Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove
sono? Come ricorderete, sono queste le parole del Salvatore quando
rimproverò l'ingratitudine dei nove lebbrosi. Essi avevano saputo
rivolgere a Dio domande, suppliche, preghiere, come dice san Paolo,
quando si erano messi a gridare: Gesù maestro, abbi pietà di noi!
Tuttavia mancò loro il rendimento di grazie che conclude la suddetta
enumerazione paolina, perché non tornarono indietro, non vennero a
ringraziare il Signore.
Anche oggi, molti chiedono con una certo accanimento ciò di cui
si riconoscono mancanti; però si direbbe che siano ben pochi quelli
che manifestano un'adeguata riconoscenza per i benefici ricevuti. Non
vi è nulla di male a chiedere con insistenza. Ma se ti mostri
ingrato, in realtà la tua domanda rimane inadempiuta.
Forse è anche per bontà che il Signore non accoglie le richieste
degli ingrati. Così ci evita di essere giudicati tanto più
imperdonabili quanto più tralasciamo di manifestare riconoscenza per
un cumulo di benefici in continuo aumento. In tal caso negare
misericordia è proprio della misericordia.
Beato invece quel Samaritano che riconobbe di non avere nulla
che non avesse ricevuto. Egli custodì il deposito ricevuto e fece
ritorno nel rendimento di grazie. Beato l'uomo che per ogni dono
della grazia, ritorna verso Cristo, nel quale si trova la pienezza di
tutti i doni. Il fatto di mostrarci riconoscenti a lui per i benefici
ricevuti, significa creare in noi lo spazio adeguato a riceverne
ancora di più grandi. L'ingratitudine sola impedisce in noi il
progresso della crescita.
L'uomo felice è colui che si reputa Samaritano, cioè straniero e
il quale, magari per piccoli favori, ringrazia sempre con non piccola
gratitudine. Egli sa perfettamente che i doni del Regno che Dio gli
concede, si rivolgono nella sua persona a un estraneo, cioè a
qualcuno che non ha nessun titolo che lo raccomandi.
Quanto a noi, poveri e miseri come siamo, finché dura la nostra
consapevolezza di essere degli estranei, ci mostriamo timorosi,
umili, devoti. Ma poi dimentichiamo facilmente quanto poco ci erano
dovuti i benefici che Dio ci elargì. A torto presumiamo di essere gli
intimi del Signore, senza far attenzione fino a qual punto
meriteremmo di sentirci dire: I nemici di Dio saranno quelli della
sua casa. Infatti, allora lo offendiamo con più facilità, dimentichi
che i nostri peccati meriteranno di essere condannati con severità
maggiore, secondo le parole del salmista: Se mi avesse insultato un
nemico, l'avrei sopportato.
Fratelli, umiliamoci sempre di più sotto la potente mano di Dio
e mettiamo ogni sforzo a rigettare ben lontana l'ingratitudine,
questo vizio odioso, enorme. Invece, di tutto cuore dedichiamoci al
rendimento di grazie, in modo da attirare su di noi il favore del
nostro Dio, l'unico che ci possa salvare.
E la nostra non sia una riconoscenza solo a parole, a fior di
labbro, ma una riconoscenza capace di tradursi in opere, in realtà
concreta. Infatti un'azione di grazie, vale a dire un ringraziamento
vissuto più che parlato è quanto richiede il Signore nostro Dio,
datore di ogni grazia, lui che è benedetto nei secoli. Amen.
Dai discorsi di san Bernardo.
Sermo XXVII De diversis, 5-6.8. PL 183, 614-616.
Tu, signore, sei vicino, tutti i tuoi precetti sono veri .
Il Signore è vicino a tutti, perché è in ogni luogo. Non possiamo
sfuggirgli se lo offendiamo, né farla franca se sbagliamo, né
perderlo se ci nascondiamo. Dio osserva ogni cosa, vede tutto, sta al
fianco di ognuno, dicendo: Io sono un Dio vicino.
Dove mai non potrebbe penetrare il Verbo di Dio, lo splendore eterno
che illumina anche le riposte profondità del cuore, là dove nemmeno
il sole fisico può penetrare? Il Verbo di Dio è una spada spirituale
che penetra fino a dividere l'anima, le membra e le midolla. Di esso
il giusto Simeone dice a Maria: Perché siano svelati i pensieri di
molti cuori, anche a te una spada trafiggerà l'anima.
Il Verbo di Dio trapassa dunque l'anima e la rischiara tutta come un
chiarore di luce eterna. E sebbene egli abbia una potenza che si
estende attraverso tutti, che tutti raggiunge e che sta sopra tutti ‑
perché per tutti egli è nato da una vergine, per i buoni e per i
malvagi, come sopra buoni e malvagi fa nascere anche il suo sole ‑,
tuttavia egli riscalda unicamente chi gli si avvicina.
E come tiene lontano da sé lo splendore del sole chi chiude le
finestre della sua casa e sceglie di vivere in un luogo tutto buio,
così chi volge le spalle al Sole di giustizia non può contemplarne lo
splendore e cammina nelle tenebre; e mentre tutti godono della luce,
lui stesso diventa causa della propria cecità.
Spalanca allora le tue finestre al Verbo di Dio, affinché tutta la
tua casa sia illuminata dallo splendore del vero Sole! Apri bene gli
occhi, per mirare il Sole di giustizia che sorge per te.
Dal Commento al salmo 118 dì sant'Ambrogio.
Sermo 19,36.38‑39. PL 15,1480.1481.
Allorché celebriamo le feste della Madonna, notiamo come le pagine
del vangelo ci fanno vedere e sentire Maria più vicina a noi. Si
tratta di incontri familiari: ad esempio l'annunciazione, la nascita
del Signore, la visita a Elisabetta, che rendono facile la nostra
conversazione con la Madre di Dio, una conversazione che si svolge
con linguaggio umano. Ne è conferma l'Ave Maria, poiché ella è
nostra, nostra sorella nell'umanità.
I vari misteri della Madonna, anche quelli dolorosi, sono quadri di
vita, ai quali ci è facile accedere almeno in parte, pure rimanendo
noi sempre attoniti di fronte alla loro grandezza e sublimità.
Ma il ricordo degli ultimi punti del santo rosario: l'assunzione e la
gloria di Maria, invece, ce la portano lontano. La Madonna esce dalla
sfera della nostra vita umana; sale, scompare, entra in quell'aldilà
che conosciamo solo per fede e anche per una certa intuizione in
fondo al nostro spirito, predisposto a tale avvenire meraviglioso.
2
Noi intuiamo qualche cosa di questo aldilà, ma ci manca ogni
esperienza. Allora bisogna affidarsi alla immaginazione; bisogna
rendere superlativi e assoluti i termini da noi usati nel linguaggio
terreno, temporale, per figurarci in piccola dimensione l'eterno.
Oggi noi celebriamo proprio l'aldilà di Maria, e possiamo
considerarlo in due momenti: l'istante della sua risurrezione e
quello della sua "entrata" e dimora nel Paradiso, che durerà per
tutti i secoli nella gloria del Signore.
Che cosa stiamo guardando? L'epilogo della storia di Maria. Ci
sarebbe più facile trovarne le ragioni che dirne l'essenza: Maria era
senza macchia di peccato. Il peccato è la causa della morte e quindi
è chiaro che la Madonna non doveva subire la pena della morte anche
se ella ne ha subito la sorte, la dormitio Virginis, come si dice
nell'antica liturgia, specie quella orientale.
3
Appena addormentate, quelle membra santissime, innocenti, si sono
rianimate; hanno ripreso una vita nuova, leggera, trasparente,
trasfigurante. Maria è passata da questo nostro piano di vita
temporale, terrena, a quell'altro per cui restiamo senza parole.
Guardiamo, però, e restiamo abbagliati, come quando si guarda il sole
e si vede che è sorgente di luce e vince la forza della nostra
capacità visiva. Restiamo confusi a tanta luce e allora avviene il
fatto comune di quando si guarda la luce. Si accende un lume: il
primo sguardo è al lume, il secondo alle cose circostanti che ne sono
illuminate.
Cosi avviene nel mistero dell'assunzione: vediamo Maria diventare una
stella del cielo: la stella più bella; diventare, dice sempre la
Scrittura, adattata alla figura della Vergine, bella come la luna,
fulgida come il sole (Ct 6,10) cioè un astro che illumina l'universo,
il nostro panorama terreno.
4
Quale luce ci da in modo speciale questo mistero odierno di Maria?
Ce ne da molte, di luci. Ma quella che ci sembra specifica,
essenziale, caratteristica, è che ci ricorda che la sorte di Maria
sarà la nostra: anche noi siamo dei futuri risorti, siamo vite che il
Signore cosi ha creato da rendere immortali, da destinare a una vita
che trapassa i confini del tempo e gli anni trascorsi quaggiù, cosi
labili, cosi fugaci, cosi logoranti, per darci invece, una vita
piena, perfetta, santa e soprattutto, fuori del tempo. Essa non ha
orologio, limiti, non ha calendario, non si esaurisce nella sua
durata, ma resta assorbita nella sempre fresca, viva, nuova visione
di Dio; è la vita eterna.
Maria ha avuto il privilegio di anticipare questa sorte e di goderla
in una pienezza, in una perfezione che noi non raggiungeremo, sia
pure se noi avremo la stessa sorte, cioè di riprendere dopo la lunga
stagione del nostro sonno nel sepolcro questa nostra stessa carne,
queste stesse nostre membra, la nostra stessa persona fisica nel
tempo.
5
Vorremmo domandare alla luce di tali verità, che il Credo ci fa
ripetere ogni giorno, se siamo veramente convinti che sarà cosi; se
siamo sicuri, se crediamo e avvertiamo la meraviglia stupenda che
tale verità colloca nella nostra maniera di valutare l'esistenza
presente. Essa ha si una importanza grandissima ma è fugace,
effimera, destinata all'altra esistenza, quella garantita dalla
parola del Signore e della quale, nell'odierna festa, abbiamo
splendida conferma.
Vogliamo domandarci, oggi, se tale realtà è presente sia per la
indicibile consolazione che offre, sia per la dignità altissima e
l'importanza senza paragone che essa imprime all'esistenza umana. Per
siffatta realtà la Chiesa è cosi gelosa nella difesa della vita che
nasce, della vita sofferente, della vita che muore.
Tutto concorre ad un atto che Iddio compie per l'eternità, e perciò
la dignità della vita umana diviene qualificata con statura
incommensurabile, bellissima, grandissima. E' la sorte di beatitudine
che esige da tutti vicendevole amore.
6
Una seconda domanda, più pratica ma non meno importante: che
rapporto c'è tra la vita presente e quella futura? Le cose avvengono
automaticamente? Si nasce, cioè, si muore e un giorno si risorgerà
tranquillamente, siccome fatti naturali, insopprimibili?
No. Esistono condizioni precise. La risurrezione esige il
presupposto, da parte nostra, di essere buoni, veri cristiani, di
conoscere la sorte d'essere veramente inseriti nella sorgente della
vita che è Cristo, di essere sin d'ora attratti e compaginati nella
sua misteriosa esistenza. Cristo è la vita: non vi sono su ciò dubbi
o riserve. Noi dobbiamo essere cristiani, dobbiamo essere uniti a
Cristo, giacché se vogliamo davvero che il prodigio della sua vita
risorta sia pure nostro, dobbiamo agire in modo da credere e operare
secondo l'unione indispensabile con lui.
E' la cosa più importante del nostro tempo presente: o cristiani, o
falliti; e il fallimento sarebbe di una portata incalcolabile, Dio
mio, perché eterno.
7
Con la sua assunzione al cielo Maria ci garantisce la possibilità di
ascendere anche noi, se siamo, come lei, uniti a Cristo. Con tanta
madre, la distanza fra noi e Cristo è abbreviata, annullata; e il
Signore ci viene incontro e ci ripete: "Mangia di questo pane e
vivrai in eterno" (Gv 6,58).
In tal modo si raggiunge l'immortalità, cioè l'inserimento della vita
nuova nella nostra povera giornata terrena, che da se sarebbe
enigmatica e forse tormentata e inghiottita dal dubbio.
Siamo esseri mortali, che devono rinunziare al grande sogno della
vita perfetta e della vita eterna? No, di certo. Il Signore ci
dice: "Io ti prometto, se tu credi, se rimani unito a me, se accetti
di vivere cosi, che la tua vita sarà un giorno come quella di Maria".
Cosi nell'unione eterna con Cristo formeremo con lui quella luminosa
società e unità del Corpo mistico che è il segreto dell'intera
creazione e di ogni opera di bontà del genio cristiano.
Celebriamo, perciò, l'odierna festa nella fede della vita eterna,
cercando di raggiungere le supreme conseguenze di tale fede.
8
La Vergine Maria, dall'alto del suo seggio di gloria, ci tende le
braccia perché sentiamo ancora meglio l'invito e la certezza della
sua protezione, l'esempio e il flusso della sua intercessione. Ella
viene sempre in nostro soccorso.
E' bello vivere, con questa agilità e levitazione spirituale, la vita
presente: i dolori, le fatiche, le delusioni, i pesi, le
responsabilità cambiano di gravità; e invece di essere ostacoli
diventano i gradini per raggiungere il traguardo, la vetta a cui
siamo indirizzati.
Che Maria ci aiuti: confidiamo in lei. La visione, la realtà del suo
mistero illumini la nostra vita di speranza, di gaudio anticipato, di
forza morale, di gioia cristiana; e ripetiamo cosi con lei: Quanto è
grande il Signore! L'anima mia magnifica il Signore (Lc 1,46).
Si, egli ha fatto cose grandi a Maria, e anche a noi che siamo, per
divina adozione, fratelli di Cristo e fratelli, nella umanità, di
Maria santissima.
Omelia di papa Paolo VI. 15 agosto 1969. "Insegnamenti di Paolo VI
Poliglotta vaticana, Roma, 1970, t.VII,1292-1297.
Finché saremo agnelli, vinceremo e, anche se saremo circondati da
numerosi lupi, riusciremo a superarli. Ma se diventeremo lupi, saremo
sconfitti, perché saremo privi dell'aiuto del pastore. Egli non pasce
lupi, ma agnelli. Per questo se ne andrà e ti lascerà solo, perché
gli impedisci di manifestare la sua potenza.
È come se Cristo avesse detto: Non turbatevi per il fatto che,
mandandovi tra i lupi, io vi ordino di essere come agnelli e colombe.
Avrei potuto dirvi il contrario e risparmiarvi ogni sofferenza,
impedirvi di essere esposti come agnelli ai lupi e rendervi più forti
dei leoni. Ma è necessario che avvenga così, poiché questo vi rende
più gloriosi e manifesta la mia potenza. La stessa cosa diceva a
Paolo: "Ti basta la mia grazia, perché la mia potenza si manifesti
pienamente nella debolezza" (2Cor 12,9). Sono io dunque che vi ho
voluto così miti.
Per questo quando dice: "Vi mando come agnelli" (Lc 10,3), vuol far
capire che non devono abbattersi, perché sa bene che con la loro
mansuetudine saranno invincibili per tutti.
E volendo poi che i suoi discepoli agiscano spontaneamente, per non
sembrare che tutto derivi dalla grazia e non credere di esser
premiati senza alcun motivo, aggiunge: "Siate dunque prudenti come
serpenti e semplici come colombe" (Mt 10,16). Ma cosa può fare la
nostra prudenza, ci potrebbero obiettare, in mezzo a tanti pericoli?
Come potremo essere prudenti, quando siamo sbattuti da tante
tempeste? Cosa potrà fare un agnello con la prudenza quando viene
circondato da lupi feroci? Per quanto grande sia la semplicità di una
colomba, a che le gioverà quando sarà aggredita dagli avvoltoi?
