Cronistoria
Agli inizi della guerra fredda, la Sardegna, per via della sua
posizione centrale nel Mediterraneo e periferica rispetto al settore
operativo, la cosiddetta linea di Gorizia, è individuata come luogo
in cui concentrare impianti e attività che non possono essere esposti
al rischio di cadere in mano nemica in quanto imprescindibili per
sorreggere e portare avanti lo sforzo bellico, nella guerra prevista
contro l'Est comunista. Nelle alte sfere internazionali si decide il
futuro della Sardegna: in una prima fase è destinata a zona per
addestramenti, esercitazioni, esperimenti; in una seconda fase ad
area d'impianti di telecomunicazione, deposito di armi, munizioni e
carburanti.
Utilizzando lo strumento dell'esproprio nascono i tre grandi
poligoni: la base aerea cosmopolita di Decimomannu - Capo Frasca e i
poligoni Salto di Quirra e Teulada, i più estesi d'Europa, in cui si
articola l'attività esercitativa, addestrativa e sperimentale, ancora
oggi la più intensa di tutta la penisola. Ad occidente il mare e il
cielo sono adibiti a sterminato campo di combattimento aereo e
navale, ad oriente a campo di sperimentazione di nuovi sistemi d'arma
e a bersaglio di missili e razzi di nuova e vecchia generazione.
L'estremo sud e l'estremo nord diventano i due grandi poli di
approvvigionamento "messi a disposizione" della Nato. A Cagliari si
sventrano la Sella del Diavolo e Monte Urpinu per contenere i
giganteschi serbatoi di combustibili ad uso di aerei e flotte di
guerra. A La Maddalena - Santo Stefano si costruiscono i mastodontici
depositi sotterranei per carburanti e per armi e munizionamento
navale; in applicazione di accordi tuttora segreti e mai ratificati
dal Parlamento, s'installa la base nucleare americana, la sola in
Italia e in Europa che agisce fuori della copertura Nato, in regime
di piena extraterritorialità ed extragiurisdizionalità.
Lungo le coste e sulle vette delle montagne s'impiantano radar e
antenne, le grandi orecchie tese a captare voci e movimenti del
presunto invasore.
Una vasta parte di spazio aereo del centro Sardegna è "asservita" .
Il demanio militare permanentemente impegnato ammonta a 24.000 ettari
a fronte dei 16.000 ettari di tutto il restante territorio della
penisola italiana. A questa cifra si sommano i 12.000 ettari di terra
gravata da servitù. L'estensione delle "zone di sgombero a mare"
supera, con i suoi 2.800.000 ettari, la superficie dell'intera isola.
Il volume degli spazi aerei sottoposti a restrizione o interdizione è
incommensurabile (vedi appendice 1). Oltre al dato quantitativo va
considerato l'aspetto qualitativo dei gravami. I poligoni e le zone
interdette o pericolose per la navigazione aerea e marittima sono
impegnati permanentemente in esercitazioni a fuoco. La pausa
dell'intensa attività ottenuta nel periodo di ferie estive e
natalizie è il risultato di lunghe lotte.
La colonizzazione militare della Sardegna procede incontrastata nel
generale disinteresse della classe dirigente isolana. Speculando
sull'antica povertà dell'isola si crea consenso con l'elargizione di
alcuni posti di lavoro e molte promesse di futura occupazione.
L'opposizione popolare non viene né raccolta né, tanto meno,
indirizzata da istituzioni, partiti politici e sindacati.
Saltuariamente riesce a organizzarsi e a reagire con forza. ( 1969:
lotta di Orgosolo contro il progetto di poligono a Pratobello;
1987/88: mobilitazione popolare per esigere un referendum consultivo
sulla base atomica statunitense di La Maddalena; 1997/99: lotta dei
pescatori del Sulcis contro il sequestro militare del mare di
Teulada). Il dissenso, nella maggior parte dei casi, vie ne confinato
nell'ambito di protesta locale e settoriale. In prevalenza si
frantuma in isolate azioni individuali contro gli espropri delle
terre, in difesa del lavoro e dell'uso di pascoli e zone di pesca.
L'antagonismo non ha voce ma si esprime e lascia i segni nei murales
di tutta l'isola. Istituzioni e forze politiche rinunciano al loro
ruolo di analisi della realtà e di elaborazione politica. Per decenni
si rifugiano in disquisizioni su meriti e demeriti delle due squadre
avverse, Russia e America. Di fatto, la scelta politica è quella
di "non vedo, non sento, non parlo".
