Essere un`anima sola in Dio
State attenti, fratelli, perché riconoscerete qui il mistero
della Trinità, in qual modo cioè si possa dire: il Padre è, il Figlio
è, lo Spirito Santo è, e tuttavia Padre, Figlio e Spirito Santo sono
un solo Dio. Ecco che quelli erano molte migliaia, ma avevano un solo
cuore; erano molte migliaia, ma avevano una sola anima. Ma dove
avevano un solo cuore e una sola anima? (cf. At 2,32). In Dio. A
maggior ragione questa unità si deve trovare in Dio. Forse sbaglio
nell`esprimermi, quando dico che due uomini hanno due anime e tre
uomini ne hanno tre, e molti uomini ne hanno molte? Di certo mi
esprimo giustamente. Ma se essi si avvicinano a Dio, avranno una sola
anima. Se coloro che si avvicinano a Dio, per mezzo della carità, di
molte anime diventano un`anima sola e di molti cuori un cuore solo,
che cosa non farà la stessa fonte della carità nel Padre e nel
Figlio? La Trinità non è dunque, a piú forte ragione, un solo Dio? E`
da essa infatti che ci viene la carità, dallo stesso Spirito Santo,
cosí come dice l`Apostolo: "La carità di Dio è diffusa nei nostri
cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato" (Rm 5,5).
Se dunque «la carità è diffusa nei nostri cuori per mezzo
dello Spirito Santo che ci è stato donato» e di molte anime fa
un`anima sola e di molti cuori fa un cuore solo, a quanta maggior
ragione il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo dovranno essere un
solo Dio, una sola luce, e un solo principio?
(Agostino, In Ioan. 39, 5)
Nessuno, dunque, si vergogni dei segni sacri e venerabili della
nostra salvezza, della croce che è la somma e il vertice dei nostri
beni, per la quale noi viviamo e siamo ciò che siamo. Portiamo
ovunque la croce di Cristo, come una corona. Tutto ciò che ci
riguarda si compie e si consuma attraverso di essa. Quando noi
dobbiamo essere rigenerati dal battesimo, la croce è presente; se ci
alimentiamo di quel mistico cibo che è il corpo di Cristo, se ci
vengono imposte le mani per essere consacrati ministri del Signore, e
qualsiasi altra cosa facciamo, sempre e ovunque ci sta accanto e ci
assiste questo simbolo di vittoria. Di qui il fervore con cui noi lo
conserviamo nelle nostre case, lo dipingiamo sulle nostre pareti, lo
incidiamo sulle porte, lo imprimiamo sulla nostra fronte e nella
nostra mente, lo portiamo sempre nel cuore. La croce è infatti il
segno della nostra salvezza e della comune libertà del genere umano,
è il segno della misericordia del Signore che per amor nostro si è
lasciato condurre come pecora al macello (Is. 53,7; cf. Atti, 8, 32).
Quando, dunque, ti fai questo segno, ricorda tutto il mistero della
croce e spegni in te l'ira e tutte le altre passioni. E ancora,
quando ti segni in fronte, riempiti di grande ardimento e rida' alla
tua anima la sua libertà. Conosci bene infatti quali sono i mezzi che
ci procurano la libertà. Anche Paolo per elevarci alla libertà che ci
conviene ricorda la croce e il sangue del Signore: A caro prezzo
siete stati comprati. Non fatevi schiavi degli uomini (1 Cor. 7, 23).
Considerate, egli sembra dire, quale prezzo è stato pagato per il
vostro riscatto e non sarete più schiavi di nessun uomo; e chiama la
croce "prezzo" del riscatto.
Non devi quindi tracciare semplicemente il segno della croce con la
punta delle dita, ma prima devi inciderlo nel tuo cuore con fede
ardente. Se lo imprimerai in questo modo sulla tua fronte, nessuno
dei demoni impuri potrà restare accanto a te, in quanto vedrà l'arma
con cui è stato ferito, la spada da cui ha ricevuto il colpo mortale.
Se la sola vista del luogo dove avviene l'esecuzione dei criminali fa
fremere; d'orrore, immagina che cosa proveranno il diavolo e i suoi
demoni vedendo l'arma con cui Cristo sgominò completamente il loro
potere e tagliò la testa del dragone (cf. Ap. 12, 1 ss.; 20, 1 ss.).
Non vergognarti, dunque, di così grande bene se non vuoi che anche
Cristo si vergogni di te quando verrà nella sua gloria e il segno
della croce apparirà più luminoso dei raggi stessi del sole. La croce
avanzerà allora e il suo apparire sarà come una voce che difenderà la
causa del Signore di fronte a tutti gli uomini e dimostrerà che nulla
egli tralasciò di fare - di quanto era necessario da parte sua - per
assicurare la nostra salvezza. Questo segno, sia ai tempi dei nostri
padri come oggi, apre le porte che erano chiuse, neutralizza
l'effetto mortale dei veleni, annulla il potere letale della cicuta,
cura i morsi dei serpenti velenosi. Infatti, se questa croce ha
dischiuso le porte dell'oltretomba, ha disteso nuovamente le volte
del cielo, ha rinnovato l'ingresso del paradiso, ha distrutto il
dominio del diavolo, c'è da stupirsi se essa ha anche vinto la forza
dei veleni, delle belve e di altri simili mortali pericoli?
Imprimi, dunque, questo segno nel tuo cuore e abbraccia questa croce,
cui dobbiamo la salvezza delle nostre anime. t la croce infatti che
ha salvato e convertito tutto il mondo, ha bandito l'errore, ha
ristabilito la verità, ha fatto della terra cielo, e degli uomini
angeli. Grazie a lei i demoni hanno cessato di essere temibili e sono
divenuti disprezzabili; la morte non è più morte, ma sonno.
Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di san Matteo, 54,4-5
Il nostro Signore e Salvatore, per indirizzarci alla virtù profonda
della pazienza e della dolcezza - non proclamata cioè solo a voce, ma
calata nell`intimo della nostra anima -, ci propose questo modello
evangelico di perfezione: A chi ti percuote sulla guancia destra,
porgigli anche l`altra (Mt 5,39); cioè, senza dubbio, l`altra destra.
E cos`è quest`altra destra, se non quella dell`uomo interiore che,
vorrei dire, può essere inteso per il volto? Il Signore, volendo così
estirpare dalle pieghe più profonde dell`anima ogni fomite di
iracondia, ti comanda che, qualora la tua destra esteriore debba
sopportare l`impeto di chi ti percuote, anche l`uomo interiore offra
alle percosse, assentendo nell`umiltà, anche la sua destra, soffrendo
con la sofferenza dell`uomo esteriore, soggiacendovi quasi, e
assoggettando il suo corpo all`ingiuria di chi percuote, perché non
succeda che l`uomo interiore si agiti silenzioso, quando l`esteriore
viene percosso...
Si deve sapere, in generale, che svolge la parte di uomo
forte colui che assoggetta la propria volontà alla volontà del
fratello, certo più di colui che si mostra ostinato nel difendere le
proprie opinioni e decisioni. Quegli infatti, che sostiene e tollera
il prossimo, fa la parte dell`uomo sano e forte, l`altro invece,
quella dell`uomo in certo modo ammalato; ha bisogno quasi di massaggi
e di calore, e che talvolta venga esonerato, per motivi di salute,
anche da qualche osservanza necessaria per la sua quiete e pace. In
ciò, non creda qualcuno di aver danneggiato in qualche modo la
propria perfezione, che se per condiscendenza ha dovuto limitare un
po` la severità che si era proposto, sappia di aver acquistato molto
più per la virtù della pazienza e della longanimità. E` infatti
precetto apostolico: Voi che siete forti, sopportate la debolezza dei
deboli (Rm 15,1), e: Portate i pesi gli uni degli altri, così
completerete la legge di Cristo (Gal 6,2). Mai un debole può
sostenere un debole, o un malato può curare e guarire un malato. Sa
porgere la medicina al debole colui che non soggiace alla debolezza.
Altrimenti c`è ragione di dirgli: Medico, cura te stesso (Lc 4,23).
E si deve notare anche questo: gli ammalati, per natura, sono
sempre pronti e facili a sollevare lamenti, a rivolgere parole
ingiuriose; ma non vogliono esser toccati neppure dall`ombra del
rimprovero. Mentre lanciano gli oltraggi più protervi, mentre
galoppano nella libertà più sconsiderata, non vogliono sopportare le
offese più piccole e lievi.
Giovanni Cassiano, Conferenze, 16,22-24
Il mistero della Pasqua è nuovo e antico, senza tempo e nel tempo,
corruttibile e incorruttibile, mortale e immortale. Antico secondo la
legge, ma nuovo secondo la Parola; nel tempo secondo la figura,
eterno secondo la grazia. Corruttibile per l`uccisione dell`agnello,
incorruttibile per la vita del Signore; mortale per la sepoltura
nella terra, immortale per la risurrezione dai morti. Antica è la
legge, ma nuova è la Parola; nel tempo è la figura, eterna è la
grazia. Corruttibile è l`agnello, incorruttibile è il Signore:
immolato come agnello, risorto come Dio. Perché come una pecora è
stato condotto al macello (Is 53,7; ma non era una pecora; come un
agnello senza voce (At 8,32), ma non era un agnello. Il simbolo è
passato e la realtà si è svelata. Al posto di un agnello è venuto
Dio, al posto di una pecora un uomo: e in quest`uomo, Cristo che
contiene tutto in sé. E dunque, il sacrificio dell`agnello e la
celebrazione della Pasqua e la lettera della Legge sono contenute nel
Cristo Gesù, attraverso il quale sono accadute tutte le cose, nella
Legge antica e più ancora nella Parola nuova...
Infatti la salvezza del Signore e la verità sono state
prefigurate nel popolo di Israele e le affermazioni del Vangelo
preannunciate dalla Legge. Il popolo di Israele era dunque l`abbozzo
di un disegno e la Legge la lettera di una parabola. Il Vangelo
invece è spiegazione e pienezza della Legge, e la Chiesa il luogo che
contiene la verità. L`immagine era dunque preziosa prima della
realizzazione, e la parabola mirabile prima dell`interpretazione. In
altre parole: il popolo d`Israele aveva un valore prima che la Chiesa
sorgesse, e la legge era mirabile prima che il Vangelo diffondesse la
sua luce. Ma quando sorse la Chiesa e fu annunziato il Vangelo,
l`immagine divenne vana, perché trasmise la sua forza alla realtà; la
Legge ebbe compimento, perché trasmise la sua forza al Vangelo...
Il Signore si era rivestito dell`uomo. Aveva sofferto per chi
soffriva, era stato legato per chi era tenuto prigioniero, condannato
per chi era colpevole, sepolto per chi era nella tomba. E ora è
risorto dai morti e ha gridato a gran voce: «Chi potrà citarmi in
giudizio? Si faccia pure avanti! Sono io che ho scelto il condannato,
io che ho ridato al morto la vita, io che ho risuscitato il sepolto.