Certo, a quegli animali non serve, ma a voi gioverà moltissimo.
E vediamo che genere di prudenza richieda: quella "del serpente".
Come il serpente abbandona tutto, anche il corpo, e non si oppone pur
di risparmiare il capo, così anche tu, pur di salvare la fede,
abbandona tutto, i beni, il corpo e la stessa vita.
La fede è come il capo e la radice. Conservando questa, anche se
perderai tutto, riconquisterai ogni cosa con maggiore abbondanza.
Ecco perché non ordina di essere solamente semplici o solamente
prudenti, ma unisce queste due qualità, in modo che diventino virtù.
Esige la prudenza del serpente, perché tu non riceva delle ferite
mortali, e la semplicità della colomba, perché non ti vendichi di chi
ti ingiuria e non allontani con la vendetta coloro che ti tendono
insidie. A nulla giova la prudenza senza la semplicità.
Nessuno pensi che questi comandamenti non si possano praticare.
Cristo conosce meglio di ogni altro la natura delle cose. Sa bene che
la violenza non si arrende alla violenza, ma alla mansuetudine.
Dalle "Omelie sul vangelo di Matteo" di san Giovanni Crisostomo,
vescovo (Om. 33,1.2; PG 57,389-390)
Carissimi, non ho la possibilità di accedere spesso ad internet, ma in
questi ultimi mesi mi sono dedicato ad affrontare un tema molto
impegnativo sollecitatomi da alcuni del mio gruppo e che ho pensato
possa essere di interesse anche per altri. Perdonate se lo scritto è
un pò lungo ma non poteva essere diversamente data la delicatezza
della tematica.
Nella cronaca quotidiana ci sono sempre tragedie che spengono la vita
di tante persone, come le catastrofi che avvengono in natura, gli
attacchi terroristici, o altri eventi disastrosi.
Nella storia passata e recente vi sono state innumerevoli guerre e
distruzioni, i regimi totalitari hanno sterminato molte diecine di
milioni di persone, e ai nostri giorni sono stati eliminati miliardi
di esseri viventi con l'aborto volontario.
Al di là degli eventi collettivi, ognuno di noi a livello individuale
soffre dolori, malattie fisiche o psicologiche, incidenti e morte.
Non di rado accade di veder soffrire anche persone timorate di Dio e
che si sforzano di servirlo, e di vedere al contempo persone che non
si preoccupano affatto né di Dio né di osservare i suoi comandamenti,
i quali appaiono felici nella loro spensieratezza ed opulenza,
ostentata talora orgogliosamente e a volte a discapito di altri che
vengono da essi sfruttati, maltrattati, e finanche uccisi.
E' normale porsi la domanda: Perché Dio non interviene? Perché sembra
non preoccuparsi di noi? Come si spiegano tanti mali e come si
conciliano con un Dio che noi riteniamo onnisciente, onnipotente,
amorevole e giusto? In una delle espressioni attribuite a Epicureo già
queste domande venivano poste in modo sottile:"La divinità o vuol
togliere i mali e non può; o può e non vuole; o né vuole né può, o
infine, vuole e può. Se vuole e non può, è impotente; e la divinità
non può esserlo. Se può e non vuole è invidiosa, e la divinità non può
esserlo. Se non vuole e non può, è invidiosa e impotente e la divinità
non può esserlo. Se vuole e può, che è la sola che le è conforme,
donde viene l'esistenza dei mali e perché non li toglie?"
Coloro che non sono riusciti a trovare una risposta sensata a queste
domande, e non hanno visto intervenire Dio per risolvere subito e
positivamente le sofferenze umane, hanno concluso che Egli non esiste,
o che se esiste gode nel farci soffrire oppure che ci ha abbandonati a
noi stessi.
L'orientamento della nostra fede e della nostra vita, dipende molto
dalla risposta a questa importante domanda che non è né semplice né
scontata. Tuttavia facendo ricorso ai mezzi che abbiamo a
disposizione, è anche ragionevole sperare di trovare una risposta valida.
Molti grandi pensatori cristiani hanno affrontato questo difficile
argomento dal punto di vista filosofico e teologico: basti ricordare
s.Agostino e s.Tommaso d'Aquino. Le loro stringenti argomentazioni
restano tuttora fondamentali e portano a comprendere molti aspetti del
problema del male. Basti qui ricordare alcune loro deduzioni basilari:
se esistesse un Dio del male, assoluto e perfetto nel male,
tenderebbe a distruggere anche se stesso, il che è assurdo; quindi
solo il Bene assoluto, che è l'unico Dio ha una sussistenza eterna e
permette che tutte le cose abbiano una origine, un ordine, un'armonia;
il male quindi non è che una diminuzione, una deviazione o una
deformazione del bene. L'allontanamento da questo Bene, porta al
male. In sostanza anche il principale agente del male deve
necessariamente essere stato creato con tutta la perfezione della sua
natura, compresa quindi la libertà per mezzo della quale poteva
decidere se allontanarsi dal sommo Bene.
La riflessione che segue è fatta in modo semplice e si avvale della
osservazione, della ragione e soprattutto della Rivelazione, che ci
permette di conoscere, cercando tra le "carte" del principale
"Indagato", i motivi del suo agire.
Dalla osservazione possiamo rilevare che la natura possiede delle
leggi di ordine fisico, chimico, dinamico o di altro genere,
attraverso cui generalmente ciò che accade è l'effetto di una
determinata causa.
Attraverso l'esplicarsi delle leggi inscritte nella creazione, ( la
natura con i propri moti, e l'uomo con i propri atti positivi o
negativi), si producono dei miglioramenti oppure dei danni che si
possono ripercuotere su lui stesso, o sui propri simili, sia
immediatamente che successivamente, anche sui propri stessi
discendenti per la legge della ereditarietà. Ad esempio l'immissione
nell'atmosfera, nei mari o nei terreni di tante sostanze nocive può
causare malattie anche mortali a piante, animali ed uomini per molte
generazioni. Altre volte i processi naturali sono indipendenti
dall'azione dell'uomo e se non ben conosciuti, o possibilmente
evitati, possono causare disastri come ad esempio le tempeste, le
valanghe, i terremoti ecc
L'uomo, sfruttando la conoscenza delle leggi della natura può
intervenire decidendo liberamente molte cose, sia individualmente che
insieme ad altri uomini, i quali determinano in base alle loro
decisioni degli effetti che saranno positivi o negativi costruttive o
distruttive, per far vivere o far morire e questo ci permette di
dedurre che l'uomo possiede la libertà di scegliere tra il bene e il
male con innumerevoli sfumature che possono accentuare l'una o l'altra
possibilità. Una decisione individuale o collettiva può determinare
una serie di effetti che si ripercuoteranno su essi stessi o su altri
individui interferendo con l'altrui libertà, limitandola o
promuovendola. Tanto per fare un esempio, le statistiche ci confermano
che quando aumenta l'uso del fumo, della droga o dell'alcol si ha un
maggior numero di effetti negativi anche mortali e la responsabilità
non può essere imputata a Dio ma a chi ne usa pur sapendo dei rischi
che si corrono o si fanno correre ad altri indirettamente. Se poi
pensiamo a tanti sfruttamenti, violenze, soprusi, eccidi che si
perpetuano tra gli uomini possiamo dedurre che è possibile
generalmente fare del male in aperto contrasto con i comandamenti di
Dio, senza che Egli intervenga subito in modo straordinario per
impedire né l'attuazione né le conseguenze di questo male. E' chiaro
però che la responsabilità di questi mali non è da imputare a Dio come
talora si potrebbe a torto pensare. (cf. Mal.3,13 ss)
Se noi non fossimo liberi di scegliere tra il bene e il male, sia come
responsabili di noi stessi, sia come responsabili della natura che è
affidata alle nostre cure, saremmo semplicemente degli automi
programmati a senso unico e quindi incapaci di sentimenti e decisioni
autonome, di esprimere una nostra creatività, di coltivare un
qualsiasi vero sentimento, né di amare sinceramente nessuno: in
sostanza non saremmo affatto degli esseri a cui è stato fatto il dono
prezioso della libertà, come elemento irrinunciabile della nostra
perfezione originaria, ma solo dei sudditi programmati e costretti ad
ubbidire. Anche per questo dovremmo far fruttare le nostre capacità
facendo uso della nostra libertà nel rispetto delle leggi di Dio e
della natura, al fine di realizzarci, senza attendere passivamente che
le cose ci provengano solo dall'alto, anche se è certo che Dio aiuta
gli uomini di buona volontà.
Possiamo ancora pensare che se Dio intervenisse nel modo che vorremmo
noi, per impedire agli uomini di commettere un qualsiasi tipo di
errore colpevole o meno, voluto o involontario, per quanto ci è dato
di scoprire, si avrebbero comunque diversi problemi evidenti, quali
ad esempio:
- un impedimento, una violazione costante dell'esercizio della libertà
umana che invece per essere un vero bene deve essere rispettato.
- Dio sarebbe costretto a fare una serie continua di prodigi per
affermare il Suo potere e limiterebbe la Sua libertà di intervenire
solo quando e come lo ritenesse opportuno.
- violerebbe continuamente le leggi della natura che Egli ha creato
dovendo provvedere a impedire il compiersi di ogni errore o di ogni
danno conseguente.
- toglierebbe a tutti la possibilità e il merito di esercitare la Fede
e le altre virtù, in quanto risulterebbe continuamente evidente e
ingombrante la Sua presenza, avvertita come repressiva e oppressiva.
Un intervento costante di Dio per interferire, limitare o annullare la
responsabile autorealizzazione dell'uomo e le sue libere decisioni,
sarebbe perciò inopportuno. Tuttavia Dio non è mai né indifferente nè
assente dalla scena umana lasciando che ognuno si arrangi o faccia
tutto a proprio capriccio. Ha dato degli ordinamenti sia
scritti che incisi nella coscienza individuale, che se tutti ne
tenessero conto si avrebbe armonia sia nell'uomo stesso che nella
natura, mentre invece tutto è stato stravolto (cf.Rom.8,22). Comunque
Dio non manca di illuminare gli uomini per guidarli in ciò che Egli
desidera per il nostro bene, di far sentire i suoi richiami amorevoli,
di far annunciare la sua Parola che contiene tutto quanto all'uomo è
necessario sapere, né manca di assisterlo in tanti modi, prevenendo,
accompagnando e seguendo tutti; ma poi vuole che ognuno decida
liberamente se corrispondere o meno ai suoi richiami che fa sentire
nella coscienza. Purtroppo però molti seguono il richiamo materiale
del piacere, del potere o del prevalere e tutto ciò comporta
innumerevoli mali a sé e agli altri.
Paradossalmente in questo nostro mondo non sempre avviene ciò che Dio
vuole ma spesso ciò che non vorrebbe, anche se noi credenti potremmo
pensare che tutto è direttamente voluto e determinato da Dio. La prova
più evidente di questo è che i Comandamenti, dati da Dio quale
espressione del suo volere per il bene degli uomini, non sono quasi
mai messi in pratica; e quindi ciò che accade in noi o intorno a noi è
spesso il risultato non della compiacenza di Dio ma della Sua
contristata sopportazione.
Quando Gesù dice che non cade a terra un passero senza la volontà del
Padre, intende dire che tutto accade per permissione di Dio, ma non
che tutto gli è gradito. Dio è la causa prima di tutte le cose e non
si potrebbe far nulla se Lui non avesse dato inizio alla creazione e
non permettesse ciò che noi decidiamo liberamente di fare, ma non è
direttamente responsabile delle cause seconde e cioè degli effetti
conseguenti ai nostri continui errori, anche se li tollera o li
permette in vista di motivazioni che cercheremo di individuare nella
Scrittura.
Quando diciamo: "Sia fatta la tua volontà" oltre a
chiedere che tutto si svolga secondo i progetti di Dio, dovremmo anche
intendere "sia fatta da noi la Tua volontà" oppure "sia fatta la tua
volontà come rimedio ai nostri errori".
La libera volontà di Dio, per quanto possiamo dedurre, interagisce
con la libera volontà dell'uomo e spesso è conseguente ad essa. Ad
esempio Cristo non sarebbe stato costretto ad incarnarsi, a soffrire e
morire se l'uomo non avesse deciso superbamente di diventare come Dio
sostituendosi a Lui. Dio non avrebbe mandato il diluvio se gli uomini
non fossero stati tanto malvagi. Prima di distruggere Sodoma e
Gomorra, Dio avrebbe voluto che vi fosse almeno un manipolo di giusti
per risparmiare tali città, ma non ne trovò che uno solo. Cambiò la
sua volontà decisa di distruggere Ninive quando i suoi malvagi
abitanti si pentirono, risparmiando la città. Così pure in tante
manifestazioni della volontà divina, troviamo che il più delle volte
Egli opera in modo da servirsi di taluni mali per riportare l'armonia
nelle creature, analogamente a quanto fa per esempio un chirurgo che
per ottenere la guarigione di un organo malato deve usare metodi e
strumenti che fanno male durante l'uso ma sono finalizzati alla
salute finale. Dio quindi, quando non ottiene che noi compiamo ciò
che direttamente desidera e cioè la sua reale volontà, mette
provvidenzialmente in atto la volontà di poter comunque trovare un
rimedio, cercando di raddrizzare, restaurare o migliorare ciò che noi
andiamo man mano distorcendo o distruggendo, analogamente a quanto fa
un premuroso padre di famiglia che cerca di rimediare alle cadute e
agli errori dei figli.
Siccome non è estraneo ai nostri mali, né incapace di risolverli, Dio
sa come trovare la soluzione agli errori, alle colpe e ai danni
prodotti dall'uomo che non ha né desiderati né predeterminati Lui,
altrimenti sarebbe andato contro se stesso, ma che essendo
onnisciente sapeva in anticipo che si sarebbero concretizzati.
Prima ancora che l'uomo decidesse di rovinare il meraviglioso disegno
originario, Dio sapeva come avrebbe dovuto porvi rimedio (cf
Gen.3,15). E allo stesso modo Dio sa già come rimediare ai mali
provocati da ogni uomo, facendo in modo che non venga lesa la libertà
umana che Egli stesso ha donato, che le leggi della natura trovino
la loro attuazione, che non venga meno la Sua stessa libertà, che
l'uomo non debba credere per forza alla Sua esistenza e non si debba
piegare coercitivamente e immediatamente alla Sua volontà.
Vi sono ancora altri fattori di cui Dio deve tener conto, che
risultano dalla Scrittura e in determinati casi anche
dall'osservazione: quelli legati all'azione degli angeli ribelli, la
cui libertà viene anch'essa rispettata da Dio. Essi spingono l'uomo
al male e provocano il male essi stessi. Se Dio impedisse loro di
esercitare la libera attività, potrebbe risultare che Egli rinunci a
mostrare anche ad essi la sua pazienza, di non saper accettare le loro
sfide concedendo loro di mettere alla prova la fedeltà umana. (cf.
libro di Giobbe e Luca 21,31). Ma anche la loro azione non sfugge alla
prescienza e alla provvidenza divina che ha posto ad essi dei limiti.
Se gli operatori del male non avessero delle restrizioni avrebbero
già distrutto tutto il creato. (cf Sal.123,1-8). Infatti nel mondo vi
sono, oltre a tanti mali, anche tanti esempi e operatori del bene,
compresa l'opera costante e benefica degli angeli fedeli a Dio.