In Friuli, la regione più militarizzata d'Italia dopo la Sardegna, si
contratta organicamente e puntigliosamente indennizzi, occupazione e
servizi contro gravami militari. Nell'isola, invece, sono totalmente
ignorati i pesanti problemi determinati da "l'unica industria che non
conosce crisi", come titolava un ciclostilato del P.C.I per uso
interno. Di conseguenza, la militarizzazione della Sardegna si
sviluppa in un perverso intreccio di arroganza e prevaricazione, da
parte delle Forze Armate e delle Amministrazioni statali, e pervicace
volontà delle Amministrazioni locali di farsi prevaricare. Un esempio
è il caso del deposito combustibili A.M.I.-Nato di Monte Urpinu, da
sempre ad alto rischio per la città e da anni illegalmente operativo
in violazione dei parametri di sicurezza . Si registrano lievi
sussulti d'interesse da parte delle forze politiche e delle
istituzioni solo nei momenti di forti lotte popolari.
Paraocchi ideologici d'incondizionata fede atlantica, a destra,
ricerca estenuante di attestati di affidabilità per l'accesso e la
permanenza nella stanza dei bottoni, a sinistra, desiderio di non
scontentare quelli che contano e dai quali dipendono le personali
carriere politiche, dovunque, contribuiscono a creare un vuoto
informativo che impedisce di vedere come la felice posizione
geografica della Sardegna si trasformi in una maledizione. Le scelte
politiche e militari, compiute negli Anni Cinquanta e mai rimesse in
discussione, ne potenziano l'isolamento: l'interdizione degli
sterminati spazi aerei e marittimi pone pesanti ipoteche allo
sviluppo dei trasporti e concorre a strangolare l'economia.
Il ruolo militare assegnato alla Sardegna, determinato a sua insaputa
da altri, comporta un'articolazione anomala e squilibrata dei settori
amministrativi dello Stato che contribuisce ad innescare un processo
di sviluppo distorto dell'isola. A settori deboli e rattrappiti come,
ad esempio, pubblica istruzione, sanità, trasporti (siamo sempre in
coda in tutte le classifiche italiane), fa riscontro l'estensione
abnorme del settore affidato al ministero della Difesa. Nelle
graduatorie di questo ministero siamo normalmente al primo posto,
spesso senza concorrenza.
Oggi, schieramenti politici che innalzano la bandiera neoliberista
del ridimensionamento delle amministrazioni statali, conservano
stretto silenzio sull'anomalo sviluppo del settore difesa che fa
della Sardegna l'isola della monocoltura militare.
Si continua ad eludere un'analisi seria, centrata sulla realtà sarda,
su utilità, costi e funzioni delle basi militari e del modello
di "sicurezza" che le sostiene.
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Favola numero 1
"Le basi creano lavoro e ricchezza"
Lo sporadico dibattito sulla militarizzazione dell'isola registra una
forte arretratezza: è costretto ancora a fare i conti con logore
leggende metropolitane.
Nella nebbia informativa e nel vuoto di analisi e progettualità
politica ha gioco facile il battage pubblicitario ben orchestrato.
L'acritico e instancabile ritornello "le basi militari danno lavoro"
penetra nel sentire comune. Si sbandierano i posti di lavoro,
raramente precisati e quantificati, creati direttamente dai poligoni
e indirettamente dall'indotto. Si "dimentica" di prendere in
considerazione e valutare i costi pagati da tutta la collettività:
pochi traggono lievi vantaggi e molti sopportano pesanti danni.
Nessun centro studi di sindacato, partito o ente locale si è mai
preoccupato di quantificare le attività lavorative perdute o
gravemente compromesse a causa della sottrazione della terra e del
mare agli usi civili né, tanto meno, di stimare i danni subiti dalla
collettività in termini di uso alternativo delle risorse e di mancato
sviluppo (o sviluppo del sottosviluppo).
