pubblicato da Redazione il 12/1/2006
La storia degli indiani americani si può leggere in
mille modi diversi, ma risulta comunque difficile,
specialmente in questi giorni, non notare già in quel
tempo le radici di quel tipo di comportamento che
caratterizza oggi l'atteggiamento degli americani alla
conquista del mondo. La commistione tra messaggio
politico e messaggio religioso, con tutte le
distorsioni che ne possono derivare, risulta infatti
già presente nelle azioni dei primi colonizzatori che
espropriarono dalle loro terre gli indigeni
dell'America del nord, fra il XVII e il XIX secolo.
L'altro elemento che emerge con forza dalla scheda
storica che presentiamo (preparata da Sergio
Brundu/"Vulcan"), è l'ambiguo dibattersi dei Padri
Fondatori, e dei successivi presidenti eletti, tra i
doveri morali loro imposti dalla Costituzione, e la
necessità di espandere il proprio controllo sulle
terra ancora disponibili senza stare troppo a guardare
in faccia nessuno.
E così, da un rapporto amichevole con gli abitanti
locali a una prima scaramuccia, da un primo trattato
pieno di nobili intenti ...
... a vere proprie deportazioni di massa, un'intera
nazione, con la sua cultura e le sue tradizioni, è
stata cancellata dalla faccia della terra, nel nome
del nostro progresso.
http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=979
IL SENTIERO DI LACRIME
SCHEDA STORICA SULLA QUESTIONE INDIANA
"Possibile che una delle regioni più ridenti del globo
debba restare allo stato di natura, covo di pochi
miserabili selvaggi, quando sembra destinata dal
creatore a fornire il sostentamento ad una numerosa
popolazione e a divenire sede della civiltà, della
scienza e della vera religione?"
Harrison, governatore della Louisiana
"Siamo stati costretti a bere l'amaro calice
dell'umiliazione, trattati come cani mentre la nostra
vita e la nostra libertà divenivano trastullo
dell'uomo bianco; la nostra patria e le tombe dei
nostri padri ci sono state strappate dallo spietato
vincitore finché, scacciati, nazione dopo nazione, ci
ritroviamo fuggiaschi, vagabondi e stranieri nella
nostra stessa terra,..
John Ross, capo Cherokee
I nativi originali
Fra il 1500 e il 1600, vivevano sul continente
nordamericano, a seconda delle diverse stime storiche,
dai due ai 10 milioni di abitanti, divisi in una
infinità di tribù e sottotribù. Le risorse naturali da
una parte, e lo spazio a disposizione dall'altra,
erano talmente abbondanti che raramente si creavano
motivi di frizione fra una tribù e l'altra.
Questa è una mappa con i principali gruppi tribali
prima della conquista del territorio da parte dei
bianchi.
QUI l'originale in alta definizione (400 Kb)
http://www.luogocomune.net/site/modules/sections/index.php?
op=viewarticle&artid=34
Le prime esplorazioni
Con gli arrivi dei primi europei sulle coste
atlantiche, intorno al 1600, iniziarono a formarsi gli
insediamenti di coloni da cui sarebbero partite le
prime esplorazioni verso l'interno. Esse furono
condotte, a Nord (New England, Massachussets), dagli
inglesi, e a Sud (Florida e Louisiana) dai francesi.
Ma la prima spedizione vera e propria, a scopo di
conquista, fu condotta dagli spagnoli, che si erano
già da tempo attestati in Messico, e che poterono
quindi partire direttamente dalla terraferma,
attraverso quello che oggi è il confine Sud degli
Stati Uniti.
La Spedizione di Coronado
Attratti dalla leggenda delle "sette città d'oro di
Cebola", nel 1540 mille uomini partirono da Compostela
verso Nord, agli ordini del generale Francisco
Coronado. Arrivarono fino al Kansas e al Gran Canyon
del Colorado, ma rientrarono, dopo quasi due anni,
senza aver trovato l'oro che cercavano.
In compenso, avevano fatto agli indiani il più grande
regalo che si potesse immaginare: alcuni cavalli,
sfuggiti agli spagnoli, erano stati catturati dalle
tribù locali, che si erano messe ad allevarli. Pochi
decenni più tardi, l'intera zona delle Grandi Pianure
si ritrovava così a disposizione un mezzo di trasporto
che avrebbe radicalmente cambiato le abitudini degli
indigeni, e che avrebbe dato loro la possibilità di
comunicare e muoversi molto più rapidamente, nel
periodo di lotta contro l'avanzata dei bianchi, due
secoli più tardi. (In America un antenato del cavallo
era esistito in epoche precedenti, ma pare che si
fosse estinto circa 9000 anni fa).
