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#465 Da: "dioama" <dioama@...>
Data: Ven 6 Nov 2009 10:46 am
Oggetto: Giov 14,13 Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò.
dioama
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Giov 14,13 Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia
glorificato nel Figlio.
14 Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.
" nel mio nome" non significa semplicemente " pronunciando il mio nome" 
"invocando il mio nome" "appellandosi al mio nome" o anche "presentando la
richiesta basandola sul vocabolo GESU'".
Il nome indica la persona, e quindi  "NEL MIO NOME" significa invece "in
comunione con la mia persona", "in unione con me" " confidando in me" (come
ipotizzava Caterina ), "rimanendo in me" (come ipotizzava Cattolico )
"interpretando il mio desiderio" in parole povere: "chiedendo secondo la mia
volontà". Solo a questa condizione QUALUNQUE RICHIESTA potrà essere accolta,  o
meglio, sarà esaudita  QUALUNQUE COSA  che coincide col suo volere e che è in
armonia con la Sua Persona.
E noi non possiamo essere certi che la sua volontà coincide con la nostra,
quindi non possiamo essere certi di aver fatto richieste veramente NEL SUO NOME
come potremmo a torto pensare.
Questo spiegherebbe il nostro quesito. Gesù perciò non ha mentito anche se non
ha esaudito i suoi apostoli che accordandosi tra loro chiesero direttamente a
Gesù, con tanta fede di farli sedere accanto a Lui, o se non ha esaudito s.Paolo
che chiedeva bene con tutti i crismi, ma che evidentemente esprimeva una
richiesta che non corrispondeva con la volontà del Signore.
Un mio amico aveva una moglie in coma. Confidava tanto che in base alla promessa
espressa in quel versetto Gesù esaudisse la sua richiesta fatta anche con la
preghiera della comunità, ma la moglie morì e questo amico è rimasto molto
disilluso, anche se col tempo è riuscito ad accettare questa perdita.
La moglie di un pastore evangelico, nel mio paese, rimase vittima di un
incidente con paralisi totale delle gambe. Confidava ciecamente in quelle parole
di Gesù e tutta la sua comunità pregava incessantemente per la sua guarigione,
ma non guarì e sia lei che il marito pastore hanno lasciato la comunità e forse
hanno perso la fede. Esempi di questo genere si potrebbero moltiplicare. e molti
anche nei nostri ambienti cattolici, hanno preso lucciole per lanterne
A volte capita che Gesù intervenga soprannaturalmente a seguito di una preghiera
fatta con fede, a volte nonostante la fede di molte persone che pregano per una
determinata cosa, non si ottiene il risultato sperato oppure capita che Gesù
guarisca uno che nemmeno lo prega. Infatti, tanto per portare una dimostrazione
biblica, riattaccò l'orecchio mozzato da S.Pietro al servo che cercava di
catturarlo prima della passione e per il quale nessuno pregò, e non fece nulla
per riattaccare la testa mozzata di s.Giovanni Battista che era certamente un
suo servo fedele con tanti seguaci che lo avrebbero voluto riavere vivo. La
Chiesa orante ottenne la liberazione di Pietro che era stato incarcerato per
essere messo a morte ma Giacomo il Maggiore fu decapitato. Misteri della volontà
di Cristo ma certamente finalizzati alla costruzione del suo regno e quindi
all'adempimento della sua insondabile volontà.

Per questo la Scrittura ci insegna:  (Ro 8,26) Allo stesso modo anche lo Spirito
viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia
conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi,
con gemiti inesprimibili; 27 e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri
dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio.
Così dobbiamo sapere, che mentre noi credenti ci accordiamo per pregare per una
determinata cosa, lo Spirito Santo, che conosce le reali necessità secondo la
volontà di Cristo, intervenga presentando al Padre una RICHIESTA PIU' CONSONA
alla situazione per la quale preghiamo, e quindi dobbiamo essere sicuri che la
nostra preghiera verrà esaudita ma nel modo migliore, a volte molto diversamente
da quanto ci potremmo aspettare o in tempi diversi.
Ed allora penso che ad ogni richiesta dovremmo aggiungere almeno idealmente: Ti
chiedo questa cosa (qualunque cosa) SE è nel TUO NOME (cioè se è in armonia con
te, con la tua Persona, se è NELLA TUA VOLONTA'). La stessa cosa ci mostrò di
fare in fondo Cristo stesso, il quale secondo la sua situazione umana avrebbe
voluto fuggire dal calice amaro che lo attendeva, ma pregò aggiungendo che si
compisse la VOLONTA' DEL PADRE, mostrandoci come dobbiamo pregare anche nella
situazione più disperata, secondo il modello del "Padre Nostro" con cui si
esprime la stessa intenzione: Padre sia fatta la tua volontà.

Teofilo

#464 Da: "dioama" <dioama@...>
Data: Ven 30 Ott 2009 10:03 am
Oggetto: Sacramento di unità e di carità
dioama
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Dai «Libri a Mònimo», San Fulgenzio di Ruspe, vescovo

L'edificio spirituale del corpo di Cristo si costruisce nell'amore secondo le
parole di san Pietro. Con le pietre vive si eleva un edificio spirituale per un
sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di
Gesù Cristo (cfr. 1 Pt 3, 5).
Questa opera di costruzione spirituale mai diventa oggetto più appropriato di
preghiera come quando il corpo stesso di Cristo, che è la Chiesa, offre il corpo
e il sangue di Cristo nel sacramento del pane e del calice. Infatti il calice
che beviamo è la comunione del sangue di Cristo e il pane che spezziamo è la
partecipazione del corpo del Signore; poiché vi è un solo pane, noi, pur essendo
molti, formiamo un solo corpo; tutti infatti partecipiamo dell'unico pane (cfr.
1 Cor 10, 16-17).
Quella grazia che fece della Chiesa il corpo di Cristo, faccia sì che tutte le
membra della carità rimangano compatte e perseverino nell'unità del corpo. Sia
questa la nostra preghiera. Sia questo il dono di quello Spirito, che è l'unico
Spirito del Padre e del Figlio.
Perché la Trinità è per sua natura santità e unità, uguaglianza e amore, la
Trinità è un solo e vero Dio, e unanime è l'azione santificatrice operata dalle
tre Persone in coloro che sono stati adottati come figli. Ecco perché leggiamo:
«L'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo
che ci è stato dato» (Rm 5, 5). Lo Spirito Santo, che è unico del Padre e del
Figlio, dando la grazia dell'adozione divina, opera i medesimi effetti descritti
dagli Atti degli Apostoli per coloro che ricevevano lo Spirito Santo: «La
moltitudine dei credenti aveva un cuore solo ed un'anima sola» (At 4, 32).
L'unico cuore infatti e l'unica anima della moltitudine di coloro che eran
venuti alla fede in Dio li aveva operati l'unico Spirito che è del Padre e del
Figlio, e con il Padre e il Figlio è un solo Dio.
L'Apostolo, scrivendo agli Efesini, dice che questa unità di spirito nel vincolo
della pace, deve essere conservata con cura: Io, il prigioniero del Signore, vi
esorto a comportarvi in maniera degna della vocazione cui siete stati chiamati,
con ogni umiltà, dolcezza e pazienza, sopportandovi gli uni gli altri con amore,
cercando di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.
Un solo corpo, un solo spirito (cfr. Ef 4, 1-4).
Dio, infatti, mentre custodisce per mezzo dello Spirito Santo il suo amore
diffuso nella Chiesa, fa della medesima un sacrificio a lui gradito. Possa essa
sempre ricevere la stessa grazia della carità spirituale e, così, presentarsi
sempre ostia viva, santa, gradita a Dio.


(Lib. 2, 11-12; CCl 91, 46-48)

#463 Da: "dioama" <dioama@...>
Data: Mar 6 Ott 2009 7:35 am
Oggetto: Madre per opera dello Spirito Santo
dioama
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"...Che è nato per opera dello Spirito Santo da Maria Vergine". Questa fra gli
uomini è nascita dovuta all`economia della salvezza, mentre quella è della
sostanza divina: questa è di condiscendenza, quella di natura. Nasce per opera
dello Spirito Santo da Maria Vergine: e certo a questo punto si richiedono piú
puri le orecchie che l`intelletto. Infatti a questi, che poco fa hai appreso
nato indicibilmente dal Padre, ora apprendi che dallo Spirito Santo è stato
preparato un tempio nel segreto del ventre verginale; e come nella
santificazione dello Spirito Santo non si deve intendere nessuna fragilità, così
anche nel parto della Vergine non si deve intendere alcuna corruzione. Ora
infatti al mondo è stato dato un nuovo parto e non senza ragione. Chi infatti in
cielo è unico Figlio, conseguentemente anche in terra è unico e nasce in modo
unico. Su questo argomento sono a tutti note e riecheggiate nei Vangeli le
parole dei profeti, i quali affermano che una vergine concepirà e partorirà un
figlio (Is 7,14). E anche il meraviglioso modo del parto il profeta Ezechiele
aveva anticipatamente indicato, definendo simbolicamente Maria porta del
Signore, cioè attraverso la quale il Signore è entrato nel mondo. Dice pertanto
cosí: La porta che guarda ad oriente sarà chiusa e non verrà aperta e nessuno vi
passerà attraverso, perché proprio il Signore Dio d`Israele passerà attraverso
questa porta e sarà chiusa (Ez 44,2). Che cosa di altrettanto evidente si
sarebbe potuto dire della consacrazione della Vergine? Rimase in lei chiusa la
porta della verginità, attraverso di essa il Signore Dio d`Israele è entrato in
questo mondo, e attraverso di essa è venuto dal ventre della Vergine, e in
eterno la porta della Vergine è rimasta chiusa poiché la verginità è stata
preservata. Per tal motivo lo Spirito Santo è detto creatore della carne del
Signore e del suo tempio.
	 Comincia già da qui a comprendere anche la maestà dello Spirito Santo. Infatti
riguardo a questo anche la parola del Vangelo afferma che, quando l`angelo parlò
alla Vergine e le disse: Partorirai un figlio e gli darai nome Gesú: infatti
salverà il suo popolo dai suoi peccati, ed ella rispose: In che modo avverrà
questo, dal momento che non conosco uomo, allora l`angelo di Dio le disse: Lo
Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell`Altissimo ti adombrerà: perciò
ciò che da te nascerà santo sarà chiamato Figlio di Dio (Lc 1,31.34.35; Mt
1,21). Osserva dunque la Trinità che coopera scambievolmente. E` detto rito
Santo viene sulla Vergine e la potenza dell`Altissimo adombra. Ma qual è la
potenza dell`Altissimo, se non proprio Cristo, che è potenza di Dio e sapienza
di Dio? (1Cor 1,24). Ma questa potenza di chi è? Dell`Altissimo, è detto. Perciò
è presente l`Altissimo, è presente anche la potenza dell`Altissimo, è presente
anche lo Spirito Santo. Questa è la Trinità, che duvunque è nascosta e dovunque
appare, distinta nei nomi e nelle Persone, sostanza inseparabile della divinità.
E benché soltanto il Figlio nasca dalla Vergine, tuttavia è presente anche
l`Altissimo è presente anche lo Spirito Santo, perché venga santificato il
concecepimento della Vergine e il suo parto.

	 (Rufino di Aquileia, Expositio symboli, 8-9)

#462 Da: "dioama" <dioama@...>
Data: Sab 26 Set 2009 1:00 pm
Oggetto: L`incertezza della fine (s.Giovanni Crisostomo)
dioama
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L`incertezza della fine è stimolo alla vigilanza

	 Quando verrà l`anticristo, i malvagi e coloro che disperano della salvezza si
abbandoneranno ancor piú ai loro turpi piaceri. Allora vi saranno orge, canti e
danze sfrenate, ubriachezza. Ecco perché cita quell`esempio che si adatta
ottimamente alla situazione: quando Noè costruiva l`arca, gli uomini non
credevano al diluvio, benché l`arca esposta alla vista di tutti preannunciasse
le sventure che dovevano accadere, tutti, nonostante ciò, si davano ai piaceri,
come se nulla di terribile dovesse succedere. Allo stesso modo, all`apparire
dell`anticristo, seguirà la fine coi suoi castighi e tormenti intollerabili.
Eppure gli uomini, in preda all`ebrezza della loro malvagità, non saranno
affatto intimoriti da quello che accadrà. Ecco perché anche Paolo afferma che,
come una donna incinta è colta all`improvviso dalle doglie del parto, allo
stesso modo si verificheranno quei terribili e irrimediabili mali...
	 "Riflettete bene: Se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte il
ladro debba venire, veglierebbe certamente e non lascerebbe spogliare la sua
casa. Quindi voi state preparati, perché il Figlio dell`uomo verrà in quell`ora
che meno pensate" (Mt 24,43-44). Non rivela quel giorno perché siano vigilanti e
sempre pronti, e dichiara che in quell`ora che meno pensano allora egli verrà,
perché siano sempre preparati alla battaglia e costantemente dediti alla virtù.
Le sue parole in definitiva vogliono dire questo: se gli uomini conoscessero il
momento della loro morte, si preparerebbero con grande impegno e con ogni cura
per quell`ora.
	 Ma allo scopo di non limitare il loro fervore a quel giorno, non rivela né il
giorno del giudizio universale, né il giorno del giudizio particolare volendo
che essi siano costantemente in attesa e sempre fervorosi: ecco il motivo per
cui lascia nell`incertezza la fine di ciascun uomo... Mi pare inoltre che
intenda scuotere e confondere i pigri, che non hanno per la loro anima tutto
quell`impegno che manifestano invece per le loro ricchezze quelli che temono
l`assalto dei ladri. Costoro, quando suppongono la visita dei ladri, stanno in
guardia per impedire che sia sottratto alcunché della casa. Voi al contrario -
sembra dire Cristo - benché sappiate che il vostro Signore verrà sicuramente,
non vigilate né state pronti per evitare di essere portati via da questo mondo
impreparati. Quel giorno, pertanto, verrà a rovina di coloro che dormono. Se
infatti il padrone sapesse il momento del furto, lo impedirebbe; cosí anche voi,
se foste pronti, evitereste di essere colti di sorpresa.

	 (Giovanni Crisostomo, In Matth. 77, 2 s.)

#461 Da: "dioama" <dioama@...>
Data: Mar 8 Set 2009 11:49 am
Oggetto: L'ORGANISMO DELLA CREAZIONE (s.Ambrogio)
dioama
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Con l`opera creatrice dell`onnipotente Iddio, del Signore Gesù Cristo e dello
Spirito Santo, fu fondato il cielo, fu plasmata la terra, le fu infusa attorno
la massa delle acque e dell`aria, fu realizzata la divisione fra la luce e le
tenebre.
	 Ora, chi non si meraviglierà che il mondo, tanto vario perché composto di parti
differenti, abbia potuto formare un organismo unitario e che tanti esseri
differenti abbiano potuto, per una indissolubile legge di concordia e di amore,
formare una salda unità e una stretta compagine, tanto che cose di natura
completamente diversa sono annodate da un vincolo di concordia e di pace come se
fossero inseparabili tra di loro? O chi, considerato ciò con la sua debole
conoscenza razionale, avrebbe potuto ritenerlo anche solo possibile? Eppure la
potenza divina, incomprensibile allo spirito umano e inesprimibile con le nostre
parole, con il suo volere ha ordinato tutto ciò nella più stretta unità.

	 Ambrogio, Esamerone, 2,1

#460 Da: "Luigi" <luigbasi@...>
Data: Ven 14 Ago 2009 5:38 am
Oggetto: IL BENE DELLA CARITA' (San Leone Magno, Papa)
luigbasi
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Nel vangelo di Giovanni il Signore dice: «Da questo tutti sapranno che siete
miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35). E nelle
lettere del medesimo apostolo si legge: «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri,
perché l'amore è da Dio; chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non
ama, non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (1 Gv 4, 7-8). Si scuotano
perciò le anime dei
fedeli, e con sincero esame giudichiamo gli intimi affetti del proprio cuore. E
se nelle loro coscienze troveranno qualche frutto di carità non dubitino della
presenza di Dio in loro. Se poi vogliono trovarsi maggiormente disposti a
ricevere un ospite così illustre, dilatino sempre più l'ambito del loro spirito
con le opere di
misericordia. Se infatti Dio è amore, la carità non deve avere confini, perché
la divinità non può essere rinchiusa entro alcun limite. Carissimi, è vero che
per esercitare il bene della carità ogni tempo è appropriato. Questi giorni
tuttavia lo
sono in modo speciale.

Quanti desiderano arrivare alla Pasqua del Signore con la santità dell'anima e
del corpo si sforzino al massimo di acquistare quella virtù nella quale sono
incluse tutte le altre in sommo grado, e dalla quale è coperta la moltitudine
dei peccati. Dobbiamo prepararci a celebrare il mistero dei peccati.

Dobbiamo prepararci a celebrare il mistero più alto di tutti, il mistero del
sangue di Gesù Cristo che ha cancellato le nostre iniquità, facciamolo con i
sacrifici della misericordia. Ciò che la bontà divina ha elargito a noi, diamolo
anche noi a coloro che ci hanno offeso. La nostra generosità sia più larga verso
i poveri e i sofferenti perché siano rese grazie a Dio dalle voci di molti. Il
nutrimento di chi ha bisogno sia sostenuto dai nostri digiuni.