Un po' di memoria storica aiuta a valutare la sensatezza dello spot
pubblicitario che spaccia la presenza militare come apportatrice di
ricchezza. Nel 1980 Il Parlamento impegna il Governo a predisporre
un "piano per alleggerire le installazioni militari e servitù nelle
regioni del Friuli Venezia Giulia e della Sardegna". Per un certo
periodo scorrono fiumi di parole a favore di un significativo
riequilibrio dei gravami tra le varie regioni e fioccano solenni
promesse di avvicinare la Sardegna a livelli italiani. Nulla cambia
perché, oltre la cronica latitanza della classe politica
sarda, "nessuna regione è stata disponibile ad addossarsi vincoli
militari, specie quelli connessi ad esercitazioni a fuoco", come
dichiara ripetutamente in Parlamento il Sottosegretario alla Difesa.
Cioè non c'è stata una regione disposta ad accollarsi neanche una
minima parte dei decantati effetti benefici prodotti dai poligoni.
Non è stata ancora digerita la normativa, in vigore dal lontano 1976,
che riconosce il "danno economico e sociale" che "penalizza" le
regioni e i paesi "oberati" dalla presenza militare e prevede
l'indennizzo alla comunità per le servitù militari.
Per ben quattordici anni enti istituzionali e forze politiche hanno
ignorato, o finto di ignorare, che pur essendo la Sardegna ai primi
posti della graduatoria nazionale, il gravame delle servitù militari
è marginale e la vessazione più dura è costituita dall'abnorme
demanio militare e dal sequestro degli sterminati spazi aerei e
marittimi. Solo nel 1990, con la l.104/90, i 24.000 ettari di demanio
militare entrano nel computo del risarcimento danni facendo balzare
la Sardegna al vertice della graduatoria degli indennizzi.
Pare incredibile ma, fino al 1999, le forze politiche ed
istituzionali, dai comuni alla Presidenza della Repubblica, "non si
accorgono" della militarizzazione del mare sardo. Solo la lunga e
vincente lotta dei pescatori del Sulcis costringe a prendere in
considerazione il mare proibito e i danni subiti a causa della
sottrazione delle risorse naturali. Con determinazione impone il
riconoscimento del diritto al risarcimento danni, diritto che si
fonda nei principi codificati nel lontano '76 dalla l.898 e ribaditi
dalla l.104/90.
Sulla spinta della lotta popolare il Consiglio Regionale denota
sprazzi di attenzione al tema dei gravami militari che mortificano
l'isola e vara un disegno legge da presentare in Parlamento. Non
sappiamo in quale porto delle nebbie si sia incagliato.
Oggi, nel 2000, permane l'ostinazione a "non vedere" il cielo
sardo "off limits" e a non prendere atto dei danni arrecati, non solo
ai pescatori ma anche a tutta la popolazione, dalla militarizzazione
degli enormi tratti di mare. Le zone interdette o pericolose per la
navigazione aerea e marittima continuano a sfuggire alle forme di
controllo democratico e non comportano l'obbligo dello Stato di
indennizzare l'intera collettività per il danno subito in termini di
restriz ioni e divieti alla navigazione da diporto, mancato sviluppo
dei trasporti, orari assurdi dei traghetti Arbatax-Civitavecchia,
voli radenti, inquinamento acustico, rischio etc. etc.
Siamo ben lontani dall'idea che i diritti della collettività possano
essere messi in vendita, monetizzati e indennizzabili con una
manciata più o meno consistente di lire, erogata con i tempi e i modi
di un'elemosina assistenziale. Siamo ancora più lontani dall'idea che
possano essere estorti e negati. Riteniamo che le FF.AA. devono
sottostare al divieto, imposto alle Regioni, di "adottare
provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libera circolazione
delle persone e delle cose"(Costituzione art.120).
Intendiamo sostenere che la favola basi militari = occupazione =
benessere è una truffa.
Riprendiamo un interrogativo posto da Limes N.4/99: "E' possibile
valutare in termini economici il valore delle basi italiane? Non sono
disponibili dati in Italia, ma ci viene in aiuto il Rapporto sul
contributo degli alleati alla difesa comune redatto ogni anno dal
Dipartimento della Difesa Usa per il Congresso. Attraverso complessi
meccanismi, in tale rapporto l'apporto dei paesi alleati degli Usa in
tutto il mondo viene valutato in contributi indiretti (mancato
guadagno del paese ospitante per il fitto delle installazioni o il
pagamento delle tasse cui i militari sono esentati) e contributi
diretti, cioè le spese pagate direttamente dal paese alleato. Secondo
il rapporto del 1999 (dati riferiti al 1997) l'Italia ha contribuito
per oltre un miliardo di dollari (all'interno di una forbice tra
1,093 e 1,148 miliardi dollari) (...) le cifre sono costituite per
intero da contributi indiretti, cioè l'uso delle basi (...)".