Prima dell'Indipendenza
La storia degli Stati Uniti si può dividere in due
grossi blocchi, il cui spartiacque è la rivoluzione
del 1776. In quell'anno infatti le colonie già
presenti sul territorio si ribellarono alla corona
inglese ed ottennero l'indipendenza, diventando la
federazione di stati che sta alla base della moderna
nazione americana.
Con l'arrivo dei primi coloni, nel 1600, i rapporti
con le popolazioni locali erano stati di natura
relativamente pacifica. Prevalevano situazioni di
piena collaborazione ed armonia, in cui il commercio
di pelli e lo scambio di altri beni avvantaggiava sia
gli indigeni che i bianchi, e solo raramente si
registravano episodi di violenza, dovuti soprattutto a
questioni di territorio.
Ma con l'aumento massiccio dell'immigrazione, e
l'inizio della spinta verso l'interno, la situazione
si capovolse, gli equilibri iniziali si spezzarono, e
lo scontro violento divenne la regola invece
dell'eccezione.
Fu così che al momento della rivoluzione, la maggior
parte delle tribù indigene si alleò con gli inglesi,
nella speranza di vedere diminuito, con la sconfitta
dei coloni ribelli, il potere del loro oppressori.
Purtroppo per loro invece, alla fine della guerra si
ritrovarono dalla parte degli sconfitti.
Man mano che i nuovi stati della federazione venivano
formati, le nazioni indiane comprese nel territorio
venivano inglobate, e dotate di autogoverno, protetto
da trattati.
La politica nazionale di George Washington
La politica nazionale per le tribù indiane formulata
da G. Washington nel 1789 partiva dal presupposto che
ciascuna tribù indiana fosse nazione indipendente,
affermando che i trattati stipulati tra le tribù ed il
governo federale erano, secondo la costituzione degli
Stati Uniti, vincolanti per i singoli stati.
Questi trattati garantivano ad ogni tribù il diritto
all'autogoverno entro i propri confini, e imponevano
al governo federale di proteggere i confini tribali da
ogni intrusione dei bianchi. In cambio ciascuna tribù
si impegnava a restare alleata degli Stati Uniti e a
non stipulare accordi commerciali con nazioni
straniere. Il timore era che Inghilterra, Francia e
Spagna non avessero rinunciato ad acquisire il
controllo dell'ovest e, alleandosi con gli indiani,
potessero ricacciare gli americani bianchi ad est
degli Apalachi.
"Gli indiani in quanto primi occupanti, godono di
diritto di proprietà sul suolo" disse Knox, ministro
della guerra a Washington. "Esso non può venir loro
sottratto senza il loro libero consenso [....]
espropriarli[....] sarebbe una grossolana violazione
delle leggi fondamentali di natura e di quella
giustizia distributiva che costituisce la gloria di
una nazione."
Knox condivideva le idee di Jefferson a di altri
esponenti dell'illuminismo secondo cui "l'indiano è,
fisicamente e mentalmente pari all'europeo". Tra il
1776 ed il 1804, gli stati del nord abolirono la
schiavitù, mentre l'elite di quelli meridionali
premeva in tutti i modi perché se ne imitasse
l'esempio. Tutti i presidenti, da Washington a
Jackson, incoraggiarono i matrimoni misti tra bianchi
e indiani, per promuovere l'acculturazione di questi
ultimi.
La prima acculturazione
Lo spostamento rapido degli americani bianchi verso
occidente, il costo delle guerre e il timore di nuove
alleanze delle tribù indiane con spagnoli, francesi o
inglesi, indusse il governo a porre in atto, nel 1790,
una serie di leggi finalizzate ad indurre gli indiani
al passaggio dalla caccia all'agricoltura.
Knox stimava che le misure poste in essere avrebbero
determinato una completa assimilazione degli indiani,
e avrebbero portato alla progressiva estinzione dei
loro diritti di proprietà sulle terre entro
cinquant'anni, tranne le piccole fattorie che ciascuna
famiglia indiana avrebbe conservato come proprietà
privata.
Al fine di persuadere gli indiani a dedicarsi
all'agricoltura, il governo federale forniva
gratuitamente le attrezzature, insieme ad esperti con
il compito di spiegare tecniche e vantaggi dei sistemi
agricoli.
Furono istituite a carico dello stato federale scuole
di lavoro manuale nelle quali i bambini indiani
venivano preparati a diventare agricoltori e mogli di
agricoltori.
Fu istituita la vigilanza dell'esercito sui confini
stabiliti per trattato, e formulata la figura
dell'agente federale con funzioni di diplomatico
residente.