Al Signore infatti nessun'altra devozione dei fedeli piace più di quella rivolta
ai suoi poveri, e dove trova una misericordia premurosa là riconosce il segno
della sua bontà. Non si abbia timore, in queste donazioni di diminuire i propri
beni, perché la benevolenza stessa è già un gran bene, né può mancare lo spazio
alla generosità, dove Cristo sfama ed è sfamato. In tutte queste opere
interviene quella mano, che spezzando il pane lo fa crescere e distribuendolo
agli altri lo moltiplica. Colui che fa l'elemosina la faccia con gioia. Sia
certo che avrà il massimo guadagno, quando avrà tenuto per sé il minimo, come
dice il beato apostolo Paolo: «Colui che somministra il seme al seminatore e il
pane per il nutrimento, somministrerà e moltiplicherà anche la vostra semente, e
farà crescere
i frutti della vostra giustizia» (2 Cor 9, 10), in Cristo Gesù nostro Signore,
che vive e regna con il Padre e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.

Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa

#459 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Sab 8 Ago 2009 5:56 am
Oggetto: IL DONO DELLA PERSEVERANZA (S,Agostino)
dioama
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Perché si dovrebbe chiedere a Dio la perseveranza, se non è concessa da lui ?
Non sarebbe forse una richiesta beffarda, se si pregasse dal Signore quello che
si sa che Egli non concede, e che quindi, se non è lui a concederlo, è in
potestà degli uomini? Così pure sarebbe una beffa e non un rendimento di grazie,
se si rendesse grazie a Dio di una cosa che Egli non ha donato né compiuto. Ma
quello che ho detto precedentemente 6 lo ripeto anche adesso: Non ingannatevi,
dice l'Apostolo, non ci si può prendere gioco di Dio 7. O uomo, Dio è testimone
non solo delle tue parole, ma anche dei tuoi pensieri; se chiedi con sincerità e
fede qualcosa all'immensa ricchezza di lui, devi credere di ricevere quello che
chiedi da Colui a cui lo chiedi. Non onorarlo con le labbra mentre in cuore
t'innalzi sopra di lui, nella convinzione che tu possiedi da te stesso quello
che fingi di pregare da lui. O forse non sarà vero che questa perseveranza si
richiede a lui? Chi sostiene ciò non ha bisogno di essere confutato dalle mie
argomentazioni, ma piuttosto d'essere caricato delle preghiere dei santi. Ce n'è
forse uno fra di essi che non chieda a Dio di perseverare in lui? Nella stessa
preghiera che è detta domenicale, perché fu il Signore ad insegnarcela, quando i
santi pregano si capisce che praticamente non chiedono quasi altro che la
perseveranza.

#458 Da: "Luigi" <luigbasi@...>
Data: Dom 19 Lu 2009 3:09 pm
Oggetto: Venga il tuo regno (Origène, sacerdote)
luigbasi
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Il regno di Dio, secondo la parola del nostro Signore e Salvatore, non viene in
modo da attirare l'attenzione e nessuno dirà: Eccolo qui o eccolo là; il regno
di Dio è in mezzo a noi (cfr. Lc 16, 21), poiché assai vicina è la sua parola
sulla nostra bocca e sul nostro cuore (cfr. Rm 10,8). Perciò, senza dubbio,
colui che prega che venga il regno di Dio, prega in realtà che si sviluppi,
produca i suoi frutti e giunga al suo compimento quel regno di Dio che egli ha
in sé. Dio regna nell'anima dei santi ed essi obbediscono alle leggi spirituali
di Dio che in lui abita. Così l'anima del santo diventa proprio come una città
ben governata. Nell'anima dei giusti è presente il Padre e col Padre anche
Cristo, secondo quell'affermazione: «Verremo a lui e prenderemo dimora presso di
lui» (Gv 14, 23).
Ma questo regno di Dio, che è in noi, col nostro instancabile procedere giungerà
al suo compimento, quando si avvererà ciò che afferma l'Apostolo del Cristo.
Quando cioè egli, dopo aver sottomesso tutti i suoi nemici, consegnerà il regno
a Dio Padre, perché Dio sia tutto in tutti (cfr. 1Cor 15, 24.28). Perciò
preghiamo senza stancarci. Facciamolo con una disposizione interiore sublimata e
come divinizzata dalla presenza del Verbo. Diciamo al nostro Padre che è in
cielo: «Sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno» (Mt 6, 9-10).
Ricordiamo che il regno di Dio non può accordarsi con il regno del peccato, come
non vi è rapporto tra la giustizia e l'iniquità né unione tra la luce e le
tenebre né intesa tra Cristo e Beliar (cfr. 2Cor 6, 14-15).
Se vogliamo quindi che Dio regni in noi, in nessun modo «regni il peccato nel
nostro corpo mortale» (Rm 6, 12). Mortifichiamo le nostre «membra che
appartengono alla terra» (Col 3, 5). Facciamo frutti nello Spirito, perché Dio
possa dimorare in noi come in un paradiso spirituale. Regni in noi solo Dio
Padre col suo Cristo. Sia in noi Cristo assiso alla destra di quella potenza
spirituale che pure noi desideriamo ricevere. Rimanga finché tutti i suoi
nemici, che si trovano in noi, diventino «sgabello dei suoi piedi» (Sal 98,5), e
così sia allontanato da noi ogni loro dominio, potere ed influsso. Tutto ciò può
avvenire in ognuno di noi. Allora, alla fine, «ultima nemica sarà distrutta la
morte» (1 Cor 15, 26). Allora Cristo potrà dire anche dentro di noi: «Dov'è o
morte il tuo pungiglione? Dov'è o morte la tua vittoria?» (Os 13, 14; 1 Cor 15,
55). Fin d'ora perciò il nostro «corpo corruttibile» si rivesta di santità e di
«incorruttibilità; e ciò che è mortale cacci via la morte, si ricopra
dell'immortalità» del Padre (1 Cor 15, 54). così regnando Dio in noi, possiamo
già godere dei beni della rigenerazione e della risurrezione.


Dall'opuscolo «La preghiera» di Origène, sacerdote
(Cap. 25; PG 11, 495-499)

#457 Da: "Luigi" <luigbasi@...>
Data: Dom 28 Giu 2009 6:44 am
Oggetto: La nostra preghiera deve esere pubblica e universale (S. Cipriano)
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Innanzitutto il dottore della pace e maestro dell'unità non volle che la
preghiera fosse esclusivamente individuale e privata, cioè egoistica, come
quando uno prega soltanto per sé. Non diciamo «Padre mio, che sei nei cieli»,
né: «Dammi oggi il mio pane», né ciascuno chiede che sia rimesso soltanto il suo
debito, o implora per sé solo di non essere indotto in tentazione o di essere
liberato dal male. Per noi la preghiera è pubblica e universale, «quando
preghiamo, non imploriamo per uno solo, ma per tutto il popolo, poiché tutto il
popolo forma una cosa sola.
Il Dio della pace e maestro della concordia, che ha insegnato l'unità, volle che
ciascuno pregasse per tutti, così come egli portò tutti nella persona di uno
solo.
Osservarono questa legge della preghiera i tre fanciulli rinchiusi nella fornace
di fuoco, quando si accordarono all'unisono nella preghiera e furono unanimi
nell'accordo dello spirito. Lo afferma la divina Scrittura. Dicendoci che hanno
pregato uniti, ci dà un modello da seguire, perché facciamo così anche noi.
Allora, dice quei tre a una sola voce cantavano un inno e benedicevano Dio (cfr.
Dn 3, 51). Parlavano come a una sola voce, e Cristo non aveva ancora insegnato
loro a pregare.
Proprio perché pregavano così, le loro parole furono efficaci ed esaudite: la
preghiera ispirata alla pace, semplice e interiore si guadagna la benevolenza di
Dio. Troviamo scritto che gli apostoli pregavano così assieme ai discepoli dopo
l'ascensione del Signore. «Erano», si dice, «tutti assidui e concordi nella
preghiera insieme con alcune donne e con Maria, la Madre di Gesù, e con i
fratelli di lui» (At 1, 14). Erano assidui e concordi nella preghiera,
manifestando, sia con l'assiduità della loro preghiera sia con la concordia, che
Dio, il quale fa abitare unanimi (cfr. Sal 67, 7) nella casa, non ammette nella
divina ed eterna dimora se non coloro che pregano in fusione di cuori. Quali e
quante poi sono, fratelli carissimi, le rivelazioni della preghiera del Signore!
Esse si trovano raccolte in una invocazione brevissima, ma carica di spirituale
potenza. Non c'è assolutamente nulla che non si trovi racchiuso in questa nostra
preghiera di lode e di domanda. Essa, perciò, forma un vero compendio di
dottrina celeste.
L'uomo nuovo, rinato e rifatto dal suo Dio per mezzo della sua grazia, in primo
luogo dice «al Padre», perché ha già incominciato ad essergli figlio. «Venne tra
la sua gente», è scritto, «ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti però l'hanno
accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio, a quelli che credono nel
suo nome» (Gv 1, 11-12).
Chi, dunque, ha creduto nel suo nome ed è diventato figlio di Dio, deve
cominciare di qui, dal rendere grazie e professarsi figlio di Dio allorché
indica che Dio gli è Padre nei cieli.

Dal trattato «Sul Padre nostro» di san Cipriano, vescovo e martire
(Nn. 8-9; CSEL 3, 271-272)

#456 Da: "Luigi" <luigbasi@...>
Data: Dom 17 Mag 2009 7:42 pm
Oggetto: Trattato sullo Spirito Santo (S. Basilio Magno)
luigbasi
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Nella semplicità di Dio l'unità delle Persone consiste nella comunione
della divinità. Uno è anche lo Spirito Santo, nella sua propria realtà; ma è
congiunto al Padre, che è uno, per il Figlio, che è uno, e per mezzo suo
completa la beata Trinità, degna di ogni lode.

      Lo Spirito è intimamente imparentato con il Padre e il Figlio. Lo palesa il
fatto che egli non è posto nella moltitudine delle creature, ma è da solo
proferito. Egli non è infatti uno fra molti, ma è l'unico. Come uno è il Padre e
uno il Figlio, così anche uno è lo Spirito Santo. Perciò tanto lontano si trova
dalla natura creata quanto una cosa solitaria verosimilmente lo è da ciò che è
congregato in un tutto numeroso. Egli è unito al Padre e al Figlio quanto il
solo è in intimità col solo.

      Quindi è ovvio: lo Spirito condivide la natura del Padre e del Figlio. Ma
ecco altre prove. Si dice che lo Spirito Santo è da Dio: non al modo in cui ogni
cosa è da Dio, ma come colui che proviene da Dio: non al modo della generazione,
come il Figlio, ma come soffio dalla sua bocca. Evidentemente non parlo di bocca
corporea, né il soffio è un alito che si dissolve. L'espressione va intesa in
modo degno di Dio, per cui questo soffio è sostanza vivente, che ha potere di
santificazione. Questo simbolo ci aiuta a capire meglio l'intimità delle
Persone, ma il loro modo di esistenza resta indicibile.

       Lo Spirito Santo è stato chiamato Spirito di Dio e Spirito di verità, che
procede dal Padre: Spirito forte, Spirito retto, Spirito creatore. Spirito Santo
è l'appellativo che gli conviene di più e che gli è proprio, quello che più di
ogni altro esprime l'essere tutto incorporeo, puramente immateriale e semplice.
Perciò anche il Signore quando vuole insegnare a colei che credeva si dovesse
adorare Dio in un luogo, che l'incorporeo non si può circoscrivere, dice che Dio
è Spirito.

      Perciò chi sente parlare dello Spirito non si immaginerà una natura
contenuta entro certi limiti, sottoposta a variazioni e mutamenti. Non va
paragonato con le creature, ma lanciandoci con il pensiero a quanto è più alto,
è necessario pensare a una natura intelligente di illimitata potenza, di
infinita grandezza, senza dimensioni di tempo e di secoli, elargitrice dei
propri beni.

      Tutto ciò che ha un carattere sacro, da lui lo deriva. Di lui hanno bisogno
gli esseri che hanno vita e, come irrorati dalla sua rugiada, ricevono vigore e
sostegno nel loro esistere e agire in ordine al fine naturale per il quale sono
fatti. Capace di perfezionare gli altri, lo Spirito per sé non viene meno in
nessuno; vive senza bisogno di rifare le sue forze e anzi rifornisce la vita;
non ingrandisce per progressivi accrescimenti, ma è la pienezza continua; è
stabile in sé ed è insieme ovunque.


      Quali sono le operazioni dello Spirito Santo? Indicibili per la loro
grandezza, innumerevoli per la quantità. Come noi potremo comprendere le realtà
che sono anteriori ai secoli? Quali erano le sue operazioni prima che esistesse
la creatura pensante? Quali sono i suoi benefici profusi a vantaggio della
creazione? Quale potenza manifesterà nei secoli venturi? Egli infatti era,
preesisteva e coesisteva con il Padre e con il Figlio prima dei secoli. Anche se
tu concepirai qualcosa che fosse prima dei secoli, troverai che essa è
posteriore allo Spirito.

      Se tu ripensi alla creazione, vedrai che le potenze dei cieli si sono
consolidate per lo Spirito: consolidamento che va inteso nella inalterabilità
dell'abitudine a ben operare. E' lo Spirito, infatti, che ha loro conferito
l'intimità con Dio, l'impeccabilità, la beatitudine senza tramonto.

      L'avvento di Cristo: lo Spirito lo precede. L'incarnazione di Cristo: lo
Spirito ne è inseparabile. Miracoli, doni di guarigione: avvengono per lo
Spirito Santo. I demoni sono scacciati nello Spirito di Dio. Il diavolo, alla
presenza dello Spirito, è privato di ogni suo potere. La remissione dei peccati
avviene nella grazia dello Spirito. Siete stati lavati, siete stati santificati,
siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del
nostro Dio!

      Il nostro accesso all'intimità con Dio si compie mediante lo Spirito.
Infatti Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida:
Abbà, Padre! La risurrezione dai morti è operata dallo Spirito. Mandi il tuo
Spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra.

      Se si intende questa creazione come un ritorno alla vita di chi è morto,
come non chiamare grande l'operazione dello Spirito, che ci distribuisce la vita
dalla risurrezione e predispone le nostre anime a quella vita spirituale? Si può
anche intendere per creazione la trasformazione in meglio, che avviene quaggiù,
di coloro che sono caduti in peccato, come quando Paolo dice: Se uno è in
Cristo, è una creatura nuova. Allora il rinnovamento, che qui avviene, e il
cambiamento di questa vita terrestre e passibile nella cittadinanza celeste per
dono dello Spirito, tutto questo innalza le nostre anime al colmo dello stupore.

      Dobbiamo forse temere in queste cose di oltrepassare il limite della sua
dignità attribuendo allo Spirito eccessivi onori? O, al contrario, non dobbiamo
temere di abbassare la nozione che abbiamo, anche quando ci sembrasse di
proclamarne i massimi attributi, concepiti dalla mente e dalla lingua umana?

   Lo Spirito Santo perfeziona gli esseri razionali, portando a compimento la
loro eminente dignità. Infatti, colui che ormai non vive più secondo la carne, è
guidato dallo Spirito di Dio, poiché prende il nome di figlio di Dio e diviene
conforme all'immagine del Figlio unigenito. Perciò viene detto spirituale. Come
in un occhio sano vi è la capacità di vedere, così nell'anima che ha questa
purezza vi è la forza operante dello Spirito. Perciò Paolo augura agli Efesini
che i loro occhi siano illuminati nello Spirito di sapienza.

      E come l'arte in colui che l'ha acquisita, così la grazia dello Spirito in
colui che l'ha accolta, è sempre compresente, senza tuttavia che operi
ininterrotta. Anche l'arte è in potenza nell'artista, in atto lo è quando egli
operi a sua norma. Altrettanto lo Spirito da una parte è sempre presente a chi
ne è degno, dall'altra opera secondo la necessità, o in profezie, o in
guarigioni, o in altre azioni prodigiose.

      Come nei corpi ci sono la salute, il calore, o in genere disposizioni
passeggere, così spesso è presente lo Spirito nell'anima; ma egli non permane in
quelli che per l'instabilità del carattere rifiutano alla leggera la grazia che
hanno ricevuto.

      Come il Padre si rende visibile nel Figlio, così il Figlio si rende
presente nello Spirito. Perciò l'adorazione nello Spirito indica un'attività del
nostro animo, svolta in piena luce. Lo si apprende dalle parole dette alla
Samaritana. Essa infatti, secondo la concezione errata del suo popolo, pensava
si dovesse adorare in un luogo particolare; ma il Signore, facendole mutare
idea, le disse che si deve adorare in spirito e verità, chiaramente definendo se
stesso la Verità.

      Dunque, come per adorazione nel Figlio intendiamo l'adorazione
nell'immagine di colui che è Dio e Padre, così intenderemo l'adorazione nello
Spirito come adorazione di colui che esprime in se stesso la divina essenza del
Signore Dio. Perciò anche nell'adorazione lo Spirito Santo è inseparabile dal
Padre e dal Figlio.

      Se vivi fuori dello Spirito non potrai separartene, come non riuscirai a
separare la luce da quanto vedi. È impossibile infatti vedere l'immagine di Dio
invisibile, se non nell'illuminazione dello Spirito. Chi fissa gli occhi
sull'immagine, è incapace di separare la luce dall'immagine, poiché quel che fa
vedere un oggetto necessariamente si vede insieme con esso.

      Nello Spirito che ci illumina noi vediamo lo splendore della gloria di Dio.
Attraverso il Figlio, impronta dell'essere divino, risaliamo a colui al quale
impronta e sigillo appartengono, e al quale l'una e l'altro sono perfettamente
uguali


Dal trattato "Sullo Spirito Santo" di s. Basilio Magno.
De Spiritu Sancto, XVIII.