Chi mi può contraddire? Io - dice - sono il Cristo; io sono colui che
ha distrutto la morte, trionfato sul nemico, calpestato l`inferno; io
ho incatenato il potente e sollevato l`uomo verso l`alto dei cieli.
Io - dice - sono il Cristo. Venite dunque voi tutte, famiglie degli
uomini impastate di peccato, e ricevete il perdono dei peccati.
Perché sono io il vostro perdono, io la Pasqua della salvezza, io
l`agnello immolato per voi. Sono io il vostro riscatto, la vostra
vita, la vostra risurrezione. Io la vostra luce, la vostra salvezza,
il vostro re. Io vi conduco nell`alto dei cieli, io vi mostrerò il
Padre immortale, io vi farò risorgere con la mia destra».
Melitone di Sardi, Sulla Pasqua, 2-6.39-40.100-103
Buona Pasqua nel Signore Gesù a tutti.
Dal vangelo secondo Luca (11, 14-28)
Gesù disse: "Ogni regno diviso in sé stesso va in rovina e una casa
cade sull'altra. Ora, se anche satana è diviso in sé stesso, come
potrà stare in piedi il suo regno?"
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Dalle Omelie di sant'Ambrogio su questo vangelo.
Taluni accusavano il Signore di scacciare i demoni per mezzo di
Beelzebul, principe dei demoni. Nel controbattere, Gesù vuole
mostrare che il suo regno è durevole e indivisibile. Dirà giustamente
a Pilato: Il mio regno non è di questo mondo (Gv 18,36).
Coloro che non ripongono la propria speranza in Cristo e pensano che
i demoni siano scacciati dal principe dei demoni, appartengono a un
regno diviso. Qui Cristo allude direttamente ai Giudei che credevano
di debellare certi mali invocando l'aiuto di un demonio per scacciare
un altro demonio. Ma quando la fede è lacerata, potrà mai
sopravvivere l'unità del regno?
Il regno della Chiesa resterà eternamente, perché la sua fede è
indivisa, il suo corpo è unico: Un solo Signore, una sola fede, un
solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di
tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti. (Ef 4,5-6)
Quale follia sacrilega sarebbe credere che il Figlio di Dio agisca
col soccorso della potenza diabolica, quando invece egli soggioga gli
spiriti impuri e strappa il bottino al principe del mondo mediante il
dito di Dio, oppure come dice Matteo, per lo Spirito di Dio! (Cf Mt
12,28) Il Figlio di Dio fatto uomo ha ugualmente dato agli uomini il
potere di stroncare gli spiriti malvagi e dividerne le spoglie, ciò
che è il simbolo del trionfo.
La santissima Trinità si presenta a noi come un regno indivisibile,
ad immagine dell'unità di un corpo, dato che Cristo è spesso chiamato
la destra di Dio e lo Spirito Santo talvolta è definito dito di Dio.
Il regno della divinità non appare dunque indivisibile, poiché è
indiviso come un corpo? Infatti in Cristo si trova tutta la pienezza
della divinità in forma corporea. (Cf Col 2,9) E ciò, senza dubbio,
né lo puoi negare quanto al Padre, né lo devi negare quanto allo
Spirito.
Però, questo paragone della divinità con le nostre membra non ti
faccia credere che sia il caso di stabilire una divisione della
potenza: una cosa indivisibile non si può frazionare. L'immagine
del "dito" è menzionata soltanto come figura dell'unità, non per
distinguere o dividere la potenza; infatti la destra di Dio, il
Cristo Signore ha detto: Io e il Padre siamo una cosa sola (Gv 10,30)
Ma se la divinità é indivisibile, le Persone sono distinte.
Lo Spirito è chiamato dito di Dio; questo indica la sua potenza in
atto, poiché, come il Padre e il Figlio, anche lo Spirito Santo è
autore delle opere divine.
Davide dice infatti: Il tuo cielo, opera delle tue dita; (Sal 8,4)
e nel salmo trentadue: Dal soffio della sua bocca il Signore fece i
cieli e ogni loro schiera (Cf Sal 32,6). Paolo dice a sua volta:
Tutte queste cose è l'unico e il medesimo Spirito che le opera
distribuendole a ciascuno come vuole. (1 Cor 12,11)
Quando Gesù dice: Se io scaccio i demoni con il dito di Dio, è dunque
giunto a voi il regno di Dio, egli ci insegna due cose: anzitutto che
lo Spirito Santo è dotato di un potere regale, perché in lui abita il
regno di Dio; poi impariamo ad essere una dimora regale, dato che lo
Spirito abita in noi, secondo questa parola: Il regno di Dio è in
mezzo a voi. (Lc 17,21)
Per conseguenza, dobbiamo considerare lo Spirito Santo come associato
alla sovranità e alla maestà regale della deità. San Paolo infatti
dice: Il Signore è lo Spirito e dove c'è lo Spirito del Signore c'è
libertà. (2 Cor 3,17)
(Dalle Omelie di sant'Ambrogio sul Vangelo di Luca 11,14-28
Expositio Evangelii sec.Luc.,lib.VII,91-94. PL 15,1722-1723.)
Io sono la vite, voi i tralci
Il Signore dice di se stesso di essere la vite, volendo mostrare la
necessità che noi siamo radicati nel suo amore, e il vantaggio che a
noi proviene dall'essere uniti a lui. Coloro che gli sono uniti, ed
incerto qual modo incorporati e innestati, li paragona ai tralci.
Questi sono resi partecipi della sua stessa natura, mediante la
comunicazione dello Spirito Santo. Infatti lo Spirito Santo di Cristo
ci unisce a lui.
Noi ci siamo accostati a Cristo nella fede per una buona deliberazione
della volontà, ma partecipiamo della sua natura per aver ottenuto da
lui la dignità dell'adozione. Infatti secondo san Paolo, "chi si
unisce al Signore forma con lui un solo spirito" (1Cor 6,17).
Noi siamo edificati su Cristo, nostro sostegno e fondamento e siamo
chiamati pietre vive e spirituali per un sacerdozio santo e per il
tempio di Dio nello spirito. Non possiamo essere edificati se Cristo
non si costituisce nostro fondamento. La medesima cosa viene espressa
con l'analogia della vite.
Dice di essere lui stesso la vite e quasi la madre e la nutrice dei
tralci che da essa spuntano. Infatti siamo stati rigenerati da lui e
in lui nello Spirito per portare frutti di vita, ma di vita nuova che
consiste essenzialmente nell'amore operoso verso di lui. Quelli di
prima erano frutti marci di una vita decadente.
Siamo poi conservati nell'essere, inseriti in qualche modo in lui, se
ci atteniamo tenacemente ai santi comandamenti che ci furono dati, se
mettiamo ogni cura nel conservare il grado di nobiltà ottenuto, e se
non permettiamo che venga contristato lo Spirito che abita in noi,
quello Spirito che ci rivela il senso dell'inabitazione divina.
Il modo con il quale noi siamo in Cristo ed egli in noi, ce lo spiega
san Giovanni: "Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli
in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito" (1Gv 4,13)
Come la radice comunica ai tralci le qualità e la condizione della sua
natura, così l'unigenito Verbo di Dio conferisce agli uomini, e
soprattutto a quelli che gli sono uniti per mezzo della fede, il suo
Spirito, concede loro ogni genere di santità, conferisce l'affinità e
la parentela con la natura sua e del Padre, alimenta l'amore e procura
la scienza di ogni virtú e bontà.
Dal "Commento sul vangelo di Giovanni" di san Cirillo d'Alessandria,
vescovo (Lib. 10,2; PG 74,331-334)
Cristo nel Battesimo si fa luce, entriamo anche noi nel suo
splendore; Cristo riceve il battesimo, inabissiamoci con lui per
poter con lui salire alla gloria.
Giovanni dà il battesimo, Gesù si accosta a lui, forse per
santificare colui dal quale viene battezzato nell'acqua, ma anche di
certo per seppellire totalmente nelle acque il vecchio uomo.
Santifica il Giordano prima di santificare noi e lo santifica per
noi. E poiché era spirito e carne santifica nello Spirito e
nell'acqua.
Il Battista non accetta la richiesta, ma Gesù insiste.
«Sono io che devo ricevere da te il battesimo» (cfr. Mt 3, 14), così
dice la lucerna al sole, la voce alla Parola, l'amico allo Sposo,
colui che è il più grande tra i nati di donna a colui che è il
primogenito di ogni creatura, colui che nel ventre della madre
sussultò di gioia a colui che, ancora nascosto nel grembo materno,
ricevette la sua adorazione, colui che percorreva e che avrebbe
ancora precorso, a colui che era già apparso e sarebbe nuovamente
apparso a suo tempo.
«Io devo ricevere il battesimo da te» e, aggiungi pure, «in nome
tuo». Sapeva infatti che avrebbe ricevuto il battesimo del martirio o
che, come Pietro, sarebbe stato lavato non solo ai piedi.
Gesù sale dalle acque e porta con sé in alto tutto intero il cosmo.
Vede scindersi e aprirsi i cieli, quei cieli che Adamo aveva chiuso
per sé e per tutta la sua discendenza, quei cieli preclusi e sbarrati
come il paradiso lo era per la spada fiammeggiante.
E lo Spirito testimonia la divinità del Cristo: si presenta
simbolicamente sopra Colui che gli è del tutto uguale. Una voce
proviene dalle profondità
dei cieli, da quelle stesse profondità dalle quali proveniva Chi in
quel momento riceveva la testimonianza.
Lo Spirito appare visibilmente come colomba e, in questo modo, onora
anche il corpo divinizzato e quindi Dio. Non va dimenticato che molto
tempo prima era stata pure una colomba quella che aveva annunziato la
fine del diluvio.
Onoriamo dunque in questo giorno il battesimo di Cristo, e celebriamo
come è giusto questa festa.
Purificatevi totalmente e progredite in questa purezza. Dio di
nessuna cosa tanto si rallegra, come della conversione e della
salvezza dell'uomo. Per l'uomo, infatti, sono state pronunziate tutte
le parole divine e per lui sono stati compiuti i misteri della
rivelazione.
Tutto è stato fatto perché voi diveniate come altrettanti soli cioè
forza vitale per gli altri uomini. Siate luci perfette dinanzi a
quella luce immensa. Sarete inondati del suo splendore
soprannaturale. Giungerà a voi, limpidissima e diretta, la luce della
Trinità, della quale finora non avete ricevuto che un solo raggio,
proveniente dal Dio unico, attraverso Cristo Gesù nostro Signore, al
quale vadano gloria e potenza nei secoli dei secoli. Amen.
Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo
(Disc. 39 per il Battesimo del Signore, 14-16. 20, in PG 36, 350-
351.354.358-359)
Ciò che ci spinge ad esercitare la pazienza non è un impulso umano a
un`imperturbabilità simile al torpore degli animali, ma la divina
disposizione e l`ammaestramento vivo e celestiale, perché Dio stesso
per primo ci ha dato esempio di pazienza. Innanzitutto egli diffonde
la rugiada della luce egualmente sui giusti e sugli ingiusti, fa che
si presentino i benefici delle stagioni, il servizio degli elementi,
i beni della forza rigeneratrice, sia ai degni che agli indegni;
sostiene così i pagani ingrati, che adorano il misero frutto delle
arti, le opere delle loro mani e perseguitano il suo nome e la sua
famiglia; la loro lussuria, la loro avarizia, la loro scelleratezza,
la loro malvagità che ogni giorno si manifesta, tanto che la sua
pazienza sembra nuocere al suo onore: molti infatti non credono al
Signore perché non lo vedono adirarsi contro il mondo.
Questa specie di pazienza divina la consideriamo forse
lontana, adatta agli esseri superiori. Ma che è di quella specie di
pazienza che si manifestò tra gli uomini e sulla terra e si rese
quasi palpabile e afferrabile? Dio si compiacque di venir concepito
nel seno materno, e attese con pazienza il momento della nascita.
Nato, sopportò di crescere; cresciuto, non desiderò di farsi
conoscere. Egli stesso osteggiò il proprio onore, si fece battezzare
dal suo servo e solo con parole si oppose agli attacchi del
tentatore. E così il Signore si fece maestro per insegnare agli
uomini a affrontare la morte, dopo aver insegnato come la pazienza
offesa sappia riconciliarsi pienamente. Egli non gridò, non contese,
e nessuno udì la sua voce nelle piazze; non spezzò la canna fessa,
non smorzò il lucignolo fumigante. Il profeta non ha mentito: Dio
stesso, che ha posto il suo Spirito con tutta la sua pazienza nel suo
Figlio, gli ha piuttosto reso testimonianza. Tutti coloro che
volevano seguirlo, egli li accolse, non si vergognò di nessuna mensa,
di nessun tetto, anzi, si fece egli stesso servo, lavando i piedi ai
discepoli. Non disprezzò i peccatori e i pubblicani; neppure si adirò
per la città che non lo volle accogliere, mentre i suoi discepoli
chiedevano perfino di far cadere il fuoco dal cielo su quel luogo
iniquo. Guarì gli ingrati e perdonò ai persecutori.
Ancor troppo poco! Anche il suo traditore egli aveva presso
di sé e non lo stigmatizzò energicamente. Quando fu tradito e fu
condotto come una pecora al macello - ed egli non aprì la sua bocca,
come un agnello davanti al tosatore -, egli, alla cui semplice
parola, se avesse voluto, sarebbero apparse legioni di angeli, non
volle neppure che la spada di uno solo dei suoi discepoli facesse
vendetta. La magnanimità del Signore venne ferita nella persona di
Malco; per questo egli maledì, anche per il futuro, l`opera della
spada, e beneficò colui che fu, non da lui, colpito, ridonandogli la
salute, per la sua magnanimità, che è madre della misericordia.
Taccio la sua crocifissione, perché proprio a questo scopo egli
venne. Ma, per subire la morte erano necessari anche gli insulti? No;
ma egli volle saziare in pieno la sua brama di sopportare. Viene
ricoperto di sputi, flagellato, disprezzato, in modo oltraggioso
vestito e, peggio ancora, incoronato. Mirabile perseveranza e
imperturbabilità! Egli, che si era proposto di nascondersi sotto
l`aspetto umano, non imitò in nulla l`impazienza dell`uomo. Proprio
per questo, o farisei, avreste dovuto riconoscerlo Signore... Nessun
uomo mai avrebbe mostrato una tale pazienza.
Tertulliano, La pazienza, 2-3
La tua foggia esteriore, il tuo abito, il tuo stesso atteggiamento e
la casa dove abiti, la tua sedia, il tenore del tuo vitto e l`aspetto
del tuo letto: ogni oggetto domestico, insomma, sia improntato alla
modestia. Quando discorri ovvero canti in compagnia del prossimo,
anche questi atti dovranno apparire come governati dall`umiltà
piuttosto che da una pretesa d`ostentazione. Mentre parli, poi, non
far mostra di sofistica iattanza sentenziando con superbia e gravità
né, cantando, dovrai porre soverchia dolcezza nella tua voce.
In ogni cosa, invece, abbandonerai ostentazione e
megalomania, mostrandoti premuroso verso l`amico, mite nei confronti
del servo, paziente con gli importuni, generoso con gli umili;
consolerai gli afflitti, ti recherai a far visita agli ammalati,
senza mai nutrir disprezzo per nessuno, dolce nel rivolgerti agli
altri, ilare e gioviale nel rispondere; ti dimostrerai facilmente
disponibile verso chiunque, senza mai celebrare Le tue proprie lodi
né costringendo altri a farlo, giammai indulgendo a una conversazione
meno che onesta e nascondendo, d`altronde, per quanto ti sarà
possibile, le tue straordinarie qualità. Al contrario, accusa te
stesso di peccato e non attendere il rimprovero da parte degli altri,
ma sii tu, com`è giusto, il primo accusatore di te stesso, come
Giobbe (cf. Gb 31,33-34), che non ebbe vergogna della folla cittadina
e gridò dinanzi a tutti i suoi peccati.
Allorché impartisci un rimprovero, non essere intollerante né
impulsivo e non biasimare animosamente (ciò che, infatti, ha in sé
una certa superbia); non sdegnarti, poi, per cose di poco conto, come
se tu stesso fossi assolutamente perfetto. Sforzati di comprendere
coloro che cadono nel peccato e adoperati a contribuire al loro
rinnovamento spirituale, conformemente a quanto viene ammonito
dall`Apostolo: Bada bene a te stesso, perché anche tu non venga
tentato (Gal 6,1).
Nel mantenerti lontano dalla gloria umana, poni la medesima
cura che gli altri pongono nel procurarsela, se vorrai davvero serbar
memoria di Cristo allorché avverte che la ricompensa presso Dio è
perduta da parte di colui che riscuote fama e onore al cospetto degli
uomini, compiendo così il bene per esser da questi ammirato. Costoro,
dice infatti il Signore, hanno già ricevuto la loro ricompensa (Mt
6,2). Non nuocerti, dunque, da te stesso, aspirando a ottenere gloria
presso gli uomini. Cerca, invece, di riscuotere successo dinanzi a
quell`illustre spettatore che è Dio: egli ti ricompenserà
generosamente. Hai conseguito un`alta carica e gli uomini ti onorano
e ti rispettano? Comportati, tuttavia, umilmente, non come colui che
eserciti il potere supremo (1Pt 5,3), e non agire alla maniera dei
prìncipi di questo mondo. Chi pretende di essere il primo, infatti,
il Signore ha ordinato che costui sia il servo di tutti (cf. Mc
10,44). Per dirla in una parola, va` in cerca dell`umiltà come se
fossi il suo amante: amala, e la gloria ti arriderà. Solo così,
infatti, percorrerai il retto cammino verso la gloria autentica, che
risiede fra gli angeli e al cospetto di Dio. Cristo, allora, ti
riconoscerà come suo discepolo dinanzi agli angeli (cf. Lc 12,8) e ti
glorificherà, se avrai imitato l`umiltà di lui, che disse: Imparate
da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo per le
anime vostre (Mt 11,29).
Basilio il Grande, Omelia sull`umiltà, 7
E ancora, coloro che pregano non si presentino a Dio con preghiere
spoglie, non accompagnate da frutti. E` inefficace la preghiera a Dio,
se è sterile. Come ogni albero che non dà alcun frutto è tagliato e
gettato nel fuoco (cf. Mt 3,10), cosí pure una preghiera che non ha
frutto non può propiziarsi Iddio, non essendo feconda di opere. Appunto
la divina Scrittura dice: "Buona è la preghiera unita al digiuno e
all`elemosina" (Tb 12,8).
Ecco, colui che nel giorno del giudizio renderà a ciascuno il
premio per le sue opere ed elemosine, oggi ascolta benigno colui che
viene alla preghiera con le opere.
(Cipriano di Cartagine, De orat. dom. 32)
Supponiamo che un re affidasse a un povero la custodia del proprio
tesoro. Questi, dopo essersi assunto questa responsabilità, non
riterrebbe certo quel tesoro come proprio, ma, al contrario,
continuerebbe a riconoscere apertamente la propria povertà, senza
azzardarsi a spendere del capitale altrui. Quel povero, infatti,
sarebbe in ogni istante consapevole del fatto che, non soltanto il
tesoro appartiene a un`altra persona, ma anche che quel sovrano così
potente, dopo averglielo affidato, potrebbe, quando lo ritenesse
opportuno, richiederglielo. Ebbene, non diversamente debbono ritenere
coloro i quali abbiano conseguito la grazia divina: non si
inorgogliscano e confessino la loro povertà! Allo stesso modo come,
infatti, qualora il povero che ha ricevuto in deposito un tesoro da
un re lo considerasse come di sua proprietà e il suo cuore se ne
insuperbisse, il re gli toglierebbe il proprio tesoro e quello, dopo
averlo tenuto in custodia, tornerebbe come prima, cioè povero;
similmente accade per coloro i quali, dopo aver ottenuto la grazia,
si inorgogliscono e coltivano la superbia nel loro cuore. Il Signore,
infatti, non esita a privare costoro della propria grazia perché
tornino ad esser tali, quali erano sino al momento di conseguire la
grazia da parte del Signore.
Pseudo Macario, Omelie spirituali, 15,27
Scruti ciascuno la propria coscienza e ponga se stesso di fronte al
proprio giudizio. Veda se nel segreto del suo cuore egli trova quella
pace che dà Cristo, se nessuna concupiscenza della carne combatte in
lui il desiderio dello spirito; e se egli non disprezza la situazione
umile e non brama la situazione elevata, se non si allieta di un
guadagno illecito e non gode smoderatamente per l`aumento dei suoi
beni, e infine se la felicità altrui non lo addolora o non lo allieta
la miseria del nemico. E qualora non trovi in sé nessuna di queste
passioni interiori, ponderi, con esame sincero, a quale specie di
pensieri egli si abbandoni; se non si culli nelle immagini vane, se
sia sollecito a distrarre l`animo da ciò che lo alletta
perniciosamente. Poiché non essere influenzato da nessuna lusinga,
non esser solleticato da nessuna cupidigia, non è possibile in questa
vita che è tutta una tentazione, e in cui senz`altro è vinto chi non
teme di esser vinto. E` superbia presumere di non peccare facilmente,
ché anzi questa stessa presunzione è peccato, come dice il beato
apostolo Giovanni: Se diciamo di non aver peccato alcuno, inganniamo
noi stessi e la verità non è in noi (1Gv 1,8).