Il governo infine offrì incentivi economici alle
associazioni missionarie delle diverse confessioni
cristiane (soprattutto protestanti), che si
impegnavano ad istruire gli indiani e ad insegnar loro
le più avanzate tecniche agricole.
Nel contempo gli indigeni venivano anche spinti alla
conversione verso il cristianesimo.
Alcune delle maggiori tribù degli Stati Uniti sud
orientali (Cherokee, Creek, Chicasaw, Chotaw e
Seminole) fecero progressi così rapidi sulla via
dell'acculturazione da divenir note intorno al 1830
come le "cinque tribù civilizzate". Esse contavano
circa 45.000 individui, e possedevano quasi tremila
schiavi africani.
Nel cercare di migliorare la loro posizione sociale,
collocandosi su un piano di superiorità rispetto ai
neri, molti pellirosse finirono per accettare, insieme
al processo di acculturazione, anche gli stessi
pregiudizi razziali dei bianchi.
La rapida avanzata dei pionieri verso ovest, tra il
1789 ed il 1830, rese sempre più inadatti i territori
di caccia degli indiani al commercio delle pellicce,
mentre la selvaggina diveniva sempre più scarsa.
Poiché le terre per loro avevano valore solo come
territori di caccia - come previsto da Knox - anno
dopo anno le varie tribù si convinsero a svendere al
governo federale milioni di acri di terra, che poi
sistematicamente veniva rivenduta ai coloni bianchi.
Il ricavato delle vendite andava a costituire dei
fondi fiduciari, da cui le nazioni indiane ricavavano
rendite annuali per edificare segherie, mulini,
strade, e strutture necessarie all'economia di
mercato.
In altre parole, l'unico indiano che il sistema
accettava era quello che accettasse, a sua volta, le
regole del sistema.
L'intralcio indiano nel progetto della nazione bianca
La sconfitta dei Creek nel 1812, degli Shawnee e dei
loro alleati del nord, la sconfitta a New Orleans del
corpo di spedizione inglese, ed il fatto che le tribù
indiane occupavano territori particolarmente adatti
alla crescita del cotone, diede motivo ai bianchi
dell'ovest di invocare l'eliminazione dei "selvaggi
traditori" che avevano rotto i trattati di alleanza
con gli Stati Uniti.
Dal 1815 al 1828, perciò, la questione indiana
acquistò sempre maggiore rilevanza politica ed
economica, ponendo le basi per un trasferimento
forzato.
Nel 1823 gli Stati Uniti formularono la "dottrina
Monroe", e la nazione venne pervasa dalla certezza del
proprio destino imperialistico, alimentando così la
convinzione del "chiaro destino" dell'America di
espandersi fino al Pacifico e della fede che Dio
avesse scelto gli Stati Uniti come modello e guida per
il mondo intero.
In questi anni, i presidenti Adams e Monroe cercarono
di persuadere gli indiani a trasferirsi ancora più a
occidente, ma essi si rifiutavano di cedere ulteriori
terre oltre a quelle già perdute fino a quel momento.
Con il procedere del processo di acculturazione,
questi cominciarono a rendersi conto che si chiedeva
loro di rinunciare a tutto ciò che li rendeva indiani:
avrebbero perso le loro terre, le loro tradizioni, la
loro religione, la loro lingua, il loro autogoverno
nazionale e sarebbero rimasti indiani solo nel colore.
Essi cominciarono a comprendere che ben pochi
americani bianchi li avrebbero accettati come
cittadini dotati degli stessi loro diritti.
In effetti la ripresa dell'istituto di schiavitù dei
negri legata allo sviluppo della coltivazione del
cotone, rafforzò ulteriormente nei bianchi la
convinzione dell'inferiorità razziale degli Africani.
"Anche se noi concedessimo pari cittadinanza agli
indiani acculturati, ed anche ammettendo che un
progetto simile sia praticabile, il massimo dei
diritti e dei privilegi che l'opinione pubblica
potrebbe concedere agli indiani sarebbe di collocarli
in una posizione di mezzo tra il negro e il bianco; e
se pure dovessero sopravvivere a questa degradazione,
senza la possibilità di raggiungere l'elevazione del
secondo, essi sprofonderebbero gradualmente nella
condizione del primo..."
George Gilmer, governatore della Georgia
In Georgia ed in tutto il sud il futuro di ogni
indiano sarebbe stato quello di un cittadino di
seconda categoria, come lo schiavo africano liberato:
agli indiani sarebbe stato negato il diritto di
votare, di detenere cariche pubbliche, di testimoniare
in tribunale, di prestare servizio militare e di
mandare i figli nelle scuole pubbliche.