#455 Da: "Luigi" <luigbasi@...>
Data: Dom 19 Apr 2009 4:06 am
Oggetto: Dal vangelo secondo Giovanni: 20,19-31 (Luigi di Granada)
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Dal vangelo secondo Giovanni:
20,19-31
La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato,
mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli, per timore
dei Giudei,
venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse.
Pace a voi!
-------------------------------------------------

Dopo aver mostrato ai discepoli le stimmate, segni irrefutabili della sua
passione, il Signore ripeté per la seconda volta: "Pace a voi!" Poi aggiunse:
"Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi". In altre parole: Vi mando con
il medesimo amore, con uguale autorità; vi invio per la medesima funzione e la
medesima dignità; vi rendo partecipi del mio onore e della mia missione. Proprio
quell'amore del Padre che mi ha fatto scendere nel mondo, quell'amore che lo
spinse a dare il suo unico Figlio, lo stesso amore adesso spinge me a inviarvi a
salvare gli uomini. L'autorità, la potenza conferitami dal Padre per scacciare i
demoni, guarire gli infermi, ridare la vita ai morti, insomma per comandare a
tutte le forze della natura, anzi, per rimettere i peccati, ciò che è ben più
grande, tutto questo io lo dò ugualmente a voi. A chiunque rimetterete i peccati
saranno rimessi.

Delego poi a voi anche le credenziali che il Padre mi aveva affidato. Mi creò
sacerdote, anzi sommo sacerdote-, mi inviò come apostolo e ambasciatore. Ora io
mando voi al mio posto come apostoli e ambasciatori. Così potrete dire con piena
verità: Noi fungiamo da ambasciatori di Cristo, come se Dio esortasse per mezzo
nostro. cf 2Cor 5,20.

"Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre
e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che
vi ho comandato", Mt 28,19-20. per tema che paghi della gloria conferita dal
battesimo e dalla fede, si approprino la salvezza senza curarsi di obbedire ai
precetti divini. Il beneficio della mia passione e della mia croce non deve
essere occasione d'inerzia, ma stimolare all'impegno e coinvolgere sul serio.
Eppure una missione così centrale non può essere trasmessa in modo efficace
senza che lo Spirito la accompagni investendola con la forza di Dio. Perciò:
"Ricevete lo Spirito Santo, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò
che io vi ho detto".ii cf Gv 14,26. 25

Poi il Signore terminò quelle parole aggiungendo un gesto nuovo: egli soffiò su
di essi. Che significa tale rito? La Sapienza eterna non fa nulla senza essere
motivata. Con quel segno visibile, ella manifestava la grazia invisibile dello
Spirito divino conferito in quell'istante ai discepoli. Così i sacramenti della
nuova Legge significano all'esterno quello che operano dentro: il battesimo,
lavando materialmente il corpo, produce l'interna abluzione dell'anima;
l'eucaristia, mentre nutre il corpo, innesta nell'anima un'energia divina.
Perciò quando Gesù, alitando sui discepoli, comunica loro lo Spirito Santo che
lo inabita, il suo respiro significa il dono interiore e la partecipazione a
questo medesimo Spirito.

In tale evento sì possono assaporare la bontà e la sapienza di Dio: la bontà
perché egli chiama i discepoli a condividere un compito tanto sublime; la
sapienza, perché nel farli partecipi della sua missione, dona loro anche il suo
Spirito. Quando Dio sceglie qualcuno perché eserciti una funzione, lo correda
delle doti necessarie alla piena attuazione di essa. Ricordiamo, ad esempio,
quando il Signore designò i settanta anziani per guidare il suo popolo,
alleviando così la carica di Mosè. Egli prese lo spirito che era sul patriarca e
lo infuse sui settanta anziani. Anche ora che si associa i discepoli nel lavoro
apostolico, comunica ad essi il suo Spirito; illuminati dal Soffio divino, essi
compiranno opere divine e diventeranno uomini di Dio.

Questo alitare del Signore sui discepoli raffigura con plasticità la dignità
nuova che la sua incarnazione ha conferito al nostro essere. Un tempo, allorché
Dio formò il corpo dell'uomo dalla polvere del suolo, egli soffiò nelle sue
narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente. Gn 2,7. Ancor oggi
Dio effonde il suo alito sull'uomo. Soffiandoci sopra, egli muta in Dio, per
così dire, quella polvere che aveva cambiato in creatura umana alitando su di
lei la prima volta. Il fango diventato un uomo, ora è elevato sino a Dio. chi ha
in sé lo Spirito di Dio è Dio, fino ad un certo punto.

Siamo perciò più debitori a colui che ci ha redenti che a colui che ci creò. Al
Creatore dobbiamo il nostro essere umano, mentre grazie al Redentore siamo
diventati partecipi della natura divina. Questo dono non è stato soltanto
conferito agli apostoli, ma a tutti i giusti nella persona degli apostoli,
giacché sta scritto: "Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli
appartiene". 2 Pt 1,4.


Dai "Discorsi" di Luigi di Granada.

#454 Da: "Luigi" <luigbasi@...>
Data: Gio 26 Mar 2009 8:07 am
Oggetto: Omelia per l'Annunciazione (Nicola Cabàsilas)
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La Vergine Maria non fu come la terra che servì per creare l'uomo;
questa offrì al Creatore la materia mantenendosi passiva e aliena da
ogni attività. Maria invece fu lei stessa l'artefice e l'agente
secondo di quello che attirò in terra l'Artista divino. Alludo qui
direttamente alla sua vita immacolata, puro scintillio di santità,
che rinunciando a ogni forma di male, seppe praticare tutte le virtù.

L'anima di Maria era più pura della luce, il suo corpo
spiritualizzato al massimo, più raggiante del sole, più terso del
cielo, più santo dei troni dei cherubini. La sua mente si alzava fino
alle vette e volava più alta degli angeli; il suo amore per Dio
consumava ogni desiderio dell'anima sua, per cui la Vergine possedeva
Dio ed era a lui unita al di là di quanto sia capace l'intelletto
umano.

Proprio questo suo tendere costante verso la Bellezza, nella pratica
congiunta dell'anima e del corpo, valse ad attirare su di lei lo
sguardo di Dio che l'arricchì con il suo splendore; il fascino della
Vergine attirò l'impassibile, e colui che l'uomo con la sua colpa
aveva allontanato si fece carne a motivo della Vergine.

Quando Dio volle trarre Eva dal costato di Adamo, anziché prevenire
e persuadere l'uomo, lo fece cadere nel sonno e gli sottrasse una
parte del suo corpo. Ma quando si trattò della Vergine, Dio iniziò
con l'annuncio e, prima di compiere la sua opera, attese la risposta
di Maria.

Nel momento di creare Adamo, Dio si rivolge soltanto al proprio
Figlio, dicendo: Facciamo l'uomo. Gn 1,26. Ma allorché si tratta di
introdurre nel mondo il suo primogenito, l'ammirabile Consigliere, e
di dar vita al secondo Adamo, il Padre celeste rende la Vergine
partecipe del suo disegno. Questo grande consiglio, di cui parla
Isaia, Is 9,6 LXX questo stupendo piano di Dio, fu stabilito dal
Padre e ratificato dalla Vergine.

L'incarnazione non fu soltanto opera del Padre che decise e che
nella sua potenza copri la Vergine con la sua ombra, e opera dello
Spirito che si rese presente. Ma fu anche opera della volontà e della
fede di Maria. Senza il Padre, senza la sua potenza e il suo Spirito,
questo piano non poteva essere ideato; ma il disegno di Dio non
avrebbe avuto compimento senza la volontà e la fede dell'Immacolata.

Dopo averla avvertita, dopo averla ispirata ad accettare, Dio fece
della Vergine sua madre: Maria era pienamente consapevole e
disponibile, quando il Verbo prese carne in lei. Come questi fu
concepito perché lo volle, così Maria concepì in piena libertà e
divenne madre dopo aver dato il proprio assenso.

Ammessa a partecipare al piano di Dio, non fu strumento passivo,
mosso dall'esterno; si offrì spontaneamente e diventò la cooperatrice
di Dio e della sua provvidenza nei riguardi del genere umano, così da
essere associata in modo tutto particolare alla grazia donata da Dio.

E ancora: poiché il Salvatore era uomo e figlio dell'uomo, non solo
nel corpo ma anche nello spirito, nell'intelligenza, nella volontà,
in tutto ciò che è umano, egli doveva avere una madre perfetta.
Questa madre doveva preparare la sua nascita offrendo non solo il
proprio corpo, ma anche lo spirito, la volontà e tutto l'essere. Ecco
perché la Vergine divenne madre nel corpo e nell'anima, portando nel
suo seno, fino alla nascita ineffabile, colui che si è fatto
veramente, totalmente uomo.

Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai
detto. La Vergine parla e la sua parola è efficace: E il Verbo si
fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Gv 1,14.

Dopo la sua risposta a Dio, Maria riceve lo Spirito che trae da lei
la carne tutta impregnata di divinità. Voce della potenza di Dio! Il
Verbo divino s'incarna grazie alla parola della madre; il Creatore
assume una natura creata in seguito alla parola della creatura. Sia
la luce! Gn 1,3 aveva detto Dio. E la luce fu. Allo stesso modo, dopo
che la Vergine ebbe parlato, la vera luce apparve. Colui che illumina
ogni uomo Gv 1,9 che viene al mondo, prese carne e fu portato nel suo
seno. Le parole della Vergine hanno fatto della terra un paradiso,
svuotando gli inferi dei suoi prigionieri. Il cielo è diventato
dimora dell'uomo, che si è congiunto con gli angeli, sicché terra e
cielo formano un unico coro attorno a colui che appartiene ad
entrambi nello stesso tempo, è eterno e tuttavia entrò nel divenire.

Dalle Omelie di Nicola Cabàsilas.
Omelia per 1'Annunciazione, 3-8.10. PO XIX, 485-494

#453 Da: "Luigi" <luigbasi@...>
Data: Mer 25 Feb 2009 3:59 pm
Oggetto: Universalità e significato della tentazione (Origene)
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Finché sulla terra saremo circondati dalla carne che lotta contro lo
spirito e la cui sapienza è nemica di Dio e non può in alcun modo
sottostare alla legge di Dio (Rm 8,7), noi siamo nella tentazione.
Giobbe, inoltre, con queste parole ci ha insegnato che tutta la vita
dell`uomo su questa terra è tentazione: Forse che non è una
tentazione la vita dell`uomo sopra la terra? (Gb 7,1). Ciò medesimo
traspare dal salmo diciassettesimo: In te sarò liberato dalla
tentazione (Sal 17,30). Paolo stesso, d`altronde, nello scrivere ai
Corinti, dice: Non vi hanno assalito che tentazioni umane; ora Dio è
fedele e non permetterà che siate tentati oltre la vostra capacità,
ma con la tentazione vi procurerà anche la via di scampo, affinché
possiate sostenerla (1Cor 10,13); e ciò affermò non perché noi non
venissimo tentati, ma affinché Dio ci concedesse di non esser tentati
al di sopra delle nostre forze...
	 Chi ha mai potuto ritenere con conoscenza di causa che gli
uomini non abbiano tentazioni? Quando mai un uomo sarà così al sicuro
da non dover combattere per non peccare? Uno è povero? Ebbene, stia
attento a non rubare e profanare il nome di Dio (Pr 30,9). E` ricco?
Stia allora attento a non sentirsi troppo sicuro: egli, infatti,
può «divenire un gran mentitore» e affermare, insuperbendosi: «Chi mi
vede?». Neppure Paolo, ricco in ogni parola e in ogni scienza (1Cor
1,5), è immune dal pericolo di inorgoglirsene e di peccare; per
questo ha bisogno dello stimolo di Satana, che lo schiaffeggia per
non farlo inorgoglire (2Cor 1,5). Se qualcuno, avendo compreso il
bene, ha evitato il male, legga ciò che è scritto nel secondo libro
delle Cronache intorno ad Ezechia, del quale si narra come sia
incorso nella tracotanza del cuore (cf. 2Cr 32,25). Se poi qualcuno,
dal momento che non abbiamo molto parlato a proposito del povero, si
preoccupa poco, come se la tentazione, quando si è poveri, non si
avvertisse, sappia che l`insidiatore tende tranelli per sconfiggere
il povero e il bisognoso (cf. Sal 36,14), segnatamente in conformità
a quanto afferma Salomone, dicendo che il povero non sostiene la
minaccia (Pr 13,8). C`è forse bisogno di ricordare quanti, avendo
male amministrato le loro ricchezze materiali, si videro inflitta la
medesima pena, e nel medesimo luogo, del ricco del Vangelo? E quanti
furono, peraltro, coloro i quali, mal sopportando la povertà e
vivendo in maniera servile e dimessa, sconveniente ai santi,
decaddero dalla speranza delle cose celesti? Come neppure sono immuni
dal peccato coloro i quali si trovano in una condizione intermedia
fra la ricchezza e la povertà. Chi, poi, è sano e robusto
fisicamente, ritiene per questo di essere sano e robusto di fronte ad
ogni tentazione? E di chi altro, se non della persona sana e
vigorosa, è proprio il peccato con il quale viene violato il tempio
di Dio (1Cor 3,17)? Nessuno oserà soffermarsi esplicitamente su tale
brano, trattandosi di cose evidenti per tutti. D`altra parte, però,
qual è mai il malato che sia riuscito a sottrarsi alla tentazione di
distruggere il luogo sacro di Dio, trovandosi nell`ozio in quel
periodo di tempo, e non abbia assecondato almeno qualcuno dei
pensieri impuri? C`è forse bisogno di dire quante cose lo turbino
oltre a queste, se non procura di serbar puro il suo cuore, con ogni
sollecitudine? Molti, infatti, vinti dalle sofferenze e non essendo
in grado di sopportare virilmente le malattie, finirono quasi
coll`ammalarsi più con l`anima che col corpo. Altresì molti, per
scongiurare l`infamia, si vergognarono di sostenere generosamente il
nome di Cristo e precipitarono nella condanna eterna. Qualcuno, poi,
ritiene che per lui cesserà la tentazione, il giorno in cui egli avrà
conseguito gloria presso gli uomini. Per coloro i quali si
inorgogliscono, come se fosse un valore, della gloria ottenuta presso
molti, valgono le dure parole della Scrittura: «Ricevettero la
mercede dagli uomini», e le altre parole ancora più lampanti: Come
potete voi credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri e non
cercate la gloria che viene dall`unico Dio? (Gv 5,44)...
	 Non dobbiamo dunque pregare di non essere tentati (il che,
infatti, è impossibile), ma di non venire sopraffatti dalla
tentazione, ciò che capita, appunto, a coloro che ne sono posseduti e
vinti. Se in un passo diverso dall`orazione (domenicale) sta scritto,
con parole facilmente comprensibili: «Perché non entriate in
tentazione», dobbiamo così rivolgerci nella stessa orazione a Dio
Padre: «Non ci indurre in tentazione». Vale la pena vedere in che
senso si debba intendere che Dio induca in tentazione chi non prega o
chi non viene esaudito. Ripugnerebbe, infatti, ritenere che, se uno
vinto, entra nella tentazione, Dio lo abbia indotto in tentazione,
come se lo abbandonasse alla disfatta. Non è assurdo, infatti,
convincersi che il buon Dio, il quale non può recare frutti cattivi,
possa far cadere qualcuno nel peccato?...
	 Io credo, invece, che Dio governi ogni anima razionale avendo
di mira la loro vita eterna. Le anime, infatti, da parte loro, sono
sempre dotate di libero arbitrio e perciò spontaneamente esse si
trovano nelle migliori condizioni, fino a salire all`apice del bene,
ovvero, a motivo della loro negligenza, esse discendono in vari modi
verso un sempre maggior numero di mali. Ciò nondimeno, dal momento
che una più breve guarigione suscita in talune persone la
trascuratezza delle loro malattie al punto che, avendole essi curate
così facilmente, in seguito, una volta risanati, cadono nuovamente
nelle medesime infermità; allora, non senza motivo, Iddio abbandona
queste anime alla loro malizia, lasciandovela crescere e diffondersi
fino a diventare insanabile, affinché queste, rimaste così a lungo
nel male e nel peccato sino alla nausea e alla sazietà, si rendano
alla fine conto del loro danno e rimpiangano di aver intrapreso il
male. In tal modo, queste anime, una volta guarite, potranno
conservare con maggior sicurezza la riacquistata sanità...
	 Le tentazioni sopravvengono affinché appaia chiaramente ciò
che siamo o perché si conoscano le cose nascoste nel nostro cuore: lo
dimostra quanto viene affermato dal Signore nel libro di Giobbe,
scritto altresì nel Deuteronomio, e che in tal modo suona: Ritieni
che io abbia risposto a te in maniera diversa da farti apparire
giusto? (Gb 40,3). Nel Deuteronomio, poi: Ti ha umiliato, ti ha fatto
provare la fame e ti ha fatto mangiare la manna (Dt 8,3), e ti ha
condotto nel deserto tra serpenti che mordono e scorpioni (Dt 8,15),
affinché diventassero note le cose che sono nel tuo cuore (Dt 8,2)...
	 Dopo aver diligentemente esaminato queste cose per chiedere
consapevolmente a Dio di non entrare in tentazione, ma di essere
liberati dal male e dopo avere scrutato noi stessi, una volta
divenuti degni, ascoltando Dio, di essere esauditi da lui,
scongiuriamolo affinché, nella tentazione, non rimaniamo mortificati,
colpiti e infuocati dai dardi incandescenti del maligno (Ef 6,16).
Vengono accesi, infatti, tutti coloro che hanno i cuori divenuti come
fornelli (Os 7,6) come dice uno dei dodici [profeti minori: n.d.t.];
diversamente accade, invece, per coloro i quali con lo scudo della
fede estinguono i dardi infuocati scagliati dal maligno (Ef 6,16)
contro di loro; coloro, cioè, che hanno in se stessi fiumi di acqua
che zampilla per la vita eterna (Gv 4,14), che non permettono al
maligno di appiccare il fuoco, ma facilmente lo estinguono con un
diluvio di pensieri divini e salutari impressi dalla contemplazione
della verità nell`anima di chi si sforza di diventare spirituale.