Infatti nonostante tutte le atrocità, l'umanità non si è ancora
estinta e la Chiesa nonostante tutti gli attacchi dall'interno e
dall'esterno, continua la sua missione (cf.Mt,16,18). Dio sostiene
ancora tutto il creato, perché, se togliesse il Suo sostegno, esso non
esisterebbe più. (cf. Col. 1,16-17) E' comunque da
ricordare che il male dispiegherà il massimo della sua potenza di
inganno e di crudeltà nel tempo finale, relativamente breve per divina
disposizione, in cui i credenti saranno sottoposti a una prova
eccezionale. (cf.2Tess.2,3 e Matt.24,12-22 cf.Catechismo art.675)
Di fronte a tale quantità e complessità di fattori, Dio procede in
modo da interagire con l'uomo e con gli altri esseri invisibili,
tutti da Lui dotati di libertà e di dignità, nonché con le leggi della
natura da Lui creata, con la massima discrezione, saggezza, giustizia
e soprattutto con il Suo Amore anche quando non vediamo il suo operare.
Egli può tuttavia sospendere, o diversamente orientare qualsiasi
evento della natura o qualsiasi decisione degli esseri creati con un
intervento soprannaturale, come supremo ordinatore, sommamente libero
e onnipotente, quando lo ritiene necessario per un suo imperscrutabile
disegno.
Stando a quanto ci riferisce non solo la Scrittura ma anche la
narrazione di tante vicende umane apprendiamo che ci sono stati molti
interventi soprannaturali ma, almeno secondo la nostra osservazione, è
più frequente vedere il normale svolgimento dell'ordine naturale
delle cose.
Dalla Scrittura si evince che questi eventi straordinari hanno il
fine di risolvere non tanto il problema contingente ma di essere un
segno manifesto (cf.Gv.6,26) per offrire a noi la prova che Dio non è
lontano dall'uomo, non è indifferente, non gli è nemico ma innamorato
di lui, e che è in grado di risolvere qualsiasi problema anche se
evidentemente ritiene necessario non risolvere tutto come vorremmo noi
(cf.Mt 24,6). In sostanza tutto è possibile a Dio ma non tutto è
conveniente che faccia, tutto possiamo anche chiedergli ma non tutto
ci gioverebbe (cf.Giac.4,3).
Tali interventi divini non rispondono a delle regole fisse che gli
uomini possano padroneggiare. Infatti non è scontato che la Fede e
la preghiera e neppure l'essere osservanti dei comandamenti, producano
automaticamente un determinato risultato così come ce lo aspetteremmo.
(cf. Ger.15,10-21 e Sal. 9,22ss) Permise che venissero decapitati
Giovanni Battista e Giacomo apostolo ma fece liberare Pietro dal
carcere in modo soprannaturale da un angelo.
Ogni tentativo di forzare le decisioni divine sconfinerebbe nella
superstizione o peggio nella magia che è uno dei più gravi mali che
gli uomini possano fare, in quanto anziché piegare la volontà di Dio,
pur di ottenere ciò che si pretende, si rischia di essere asserviti ai
demoni che disponendo di talune facoltà potrebbe sembrare che
arrechino qualche beneficio.
Gesù pur implorando di essere risparmiato dal bere il calice amaro
della passione non ottenne quel risultato, ma accolse il volere del
Padre. Paolo pur pregando ripetutamente per essere affrancato da
quella che definiva "la spina nella carne", non ottenne ciò che
avrebbe desiderato lui ma ciò che il Signore riteneva strettamente
necessario (cf 2Cor.12,7 ss); accade invece talora che ottenga un
miracolo chi non se lo aspetta o chi addirittura non crede. Paolo
era persecutore dei Cristiani quando ottenne per Grazia straordinaria
di essere chiamato a diventare il più grande promotore del
cristianesimo. Dio non ha debiti con nessuno e anche gli eventuali
meriti umani sono da attribuire alla sua Grazia e ai suoi doni, nulla
infatti potremmo fare senza di Lui: quindi non possiamo far valere
diritti, anche se Lui saprà ricompensare ciascuno secondo il proprio
operato al momento opportuno, e comunque certamente nel giorno del
giudizio. (cf Rom 2,6) La Fede, la carità e la preghiera, avvicinano
al Bene e permettono che si riduca il male. Dio si serve anche dei
suoi fedeli per ridurre il male nel mondo e soccorrere tanti che
soffrono. Quando apparentemente non ci ascolta è perché sta operando
in un modo che recherà vantaggi diversamente ma più opportunamente di
come ce lo aspettiamo e non solo a noi stessi. La Passione e morte di
Cristo se fosse stata evitata, come egli aveva umanamente implorato
in quel momento, non avrebbe prodotto il massimo beneficio possibile
all'umanità.
Dio in realtà sempre ascolta le preghiere esaudendole nel modo più
conveniente e per questo Gesù assicura che se la sua parola resta in
noi, il Padre concederà ciò che chiediamo (cf.Gv.15,7): ma questo
presuppone l'uniformarsi alla sua volontà (cf.1Gv 5,14); inoltre non
si precisa né come né quando lo concederà: questo dobbiamo lasciarlo
decidere a Lui. Nell'immediato potrebbe concedere di essere
fortificati per fronteggiare la situazione emergente, per resistere
nelle prove, per avere le ispirazioni opportune e agire con la
prudenza del caso evitando mali maggiori, per agire convenientemente
in quelle cose che competono a noi; in ogni caso la preghiera è il
mezzo ordinario per chiedere umilmente ed ottenere anche grazie
straordinarie se Dio lo desidera. Però se non vediamo il risultato
delle nostre preghiere, dobbiamo essere certi che Dio opera
continuamente come ci assicura Gesù, "il Padre mio opera sempre, e
anch'io opero" (Gv.5,17) "nel segreto" (cf.Mt 6,6) cercando di
condurre tutto e tutti alla salvezza nel rispetto di ciascuno e
donando comunque la grazia attuale strettamente indispensabile.
(cf.2Cor.12,9)
Possiamo supporre, esaminando diversi testi della Scrittura, che Dio
abbia cercato di adottare pazientemente una serie di misure nei
confronti degli uomini facendoli maturare progressivamente in un clima
di reciproco rispetto.
Questa ipotesi trova riscontro ad esempio nella vicenda del popolo
eletto che viene liberato dalla schiavitù attraverso numerosi e
grandiosi interventi divini, ma anche attraverso lunghi e penosi
silenzi. Trascorsero ben 430 anni di schiavitù degli ebrei in Egitto,
quando Dio decise di provvedere alla loro liberazione (cf Gal.3,17),
annunciando a Mosè: "ho veduto l'afflizione del mio popolo e sono
sceso per liberarlo" (Esodo 3,7) . Ci vollero poi altri 40 anni di
tribolazioni nel deserto prima di arrivare alla terra promessa, che
però Mosè vide solo da lontano, e molti ebrei infedeli non videro
affatto. Abramo dovette attendere di essere centenario prima di avere
Isacco quale unico figlio, che oltretutto gli fu anche chiesto in
sacrificio rischiando quindi di non poter mai vedere realizzata la
promessa di avere una discendenza numerosa come le stelle del
firmamento. Ma Abramo ebbe fede e gli fu concessa la discendenza
promessa, che però nella vita terrena intravide soltanto. La vita
terrena di Gesù fu una pena continua e un grande apparente fallimento.
Avendo tanti esempi come questi, dobbiamo fare solo un atto di
FIDUCIA in Dio e rimanergli FEDELI. E' questa la Fede che ci è
chiesta. Dobbiamo credere che quando vi è qualcosa di ingiusto,
doloroso e insopportabile, il Padre attraverso il Figlio soffre con
noi ma non rimane inerte e sa già come operare per trovarne la
soluzione, anzi, tiene conto di tutti i fattori in gioco per portare
tutto a compimento nei tempi necessari. Anche quando una vicenda si
concludesse definitivamente e negativamente con la sconfitta e con la
morte, che presto o tardi, più o meno dolorosamente si verifica per
tutti, il maggior male potrà essere in realtà risolto definitivamente
e positivamente nella gioia del Suo Regno che a noi non è ancora dato
sperimentare né misurare. Gesù infatti assicura che i capelli dei
suoi fedeli son tutti contati (Luca 12,7) e li invita a non temere la
morte del corpo, ma solo la morte dell'anima (cf Mt 10,28), per
evitare la quale, Egli ha restituito al Padre il frutto che era stato
con superbia tolto, offrendo se stesso con estrema umiliazione come
frutto a Lui gradito e perfetto, sull'albero della Croce, al fine di
risolvere alla radice il vero male che è il peccato e la morte
spirituale che ne è l'ultima conseguenza. L'astuzia del serpente ha
sempre cercato di corrompere il bene per conseguire il male, mentre la
sapienza del Creatore si propone di far concorrere anche i mali, al
bene di coloro che sperano in Lui, finché un giorno tutto sarà
risolto, secondo giustizia e misericordia. (cf.Isaia 42,14 e 65,17-18
Rom.8,28 2Pietro 3,13 Matt.5,1 ss) . Sta ora a noi e alla nostra
libertà accettare questo dono gratuito di salvezza.
Dalla Scrittura si possono ricavare molte ragioni che spiegano
l'esistenza del male sulla terra.
Quelle elencate qui di seguito sono tra le più evidenti:
Per un atto libero di ribellione di Lucifero che ha trascinato altri
nella sua insensata decisione:
Is14,12 Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell'aurora?
Come mai sei stato steso a terra, signore di popoli? 13 Eppure tu
pensavi: Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono,
dimorerò sul monte dell'assemblea, nelle parti più remote del
settentrione. 14 Salirò sulle regioni superiori delle nubi, mi farò
uguale all'Altissimo. 15 E invece sei stato precipitato negli inferi,
nelle profondità dell'abisso!...
Per la conseguenza del peccato originale commesso liberamente dai
progenitori:
Ro 5,18 …per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini
la condanna,….
Per il rispetto di Dio della libertà individuale e collettiva che
spesso sceglie il male:
De 30,19 Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io
ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la
maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza…
Ap 3,20 Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce
e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.
Per l'esplicarsi delle leggi di una natura stravolta dal peccato, che
l'uomo a volte subisce e con cui deve cercare di interagire:
Ro 8,22 Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre
fino ad oggi nelle doglie del parto; 23 essa non è la sola, ma anche
noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente
aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo
Mat 7,26 Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica,
è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia.
27 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si
abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande».
Lu 13,4 O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li
uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di
Gerusalemme? 5 No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti
allo stesso modo».
2Co 11,24 …tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una
notte in balìa delle onde. 26 Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi,
pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai
pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare,
pericoli da parte di falsi fratelli; 27 fatica e travaglio, veglie
senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità…
Per effetto o conseguenza di qualche colpa
Mat 9,2 Ed ecco, gli portarono un paralitico steso su un letto. Gesù,
vista la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figliolo, ti sono
rimessi i tuoi peccati».
Ger 14,10 Così dice il Signore di questo popolo: «Piace loro andare
vagando, non fermano i loro passi». Per questo il Signore non li
gradisce. Ora egli ricorda la loro iniquità e punisce i loro peccati.
Per correggere e condurre al ravvedimento:
Ebrei 12,5-7. "-Figlio mio, non disprezzare la disciplina del Signore,
e non ti perdere d'animo quando sei da Lui ripreso; perche il Signore
corregge quelli che Egli ama, e punisce tutti coloro che riconosce
come figli.- Sopportate queste cose per la vostra correzione. Dio vi
tratta come figli; infatti qual è il figlio che il padre non corregga?"
Ebrei 12,11 "E' vero che qualunque correzione sul momento non sembra
recar gioia, ma tristezza: in seguito, tuttavia, produce un frutto di
pace e di giustizia in coloro che sono stati addestrati per mezzo di
essa"
2Macc 6,12 Io prego coloro che avranno in mano questo libro di non
turbarsi per queste disgrazie e di considerare che i castighi non
vengono per la distruzione ma per la correzione del nostro popolo.
1Cor 5,5 questo individuo sia dato in balìa di satana per la rovina
della sua carne, affinché il suo spirito possa ottenere la salvezza
nel giorno del Signore…
Sap 12,2 Per questo tu castighi poco alla volta i colpevoli e li
ammonisci ricordando loro i propri peccati, perché, rinnegata la
malvagità, credano in te, Signore.
Le 26,23 Se nonostante questi castighi, non vorrete correggervi per
tornare a me, ma vi opporrete a me, anch'io mi opporrò a voi.
Sal 118,71 Bene per me se sono stato umiliato, perché impari ad obbedirti.
Per far maturare e acquisire delle virtù:
Ro 5,3 … noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la
tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata 4 e la
virtù provata la speranza.
Per prevenire che si radichi o si sviluppi qualche vizio:
2Cor.12,7 Perché non montassi in superbia per la grandezza delle
rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di
satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia.
8 A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che
l'allontanasse da me. 9 Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia;
la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi
vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me
la potenza di Cristo. 10 Perciò mi compiaccio nelle mie infermità,
negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce
sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.
Per mettere alla prova la fedeltà dei credenti:
Giob 1,9 Satana rispose al Signore e disse: «Forse che Giobbe teme Dio
per nulla? 10 Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua
casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani
e il suo bestiame abbonda di terra. 11 Ma stendi un poco la mano e
tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia!». 12 Il Signore
disse a satana: «Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stender
la mano su di lui»...
2Cor 8,1 Vogliamo poi farvi nota, fratelli, la grazia di Dio concessa
alle Chiese della Macedonia: 2 nonostante la lunga prova della
tribolazione, la loro grande gioia e la loro estrema povertà si sono
tramutate nella ricchezza della loro generosità.
Giac 1,12 Beato l'uomo che sopporta la tentazione, perché una volta
superata la prova riceverà la corona della vita che il Signore ha
promesso a quelli che lo amano.
1Pt 1,7 … perché il valore della vostra fede, molto più preziosa
dell'oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco,
torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo:
2Pt 2,9 Il Signore sa liberare i pii dalla prova e serbare gli empi
per il castigo nel giorno del giudizio…
Lu 22,31 Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come
il grano; 32 ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede;
Ap 2,10 Non temere ciò che stai per soffrire: ecco, il diavolo sta per
gettare alcuni di voi in carcere, per mettervi alla prova e avrete una
tribolazione per dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e ti darò la
corona della vita.
Ap 3,10 Poiché hai osservato con costanza la mia parola, anch'io ti
preserverò nell'ora della tentazione che sta per venire sul mondo
intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra.
Per purificare e perfezionare i credenti:
Sal 25,2 Scrutami, Signore, e mettimi alla prova, raffinami al fuoco
il cuore e la mente.
Mal 3,3 Siederà per fondere e purificare; purificherà i figli di Levi,
li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore
un'oblazione secondo giustizia.
At 14,22 rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella
fede poiché, dicevano, è necessario attraversare molte tribolazioni
per entrare nel regno di Dio.
Giov 16,33 Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi
avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!».
per conseguire un fine provvidenziale di bene per molti:
Gen 50,20 "Io sono Giuseppe, il vostro fratello, che voi avete venduto
per l'Egitto. Ma non vi rattristate e non vi crucciate per avermi
venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per
conservarvi la vita"
Gen 45,4-5 "Se voi avevate pensato del male contro di me, Dio ha
pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si
avvera: far vivere un popolo numeroso".
Ro 8,28 Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro
che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno.
Lu 24,25 Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere
alla parola dei profeti! 26 Non bisognava che il Cristo sopportasse
queste sofferenze per entrare nella sua gloria?».
Eb 2,10 Ed era ben giusto che colui, per il quale e del quale sono
tutte le cose, volendo portare molti figli alla gloria, rendesse
perfetto mediante la sofferenza il capo che li ha guidati alla salvezza.