Con il crescere del fervore nazionalistico degli
americani bianchi, di pari passo crebbe quello delle
nazioni indiane. Tutto ciò non fece che rafforzare la
determinazione di queste nel respingere la prospettiva
dell'assimilazione alimentando il legame alle proprie
terre ed al proprio autogoverno.
Nel 1827 i Cherokee adottarono un corpo di polizia, un
sistema giudiziario ed un parlamento bicamerale
elettivo ed anche una costituzione scritta, basata su
quella degli Stati Uniti .
Essi affermarono cosi la propria sovranità di nazione
indipendente, legata agli Stati Uniti solo dagli
obblighi fissati per trattato.
Dagli Stati Uniti, essi attendevano che questi
mantenessero gli impegni, che proteggessero i loro
confini e che non pretendessero ulteriori cessioni di
terre senza il consenso indiano.
I bianchi dell'ovest reagirono energicamente e lo
stato della Georgia, citando la clausola
costituzionale che affermava che "entro i confini di
giurisdizione di uno stato non è consentito formare o
erigere nuovi stati", assunse la giurisdizione su
alcuni milioni di acri di terra che le nazioni
Cherokee e Creek, occupavano entro i suoi confini.
Questo atto aboliva di fatto l'autogoverno dei Creek e
dei Cherokee, e trasformava gli indiani in cittadini
di seconda categoria, invalidando i precedenti
trattati stipulati con il governo federale.
Per gli Stati Uniti fu un grave conflitto tra
sovranità statale e federale, un conflitto che la
costituzione aveva volutamente lasciato
nell'ambiguità.
I sentieri di lacrime
Quando nel 1829 Andrew Jackson divenne presidente
degli Stati Uniti, altri stati seguirono l'esempio
della Georgia. Eroe delle prime guerre indiane, uomo
di frontiera, piantatore, proprietario di schiavi e
speculatore terriero, Jackson era notoriamente a
favore del trasferimento forzato di tutte le tribù
indiane, e del "diritto" di ciascuno stato, di
denazionalizzare a proprio piacimento le tribù
residenti entro i propri confini.
Egli perciò ignorò le proteste delle nazioni indiane e
nel maggio del 1830, convinse il congresso ad
approvare il cosiddetto "Indian Removal Act",
nonostante l'opposizione del partito whig e di
migliaia di bianchi dell'est.
Cosi migliaia di indiani residenti ad est del
Mississipi si incamminarono verso i territori
dell'ovest, scortati dai soldati, su quelle piste che
da allora presero il nome di "sentieri di lacrime".I
Cherokee che nel 1838 non avevano ancora ceduto al
trasferimento forzato furono cacciati dalle loro terre
con la forza delle armi.
Sebbene il presidente della corte suprema di appello
Jhon Marshall dichiarò esplicitamente che la sovranità
proclamata dallo stato della Georgia sui territori
contesi fosse "priva di valore ", Jackson ne ignorò la
sentenza.
"... siamo stati costretti a bere l'amaro calice
dell'umiliazione, trattati come cani mentre la nostra
vita e la nostra libertà divenivano trastullo
dell'uomo bianco; la nostra patria e le tombe dei
nostri padri ci sono state strappate dallo spietato
vincitore finché, scacciati, nazione dopo nazione, ci
ritroviamo fuggiaschi, vagabondi e stranieri nella
nostra stessa terra, e contempliamo un futuro in cui i
nostri discendenti saranno forse completamente estinti
[...] sospinti in punta di baionetta nell'oceano
occidentale, o ridotti alla condizione di schiavi... "
John Ross, capo Cherokee
"... un delitto che sconcerta la nostra immaginazione
[....] L'anima umana, la giustizia, la pietà che
risiede nel profondo del cuore di ogni uomo dal Maine
alla Georgia, non possono non aborrire questa
vicenda..."
Ralph Valdo Emerson , a nome degli oppositori.
L'ALTRO AMERICANO
L'indottrinamento
.....cento anni di errori e di crimini commessi per
rendere l'indiano simile al bianco.
Dopo che nel 1886 gli americani bianchi ebbero domato
le ultime rivolte armate degli indiani, si rese
necessario schiacciarne la resistenza interiore: una
volta compiuta la conquista dei loro territori, doveva
infatti proseguire quella dell'identità culturale
indiana.
In tale direzione una prima linea di pensiero era a
favore di una sistematico indottrinamento degli
indiani delle riserve che puntava ad una prospettiva
di "americanizzazione " o " acculturazione" dei
bambini indiani, in quanto gli adulti "selvaggi",
erano considerati praticamente irrecuperabili.