	 Origene, La preghiera, 29,1-30,3

#452 Da: "Luigi" <luigbasi@...>
Data: Sab 24 Gen 2009 9:05 am
Oggetto: Da "La divina Eucaristia" - (san Giuliano Eymard)
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Nostro Signore vuole che gli parliamo e lui a sua volta ci parlerà.
Chiunque può dialogare con il Signore. Non è forse venuto per tutti?
Non ci ha forse detto: Venite a me voi tutti? 1. (Mt 11. 28) Questo
colloquio tra il Signore e l'anima è la vera adorazione.

Va da nostro Signore così come sei: la tua preghiera sia spontanea e
naturale. Prima di servirti di un libro, da fondo alla tua riserva di
pietà e di amore; prediligi il libro inesauribile dell'umile amore.

Se la mente è fuorviata o i sensi si assopiscono, un buon libro che ti
rimetta in carreggiata sarà certamente utile; ricordati però che il
Maestro preferisce la povertà del nostro cuore ai più sublimi pensieri
e agli slanci d'amore presi a prestito da altri.

Il Signore vuole il tuo cuore, non quello altrui; desidera
l'espressione e la preghiera del tuo cuore come manifestazione diretta
che lo ami.

Sarà spesso il frutto di un sottile amor proprio, di impazienza o
svogliatezza non voler presentarsi al Signore con la propria miseria o
con una povertà umiliata. Eppure,è quanto nostro Signore preferisce a
tutto il resto; questo ama, questo benedice.

Se ti senti arido, rendi gloria alla grazia di Dio, senza di, cui non
puoi nulla; spalanca allora l'anima verso il cielo, come il fiore
dischiude il calice all'alba per accogliere la rugiada fecondatrice.

Ti senti del tutto impotente, la mente nel buio, il cuore schiacciato
dal peso del suo nulla, il corpo dolente? Adora da povero. Sguscia
fuori dalla tua povertà, e va! a stabilirti in nostro Signore,
offrigli la tua pochezza perché lui la arricchisca. Sarà un capolavoro
degno della sua gloria.

A volte una nera tentazione ti potrà sconquassare e incupirti: senti
che tutto in te si ribella e ti spinge ad abbandonare l'adorazione,
insinuando che invece di servire Dio non fai che offenderlo e
disonorarlo. Non ascoltare quella subdola voce; la tua è adorazione
autentica, l'adorazione di chi lotta e resta fedele a Gesù contro sé
stesso.

Non è affatto vero che tu sia sgradito al Signore; al contrario,
rallegri il Maestro che ti sta guardando e ha permesso a Satana di
turbarti. In quel momento Dio si aspetta l'omaggio della perseveranza.

Fiducia, semplicità e amore siano i sentieri per cui giungerai
all'adorazione.

Vuoi essere felice in amore? Vivi continuamente nella bontà di Gesù
Cristo, che è sempre nuova per noi; in lui segui il lavoro del suo
amore su di te. Contempla la bellezza delle sue virtù, la luminosità
del suo amore piuttosto che le sue vampe; in noi il fuoco dell'amore
fa presto a sparire, mentre rimane la sua verità.

Inizia la tua adorazione con un atto di amore e apri la tua anima
all'azione divina. Sai perché ti incagli per via? Perché se non si
prende l'avvio con l'amore si sbaglia senz'altro rotta. Guarda il
bambino: non abbraccia forse la mamma prima di obbedirle? L'amore è
l'unica porta del cuore.

Ma vuoi essere nobile in amore? Parla all'Amato di lui stesso. Parla a
Gesù del suo Padre celeste ch'egli tanto ama, parlagli delle opere che
compì per la sua gloria; allieterai il suo cuore e ti amerà maggiormente.

Soffermati con Gesù a contemplare il suo amore per tutti gli uomini:
il suo cuore e anche il tuo si dilateranno dì gioia e dì felicità.
Parla a Gesù della sua amatissima Madre e gli rinnoverai la gioia di
un bravo figliolo; ricordagli i suoi santi, per glorificare la sua
grazia in essi.

Il vero segreto dell'amore sta nel dimenticarsi come fece san Giovanni
Battista, proteso solo ad esaltare e glorificare il Signore Gesù.
L'amore autentico non guarda quello che dà, ma ciò che merita l'amato.

In cambio Gesù, contento di te, porterà su di te il colloquio; ti
manifesterà il suo amore, e il tuo cuore sboccerà ai raggi di quel
sole come il fiore raggrinzito dall'umidità notturna si schiude alla
luce calda del giorno. La sua tenera voce ti penetrerà dentro come il
fuoco in una materia infiammabile. Tu esclamerai come la sposa del
Cantico: Dolcezza e il suo palato; egli e tutto delizie!2(C t 5.16)
Allora lo ascolterai silenzioso o, meglio, con l'amore più forte e soave.

Ecco, puoi venire nel cuore di Gesù. L'amore te ne ha dischiuso la
porta: entra, ama, adora.

(Da "La divina Eucaristia" di san Giuliano Eymard.
La divine Eucharistie, Poussielgue, Parigi,1873,sèr.I,ch.I,1&#8209;7.)

#451 Da: "Luigi" <luigbasi@...>
Data: Sab 24 Gen 2009 8:57 am
Oggetto: Gruppo di discussione legato a TESTIMONIARE LA FEDE - AVVISO -
luigbasi
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Scusate il DOPPIO messaggio di oggi.

Il gruppo di discussione legato a questa community è cambiato poichè
MSN Groups ha deciso di CHIUDERE lo spazio riservato ai Gruppi.

Pertanto il NUOVO gruppo di discussione è il seguente
http://difenderelafede.community.leonardo.it/

Coloro che volessero condividere gli scritti presenti in questa
comunità o altro, potranno farlo iscrivendosi al forum sopra citato.

Il Signore ci dìa la forza di testimoniarLo sempre anche e soprattutto
con la nostra stessa vita.

Con affetto
Mario e Luigi

#450 Da: "Luigi" <luigbasi@...>
Data: Sab 10 Gen 2009 6:01 am
Oggetto: Dall'Omelia sul Battesimo di Gesù" dì san Giovanni Crisostomo.
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Nell'evento che celebriamo la colomba apparsa sul capo di Gesù fu come
un indice puntato su Cristo per mostrare ai giudei e a Giovanni
Battista che Gesù era il Figlio di Dio. Ma non era soltanto per
questo: insegnava anche a noi che, quando riceviamo il battesimo, lo
Spirito Santo discende nel nostro cuore. Per noi, ormai, non c'è
bisogno di forme visibili; la fede è sufficiente e non necessita di
miracoli. I miracoli - come dice Paolo - non sono fatti per i fedeli,
ma per i non credenti. Ma per che motivo lo Spirito Santo si manifesta
sotto la forma di una colomba? Perché la colomba è dolce e pura: lo
Spirito Santo apparve sotto quell'aspetto, perché è il principio di
tali virtù. Questa colomba ci fa inoltre ricordare una vicenda che
abbiamo letto nel Vecchio Testamento. Quando tutta la terra fu
inondata dal diluvio e l'intero genere umano corse il rischio di
perire, la colomba apparve per annunziare la fine del cataclisma,
portando un ramo d'ulivo nel becco; tornava la pace su tutta la terra.

La colomba non porta più oggi agli uomini un rametto d'olivo, ma
mostra colui che dovrà liberarli da tutti i mali e ci fa intravedere
grandi speranze. Essa non fa uscire dall'arca un uomo solo, destinato
a ripopolare la terra, ma quando appare attira tutta la terra al
cielo; al posto del ramo di olivo, reca a tutti gli uomini l'adozione
a figli di Dio. Dov'è infatti la dignità di figli adottivi di Dio,
sono distrutti tutti i mali e si effonde ogni bene. Perciò il
battesimo dei giudei cede il posto al nostro battesimo; una
trasformazione analoga a quella di Pasqua accade in questo sacramento.
Il Signore Gesù, celebrando allo stesso tempo entrambe le pasque,
abolisce l'antica e istituisce la nuova; qui, ricevendo il battesimo
giudaico, dà inizio al nuovo battesimo della Chiesa. Ciò che farà più
tardi sulla medesima mensa, lo fa adesso nel medesimo fiume: delinea
l'immagine e mette subito dopo in risalto la vera realtà.

Soltanto il battesimo di Cristo possiede la grazia dello Spirito; essa
non si trova in quello di Giovanni. Perciò 1o Spirito Santo non
discese su nessuno di coloro che il Precursore aveva battezzato, ma
soltanto su colui che ci avrebbe donato la grazia del secondo
battesimo. Così possiamo riconoscere che il miracolo non dipende da
chi dà, ma da chi riceve il battesimo. Allora soltanto i cieli si
aprirono e lo Spirito Santo discese. Da quel momento Gesù ci fa
transitare dal vecchio modo di vivere alla. vita nuova aprendo davanti
a noi le porte della dimora celeste. Vi fa discendere lo Spirito per
chiamare gli uomini alla loro patria beata. Anzi, non pago di
chiamarci, ci comunica una sovrana dignità. Non fa di noi angeli o
arcangeli, ma ci rende i figli e i prediletti di Dio.

Consideriamo, fratelli, l'amore di chi ci ha chiamati, la beata
condizione di lassù e conduciamo una vita degna dell'onore ricevuto in
dono da Dio. Crocifissi con Cristo al mondo, crocifiggiamo il mondo in
noi; dedichiamo tutto l'impegno a vivere quaggiù come si vive in
cielo. Non pensiamo di aver qualcosa in comune con la terra per la
ragione che non siamo ancora saliti col corpo fino al cielo; il nostro
capo regna già lassù. Quando il Signore venne per la prima volta sulla
terra, assumendo la natura umana, la elevò al cielo perché, anche
prima di giungere lassù, sapessimo che non è impossibile vivere sulla
terra come in cielo. Sforziamoci di conservare la nobile nascita che
ci è stata conferita sin dall'inizio con il battesimo. Ogni giorno
salpiamo alla ricerca di questo regno eterno e consideriamo tutte le
realtà presenti così sbiadite., anzi smorte come sogni evanescenti.

Dalle "Omelie sul vangelo di Matteo" dì san Giovanni Crisostomo.
Comm. al vang. Mt.XII,3-4. PC 57,205-207

#449 Da: "Luigi" <luigbasi@...>
Data: Mer 24 Dic 2008 3:36 pm
Oggetto: La verità è germogliata dalla terra e la giustizia si è affacciata dal cielo
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Svégliati, o uomo: per te Dio si è fatto uomo. «Svégliati, o tu che
dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà» (Ef 5, 14). Per te,
dico, Dio si è fatto uomo.
Saresti morto per sempre, se egli non fosse nato nel tempo. Non
avrebbe liberato dal peccato la tua natura, se non avesse assunto una
natura simile a quella del peccato. Una perpetua miseria ti avrebbe
posseduto, se non fosse stata elargita questa misericordia. Non
avresti riavuto la vita, se egli non si fosse incontrato con la tua
stessa morte. Saresti venuto meno, se non ti avesse soccorso. Saresti
perito, se non fosse venuto.
Prepariamoci a celebrare in letizia la venuta della nostra salvezza,
della nostra redenzione; a celebrare il giorno di festa in cui il
grande ed eterno giorno venne dal suo grande ed eterno giorno in
questo nostro giorno temporaneo così breve. «Egli è diventato per noi
giustizia, santificazione e redenzione perché, come sta scritto, chi
si vanta si vanti nel Signore» (1 Cor 1, 30-31).
«La verità è germogliata dalla terra» (Sal 84, 12): nasce dalla
Vergine Cristo, che ha detto: «Io sono la verità» (Gv 14, 6). «E la
giustizia si è affacciata dal cielo» (Sal 84, 12). L'uomo che crede
nel Cristo, nato per noi, non riceve la salvezza da se stesso, ma da
Dio. «La verità è germogliata dalla terra«, perché «il Verbo si fece
carne» (Gv 1, 14). «E la giustizia si è affacciata dal cielo», perché
«ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall'alto» (Gv 1, 17).
«La verità è germogliata dalla terra»: la carne da Maria. «E la
giustizia si è affacciata dal cielo», perché «l'uomo non può ricevere
nulla se non gli è stato dato dal cielo» (Gv 3, 27).
«Giustificati per la fede, noi siamo in pace con Dio» (Rm 5, 1) perché
«la giustizia e la pace si sono baciate» (Sal 84, 11) «per il nostro
Signore Gesù Cristo», perché «la verità è germogliata dalla terra»
(Sal 84, 12). «Per mezzo di lui abbiamo l'accesso a questa grazia in
cui ci troviamo e di cui ci vantiamo nella speranza della gloria di
Dio (Rm 5, 2). Non dice «della nostra gloria», ma «della gloria di
Dio», perché la giustizia non ci venne da noi, ma si è «affacciata dal
cielo». Perciò «colui che si gloria» si glori nel Signore, non in se
stesso.
Dal cielo, infatti per la nascita del Signore dalla Vergine... si fece
udire l'inno degli angeli: «Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace
sulla terra agli uomini di buona volontà» (Lc 2, 14). Come poté venire
la pace sulla terra, se non perché la verità è germogliata dalla
terra, cioè Cristo è nato dalla carne? «Egli è la nostra pace, colui
che di due popoli ne ha fatto uno solo» (Ef 2, 14) perché fossimo
uomini di buona volontà, legati dolcemente dal vincolo dell'unità.
Rallegriamoci dunque di questa grazia perché nostra gloria sia la
testimonianza della buona coscienza. Non ci gloriamo in noi stessi, ma
nel Signore. E' stato detto: «Sei mia gloria e sollevi il mio capo»
(Sal 3, 4): e quale grazia di Dio più grande ha potuto brillare a noi?
Avendo un Figlio unigenito, Dio l'ha fatto figlio dell'uomo, e così
viceversa ha reso il figlio dell'uomo figlio di Dio. Cerca il merito,
la causa, la giustizia di questo, e vedi se trovi mai altro che grazia.

Dai «Discorsi» di sant'Agostino, vescovo (Disc. 185; Pl 38, 997-999)

Con questa bella meditazione di Sant'Agostino lo STAFF di Testimoniare
la Fede composto da Mario e Luigi Vi augurano un Santo Natale e un
Felice 2009

#448 Da: "Luigi" <luigbasi@...>
Data: Ven 12 Dic 2008 9:18 am
Oggetto: Dalle lettere di Barsanufio e Giovanni di Gaza - Lettera 339. A un fratello
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La carità verso il prossimo si manifesta in molti modi, e non soltanto
nel dare. Ascolta come. Può capitarti che te ne vai da qualche parte
con il prossimo e ti rendi conto che vorresti ricevere più onore di
lui, invece di rallegrarti che egli riscuota la medesima stima che te.
Così facendo, non lo consideri come te stesso. Ha detto infatti
l'Apostolo: Gareggiate nello stimarvi a vicenda.

Se hai qualcosa da mangiare e noti in te la voglia di gustartela da
solo, per ingordigia e non per bisogno, di nuovo non consideri il
prossimo come te stesso.

Vedi il fratello lodato e non ti congratuli con lui, perché non ricevi
le medesime lodi; invece, dovresti dire: "L'elogio al fratello si
estende a me, perché è un mio membro.

Anche in tale occasione tu non hai amato il prossimo tuo come te
stesso. Ciò vale per tutti i casi analoghi.

Ecco ancora un altro modo di considerare il prossimo come se stesso.
Se apprendi dai padri la via di Dio e il tuo fratello ti interroga,
non essere avaro nel mostrarti sollecito di lui e nell'aiutarlo. Ma
poiché sai che e tuo fratello, digli quanto hai appreso, con timore di
Dio e senza atteggiarti a maestro, cosa che non ti giova.

La libertà è la verità espressa chiaramente. Buona perciò è la
libertà, ma deve essere gestita nel timore di Dio.

Se quando hai bisogno di qualcosa, non lo dici aspettan­do che il tale
*o il tal'altro te lo dia da sé, ecco quello che accade: potrà darsi
ch'egli ignori la tua necessità, oppure, saputala, se ne dimentichi; o
anche, volendoti mettere alla prova, faccia così per vedere se hai
pazienza. Ora avviene che tu ti sdegni contro di lui e così cadi in
peccato.

Se invece gli parli con franchezza, non succederà nulla di tutto questo.

Tu però disponi bene il tuo pensiero fin da prima, per­ché, se dopo
aver chiesto ciò che cerchi non lo ottieni, tu non rimanga afflitto o
indignato e cominci a mormorare. Dì piuttosto al tuo pensiero:
"Probabilmente non potrà fornirmi quanto gli ho chiesto; oppure io non
ne sono degno e perciò Dio non gli ha permesso di darmelo".

E bada di non incupirti per quel rifiuto, perdendo la libertà nei suoi
riguardi, così da non osare chiedergli mai più nul­la, quando la
necessita lo richieda. Cerca di custodire sempre te stesso senza
turbamento rispetto a quel rifiuto.

D'altra parte, se uno ti chiede di che cosa hai biso­gno, anche in
questo caso dì la verità. E se, preso alla sprovvista, tu dicessi:
"Non ho bisogno", smentisciti e sog­giungi: "Scusami, ho parlato a
vanvera, perché ho bisogno di tenere quella cosa".