Per rendere partecipi delle sofferenze di Cristo a beneficio del Suo
Corpo mistico:
Col 1,24 Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e
completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a
favore del suo corpo che è la Chiesa.
Tanti motivi sono sufficienti per rispondere alla domanda: "Perché
Dio, se può e vuole, non toglie tanti mali dal mondo? In sintesi la
risposta è che Egli li toglierà al momento opportuno dopo che anche i
mali saranno serviti a far maturare noi o altri o a farci dare un
contributo per il Suo disegno di salvezza.
Il bene dell'umiltà per sua natura innalza ed è amato da Dio. Poiché
l'umiltà distrugge quasi tutti i mali che pullulano in noi e sono
odiosi a Dio, è naturalmente ardua da procurarsi.
Facilmente potresti trovare, in un uomo solo, alcune parziali
operazioni di molte virtù; ma se volessi cercare in lui il profumo
dell'umiltà, lo troveresti con grande fatica. Vedi come è necessaria
molta sollecitudine per giungere a possedere l'umiltà?
Ci sono molte operazioni della mente capaci di procurarci il bel dono
dell'umiltà, se pero non trascuriamo la nostra salvezza. Per esempio,
fa ottenere l'umiltà il ricordo dei peccati commessi in parole, in
opere, col pensiero; e ci sono moltissime altre cose che
contribuiscono a renderci umili e sono colte mediante la
contemplazione.
La vera umiltà produce anche questo risultato: fa sì che tu ripassi
nella mente, una per una, le buone azioni del prossimo e magnifichi
dentro di te le sue altre superiorità naturali, mentre esamini le
azioni altrui, confrontandole con le tue proprie. Così la mente,
vedendo quanto la propria piccolezza sia lontana dalla perfezione dei
fratelli, si considera terra e cenere, non un uomo, ma un cane,
perché di fronte a tutti gli esseri ragionevoli della terra, è
manchevole e inferiore sotto ogni aspetto.
Dal "Discorso sulla sobrietà e la virtù" di Esichio Sinaita.
De temperantia et virtute, I,63.64. PG 93,1500.1501.
Dal vangelo secondo Luca 16,19-31
Gesù diceva questa parabola: "C'era un uomo ricco che vestiva di
porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un
mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta".
---------------------------------------------------------------------
Soccorri Cristo nella persona dei suoi fratelli, tanto i grandi
quanto i piccoli, perché alla fine della vita egli ti benedica e tu
riceva in dono il regno preparato per te. Cristo allora ti verrà
incontro raggiante e ti dirà: Vieni, benedetto del Padre mio, ricevi
in eredità il regno preparato per te fin dalla fondazione del mondo.
Perché io ho avuto fame e tu mi hai dato da mangiare, ho avuto sete e
mi hai dato da bere; ero forestiero e mi hai ospitato, nudo e mi hai
vestito, malato e mi hai visitato, carcerato e sei venuto a trovarmi.
Fa' dunque a lui qui in terra tutto il bene che puoi, perché
egli lassù te ne sia grato. Egli accetta da te tutto quello che hai,
senza esigere grandi cose; si accontenta persino di un bicchiere
d'acqua fresca, promettendoti in cambio una ricompensa magnifica.
Basta la buona volontà e sarà gradita secondo quello che uno
possiede. Bada però di non donare in modo gretto e meschino,
brontolando e di malumore: invece il tuo cuore sia magnanimo e
traboccante di allegrezza. Benché tu sia un pover'uomo, accogli
Cristo ed egli non si vergognerà di entrare in casa tua, se vede
spaziosa la tua dimora interiore.
Se tuo fratello è nudo, vestilo; se è malato, visitalo, se è
carcerato e afflitto, ricordati di lui, come se tu fossi insieme in
prigione. Compatisci la sua sofferenza, perché sei fatto della sua
medesima pasta. Accomuna le sue necessità alle tue, sostieni la
debolezza del suo corpo dolorante, addossati le sue infermità,
servilo con premura nelle sue pene.
Qualora tu non abbia un cibo nutriente o qualche medicamento da
offrirgli, porgigli una buona parola, ridagli coraggio; fatti carico
della sua sofferenza, piangi con lui, aiutalo con la preghiera,
stagli vicino se è abbattuto. Sappi onorarlo, provvedendo con le tue
mani a quanto gli necessita, affretta i passi per andarlo a trovare.
In una parola: consola, conforta tuo fratello.
Qualora tuo fratello soffra, non nel corpo ma nell'anima, va' a
trovarlo, dato che le infermità spirituali sono più gravi di quelle
fisiche. Hai qualche medicina efficace? Porgigliela. E in caso che a
motivo della gravità del suo stato tu non possa offrirgli il farmaco
direttamente, provvedi a ciò con furtiva abilità.
E prega con più insistenza per lui, giacché dalla preghiera
dipende la salute del corpo e dello spirito. La preghiera fatta con
fede salverà il malato, dice la Scrittura. E se ha commesso peccati,
gli saranno perdonati.120
Se poi tuo fratello è affamato di cibo spirituale, offrigli il
pane della Parola ispirata. Se arde di sapere, dissetalo con l'acqua
della Sapienza. Se è spoglio di virtù, abbi compassione di colui che
è della tua stessa carne.
Stagli vicino, non lo trascurare, non abbandonarlo come se fosse
uno sconosciuto, ma prenditi cura di lui come di un altro te stesso.
Ricopri la sua nudità interiore col tuo mantello finché non gli
avrai intessuto un abito completo mediante la spola delle tue parole
affettuose e sollecite.
Conforta dunque gli afflitti e visita chi è malato nel corpo o
nello spirito, tu che abbondi in ricchezza e salute. Anche oggi, in
essi si nasconde un povero Lazzaro, che gli angeli stanno per
condurre nel seno di Abramo. Non lasciarlo fuori, da ricco crudele,
perché le sue accuse non mutino l'indulgenza di Abramo in spietata
severità contro di te, quando sarai in disgrazia.
Condividi da generoso quel che possiedi, sia i beni del corpo,
sia i beni dell'anima, senza trattare con alterigia uno, perché è
diventato oggetto di vergogna: non sai come finirai tu stesso. Forse
Dio e i suoi angeli lo hanno in maggiore stima di te, secondo quanto
sta scritto: Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli,
perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia
del Padre mio che è nei cieli.
Perciò non trascurare nessuno, te compreso, per "piccolo" che
sia, ma fatti carico di tutti, dividendo i tuoi beni con chi è nel
bisogno. Conforta il depresso con una buona parola e con la
preghiera. Porta i pesi dei deboli, quasi fossi tu stesso per loro
forza e vigore: piede per questo, mano per quello, occhio, bocca e
così via. E sii anche pronto a offrire le spalle per portarli tutti.
Siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo
membra gli uni degli altri.
Dal "Libro della perfezione" di Martirio Sahdona.
Livre de la Perfection, p.II, cap.11, §18-19. 21-25. Œuvres, CSCO
253, Louvain, 1965, t.III, pp. 82-85.
Il Vangelo ci dice che Dio Padre è glorificato quando portiamo molto
frutto e ci dimostriamo veri discepoli di Cristo; allora non
facciamocene un titolo di gloria, quasi fosse da attribuire alla
nostra capacita cio che abbiamo realizzato. Questa grazia viene da
Dio; quindi non torna a gloria nostra, ma a gloria sua.
In un'altra circostanza il Signore dice: Cosi risplenda la vostra
luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone, e
subito dopo aggiunge: E rendano gloria al Padre vostro che e nei cieli
1. (Mt 5,16 ) Non voleva infatti che i discepoli credessero di
compiere da se tali opere.
La gloria del Padre è appunto che noi portiamo molto frutto e siamo
veri discepoli di Cristo.
Ma chi ci fa cosi se non colui che ci ha prevenuti con la sua
misericordia?
Noi infatti siamo opera sua. creati in Cristo Gesù per le opere
buone.2.( Ef 2, 10 )
Come il Padre ha amato me. cosi anch'io ho amato voi. Rimanete nel
mio amore. Ecco il principio di tutte le nostre opere buone. Da dove
potrebbero venire se non dalla fede che opera per mezzo della carità?
E come potremmo noi amarlo, se egli non ci amasse per primo? Con
estrema chiarezza sempre Giovanni ce lo insegna in una sua lettera:
Noi amiamo, perché egli ci ha amato per primo.3 (1 Gv 4,19 )
Rimanete nel mio amore. In qual modo vi rimarremo? Ascolta ciò che
segue: Se osserverete i miei comandamenti., rimarrete nel mio amore.
E' l'amore che ci mette in grado di osservare i comandamenti, oppure
è la fedeltà ad osservarli che ci consente di amare? Ma chi dubita
che l'amore non preceda l'osservanza? Chi non ama non ha un motivo
per mettere in pratica i comandamenti. Quando Gesù ci dice: Se
osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore., non indica
ciò che fa nascere l'amore, ma quello che lo attesta. Come se
dicesse: "Non crediate di rimanere nel mio amore se non osservate i
miei comandamenti. Solo se li osservate, potrete rimanervi; cioè,
apparira chiaro che dimorate nel mio amore se osservate i miei
comandamenti".
Questo perché nessuno s'inganni dicendo che ama Dio, mentre non fa
quanto egli comanda. In altre parole, noi in tanto lo amiamo, in
quanto osserviamo i suoi comandamenti; e quanto meno obbediamo ad
essi, tanto meno lo amiamo.
Non è dunque per ottenere il suo amore che osserviamo quanto ci
comanda: se egli non ci amasse per primo, non potremmo tradurre in
atto i suoi precetti. Questa è la grazia rivelata agli umili, mentre
ai superbi rimane nascosta.
Questo vi ho detto., perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia
sia piena.
Cos'è la gioia di Cristo in noi? La compiacenza ch'egli prova a
rallegrarsi di noi. E cos'è la nostra gioia che egli vuole completa?
Godere di stare insieme con lui. Tant'è che il Signore aveva detto a
Pietro:Se non ti lavero, non avrai parte con me. 4. (Gv 13,8 )
Insomma, la gioia di Cristo in noi è la grazia che ci dona, e questa
grazia costituisce anche la nostra gioia.
Cristo ne fruiva fin dal principio, fin da quando in eterno ci ha
eletto prima della costituzione del mondo.
Il gaudio della nostra salvezza, che da sempre lo rallegrò, perché da
sempre egli lo ha conosciuto e da sempre ad esso ci ha predestinati,
comincio ad abitare in noi quando egli ci ha chiamati.
Abbiamo ragione nel definire nostra questa gioia, perché un giorno ci
rendera beati. Nel frattempo essa conosce una crescita e un
avanzamento continuo, tesa com'è a perseverare verso il pieno
compimento. Questa gioia comincia nella fede di chi rinasce nel
battesimo e toccherà il vertice nel premio di chi risorgerà alla vita
eterna.
Rimaniamo ancorati al precetto del Signore di amarci gli uni gli
altri, e cosi osserveremo qualsiasi altro comandamento, perché questo
li racchiude tutti.
Questo amore è diverso da quello che gli uomini, in quanto uomini, si
portano l'un l'altro.
Per distinguere i due atteggiamenti, il Signore soggiunge: Come io vi
ho amati.
Cristo ci ama per renderci capaci di regnare con lui. Sempre questo
medesimo scopo deve guidare l'amore reciproco gli uni verso gli altri
in modo che esso resti ben distinto dall'affetto che di solito gli
uomini nutrono a vicenda e che in realtà non è vero amore.
Invece coloro che si amano per aderire a Dio, ci riescono davvero:
essi prima amano Dio, per sapersi poi amare l'un l'altro. Una tale
carità non brilla fra tutti gli uomini; anzi, sono pochi quelli che
si amano affinché Dio sia tutto in tutti. 5. (1 Cor 15,28)
Omelia dai Trattati di sant'Agostino sul vangelo di Giovanni.
In Io,tr.82,1-3;83,1.3. PL 35,1843-1845.1846
Essere un`anima sola in Dio
State attenti, fratelli, perché riconoscerete qui il mistero
della Trinità, in qual modo cioè si possa dire: il Padre è, il Figlio
è, lo Spirito Santo è, e tuttavia Padre, Figlio e Spirito Santo sono
un solo Dio. Ecco che quelli erano molte migliaia, ma avevano un solo
cuore; erano molte migliaia, ma avevano una sola anima. Ma dove
avevano un solo cuore e una sola anima? (cf. At 2,32). In Dio. A
maggior ragione questa unità si deve trovare in Dio. Forse sbaglio
nell`esprimermi, quando dico che due uomini hanno due anime e tre
uomini ne hanno tre, e molti uomini ne hanno molte? Di certo mi
esprimo giustamente. Ma se essi si avvicinano a Dio, avranno una sola
anima. Se coloro che si avvicinano a Dio, per mezzo della carità, di
molte anime diventano un`anima sola e di molti cuori un cuore solo,
che cosa non farà la stessa fonte della carità nel Padre e nel
Figlio? La Trinità non è dunque, a piú forte ragione, un solo Dio? E`
da essa infatti che ci viene la carità, dallo stesso Spirito Santo,
cosí come dice l`Apostolo: "La carità di Dio è diffusa nei nostri
cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato" (Rm 5,5).
Se dunque «la carità è diffusa nei nostri cuori per mezzo
dello Spirito Santo che ci è stato donato» e di molte anime fa
un`anima sola e di molti cuori fa un cuore solo, a quanta maggior
ragione il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo dovranno essere un
solo Dio, una sola luce, e un solo principio?
(Agostino, In Ioan. 39, 5)
Nessuno, dunque, si vergogni dei segni sacri e venerabili della
nostra salvezza, della croce che è la somma e il vertice dei nostri
beni, per la quale noi viviamo e siamo ciò che siamo. Portiamo
ovunque la croce di Cristo, come una corona. Tutto ciò che ci
riguarda si compie e si consuma attraverso di essa. Quando noi
dobbiamo essere rigenerati dal battesimo, la croce è presente; se ci
alimentiamo di quel mistico cibo che è il corpo di Cristo, se ci
vengono imposte le mani per essere consacrati ministri del Signore, e
qualsiasi altra cosa facciamo, sempre e ovunque ci sta accanto e ci
assiste questo simbolo di vittoria. Di qui il fervore con cui noi lo
conserviamo nelle nostre case, lo dipingiamo sulle nostre pareti, lo
incidiamo sulle porte, lo imprimiamo sulla nostra fronte e nella
nostra mente, lo portiamo sempre nel cuore. La croce è infatti il
segno della nostra salvezza e della comune libertà del genere umano,
è il segno della misericordia del Signore che per amor nostro si è
lasciato condurre come pecora al macello (Is. 53,7; cf. Atti, 8, 32).
Quando, dunque, ti fai questo segno, ricorda tutto il mistero della
croce e spegni in te l'ira e tutte le altre passioni. E ancora,
quando ti segni in fronte, riempiti di grande ardimento e rida' alla
tua anima la sua libertà. Conosci bene infatti quali sono i mezzi che
ci procurano la libertà. Anche Paolo per elevarci alla libertà che ci
conviene ricorda la croce e il sangue del Signore: A caro prezzo
siete stati comprati. Non fatevi schiavi degli uomini (1 Cor. 7, 23).
Considerate, egli sembra dire, quale prezzo è stato pagato per il
vostro riscatto e non sarete più schiavi di nessun uomo; e chiama la
croce "prezzo" del riscatto.
Non devi quindi tracciare semplicemente il segno della croce con la
punta delle dita, ma prima devi inciderlo nel tuo cuore con fede
ardente. Se lo imprimerai in questo modo sulla tua fronte, nessuno
dei demoni impuri potrà restare accanto a te, in quanto vedrà l'arma
con cui è stato ferito, la spada da cui ha ricevuto il colpo mortale.