Un secondo orientamento prevedeva la possibilità di
recidere i legami tra l'individuo e la tribù,
concedendo ad ogni capofamiglia indiano un piccolo
appezzamento di terra da coltivare, in modo da
rendersi autosufficiente e imparare a nuotare o
affogare nel mare della cultura bianca.
Al fine di tradurre in normativa di legge le due
strategie finalizzate a ricreare l'indiano ad immagine
e somiglianza del bianco, il primo passo consisté
nell'abbandonare il presupposto che le tribù indiane
fossero nazioni indipendenti e con le quali si
dovevano stipulare dei trattati.
Nel 1831 le tribù indiane erano considerate "nazioni
subordinate all'interno del territorio dello stato" e
di questa affermazione gli indiani sottolineavano il
termine "nazioni" i bianchi subordinate. Nel 1871 il
congresso approvò una legge secondo cui non si
sarebbero più dovuti stipulare dei trattati con le
tribù indiane.
Il congresso spogliò poi i loro tribunali del potere
di giudicare secondo il diritto tribale i casi sorti
all'interno delle riserve, conferendo poteri
dittatoriali all'ufficio per gli affari indiani e, in
ciascuna riserva, ai suoi agenti e sovrintendenti.
uesto controllo autoritario venne ulteriormente
rafforzato dalla creazione in ogni riserva di una
"polizia indiana" formata da giovani pellirossa
disposti ad appoggiare le nuove autorità.
L'ufficio emanò disposizioni che consentivano ai suoi
agenti di negare le razioni di viveri agli indiani
ribelli, di incarcerare gli adulti che non
collaboravano, di frustrare i bambini riottosi, e di
separare i figli dai genitori per inviarli nelle
scuole statali e nelle missioni..
In queste scuole i bambini dovevano spogliarsi di ogni
residuo di "tribalismo" venivano puniti se parlavano
nella propria lingua, erano costretti a vestirsi,
comportarsi e pensare come bianchi, e non potevano
ricevere visite dai genitori né farne.
La cittadinanza autosufficiente
L'esperimento di cittadinanza autosufficiente iniziò
nel 1887 con l'approvazione del "Dawes General
Allotment Act" ed anche in questa penosa situazione,
la condizione degli indiani delle riserve era però
probabilmente migliore rispetto a quella di quanti
dovettero subire il programma di detribalizzazione.
Tale provvedimento era stato energicamente sostenuto
non solo dai riformatori bianchi, ma anche da quei
bianchi che vivevano nei territori indiani e che
aspiravano a trasformarli in uno stato a maggioranza
bianca (Oklahoma).
Le stesse compagnie ferroviarie erano ansiose di
detribalizzare gli indiani per ottenere nei loro
territori le concessioni fondiarie promesse dal
governo, cosi come le imprese che intendevano
sfruttare le stesse riserve dei territori indiani.
Il "Dawes Act" conferi al governo il potere di abolir
ogni forma di autogoverno tribale, lottizzare le terre
delle riserve, concedere 160 acri di terre (circa 40
ettari) a ogni capofamiglia, vendere ai bianchi quanto
restava e infine cancellare ogni rapporto esistente
deponendo qualsiasi responsabilità per gli affari dei
nuovi cittadini indiani, abbandonati alla mercé dei
loro vicini bianchi e di una amministrazione statale
composta principalmente da "uomini della frontiera" .
In seguito al "Dawes Act", 67 tribù nel solo Oklahoma
ed una dozzina al di fuori dei suoi confini persero
gli ultimi scampoli di territorio loro rimasti.
Molti indiani, e in particolare gli ex-cacciatori, di
bisonti, non avevano nessuna esperienza nella
coltivazione della terra, e quella che venne loro
concessa non era certo delle più fertili; il governo
non fornì loro alcuna assistenza nel costruire,
recintare, attrezzare o dotare di bestiame fattorie
autosufficienti.
In breve tempo, impossibilitati a pagare le tasse e le
rate dei prestiti, e spesso, se le loro terre valevano
qualcosa, indotti con la frode a rinunciare ai titoli
di proprietà, migliaia di indiani si trasformarono in
vagabondi senza fissa dimora. Si calcola che di tutti
gli indiani che attraverso il "Dawes Act" avevano
ricevuto in concessione un appezzamento di terreno,
l'85-90 per cento l'abbia perduto negli anni
immediatamente successivi.
Le tribù che sfuggirono alla detribalizzazione e alla
"lottizzazione individuale " continuarono a godere
della proprietà comune delle loro terre, ma furono
assoggettate dal 1880 al 1930 alla dura legge della
americanizzazione sotto l'ufficio per gli affari
indiani.