Leone Magno, Sermoni, 41,1
La carità spirituale è al di sopra di ogni amore, come una regina che
domina i suoi sudditi e si manifesta in tutto il suo splendore; nulla
di terreno la produce, come avviene per l`amore naturale: non la
convivenza, non i benefici, non la natura, non il tempo; ma scende
dall`alto, dal cielo. E perché ti meravigli che i benefici non siano
necessari a metterla in atto, dato che neppure viene travolta se
subisce del male? Che sia superiore all`amore naturale, odilo da
Paolo, che dice: Desidererei essere io stesso riprovato dal Cristo
per i miei fratelli (Rm 9,3). Che padre mai desidererebbe ciò, essere
cioè infelice? E ancora: Esser sciolto e stare con Cristo sarebbe
molto meglio, ma che resti nella carne è più necessario per voi (Fil
1,23-24). Che madre mai vorrebbe fare questo discorso, perché venga
trascurato tutto ciò che la riguarda? Odilo ancora; egli dice: Siamo
stati privati di voi per lo spazio di un`ora, ma alla vista, non al
cuore (1Ts 2,17). Quaggiù un padre oltraggiato pone fine ai suoi
rapporti d`amore; là non così: va incontro a coloro che lo lapidano
per beneficarli. Nulla, davvero nulla, è tanto possente come il
legame dello spirito. Chi si è fatto amico per i benefici, se questi
non continuano incessantemente, si fa nemico; chi per la continua
convivenza è addirittura inseparabile, se la convivenza cessa, si
raffredda completamente nell`amore. E così la moglie se sorge un
dissidio, abbandona il marito e ne perde completamente l`amore; il
figlio, se vede che il padre vive troppo a lungo, ne sente un gran
peso. Ma nell`amore spirituale non vi è nulla di ciò: nessuna di
queste cose lo spegne, perché non sussiste per esse; né il tempo, né
la distanza, né la sofferenza, né la detrazione, né l`ira, né gli
oltraggi possono, sopraggiungendo, farlo cessare. E perché tu lo
comprenda: Mosè stava per essere lapidato dal popolo e pregava per
esso. Quale padre mai avrebbe fatto ciò per il figlio che lo lapidava
e non l`avrebbe piuttosto annientato?
Queste amicizie coltiviamo, che provengono dallo spirito:
sono salde e indissolubili; non quelle che provengono dalla tavola,
perché ci è vietato di allacciarle. Odi infatti il Cristo che dice
nel Vangelo: Non invitare i tuoi amici né i tuoi vicini se fai un
banchetto, ma gli storpi e i mutilati (Lc 14,12). E giustamente:
grande ne è la mercede. Ma tu non puoi, non ce la fai a pranzare con
gli zoppi e i ciechi: lo ritieni gravoso e molesto, e te ne rifiuti?
Certo, non dovresti comportarti così, tuttavia ciò non è necessario:
se non li fai sedere a mensa con te manda loro il cibo della tua
tavola. Chi invita gli amici non fa nulla di grande: ne ha già
ricevuto la ricompensa; chi invece invita lo storpio e il povero, ha
Dio per debitore. Non inquietiamoci dunque se non otteniamo quaggiù
la ricompensa, bensì inquietiamoci se la otteniamo quaggiù, perché
non l`otterremo lassù. Così, se l`uomo restituisce, Dio non
restituisce; e se l`uomo invece non restituisce, allora restituisce
Dio. Non cerchiamo dunque di beneficare quelli che possono
ricompensarci, e non facciamolo con questa speranza: è un pensiero
ben freddo! Se inviti un amico, la sua riconoscenza dura fino alla
sera; perciò questa amicizia occasionale si esaurisce prima delle
spese. Ma se inviti il povero e lo storpio, la riconoscenza non
cesserà mai, perché avrai per tuo debitore Dio stesso, che si ricorda
sempre e non dimentica mai.
Giovanni Crisostomo, Commento alla lettera ai Colossesi, 1,3
Allo stesso modo come gli acrobati che camminano sulla corda tesa
bisogna che non siano minimamente disattenti (infatti, se anche si
distraessero per un solo istante, si verificherebbe un grave danno:
l`acrobata precipiterebbe immediatamente e morirebbe); parimenti,
abbiamo anche noi il dovere di non essere distratti e pigri.
Noi percorriamo una strada angusta, circondata ovunque da
precipizi, sulla quale non v`è lo spazio per tutt`e due i piedi a un
tempo. Ti accorgi di quanta attenzione abbiamo bisogno? Non vedi che
coloro i quali procedono fra due precipizi, non soltanto stanno
attenti con i piedi, ma anche con gli occhi? Infatti, se talora
sembra opportuno fermarsi, quantunque il piede rimanga con la sua
pianta immobile, l`occhio tuttavia, attorniato dall`abisso guarda
attentamente tutt`intorno. Gli sembra, però, necessario aspettare a
riprendere il cammino; per questo suggerisce: «Né a destra né a
sinistra».
Orbene, profondo è l`abisso del peccato: enormi precipizi,
tenebre oscure, una strada angusta. Stiamo attenti con timore,
camminiamo con tremore. Nessuno, procedendo lungo una simile via,
rida o si ubriachi, ma percorra il cammino in sobrietà e digiuno;
nessuno si porti dietro alcunché di superfluo onde procedere, libero
da tutto, più speditamente; nessuno trattenga i suoi piedi, ma li
lasci agili e sciolti.
Noi, al contrario, quando ci leghiamo a innumerevoli
preoccupazioni e portiamo su di noi gl`infiniti pesi di questa vita,
nell`avidità e nel disordine, come possiamo aspettarci di progredire
lungo una strada così ardua?
Giovanni Crisostomo, Omelie sulla prima lettera ai
Tessalonicesi, 9,4-5
Più di noi stessi, se lo volete, voi potete beneficarvi a vicenda:
passate più tempo insieme, conoscete meglio di noi le vostre
relazioni reciproche, non vi sono nascoste le vostre mancanze
vicendevoli, avete più franchezza, più amore, più consuetudine
reciproca: questi non sono piccoli vantaggi per ammaestrare, anzi ne
offrono una possibilità grande e opportuna; e più di noi potete
rimproverare ed esortare. E non solo questo, ma io sono solo, e voi
molti; e tutti potete, quanti siete, essere maestri. Perciò vi
scongiuro: non trascurate questa grazia! Ciascuno ha una moglie, ha
un amico, ha un servo, ha un vicino: questi ammonisca, quelli esorti.
Non è un assurdo? Per il cibo si fanno banchetti e simposi, vi sono
giorni stabiliti per riunirsi e quello in cui uno manca
personalmente, viene compiuto dalla società, come ad esempio se si
debba partecipare a un funerale, o a un banchetto, o si debba aiutare
in qualcosa un prossimo. E, invece, per ammaestrare alla virtù non si
fa nulla di ciò! Sì, vi scongiuro! Nessuno lo trascuri! Riceverà da
Dio una grande ricompensa!
E perché tu comprenda bene, colui al quale furono affidati
cinque talenti è un maestro; colui a cui ne fu affidato uno è un
discepolo. Ma se il discepolo dicesse: «Sono un semplice discepolo,
non corro pericoli», e nascondesse la parola, comune e spoglia,
ricevuta da Dio, e non pensasse di ammonire, di parlar con
franchezza, di rimproverare, di correggere, se possibile, ma la
nascondesse in terra: è davvero terra e cenere questo cuore che
seppellisce la grazia di Dio! Se dunque la nascondesse per pigrizia o
per malvagità, non lo scuserebbe nulla il dire: «Ho un solo talento».
Hai un solo talento? Dovevi aggiungerne un altro e raddoppiare il tuo
talento; se ne avessi aggiunto un altro, non saresti rimproverato. A
colui che presentò due talenti, infatti, non fu detto: «Perché non ne
porti cinque?», ma fu ritenuto degno degli stessi premi dati a colui
che ne presentò cinque. E perché? Perché fece fruttare ciò che aveva
e pur avendo ricevuto meno di quello che ne aveva avuti cinque, non
per questo si abbandonò all`infingardaggine usando il poco che aveva
per ozieggiare. Non dovevi guardare i due talenti; piuttosto dovevi
guardare a lui che, avendone due, imitò quello che ne aveva cinque, e
così tu devi imitare quello che ne aveva due. Se per chi è ricco e
non fa parte delle sue ricchezze sta già preparato il castigo, per
chi può esortare quanto vuole e non lo fa, non ci sarà forse un
castigo maggiore? In quel caso si nutre il corpo, in questo l`anima:
ivi si impedisce la morte temporanea, qui la morte eterna.
«Ma non so parlare» si dice. Non c`è bisogno di saper parlare
né d`eloquenza. Se vedi un tuo amico che si abbandona
all`impudicizia, digli: «Ciò che fai è un`azione cattiva; non ti
vergogni? Non arrossisci? E` male!». Ma lui non sa che è male? si
obietta. Certo, lo sa, ma la passione lo trascina. Anche gli ammalati
sanno che una bevanda fredda fa loro male, e tuttavia c`è bisogno di
chi glielo impedisca. Chi soffre, non facilmente sa dominarsi, se è
ammalato. C`è bisogno di te, che sei sano, per curarlo; e se non
riesci a persuaderlo a parole, osserva dove va e impedisciglielo,
forse se ne vergognerà. «Ma che giova se agisce così per me, se solo
per me se ne trattiene?». Non sottilizzare troppo: intanto distoglilo
in qualsiasi modo dall`azione cattiva; si abitui a non precipitarsi
in quel baratro sia per te, sia per qualsiasi altro impedimento: è
già un guadagno. E quando si sarà abituato a non recarsi più là,
allora, dopo che si sarà un po` riavuto, potrai riavvicinarlo e
insegnargli che bisogna evitare ciò per Dio e non per gli uomini. Non
pretendere di correggerlo tutto in una volta, perché non ci
riuscirai; bensì piano piano, un po` alla volta.
E se lo vedi andare a bere, se lo vedi recarsi a banchetti
dove ci si ubriaca, comportati nello stesso modo. Anzi, supplicalo di
aiutarti a correggerti se vede che tu hai qualche difetto. In tal
modo rivolgerà in sé il rimprovero, vedendo che anche tu hai bisogno
di ammonizione, e che lo aiuti non perché sei il correttore di tutti,
o il maestro, ma sei un amico e un fratello. Digli: Ho giovato a te
ricordandoti qualcosa di utile; anche tu, se vedi in me qualche
difetto, prendimi per i capelli e raddrizzami: se mi vedi irascibile,
o avaro, frenami e legami con le tue ammonizioni. Questa è
l`amicizia, così il fratello viene aiutato dal fratello e diventa una
città fortificata (cf. Pr 18,19). Non è il mangiare o il bere insieme
che crea l`amicizia: così l`hanno anche i ladri e gli assassini; ma
se siamo amici, se veramente ci diamo pensiero l`uno dell`altro, ci
dobbiamo anche accordare. E questo ci porta a un`amicizia utile e ci
impedisce di precipitare nella geenna.