Se la sola vista del luogo dove avviene l'esecuzione dei criminali fa
fremere; d'orrore, immagina che cosa proveranno il diavolo e i suoi
demoni vedendo l'arma con cui Cristo sgominò completamente il loro
potere e tagliò la testa del dragone (cf. Ap. 12, 1 ss.; 20, 1 ss.).
Non vergognarti, dunque, di così grande bene se non vuoi che anche
Cristo si vergogni di te quando verrà nella sua gloria e il segno
della croce apparirà più luminoso dei raggi stessi del sole. La croce
avanzerà allora e il suo apparire sarà come una voce che difenderà la
causa del Signore di fronte a tutti gli uomini e dimostrerà che nulla
egli tralasciò di fare - di quanto era necessario da parte sua - per
assicurare la nostra salvezza. Questo segno, sia ai tempi dei nostri
padri come oggi, apre le porte che erano chiuse, neutralizza
l'effetto mortale dei veleni, annulla il potere letale della cicuta,
cura i morsi dei serpenti velenosi. Infatti, se questa croce ha
dischiuso le porte dell'oltretomba, ha disteso nuovamente le volte
del cielo, ha rinnovato l'ingresso del paradiso, ha distrutto il
dominio del diavolo, c'è da stupirsi se essa ha anche vinto la forza
dei veleni, delle belve e di altri simili mortali pericoli?
Imprimi, dunque, questo segno nel tuo cuore e abbraccia questa croce,
cui dobbiamo la salvezza delle nostre anime. t la croce infatti che
ha salvato e convertito tutto il mondo, ha bandito l'errore, ha
ristabilito la verità, ha fatto della terra cielo, e degli uomini
angeli. Grazie a lei i demoni hanno cessato di essere temibili e sono
divenuti disprezzabili; la morte non è più morte, ma sonno.
Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di san Matteo, 54,4-5
Il nostro Signore e Salvatore, per indirizzarci alla virtù profonda
della pazienza e della dolcezza - non proclamata cioè solo a voce, ma
calata nell`intimo della nostra anima -, ci propose questo modello
evangelico di perfezione: A chi ti percuote sulla guancia destra,
porgigli anche l`altra (Mt 5,39); cioè, senza dubbio, l`altra destra.
E cos`è quest`altra destra, se non quella dell`uomo interiore che,
vorrei dire, può essere inteso per il volto? Il Signore, volendo così
estirpare dalle pieghe più profonde dell`anima ogni fomite di
iracondia, ti comanda che, qualora la tua destra esteriore debba
sopportare l`impeto di chi ti percuote, anche l`uomo interiore offra
alle percosse, assentendo nell`umiltà, anche la sua destra, soffrendo
con la sofferenza dell`uomo esteriore, soggiacendovi quasi, e
assoggettando il suo corpo all`ingiuria di chi percuote, perché non
succeda che l`uomo interiore si agiti silenzioso, quando l`esteriore
viene percosso...
Si deve sapere, in generale, che svolge la parte di uomo
forte colui che assoggetta la propria volontà alla volontà del
fratello, certo più di colui che si mostra ostinato nel difendere le
proprie opinioni e decisioni. Quegli infatti, che sostiene e tollera
il prossimo, fa la parte dell`uomo sano e forte, l`altro invece,
quella dell`uomo in certo modo ammalato; ha bisogno quasi di massaggi
e di calore, e che talvolta venga esonerato, per motivi di salute,
anche da qualche osservanza necessaria per la sua quiete e pace. In
ciò, non creda qualcuno di aver danneggiato in qualche modo la
propria perfezione, che se per condiscendenza ha dovuto limitare un
po` la severità che si era proposto, sappia di aver acquistato molto
più per la virtù della pazienza e della longanimità. E` infatti
precetto apostolico: Voi che siete forti, sopportate la debolezza dei
deboli (Rm 15,1), e: Portate i pesi gli uni degli altri, così
completerete la legge di Cristo (Gal 6,2). Mai un debole può
sostenere un debole, o un malato può curare e guarire un malato. Sa
porgere la medicina al debole colui che non soggiace alla debolezza.
Altrimenti c`è ragione di dirgli: Medico, cura te stesso (Lc 4,23).
E si deve notare anche questo: gli ammalati, per natura, sono
sempre pronti e facili a sollevare lamenti, a rivolgere parole
ingiuriose; ma non vogliono esser toccati neppure dall`ombra del
rimprovero. Mentre lanciano gli oltraggi più protervi, mentre
galoppano nella libertà più sconsiderata, non vogliono sopportare le
offese più piccole e lievi.
Giovanni Cassiano, Conferenze, 16,22-24
Il mistero della Pasqua è nuovo e antico, senza tempo e nel tempo,
corruttibile e incorruttibile, mortale e immortale. Antico secondo la
legge, ma nuovo secondo la Parola; nel tempo secondo la figura,
eterno secondo la grazia. Corruttibile per l`uccisione dell`agnello,
incorruttibile per la vita del Signore; mortale per la sepoltura
nella terra, immortale per la risurrezione dai morti. Antica è la
legge, ma nuova è la Parola; nel tempo è la figura, eterna è la
grazia. Corruttibile è l`agnello, incorruttibile è il Signore:
immolato come agnello, risorto come Dio. Perché come una pecora è
stato condotto al macello (Is 53,7; ma non era una pecora; come un
agnello senza voce (At 8,32), ma non era un agnello. Il simbolo è
passato e la realtà si è svelata. Al posto di un agnello è venuto
Dio, al posto di una pecora un uomo: e in quest`uomo, Cristo che
contiene tutto in sé. E dunque, il sacrificio dell`agnello e la
celebrazione della Pasqua e la lettera della Legge sono contenute nel
Cristo Gesù, attraverso il quale sono accadute tutte le cose, nella
Legge antica e più ancora nella Parola nuova...
Infatti la salvezza del Signore e la verità sono state
prefigurate nel popolo di Israele e le affermazioni del Vangelo
preannunciate dalla Legge. Il popolo di Israele era dunque l`abbozzo
di un disegno e la Legge la lettera di una parabola. Il Vangelo
invece è spiegazione e pienezza della Legge, e la Chiesa il luogo che
contiene la verità. L`immagine era dunque preziosa prima della
realizzazione, e la parabola mirabile prima dell`interpretazione. In
altre parole: il popolo d`Israele aveva un valore prima che la Chiesa
sorgesse, e la legge era mirabile prima che il Vangelo diffondesse la
sua luce. Ma quando sorse la Chiesa e fu annunziato il Vangelo,
l`immagine divenne vana, perché trasmise la sua forza alla realtà; la
Legge ebbe compimento, perché trasmise la sua forza al Vangelo...
Il Signore si era rivestito dell`uomo. Aveva sofferto per chi
soffriva, era stato legato per chi era tenuto prigioniero, condannato
per chi era colpevole, sepolto per chi era nella tomba. E ora è
risorto dai morti e ha gridato a gran voce: «Chi potrà citarmi in
giudizio? Si faccia pure avanti! Sono io che ho scelto il condannato,
io che ho ridato al morto la vita, io che ho risuscitato il sepolto.
Chi mi può contraddire? Io - dice - sono il Cristo; io sono colui che
ha distrutto la morte, trionfato sul nemico, calpestato l`inferno; io
ho incatenato il potente e sollevato l`uomo verso l`alto dei cieli.
Io - dice - sono il Cristo. Venite dunque voi tutte, famiglie degli
uomini impastate di peccato, e ricevete il perdono dei peccati.
Perché sono io il vostro perdono, io la Pasqua della salvezza, io
l`agnello immolato per voi. Sono io il vostro riscatto, la vostra
vita, la vostra risurrezione. Io la vostra luce, la vostra salvezza,
il vostro re. Io vi conduco nell`alto dei cieli, io vi mostrerò il
Padre immortale, io vi farò risorgere con la mia destra».
Melitone di Sardi, Sulla Pasqua, 2-6.39-40.100-103
Buona Pasqua nel Signore Gesù a tutti.
Dal vangelo secondo Luca (11, 14-28)
Gesù disse: "Ogni regno diviso in sé stesso va in rovina e una casa
cade sull'altra. Ora, se anche satana è diviso in sé stesso, come
potrà stare in piedi il suo regno?"
-----------------------------------------------------------------
Dalle Omelie di sant'Ambrogio su questo vangelo.
Taluni accusavano il Signore di scacciare i demoni per mezzo di
Beelzebul, principe dei demoni. Nel controbattere, Gesù vuole
mostrare che il suo regno è durevole e indivisibile. Dirà giustamente
a Pilato: Il mio regno non è di questo mondo (Gv 18,36).
Coloro che non ripongono la propria speranza in Cristo e pensano che
i demoni siano scacciati dal principe dei demoni, appartengono a un
regno diviso. Qui Cristo allude direttamente ai Giudei che credevano
di debellare certi mali invocando l'aiuto di un demonio per scacciare
un altro demonio. Ma quando la fede è lacerata, potrà mai
sopravvivere l'unità del regno?
Il regno della Chiesa resterà eternamente, perché la sua fede è
indivisa, il suo corpo è unico: Un solo Signore, una sola fede, un
solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di
tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti. (Ef 4,5-6)
Quale follia sacrilega sarebbe credere che il Figlio di Dio agisca
col soccorso della potenza diabolica, quando invece egli soggioga gli
spiriti impuri e strappa il bottino al principe del mondo mediante il
dito di Dio, oppure come dice Matteo, per lo Spirito di Dio! (Cf Mt
12,28) Il Figlio di Dio fatto uomo ha ugualmente dato agli uomini il
potere di stroncare gli spiriti malvagi e dividerne le spoglie, ciò
che è il simbolo del trionfo.
La santissima Trinità si presenta a noi come un regno indivisibile,
ad immagine dell'unità di un corpo, dato che Cristo è spesso chiamato
la destra di Dio e lo Spirito Santo talvolta è definito dito di Dio.
Il regno della divinità non appare dunque indivisibile, poiché è
indiviso come un corpo? Infatti in Cristo si trova tutta la pienezza
della divinità in forma corporea. (Cf Col 2,9) E ciò, senza dubbio,
né lo puoi negare quanto al Padre, né lo devi negare quanto allo
Spirito.
Però, questo paragone della divinità con le nostre membra non ti
faccia credere che sia il caso di stabilire una divisione della
potenza: una cosa indivisibile non si può frazionare. L'immagine
del "dito" è menzionata soltanto come figura dell'unità, non per
distinguere o dividere la potenza; infatti la destra di Dio, il
Cristo Signore ha detto: Io e il Padre siamo una cosa sola (Gv 10,30)
Ma se la divinità é indivisibile, le Persone sono distinte.
Lo Spirito è chiamato dito di Dio; questo indica la sua potenza in
atto, poiché, come il Padre e il Figlio, anche lo Spirito Santo è
autore delle opere divine.
Davide dice infatti: Il tuo cielo, opera delle tue dita; (Sal 8,4)
e nel salmo trentadue: Dal soffio della sua bocca il Signore fece i
cieli e ogni loro schiera (Cf Sal 32,6). Paolo dice a sua volta:
Tutte queste cose è l'unico e il medesimo Spirito che le opera
distribuendole a ciascuno come vuole. (1 Cor 12,11)
Quando Gesù dice: Se io scaccio i demoni con il dito di Dio, è dunque
giunto a voi il regno di Dio, egli ci insegna due cose: anzitutto che
lo Spirito Santo è dotato di un potere regale, perché in lui abita il
regno di Dio; poi impariamo ad essere una dimora regale, dato che lo
Spirito abita in noi, secondo questa parola: Il regno di Dio è in
mezzo a voi. (Lc 17,21)
Per conseguenza, dobbiamo considerare lo Spirito Santo come associato
alla sovranità e alla maestà regale della deità. San Paolo infatti
dice: Il Signore è lo Spirito e dove c'è lo Spirito del Signore c'è
libertà. (2 Cor 3,17)
(Dalle Omelie di sant'Ambrogio sul Vangelo di Luca 11,14-28
Expositio Evangelii sec.Luc.,lib.VII,91-94. PL 15,1722-1723.)
Io sono la vite, voi i tralci
Il Signore dice di se stesso di essere la vite, volendo mostrare la
necessità che noi siamo radicati nel suo amore, e il vantaggio che a
noi proviene dall'essere uniti a lui. Coloro che gli sono uniti, ed
incerto qual modo incorporati e innestati, li paragona ai tralci.
Questi sono resi partecipi della sua stessa natura, mediante la
comunicazione dello Spirito Santo. Infatti lo Spirito Santo di Cristo
ci unisce a lui.
Noi ci siamo accostati a Cristo nella fede per una buona deliberazione
della volontà, ma partecipiamo della sua natura per aver ottenuto da
lui la dignità dell'adozione. Infatti secondo san Paolo, "chi si
unisce al Signore forma con lui un solo spirito" (1Cor 6,17).
Noi siamo edificati su Cristo, nostro sostegno e fondamento e siamo
chiamati pietre vive e spirituali per un sacerdozio santo e per il
tempio di Dio nello spirito. Non possiamo essere edificati se Cristo
non si costituisce nostro fondamento. La medesima cosa viene espressa
con l'analogia della vite.
Dice di essere lui stesso la vite e quasi la madre e la nutrice dei
tralci che da essa spuntano. Infatti siamo stati rigenerati da lui e
in lui nello Spirito per portare frutti di vita, ma di vita nuova che
consiste essenzialmente nell'amore operoso verso di lui. Quelli di
prima erano frutti marci di una vita decadente.
Siamo poi conservati nell'essere, inseriti in qualche modo in lui, se
ci atteniamo tenacemente ai santi comandamenti che ci furono dati, se
mettiamo ogni cura nel conservare il grado di nobiltà ottenuto, e se
non permettiamo che venga contristato lo Spirito che abita in noi,
quello Spirito che ci rivela il senso dell'inabitazione divina.
Il modo con il quale noi siamo in Cristo ed egli in noi, ce lo spiega
san Giovanni: "Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli
in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito" (1Gv 4,13)
Come la radice comunica ai tralci le qualità e la condizione della sua
natura, così l'unigenito Verbo di Dio conferisce agli uomini, e
soprattutto a quelli che gli sono uniti per mezzo della fede, il suo
Spirito, concede loro ogni genere di santità, conferisce l'affinità e
la parentela con la natura sua e del Padre, alimenta l'amore e procura
la scienza di ogni virtú e bontà.
Dal "Commento sul vangelo di Giovanni" di san Cirillo d'Alessandria,
vescovo (Lib. 10,2; PG 74,331-334)
Cristo nel Battesimo si fa luce, entriamo anche noi nel suo
splendore; Cristo riceve il battesimo, inabissiamoci con lui per
poter con lui salire alla gloria.
Giovanni dà il battesimo, Gesù si accosta a lui, forse per
santificare colui dal quale viene battezzato nell'acqua, ma anche di
certo per seppellire totalmente nelle acque il vecchio uomo.
Santifica il Giordano prima di santificare noi e lo santifica per
noi. E poiché era spirito e carne santifica nello Spirito e
nell'acqua.
Il Battista non accetta la richiesta, ma Gesù insiste.
«Sono io che devo ricevere da te il battesimo» (cfr. Mt 3, 14), così
dice la lucerna al sole, la voce alla Parola, l'amico allo Sposo,
colui che è il più grande tra i nati di donna a colui che è il
primogenito di ogni creatura, colui che nel ventre della madre
sussultò di gioia a colui che, ancora nascosto nel grembo materno,
ricevette la sua adorazione, colui che percorreva e che avrebbe
ancora precorso, a colui che era già apparso e sarebbe nuovamente
apparso a suo tempo.