Rilanciamo l'interrogativo: in quale misura la Sardegna contribuisce
alla cosiddetta difesa comune? Ovviamente non esistono dati.
Considerando le basi una sorta di tassa in natura, sulla falsariga
del Dipartimento alla Difesa Usa, tentiamo un calcolo rozzo e
approssimativo. La Sardegna, con i suoi 24.000 ettari di demanio
militare rapportati ai 16.000 ettari di tutto il resto della penisola
italiana, contribuisce nella misura del 66% circa. Se a questo
sommiamo i 12.000 ettari di servitù e i 2.800.000 ettari di mare
messi a disposizione della Nato, la percentuale, in rapporto alle
altre regioni italiane, sale al xxxxxxxx%. Lasciamo fuori del calcolo
gli enormi spazi aerei militarmente impegnati, sarebbe un'operazione
troppo sofisticata.
L'Italia paga la sua quota Nato prevalentemente con pezzi di Sardegna.
Ma in Sardegna accade anche che una base militare, installazione
improduttiva per antonomasia, produca reddito. Il Poligono Interforze
Salto di Quirra, oltre che impegnato da Aeronautica, Marina ed
Esercito in attività addestrative e sperimentali, funziona anche come
grande città mercato. Organismi militari stranieri e ditte private
effettuano esperimenti, prove e dimostrazioni promozionali di nuovi
sistemi d'arma per i potenziali clienti prima dello shopping. Il
noleggio del territorio e del mare, con annesso diritto di
bombardamento, è pagato sia con il sistema della compensazione
(sconti speciali sullo stock di ordigni venduti alla Difesa), sia in
moneta sonante. Circa 60/80 milioni a giorno è la cifra, non
ufficiale, approssimativa per difetto, fornita da ambienti
dell'Aeronautica. Ci cimentiamo ancora in calcoli grossolani. Nei
primi sei mesi del '98 risulta un utilizzo da parte dell'Alenia e
della Fiat per 244 giornate (il poligono è spesso affittato
contemporaneamente a ditte diverse nell'arco dei 181 giorni di un
semestre). In questo periodo la base militare avrebbe prodotto
un "reddito" di 16,5/19,5 miliardi. Questo fiume di denaro, che
finisce nel bilancio del ministero della Difesa, lascia nei comuni
interessati solo un misero rigagnolo. A Perdasdefogu, il comune più
beneficato, viene elargita una cifra che non sfiora il due per cento.
Nulla è dovuto ai comuni che subiscono il sequestro e il
bombardamento dell'immenso tratto di mare che va da Siniscola a
Castiadas.
Oggi, nel piano di ottimizzazione delle risorse, si prevede anche di
affittare a pascolo alcune zone inutilizzate dell'enorme poligono e,
nel periodo di pausa estiva, di noleggiare parti di spiaggia ad uso
zone di ristoro. L'operazione è propagandata con lo slogan "servitù
militari asservite alle esigenze civili".
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Favola numero 2
"I poligoni tutelano l'ambiente"
La leggenda metropolitana che spaccia forze armate e poligoni come
difensori dell'ambiente e della natura, ha conquistato l'appoggio
persino di alcuni settori del mondo ecologista. Ha fatto scuola
l'auspicio di Fulco Pratesi, presidente del WWF: "I poligoni hanno
fatto da argine all'invasione del cemento; bisognerebbe aumentarne il
numero". Dalla premessa scaturisce presto il dogma "le basi militari
tutelano l'ambiente"
Poco importa se i vertici militari dichiarano ufficialmente che il
promontorio di Capo Teulada e il mare che circonda la base non sono
bonificabili e, quindi, permanentemente interdetti, a causa
dell'accumulo di residuati inesplosi e dell'elevato ritmo di
attività. Periodicamente, patinate riviste "ecologiche", diffuse
anche gratuitamente in campagna elettorale, propongono Capo Teulada
come esempio di "poligono verde".
Non è ufficialmente ammesso, non è visibile, ma è facilmente
deducibile, lo scempio dell'ambiente marino al largo delle coste
orientali e occidentali, da circa quaranta anni, quotidianamente
cannoneggiato e bersagliato da bombe, razzi e missili i più vari, i
più nuovi e spesso mal funzionanti.