D`altra parte chi viene rimproverato non si turbi, siamo
uomini e abbiamo difetti; e chi rimprovera non lo faccia
pubblicamente, insultando e facendo mostra di sé, ma a quattr`occhi e
con dolcezza; ha bisogno di tanta dolcezza colui che ammonisce, se
vuole che sia ben accolto il suo discorso tagliente. Non vedete i
medici, quando bruciano o quando tagliano, con quanta dolcezza
applicano la loro terapia? E molto più lo deve fare chi ammonisce,
perché il rimprovero è più violento del ferro e del fuoco, e fa
sobbalzare. Per questo motivo anche i medici si esercitano molto per
riuscire a incidere con calma, e lo fanno con dolcezza, in quanto è
possibile, e incidono un poco e poi permettono di riprendere il
fiato. Così si devono fare anche i rimproveri, perché chi viene
ammonito non se ne sottragga. E se fosse necessario venire insultati
e anche schiaffeggiati, non ricusiamolo; anche quelli infatti che
subiscono un intervento urlano mille cose contro coloro che li
operano, però essi non guardano a nulla di ciò, ma solamente alla
salute dei pazienti. Così, anche nel nostro caso, si deve fare di
tutto perché il rimprovero risulti utile, e si deve sopportare tutto
guardando il premio che c`è preparato. E` detto: Portate i pesi gli
uni degli altri e così adempirete la legge del Cristo (Gal 6,2).
Così, ammonendoci e sopportandoci a vicenda, potremo completare
l`edificazione del Cristo.
Giovanni Crisostomo, Omelie sulla lettera agli ebrei , 30,2
Cielo, stelle, terra, fiumi, giorno, notte e tutte le creature che
sono sottoposte al potere dell'uomo o disposte per la sua utilità, si
rallegrano, o Signora, di essere stati per mezzo tuo in certo modo
risuscitati allo splendore che avevano perduto, e di avere ricevuto
una grazia nuova inesprimibile. Erano tutte come morte le cose,
poiché avevano perduto la dignità originale alla quale erano state
destinate. Loro fine era di servire al dominio o alle necessità delle
creature cui spetta di elevare la lode a Dio. Erano schiacciate
dall'oppressione e avevano perso vivezza per l'abuso di coloro che
s'erano fatti servi degli idoli. Ma agli idoli non erano destinate.
Ora invece, quasi risuscitate, si rallegrano di essere rette dal
dominio e abbellite dall'uso degli uomini che lodano Dio.
Hanno esultato come di una nuova e inestimabile grazia sentendo che
Dio stesso, lo stesso loro Creatore non solo invisibilmente le regge
dall'alto, ma anche, presente visibilmente tra di loro, le santifica
servendosi di esse. Questi beni così grandi sono venuti dal frutto
benedetto del grembo benedetto di Maria benedetta.
Per la pienezza della tua grazia anche le creature che erano
negl'inferi si rallegrano nella gioia di essere liberate, e quelle
che sono sulla terra gioiscono di essere rinnovate. Invero per il
medesimo glorioso figlio della tua gloriosa verginità, esultano,
liberati dalla loro prigionia, tutti i giusti che sono morti prima
della sua morte vivificatrice, e gli angeli si rallegrano perché è
rifatta nuova la loro città diroccata.
O donna piena e sovrabbondante di grazia, ogni creatura rinverdisce
inondata dal traboccare della tua pienezza. O vergine benedetta e più
che benedetta, per la cui benedizione ogni creatura è benedetta dal
suo Creatore, e il Creatore è benedetto da ogni creatura.
A Maria Dio diede il Figlio suo unico che aveva generato dal suo seno
uguale a se stesso e che amava come se stesso, e da Maria plasmò il
Figlio, non un altro, ma il medesimo, in modo che secondo la natura
fosse l'unico e medesimo figlio comune di Dio e di Maria. Dio creò
ogni creatura, e Maria generò Dio: Dio che aveva creato ogni cosa, si
fece lui stesso creatura di Maria, e ha ricreato così tutto quello
che aveva creato. E mentre aveva potuto creare tutte le cose dal
nulla, dopo la loro rovina non volle restaurarle senza Maria.
Dio dunque è il padre delle cose create, Maria la madre delle cose
ricreate. Dio è padre della fondazione del mondo, Maria la madre
della sua riparazione, poiché Dio ha generato colui per mezzo del
quale tutto è stato fatto, e Maria ha partorito colui per opera del
quale tutte le cose sono state salvate. Dio ha generato colui senza
del quale niente assolutamente è, e Maria ha partorito colui senza
del quale niente è bene.
Davvero con te è il Signore che volle che tutte le creature, e lui
stesso insieme, dovessero tanto a te.
Dai "Discorsi" di sant'Anselmo, vescovo
(Disc. 52; PL 158,955-956)
«Sia fatta la tua volontà in cielo e in terra». E con ciò intendiamo
dire: non che faccia Dio ciò che egli vuole, ma che possiamo farlo
noi, ciò che Dio vuole. Infatti, chi mai potrebbe opporsi a che Dio
faccia ciò che egli vuole? Quanto a noi, invece, poiché siamo
ostacolati dal diavolo a conformarci totalmente a Dio nel pensiero e
nelle azioni, perciò preghiamo affinché si faccia in noi la sua
volontà. Ed essa in noi si potrà compiere solo col concorso della
stessa volontà di Dio, e cioè col suo aiuto e la sua protezione:
nessuno infatti è forte per le proprie forze, è però al sicuro per la
bontà e la misericordia di Dio.
D`altronde, lo stesso Signore, mostrando la debolezza
dell`umanità che lui portava, dice: Padre, se è possibile, passi da
me questo calice (Mt 26,39). E aggiunge, per dare così ai suoi
discepoli l`esempio affinché essi facciano non la volontà propria ma
quella di Dio: Tuttavia, non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi; e
altrove: Non sono disceso dal cielo per fare la mia volontà, ma la
volontà di colui che mi ha inviato (Gv 6,38).
Se ha obbedito il Figlio a fare la volontà del Padre, quanto
più non deve obbedire il servo a fare la volontà del Signore!
Così pure Giovanni, nella sua lettera, ci esorta e ci insegna
a compiere la volontà del Signore, dicendo: Non vogliate amare il
mondo, né le cose del mondo. Se qualcuno ama il mondo, non è in lui
la carità del Padre, poiché tutto ciò che è nel mondo è concupiscenza
della carne e concupiscenza degli occhi e superbia della vita, e non
viene dal Padre ma dalla concupiscenza del mondo. E il mondo passerà
e la sua concupiscenza: ma chi avrà fatto la volontà di Dio rimane in
eterno, così come Dio rimane in eterno (1Gv 2,15-17).
Se dunque noi vogliamo avere la vita eterna, dobbiamo fare la
volontà di Dio, che è eterno. Ora la volontà di Dio è ciò che Cristo
ha fatto e insegnato: l`umiltà nella condotta, la fermezza nella
fede, la modestia nelle parole, la giustizia nell`agire, la
misericordia nelle opere, la rettitudine nei costumi, e neppur sapere
cos`è un`ingiuria agli altri, e tollerare l`offesa, mantenere la pace
con i fratelli, amare Dio con tutto il cuore, amarlo come padre e
temerlo come Dio, tutto posporre a Cristo poiché lui ogni cosa
pospose a noi, stare uniti inseparabilmente al suo amore, tenersi
stretti alla sua croce con forza e fiducia, e quando è tempo di
lottare per il suo nome e la sua gloria essere apertamente fermi nel
confessarlo e fiduciosi nella tortura e pazienti nella morte per la
quale riceviamo la corona. Questo significa voler esser coeredi di
Cristo (cf. Rm 8,17), questo è attuare il comandamento di Dio, sì,
questo è adempiere la volontà del Padre.
Domandiamo che la volontà di Dio si faccia in cielo e in
terra: ché l`una e l`altra cosa riguarda il perfetto compimento della
nostra giustificazione e salute. Infatti, noi possediamo un corpo che
viene dalla terra e uno spirito che viene dal cielo: così, siamo
terra e cielo. E, quindi, in realtà, chiediamo che la volontà di Dio
sia fatta nell`uno e nell`altro, cioè nel corpo e nello spirito...
Così, ogni giorno, o meglio a ogni istante, preghiamo che in
noi sia fatta la volontà di Dio in cielo e in terra: perché questa è
la volontà di Dio, che le cose terrene cedano alle celesti, e
prevalga ciò che è spirituale e divino.
Si può pensare anche a un altro significato, fratelli
carissimi. Il Signore ci ha dato il comandamento di amare anche i
nemici e di pregare pure per coloro che ci perseguitano (cf. Mt
5,44): sicché noi preghiamo per quelli che sono ancora terra e che
non hanno cominciato a essere del cielo, affinché la volontà di Dio
si faccia in loro, quella volontà che Cristo ha perfettamente
compiuto col salvare e riscattare l`uomo. In realtà i discepoli da
lui non sono più chiamati terra, ma sale della terra (cf. Mt 3,13), e
l`Apostolo dice che mentre il primo uomo fu tratto dal fango della
terra il secondo è dal cielo (cf. 1Cor 15,47).
Dunque noi, se vogliamo pregare ricordandoci che dobbiamo
essere simili a Dio, il quale fa sorgere il suo sole su buoni e
cattivi e fa piovere su giusti e ingiusti (cf. Mt 5,45), dietro
l`ordine di Cristo dobbiamo farlo per la salvezza di tutti, affinché
come la volontà di Dio è fatta in cielo, cioè in noi per la nostra
fede, essendo noi dal cielo, così pure si faccia in terra, cioè in
quelli che non credono: cosicché coloro i quali per la loro prima
nascita sono ancora terreni, diventino celesti nascendo dall`acqua e
dallo Spirito (cf. Gv 3,5).
Cipriano di Cartagine, La preghiera del Signore, 14-17
Altro è il rancore e altro è la collera; una cosa è l`irritazione e
altra cosa è il turbamento.
Vi faccio un esempio perché comprendiate meglio. Quando
qualcuno accende un fuoco, all`inizio c`è un piccolo carbone. Ecco,
questo rappresenta la parola del fratello che vi offende. Sì, proprio
un piccolo carbone; che cos`è infatti una semplice parola del
fratello? Se la sopportate, spegnerete senz`altro il carbone. Al
contrario, se vi fermate a pensare: «Perché mi ha detto questo?
Anch`io ho da rimproverargli qualcosa! Se non aveva l`intenzione di
offendermi, avrebbe potuto parlarmi in altri termini. Si sappia bene
che posso anch`io rispondergli come si deve!», voi fate come colui
che accende il fuoco. e vi getta sopra dei ramoscelli o altro: fate
del fumo, e questo è il turbamento. Il turbamento non è altro che il
movimento e l`afflusso di pensieri che eccitano ed esaltano il cuore.
E` proprio questa esaltazione che spinge a vendicarsi
dell`offensore...