«Io devo ricevere il battesimo da te» e, aggiungi pure, «in nome
tuo». Sapeva infatti che avrebbe ricevuto il battesimo del martirio o
che, come Pietro, sarebbe stato lavato non solo ai piedi.
Gesù sale dalle acque e porta con sé in alto tutto intero il cosmo.
Vede scindersi e aprirsi i cieli, quei cieli che Adamo aveva chiuso
per sé e per tutta la sua discendenza, quei cieli preclusi e sbarrati
come il paradiso lo era per la spada fiammeggiante.
E lo Spirito testimonia la divinità del Cristo: si presenta
simbolicamente sopra Colui che gli è del tutto uguale. Una voce
proviene dalle profondità
dei cieli, da quelle stesse profondità dalle quali proveniva Chi in
quel momento riceveva la testimonianza.
Lo Spirito appare visibilmente come colomba e, in questo modo, onora
anche il corpo divinizzato e quindi Dio. Non va dimenticato che molto
tempo prima era stata pure una colomba quella che aveva annunziato la
fine del diluvio.
Onoriamo dunque in questo giorno il battesimo di Cristo, e celebriamo
come è giusto questa festa.
Purificatevi totalmente e progredite in questa purezza. Dio di
nessuna cosa tanto si rallegra, come della conversione e della
salvezza dell'uomo. Per l'uomo, infatti, sono state pronunziate tutte
le parole divine e per lui sono stati compiuti i misteri della
rivelazione.
Tutto è stato fatto perché voi diveniate come altrettanti soli cioè
forza vitale per gli altri uomini. Siate luci perfette dinanzi a
quella luce immensa. Sarete inondati del suo splendore
soprannaturale. Giungerà a voi, limpidissima e diretta, la luce della
Trinità, della quale finora non avete ricevuto che un solo raggio,
proveniente dal Dio unico, attraverso Cristo Gesù nostro Signore, al
quale vadano gloria e potenza nei secoli dei secoli. Amen.
Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo
(Disc. 39 per il Battesimo del Signore, 14-16. 20, in PG 36, 350-
351.354.358-359)
Ciò che ci spinge ad esercitare la pazienza non è un impulso umano a
un`imperturbabilità simile al torpore degli animali, ma la divina
disposizione e l`ammaestramento vivo e celestiale, perché Dio stesso
per primo ci ha dato esempio di pazienza. Innanzitutto egli diffonde
la rugiada della luce egualmente sui giusti e sugli ingiusti, fa che
si presentino i benefici delle stagioni, il servizio degli elementi,
i beni della forza rigeneratrice, sia ai degni che agli indegni;
sostiene così i pagani ingrati, che adorano il misero frutto delle
arti, le opere delle loro mani e perseguitano il suo nome e la sua
famiglia; la loro lussuria, la loro avarizia, la loro scelleratezza,
la loro malvagità che ogni giorno si manifesta, tanto che la sua
pazienza sembra nuocere al suo onore: molti infatti non credono al
Signore perché non lo vedono adirarsi contro il mondo.
Questa specie di pazienza divina la consideriamo forse
lontana, adatta agli esseri superiori. Ma che è di quella specie di
pazienza che si manifestò tra gli uomini e sulla terra e si rese
quasi palpabile e afferrabile? Dio si compiacque di venir concepito
nel seno materno, e attese con pazienza il momento della nascita.
Nato, sopportò di crescere; cresciuto, non desiderò di farsi
conoscere. Egli stesso osteggiò il proprio onore, si fece battezzare
dal suo servo e solo con parole si oppose agli attacchi del
tentatore. E così il Signore si fece maestro per insegnare agli
uomini a affrontare la morte, dopo aver insegnato come la pazienza
offesa sappia riconciliarsi pienamente. Egli non gridò, non contese,
e nessuno udì la sua voce nelle piazze; non spezzò la canna fessa,
non smorzò il lucignolo fumigante. Il profeta non ha mentito: Dio
stesso, che ha posto il suo Spirito con tutta la sua pazienza nel suo
Figlio, gli ha piuttosto reso testimonianza. Tutti coloro che
volevano seguirlo, egli li accolse, non si vergognò di nessuna mensa,
di nessun tetto, anzi, si fece egli stesso servo, lavando i piedi ai
discepoli. Non disprezzò i peccatori e i pubblicani; neppure si adirò
per la città che non lo volle accogliere, mentre i suoi discepoli
chiedevano perfino di far cadere il fuoco dal cielo su quel luogo
iniquo. Guarì gli ingrati e perdonò ai persecutori.
Ancor troppo poco! Anche il suo traditore egli aveva presso
di sé e non lo stigmatizzò energicamente. Quando fu tradito e fu
condotto come una pecora al macello - ed egli non aprì la sua bocca,
come un agnello davanti al tosatore -, egli, alla cui semplice
parola, se avesse voluto, sarebbero apparse legioni di angeli, non
volle neppure che la spada di uno solo dei suoi discepoli facesse
vendetta. La magnanimità del Signore venne ferita nella persona di
Malco; per questo egli maledì, anche per il futuro, l`opera della
spada, e beneficò colui che fu, non da lui, colpito, ridonandogli la
salute, per la sua magnanimità, che è madre della misericordia.
Taccio la sua crocifissione, perché proprio a questo scopo egli
venne. Ma, per subire la morte erano necessari anche gli insulti? No;
ma egli volle saziare in pieno la sua brama di sopportare. Viene
ricoperto di sputi, flagellato, disprezzato, in modo oltraggioso
vestito e, peggio ancora, incoronato. Mirabile perseveranza e
imperturbabilità! Egli, che si era proposto di nascondersi sotto
l`aspetto umano, non imitò in nulla l`impazienza dell`uomo. Proprio
per questo, o farisei, avreste dovuto riconoscerlo Signore... Nessun
uomo mai avrebbe mostrato una tale pazienza.
Tertulliano, La pazienza, 2-3
La tua foggia esteriore, il tuo abito, il tuo stesso atteggiamento e
la casa dove abiti, la tua sedia, il tenore del tuo vitto e l`aspetto
del tuo letto: ogni oggetto domestico, insomma, sia improntato alla
modestia. Quando discorri ovvero canti in compagnia del prossimo,
anche questi atti dovranno apparire come governati dall`umiltà
piuttosto che da una pretesa d`ostentazione. Mentre parli, poi, non
far mostra di sofistica iattanza sentenziando con superbia e gravità
né, cantando, dovrai porre soverchia dolcezza nella tua voce.
In ogni cosa, invece, abbandonerai ostentazione e
megalomania, mostrandoti premuroso verso l`amico, mite nei confronti
del servo, paziente con gli importuni, generoso con gli umili;
consolerai gli afflitti, ti recherai a far visita agli ammalati,
senza mai nutrir disprezzo per nessuno, dolce nel rivolgerti agli
altri, ilare e gioviale nel rispondere; ti dimostrerai facilmente
disponibile verso chiunque, senza mai celebrare Le tue proprie lodi
né costringendo altri a farlo, giammai indulgendo a una conversazione
meno che onesta e nascondendo, d`altronde, per quanto ti sarà
possibile, le tue straordinarie qualità. Al contrario, accusa te
stesso di peccato e non attendere il rimprovero da parte degli altri,
ma sii tu, com`è giusto, il primo accusatore di te stesso, come
Giobbe (cf. Gb 31,33-34), che non ebbe vergogna della folla cittadina
e gridò dinanzi a tutti i suoi peccati.
Allorché impartisci un rimprovero, non essere intollerante né
impulsivo e non biasimare animosamente (ciò che, infatti, ha in sé
una certa superbia); non sdegnarti, poi, per cose di poco conto, come
se tu stesso fossi assolutamente perfetto. Sforzati di comprendere
coloro che cadono nel peccato e adoperati a contribuire al loro
rinnovamento spirituale, conformemente a quanto viene ammonito
dall`Apostolo: Bada bene a te stesso, perché anche tu non venga
tentato (Gal 6,1).
Nel mantenerti lontano dalla gloria umana, poni la medesima
cura che gli altri pongono nel procurarsela, se vorrai davvero serbar
memoria di Cristo allorché avverte che la ricompensa presso Dio è
perduta da parte di colui che riscuote fama e onore al cospetto degli
uomini, compiendo così il bene per esser da questi ammirato. Costoro,
dice infatti il Signore, hanno già ricevuto la loro ricompensa (Mt
6,2). Non nuocerti, dunque, da te stesso, aspirando a ottenere gloria
presso gli uomini. Cerca, invece, di riscuotere successo dinanzi a
quell`illustre spettatore che è Dio: egli ti ricompenserà
generosamente. Hai conseguito un`alta carica e gli uomini ti onorano
e ti rispettano? Comportati, tuttavia, umilmente, non come colui che
eserciti il potere supremo (1Pt 5,3), e non agire alla maniera dei
prìncipi di questo mondo. Chi pretende di essere il primo, infatti,
il Signore ha ordinato che costui sia il servo di tutti (cf. Mc
10,44). Per dirla in una parola, va` in cerca dell`umiltà come se
fossi il suo amante: amala, e la gloria ti arriderà. Solo così,
infatti, percorrerai il retto cammino verso la gloria autentica, che
risiede fra gli angeli e al cospetto di Dio. Cristo, allora, ti
riconoscerà come suo discepolo dinanzi agli angeli (cf. Lc 12,8) e ti
glorificherà, se avrai imitato l`umiltà di lui, che disse: Imparate
da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo per le
anime vostre (Mt 11,29).
Basilio il Grande, Omelia sull`umiltà, 7
E ancora, coloro che pregano non si presentino a Dio con preghiere
spoglie, non accompagnate da frutti. E` inefficace la preghiera a Dio,
se è sterile. Come ogni albero che non dà alcun frutto è tagliato e
gettato nel fuoco (cf. Mt 3,10), cosí pure una preghiera che non ha
frutto non può propiziarsi Iddio, non essendo feconda di opere. Appunto
la divina Scrittura dice: "Buona è la preghiera unita al digiuno e
all`elemosina" (Tb 12,8).
Ecco, colui che nel giorno del giudizio renderà a ciascuno il
premio per le sue opere ed elemosine, oggi ascolta benigno colui che
viene alla preghiera con le opere.
(Cipriano di Cartagine, De orat. dom. 32)
Supponiamo che un re affidasse a un povero la custodia del proprio
tesoro. Questi, dopo essersi assunto questa responsabilità, non
riterrebbe certo quel tesoro come proprio, ma, al contrario,
continuerebbe a riconoscere apertamente la propria povertà, senza
azzardarsi a spendere del capitale altrui. Quel povero, infatti,
sarebbe in ogni istante consapevole del fatto che, non soltanto il
tesoro appartiene a un`altra persona, ma anche che quel sovrano così
potente, dopo averglielo affidato, potrebbe, quando lo ritenesse
opportuno, richiederglielo. Ebbene, non diversamente debbono ritenere
coloro i quali abbiano conseguito la grazia divina: non si
inorgogliscano e confessino la loro povertà! Allo stesso modo come,
infatti, qualora il povero che ha ricevuto in deposito un tesoro da
un re lo considerasse come di sua proprietà e il suo cuore se ne
insuperbisse, il re gli toglierebbe il proprio tesoro e quello, dopo
averlo tenuto in custodia, tornerebbe come prima, cioè povero;
similmente accade per coloro i quali, dopo aver ottenuto la grazia,
si inorgogliscono e coltivano la superbia nel loro cuore. Il Signore,
infatti, non esita a privare costoro della propria grazia perché
tornino ad esser tali, quali erano sino al momento di conseguire la
grazia da parte del Signore.
Pseudo Macario, Omelie spirituali, 15,27
Scruti ciascuno la propria coscienza e ponga se stesso di fronte al
proprio giudizio. Veda se nel segreto del suo cuore egli trova quella
pace che dà Cristo, se nessuna concupiscenza della carne combatte in
lui il desiderio dello spirito; e se egli non disprezza la situazione
umile e non brama la situazione elevata, se non si allieta di un
guadagno illecito e non gode smoderatamente per l`aumento dei suoi
beni, e infine se la felicità altrui non lo addolora o non lo allieta
la miseria del nemico. E qualora non trovi in sé nessuna di queste
passioni interiori, ponderi, con esame sincero, a quale specie di
pensieri egli si abbandoni; se non si culli nelle immagini vane, se
sia sollecito a distrarre l`animo da ciò che lo alletta
perniciosamente. Poiché non essere influenzato da nessuna lusinga,
non esser solleticato da nessuna cupidigia, non è possibile in questa
vita che è tutta una tentazione, e in cui senz`altro è vinto chi non
teme di esser vinto. E` superbia presumere di non peccare facilmente,
ché anzi questa stessa presunzione è peccato, come dice il beato
apostolo Giovanni: Se diciamo di non aver peccato alcuno, inganniamo
noi stessi e la verità non è in noi (1Gv 1,8).
Leone Magno, Sermoni, 41,1
La carità spirituale è al di sopra di ogni amore, come una regina che
domina i suoi sudditi e si manifesta in tutto il suo splendore; nulla
di terreno la produce, come avviene per l`amore naturale: non la
convivenza, non i benefici, non la natura, non il tempo; ma scende
dall`alto, dal cielo. E perché ti meravigli che i benefici non siano
necessari a metterla in atto, dato che neppure viene travolta se
subisce del male? Che sia superiore all`amore naturale, odilo da
Paolo, che dice: Desidererei essere io stesso riprovato dal Cristo
per i miei fratelli (Rm 9,3). Che padre mai desidererebbe ciò, essere
cioè infelice? E ancora: Esser sciolto e stare con Cristo sarebbe
molto meglio, ma che resti nella carne è più necessario per voi (Fil
1,23-24). Che madre mai vorrebbe fare questo discorso, perché venga
trascurato tutto ciò che la riguarda? Odilo ancora; egli dice: Siamo
stati privati di voi per lo spazio di un`ora, ma alla vista, non al
cuore (1Ts 2,17). Quaggiù un padre oltraggiato pone fine ai suoi
rapporti d`amore; là non così: va incontro a coloro che lo lapidano
per beneficarli. Nulla, davvero nulla, è tanto possente come il
legame dello spirito. Chi si è fatto amico per i benefici, se questi
non continuano incessantemente, si fa nemico; chi per la continua
convivenza è addirittura inseparabile, se la convivenza cessa, si
raffredda completamente nell`amore. E così la moglie se sorge un
dissidio, abbandona il marito e ne perde completamente l`amore; il
figlio, se vede che il padre vive troppo a lungo, ne sente un gran
peso. Ma nell`amore spirituale non vi è nulla di ciò: nessuna di
queste cose lo spegne, perché non sussiste per esse; né il tempo, né
la distanza, né la sofferenza, né la detrazione, né l`ira, né gli
oltraggi possono, sopraggiungendo, farlo cessare. E perché tu lo
comprenda: Mosè stava per essere lapidato dal popolo e pregava per
esso. Quale padre mai avrebbe fatto ciò per il figlio che lo lapidava
e non l`avrebbe piuttosto annientato?
Queste amicizie coltiviamo, che provengono dallo spirito:
sono salde e indissolubili; non quelle che provengono dalla tavola,
perché ci è vietato di allacciarle. Odi infatti il Cristo che dice
nel Vangelo: Non invitare i tuoi amici né i tuoi vicini se fai un
banchetto, ma gli storpi e i mutilati (Lc 14,12). E giustamente:
grande ne è la mercede. Ma tu non puoi, non ce la fai a pranzare con
gli zoppi e i ciechi: lo ritieni gravoso e molesto, e te ne rifiuti?