Da sempre, a Cagliari, la sensibilità ambientale delle FF.AA. è
davanti agli occhi di chiunque voglia vedere. Alcuni esempi tra i
mille: la spiaggia del Poetto cementificata prevalentemente a
beneficio delle forze armate; il versante militare est di Monte
Urpinu, desertificato e preda di incendi ricorrenti; le zone off-
limits di Calamosca e Su Siccu adibite a discarica a cielo aperto di
rifiuti nocivi e pericolosi (quest'ultima area è stata da poco
ripulita dopo la denuncia e le manifestazioni del Comitato Gettiamo
le Basi, le proteste della circoscrizione e l'attenzione di stampa e
T.V.)
Recentemente la capitale, che civettuola tenta il look di "città
turistica", ha appreso dalla stampa di essere catalogata dalla Marina
Militare tra gli 11 porti italiani a rischio nucleare . Ma leggende e
dogmi non possono essere scalfiti dalla realtà e pertanto anche il
nucleare, se ha le stellette o le stelle e strisce, diventa eco-
compatibile.
Nel 1995 il deputato Edo Ronchi firmava interpellanze sostenendo: "La
presenza della base Usa (di La Maddalena) contrasta, da una parte,
con il progetto di Parco naturale, previsto dalla legge nazionale e
dall'altra, con il programma comunitario Parco Marino internazionale.
Appare evidente l'incompatibilità della presenza nucleare
statunitense con tali progetti." Tuttavia, il ministro Edo Ronchi
ingloba la base atomica Usa tra i gioielli ambientali del parco
nazionale Arcipelago della Maddalena, unico parco "eco-nucleare" del
pianeta Terra in cui si regola il traffico di bagnanti e gitanti e si
lascia via libera all'intenso e incontrollato andirivieni di
sommergibili a propulsione nucleare e armamento atomico. Sulla
inquietante presenza dei mostri atomici cade un silenzio omertoso.
"I danni inferti alle terre e ai mari sardi dalla presenza dei
militari sono profondi e, spesso irrimediabili", scriveva il deputato
Edo Ronchi. Il ministro Edo Ronchi impone e progetta parchi, tutti,
tranne quello dell'Asinara, inglobanti installazioni e attività
militari o adiacenti a zone impegnate da intense esercitazioni e
sperimentazioni, ufficialmente classificate pericolose dalle FF.AA.
Sovrapponendo alle mappe militari la mappa dei parchi ministeriali,
questi appaiono quasi come "fasce di rispetto" a protezione di zone
militarmente impegnate. Non c'è traccia di dibattito e, ancora meno,
di iniziative che denotino volontà politica di smantellare impianti e
sospendere, o almeno limitare, le devastanti attività militari,
perlomeno, nelle zone che si proclama di volere salvaguardare e nelle
immediate adiacenze.
La tutela della popolazione è demandata ai Santi Patroni.
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Favola numero 3
"le servitù militari asservite alle esigenze civili"
Nel periodo del post guerra-fredda si diffonde una nuova leggenda.
Racconta che siamo entrati in una nuova era, l'invasione militare
dell'isola sarà ridimensionata, "le servitù militari asservite alle
esigenze civili", "i poligoni aperti alle greggi" e presto riavremo
la Sella del Diavolo, le nostre spiagge e la nostra terra. La favola
suadente invita: zitti e buoni, continuate a dormire, sognate, tutto
va bene. Il tutto si propaga a ritmo sempre più veloce e incalzante
all'unisono dei rapidi mutamenti del contesto internazionale,
dell'Alleanza Atlantica e degli adeguamenti imposti all'Italia.
0L'allineamento ai nuovi standard Nato, propagandato come
ridimensionamento, ha come imperativo: razionalizzazione e riarmo. Le
ultime finanziarie prevedono che gli altissimi costi saranno coperti
dal "contenimento del personale"(con buona pace di chi si ostina a
sostenere che le basi creano occupazione) e dall'alienazione di
alcuni immobili affidati alle FF.AA. Saranno immessi sul mercato dei
beni per un valore di 2.500/3.000 miliardi. Si prevede d'incassarne
1.400 (Sic.)!
In Sardegna, l'iter programmato di reperimento fondi incontra un
ostacolo. L'art.14 dello Statuto Sardo, impone alle amministrazioni
dello Stato di restituire alla Sardegna i beni non utilizzati per gli
scopi istituzionali. In altre parole, niente svendite a saldo.