Buona meditazione

#447 Da: "Luigi" <luigbasi@...>
Data: Ven 28 Nov 2008 9:03 am
Oggetto: Gli occhi materiali sono inutili per contemplare Dio (Cirillo di Gerusalemme)
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E` veramente impossibile riconoscere Dio con gli occhi della carne
dal momento che ciò che è incorporeo non può essere percepito dallo
sguardo materiale. D`altronde è proprio l`unigenito Figlio di Dio a
confermarcelo dicendo: Nessuno ha mai visto Dio (Gv 1,18). E allora,
anche se qualcuno comprende quanto si legge in Ezechiele nel senso
che il profeta abbia quasi veduto Iddio, ascolti bene ciò che afferma
la Scrittura. Il profeta vide una somiglianza della gloria del
Signore (Ez 2,1): non il Signore in persona, ma unicamente
una «somiglianza della sua gloria», quindi neppure la sua vera gloria
com`è in realtà. Eppure, benché avesse contemplato soltanto una
parvenza della gloria divina, e nemmeno la gloria vera, il profeta
stramazzò a terra per lo sgomento. Perciò, se il trovarsi di fronte
ad una semplice somiglianza della gloria di Dio atterriva e
sconcertava a quel modo persino i profeti, quando qualcuno ardisse
fissare il proprio sguardo su Dio stesso, perderebbe la vita. E` la
Scrittura stessa a testimoniarcelo: Nessuno vedrà il mio volto, e
continuerà a vivere (Es 33,20).
	 Per questo motivo Dio, nella sua infinita bontà, ha disteso
il cielo come un velo che nascondesse la sua divinità, perché noi non
morissimo. Non è una mia opinione questa, ma è il profeta stesso ad
affermare: Se spalancassi i cieli, il timore di te s`impadronirebbe
dei monti fino a farli scomparire (Is 64,1). Perché allora ti
meraviglia il fatto che Ezechiele stesso, nel contemplare una
semplice parvenza della gloria divina, cadde al suolo?
	 Quando il servo di Dio Gabriele apparve a Daniele, costui ne
rimase subito sconcertato e, a una simile vista, stramazzò anch`egli
a terra. Né il profeta osò rispondere, fino a quando l`angelo non
trasformò il proprio aspetto in quello di un figlio d`uomo (cf. Dn
8,17; 10,15-16). Se la vista di Gabriele faceva tremare i profeti,
nel caso in cui Dio in persona si fosse mostrato nella sua essenza,
non sarebbero forse tutti morti?
	 Non è quindi concesso a occhi corporei di contemplare la
natura divina; dalle opere divine siamo tuttavia in grado di farci
un`idea della sua potenza, secondo quanto afferma lo stesso Salomone:
Infatti dalla grandiosità e bellezza delle creature è dato
riconoscere, con le dovute proporzioni, il loro creatore (Sap 13,5).
D`altronde, egli non afferma che dalle creature si perviene
senz`altro ad un`adeguata comprensione del loro creatore, ma aggiunge
anzi «con le dovute proporzioni». E allora, tanto più maestoso
apparirà a ciascuno Dio, quanto più sublime sarà stata la
contemplazione delle creature raggiunta dall`uomo. Quando, infatti,
costui avrà elevato la propria anima sulle vette più alte della
contemplazione, egli si formerà altresì intorno a Dio una conoscenza
più profonda.
	 Vuoi sapere che non è possibile conoscere l`essenza di Dio?
Lo affermano i tre fanciulli che nella fornace lodano Dio: Benedetto
sei tu che scruti gli abissi, sedendo sui cherubini (Dn 3,55). Dimmi
un po` come sono fatti i cherubini; e soltanto allora, provati a
discernere colui che siede sopra di loro. Il profeta Ezechiele, per
quanto possibile, abbozzò una loro descrizione, dicendo: Quattro
volti ciascuno; uno d`uomo, un altro di leone, un terzo d`aquila,
l`ultimo di vitello (Ez 1,6); e sei ali ciascuno (Is 6,2); e occhi
dappertutto (Ap 7,8); e sotto ognuno di loro una ruota divisa in
quattro parti (Ez 10,12). Pur tuttavia, nonostante questa descrizione
profetica, non siamo ancora in grado di farcene un`idea esatta. Se,
infatti, non ci sentiamo capaci di discernere il trono, che il
profeta ha appena descritto, come potremo mai comprendere colui che
vi siede sopra, I`invisibile e ineffabile Iddio?
	 E` davvero impossibile capire bene che cosa sia Dio. Quando
osserviamo le sue opere, però, ci è possibile innalzare a lui delle
lodi.


Cirillo di Gerusalemme, Catechesi battesimale, 9,1-3

#446 Da: "Luigi" <luigbasi@...>
Data: Dom 23 Nov 2008 7:55 am
Oggetto: Dalle “Regole ampie” (san Basilio).
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Dalle "Regole ampie" di san Basilio.

Qst. 2. PG 31,908-912.



L'amore di Dio non si insegna. Non abbiamo irnparato da nessuno a
gioire della luce né ad essere attaccati alla vita più che ad ogni
altra cosa. Nessuno ci ha neppure insegnato ad amare coloro che ci
hanno messo al mondo o ci hanno allevato.

Allo stesso modo, o meglio, a più forte ragione, non è un insegnamento
datoci dall'esterno quel che ci fa amare Dio. Nella natura stessa
dell'essere vivente - voglio dire dell'uomo - si trova un germe che
contiene in sé il principio di questa inclinazione ad amare. E solo
alla scuola dei comandamenti di Dio è possibile raccogliere questo
seme, coltivarlo con diligenza, nutrirlo con cura e portarlo a pieno
sviluppo mediante la grazia divina.

Abbiamo ricevuto il precetto di amare Dio, sicché possediamo una
forza, immessa in noi fin dalla prima strutturazione del nostro
essere, che ci spinge ad amare. Siamo portati per natura a desiderare
le cose belle, anche se il bello appare diverso all'uno e all'altro.
Ora, che cosa c'è da ammirare più della divina bellezza? Quale
desiderio spirituale è così ardente e quasi inarrestabile come quello
che Dio fa nascere nell'anima purificata da tutti i vizi, la quale
esclami con cuore sincero: Sono malata d'amore? (Ct 2,5). Del tutto
ineffabile e inesprimibile è lo splendore della bellezza divina. Però,
propriamente parlando è bello e amabile ciò che è buono. Ora Dio è
buono. E se anche non abbiamo conosciuto dalla sua bontà quel che egli
sia, dobbiamo grandemente amarlo e averlo caro per il solo fatto di
essere stati da lui generati; restiamo continuamente sospesi alla
memoria di lui, come bimbi aggrappati alla mamma.

Dalle "Regole ampie" di san Basilio.
Qst. 2. PG 31,908-912.

#445 Da: "Luigi" <luigbasi@...>
Data: Lun 20 Ott 2008 4:07 pm
Oggetto: Dalle "Lettere a Serapione sullo Spirito Santo" (sant'Atanasio.) 1
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La santa e beata Trinità è indivisibile. La sua unita è tale che
quando viene nominato il Padre, va immediatamente pensato sia il
Verbo sia lo Spirito che è nel Figlio. E se viene nominato il Figlio,
va inteso che il Padre è nel Figlio e che lo Spirito non è fuori del
Verbo.

Unica infatti è la grazia che venendo dal Padre attraverso il Figlio
si compie nello Spirito Santo. Unica pure è la divinità e non c'è che
un solo Dio, che è al di sopra di tutto, agisce per tutto ed è in
tutte le cose.

Dio non è come l'uomo, e la sua natura non è il frutto di una
divisione di parti. Il Padre non genera il Figlio cedendo parte di
sé, per cui il Figlio diventerebbe a sua volta padre: Dio come tale
non viene da un padre. Tanto meno il Figlio è parte del Padre e non
genera, anche se lui è stato generato; invece è tutto immagine e
splendore di tutto il Padre.

In seno alla divinità solo il Padre è in senso proprio "Padre" e il
Figlio è in senso proprio "Figlio"; solo di loro ha valore affermare
che da sempre il Padre è Padre e da sempre il Figlio è Figlio.

Come il Padre non potrebbe mai essere figlio, così il Figlio non
potrebbe mai diventare padre. E come il Padre non cesserà mai di
essere soltanto Padre, così il Figlio non cesserà mai di essere
soltanto Figlio.

È una pazzia anche solo pensare e dire che al nome di Figlio si possa
aggiungere quello di fratello e al nome di Padre quello di nonno.
Nelle Scritture lo Spirito non è chiamato né, figlio, perché non lo
si immagini fratello del Figlio, né è detto figlio del Figlio, perché
il Padre non sia pensato nonno. Ma il Figlio è detto Figlio del
Padre, e lo Spirito è Spirito del Padre.

In questo modo la divinità della Trinità santa è una, e una la nostra
fede in essa.

Dalle "Lettere a Serapione sullo Spirito Santo" di sant'Atanasio.
Epistolae ad Serapionem. I,14.16. PG 26,565.569.

#444 Da: "Luigi" <luigbasi@...>
Data: Gio 18 Set 2008 12:54 pm
Oggetto: Dal Vangelo di Luca 17,11-19 (San Bernardo)
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Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove
sono? Come ricorderete, sono queste le parole del Salvatore quando
rimproverò l'ingratitudine dei nove lebbrosi. Essi avevano saputo
rivolgere a Dio domande, suppliche, preghiere, come dice san Paolo,
quando si erano messi a gridare: Gesù maestro, abbi pietà di noi!
Tuttavia mancò loro il rendimento di grazie che conclude la suddetta
enumerazione paolina, perché non tornarono indietro, non vennero a
ringraziare il Signore.

      Anche oggi, molti chiedono con una certo accanimento ciò di cui
si riconoscono mancanti; però si direbbe che siano ben pochi quelli
che manifestano un'adeguata riconoscenza per i benefici ricevuti. Non
vi è nulla di male a chiedere con insistenza. Ma se ti mostri
ingrato, in realtà la tua domanda rimane inadempiuta.

      Forse è anche per bontà che il Signore non accoglie le richieste
degli ingrati. Così ci evita di essere giudicati tanto più
imperdonabili quanto più tralasciamo di manifestare riconoscenza per
un cumulo di benefici in continuo aumento. In tal caso negare
misericordia è proprio della misericordia.

      Beato invece quel Samaritano che riconobbe di non avere nulla
che non avesse ricevuto. Egli custodì il deposito ricevuto e fece
ritorno nel rendimento di grazie. Beato l'uomo che per ogni dono
della grazia, ritorna verso Cristo, nel quale si trova la pienezza di
tutti i doni. Il fatto di mostrarci riconoscenti a lui per i benefici
ricevuti, significa creare in noi lo spazio adeguato a riceverne
ancora di più grandi. L'ingratitudine sola impedisce in noi il
progresso della crescita.

      L'uomo felice è colui che si reputa Samaritano, cioè straniero e
il quale, magari per piccoli favori, ringrazia sempre con non piccola
gratitudine. Egli sa perfettamente che i doni del Regno che Dio gli
concede, si rivolgono nella sua persona a un estraneo, cioè a
qualcuno che non ha nessun titolo che lo raccomandi.

      Quanto a noi, poveri e miseri come siamo, finché dura la nostra
consapevolezza di essere degli estranei, ci mostriamo timorosi,
umili, devoti. Ma poi dimentichiamo facilmente quanto poco ci erano
dovuti i benefici che Dio ci elargì. A torto presumiamo di essere gli
intimi del Signore, senza far attenzione fino a qual punto
meriteremmo di sentirci dire: I nemici di Dio saranno quelli della
sua casa. Infatti, allora lo offendiamo con più facilità, dimentichi
che i nostri peccati meriteranno di essere condannati con severità
maggiore, secondo le parole del salmista: Se mi avesse insultato un
nemico, l'avrei sopportato.

      Fratelli, umiliamoci sempre di più sotto la potente mano di Dio
e mettiamo ogni sforzo a rigettare ben lontana l'ingratitudine,
questo vizio odioso, enorme. Invece, di tutto cuore dedichiamoci al
rendimento di grazie, in modo da attirare su di noi il favore del
nostro Dio, l'unico che ci possa salvare.

      E la nostra non sia una riconoscenza solo a parole, a fior di
labbro, ma una riconoscenza capace di tradursi in opere, in realtà
concreta. Infatti un'azione di grazie, vale a dire un ringraziamento
vissuto più che parlato è quanto richiede il Signore nostro Dio,
datore di ogni grazia, lui che è benedetto nei secoli. Amen.

Dai discorsi di san Bernardo.
Sermo XXVII De diversis, 5-6.8.  PL 183, 614-616.

#443 Da: "Luigi" <luigbasi@...>
Data: Lun 1 Set 2008 6:26 am
Oggetto: Commento al Salmo 118 (sant'Ambrogio di Milano)
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Tu, signore, sei vicino, tutti i tuoi precetti sono veri .

Il Signore è vicino a tutti, perché è in ogni luogo. Non pos­siamo
sfuggirgli se lo offendiamo, né farla franca se sba­gliamo, né
perderlo se ci nascondiamo. Dio osserva ogni cosa, vede tutto, sta al
fianco di ognuno, dicendo: Io sono un Dio vicino.

Dove mai non potrebbe penetrare il Verbo di Dio, lo splendore eterno
che illumina anche le riposte profondità del cuore, là dove nemmeno
il sole fisico può penetrare? Il Verbo di Dio è una spada spirituale
che penetra fino a dividere l'anima, le membra e le midolla. Di esso
il giusto Simeone dice a Maria: Perché siano svelati i pensieri di
molti cuori, anche a te una spada trafiggerà l'anima.

Il Verbo di Dio trapassa dunque l'anima e la rischiara tutta come un
chiarore di luce eterna. E sebbene egli abbia una potenza che si
estende attraverso tutti, che tutti rag­giunge e che sta sopra tutti &#8209;
perché per tutti egli è nato da una vergine, per i buoni e per i
malvagi, come sopra buoni e malvagi fa nascere anche il suo sole &#8209;,
tuttavia egli riscalda unicamente chi gli si avvicina.

E come tiene lontano da sé lo splendore del sole chi chiude le
finestre della sua casa e sceglie di vivere in un luogo tutto buio,
così chi volge le spalle al Sole di giustizia non può contemplarne lo
splendore e cammina nelle tenebre; e mentre tutti godono della luce,
lui stesso diventa causa della propria cecità.

Spalanca allora le tue finestre al Verbo di Dio, affinché tutta la
tua casa sia illuminata dallo splendore del vero Sole! Apri bene gli
occhi, per mirare il Sole di giustizia che sorge per te.


Dal Commento al salmo 118 dì sant'Ambrogio.
Sermo 19,36.38&#8209;39. PL 15,1480.1481.

#442 Da: "Luigi" <luigbasi@...>
Data: Gio 14 Ago 2008 7:30 am
Oggetto: ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA - (Omelia di Paolo VI - 1969)
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Allorché celebriamo le feste della Madonna, notiamo come le pagine
del vangelo ci fanno vedere e sentire Maria più vicina a noi. Si
tratta di incontri familiari: ad esempio l'annunciazione, la nascita
del Signore, la visita a Elisabetta, che rendono facile la nostra
conversazione con la Madre di Dio, una conversazione che si svolge
con linguaggio umano. Ne è conferma l'Ave Maria, poiché ella è
nostra, nostra sorella nell'umanità.

I vari misteri della Madonna, anche quelli dolorosi, sono quadri di
vita, ai quali ci è facile accedere almeno in parte, pure rimanendo
noi sempre attoniti di fronte alla loro grandezza e sublimità.

Ma il ricordo degli ultimi punti del santo rosario: l'assunzione e la
gloria di Maria, invece, ce la portano lontano. La Madonna esce dalla
sfera della nostra vita umana; sale, scompare, entra in quell'aldilà
che conosciamo solo per fede e anche per una certa intuizione in
fondo al nostro spirito, predisposto a tale avvenire meraviglioso.


  2


  Noi intuiamo qualche cosa di questo aldilà, ma ci manca ogni
esperienza. Allora bisogna affidarsi alla immaginazione; bisogna
rendere superlativi e assoluti i termini da noi usati nel linguaggio
terreno, temporale, per figurarci in piccola dimensione l'eterno.

Oggi noi celebriamo proprio l'aldilà di Maria, e possiamo
considerarlo in due momenti: l'istante della sua risurrezione e
quello della sua "entrata" e dimora nel Paradiso, che durerà per
tutti i secoli nella gloria del Signore.

Che cosa stiamo guardando? L'epilogo della storia di Maria. Ci
sarebbe più facile trovarne le ragioni che dirne l'essenza: Maria era
senza macchia di peccato. Il peccato è la causa della morte e quindi
è chiaro che la Madonna non doveva subire la pena della morte anche
se ella ne ha subito la sorte, la dormitio Virginis, come si dice
nell'antica liturgia, specie quella orientale.


  3


  Appena addormentate, quelle membra santissime, innocenti, si sono
rianimate; hanno ripreso una vita nuova, leggera, trasparente,
trasfigurante. Maria è passata da questo nostro piano di vita
temporale, terrena, a quell'altro per cui restiamo senza parole.

Guardiamo, però, e restiamo abbagliati, come quando si guarda il sole
e si vede che è sorgente di luce e vince la forza della nostra
capacità visiva. Restiamo confusi a tanta luce e allora avviene il
fatto comune di quando si guarda la luce. Si accende un lume: il
primo sguardo è al lume, il secondo alle cose circostanti che ne sono
illuminate.

Cosi avviene nel mistero dell'assunzione: vediamo Maria diventare una
stella del cielo: la stella più bella; diventare, dice sempre la
Scrittura, adattata alla figura della Vergine, bella come la luna,
fulgida come il sole (Ct 6,10) cioè un astro che illumina l'universo,
il nostro panorama terreno.


