Da città d'arte a Disneytown
Per fatturato, indotto, occupazione (e inquinamento) il turismo è
diventato la maggiore industria del mondo. Per molte città è ormai la
sola fonte di reddito. Ma le città che vivono di solo turismo ne
muoiono anche
MARCO D'ERAMO dal "manifesto" del 27/8/03
La città deserta è traversata solo da frotte di turisti accaldati,
assorti nel loro stremante dovere. Le serrande sono chiuse. I senza
tetto occupano le strade dormendovi anche di giorno. Aleggia un senso
di abbandono, come se un pifferaio di Hamelin avesse portato con sé
tutti i residenti. Così ci si mostra infine la città turistica nella
sua estrema verità: un guscio vuoto, un fondale di teatro. Come la
pubblicità, il turismo ci è tanto familiare da divenire impensato, da
non porci più domande. Pochi sanno che il turismo è ormai la più
importante industria di questo nuovo secolo. Secondo l'Organizzazione
del commercio mondiale (Wto), nel 2002 gli introiti del solo turismo
internazionale ammontavano per tutto il mondo a 714 miliardi di euro.
E il turismo internazionale è ovunque minoritario rispetto al turismo
locale: nel 2000 a New York sono arrivati 6,8 milioni di visitatori
esteri e ben 29,4 milioni di statunitensi. La Francia incassa dal
turismo domestico il quadruplo rispetto al turismo estero: e la
Francia è il paese più visitato al mondo dagli stranieri: nel 2002 i
visitatori esteri sono stati 76,7 milioni, contro i 51,7 milioni in
Spagna, 45,4 negli Usa, 39,5 in Italia, 36,8 in Cina, ma quanto a
introiti esteri, sono primi gli Usa che nel 2001 avevano incassato
11,3 miliardi di euro, seguiti da Spagna - 36,7 miliardi, Francia -
33,5, Italia - 29,0, e Cina - 19,9).
Si può quindi valutare almeno a 3.000 miliardi di euro il fatturato
diretto dell'industria turistica mondiale: una cifra vicina al
Prodotto interno lordo (Pil) della Germania unificata! E già oggi a
New York il turismo genera più ricavi e occupa più personale di Wall
street e del distretto finanziario. Ma in realtà al fatturato
diretto, bisogna aggiungere tutto l'a-monte e l'a-valle del turismo.
C'è la quasi totalità dell'industria alberghiera e della
ristorazione. L'industria aeronautica (e aeroportuale) lavora quasi
esclusivamente per il turismo, come anche la cantieristica navale da
crociera e da diporto. Il turismo alimenta poi una bella fetta di
industria automobilistica, edilizia (residenze secondarie, alberghi,
villaggi turistici) e costruzione stradale e autostradale (quindi,
via, via, di cementifici, di siderurgia e industria metallurgica). Vi
è poi l'industria dei souvenir, delle cartoline, delle guide
turistiche e carte geografiche... Sarebbe interessante tracciare la
matrice di Leontieff per il turismo.
Ecco perché oggi il turismo è la prima e più importante industria
mondiale, a sua volta suddivisa in settori: turismo congressuale
(quello delle conventions), turismo medico, turismo senile ... Ma
nulla può rendere l'idea delle dimensioni del fenomeno quanto il
semplice numero di viaggiatori stranieri: l'anno scorso i visitatori
esteri sono stati 714,6 milioni, una marea umana mostruosa, un'orda
di cavallette che tutto distrugge al suo passaggio, un'orda di cui a
ognuno di noi tocca far parte. Perché il turismo è anche l'industria
più inquinante (oggi si parla sempre più spesso di un «turismo
sostenibile», altrettanto ossimorico dello «sviluppo sostenibile»).
Il turismo ci mostra quanto assurda è la contrapposizione tra moderno
e post-moderno, perché, in quanto «superfluo», rientra di diritto nel
post-moderno, ma la sua materialità di acciaio, auto, aerei, navi,
cementifici, lo situa tutto dentro la pesantezza industriale del
moderno.