Sopportando la parola del fratello invece, potrete spegnere
il piccolo carbone prima che appaia il turbamento. Ma potrete calmare
facilmente anche il turbamento con il silenzio e la preghiera. Se, al
contrario, continuate a produrre fumo eccitando il vostro cuore e
pensando: «Ma perché mi ha detto questo? Anch`io posso dirgli
altrettanto!», l`afflusso e l`urto dei pensieri, se così si può dire,
fanno ribollire e riscaldano il cuore provocando la fiamma
dell`irritazione... Eccola dunque arrivata. Se volete, potete ancora
estinguerla prima che diventi collera. Ma se continuate a tormentare
voi stessi e gli altri, fate come colui che aggiunge legna attivando
il fuoco: è allora che la legna diventa carbone ardente. Ed è la
collera...
Se all`inizio del turbamento, all`apparire del fumo e delle
scintille, si prendono le dovute precauzioni accusando se stessi,
prima che sorga la fiamma dell`irritazione, si resta in pace. Ma se,
provocata l`irritazione, si persiste nel turbamento e
nell`eccitazione, non si fa che mettere legna al fuoco alimentandolo
fino a fare delle belle braci. E come queste, divenute carbone e
messe da parte, si conservano anche se vi si getta sopra dell`acqua,
così la collera, prolungandosi nel tempo, diviene rancore...
Ecco, ora sapete che cos`è il turbamento, l`irritazione, la
collera e il rancore. Vedete come da una piccola parola si può
arrivare a un grande male? Se all`inizio si incolpava se stessi, se
si sopportava pazientemente la parola del fratello senza volersi
vendicare né rispondergli e rendergli male per male, si sarebbero
potuti sfuggire tutti questi mali. Fratelli, non smetterò mai di
dirlo, strappate le passioni fin che sono giovani e prima che
s`irrobustiscano facendovi soffrire: una cosa è strappare un
arboscello, altro è sradicare un grosso albero.
Doroteo di Gaza, Istruzioni, 8,89-91
«Dio innalza gli umili» (Lc 1,52)
Quando affermo che Dio non ascolta i ricchi, non pensate
fratelli che non esaudisca coloro che possiedono denaro, domestici e
possedimenti. Se sono nati in questo stato e «occupano» questo posto
nelle società, si ricordino delle parole dell`Apostolo: Ai ricchi in
questo mondo raccomanda di non essere orgogliosi (1Tm 6,17).
Coloro che non si lasciano vincere dall`orgoglio sono poveri
davanti a Dio, che tende l`orecchio verso i poveri e i bisognosi.
Sanno, infatti, che la loro speranza non è nell`oro o nell`argento,
né in quelle cose in cui li vediamo sovrabbondare per un certo tempo.
Basta che le ricchezze non causino la loro rovina e, se non giovano a
nulla per la loro salvezza, almeno non ne costituiscano un
ostacolo... Quando un uomo disprezza tutto ciò che alimenta il suo
orgoglio, è un povero di Dio; e Dio inclina verso di lui l`orecchio,
perché conosce il tormento del suo cuore.
Senza dubbio, fratelli, quel povero coperto di piaghe, che
giaceva alla porta del ricco, fu portato dagli angeli nel seno di
Abramo, lo leggiamo e lo crediamo. Il ricco, invece, che, vestito di
porpora e di bisso, banchettava splendidamente ogni giorno, fu
precipitato nei tormenti dell`inferno (cf. Lc 16,19-31). E` stata
proprio la sua indigenza che ha meritato al povero di essere
trasportato dagli angeli? E il ricco è stato abbandonato ai tormenti
per colpa della sua opulenza? Dobbiamo riconoscerlo: in questo povero
fu onorata l`umiltà, e nel ricco fu punito l`orgoglio.
Ecco la prova che non le ricchezze, ma l`orgoglio è causa di
castigo al ricco. Senza dubbio il povero fu portato nel seno di
Abramo, ma dello stesso Abramo la Scrittura dice che aveva molto oro
e argento e che fu ricco su questa terra (cf. Gen 23,2). Se il ricco
è precipitato nei tormenti, come mai Abramo ha potuto superare il
povero per accoglierlo nel proprio seno? Abramo in mezzo alle
ricchezze era povero, umile, rispettoso e obbediente a ogni ordine di
Dio. Il suo disprezzo per le ricchezze era tale che, quando Dio
glielo chiese, accettò di immolare il figlio a cui queste ricchezze
erano destinate.
Imparate dunque a essere poveri e bisognosi, sia che
possediate qualcosa in questo mondo, sia che non possediate nulla.
Perché si trovano dei mendicanti pieni di orgoglio e dei ricchi che
confessano i propri peccati. Dio resiste ai superbi, coperti di seta
o di stracci, ma concede la sua grazia agli umili, che possiedano o
no beni di questo mondo. Dio guarda nell`intimo, là egli pesa,
esamina. La bilancia di Dio, tu non la vedi: è il tuo pensiero che vi
si trova soppesato.
Il salmista pone sul piatto i suoi titoli a essere esaudito
quando dice: Perché io sono povero e infelice (Sal 85,1). Cerca di
essere tale: se non lo sei, non sarai esaudito. Rifiuta tutto ciò che
attorno a te e in te porta alla presunzione. Non presumere che di
Dio, non aver bisogno che di lui ed egli ti colmerà.
Agostino, Esposizioni sui salmi, 85,3
«Dio innalza gli umili» (Lc 1,52)
Quando affermo che Dio non ascolta i ricchi, non pensate
fratelli che non esaudisca coloro che possiedono denaro, domestici e
possedimenti. Se sono nati in questo stato e «occupano» questo posto
nelle società, si ricordino delle parole dell`Apostolo: Ai ricchi in
questo mondo raccomanda di non essere orgogliosi (1Tm 6,17).
Coloro che non si lasciano vincere dall`orgoglio sono poveri
davanti a Dio, che tende l`orecchio verso i poveri e i bisognosi.
Sanno, infatti, che la loro speranza non è nell`oro o nell`argento,
né in quelle cose in cui li vediamo sovrabbondare per un certo tempo.
Basta che le ricchezze non causino la loro rovina e, se non giovano a
nulla per la loro salvezza, almeno non ne costituiscano un
ostacolo... Quando un uomo disprezza tutto ciò che alimenta il suo
orgoglio, è un povero di Dio; e Dio inclina verso di lui l`orecchio,
perché conosce il tormento del suo cuore.
Senza dubbio, fratelli, quel povero coperto di piaghe, che
giaceva alla porta del ricco, fu portato dagli angeli nel seno di
Abramo, lo leggiamo e lo crediamo. Il ricco, invece, che, vestito di
porpora e di bisso, banchettava splendidamente ogni giorno, fu
precipitato nei tormenti dell`inferno (cf. Lc 16,19-31). E` stata
proprio la sua indigenza che ha meritato al povero di essere
trasportato dagli angeli? E il ricco è stato abbandonato ai tormenti
per colpa della sua opulenza? Dobbiamo riconoscerlo: in questo povero
fu onorata l`umiltà, e nel ricco fu punito l`orgoglio.
Ecco la prova che non le ricchezze, ma l`orgoglio è causa di
castigo al ricco. Senza dubbio il povero fu portato nel seno di
Abramo, ma dello stesso Abramo la Scrittura dice che aveva molto oro
e argento e che fu ricco su questa terra (cf. Gen 23,2). Se il ricco
è precipitato nei tormenti, come mai Abramo ha potuto superare il
povero per accoglierlo nel proprio seno? Abramo in mezzo alle
ricchezze era povero, umile, rispettoso e obbediente a ogni ordine di
Dio. Il suo disprezzo per le ricchezze era tale che, quando Dio
glielo chiese, accettò di immolare il figlio a cui queste ricchezze
erano destinate.
Imparate dunque a essere poveri e bisognosi, sia che
possediate qualcosa in questo mondo, sia che non possediate nulla.
Perché si trovano dei mendicanti pieni di orgoglio e dei ricchi che
confessano i propri peccati. Dio resiste ai superbi, coperti di seta
o di stracci, ma concede la sua grazia agli umili, che possiedano o
no beni di questo mondo. Dio guarda nell`intimo, là egli pesa,
esamina. La bilancia di Dio, tu non la vedi: è il tuo pensiero che vi
si trova soppesato.
Il salmista pone sul piatto i suoi titoli a essere esaudito
quando dice: Perché io sono povero e infelice (Sal 85,1). Cerca di
essere tale: se non lo sei, non sarai esaudito. Rifiuta tutto ciò che
attorno a te e in te porta alla presunzione. Non presumere che di
Dio, non aver bisogno che di lui ed egli ti colmerà.
Agostino, Esposizioni sui salmi, 85,3
Se avrai l'umiltà dentro il cuore, lì Dio ti svelerà la sua gloria.
Tienti in nessun conto quando sei grande e non innalzarti se ti
ritrovi piccolo.
Fa' in modo di non essere glorificato dagli uomini e sarai pieno
dell'onore di Dio. Non cercare approvazione e consensi, perché di
dentro sei pieno di piaghe.
Spregia la fama e sarai onorato; non amarla e non sarai disprezzato.
L'onore fugge davanti a chi gli corre dietro, ma insegue chi fugge da
lui e proclama la sua umiltà ad ogni uomo.
Se ti disprezzerai per non essere onorato, ci penserà Dio a
manifestarti. Se sai praticare l'autocritica, per amore della verità,
Dio darà ordine di lodarti a tutte le sue creature. Esse
spalancheranno davanti a te la porta della gloria del tuo Creatore e
loderanno te come lui, perché in verità sei la sua vera immagine.
Chi ha mai veduto un uomo brillare per virtù ma in nessuna
considerazione presso gli uomini, luminoso nella condotta e saggio
per la conoscenza, ma dal cuore di povero?
Beato colui che si umilia in ogni cosa, perché sarà esaltato. Colui
infatti che si sarà abbassato e fatto piccolo in tutto, sarà
glorificato da Dio.
Chiunque avrà patito la fame e la sete per Dio, Dio lo inebrierà dei
suoi beni.
Colui che avrà saputo spogliarsi di se stesso per amore di Dio, Dio
lo rivestirà di un abito d' incorruttibilità e di gloria.
Chi si fa povero per Dio, Dio lo consolerà dandogli la vera ricchezza.
Valutati un nulla per amore di Dio e, senza nemmeno accorgertene, la
gloria aumenterà in te lungo tutta la tua vita.
Dai Discorsi di Isacco di Ninive (Discorso 5. Loghia,
Astir,Atene,1961,27.)
Un tempo, il Signore Dio aveva scacciato dal paradiso dell`Eden e
mandato in esilio i progenitori della nostra razza mortale, che erano
come inebriati dal vino della disobbedienza, avevano gli occhi del
cuore appesantiti dall`ebbrezza della trasgressione, lo sguardo dello
spirito oppresso dallo stordimento della colpa, ed erano addormentati
nel sonno della morte. Ma ora, il paradiso non riceverà forse colei
che ha infranto in sé l`impeto delle passioni e ha portato alla luce
il germoglio dell`obbedienza a Dio e al Padre, dando inizio alla vita
di tutto il genere umano? Il cielo non le aprirà forse con gioia le
sue porte?...