  4


  Quale luce ci da in modo speciale questo mistero odierno di Maria?
Ce ne da molte, di luci. Ma quella che ci sembra specifica,
essenziale, caratteristica, è che ci ricorda che la sorte di Maria
sarà la nostra: anche noi siamo dei futuri risorti, siamo vite che il
Signore cosi ha creato da rendere immortali, da destinare a una vita
che trapassa i confini del tempo e gli anni trascorsi quaggiù, cosi
labili, cosi fugaci, cosi logoranti, per darci invece, una vita
piena, perfetta, santa e soprattutto, fuori del tempo. Essa non ha
orologio, limiti, non ha calendario, non si esaurisce nella sua
durata, ma resta assorbita nella sempre fresca, viva, nuova visione
di Dio; è la vita eterna.

Maria ha avuto il privilegio di anticipare questa sorte e di goderla
in una pienezza, in una perfezione che noi non raggiungeremo, sia
pure se noi avremo la stessa sorte, cioè di riprendere dopo la lunga
stagione del nostro sonno nel sepolcro questa nostra stessa carne,
queste stesse nostre membra, la nostra stessa persona fisica nel
tempo.


5


  Vorremmo domandare alla luce di tali verità, che il Credo ci fa
ripetere ogni giorno, se siamo veramente convinti che sarà cosi; se
siamo sicuri, se crediamo e avvertiamo la meraviglia stupenda che
tale verità colloca nella nostra maniera di valutare l'esistenza
presente. Essa ha si una importanza grandissima ma è fugace,
effimera, destinata all'altra esistenza, quella garantita dalla
parola del Signore e della quale, nell'odierna festa, abbiamo
splendida conferma.

Vogliamo domandarci, oggi, se tale realtà è presente sia per la
indicibile consolazione che offre, sia per la dignità altissima e
l'importanza senza paragone che essa imprime all'esistenza umana. Per
siffatta realtà la Chiesa è cosi gelosa nella difesa della vita che
nasce, della vita sofferente, della vita che muore.

Tutto concorre ad un atto che Iddio compie per l'eternità, e perciò
la dignità della vita umana diviene qualificata con statura
incommensurabile, bellissima, grandissima. E' la sorte di beatitudine
che esige da tutti vicendevole amore.


  6


  Una seconda domanda, più pratica ma non meno importante: che
rapporto c'è tra la vita presente e quella futura? Le cose avvengono
automaticamente? Si nasce, cioè, si muore e un giorno si risorgerà
tranquillamente, siccome fatti naturali, insopprimibili?

No. Esistono condizioni precise. La risurrezione esige il
presupposto, da parte nostra, di essere buoni, veri cristiani, di
conoscere la sorte d'essere veramente inseriti nella sorgente della
vita che è Cristo, di essere sin d'ora attratti e compaginati nella
sua misteriosa esistenza. Cristo è la vita: non vi sono su ciò dubbi
o riserve. Noi dobbiamo essere cristiani, dobbiamo essere uniti a
Cristo, giacché se vogliamo davvero che il prodigio della sua vita
risorta sia pure nostro, dobbiamo agire in modo da credere e operare
secondo l'unione indispensabile con lui.

E' la cosa più importante del nostro tempo presente: o cristiani, o
falliti; e il fallimento sarebbe di una portata incalcolabile, Dio
mio, perché eterno.


  7


  Con la sua assunzione al cielo Maria ci garantisce la possibilità di
ascendere anche noi, se siamo, come lei, uniti a Cristo. Con tanta
madre, la distanza fra noi e Cristo è abbreviata, annullata; e il
Signore ci viene incontro e ci ripete: "Mangia di questo pane e
vivrai in eterno" (Gv 6,58).

In tal modo si raggiunge l'immortalità, cioè l'inserimento della vita
nuova nella nostra povera giornata terrena, che da se sarebbe
enigmatica e forse tormentata e inghiottita dal dubbio.

Siamo esseri mortali, che devono rinunziare al grande sogno della
vita perfetta e della vita eterna? No, di certo. Il Signore ci
dice:  "Io ti prometto, se tu credi, se rimani unito a me, se accetti
di vivere cosi, che la tua vita sarà un giorno come quella di Maria".

Cosi nell'unione eterna con Cristo formeremo con lui quella luminosa
società e unità del Corpo mistico che è il segreto dell'intera
creazione e di ogni opera di bontà del genio cristiano.

Celebriamo, perciò, l'odierna festa nella fede della vita eterna,
cercando di raggiungere le supreme conseguenze di tale fede.


  8


  La Vergine Maria, dall'alto del suo seggio di gloria, ci tende le
braccia perché sentiamo ancora meglio l'invito e la certezza della
sua protezione, l'esempio e il flusso della sua intercessione. Ella
viene sempre in nostro soccorso.

E' bello vivere, con questa agilità e levitazione spirituale, la vita
presente: i dolori, le fatiche, le delusioni, i pesi, le
responsabilità cambiano di gravità; e invece di essere ostacoli
diventano i gradini per raggiungere il traguardo, la vetta a cui
siamo indirizzati.

Che Maria ci aiuti: confidiamo in lei. La visione, la realtà del suo
mistero illumini la nostra vita di speranza, di gaudio anticipato, di
forza morale, di gioia cristiana; e ripetiamo cosi con lei: Quanto è
grande il Signore! L'anima mia magnifica il Signore (Lc 1,46).

Si, egli ha fatto cose grandi a Maria, e anche a noi che siamo, per
divina adozione, fratelli di Cristo e fratelli, nella umanità, di
Maria santissima.

Omelia di papa Paolo VI. 15 agosto 1969. "Insegnamenti di Paolo VI
Poliglotta  vaticana, Roma, 1970, t.VII,1292-1297.

#441 Da: "LUIGI" <luigbasi@...>
Data: Ven 25 Lu 2008 9:17 pm
Oggetto: Se saremo agnelli vinceremo, se lupi saremo vinti (s. Giovanni Crisostomo)
luigbasi
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Finché saremo agnelli, vinceremo e, anche se saremo circondati da
numerosi lupi, riusciremo a superarli. Ma se diventeremo lupi, saremo
sconfitti, perché saremo privi dell'aiuto del pastore. Egli non pasce
lupi, ma agnelli. Per questo se ne andrà e ti lascerà solo, perché
gli impedisci di manifestare la sua potenza.
È come se Cristo avesse detto: Non turbatevi per il fatto che,
mandandovi tra i lupi, io vi ordino di essere come agnelli e colombe.
Avrei potuto dirvi il contrario e risparmiarvi ogni sofferenza,
impedirvi di essere esposti come agnelli ai lupi e rendervi più forti
dei leoni. Ma è necessario che avvenga così, poiché questo vi rende
più gloriosi e manifesta la mia potenza. La stessa cosa diceva a
Paolo: "Ti basta la mia grazia, perché la mia potenza si manifesti
pienamente nella debolezza" (2Cor 12,9). Sono io dunque che vi ho
voluto così miti.
Per questo quando dice: "Vi mando come agnelli" (Lc 10,3), vuol far
capire che non devono abbattersi, perché sa bene che con la loro
mansuetudine saranno invincibili per tutti.
E volendo poi che i suoi discepoli agiscano spontaneamente, per non
sembrare che tutto derivi dalla grazia e non credere di esser
premiati senza alcun motivo, aggiunge: "Siate dunque prudenti come
serpenti e semplici come colombe" (Mt 10,16). Ma cosa può fare la
nostra prudenza, ci potrebbero obiettare, in mezzo a tanti pericoli?
Come potremo essere prudenti, quando siamo sbattuti da tante
tempeste? Cosa potrà fare un agnello con la prudenza quando viene
circondato da lupi feroci? Per quanto grande sia la semplicità di una
colomba, a che le gioverà quando sarà aggredita dagli avvoltoi?
Certo, a quegli animali non serve, ma a voi gioverà moltissimo.
E vediamo che genere di prudenza richieda: quella "del serpente".
Come il serpente abbandona tutto, anche il corpo, e non si oppone pur
di risparmiare il capo, così anche tu, pur di salvare la fede,
abbandona tutto, i beni, il corpo e la stessa vita.
La fede è come il capo e la radice. Conservando questa, anche se
perderai tutto, riconquisterai ogni cosa con maggiore abbondanza.
Ecco perché non ordina di essere solamente semplici o solamente
prudenti, ma unisce queste due qualità, in modo che diventino virtù.
Esige la prudenza del serpente, perché tu non riceva delle ferite
mortali, e la semplicità della colomba, perché non ti vendichi di chi
ti ingiuria e non allontani con la vendetta coloro che ti tendono
insidie. A nulla giova la prudenza senza la semplicità.
Nessuno pensi che questi comandamenti non si possano praticare.
Cristo conosce meglio di ogni altro la natura delle cose. Sa bene che
la violenza non si arrende alla violenza, ma alla mansuetudine.


Dalle "Omelie sul vangelo di Matteo" di san Giovanni Crisostomo,
vescovo (Om. 33,1.2; PG 57,389-390)

#440 Da: "Mario" <dioama@...>
Data: Ven 4 Lu 2008 7:56 pm
Oggetto: Perchè ci sono tanti mali nel mondo?
dioama
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Carissimi, non ho la possibilità di accedere spesso ad internet, ma in
questi ultimi mesi mi sono dedicato ad affrontare un tema molto
impegnativo sollecitatomi da alcuni del mio gruppo e che ho pensato
possa essere di interesse anche per altri. Perdonate se lo scritto è
un pò lungo ma non poteva essere diversamente data la delicatezza
della tematica.

Nella cronaca quotidiana ci sono sempre tragedie che spengono la vita
di tante  persone, come  le catastrofi che avvengono in natura,  gli
attacchi terroristici, o altri eventi disastrosi.
Nella storia passata e recente vi sono state innumerevoli guerre e
distruzioni,  i regimi totalitari hanno sterminato molte diecine di
milioni di persone, e ai nostri giorni sono stati eliminati miliardi
di esseri viventi con l'aborto volontario.
Al di là degli eventi collettivi, ognuno di noi a livello individuale
soffre dolori, malattie fisiche o psicologiche, incidenti e morte.
Non di rado accade di veder soffrire anche persone timorate di Dio e
che si sforzano di servirlo, e di vedere al contempo persone che non
si preoccupano affatto né di Dio né di osservare i suoi comandamenti,
i quali appaiono felici nella loro spensieratezza ed opulenza,
ostentata talora orgogliosamente e a volte a discapito di altri che
vengono da essi sfruttati, maltrattati, e finanche uccisi.
E' normale porsi la domanda: Perché Dio non interviene? Perché sembra
non  preoccuparsi di noi? Come si spiegano tanti mali e come si
conciliano con un  Dio che noi riteniamo onnisciente, onnipotente,
amorevole e giusto? In una delle espressioni attribuite a Epicureo già
queste domande venivano poste in modo sottile:"La divinità o vuol
togliere i mali e non può; o può e non vuole; o né vuole né può, o
infine, vuole e può. Se vuole e non può, è impotente; e la divinità
non può esserlo. Se può e non vuole è invidiosa, e la divinità non può
esserlo. Se non vuole e non può, è invidiosa e impotente e la divinità
non può esserlo. Se vuole e può, che è la sola che le è conforme,
donde viene l'esistenza dei mali e perché non li toglie?"
   Coloro che non sono riusciti a trovare una risposta sensata a queste
domande, e non hanno visto intervenire Dio per risolvere subito e
positivamente le sofferenze umane, hanno concluso che Egli non esiste,
o che se esiste gode nel farci soffrire oppure che ci ha abbandonati a
noi stessi.

L'orientamento della nostra fede e della nostra vita,  dipende molto
dalla risposta a questa importante domanda che  non è né semplice né
scontata. Tuttavia facendo ricorso ai mezzi che abbiamo a
disposizione, è anche ragionevole sperare di trovare una risposta valida.
Molti grandi pensatori cristiani hanno  affrontato questo difficile
argomento dal punto di vista filosofico e teologico: basti ricordare
s.Agostino e  s.Tommaso d'Aquino. Le loro stringenti argomentazioni
restano tuttora fondamentali e portano a comprendere molti aspetti del
problema del male. Basti qui ricordare alcune loro deduzioni basilari:
se esistesse un Dio del male, assoluto e perfetto nel male,
tenderebbe a distruggere anche se stesso, il che è assurdo; quindi
solo il Bene assoluto, che è l'unico Dio ha una sussistenza eterna  e
permette che tutte le cose abbiano una origine, un ordine, un'armonia;
il male quindi non è che una diminuzione, una deviazione o una
deformazione del bene. L'allontanamento da questo Bene,  porta al
male. In sostanza anche il principale agente del male deve
necessariamente essere stato creato con tutta la perfezione della sua
natura, compresa quindi la libertà per mezzo della quale poteva
decidere se allontanarsi dal sommo Bene.

La riflessione che segue è fatta in modo semplice e si avvale della
osservazione, della ragione e soprattutto della Rivelazione, che ci
permette di conoscere, cercando tra le "carte" del principale
"Indagato", i motivi del suo agire.
Dalla osservazione possiamo rilevare che la natura possiede delle
leggi di ordine fisico, chimico, dinamico o di altro genere,
attraverso cui generalmente ciò che accade è l'effetto di una
determinata causa.
Attraverso l'esplicarsi delle leggi inscritte nella creazione, ( la
natura con i propri moti, e  l'uomo con i propri atti positivi o
negativi), si producono dei miglioramenti oppure  dei danni che si
possono ripercuotere su lui stesso, o sui propri simili, sia
immediatamente che successivamente, anche sui propri stessi
discendenti per la legge della ereditarietà. Ad esempio l'immissione
nell'atmosfera, nei mari o nei  terreni di tante sostanze nocive può
causare malattie anche mortali a piante, animali ed uomini per molte
generazioni. Altre volte i processi naturali sono indipendenti
dall'azione dell'uomo e se non ben conosciuti, o possibilmente
evitati, possono causare disastri come ad esempio le tempeste, le
valanghe, i terremoti ecc