Certo, non dovresti comportarti così, tuttavia ciò non è necessario:
se non li fai sedere a mensa con te manda loro il cibo della tua
tavola. Chi invita gli amici non fa nulla di grande: ne ha già
ricevuto la ricompensa; chi invece invita lo storpio e il povero, ha
Dio per debitore. Non inquietiamoci dunque se non otteniamo quaggiù
la ricompensa, bensì inquietiamoci se la otteniamo quaggiù, perché
non l`otterremo lassù. Così, se l`uomo restituisce, Dio non
restituisce; e se l`uomo invece non restituisce, allora restituisce
Dio. Non cerchiamo dunque di beneficare quelli che possono
ricompensarci, e non facciamolo con questa speranza: è un pensiero
ben freddo! Se inviti un amico, la sua riconoscenza dura fino alla
sera; perciò questa amicizia occasionale si esaurisce prima delle
spese. Ma se inviti il povero e lo storpio, la riconoscenza non
cesserà mai, perché avrai per tuo debitore Dio stesso, che si ricorda
sempre e non dimentica mai.
Giovanni Crisostomo, Commento alla lettera ai Colossesi, 1,3
Allo stesso modo come gli acrobati che camminano sulla corda tesa
bisogna che non siano minimamente disattenti (infatti, se anche si
distraessero per un solo istante, si verificherebbe un grave danno:
l`acrobata precipiterebbe immediatamente e morirebbe); parimenti,
abbiamo anche noi il dovere di non essere distratti e pigri.
Noi percorriamo una strada angusta, circondata ovunque da
precipizi, sulla quale non v`è lo spazio per tutt`e due i piedi a un
tempo. Ti accorgi di quanta attenzione abbiamo bisogno? Non vedi che
coloro i quali procedono fra due precipizi, non soltanto stanno
attenti con i piedi, ma anche con gli occhi? Infatti, se talora
sembra opportuno fermarsi, quantunque il piede rimanga con la sua
pianta immobile, l`occhio tuttavia, attorniato dall`abisso guarda
attentamente tutt`intorno. Gli sembra, però, necessario aspettare a
riprendere il cammino; per questo suggerisce: «Né a destra né a
sinistra».
Orbene, profondo è l`abisso del peccato: enormi precipizi,
tenebre oscure, una strada angusta. Stiamo attenti con timore,
camminiamo con tremore. Nessuno, procedendo lungo una simile via,
rida o si ubriachi, ma percorra il cammino in sobrietà e digiuno;
nessuno si porti dietro alcunché di superfluo onde procedere, libero
da tutto, più speditamente; nessuno trattenga i suoi piedi, ma li
lasci agili e sciolti.
Noi, al contrario, quando ci leghiamo a innumerevoli
preoccupazioni e portiamo su di noi gl`infiniti pesi di questa vita,
nell`avidità e nel disordine, come possiamo aspettarci di progredire
lungo una strada così ardua?
Giovanni Crisostomo, Omelie sulla prima lettera ai
Tessalonicesi, 9,4-5
Più di noi stessi, se lo volete, voi potete beneficarvi a vicenda:
passate più tempo insieme, conoscete meglio di noi le vostre
relazioni reciproche, non vi sono nascoste le vostre mancanze
vicendevoli, avete più franchezza, più amore, più consuetudine
reciproca: questi non sono piccoli vantaggi per ammaestrare, anzi ne
offrono una possibilità grande e opportuna; e più di noi potete
rimproverare ed esortare. E non solo questo, ma io sono solo, e voi
molti; e tutti potete, quanti siete, essere maestri. Perciò vi
scongiuro: non trascurate questa grazia! Ciascuno ha una moglie, ha
un amico, ha un servo, ha un vicino: questi ammonisca, quelli esorti.
Non è un assurdo? Per il cibo si fanno banchetti e simposi, vi sono
giorni stabiliti per riunirsi e quello in cui uno manca
personalmente, viene compiuto dalla società, come ad esempio se si
debba partecipare a un funerale, o a un banchetto, o si debba aiutare
in qualcosa un prossimo. E, invece, per ammaestrare alla virtù non si
fa nulla di ciò! Sì, vi scongiuro! Nessuno lo trascuri! Riceverà da
Dio una grande ricompensa!
E perché tu comprenda bene, colui al quale furono affidati
cinque talenti è un maestro; colui a cui ne fu affidato uno è un
discepolo. Ma se il discepolo dicesse: «Sono un semplice discepolo,
non corro pericoli», e nascondesse la parola, comune e spoglia,
ricevuta da Dio, e non pensasse di ammonire, di parlar con
franchezza, di rimproverare, di correggere, se possibile, ma la
nascondesse in terra: è davvero terra e cenere questo cuore che
seppellisce la grazia di Dio! Se dunque la nascondesse per pigrizia o
per malvagità, non lo scuserebbe nulla il dire: «Ho un solo talento».
Hai un solo talento? Dovevi aggiungerne un altro e raddoppiare il tuo
talento; se ne avessi aggiunto un altro, non saresti rimproverato. A
colui che presentò due talenti, infatti, non fu detto: «Perché non ne
porti cinque?», ma fu ritenuto degno degli stessi premi dati a colui
che ne presentò cinque. E perché? Perché fece fruttare ciò che aveva
e pur avendo ricevuto meno di quello che ne aveva avuti cinque, non
per questo si abbandonò all`infingardaggine usando il poco che aveva
per ozieggiare. Non dovevi guardare i due talenti; piuttosto dovevi
guardare a lui che, avendone due, imitò quello che ne aveva cinque, e
così tu devi imitare quello che ne aveva due. Se per chi è ricco e
non fa parte delle sue ricchezze sta già preparato il castigo, per
chi può esortare quanto vuole e non lo fa, non ci sarà forse un
castigo maggiore? In quel caso si nutre il corpo, in questo l`anima:
ivi si impedisce la morte temporanea, qui la morte eterna.
«Ma non so parlare» si dice. Non c`è bisogno di saper parlare
né d`eloquenza. Se vedi un tuo amico che si abbandona
all`impudicizia, digli: «Ciò che fai è un`azione cattiva; non ti
vergogni? Non arrossisci? E` male!». Ma lui non sa che è male? si
obietta. Certo, lo sa, ma la passione lo trascina. Anche gli ammalati
sanno che una bevanda fredda fa loro male, e tuttavia c`è bisogno di
chi glielo impedisca. Chi soffre, non facilmente sa dominarsi, se è
ammalato. C`è bisogno di te, che sei sano, per curarlo; e se non
riesci a persuaderlo a parole, osserva dove va e impedisciglielo,
forse se ne vergognerà. «Ma che giova se agisce così per me, se solo
per me se ne trattiene?». Non sottilizzare troppo: intanto distoglilo
in qualsiasi modo dall`azione cattiva; si abitui a non precipitarsi
in quel baratro sia per te, sia per qualsiasi altro impedimento: è
già un guadagno. E quando si sarà abituato a non recarsi più là,
allora, dopo che si sarà un po` riavuto, potrai riavvicinarlo e
insegnargli che bisogna evitare ciò per Dio e non per gli uomini. Non
pretendere di correggerlo tutto in una volta, perché non ci
riuscirai; bensì piano piano, un po` alla volta.
E se lo vedi andare a bere, se lo vedi recarsi a banchetti
dove ci si ubriaca, comportati nello stesso modo. Anzi, supplicalo di
aiutarti a correggerti se vede che tu hai qualche difetto. In tal
modo rivolgerà in sé il rimprovero, vedendo che anche tu hai bisogno
di ammonizione, e che lo aiuti non perché sei il correttore di tutti,
o il maestro, ma sei un amico e un fratello. Digli: Ho giovato a te
ricordandoti qualcosa di utile; anche tu, se vedi in me qualche
difetto, prendimi per i capelli e raddrizzami: se mi vedi irascibile,
o avaro, frenami e legami con le tue ammonizioni. Questa è
l`amicizia, così il fratello viene aiutato dal fratello e diventa una
città fortificata (cf. Pr 18,19). Non è il mangiare o il bere insieme
che crea l`amicizia: così l`hanno anche i ladri e gli assassini; ma
se siamo amici, se veramente ci diamo pensiero l`uno dell`altro, ci
dobbiamo anche accordare. E questo ci porta a un`amicizia utile e ci
impedisce di precipitare nella geenna.
D`altra parte chi viene rimproverato non si turbi, siamo
uomini e abbiamo difetti; e chi rimprovera non lo faccia
pubblicamente, insultando e facendo mostra di sé, ma a quattr`occhi e
con dolcezza; ha bisogno di tanta dolcezza colui che ammonisce, se
vuole che sia ben accolto il suo discorso tagliente. Non vedete i
medici, quando bruciano o quando tagliano, con quanta dolcezza
applicano la loro terapia? E molto più lo deve fare chi ammonisce,
perché il rimprovero è più violento del ferro e del fuoco, e fa
sobbalzare. Per questo motivo anche i medici si esercitano molto per
riuscire a incidere con calma, e lo fanno con dolcezza, in quanto è
possibile, e incidono un poco e poi permettono di riprendere il
fiato. Così si devono fare anche i rimproveri, perché chi viene
ammonito non se ne sottragga. E se fosse necessario venire insultati
e anche schiaffeggiati, non ricusiamolo; anche quelli infatti che
subiscono un intervento urlano mille cose contro coloro che li
operano, però essi non guardano a nulla di ciò, ma solamente alla
salute dei pazienti. Così, anche nel nostro caso, si deve fare di
tutto perché il rimprovero risulti utile, e si deve sopportare tutto
guardando il premio che c`è preparato. E` detto: Portate i pesi gli
uni degli altri e così adempirete la legge del Cristo (Gal 6,2).
Così, ammonendoci e sopportandoci a vicenda, potremo completare
l`edificazione del Cristo.
Giovanni Crisostomo, Omelie sulla lettera agli ebrei , 30,2
Cielo, stelle, terra, fiumi, giorno, notte e tutte le creature che
sono sottoposte al potere dell'uomo o disposte per la sua utilità, si
rallegrano, o Signora, di essere stati per mezzo tuo in certo modo
risuscitati allo splendore che avevano perduto, e di avere ricevuto
una grazia nuova inesprimibile. Erano tutte come morte le cose,
poiché avevano perduto la dignità originale alla quale erano state
destinate. Loro fine era di servire al dominio o alle necessità delle
creature cui spetta di elevare la lode a Dio. Erano schiacciate
dall'oppressione e avevano perso vivezza per l'abuso di coloro che
s'erano fatti servi degli idoli. Ma agli idoli non erano destinate.
Ora invece, quasi risuscitate, si rallegrano di essere rette dal
dominio e abbellite dall'uso degli uomini che lodano Dio.
Hanno esultato come di una nuova e inestimabile grazia sentendo che
Dio stesso, lo stesso loro Creatore non solo invisibilmente le regge
dall'alto, ma anche, presente visibilmente tra di loro, le santifica
servendosi di esse. Questi beni così grandi sono venuti dal frutto
benedetto del grembo benedetto di Maria benedetta.
Per la pienezza della tua grazia anche le creature che erano
negl'inferi si rallegrano nella gioia di essere liberate, e quelle
che sono sulla terra gioiscono di essere rinnovate. Invero per il
medesimo glorioso figlio della tua gloriosa verginità, esultano,
liberati dalla loro prigionia, tutti i giusti che sono morti prima
della sua morte vivificatrice, e gli angeli si rallegrano perché è
rifatta nuova la loro città diroccata.
O donna piena e sovrabbondante di grazia, ogni creatura rinverdisce
inondata dal traboccare della tua pienezza. O vergine benedetta e più
che benedetta, per la cui benedizione ogni creatura è benedetta dal
suo Creatore, e il Creatore è benedetto da ogni creatura.
A Maria Dio diede il Figlio suo unico che aveva generato dal suo seno
uguale a se stesso e che amava come se stesso, e da Maria plasmò il
Figlio, non un altro, ma il medesimo, in modo che secondo la natura
fosse l'unico e medesimo figlio comune di Dio e di Maria. Dio creò
ogni creatura, e Maria generò Dio: Dio che aveva creato ogni cosa, si
fece lui stesso creatura di Maria, e ha ricreato così tutto quello
che aveva creato. E mentre aveva potuto creare tutte le cose dal
nulla, dopo la loro rovina non volle restaurarle senza Maria.
Dio dunque è il padre delle cose create, Maria la madre delle cose
ricreate. Dio è padre della fondazione del mondo, Maria la madre
della sua riparazione, poiché Dio ha generato colui per mezzo del
quale tutto è stato fatto, e Maria ha partorito colui per opera del
quale tutte le cose sono state salvate. Dio ha generato colui senza
del quale niente assolutamente è, e Maria ha partorito colui senza
del quale niente è bene.
Davvero con te è il Signore che volle che tutte le creature, e lui
stesso insieme, dovessero tanto a te.
Dai "Discorsi" di sant'Anselmo, vescovo
(Disc. 52; PL 158,955-956)
«Sia fatta la tua volontà in cielo e in terra». E con ciò intendiamo
dire: non che faccia Dio ciò che egli vuole, ma che possiamo farlo
noi, ciò che Dio vuole. Infatti, chi mai potrebbe opporsi a che Dio
faccia ciò che egli vuole? Quanto a noi, invece, poiché siamo
ostacolati dal diavolo a conformarci totalmente a Dio nel pensiero e
nelle azioni, perciò preghiamo affinché si faccia in noi la sua
volontà. Ed essa in noi si potrà compiere solo col concorso della
stessa volontà di Dio, e cioè col suo aiuto e la sua protezione:
nessuno infatti è forte per le proprie forze, è però al sicuro per la
bontà e la misericordia di Dio.
D`altronde, lo stesso Signore, mostrando la debolezza
dell`umanità che lui portava, dice: Padre, se è possibile, passi da
me questo calice (Mt 26,39). E aggiunge, per dare così ai suoi
discepoli l`esempio affinché essi facciano non la volontà propria ma
quella di Dio: Tuttavia, non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi; e
altrove: Non sono disceso dal cielo per fare la mia volontà, ma la
volontà di colui che mi ha inviato (Gv 6,38).
Se ha obbedito il Figlio a fare la volontà del Padre, quanto
più non deve obbedire il servo a fare la volontà del Signore!
Così pure Giovanni, nella sua lettera, ci esorta e ci insegna
a compiere la volontà del Signore, dicendo: Non vogliate amare il
mondo, né le cose del mondo. Se qualcuno ama il mondo, non è in lui
la carità del Padre, poiché tutto ciò che è nel mondo è concupiscenza
della carne e concupiscenza degli occhi e superbia della vita, e non
viene dal Padre ma dalla concupiscenza del mondo. E il mondo passerà
e la sua concupiscenza: ma chi avrà fatto la volontà di Dio rimane in
eterno, così come Dio rimane in eterno (1Gv 2,15-17).
Se dunque noi vogliamo avere la vita eterna, dobbiamo fare la
volontà di Dio, che è eterno. Ora la volontà di Dio è ciò che Cristo
ha fatto e insegnato: l`umiltà nella condotta, la fermezza nella
fede, la modestia nelle parole, la giustizia nell`agire, la
misericordia nelle opere, la rettitudine nei costumi, e neppur sapere
cos`è un`ingiuria agli altri, e tollerare l`offesa, mantenere la pace
con i fratelli, amare Dio con tutto il cuore, amarlo come padre e
temerlo come Dio, tutto posporre a Cristo poiché lui ogni cosa
pospose a noi, stare uniti inseparabilmente al suo amore, tenersi
stretti alla sua croce con forza e fiducia, e quando è tempo di
lottare per il suo nome e la sua gloria essere apertamente fermi nel
confessarlo e fiduciosi nella tortura e pazienti nella morte per la
quale riceviamo la corona. Questo significa voler esser coeredi di
Cristo (cf. Rm 8,17), questo è attuare il comandamento di Dio, sì,
questo è adempiere la volontà del Padre.