Finora le FF.AA. e il ministero delle Finanze, ovviamente, non hanno
mai denotato interesse a riconsegnare i beni loro affidati e li hanno
trattenuti all'infinito anche se inutilizzati o palesemente non
adeguati agli scopi istituzionali. Meno ovvio che Regione e Comuni si
siano appagati di sporadiche promesse di restituzione, esibite come
grandi successi. L'ultima risale al 14 marzo 2000: "Regalo alla
Regione. Lo Stato rinuncia ai beni demaniali." Cioè lo Stato promette
che adempirà (quando?) agli obblighi, assunti nel 1948 e sempre
evasi, di riconsegnare quanto ha finora "trattenuto", irridendo una
legge che ha forza costituzionale. A stento comprensibile, che i
legittimi proprietari, serenamente, prendano in affitto i loro beni.
(Cagliari spende 250 milioni all'anno in affitto di
immobili "trattenuti").
Due esempi tra i mille, tratti dalle cronache cagliaritane, di abuso
consolidato e di ostinazione a farsi prevaricare: ex caserma Griffa
in viale Buoncammino, dismessa dall'Esercito e "trattenuta" dal
ministero delle Finanze da oltre 50 anni; area della Marina Militare
a Monte Urpinu, inutilizzata da oltre 25 anni ma
gelosamente "trattenuta" dalla forza armata. Nel giugno '99 è stata
usata come merce di scambio: promessa di dismissione in cambio del
consenso alla cementificazione di S.Bartolomeo.
Oggi, la necessità impellente delle Forze Armate di coprire gli alti
costi di adeguamento ai nuovi standard Nato e raggirare l'ostacolo
dell'art.14, si trova a convergere con gli appetiti della lobby
potente e finanziariamente agguerrita della speculazione edilizia,
turistica e sportiva. C'è una certa frenesia nell'aria. I Generali
elaborano piani e propongono "Permute", i cosiddetti "Progetti chiavi
in mano". Prevedono il trasloco da installazioni inutilizza te o
inadeguate (ad esempio l'ospedale militare di Cagliari, gioiello
storico-architettonico, ma indegno come struttura sanitaria anche per
un paese del quarto mondo), a condizione che le amministrazioni
locali mettano a disposizione nuove aree, "adeguate e facilmente
raggiungibili". In altre parole, propongono di barattare beni che
devono restituire alla popolazione a costo zero. Poche le reazioni
indignate, molte le orecchie attente. Anche aree, perfettamente
funzionali ai fini della Difesa, diventano oggetto di interesse.
Ingegneri e consiglieri comunali, progettano, nella cittadella
militare Sella del Diavolo-Sant'Elia-San Bartolomeo-Calamosca, un
diluvio di campi da golf, tennis, alberghi e quant'altro. I Generali
professano piena disponibilità e sollevano il prezzo del baratto:
chiedono anche impianti e strutture "adeguati", cioè più moderni,
ampi e confortevoli. I costi, imprecisati ma di certo astronomici,
sono a carico della popolazione, invitata ad accollarsi la spesa per
l'adeguamento ai nuovi standard Nato e a dimenticare il diritto,
costituzionalmente garantito dall' art.14, di rientrare in possesso
dei pezzi del suo territorio.
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Il processo in atto di razionalizzazione del settore Difesa coinvolge
marginalmente la Sardegna. I beni inutilizzati o non più adeguati,
spesso ad alto pregio paesaggistico, urbanistico e architettonico,
sono irrisori dal punto di vista quantitativo, soprattutto se
rapportati all'anomala vastità del demanio messo a disposizione della
Nato.
Nell'isola la presenza militare, già dagli Anni Cinquanta, si è
strutturata e sviluppata secondo i più avanzati parametri della
massima concentrazione ed è nata moderna. In Friuli, ben 17 poligoni
sono frazionati sui 4.240 ettari di demanio affidati all'Esercito; in
Sardegna, il solo poligono Salto di Quirra occupa una superficie più
che tripla, il poligono di Teulada impegna 7.200 ettari.
La tipologia e la dislocazione dei grossi impianti è stata
pianificata in modo razionale e lungimirante, anche in funzione della
posizione geografica di centralità mediterranea, anticipando il ruolo
dell'isola di presidio dell'intera regione mediterranea. Questo nuovo
ruolo che si va precisando, non cancella ma si sovrappone alla
funzione, assegnata negli Anni Cinquanta, di area di servizi
indispensabili per sostenere la guerra.