L'uomo, sfruttando la conoscenza delle leggi della natura può
intervenire decidendo liberamente molte cose, sia individualmente che
insieme ad altri uomini, i quali determinano in base alle loro
decisioni degli effetti che saranno positivi o negativi  costruttive o
distruttive,  per far vivere o far morire e questo ci permette di
dedurre che l'uomo possiede la libertà di scegliere tra il bene e il
male con innumerevoli sfumature che possono accentuare l'una o l'altra
possibilità. Una decisione individuale o collettiva può determinare
una serie di effetti che si ripercuoteranno su essi stessi o su altri
individui interferendo con l'altrui libertà, limitandola o
promuovendola. Tanto per fare un esempio, le statistiche ci confermano
che quando aumenta l'uso del fumo, della droga o dell'alcol si ha un
maggior numero di effetti negativi anche mortali e la responsabilità
non può essere imputata a Dio ma  a chi ne usa pur sapendo dei rischi
che si corrono o si fanno correre ad altri indirettamente. Se poi
pensiamo a tanti sfruttamenti, violenze, soprusi, eccidi che si
perpetuano tra gli uomini possiamo dedurre  che  è possibile
generalmente fare del male in aperto contrasto con i comandamenti di
Dio, senza che Egli intervenga subito in modo straordinario per
impedire né l'attuazione né le conseguenze di questo male. E' chiaro
però che la responsabilità di questi mali non è da imputare a Dio come
talora si potrebbe a torto pensare. (cf. Mal.3,13 ss)
Se noi non fossimo liberi di scegliere tra il bene e il male, sia come
responsabili di noi stessi, sia come responsabili della natura che è
affidata alle nostre cure,  saremmo semplicemente degli automi
programmati a senso unico e quindi incapaci di sentimenti e decisioni
autonome, di esprimere una nostra creatività, di coltivare un
qualsiasi vero sentimento, né di amare sinceramente nessuno: in
sostanza non saremmo affatto degli esseri a cui è stato fatto il dono
prezioso della libertà, come elemento irrinunciabile della nostra
perfezione originaria, ma solo dei sudditi programmati e costretti ad
ubbidire. Anche per questo dovremmo far fruttare le nostre capacità
facendo uso della nostra libertà nel rispetto delle leggi di Dio e
della natura, al fine di realizzarci, senza attendere passivamente che
le cose ci provengano solo dall'alto, anche se è certo che Dio aiuta
gli uomini di buona volontà.
Possiamo ancora pensare che se Dio intervenisse nel modo che vorremmo
noi, per impedire agli uomini di commettere un qualsiasi tipo di
errore colpevole o meno, voluto o involontario, per quanto ci è dato
di scoprire, si avrebbero comunque diversi problemi evidenti,  quali
ad esempio:
- un impedimento, una violazione costante dell'esercizio della libertà
umana che invece per essere un vero bene deve essere rispettato.
- Dio sarebbe costretto a fare una serie continua di prodigi per
affermare il Suo potere e limiterebbe la Sua libertà di intervenire
solo quando e come lo ritenesse opportuno.
- violerebbe continuamente le leggi della natura che Egli ha creato
dovendo provvedere a impedire il compiersi di ogni errore o di ogni
danno conseguente.
- toglierebbe a tutti la possibilità e il merito di esercitare la Fede
e le altre virtù, in quanto risulterebbe continuamente evidente e
ingombrante la Sua presenza, avvertita come repressiva e  oppressiva.
Un intervento costante di Dio per interferire, limitare o annullare la
  responsabile autorealizzazione dell'uomo e le sue libere decisioni,
sarebbe perciò inopportuno. Tuttavia Dio non è mai né indifferente nè
assente dalla scena umana lasciando che ognuno si arrangi o faccia
tutto a proprio capriccio.            Ha dato degli ordinamenti sia
scritti che incisi nella coscienza individuale, che se tutti ne
tenessero conto si avrebbe armonia sia nell'uomo stesso che nella
natura, mentre invece  tutto è stato stravolto (cf.Rom.8,22). Comunque
Dio non  manca di illuminare gli uomini per guidarli in ciò che Egli
desidera per il nostro bene, di far sentire i suoi richiami amorevoli,
  di  far annunciare la sua Parola che contiene tutto quanto all'uomo è
necessario sapere, né  manca di assisterlo in tanti modi, prevenendo,
accompagnando e seguendo tutti; ma poi vuole che ognuno decida
liberamente se corrispondere o meno ai suoi richiami che fa sentire
nella coscienza.  Purtroppo però molti seguono il richiamo materiale
del piacere, del potere o del prevalere e tutto ciò comporta
innumerevoli mali a sé e agli altri.
Paradossalmente in questo nostro mondo non sempre avviene ciò che Dio
vuole ma spesso ciò che non vorrebbe, anche se noi credenti potremmo
pensare che tutto è direttamente voluto e determinato da Dio. La prova
più evidente di questo è che i Comandamenti, dati da Dio quale
espressione del suo volere per il bene degli uomini, non sono  quasi
mai messi in pratica; e quindi ciò che accade in noi o intorno a noi è
spesso il risultato non della compiacenza di Dio ma della Sua
contristata sopportazione.
Quando Gesù dice che non cade a terra un passero senza la volontà del
Padre, intende dire che tutto accade  per permissione di Dio, ma  non
che tutto gli è gradito. Dio è la causa prima di tutte le cose e non
si potrebbe far nulla se Lui non avesse dato inizio alla creazione e
non permettesse ciò che noi decidiamo liberamente di fare, ma non è
direttamente responsabile delle cause seconde e cioè degli effetti
conseguenti ai nostri continui errori, anche se li tollera o li
permette in vista di motivazioni che cercheremo di individuare nella
Scrittura.
               Quando diciamo: "Sia fatta la tua volontà" oltre a
chiedere che tutto si svolga secondo i progetti di Dio, dovremmo anche
intendere  "sia fatta da noi la Tua volontà" oppure "sia fatta la tua
volontà come rimedio ai nostri errori".
  La libera volontà di Dio, per quanto possiamo dedurre, interagisce
con la  libera volontà dell'uomo e spesso è conseguente ad essa.  Ad
esempio Cristo non sarebbe stato costretto ad incarnarsi, a soffrire e
morire se l'uomo non avesse deciso superbamente di diventare come Dio
sostituendosi a Lui. Dio non avrebbe mandato il diluvio se gli uomini
non fossero stati tanto malvagi. Prima di distruggere Sodoma e
Gomorra, Dio avrebbe voluto che vi fosse almeno un manipolo di giusti
per risparmiare tali città, ma non ne trovò che uno solo.  Cambiò la
sua volontà decisa di distruggere Ninive quando i suoi malvagi
abitanti  si pentirono, risparmiando la città. Così pure in tante
manifestazioni della volontà divina, troviamo che il più delle volte
Egli opera in modo  da servirsi di taluni mali per riportare l'armonia
nelle creature, analogamente a quanto fa per esempio un chirurgo che
per ottenere la guarigione di un organo malato deve usare metodi e
strumenti  che fanno male durante l'uso ma sono finalizzati alla
salute finale. Dio quindi, quando non  ottiene che  noi  compiamo ciò
che direttamente desidera e cioè la sua reale volontà,  mette
provvidenzialmente in atto  la volontà  di poter comunque trovare un
rimedio, cercando di raddrizzare, restaurare o migliorare ciò che noi
andiamo man mano distorcendo o distruggendo, analogamente a quanto fa
un premuroso padre di famiglia che cerca di rimediare alle cadute e
agli errori dei figli.
Siccome non è estraneo ai nostri mali, né incapace di risolverli,  Dio
sa come trovare la soluzione agli errori, alle colpe  e ai danni
prodotti dall'uomo che non ha né desiderati né predeterminati Lui,
altrimenti sarebbe andato contro se stesso,  ma che  essendo
onnisciente sapeva in anticipo che si sarebbero concretizzati.
Prima ancora che l'uomo decidesse di rovinare il meraviglioso disegno
originario, Dio sapeva come avrebbe dovuto porvi rimedio (cf
Gen.3,15). E allo stesso modo Dio sa già come  rimediare ai mali
provocati da ogni uomo, facendo  in modo che non venga lesa la libertà
umana che Egli stesso ha donato,  che  le leggi della natura trovino
la loro attuazione, che non venga meno la Sua stessa libertà, che
l'uomo non debba credere per forza alla Sua esistenza e non si debba
piegare coercitivamente e immediatamente alla Sua volontà.
Vi sono ancora altri fattori di cui Dio deve tener conto, che
risultano dalla Scrittura e in determinati  casi anche
dall'osservazione: quelli legati all'azione degli angeli ribelli, la
cui libertà viene anch'essa rispettata da Dio. Essi  spingono l'uomo
al male e  provocano il male essi stessi. Se Dio impedisse loro di
esercitare la libera attività, potrebbe risultare  che Egli rinunci a
mostrare anche ad essi la sua pazienza, di non saper accettare le loro
sfide concedendo loro di mettere alla prova la fedeltà umana. (cf.
libro di Giobbe e Luca 21,31). Ma anche la loro azione non sfugge alla
prescienza e alla provvidenza divina che ha posto ad essi dei limiti.
Se gli operatori del male non avessero  delle restrizioni avrebbero
già distrutto tutto il creato. (cf Sal.123,1-8). Infatti nel mondo vi
sono, oltre a tanti mali, anche tanti esempi e operatori del bene,
compresa l'opera costante e benefica degli angeli fedeli a Dio.
Infatti nonostante tutte le atrocità, l'umanità  non si è ancora
estinta e la Chiesa nonostante tutti gli attacchi dall'interno e
dall'esterno, continua la sua missione (cf.Mt,16,18). Dio sostiene
ancora tutto il creato, perché, se togliesse il Suo sostegno, esso non
esisterebbe più. (cf. Col. 1,16-17)                   E'  comunque da
ricordare che il male dispiegherà il massimo della sua potenza di
inganno e di crudeltà nel tempo finale, relativamente breve per divina
disposizione, in cui i credenti saranno sottoposti a una  prova
eccezionale. (cf.2Tess.2,3  e  Matt.24,12-22   cf.Catechismo art.675)
Di fronte a tale quantità e complessità di fattori, Dio procede in
modo da  interagire con l'uomo  e con gli altri esseri invisibili,
tutti da Lui dotati di libertà e di dignità, nonché con le leggi della
natura da Lui creata, con la massima discrezione, saggezza, giustizia
e soprattutto con il Suo Amore anche quando non vediamo il suo operare.
Egli può tuttavia sospendere, o diversamente orientare  qualsiasi
evento della natura o qualsiasi decisione degli esseri creati con un
intervento soprannaturale, come supremo ordinatore, sommamente libero
e onnipotente, quando lo ritiene necessario per un suo imperscrutabile
disegno.
Stando a quanto ci riferisce non solo la Scrittura ma anche la
narrazione di tante vicende umane apprendiamo che ci sono stati molti
interventi soprannaturali ma, almeno secondo la nostra osservazione, è
più frequente vedere il normale  svolgimento  dell'ordine naturale
delle cose.
Dalla Scrittura si evince che questi eventi straordinari hanno  il
fine di risolvere non tanto il problema contingente ma di essere un
segno manifesto (cf.Gv.6,26) per offrire a noi la prova che Dio non è
lontano dall'uomo, non è indifferente, non gli è nemico ma innamorato
di lui, e che è in grado di risolvere qualsiasi problema anche se
evidentemente ritiene necessario non risolvere tutto come vorremmo noi
(cf.Mt 24,6). In sostanza tutto  è possibile a Dio ma non tutto è
conveniente che faccia,  tutto possiamo anche chiedergli ma non tutto
ci gioverebbe (cf.Giac.4,3).
Tali interventi divini non rispondono a delle regole fisse che gli
uomini possano padroneggiare. Infatti non è  scontato  che la Fede e
la preghiera e neppure l'essere osservanti dei comandamenti, producano
automaticamente un determinato risultato così come ce lo aspetteremmo.
(cf. Ger.15,10-21 e Sal. 9,22ss) Permise che venissero decapitati
Giovanni Battista e Giacomo apostolo ma fece liberare Pietro dal
carcere in modo soprannaturale da un angelo.
Ogni tentativo di forzare le decisioni divine sconfinerebbe nella
superstizione o peggio nella magia che è uno dei più gravi  mali che
gli uomini possano fare, in quanto anziché  piegare la volontà di Dio,
pur di ottenere ciò che si pretende, si rischia di essere asserviti ai
demoni che disponendo di talune facoltà potrebbe sembrare che
arrechino qualche beneficio.
Gesù pur implorando di essere risparmiato dal bere il calice amaro
della passione non ottenne quel risultato, ma accolse il volere del
Padre.  Paolo pur pregando ripetutamente per essere affrancato da
quella che definiva "la spina nella  carne", non ottenne ciò che
avrebbe desiderato lui ma ciò che il Signore riteneva strettamente
necessario (cf 2Cor.12,7 ss); accade invece talora che ottenga un
miracolo  chi non se lo aspetta o chi addirittura non crede.  Paolo
era persecutore dei Cristiani quando  ottenne per Grazia straordinaria
  di essere chiamato a diventare il più grande promotore del
cristianesimo. Dio non ha debiti con nessuno e anche gli eventuali
meriti umani sono da attribuire alla sua Grazia e ai suoi doni, nulla
infatti potremmo fare senza di Lui: quindi non possiamo far valere
diritti, anche se Lui saprà ricompensare ciascuno secondo il proprio
operato al momento opportuno, e comunque certamente nel giorno del
giudizio. (cf Rom 2,6)  La Fede, la carità e la preghiera,  avvicinano
  al Bene e permettono che si riduca il male. Dio si serve anche dei
suoi fedeli per ridurre il male nel mondo e soccorrere tanti che
soffrono. Quando apparentemente non ci ascolta è perché sta operando
in un modo che recherà vantaggi diversamente ma più opportunamente di
come ce lo aspettiamo e non solo a noi stessi. La Passione e morte di
Cristo se fosse stata evitata, come egli  aveva  umanamente implorato
in quel momento, non avrebbe prodotto il massimo beneficio possibile
all'umanità.
Dio in realtà sempre  ascolta le preghiere esaudendole nel modo più
conveniente e per questo Gesù assicura che  se la sua parola  resta in
noi, il Padre concederà ciò che chiediamo (cf.Gv.15,7): ma questo
presuppone l'uniformarsi alla sua volontà (cf.1Gv 5,14); inoltre non
si precisa né come né quando lo concederà: questo dobbiamo lasciarlo
decidere a Lui. Nell'immediato potrebbe concedere di essere
fortificati per fronteggiare la situazione emergente, per resistere
nelle prove, per avere le ispirazioni opportune e agire con la
prudenza del caso evitando mali maggiori, per agire convenientemente
in quelle cose che competono a noi; in ogni caso la preghiera è il
mezzo ordinario per chiedere umilmente ed ottenere anche grazie
straordinarie se Dio lo desidera.  Però se non vediamo il risultato
delle nostre preghiere, dobbiamo essere certi che Dio opera
continuamente come ci assicura Gesù, "il Padre mio opera sempre, e
anch'io opero" (Gv.5,17) "nel segreto" (cf.Mt 6,6) cercando di
condurre tutto e tutti alla salvezza nel rispetto di ciascuno e
donando comunque la grazia attuale strettamente indispensabile.
(cf.2Cor.12,9)
Possiamo supporre, esaminando diversi testi della Scrittura, che Dio
abbia cercato di adottare pazientemente una serie di misure nei
confronti degli uomini facendoli maturare progressivamente in un clima
di reciproco rispetto.
Questa ipotesi trova riscontro ad esempio nella vicenda del popolo
eletto che viene liberato dalla schiavitù attraverso numerosi e
grandiosi interventi divini, ma anche attraverso lunghi e penosi
silenzi.  Trascorsero ben 430 anni di schiavitù degli ebrei in Egitto,
quando Dio decise di provvedere alla loro liberazione (cf Gal.3,17),
annunciando a Mosè: "ho veduto l'afflizione del mio popolo e sono
sceso per liberarlo" (Esodo 3,7) .  Ci vollero poi altri 40 anni di
tribolazioni nel deserto prima di arrivare alla terra promessa, che
però Mosè vide solo da lontano, e molti ebrei infedeli non videro
affatto. Abramo dovette attendere di essere centenario prima di  avere
Isacco quale unico figlio,  che oltretutto gli fu anche chiesto in
sacrificio rischiando quindi di non poter mai vedere realizzata la
promessa di avere una discendenza numerosa come le stelle del
firmamento. Ma Abramo ebbe fede e gli fu concessa la discendenza
promessa, che però nella vita terrena intravide soltanto. La vita
terrena di Gesù fu una pena continua e un grande apparente fallimento.
Avendo tanti esempi come questi,  dobbiamo fare solo un atto di
FIDUCIA in Dio e rimanergli FEDELI. E' questa la Fede che ci è
chiesta. Dobbiamo credere che quando vi è qualcosa di ingiusto,
doloroso e insopportabile, il Padre attraverso il Figlio soffre con
noi ma non rimane inerte e sa già come operare per trovarne la
soluzione, anzi, tiene conto di tutti i fattori in gioco per portare
tutto a compimento nei tempi necessari. Anche quando una vicenda si
concludesse definitivamente e negativamente con la sconfitta e con la
morte, che presto o tardi, più o meno dolorosamente si verifica per
tutti, il maggior male potrà essere  in realtà risolto definitivamente
e positivamente nella gioia del Suo Regno che a noi non è ancora dato
sperimentare né misurare. Gesù infatti  assicura che i  capelli dei
suoi fedeli son tutti contati (Luca 12,7) e li invita a non temere la
morte del corpo,  ma solo la  morte dell'anima (cf Mt 10,28), per
evitare la quale, Egli  ha restituito al Padre il frutto che era stato
con  superbia tolto, offrendo se stesso con estrema umiliazione come
frutto a Lui gradito e perfetto, sull'albero della Croce, al fine di
risolvere alla radice il vero male  che è il peccato e la morte
spirituale che ne è l'ultima conseguenza. L'astuzia del serpente ha
sempre cercato di corrompere il bene per conseguire il male, mentre la
sapienza del Creatore si propone di far concorrere anche i mali, al
bene di coloro che sperano in Lui, finché un giorno tutto sarà
risolto, secondo giustizia e misericordia.  (cf.Isaia 42,14 e 65,17-18
    Rom.8,28   2Pietro 3,13  Matt.5,1 ss) . Sta ora a noi e alla nostra
libertà accettare questo dono gratuito di salvezza.

Dalla Scrittura si possono ricavare molte ragioni  che spiegano
l'esistenza del male  sulla terra.
Quelle elencate qui di seguito  sono tra le più evidenti:
Per un atto libero di ribellione di Lucifero che ha trascinato altri
nella sua insensata decisione:
Is14,12 Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell'aurora?
Come mai sei stato steso a terra, signore di popoli? 13 Eppure tu
pensavi: Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono,
dimorerò sul monte dell'assemblea, nelle parti più remote del
settentrione. 14 Salirò sulle regioni superiori delle nubi, mi farò
uguale all'Altissimo. 15 E invece sei stato precipitato negli inferi,
nelle profondità dell'abisso!...
Per la conseguenza del peccato originale commesso liberamente dai
progenitori:
Ro 5,18 …per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini
la condanna,….
Per  il rispetto di Dio della libertà individuale e collettiva che
spesso sceglie il male:
De 30,19 Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io
ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la
maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza…
Ap 3,20 Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce
e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.

Per  l'esplicarsi delle leggi di una natura stravolta dal peccato, che
l'uomo a volte subisce e con cui deve cercare di interagire:

Ro 8,22 Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre
fino ad oggi nelle doglie del parto; 23 essa non è la sola, ma anche
noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente
aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo

Mat 7,26 Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica,
è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia.
27 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si
abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande».
Lu 13,4 O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li
uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di
Gerusalemme? 5 No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti
allo stesso modo».
2Co 11,24 …tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una
notte in balìa delle onde. 26 Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi,
pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai
pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare,
pericoli da parte di falsi fratelli; 27 fatica e travaglio, veglie
senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità…


Per effetto o conseguenza di  qualche colpa

Mat 9,2 Ed ecco, gli portarono un paralitico steso su un letto. Gesù,
vista la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figliolo, ti sono
rimessi i tuoi peccati».
Ger 14,10 Così dice il Signore di questo popolo: «Piace loro andare
vagando, non fermano i loro passi». Per questo il Signore non li
gradisce. Ora egli ricorda la loro iniquità e punisce i loro peccati.

Per correggere e condurre al ravvedimento:

Ebrei 12,5-7. "-Figlio mio, non disprezzare la disciplina del Signore,
e non ti perdere d'animo quando sei da Lui ripreso; perche il Signore
corregge quelli che Egli ama, e punisce tutti coloro che riconosce
come figli.- Sopportate queste cose per la vostra correzione. Dio vi
tratta come figli; infatti qual è il figlio che il padre non corregga?"
Ebrei 12,11  "E' vero che qualunque correzione sul momento non sembra
recar gioia, ma tristezza: in seguito, tuttavia, produce un frutto di
pace e di giustizia in coloro che sono stati addestrati per mezzo di
essa"
2Macc 6,12 Io prego coloro che avranno in mano questo libro di non
turbarsi per queste disgrazie e di considerare che i castighi non
vengono per la distruzione ma per la correzione del nostro popolo.
1Cor 5,5 questo individuo sia dato in balìa di satana per la rovina
della sua carne, affinché il suo spirito possa ottenere la salvezza
nel giorno del Signore…

Sap 12,2 Per questo tu castighi poco alla volta i colpevoli e li
ammonisci ricordando loro i propri peccati, perché, rinnegata la
malvagità, credano in te, Signore.
Le 26,23 Se nonostante questi castighi, non vorrete correggervi per
tornare a me, ma vi opporrete a me, anch'io mi opporrò a voi.
Sal 118,71 Bene per me se sono stato umiliato, perché impari ad obbedirti.