Nel 1910 la popolazione indiana era ridotta al livello
più basso dall'inizio della invasione europea e negli
Stati Uniti non restavano che poco più di 220.000
indiani. Quelli che non erano stati uccisi
direttamente negli scontri armati, erano stati
eliminati dalle malattie dell'uomo bianco, per le
quali essi non disponevano di nessuna immunità.
Ma per chi era convinto della incapacità della "razza
rossa" di sopravvivere alla competizione con quella
anglosassone, la distruzione morale e materiale degli
indiani costituiva una dimostrazione lampante
dell'assunto.
Il sistema di detribalizzazione ed i programmi di
americanizzazione forzata nelle riserve costituirono
il punto più basso nella lunga storia di
maltrattamenti da parte dei bianchi, e il periodo di
massima disperazione degli indiani.
Il giorno della vergogna: Massacro a Wounded Knee -
1890
Tra il 1880 ed il 1890, come reazione al degrado delle
proprie condizioni di vita, si manifestò tra le tribù
occidentali un'ondata di movimenti religiosi che
invocavano l'aiuto divino.
Fu il periodo della "danza degli spettri", durante il
quale si auspicava che il Grande Spirito, avrebbe
riportato in vita non solo i bisonti i cervi e gli
altri animali uccisi dai bianchi , ma anche i
guerrieri caduti
Si sarebbe infine ottenuta la scomparsa degli uomini
bianchi e il ritorno dei giorni felici prima
dell'arrivo degli europei.
Il primo grande profeta della danza degli spettri che
iniziò a predicare questa rinascita spirituale negli
anni 70 fu un indiano paiute di nome Tavibo. Il
movimento ricevette nuovo impulso negli anni 80 da
Wovoka figlio di Tavibo, ma quando il movimento si
diffuse tra i Sioux assunse nuova forma.
Il capo Grande Piede insegnava infatti che il Grande
Spirito avrebbe sostenuto gli indiani, in un'ultima
grande rivolta. I Sioux ignorarono le proibizioni
degli agenti federali, che tentarono di proibire la
danza degli spettri nelle riserve, e Toro Seduto diede
il proprio appoggio al movimento.
"... la nostra religione potrà anche sembrarvi
sciocca, ma a me cosi sembra la vostra. Battisti,
metodisti e presbiteriani, hanno ciascuno un Dio
diverso. Perché non dovremmo avere il nostro? Perché
cercate di portarci via la nostra religione?..."
Toro Seduto
Nel novembre del 1890, allo scopo di soffocare il
movimento, il commissario per gli affari indiani
ordinò ai soldati di arrestare Toro Seduto, Grande
Piede e altri capi. Nei tafferugli che seguirono, Toro
Seduto restò ucciso. Duecento Sioux, guidati da Grande
Piede fuggirono dalla riserva di Pine Ridge.
I cinquecento cavalleggeri che partirono al loro
inseguimento costrinsero i fuggitivi a rientrare nella
riserva, presso un fiume chiamato Wounded Knee.
Mentre venivano perquisiti in cerca di armi, il 29
dicembre 1890, alcuni Sioux opposero resistenza: i
soldati cominciarono a sparare, alcuni con le
mitragliatrici Hotchkiss; gli indiani per lo più
disarmati cercarono di fuggire, ma i soldati li
inseguirono,m uccidendone 150.
Un Sioux, testimone oculare del massacro, raccontò che
in seguito...
... "...a ovest, su per la scarpata che giungeva fino
all'alta cresta, erano sparsi i corpi di donne,
ragazzi e bambini [....] i soldati avevano sparato
loro, mentre correvano, uccidendoli sul posto. Alcuni
giacevano in mucchi, perché si erano stretti gli uni
agli altri...". Tra i morti c'era anche Grande Piede.
Wounded Knee - Raccolta dei cadaveri dopo il massacro
Il massacro suscitò numerose proteste, ed il governo
nominò una commissione d'inchiesta. La relazione
finale attribuì la responsabilità dell'accaduto ai
soldati, ma nessuno di loro venne mai punito, e nessun
cambiamento venne apportato al sistema delle riserve,
che proibiva agli indiani la pratica di qualsiasi rito
tribale.
Il nuovo cittadino americano
A differenza dei bisonti, gli indiani non scomparvero,
e dopo il 1910 la popolazione indiana ricominciò ad
aumentare. Gli schiavi neri liberati furono milioni, e
nel territorio americano vi furono nuove ondate di
emigranti provenienti dall'Europa.
Tutto ciò portò a riconsiderare il fatto che gli Stati
Uniti fossero una "nazione bianca protestante", e nei
cinquant'anni successivi si diffuse la consapevolezza
della natura distruttrice dei tentativi di "incivilire
gli indiani".