"La Sardegna non perde le stellette, almeno per ora non ci saranno
ridimensionamenti e tagli di reparti". "Le aree attualmente occupate
servono tutte per fini istituzionali". Il vento di dismissioni che
soffia in varie regioni d'Italia non arriva da noi. Non è arrivato
neanche quello attivato dalla l.898/'76 che ha comportato una
riduzione di circa il sessanta per cento delle servitù militari,
nella penisola, e il raddoppio, in Sardegna.
Vari segnali indicano che gli esosi gravami che opprimono l'isola in
misura iniqua, permangono e tendono ad appesantirsi. Alcuni segnali
sono tenui e subdoli. Un esempio è il contestato radar di Monte Filau
che dovrebbe consentire di intercettare i missili nemici in arrivo:
che senso ha sapere che sta per arrivare un missile se non si prevede
anche di approntare un sistema di risposta? Tralasciamo strutture e
piani di emergenza per la popolazione, sarebbe fantascienza.
Altri segnali giungono inequivocabili. Nel poligono di Teulada è
previsto un investimento di 70 miliardi con l'obiettivo di realizzare
il più grande centro europeo di addestramento ad alta
tecnologia. "Cagliari avrà un'importanza strategica nel
Mediterraneo", annunciano i vertici delle FF.AA. di Cagliari, "comune
costiero militarmente importante", posto al centro della "zona
costiera militarmente importante" che va da Capo Carbonara a Capo
Spartivento, è la cerniera "naturale" degli immensi spazi aerei e
marittimi annessi alle basi di Quirra, Teulada e Decimomannu-Capo
Frasca. La NATO progetta il potenziamento del porto militare, un
nuovo molo e un nuovo centro di servizi logistici (la contestata
cementificazione di S.Bartolomeo con "villette vista a mare per
ammiragli"). La Marina appronta un "Piano di emergenza per le navi
militari a propulsione nucleare in sosta" e la prefettura predispone
un piano "riservato" di emergenza per la popolazione in previsione
d'incidenti nucleari.
La fase che si è aperta con la fine del bipolarismo non annuncia alla
Sardegna "magnifiche sorti e progressive".
Dalla fine degli Anni Ottanta, di pari passo ai segni di cedimento
dell'Urss, si profila una nuova strategia e la ricerca un nuovo
nemico "credibile". Da subito è molto chiaro "dov'è" il nemico,
ancora molto incerto è sapere "chi sia". Di volta in volta è stato
identificato in Gheddaffi, Saddam, Milosevic.
Il Presidente dell'unica potenza globale rimasta, chiarisce
l'apparente vaghezza strategica e fa intravedere il futuro riservato
alla Sardegna.
"Il Mediterraneo costituisce una regione chiave per gli interessi
strategici della Nato. L'evoluzione dello scenario della sicurezza
Europea del dopo guerra-fredda, ha accentuato l'importanza del fianco
Sud e la necessità di una presenza forte, flessibile e attiva della
Nato in una regione instabile. (...) Per il prossimo futuro non
scorgiamo molte probabilità di cambiamento. In stretta consultazione
con il governo italiano, abbiamo preso alcune importanti decisioni
riguardanti cospicui investimenti nel potenziamento delle
installazioni che le forze statunitensi possono usare in Italia".
Il rapporto al Congresso, "National security strategy for a new
century 1997", è ancora più esplicito. "La maggior parte delle
riserve petrolifere si trova in Medio Oriente e col tempo la
dipendenza Usa da queste fonti acquisterà importanza crescente man
mano che le nostre riserve saranno consumate (...) Abbiamo interesse
vitale ad assicurarci l'accesso a risorse critiche(...) Dobbiamo
essere preparati e decisi a usare tutti gli strumenti della nostra
potenza per influenzare gli altri stati e soggetti non statali(...)
avere la volontà e capacità di continuare ad esercitare la leadership
globale".
Lo strumento fondamentale, secondo vari analisti talmente importante
da porsi come obiettivo strategico in sé, è la Nato: "insostituibile
meccanismo per l'esercizio della leadership Usa (...) e per la
proiezione della potenza e della influenza americana attraverso
l'Atlantico e oltre" (Rapporto al Congresso del Dipartimento della
Difesa degli Stati Uniti, 1998).