Per  far maturare e acquisire delle virtù:

Ro 5,3 … noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la
tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata 4 e la
virtù provata la speranza.

Per prevenire che si radichi o si sviluppi qualche vizio:

2Cor.12,7 Perché non montassi in superbia per la grandezza delle
rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di
satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia.
8 A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che
l'allontanasse da me. 9 Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia;
la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi
vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me
la potenza di Cristo. 10 Perciò mi compiaccio nelle mie infermità,
negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce
sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.

Per mettere alla prova la fedeltà dei credenti:

Giob 1,9 Satana rispose al Signore e disse: «Forse che Giobbe teme Dio
per nulla? 10 Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua
casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani
e il suo bestiame abbonda di terra. 11 Ma stendi un poco la mano e
tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia!». 12 Il Signore
disse a satana: «Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stender
la mano su di lui»...

2Cor 8,1 Vogliamo poi farvi nota, fratelli, la grazia di Dio concessa
alle Chiese della Macedonia: 2 nonostante la lunga prova della
tribolazione, la loro grande gioia e la loro estrema povertà si sono
tramutate nella ricchezza della loro generosità.
Giac 1,12 Beato l'uomo che sopporta la tentazione, perché una volta
superata la prova riceverà la corona della vita che il Signore ha
promesso a quelli che lo amano.
1Pt 1,7 … perché il valore della vostra fede, molto più preziosa
dell'oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco,
torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo:
2Pt 2,9 Il Signore sa liberare i pii dalla prova e serbare gli empi
per il castigo nel giorno del giudizio…
Lu 22,31 Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come
il grano; 32 ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede;
Ap 2,10 Non temere ciò che stai per soffrire: ecco, il diavolo sta per
gettare alcuni di voi in carcere, per mettervi alla prova e avrete una
tribolazione per dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e ti darò la
corona della vita.
Ap 3,10 Poiché hai osservato con costanza la mia parola, anch'io ti
preserverò nell'ora della tentazione che sta per venire sul mondo
intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra.

Per  purificare e perfezionare i credenti:

Sal 25,2 Scrutami, Signore, e mettimi alla prova, raffinami al fuoco
il cuore e la mente.
Mal 3,3 Siederà per fondere e purificare; purificherà i figli di Levi,
li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore
un'oblazione secondo giustizia.
At 14,22 rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella
fede poiché, dicevano, è necessario attraversare molte tribolazioni
per entrare nel regno di Dio.
Giov 16,33 Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi
avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!».


per conseguire un fine provvidenziale di bene per molti:

Gen 50,20 "Io sono Giuseppe, il vostro fratello, che voi avete venduto
per l'Egitto. Ma non vi rattristate e non vi crucciate per avermi
venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per
conservarvi la vita"
Gen 45,4-5 "Se voi avevate pensato del male contro di me, Dio ha
pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si
avvera: far vivere un popolo numeroso".
Ro 8,28 Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro
che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno.
Lu 24,25 Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere
alla parola dei profeti! 26 Non bisognava che il Cristo sopportasse
queste sofferenze per entrare nella sua gloria?».
Eb 2,10 Ed era ben giusto che colui, per il quale e del quale sono
tutte le cose, volendo portare molti figli alla gloria, rendesse
perfetto mediante la sofferenza il capo che li ha guidati alla salvezza.

Per rendere partecipi delle sofferenze di Cristo a beneficio del Suo
Corpo mistico:

Col 1,24 Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e
completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a
favore del suo corpo che è la Chiesa.

Tanti motivi sono sufficienti per rispondere alla domanda: "Perché
Dio, se può e vuole, non toglie tanti mali dal mondo? In sintesi la
risposta è che Egli li toglierà al momento opportuno dopo che anche i
mali saranno serviti a far maturare noi o altri o a farci dare un
contributo per il Suo disegno di salvezza.

#439 Da: "LUIGI" <luigbasi@...>
Data: Sab 28 Giu 2008 3:14 pm
Oggetto: Discorso sulla sobrietà e la virtù (Esichio Sinaita)
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Il bene dell'umiltà per sua natura innalza ed è amato da Dio. Poiché
l'umiltà distrugge quasi tutti i mali che pullulano in noi e sono
odiosi a Dio, è naturalmente ardua da procurarsi.

Facilmente potresti trovare, in un uomo solo, alcune parziali
operazioni di molte virtù; ma se volessi cercare in lui il profumo
dell'umiltà, lo troveresti con grande fatica. Vedi come è necessaria
molta sollecitudine per giungere a possedere l'umiltà?

Ci sono molte operazioni della mente capaci di procurarci il bel dono
dell'umiltà, se pero non trascuriamo la nostra salvezza. Per esempio,
fa ottenere l'umiltà il ricordo dei peccati commessi in parole, in
opere, col pensiero; e ci sono moltissime altre cose che
contribuiscono a renderci umili e sono colte mediante la
contemplazione.

La vera umiltà produce anche questo risultato: fa sì che tu ripassi
nella mente, una per una, le buone azioni del prossimo e magnifichi
dentro di te le sue altre superiorità naturali, mentre esamini le
azioni altrui, confrontandole con le tue proprie. Così la mente,
vedendo quanto la propria piccolezza sia lontana dalla perfezione dei
fratelli, si considera terra e cenere, non un uomo, ma un cane,
perché di fronte a tutti gli esseri ragionevoli della terra, è
manchevole e inferiore sotto ogni aspetto.

Dal "Discorso sulla sobrietà e la virtù" di Esichio Sinaita.
De temperantia et virtute, I,63.64. PG 93,1500.1501.

#438 Da: "LUIGI" <luigbasi@...>
Data: Sab 14 Giu 2008 6:30 pm
Oggetto: Vangelo di Luca 16,19-31 - Dal libro della perfezione di Martirio Sahdona
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Dal vangelo secondo Luca 16,19-31
Gesù diceva questa parabola: "C'era un uomo ricco che vestiva di
porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un
mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta".

---------------------------------------------------------------------


      Soccorri Cristo nella persona dei suoi fratelli, tanto i grandi
quanto i piccoli, perché alla fine della vita egli ti benedica e tu
riceva in dono il regno preparato per te. Cristo allora ti verrà
incontro raggiante e ti dirà: Vieni, benedetto del Padre mio, ricevi
in eredità il regno preparato per te fin dalla fondazione del mondo.
Perché io ho avuto fame e tu mi hai dato da mangiare, ho avuto sete e
mi hai dato da bere; ero forestiero e mi hai ospitato, nudo e mi hai
vestito, malato e mi hai visitato, carcerato e sei venuto a trovarmi.

      Fa' dunque a lui qui in terra tutto il bene che puoi, perché
egli lassù te ne sia grato. Egli accetta da te tutto quello che hai,
senza esigere grandi cose; si accontenta persino di un bicchiere
d'acqua fresca, promettendoti in cambio una ricompensa magnifica.
Basta la buona volontà e sarà gradita secondo quello che uno
possiede. Bada però di non donare in modo gretto e meschino,
brontolando e di malumore: invece il tuo cuore sia magnanimo e
traboccante di allegrezza. Benché tu sia un pover'uomo, accogli
Cristo ed egli non si vergognerà di entrare in casa tua, se vede
spaziosa la tua dimora interiore.

      Se tuo fratello è nudo, vestilo; se è malato, visitalo, se è
carcerato e afflitto, ricordati di lui, come se tu fossi insieme in
prigione. Compatisci la sua sofferenza, perché sei fatto della sua
medesima pasta. Accomuna le sue necessità alle tue, sostieni la
debolezza del suo corpo dolorante, addossati le sue infermità,
servilo con premura nelle sue pene.

      Qualora tu non abbia un cibo nutriente o qualche medicamento da
offrirgli, porgigli una buona parola, ridagli coraggio; fatti carico
della sua sofferenza, piangi con lui, aiutalo con la preghiera,
stagli vicino se è abbattuto. Sappi onorarlo, provvedendo con le tue
mani a quanto gli necessita, affretta i passi per andarlo a trovare.
In una parola: consola, conforta tuo fratello.

      Qualora tuo fratello soffra, non nel corpo ma nell'anima, va' a
trovarlo, dato che le infermità spirituali sono più gravi di quelle
fisiche. Hai qualche medicina efficace? Porgigliela. E in caso che a
motivo della gravità del suo stato tu non possa offrirgli il farmaco
direttamente, provvedi a ciò con furtiva abilità.

      E prega con più insistenza per lui, giacché dalla preghiera
dipende la salute del corpo e dello spirito.  La preghiera fatta con
fede salverà il malato, dice la Scrittura. E se ha commesso peccati,
gli saranno perdonati.120

      Se poi tuo fratello è affamato di cibo spirituale, offrigli il
pane della Parola ispirata. Se arde di sapere, dissetalo con l'acqua
della Sapienza. Se è spoglio di virtù, abbi compassione di colui che
è della tua stessa carne.

      Stagli vicino, non lo trascurare, non abbandonarlo come se fosse
uno sconosciuto, ma prenditi cura di lui come di un altro te stesso.

      Ricopri la sua nudità interiore col tuo mantello finché non gli
avrai intessuto un abito completo mediante la spola delle tue parole
affettuose e sollecite.

      Conforta dunque gli afflitti e visita chi è malato nel corpo o
nello spirito, tu che abbondi in ricchezza e salute. Anche oggi, in
essi si nasconde un povero Lazzaro, che gli angeli stanno per
condurre nel seno di Abramo. Non lasciarlo fuori, da ricco crudele,
perché le sue accuse non mutino l'indulgenza di Abramo in spietata
severità contro di te, quando sarai in disgrazia.

      Condividi da generoso quel che possiedi, sia i beni del corpo,
sia i beni dell'anima, senza trattare con alterigia uno, perché è
diventato oggetto di vergogna: non sai come finirai tu stesso. Forse
Dio e i suoi angeli lo hanno in maggiore stima di te, secondo quanto
sta scritto: Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli,
perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia
del Padre mio che è nei cieli.

      Perciò non trascurare nessuno, te compreso, per "piccolo" che
sia, ma fatti carico di tutti, dividendo i tuoi beni con chi è nel
bisogno. Conforta il depresso con una buona parola e con la
preghiera. Porta i pesi dei deboli, quasi fossi tu stesso per loro
forza e vigore: piede per questo, mano per quello, occhio, bocca e
così via. E sii anche pronto a offrire le spalle per portarli tutti.
Siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo
membra gli uni degli altri.


Dal "Libro della perfezione" di Martirio Sahdona.
Livre de la Perfection, p.II, cap.11, §18-19. 21-25.  Œuvres, CSCO
253, Louvain, 1965, t.III, pp. 82-85.

#437 Da: "LUIGI" <luigbasi@...>
Data: Ven 30 Mag 2008 6:16 am
Oggetto: Omelia dai Trattati sul vangelo di Giovanni. (Sant'Agostino)
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Il Vangelo ci dice che Dio Padre è glorificato quando portiamo molto
frutto e ci dimostriamo veri discepoli di Cristo; allora non
facciamocene un titolo di gloria, quasi fosse da attribuire alla
nostra capacita cio che abbiamo realizzato. Questa grazia viene da
Dio; quindi non torna a gloria nostra, ma a gloria sua.

In un'altra circostanza il Signore dice: Cosi risplenda la vostra
luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone, e
subito dopo aggiunge: E rendano gloria al Padre vostro che e nei cieli

  1. (Mt 5,16 ) Non voleva infatti che i discepoli credessero di
compiere da se tali opere.

La gloria del Padre è appunto che noi portiamo molto frutto e siamo
veri discepoli di Cristo.

Ma chi ci fa cosi se non colui che ci ha prevenuti con la sua
misericordia?

Noi infatti siamo opera sua. creati in Cristo Gesù per le opere
buone.2.( Ef 2, 10 )

Come il Padre ha amato me. cosi anch'io ho amato voi. Rimanete nel
mio amore. Ecco il principio di tutte le nostre opere buone. Da dove
potrebbero venire se non dalla fede che opera per mezzo della carità?
E come potremmo noi amarlo, se egli non ci amasse per primo? Con
estrema chiarezza sempre Giovanni ce lo insegna in una sua lettera:
Noi amiamo, perché egli ci ha amato per primo.3 (1 Gv 4,19 )

Rimanete nel mio amore. In qual modo vi rimarremo? Ascolta ciò che
segue: Se osserverete i miei comandamenti., rimarrete nel mio amore.

E' l'amore che ci mette in grado di osservare i comandamenti, oppure
è la fedeltà ad osservarli che ci consente di amare? Ma chi dubita
che l'amore non preceda l'osservanza? Chi non ama non ha un motivo
per mettere in pratica i comandamenti. Quando Gesù ci dice: Se
osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore., non indica
ciò che fa nascere l'amore, ma quello che lo attesta. Come se
dicesse: "Non crediate di rimanere nel mio amore se non osservate i
miei comandamenti. Solo se li osservate, potrete rimanervi; cioè,
apparira chiaro che dimorate nel mio amore se osservate i miei
comandamenti".

Questo perché nessuno s'inganni dicendo che ama Dio, mentre non fa
quanto egli comanda. In altre parole, noi in tanto lo amiamo, in
quanto osserviamo i suoi comandamenti; e quanto meno obbediamo ad
essi, tanto meno lo amiamo.

Non è dunque per ottenere il suo amore che osserviamo quanto ci
comanda: se egli non ci amasse per primo, non potremmo tradurre in
atto i suoi precetti. Questa è la grazia rivelata agli umili, mentre
ai superbi rimane nascosta.


Questo vi ho detto., perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia
sia piena.

Cos'è la gioia di Cristo in noi? La compiacenza ch'egli prova a
rallegrarsi di noi. E cos'è la nostra gioia che egli vuole completa?
Godere di stare insieme con lui. Tant'è che il Signore aveva detto a
Pietro:Se non ti lavero, non avrai parte con me. 4. (Gv 13,8 )

Insomma, la gioia di Cristo in noi è la grazia che ci dona, e questa
grazia costituisce anche la nostra gioia.

Cristo ne fruiva fin dal principio, fin da quando in eterno ci ha
eletto prima della costituzione del mondo.

Il gaudio della nostra salvezza, che da sempre lo rallegrò, perché da
sempre egli lo ha conosciuto e da sempre ad esso ci ha predestinati,
comincio ad abitare in noi quando egli ci ha chiamati.

Abbiamo ragione nel definire nostra questa gioia, perché un giorno ci
rendera beati. Nel frattempo essa conosce una crescita e un
avanzamento continuo, tesa com'è a perseverare verso il pieno
compimento. Questa gioia comincia nella fede di chi rinasce nel
battesimo e toccherà il vertice nel premio di chi risorgerà alla vita
eterna.

Rimaniamo ancorati al precetto del Signore di amarci gli uni gli
altri, e cosi osserveremo qualsiasi altro comandamento, perché questo
li racchiude tutti.

Questo amore è diverso da quello che gli uomini, in quanto uomini, si
portano l'un l'altro.

Per distinguere i due atteggiamenti, il Signore soggiunge: Come io vi
ho amati.

Cristo ci ama per renderci capaci di regnare con lui. Sempre questo
medesimo scopo deve guidare l'amore reciproco gli uni verso gli altri
in modo che esso resti ben distinto dall'affetto che di solito gli
uomini nutrono a vicenda e che in realtà non è vero amore.

Invece coloro che si amano per aderire a Dio, ci riescono davvero:
essi prima amano Dio, per sapersi poi amare l'un l'altro. Una tale
carità non brilla fra tutti gli uomini; anzi, sono pochi quelli che
si amano affinché Dio sia tutto in tutti. 5. (1 Cor 15,28)

Omelia dai Trattati di sant'Agostino sul vangelo di Giovanni.
In Io,tr.82,1-3;83,1.3. PL 35,1843-1845.1846

#436 Da: "LUIGI" <luigbasi@...>
Data: Dom 18 Mag 2008 8:25 am
Oggetto: ESSERE UN'ANIMA SOLA IN DIO (Sant'Agostino)
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Essere un`anima sola in Dio

	 State attenti, fratelli, perché riconoscerete qui il mistero
della Trinità, in qual modo cioè si possa dire: il Padre è, il Figlio
è, lo Spirito Santo è, e tuttavia Padre, Figlio e Spirito Santo sono
un solo Dio. Ecco che quelli erano molte migliaia, ma avevano un solo
cuore; erano molte migliaia, ma avevano una sola anima. Ma dove
avevano un solo cuore e una sola anima? (cf. At 2,32). In Dio. A
maggior ragione questa unità si deve trovare in Dio. Forse sbaglio
nell`esprimermi, quando dico che due uomini hanno due anime e tre
uomini ne hanno tre, e molti uomini ne hanno molte? Di certo mi
esprimo giustamente. Ma se essi si avvicinano a Dio, avranno una sola
anima. Se coloro che si avvicinano a Dio, per mezzo della carità, di
molte anime diventano un`anima sola e di molti cuori un cuore solo,
che cosa non farà la stessa fonte della carità nel Padre e nel
Figlio? La Trinità non è dunque, a piú forte ragione, un solo Dio? E`
da essa infatti che ci viene la carità, dallo stesso Spirito Santo,
cosí come dice l`Apostolo: "La carità di Dio è diffusa nei nostri
cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato" (Rm 5,5).
	 Se dunque «la carità è diffusa nei nostri cuori per mezzo
dello Spirito Santo che ci è stato donato» e di molte anime fa
un`anima sola e di molti cuori fa un cuore solo, a quanta maggior
ragione il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo dovranno essere un
solo Dio, una sola luce, e un solo principio?

	 (Agostino, In Ioan. 39, 5)

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