Il turismo è perciò la prima fonte di sussistenza per una porzione
crescente dell'umanità (in Italia, con l'indotto rappresenta il 12%
del Pil e, con più di due milioni di addetti, il 9,4%
dell'occupazione) ed è diventato la prima fonte di ricchezza per
numerose città. Per alcune, come le nostre «città d'arte», è ormai la
sola fonte di reddito. Ma il turismo può uccidere una città perché la
rende monofunzionale, puro tourist district. John Urry ha scritto un
libro, The Tourist Gaze, sullo «sguardo turista», su come cambia il
nostro modo di percepire la realtà (e quindi cambia la realtà che
produciamo) se la guardiamo, come sempre più spesso accade, da
turisti. Ma noi italiani lo sappiamo benissimo, lo «sguardo turista»
agisce anche all'inverso, su chi di questo sguardo è oggetto, non
solo su chi lo lancia: fa sì che i cittadini delle città d'arte
vivano sempre sotto lo sguardo turista, vivano sempre sotto
sorveglianza di uno sguardo letteralmente «fuori posto». Come andare
in bagno la notte quando la casa è piena di ospiti indesiderati,
scavalcando corpi sconosciuti in salotto.
Ho molto frequentato il Quartier latin di Parigi per tutti i primi
anni '70 del secolo scorso: era animato, vivo, nonchalant. 30 anni
dopo, è un quartiere morto, un'area disastrata dominata da squallore
a buon mercato. Il Quartier Latin è un buon esempio di come il
turismo può uccidere. Ed è interessante la tecnica dell'assassinio:
il quartiere viene trasformato per corrispondere sempre più
all'immagine che per esempio un americano si fa di Parigi. Il bistrot
diventa la caricatura del bistrot. E tutto il quartiere è come
svuotato dall'interno, ogni manifestazione di vita locale sostituita
a poco a poco dal falso cinese, dal falso greco, dalla paninoteca e
dal gelataio. Nello stesso modo, Trastevere è la caricatura del
romanaccio. È un processo che avviene in tutte le città del mondo
sotto i nostri occhi, senza che ce ne accorgiamo. La città di Québec
è proprio come una fiaba di fate può immaginare una cupa fortezza sul
fiume San Lorenzo. New Orleans corrisponde ormai all'immagine di New
Orleans. Sono tornato dopo trent'anni a San Gimignano: dentro le mura
non c'è più un macellaio, un verduraio, un panettiere vero;
d'altronde in centro, chiusi bar, ristoranti e negozi di souvenir,
non resta più a dormire nessun sangimignanese: abitano tutti nei
moderni condomini fuori mura, vicino ai centri commerciali: dentro le
mura, tutto è diventato un unico set cinematografico di film
medievale, in costume, con tutti i prodotti di un'«invenzione della
tradizione» a uso turistico.
Il modello europeo di questo processo è il castello di Neuschwanstein
costruito a strapiombo su un laghetto alpino dal re Ludwig II di
Baviera e finito nel 1886, tipico castello da favola, falso
medievale, con pinnacoli, torrioni. Il modello americano è
Disneyland, dove tutto è più vero del vero, il castello è più
medievale del medioevo, l'accampamento indiano più Apache degli
Apaches. Da questo punto di vista, Venezia è una Disneyland già
pronta, a mono-uso turistico, con giro in gondola e cantate
napoletane, e naturalmente città che muore.
Il turismo sta diventando la sola industria locale per molte città,
che così diventano company towns, come Essen era la città dei Krupp,
Clermont-Ferrand quella della Michelin, Torino era la città della
Fiat e Detroit quella della General motors. C'è una soglia che separa
una città turistica da una città che vive anche di turismo. Fino a
che l'afflusso di visitatori non supera questa soglia, i turisti
usufruiscono di servizi e prestazioni pensati per i residenti. Per
esempio mangiano in ristoranti che cucinano per i locali. Oltre
questa soglia invece, i residenti sono costretti a usufruire dei
servizi pensati per i turisti. Questo è chiaro nei ristoranti.
Trent'anni fa era praticamente impossibile mangiare male a Roma e
Firenze. Oggi è difficilissimo mangiare bene. Perché un ristoratore
dovrebbe dannarsi per cucinare con cura per un cliente che non
tornerà mai più? E se anche il cuoco fosse dotato delle migliori
intenzioni, assisterebbe alla richiesta di ketch-up sui funghi
porcini alla griglia, di parmigiano sugli spaghetti ai frutti di
mare. Oltre la soglia in cui una città diventa turistica, i residenti
sono costretti a entrare in clandestinità, a comunicarsi sottovoce
gli ultimi indirizzi accettabili («ma non farlo sapere ai turisti!»).