Lo sbocco è il potenziamento dell'alleanza militare atlantica,
portato avanti con l'allargamento ai paesi dell'Est europeo e il
cambio degli scopi istituzionali. Con disinvoltura, senza grandi
dibattiti parlamentari, nel corso della guerra del Kosovo, cessa di
essere un alleanza a scopo unicamente difensivo e si trasforma in
alleanza per intervenire militarmente "ovunque siano minacciati i
nostri interessi", e i rapporti del Presidente Usa tolgono ogni
dubbio su quale sia lo Stato titola re dei "nostri" interessi.
L'ispirazione di fondo si riassume nella vecchia formula coniata da
Roma imperiale: "se vuoi la pace prepara la guerra". La base
materiale è l'esigenza della potente industria degli armamenti che,
secondo vari analisti economici, è il motore trainante dell'intera
economia Usa.
Le trasparenti dichiarazioni di Clinton sulla necessità di "mantenere
forze militari superiori" e la deterrenza nucleare per controllare il
Mediterraneo e garantire l'accesso al petrolio, sono colorate da una
vasta letteratura che, lasciando in ombra il troppo prosaico
combustibile, focalizza lo sguardo sulla "storica" contrapposizione
tra le due rive del Mediterraneo e vede insanabili scontri di
culture, di religioni, di popoli e, nella versione estrema, arriva a
parlare di invasione e contagio afro-islamico.
Nello scenario tracciato dalla Presidenza e dal Dipartimento per la
Difesa Usa, l'asserita instabilità del Mediterraneo "giustifica",
nonostante il ritiro dell'Urss, il perpetuarsi, rafforzandosi, della
macchina di guerra e dà nuovo impulso al riarmo . Di conseguenza, il
Mediterraneo, individuato come settore operativo per tenere a bada i
popoli della sponda sud, è destinato a continuare ad essere il mare a
più alto tasso d'inquinamento militare e nucleare. Il lento ricambio
delle acque, l'alta densità demografica, la vicinanza delle coste,
dovrebbero indurre a considerare modelli di sicurezza meno
irrazionali e più consoni alle esigenze dei popoli che nel
Mediterraneo vivono. Nella nuova linea strategico-militare, la
Sardegna acquista maggiore rilevanza come postazione-chiave di
controllo dell'intera area mediterranea, sia per la sua posizione
geograficamente centrale, sia per la vastità di spazi aerei e
marittimi, da tempo, stabilmente, a servizio della Nato, "alleanza
(...) essenziale alla proiezione della potenza e della influenza
americana all'interno di aree dove gli interessi Usa sono in gioco"
(Dipartimento della Difesa Usa '98). La Sardegna resta inchiodata
ancora più saldamente al ruolo, stabilito nel tempo della guerra
fredda dalle potenze egemoni, di caserma, scuola di guerra, sempre
più isolata dal resto del mondo dalle interdizioni militari del suo
cielo e del suo mare. Base insostituibile di controllo e di
espansione, è destinata non solo a sorreggere le grandi operazioni di
salvaguardia dell'area di "accesso alle risorse critiche", ma anche
ad espletare la nuova mansione di sentinella del Mediterraneo a tu
tela di interessi e politiche di proiezione di potenza che non le
appartengono.
Con il suo silenzio-assenso entra da protagonista passiva nello
scenario del nuovo secolo.
A questo progetto eterodiretto, funzionale a interessi di potenze
atlantiche, si può, e si deve, contrapporre un progetto di futuro
fondato sia sui nostri interessi di popolo, che vive nel
Mediterraneo, che sulle nostre risorse e, tra queste, la centralità
mediterranea.
Non è rinviabile un'analisi seria che parta dai nostri interessi e
dalla realtà sarda, su funzioni, utilità e costi dell'alleanza
atlantica e sulla validità e razionalità del modello di sicurezza che
impone.
Non è rinviabile un dibattito che dia voce alla rassegnata
insofferenza popolare che, da cinquanta anni si tenta di soffocare e
anestetizzare con le favole.
Anche chi opta per l'attuale modello di sicurezza e per il futuro
assegnato alla Sardegna nelle alte sfere internazionali, non può
continuare ad eludere il problema dell'iniquità degli esorbitanti
gravami militari che penalizzano l'isola e innescano e potenziano
meccanismi di sviluppo distorto.
Comitato sardo Gettiamo le basi