Se Cristo, che è la Vita e la Verità, ha detto: Dove sono io,
là sarà anche il mio servo (Gv 12,26), a maggior ragione, come non
abiterà con lui sua madre?... Poiché il corpo santo e puro che in lei
si era unito al Verbo divino, si levò dal sepolcro il terzo giorno,
bisognava che anche lei fosse strappata alla tomba e che la madre
fosse assunta presso il Figlio. Egli era sceso verso di lei: così
essa, la creatura amata sopra ogni altra, doveva essere elevata in
una dimora più grande e più perfetta, nel cielo stesso (cf. Eb
9,11.24). Era giusto che colei che aveva ospitato nel suo grembo il
Verbo divino si stabilisse nella dimora del suo Figlio. E come il
Signore disse che egli doveva essere nella casa del Padre (cf. Lc
2,49), così era necessario che la Madre abitasse nella dimora regale
di suo Figlio, nella casa del Signore, negli atri del nostro Dio (Sal
134,2). Perché, se lì è la dimora di tutti quelli che sono nella
gioia, dove mai dovrebbe risiedere colei che è la causa stessa della
gioia?
Giovanni Damasceno, Omelia 2, sul transito di Maria
Dato che la buona volontà è degna, per grazia di Dio, del premio
della beatitudine eterna, e che l`iniquità degli angeli e degli
uomini non deve restare impunita, noi aspettiamo con certezza,
secondo la norma della fede cattolica, che il Figlio di Dio venga a
punire tutti gli angeli peccatori e a giudicare gli uomini vivi e
defunti. Attesta in effetti il beato Pietro che Dio non perdonò agli
angeli prevaricatori, ma li rinchiuse nel carcere della tenebra
infernale per riservarli al castigo, che verrà loro inflitto al
giudizio (cf. 2Pt 2,4). Sul giudizio degli uomini vivi e defunti san
Paolo dice questo: Attesto davanti a Dio e a Cristo Gesù, che
giudicherà e vivi e morti, e per la sua venuta e per il suo regno...
(2Tm 4,1). Alla cui venuta tutti i corpi, da quello del primo uomo
plasmato da Dio con la terra fino a quello di tutti gli altri che in
qualche modo ebbero anima e vita, saranno risuscitati da colui, ad
opera del quale furono creati. E alla risurrezione tutti quei corpi
saranno restituiti ciascuno alla propria anima che ebbero nel seno
materno quando incominciarono a vivere; così, in quel rigido esame
del giusto giudice, le anime riceveranno la mercede del regno o del
supplizio, ciascuna in quel corpo con cui condussero su questa terra
una vita buona o cattiva...
Vi sarà anche la risurrezione dei malvagi, ma senza quel
mutamento che Dio concederà solo ai giusti che, nella fede,
condussero vita retta. Ciò significano le parole di san Paolo: Tutti
certo risorgeremo, ma non tutti saremo mutati (1Cor 15,51); mostrando
poi che per dono divino i giusti saranno mutati soggiunge: E noi
saremo mutati (1Cor 15,52). Gli iniqui, dunque, avranno la
risurrezione insieme con i giusti; ma non avranno la grazia della
trasformazione che sarà concessa ai giusti; dai loro corpi non verrà
tolta la corruzione, l`ignominia e la debolezza nei quali essi
vennero seminati; né verranno annichiliti dalla morte, perché il
supplizio della morte eterna risulti dal tormento continuo del corpo
e dell`anima.
Le anime invece dei giusti, che Dio, Signore e redentore, ha
giustificato gratuitamente per la fede donando loro la perseveranza
nel retto vivere sino alla fine, otterranno la beatitudine eterna del
regno celeste in quegli stessi corpi, nei quali hanno ricevuto
quaggiù la grazia divina della giustificazione e nei quali,
giustificati per la fede, vissero nell`amore di Dio e del prossimo. E
anche i loro corpi saranno glorificati. E non c`è dubbio che questi,
pur permanendo realmente la natura della carne da Dio creata, non
saranno corpi animali come quaggiù, ma corpi spirituali. Si semina
infatti un corpo animale e risorge spirituale; così, per quella
trasformazione che verrà concessa solo ai giusti, si adempirà ciò che
l`Apostolo ritiene necessario: che questo corpo corruttibile rivesta
l`incorruttibilità e questo corpo mortale si ammanti dell`immortalità
(1Cor 15,53). In loro resterà il sesso maschile o femminile quale fu
creato con i corpi: la loro gloria si diversificherà secondo la
diversità delle buone opere. Ma tutti i corpi, sia degli uomini sia
delle donne, saranno in quel regno gloriosi. Il giudice, poi, sa
quale gloria elargire a ciascuno, perché egli in questa vita ha,
nella sua misericordia, prevenuto e gratuitamente giustificato coloro
che lassù, nella sua giustizia, ha decretato di glorificare.
Fulgenzio di Ruspe, La regola della vera fede, 3,33.35
42 - Le proprietà del passero solitario sono cinque:
prima: si porta più in alto possibile; seconda: non sopporta la
compagnia di altri uccelli neppure della stessa specie;
terza: tende il becco verso il vento; quarta: non ha un colore
determinato; quinta: canta soavemente. L'anima contemplativa deve avere
queste cinque proprietà, e cioè deve elevarsi al di sopra delle cose
transitorie, non facendo di esse alcun caso come se non esistessero, e
deve essere così amica della solitudine e del silenzio da non
sopportare compagnia di altra creatura. Deve inoltre tendere il becco
al soffio dello Spirito Santo, corrispondendo alle sue ispirazioni,
affinché comportandosi in tal modo si renda maggiormente degna della
sua compagnia. Non deve avere un colore determinato, non lasciandosi
determinare da alcuna cosa, ma solo da ciò che è volontà di Dio; deve
infine cantare soavemente nella contemplazione e nell'amore del suo
Sposo.
da "Spunti di Amore" di San Giovanni della Croce
Quando Maria fu chiamata a diventare madre del Figlio di Dio, lo
Spirito Santo la santificò prima che lui prendesse dimora in lei. La
liberò da ogni colpa (peccato originale), perché fosse elevata al di
sopra di ogni male, e lui potesse abitare santamente in lei. Egli
purificò sua madre per opera dello Spirito Santo affinché, dimorando
in lei, ne potesse assumere un corpo puro e libero dal peccato.
Affinché il corpo animato che in lei voleva assumere non fosse
macchiato, egli purificò la Vergine con lo Spirito Santo, e solo dopo
in lei abitò. Il Figlio di Dio volle da lei essere piantato
nell`umanità; per questo, ad opera dello Spirito, ne rese prima
libero dal peccato il corpo. Il Verbo scese per farsi carne e perciò,
tramite lo Spirito, purificò colei da cui avrebbe assunto carne, per
essere così a noi in tutto simile, nella sua venuta, fuorché in
questo solo: il suo puro corpo fu libero dal peccato. Quando Dio
volle diventare uomo, purificò quell`unica vergine per opera dello
Spirito e la fece propria madre, affinché il mondo avesse in lui un
secondo Adamo mandato da Dio che, tendendo la mano al primo prostrato
al suolo dal serpente, potesse sollevarlo; affinché il principe di
questo mondo, quando egli lo chiamerà a giudizio e lo condannerà, non
possa trovare in lui peccato alcuno che apra la porta alla morte; e,
infine, affinché Dio uscisse nel mondo come uomo dalla figlia degli
uomini, senza esser tuttavia soggetto alla condanna originale.
Per questo egli santificò, con lo Spirito, questa beata, celebre,
benedetta e purissima vergine, rendendola monda, pura e benedetta
come era Eva prima del suo colloquio col serpente. Le restituì quella
bellezza originale che possedeva la progenitrice prima di gustare il
frutto dell`albero mortifero. Lo Spirito, che scese su di lei, la
fece quale era stata la prima Eva prima di aver ascoltato il
consiglio del serpente, il suo discorso odioso. La pose su quel
gradino su cui stavano Adamo ed Eva prima del peccato, e poi prese
dimora in lei. Concesse a Maria, tramite lo Spirito Santo, la divina
filiazione posseduta da Adamo, il progenitore, perché in lei volle
intrattenersi. Ecco che d`ora in poi tutte le generazioni mi
chiameranno beata (Lc 1,48), disse Maria illuminata nel suo animo,
pensando a suo Figlio. Vide a quale grado eccelso era stata elevata,
vide che il mondo l`avrebbe glorificata con la più alta ammirazione.
Previde già da allora il futuro e annunciò che i popoli della terra
avrebbero proclamata beata la sua verginità. Aveva appreso dallo
Spirito Santo che suo Figlio avrebbe regnato su tutti i popoli; per
questo richiese da tutte le lingue il loro tributo di lode e onore.
Perciò lodiamo anche noi beatamente questa beata, la cui
beatitudine stessa è troppo eccelsa per le lingue del mondo intero.
E` beata perché racchiuse in sé lo Spirito Santo, che la purificò, la
mondò e la rese un tempio in cui il Signore del cielo altissimo prese
dimora. E` beata perché custodì lo splendore mirabile della verginità
e il suo nome rifulgerà splendido in tutti i secoli. E` beata perché
rinnovò la schiatta di Adamo, sollevò i caduti, gettati fuori dalla
casa del padre. E` beata perché, elevata al di sopra della comunione
maritale, poté, come le altre madri, contemplare il figlio amato,
senza arrossirne. E` beata perché il suo corpo non fu mai dissacrato
dal piacere, ma anzi santificato col frutto corporeo della sua
verginità.
E` beata, perché nelle sue viscere anguste e infeconde, si
intrattenne l`Incommensurabile, furono riempite di cielo, per quanto
essa stessa non lo ritenesse possibile. E` beata perché partorì
quell`Antichissimo che aveva dato origine ad Adamo e perché ad opera
sua furono rinnovate tutte le creature fatiscenti di vecchiezza. E`
beata, perché porse il latte a colui, al cui cenno si innalzano i
flutti del mare. E` beata perché portò, abbracciò e strinse al cuore
come proprio figlio quell`eterno eroe che sorregge il mondo con la
sua forza nascosta. E` beata, perché ad opera sua è sorto per i
prigionieri il Liberatore, il quale nel suo ardore spezzò le catene e
recò la pace sulla terra. E` beata, perché poté posare le labbra pure
sulla bocca di colui, davanti al cui splendore i serafini di fuoco
devono schermirsi. E` beata perché nutrì con latte puro colui, dal
quale il mondo intero succhia la vita, quasi da un immenso seno
materno. E` beata, perché tutti i santi ringraziano suo Figlio per la
loro santità. E sia lodato colui che per noi ha voluto santamente
irradiarsi dalla sua purezza!
Giacomo di Batna, Inno alla Vergine santissima
Tu, signore, sei vicino, tutti i tuoi precetti sono veri .
