilità, a fronte delle moderne
leggi sul divorzio: ad essa non possono essere giuridicamente equiparate in
alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali
un riconoscimento legale. Così pure la garanzia della libertà di educazione ai
genitori per i propri figli è un diritto inalienabile, riconosciuto tra l'altro
nelle Dichiarazioni internazionali dei diritti umani. (.) Sarebbe un errore
confondere la giusta autonomia che i cattolici in politica debbono assumere con
la rivendicazione di un principio che prescinde dall'insegnamento morale e
sociale della Chiesa. (.) Vivere ed agire politicamente in conformità alla
propria coscienza non è un succube adagiarsi su posizioni estranee all'impegno
politico o su una forma di confessionalismo, ma l'espressione con cui i
cristiani offrono il loro coerente apporto perché attraverso la politica si
instauri un ordinamento sociale più giusto e coerente con la dignità della
persona umana.
- Joseph card. Ratzinger, Prefetto - Tarcisio Bertone, Segretario
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Il Signore ci esorta poi a seguire gli esempi che egli ci offre della
sua passione: Chi ama la propria anima, la perderà (Gv 12,25).
Queste parole si possono intendere in due modi: «Chi ama, perderà»,
cioè: se ami, non esitare a perdere, se desideri avere la vita in Cristo, non
temere la morte per Cristo. E nel secondo modo: «Chi ama l`anima sua, la
perderà», cioè: non amare in questa vita, se non vuoi perderti nella vita
eterna. Questa seconda interpretazione ci sembra più conforme al senso del brano
evangelico che leggiamo. Il seguito infatti dice: "E chi odia la propria anima
in questo mondo, la serberà per la vita eterna" ("ibid."). Quindi, la frase di
prima: «Chi ama», sottintende: in questo mondo; cosi come poi dice: «Chi invece
odia in questo mondo», la conserverà per la vita eterna.
Grande e mirabile verità, nell`uomo c`è un amore per la sua anima che
la perde, e un odio che la salva. Se hai amato smodatamente, hai odiato; se hai
odiato gli eccessi, allora hai amato. Felici coloro che hanno odiato la loro
anima salvandola, e non l`hanno perduta per averla amata troppo. Ma guardati
bene dal farti venire l`idea di ucciderti da te stesso, avendo inteso che devi
odiare in questo mondo la tua anima. Così intendono certi uomini perversi e male
ispirati, crudeli e scellerati omicidi di sé stessi, che cercano la morte
gettandosi nel fuoco, annegandosi in mare o precipitandosi da una vetta. Non è
questo che insegna Cristo. Quando il diavolo gli suggerì di gettarsi nel
precipizio, egli rispose: "Torna indietro, Satana; sta scritto: Non tenterai il
Signore Dio tuo" (Mt 4,7). E nello stesso senso disse a Pietro, per fargli
intendere con quale morte egli avrebbe glorificato Dio: "Quando eri più giovane,
ti cingevi da te stesso e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, un altro
ti cingerà e di condurrà dove tu non vuoi" (Gv 21,18-19). Parole queste che
chiaramente ci indicano che non da sé ma da altri, deve essere ucciso colui che
segue Cristo. Quando dunque un uomo si trova nell`alternativa, e deve scegliere
tra infrangere un comandamento divino, oppure abbandonare questa vita perchè il
persecutore gli minaccia la morte, ebbene egli scelga la morte per amore di Dio,
piuttosto che la vita offendendo Dio; così avrà giustamente odiato la sua anima
in questo mondo per salvarla per la vita eterna.
S.Agostino: commento al VAngelo di Giovanni (51.3)
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
La strada traversa nuovamente il deserto, e il popolo, nella
disperazione dei beni promessi, è esausto per la sete. E Mosè fa di nuovo
scaturire per lui l`acqua nel deserto dalla Roccia. Questo termine ci dice
cos`è, sul piano spirituale, il sacramento della penitenza. Difatti, coloro che,
dopo aver gustato dalla Roccia, si sono sviati verso il ventre, la carne e i
piaceri degli Egiziani, sono condannati alla fame e vengono privati dei beni di
cui godevano. Ma è data loro la possibilità di ritrovare con il pentimento la
Roccia che avevano abbandonato e di riaprire per loro il rivolo d`acqua, per
dissetarsi alla sorgente...
Però il popolo non ha ancora imparato a seguire le tracce della
grandezza di Mosè. E` ancora attratto dai desideri servili e inclinato alle
voluttà egiziane. La storia dimostra con ciò che la natura umana è portata a
questa passione più che ad altre, accessibile com`è alla malattia per mille
aspetti. Ecco perchè, alla stregua di un medico che con la sua arte impedisce
alla malattia di progredire, Mosè non lascia che il male domini gli uomini fino
alla morte. E siccome i loro desideri sregolati suscitavano dei serpenti il cui
morso inoculava un veleno mortale in coloro che ne restavano vittime, il grande
Legislatore rese vano il potere dei serpenti veri con un serpente in effigie.