In occasione della grande guerra, Woodrow Wilson
affermò i principio di autodeterminazione dei popoli,
e dopo la firma dei trattati di pace, molte nazioni,
già sottomesse agli imperi Austro-Ungarico e Ottomano,
ottennero l'indipendenza proprio in base alla loro
identità etnica.
Nasceva nel frattempo tra gli intellettuali americani
una nuova sensibilità verso le differenze regionali e
culturali all'interno del paese. Grazie al
patriottismo dimostrato da 15.000 indiani, che avevano
prestato servizio nell'esercito durante la prima
guerra mondiale, il governo federale concesse la
cittadinanza a tutti gli indiani.
In seguito a questo radicale riorientamento
ideologico, figura di spicco dei nuovi riformatori fu
quella di John Collier, il quale applicò il principio
del relativismo culturale alla lotta degli indiani per
conservare la propria identità culturale. Nel 1923
egli fondò la American Indian Defense Association,
composta da bianchi, che aveva lo scopo di esercitare
pressioni a livello legislativo per un cambiamento
della linea di condotta nei confronti degli indiani
d'America.
La relazione della commissione incaricata dello studio
della condizione indiana (1928) risultò cosi
scioccante da indurre l'opinione pubblica alla
richiesta di contromisure appropriate. Cosi nel 1933
il presidente Franklin Delano Roosvelt nominò Collier
commissario per gli affari indiani, e l'anno dopo il
congresso approvò l' "Indian Reorganization Act", che
impresse un deciso mutamento di rotta alla politica
nei confronti degli indiani.
In base alla nuova legge gli indiani venivano invitati
a darsi costituzioni tribali, a riappropriarsi delle
terre perdute, e a creare forme elettive di
autogoverno (indipendentemente dal fatto che
disponessero di un territorio proprio).
Inoltre l'ufficio per gli affari indiani avrebbe
dovuto aiutare ciascuna tribù ad acquisire un
rinnovato orgoglio culturale per la propria storia, i
propri costumi e la propria religione, avrebbe dovuto
assicurare la piena libertà religiosa, e lavorare
insieme ai consigli della tribù per l'emancipazione
sociale e culturale delle genti indiane, considerate
come unità tribali. L'assistenza sanitaria venne
migliorata a spese dell'erario federale, e furono
stanziati fondi per aiutare la nazioni indiane a
metter a frutto le risorse di cui disponevano. La
politica della detribalizzazione venne cosi
definitivamente abbandonata, e il sistema della
americanizzazione fu abolito.
Tre leggi per simulare la completa libertà
Collier rimase in carica fino al 1947, e il suo
programma fu strenuamente avversato da quella parte di
opinione pubblica bianca che lo accusava di "coccolare
gli indiani", sostenendo che il governo avrebbe dovuto
abolire del tutto il sistema delle riserve. Egli venne
convocato dinanzi al comitato per le Attività
Antiamericane ed accusato di ateismo, comunismo e
sedizione a causa delle sue concessioni eterodosse sui
diritti degli indiani.
Dopo il 1952 il presidente Dwight Eisenhower e il
senatore Artur Watkins, presidente del comitato per
gli affari indiani, decisero di abbandonare la linea
indicata da Collier per seguirne una volta a dare agli
indiani "completa libertà".
Ma in realtà le tre leggi intese a realizzare questa
nuova politica segnarono un ritorno alla
detribalizzazione, oltre alla rinuncia del governo ad
ogni responsabilità giuridica o morale per la
protezione degli indiani.
La prima legge, il "Voluntary relocation Program"
approvato nel 1952, forniva incentivi agli indiani
disposti ad abbandonare le riserve per cercare lavoro
in determinate aree urbane. Lo scopo era quello di
eliminare dalle riserve la popolazione indiana
eccedente. Ai volontari, il governo offriva un
addestramento professionale, un alloggio ed un aiuto
nella ricerca del primo lavoro: dopodiché l'indiano
era lasciato a se stesso.
L'addestramento si dimostrò adeguato solo per i lavori
più umili e peggio pagati. Molto indiani si ridussero
a fare la vita dei barboni, troppo umiliati dal
fallimento per ripresentarsi alle famiglie originarie.
Dei 35.000 indiani che si offrirono volontari, solo il
30 per cento fece ritorno alle riserve, mentre molti
fra quelli rimasti in città dovettero ricorrere
all'assistenza sociale.
La seconda legge consentiva agli stati di assumere la
giurisdizione civile e penale sulle riserve, dando un
colpo di spugna alla polizia indiana, ai tribunali
locali e al sistema giuridico tribale voluti da
Collier.