Il Signore è vicino a tutti, perché è in ogni luogo. Non possiamo
sfuggirgli se lo offendiamo, né farla franca se sbagliamo, né
perderlo se ci nascondiamo. Dio osserva ogni cosa, vede tutto, sta al
fianco di ognuno, dicendo: Io sono un Dio vicino.
Dove mai non potrebbe penetrare il Verbo di Dio, lo splendore eterno
che illumina anche le riposte profondità del cuore, là dove nemmeno
il sole fisico può penetrare? Il Verbo di Dio è una spada spirituale
che penetra fino a dividere l'anima, le membra e le midolla. Di esso
il giusto Simeone dice a Maria: Perché siano svelati i pensieri di
molti cuori, anche a te una spada trafiggerà l'anima.
Il Verbo di Dio trapassa dunque l'anima e la rischiara tutta come un
chiarore di luce eterna. E sebbene egli abbia una potenza che si
estende attraverso tutti, che tutti raggiunge e che sta sopra tutti ‑
perché per tutti egli è nato da una vergine, per i buoni e per i
malvagi, come sopra buoni e malvagi fa nascere anche il suo sole ‑,
tuttavia egli riscalda unicamente chi gli si avvicina.
E come tiene lontano da sé lo splendore del sole chi chiude le
finestre della sua casa e sceglie di vivere in un luogo tutto buio,
così chi volge le spalle al Sole di giustizia non può contemplarne lo
splendore e cammina nelle tenebre; e mentre tutti godono della luce,
lui stesso diventa causa della propria cecità.
Spalanca allora le tue finestre al Verbo di Dio, affinché tutta la
tua casa sia illuminata dallo splendore del vero Sole! Apri bene gli
occhi, per mirare il Sole di giustizia che sorge per te.
Dal Commento al salmo 118 dì sant'Ambrogio.
Sermo 19,36.38‑39. PL 15,1480.1481.
Chi ama Cristo osserva i suoi comandamenti.
Chi è in grado di parlare della carità di Dio?
Chi saprebbe dire la sua incomparabile bellezza?
L'altezza a cui giunge la carità è inenarrabile. La carità ci rende
una sola cosa con Dio, "la carità copre la moltitudine dei peccati"
(1Pt 4,8). La carità sopporta tutto, tollera ogni cosa con pazienza
(cfr. 1 Cor 13,4-7). Nella carità tutto è puro, non c'è orgoglio; la
carità non suscita divisioni, non genera dissensi, tutto opera nella
concordia; gli eletti di Dio sono tutti perfetti nella carità, perché
senza di essa nulla è accetto a Dio. Nella sua carità il Signore ci
unì a sé; per la carità che ebbe verso di noi, il nostro Signore Gesù
Cristo diede per volontà divina il suo sangue per noi e il suo corpo
per il nostro, e la sua vita per la nostra vita.
Voi capite, carissimi, quanto grande e meravigliosa sia la carità, e
come non sia possibile spiegare la sua perfezione. Chi merita di
essere trovato in essa all'infuori di quelli che Dio avrà stimati
degni?
Preghiamo dunque, e chiediamo alla sua misericordia di essere trovati
nella carità perfetta, senza alcuna parzialità umana. Tutte le
generazioni, da Adamo fino a oggi, sono passate: ma quelli che per
grazia di Dio si sono perfezionati nella carità ottengono il posto
riservato ai giusti e all'avvento del regno di Dio saranno
riconosciuti.
Infatti è scritto: "Va', popolo mio, entra nelle tue stanze e chiudi
la porta dietro di te. Nasconditi per un momento finché non sia
passato lo sdegno" (Is 26,20), "e ricorderò la mia alleanza" (Gen
9,15), "e vi risusciterò dai vostri sepolcri" (Ez 37,13).
Amici, beati noi se avremo adempiuto nell'unione della carità i
precetti del Signore, di modo che per la carità ci siano rimessi i
peccati. E scritto infatti: "Beato l'uomo a cui è rimessa la colpa e
perdonato il peccato. Beato l'uomo a cui Dio non imputa alcun male e
nel cui spirito non è inganno" (Sal 31,1-2). Questa proclamazione di
beatitudine riguarda coloro che sono eletti da Dio per mezzo del
Signore nostro Gesù Cristo al quale sia gloria nei secoli dei secoli.
Amen.
San Clemente I - Lettera ai Corinzi, 49-50
L'orazione è un sacrificio spirituale, che ha cancellato gli antichi
sacrifici. "Che m'importa", dice, "dei vostri sacrifici senza numero?
Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di gio-venchi; il
sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco. Chi
richiede da voi queste cose?" (cfr. Is 1, 11). Quello che richiede il
Signore, 1'insegna il vangelo: "Verrà l'ora", dice, "in cui i veri
adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità. Dio infatti è
Spirito" (Gv 4, 23) e perciò tali adora-tori egli cerca.
Noi siamo i veri adoratori e i veri sacerdoti che, pregando in
spirito, in spirito offriamo il sa-crificio della preghiera, ostia a
Dio appropriata e gradita, ostia che egli richiese e si provvide. Que-
sta vittima, dedicata con tutto il cuore, nutrita della fede,
custodita dalla verità, integra per innocen-za, monda per castità,
coronata dalla carità, dobbiamo accompagnare all'altare di Dio con il
decoro delle opere buone, tra salmi e inni, ed essa ci impetrerà
tutto da Dio.
Che cosa infatti negherà Dio alla preghiera che procede dallo spirito
e dalla verità, egli che così l'ha voluta? Quante prove della sua
efficacia leggiamo, sentiamo e crediamo! L'antica preghie-ra liberava
dal fuoco, dalle fiere, dalla fame, eppure non aveva ricevuto la
forma da Cristo. Quanto è più ampio il campo d'azione dell'orazione
cristiana! La preghiera cristiana non chiamerà magari l'angelo della
rugiada in mezzo al fuoco, non chiuderà le fauci ai leoni, non
porterà il pranzo del contadino all'affamato, non darà il dono di
immunizzarsi dal dolore, ma certo dà la virtù della sop-portazione
ferma e paziente a chi soffre, potenzia le capacità dell'anima con la
fede nella ricompen-sa, mostra il valore grande del dolore accettato
nel nome di Dio.
Si sente raccontare che in antico la preghiera infliggeva colpi,
sbaragliava eserciti nemici, impediva il beneficio della pioggia ai
nemici. Ora invece si sa che la preghiera allontana ogni ira della
giustizia divina, è sollecita dei nemici, supplica per i persecutori.
Ha potuto strappare le acque al cielo e impetrare anche il fuoco.
Solo la preghiera vince Dio. Ma Cristo non volle che fosse causa di
male e le conferì ogni potere di bene.
Perciò il suo unico compito è richiamare le anime dei defunti dallo
stesso cammino della morte, sostenere i deboli, curare i malati,
liberare gli indemoniati, aprire le porte del carcere, scio-gliere le
catene degli innocenti. Essa lava i peccati, respinge le tentazioni,
spegne le persecuzioni, conforta i pusillanimi, incoraggia i
generosi, guida i pellegrini, calma le tempeste, arresta i malfatto-
ri, sostenta i poveri, ammorbidisce il cuore dei ricchi, rialza i
caduti, sostiene i deboli, sorregge i forti.
Pregano anche gli angeli, prega ogni creatura. Gli animali domestici
e feroci pregano e piegano le ginocchia e, uscendo dalle stalle o
dalle tane, guardano il cielo non a fauci chiuse, ma facendo vibrare
l'aria di grida nel modo che a loro è proprio. Anche gli uccelli
quando si destano, si levano verso il cielo, e al posto delle mani
aprono le ali in forma di croce e cinguettano qualcosa che può
sembrare una preghiera. Ma c'è un fatto che dimostra più di ogni
altro il dovere dell'orazione. Ecco, questo: che il Signore stesso ha
pregato. A lui sia onore e potenza nei secoli dei secoli. Amen.
Dal trattato "Sull'Orazione" di Tertulliano, sacerdote
L'anima interamente occupata nelle realtà divine e sublimi, è infiammata
d'amore spirituale e da brama divina per le bellezze gloriose e splendenti dello
Spirito; ferita da un affetto insaziabile per lo Sposo divino, diventa per così
dire indifferente alle realtà inferiori. Serba ormai il suo desiderio
polarizzato sulle realtà divine, superiori, che la parola non può dire, né il
pensiero umano immaginare.
Le anime davvero reali, che hanno ricevuto in sé l'immutabile potenza della
carità e sono state ferite dal perfetto amore per lo Sposo divino, non hanno più
interesse per le passioni maliziose.
Ma come arrivarono ad essere liberate dallo Spirito?
Proprio a costo di molti lavori e di un gran vigore. Hanno combattuto la lotta
della fede fino al termine e ora sono senza posa attirate verso i misteri
celesti dello Spirito. Totalmente assorbite dalle bellezze splendenti della
divinità, cercano con tutto il cuore quanto vi è di più elevato e migliore.
Infatti la divinità dello Spirito ha bellezze indicibili, varie e infinitamente
molteplici, indicibili, inimmaginabili; esse si svelano a chi ne è degno, per
affascinarlo, dargli gioia, vita, riposo. Lo distolgono dalla terra per fissare
il suo sguardo, sempre più infiammato, sullo Sposo divino e consegnarlo
totalmente al suo amore.
Dalle "Omelie" attribuite a Macario l'egiziano.
Hom. 7,5,2 S Ch 275,131.
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Sapete che il Padre celeste, essendo un Fondo vivente, è con tutto
ciò che vive in lui attivamente proteso verso il Figlio, la sua
eterna Sapienza. E questa Sapienza, con tutto ciò che vive in lei, è
attivamente protesa verso il Padre, vale a dire nel fondo stesso dal
quale esce. In questo incontro tra Padre e Figlio ha origine la terza
Persona, cioè lo Spirito Santo, il loro reciproco Amore, unito con
entrambi nella medesima natura. Tale Amore abbraccia e penetra, con
movimento e fruizione, il Padre e il Figlio e quanto vive in loro, e
con tale ricchezza e gioia che tutte le creature devono tacere
eternamente. Infatti l'incomprensibile prodigio che è racchiuso in
tale Amore oltrepassa eternamente l'intelligenza di tutte le
creature.
Ora tale incontro trinitario, delizioso e senza interruzione, si
rinnova attivamente in noi, in maniera divina. Il Padre si dona nel
Figlio e il Figlio si dona nel Padre in un'eterna compiacenza e in un
amoroso amplesso, e ciò si rinnova in ogni istante nel vincolo
d'Amore.
Come il Padre contempla incessantemente di nuovo tutte le cose nella
nascita del suo Figlio, così tutte le cose vengono amate di nuovo dal
Padre e dal Figlio nell'emanazione dello Spirito Santo. Ecco
l'incontro attivo tra Padre e Figlio, nel quale noi siamo inseriti
amorosamente per mezzo dello Spirito Santo, nell'Amore eterno.
Dall' "Ornamento delle nozze spirituali" di Giovanni Ruusbroeck.
Oeuvres, Paris, t.3°,pp.217-218.