Sarà però il caso di chiarire l`enigma. Vi è un solo antidoto contro le cattive
infezioni ed è la purezza trasmessa alle nostre anime dal mistero della
religione. Ora, l`elemento principale contenuto nel mistero della fede è appunto
il guardare verso la Passione di colui che ha accettato di soffrire per noi. E
Passione vuol dire croce. Così, chi guarda verso di lei, come indica la
Scrittura, resta illeso dal veleno del desiderio. Rivolgersi verso la croce vuol
dire rendere tutta la propria vita morta al mondo e crocifissa (cf. Gal 6,14),
tanto da essere invulnerabile ad ogni peccato; vuol dire, come afferma il
Profeta, inchiodare la propria carne con il timore di Dio (cf. Sal 118,120).
Ora, il chiodo che trattiene la carne è la continenza. Poichéquindi il desiderio
disordinato fa uscire dalla terra serpenti mortali - e ogni germoglio della
concupiscenza cattiva è un serpente -, a motivo di ciò, la Legge ci indica colui
che si manifesta sul legno. Si tratta, in questo caso, non del serpente, ma
dell`immagine del serpente, secondo la parola del beato Paolo: "A somiglianza
della carne di peccato" (Rm 8,3). E colui che si rivolge al peccato, riveste la
natura del serpente. Ma l`uomo viene liberato dal peccato da colui che ha preso
su di se la forma del peccato, che si è fatto simile a noi che ci eravamo
rivolti verso la forma del serpente; per causa sua la morte che consegue al
morso è fermata, però i serpenti stessi non vengono distrutti. Infatti, coloro
che guardano alla Croce non sono più soggetti alla morte nefasta dei peccati, ma
la concupiscenza che agisce nella loro carne (cf. Gal 5,17) contro lo Spirito
non è interamente distrutta. E, in effetti, i morsi del desiderio si fanno
spesso sentire anche tra i fedeli; ma l`uomo che guarda a colui che è stato
elevato sul legno, respinge la passione, dissolvendo il veleno con il timore del
comandamento, quasi si trattasse di una medicina.
Che il simbolo del serpente innalzato nel deserto sia simbolo del
mistero della croce, la parola stessa del Signore lo insegna chiaramente, quando
dice: "Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato
il Figlio dell`uomo" (Gv 3,14).
GREGORIO DI NISSA Vita Moysis, nn. 269-277
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Dio sarà glorificato nella sua creatura, conformata e modellata sul
proprio Figlio, poiché per le mani del Padre - che sono il Figlio e lo Spirito -
l`uomo nella sua interezza, e non in una sua parte sola, diventa simile a Dio.
L`anima e lo Spirito costituiscono una parte dell`uomo, e non tutto l`uomo
l`uomo perfetto infatti risulta dalla compenetrazione e dall`unione dell`anima,
che accoglie lo Spirito del Padre, con la carne, creata anch`essa ad immagine di
Dio... La carne strutturata, da sola, non è l`uomo completo, ma solo il corpo
dell`uomo, cioè una parte dell`uomo. Ma neppure l`anima da sola costituisce
tutto l`uomo: è l`anima dell`uomo, cioè una sua parte. E neppure lo Spirito è
l`uomo: si tratta appunto dello Spirito, non di tutto l`uomo. Solo la fusione,
l`unione e l`integrazione di questi elementi costituisce l`uomo perfetto.
Per questo l`Apostolo, spiegando il suo pensiero, parlò dell`uomo
redento, perfetto e spirituale, con queste parole, nella prima lettera ai
Tessalonicesi: "Il Dio della pace santifichi voi e vi renda perfetti, serbando
intatti e senza biasimo il vostro Spirito, l`anima e il corpo, per la venuta del
Signore Gesú Cristo" (1Ts 5,23). Che motivo aveva di augurare la perfetta
conservazione, per la venuta del Signore, appunto dell`anima, del corpo e dello
Spirito, se non avesse saputo che l`intima unione di questi tre elementi altro
non è che la loro salvezza? E perfetti sono appunto coloro che presentano questi
tre elementi uniti, senza meritare rimprovero alcuno. Perfetti sono quindi
quelli che hanno costantemente in sé lo Spirito, e custodiscono, evitando ogni
biasimo, l`anima e il corpo, conservando la fede in Dio e osservando la
giustizia verso il prossimo.
Perciò l`Apostolo ci dice anche che la creatura è tempio di Dio: "Non
sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Chi profana
il tempio di Dio sarà da lui sterminato: il tempio di Dio, che siete voi, è
santo" (1Cor 3,16s). Evidentemente chiama tempio di Dio il corpo, in cui abita
lo Spirito. Anche il Signore dice di se stesso: "Distruggete questo tempio e in
tre giorni lo riedificherò" (Gv 2,19). E non solo come templi, ma come templi di
Cristo designa egli i nostri corpi, dicendo ai Corinti: "Non sapete che i vostri
corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò
membra di meretrice?" (1Cor 6,15)... Per questo ha detto: "Chi profana il tempio
di Dio sarà sterminato da Dio" (1Cor 3,17). E` dunque certamente una bestemmia
dire che il tempio di Dio in cui abita lo Spirito del Padre, che le membra di
Cristo non possono sperare redenzione alcuna, ma andranno senz`altro in
perdizione. Che poi i nostri corpi risusciteranno non per la loro natura, ma per
la potenza di Dio, egli lo dice ai Corinti: "Il corpo non è per la fornicazione,
ma per il Signore, e il Signore per il corpo. Dio ha risuscitato il Signore e
risusciterà noi pure con la sua potenza" (1Cor 6,13s) .
Ireneo di Lione Adv. haer., 5, 6
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]