La terza legge, la "Termination Policy" dichiarava
infine che le tribù indiane avrebbero dovuto
svincolarsi il prima possibile dalla supervisione e
dal controllo federale. Le tribù vennero spesso
costrette con la forza o l'intimidazione ad assumersi
ogni responsabilità nella gestione del servizio
sanitario, delle scuole, e delle attività
imprenditoriali. Furono abolite le restrizioni che
impedivano ai bianchi di impadronirsi delle terre
delle risorse minerarie.
Questa politica godeva naturalmente del sostegno delle
grandi imprese (soprattutto petrolifere e del legname)
che già da tempo avevano messo gli occhi sulle risorse
ancora controllate dagli indiani.
In seguito alla nuova politica terre e risorse di
grande valore caddero presto in mano alle banche e
alle imprese dei bianchi. Molte tribù, prive di
qualsiasi esperienza, si ritrovarono vittime della
speculazione dei bianchi.
La Termination Policy venne sospesa solo con la
presidenza di John F. Kennedy, e sotto
l'amministrazione Johnson, nell'ambito del programma
"guerra alla povertà".
Gli studi statistici effettuati sulla popolazione
indiana, a partire dagli anni settanta, hanno rilevato
il maggior tasso di disoccupazione, il minor livello
di istruzione, i più gravi problemi sanitari, il più
elevato tasso di mortalità infantile, i più gravi
problemi di alcolismo, e il minor reddito annuale per
famiglia di qualsiasi altro gruppo etnico degli Stati
Uniti.
Eppure a suo tempo Walter Nickel, ministro degli
interni di Nixon, sostenne che gli indiani erano
"iperprotetti", e avrebbero dovuto fare maggiore
affidamento sulle proprie forze.
Nel 1977 un gruppo di militanti indiani, membri della
American Indian Movement, presentò alla conferenza
internazionale dei diritti umani di Ginevra un
memoriale di protesta in cui si chiedeva alle Nazioni
Unite di indagare sulla distruzione della cultura
indiana e sulla violazione dei diritti degli indiani
americani, e di riconoscere ufficialmente le nazioni
indiane dell'America del nord.
Durante l'amministrazione Carter e negli anni
successivi, molte tribù indiane si sono rivolte ai
tribunali per ottenere il riconoscimento della propria
personalità giuridica, e la restituzione delle terre
loro sottratte con la frode.
Le tribù dei Taos, degli Yachima e dei Narragansett
hanno cosi ottenuto per via legale la restituzione di
parte dei loro territori, e molte altre cause sono
oggi pendenti presso i tribunali.
Oggi
Attualmente ci sono circa un milione di indiani
canadesi e due milioni di nativi americani. Nonostante
le terribili sofferenze, sono riusciti a conservare
buona parte della propria cultura, in particolar modo
dove hanno ancora accesso alla loro terra.
Ci sono indiani in ogni stato degli Usa e in ogni
provincia canadese. Circa la metà dei nativi non vive
nelle riserve ma in città. La notevole tenacia della
identità indiana la si può constatare in popoli come i
Mashantucket Pequot del Connecticut che, sebbene quasi
completamente sterminati durante la guerra Pequot del
1636-37, riuscirono a sopravvivere nascondendosi, e
oggi sono ancora una volta un popolo prospero.
Gli indiani continuano oggi a subire razzismo e
persecuzioni. Le condizioni di vita delle riserve sono
terribili. Negli USA, gli indiani d'America sono otto
volte più soggetti a contrarre la tubercolosi dei
cittadini americani, e il 37% di tutti gli indiani
muore prima dei 45 anni. In Canada, la percentuale dei
suicidi è tre volte maggiore della media nazionale,
mentre la mortalità indiana infantile é superiore del
60% a quella dell'intera popolazione del paese.
Il furto delle risorse indiane non è limitato nel
passato. In tutto il continente gli indiani vengono
ancora oggi privati delle loro terre, delle loro
foreste, dei minerali e persino delle sorgenti
d'acqua.
LUNGO IL CAMMINO DELLA VOSTRA VITA FATE IN MODO DI NON
PRIVARE GLI ALTRI DELLA FELICITA'. EVITATE DI DARE
DISPIACERI AI VOSTRI SIMILI, MA AL CONTARIO, VEDETE DI
PROCURARE LORO GIOIA OGNI VOLTA CHE POTETE!
Proverbio Sioux
Scritto da Sergio Brundu per www.luogocomune.net
Fonti:
Studi vari sugli indiani americani di William G. Mc
Loughlin (Brown University).
Wayaka American Indians
An outline of American History - The United States
Information Agency