Il turismo non solo fa vivere le nostre città e i nostri centri
storici, ma - diventando la loro unica fonte di reddito - la fa
morire, perché le nostre città stanno diventando tutte immense
Disneytown: paninoteche e boutiques di lusso, pizze a taglio e
ristoranti tre stelle Michelin, isole pedonali, e poi tanti dormitori
eleganti per ceti medi. Già oggi nel Nordeuropa le isole pedonali si
assomigliano tutte (sono un altro dei «non luoghi» di Marc Augé) e i
centri vengono trasformati in entertainement districts, dove però non
si diverte nessuno.
Il turismo distrugge non solo le città ma le relazioni sociali. Era
già avvenuto con la ferrovia: i saint-simonisti pensavano che i
viaggi in treno avrebbero avvicinato l'umanità e, facendo conoscere
l'un l'altro i vari popoli, avrebbero fatto scomparire le guerre. In
realtà i binari permisero alle tradotte di trasportare truppe e
munizioni. Così la relazione tra indigeno e turista è la peggiore, la
più inumana mai stata instaurata. La sola dote che il turismo
incoraggia nell'indigeno è l'avidità, la brama di guadagno rapido. E
il turista, nella migliore delle ipotesi visita con cura non tanto un
paese quanto la guida Lonely Planet o il Guide Bleu di quel paese;
nella peggiore non conosce nulla né vuole conoscere nulla, comunque
non è interessato agli umani ma solo all'«umanità morta» (come si
parla di «lavoro morto» per il capitale), cioè monumenti e musei.
L'apoteosi di questa prospettiva la visita della città in pullman con
l'aria condizionata, in cui non giunge un odore, non penetra un
rumore, e tutta la percezione si riduce alla vista. Il turismo
disgrega le relazioni sociali tra i residenti e, per definizione,
riduce ad entertainement quelle tra autoctoni e visitatori.
Qualunque attività locale viene distrutta dal turismo: basta
ricordare la costa settentrionale di Creta come era negli anni `60,
con la sua agricoltura, il suo allevamento, la sua pesca, la sua
povertà, e come è invece oggi, un'immensa periferia di casermoni in
riva al mare. Lo stesso avviene in intere zone della Toscana, dove
non c'è più una cascina in cui venga esercitata un'attività agricola,
coltura, bestiame, ma sono tutte diventate residenze secondarie:
casolari ben tenuti, rifatti con le travi del soffitto a vista, con
le mura esterne a cui è stato tolto lo stucco per mostrare la viva
pietra, con l'orto rimpiazzato dal giardino. Solo che questi casali
sono vuoti, morti, per undici mesi l'anno e la campagna toscana (come
anche tutta la Provenza) è diventata un immenso residence, ripulito,
ridipinto, restaurato, con vasetti di geranio ai davanzali, dove
ormai villeggiano solo pasciuti, danarosi inglesi e tedeschi: non a
caso si chiama Chiantishire.
Ma la mono-industria è sempre pericolosa per una città: la General
Motors fece ricca Detroit, ma poi se ne andò e la Motown è oggi un
abominio di desolazione, un deserto umano. Già oggi Venezia è una
città morta: basta camminare tra le case in una notte di novembre,
senza nemmeno una finestra illuminata, per rii e rii. Firenze è già
molto avanti su questa china. Roma e Parigi si avviano per la stessa
via. Quando la moda sarà cambiata e le orde sceglieranno altre
destinazioni, lasceranno dietro di sé solo cartacce, bottiglie rotte,
lattine e rifiuti come dopo un concerto di piazza. Ecco perché la
città agostana è profetica. Vedo passare un orda di turisti grassi,
sudati, in orribili pantaloncini corti e sandali coi calzini.
Dall'altro lato della strada vuota un senzatetto defeca tranquillo,
in pieno giorno, in pieno marciapiede.
PENSA AD UN ALTRO MODO DI FARE TURISMO:
TURISMO SOSTENIBILE