Domandiamo che la volontà di Dio si faccia in cielo e in
terra: ché l`una e l`altra cosa riguarda il perfetto compimento della
nostra giustificazione e salute. Infatti, noi possediamo un corpo che
viene dalla terra e uno spirito che viene dal cielo: così, siamo
terra e cielo. E, quindi, in realtà, chiediamo che la volontà di Dio
sia fatta nell`uno e nell`altro, cioè nel corpo e nello spirito...
Così, ogni giorno, o meglio a ogni istante, preghiamo che in
noi sia fatta la volontà di Dio in cielo e in terra: perché questa è
la volontà di Dio, che le cose terrene cedano alle celesti, e
prevalga ciò che è spirituale e divino.
Si può pensare anche a un altro significato, fratelli
carissimi. Il Signore ci ha dato il comandamento di amare anche i
nemici e di pregare pure per coloro che ci perseguitano (cf. Mt
5,44): sicché noi preghiamo per quelli che sono ancora terra e che
non hanno cominciato a essere del cielo, affinché la volontà di Dio
si faccia in loro, quella volontà che Cristo ha perfettamente
compiuto col salvare e riscattare l`uomo. In realtà i discepoli da
lui non sono più chiamati terra, ma sale della terra (cf. Mt 3,13), e
l`Apostolo dice che mentre il primo uomo fu tratto dal fango della
terra il secondo è dal cielo (cf. 1Cor 15,47).
Dunque noi, se vogliamo pregare ricordandoci che dobbiamo
essere simili a Dio, il quale fa sorgere il suo sole su buoni e
cattivi e fa piovere su giusti e ingiusti (cf. Mt 5,45), dietro
l`ordine di Cristo dobbiamo farlo per la salvezza di tutti, affinché
come la volontà di Dio è fatta in cielo, cioè in noi per la nostra
fede, essendo noi dal cielo, così pure si faccia in terra, cioè in
quelli che non credono: cosicché coloro i quali per la loro prima
nascita sono ancora terreni, diventino celesti nascendo dall`acqua e
dallo Spirito (cf. Gv 3,5).
Cipriano di Cartagine, La preghiera del Signore, 14-17
Altro è il rancore e altro è la collera; una cosa è l`irritazione e
altra cosa è il turbamento.
Vi faccio un esempio perché comprendiate meglio. Quando
qualcuno accende un fuoco, all`inizio c`è un piccolo carbone. Ecco,
questo rappresenta la parola del fratello che vi offende. Sì, proprio
un piccolo carbone; che cos`è infatti una semplice parola del
fratello? Se la sopportate, spegnerete senz`altro il carbone. Al
contrario, se vi fermate a pensare: «Perché mi ha detto questo?
Anch`io ho da rimproverargli qualcosa! Se non aveva l`intenzione di
offendermi, avrebbe potuto parlarmi in altri termini. Si sappia bene
che posso anch`io rispondergli come si deve!», voi fate come colui
che accende il fuoco. e vi getta sopra dei ramoscelli o altro: fate
del fumo, e questo è il turbamento. Il turbamento non è altro che il
movimento e l`afflusso di pensieri che eccitano ed esaltano il cuore.
E` proprio questa esaltazione che spinge a vendicarsi
dell`offensore...
Sopportando la parola del fratello invece, potrete spegnere
il piccolo carbone prima che appaia il turbamento. Ma potrete calmare
facilmente anche il turbamento con il silenzio e la preghiera. Se, al
contrario, continuate a produrre fumo eccitando il vostro cuore e
pensando: «Ma perché mi ha detto questo? Anch`io posso dirgli
altrettanto!», l`afflusso e l`urto dei pensieri, se così si può dire,
fanno ribollire e riscaldano il cuore provocando la fiamma
dell`irritazione... Eccola dunque arrivata. Se volete, potete ancora
estinguerla prima che diventi collera. Ma se continuate a tormentare
voi stessi e gli altri, fate come colui che aggiunge legna attivando
il fuoco: è allora che la legna diventa carbone ardente. Ed è la
collera...
Se all`inizio del turbamento, all`apparire del fumo e delle
scintille, si prendono le dovute precauzioni accusando se stessi,
prima che sorga la fiamma dell`irritazione, si resta in pace. Ma se,
provocata l`irritazione, si persiste nel turbamento e
nell`eccitazione, non si fa che mettere legna al fuoco alimentandolo
fino a fare delle belle braci. E come queste, divenute carbone e
messe da parte, si conservano anche se vi si getta sopra dell`acqua,
così la collera, prolungandosi nel tempo, diviene rancore...
Ecco, ora sapete che cos`è il turbamento, l`irritazione, la
collera e il rancore. Vedete come da una piccola parola si può
arrivare a un grande male? Se all`inizio si incolpava se stessi, se
si sopportava pazientemente la parola del fratello senza volersi
vendicare né rispondergli e rendergli male per male, si sarebbero
potuti sfuggire tutti questi mali. Fratelli, non smetterò mai di
dirlo, strappate le passioni fin che sono giovani e prima che
s`irrobustiscano facendovi soffrire: una cosa è strappare un
arboscello, altro è sradicare un grosso albero.
Doroteo di Gaza, Istruzioni, 8,89-91
«Dio innalza gli umili» (Lc 1,52)
Quando affermo che Dio non ascolta i ricchi, non pensate
fratelli che non esaudisca coloro che possiedono denaro, domestici e
possedimenti. Se sono nati in questo stato e «occupano» questo posto
nelle società, si ricordino delle parole dell`Apostolo: Ai ricchi in
questo mondo raccomanda di non essere orgogliosi (1Tm 6,17).
Coloro che non si lasciano vincere dall`orgoglio sono poveri
davanti a Dio, che tende l`orecchio verso i poveri e i bisognosi.
Sanno, infatti, che la loro speranza non è nell`oro o nell`argento,
né in quelle cose in cui li vediamo sovrabbondare per un certo tempo.
Basta che le ricchezze non causino la loro rovina e, se non giovano a
nulla per la loro salvezza, almeno non ne costituiscano un
ostacolo... Quando un uomo disprezza tutto ciò che alimenta il suo
orgoglio, è un povero di Dio; e Dio inclina verso di lui l`orecchio,
perché conosce il tormento del suo cuore.
Senza dubbio, fratelli, quel povero coperto di piaghe, che
giaceva alla porta del ricco, fu portato dagli angeli nel seno di
Abramo, lo leggiamo e lo crediamo. Il ricco, invece, che, vestito di
porpora e di bisso, banchettava splendidamente ogni giorno, fu
precipitato nei tormenti dell`inferno (cf. Lc 16,19-31). E` stata
proprio la sua indigenza che ha meritato al povero di essere
trasportato dagli angeli? E il ricco è stato abbandonato ai tormenti
per colpa della sua opulenza? Dobbiamo riconoscerlo: in questo povero
fu onorata l`umiltà, e nel ricco fu punito l`orgoglio.
Ecco la prova che non le ricchezze, ma l`orgoglio è causa di
castigo al ricco. Senza dubbio il povero fu portato nel seno di
Abramo, ma dello stesso Abramo la Scrittura dice che aveva molto oro
e argento e che fu ricco su questa terra (cf. Gen 23,2). Se il ricco
è precipitato nei tormenti, come mai Abramo ha potuto superare il
povero per accoglierlo nel proprio seno? Abramo in mezzo alle
ricchezze era povero, umile, rispettoso e obbediente a ogni ordine di
Dio. Il suo disprezzo per le ricchezze era tale che, quando Dio
glielo chiese, accettò di immolare il figlio a cui queste ricchezze
erano destinate.
Imparate dunque a essere poveri e bisognosi, sia che
possediate qualcosa in questo mondo, sia che non possediate nulla.
Perché si trovano dei mendicanti pieni di orgoglio e dei ricchi che
confessano i propri peccati. Dio resiste ai superbi, coperti di seta
o di stracci, ma concede la sua grazia agli umili, che possiedano o
no beni di questo mondo. Dio guarda nell`intimo, là egli pesa,
esamina. La bilancia di Dio, tu non la vedi: è il tuo pensiero che vi
si trova soppesato.
Il salmista pone sul piatto i suoi titoli a essere esaudito
quando dice: Perché io sono povero e infelice (Sal 85,1). Cerca di
essere tale: se non lo sei, non sarai esaudito. Rifiuta tutto ciò che
attorno a te e in te porta alla presunzione. Non presumere che di
Dio, non aver bisogno che di lui ed egli ti colmerà.
Agostino, Esposizioni sui salmi, 85,3
«Dio innalza gli umili» (Lc 1,52)
Quando affermo che Dio non ascolta i ricchi, non pensate
fratelli che non esaudisca coloro che possiedono denaro, domestici e
possedimenti. Se sono nati in questo stato e «occupano» questo posto
nelle società, si ricordino delle parole dell`Apostolo: Ai ricchi in
questo mondo raccomanda di non essere orgogliosi (1Tm 6,17).
Coloro che non si lasciano vincere dall`orgoglio sono poveri
davanti a Dio, che tende l`orecchio verso i poveri e i bisognosi.
Sanno, infatti, che la loro speranza non è nell`oro o nell`argento,
né in quelle cose in cui li vediamo sovrabbondare per un certo tempo.
Basta che le ricchezze non causino la loro rovina e, se non giovano a
nulla per la loro salvezza, almeno non ne costituiscano un
ostacolo... Quando un uomo disprezza tutto ciò che alimenta il suo
orgoglio, è un povero di Dio; e Dio inclina verso di lui l`orecchio,
perché conosce il tormento del suo cuore.
Senza dubbio, fratelli, quel povero coperto di piaghe, che
giaceva alla porta del ricco, fu portato dagli angeli nel seno di
Abramo, lo leggiamo e lo crediamo. Il ricco, invece, che, vestito di
porpora e di bisso, banchettava splendidamente ogni giorno, fu
precipitato nei tormenti dell`inferno (cf. Lc 16,19-31). E` stata
proprio la sua indigenza che ha meritato al povero di essere
trasportato dagli angeli? E il ricco è stato abbandonato ai tormenti
per colpa della sua opulenza? Dobbiamo riconoscerlo: in questo povero
fu onorata l`umiltà, e nel ricco fu punito l`orgoglio.
Ecco la prova che non le ricchezze, ma l`orgoglio è causa di
castigo al ricco. Senza dubbio il povero fu portato nel seno di
Abramo, ma dello stesso Abramo la Scrittura dice che aveva molto oro
e argento e che fu ricco su questa terra (cf. Gen 23,2). Se il ricco
è precipitato nei tormenti, come mai Abramo ha potuto superare il
povero per accoglierlo nel proprio seno? Abramo in mezzo alle
ricchezze era povero, umile, rispettoso e obbediente a ogni ordine di
Dio. Il suo disprezzo per le ricchezze era tale che, quando Dio
glielo chiese, accettò di immolare il figlio a cui queste ricchezze
erano destinate.
Imparate dunque a essere poveri e bisognosi, sia che
possediate qualcosa in questo mondo, sia che non possediate nulla.
Perché si trovano dei mendicanti pieni di orgoglio e dei ricchi che
confessano i propri peccati. Dio resiste ai superbi, coperti di seta
o di stracci, ma concede la sua grazia agli umili, che possiedano o
no beni di questo mondo. Dio guarda nell`intimo, là egli pesa,
esamina. La bilancia di Dio, tu non la vedi: è il tuo pensiero che vi
si trova soppesato.
Il salmista pone sul piatto i suoi titoli a essere esaudito
quando dice: Perché io sono povero e infelice (Sal 85,1). Cerca di
essere tale: se non lo sei, non sarai esaudito. Rifiuta tutto ciò che
attorno a te e in te porta alla presunzione. Non presumere che di
Dio, non aver bisogno che di lui ed egli ti colmerà.
Agostino, Esposizioni sui salmi, 85,3
Se avrai l'umiltà dentro il cuore, lì Dio ti svelerà la sua gloria.
Tienti in nessun conto quando sei grande e non innalzarti se ti
ritrovi piccolo.
Fa' in modo di non essere glorificato dagli uomini e sarai pieno
dell'onore di Dio. Non cercare approvazione e consensi, perché di
dentro sei pieno di piaghe.
Spregia la fama e sarai onorato; non amarla e non sarai disprezzato.
L'onore fugge davanti a chi gli corre dietro, ma insegue chi fugge da
lui e proclama la sua umiltà ad ogni uomo.
Se ti disprezzerai per non essere onorato, ci penserà Dio a
manifestarti. Se sai praticare l'autocritica, per amore della verità,
Dio darà ordine di lodarti a tutte le sue creature. Esse
spalancheranno davanti a te la porta della gloria del tuo Creatore e
loderanno te come lui, perché in verità sei la sua vera immagine.
Chi ha mai veduto un uomo brillare per virtù ma in nessuna
considerazione presso gli uomini, luminoso nella condotta e saggio
per la conoscenza, ma dal cuore di povero?
Beato colui che si umilia in ogni cosa, perché sarà esaltato. Colui
infatti che si sarà abbassato e fatto piccolo in tutto, sarà
glorificato da Dio.
Chiunque avrà patito la fame e la sete per Dio, Dio lo inebrierà dei
suoi beni.
Colui che avrà saputo spogliarsi di se stesso per amore di Dio, Dio
lo rivestirà di un abito d' incorruttibilità e di gloria.
Chi si fa povero per Dio, Dio lo consolerà dandogli la vera ricchezza.
Valutati un nulla per amore di Dio e, senza nemmeno accorgertene, la
gloria aumenterà in te lungo tutta la tua vita.
Dai Discorsi di Isacco di Ninive (Discorso 5. Loghia,
Astir,Atene,1961,27.)
Un tempo, il Signore Dio aveva scacciato dal paradiso dell`Eden e
mandato in esilio i progenitori della nostra razza mortale, che erano
come inebriati dal vino della disobbedienza, avevano gli occhi del
cuore appesantiti dall`ebbrezza della trasgressione, lo sguardo dello
spirito oppresso dallo stordimento della colpa, ed erano addormentati
nel sonno della morte. Ma ora, il paradiso non riceverà forse colei
che ha infranto in sé l`impeto delle passioni e ha portato alla luce
il germoglio dell`obbedienza a Dio e al Padre, dando inizio alla vita
di tutto il genere umano? Il cielo non le aprirà forse con gioia le
sue porte?...
Se Cristo, che è la Vita e la Verità, ha detto: Dove sono io,
là sarà anche il mio servo (Gv 12,26), a maggior ragione, come non
abiterà con lui sua madre?... Poiché il corpo santo e puro che in lei
si era unito al Verbo divino, si levò dal sepolcro il terzo giorno,
bisognava che anche lei fosse strappata alla tomba e che la madre
fosse assunta presso il Figlio. Egli era sceso verso di lei: così
essa, la creatura amata sopra ogni altra, doveva essere elevata in
una dimora più grande e più perfetta, nel cielo stesso (cf. Eb
9,11.24). Era giusto che colei che aveva ospitato nel suo grembo il
Verbo divino si stabilisse nella dimora del suo Figlio. E come il
Signore disse che egli doveva essere nella casa del Padre (cf. Lc
2,49), così era necessario che la Madre abitasse nella dimora regale
di suo Figlio, nella casa del Signore, negli atri del nostro Dio (Sal
134,2). Perché, se lì è la dimora di tutti quelli che sono nella
gioia, dove mai dovrebbe risiedere colei che è la causa stessa della
gioia?
Giovanni Damasceno, Omelia 2, sul transito di Maria