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nuovi costumi e nuova società:uomini parlano agli uomini di violenz   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #427 di 1136 |
Continuando a ringraziare tutti/e voi che mi state vicini/e condivido
anche questi documenti che presentano una serie di riflessioni
maschili sul problema della violenza sulle donne...

grazie manu

APPELLO degli uomini

Violenza sulle donne, un problema maschile

Assistiamo a un ritorno quotidiano della violenza esercitata da
uomini sulle donne. Con dati allarmanti anche nei paesi «evoluti»
dell'Occidente democratico. Violenze che vanno dalle forme più
barbare dell'omicidio e dello stupro, delle percosse, alla
costrizione e alla negazione della libertà negli ambiti familiari,
sino alle manifestazioni di disprezzo del corpo femminile. Una
recente ricerca del Consiglio d'Europa afferma che l'aggressività
maschile è la prima causa di morte violenta e di invalidità
permanente per le donne in tutto il mondo. E tale violenza si consuma
soprattutto tra le pareti domestiche.

Siamo di fronte a una recrudescenza quantitativa di queste violenze?
Oppure a un aumento delle denunce da parte delle donne? Resta il
fatto che esiste ormai un'opinione pubblica e un senso comune, che
non tollera più queste manifestazioni estreme della sessualità e
della prevaricazione maschile. Chi lavora nella scuola e nei servizi
sociali sul territorio denuncia poi una situazione spesso molto
critica nei comportamenti degli adolescenti maschi, più inclini delle
loro coetanee femmine a comportamenti violenti, individuali e di
gruppo. Forse il tramonto delle vecchie relazioni tra i sessi basate
su una indiscussa supremazia maschile provoca una crisi e uno
spaesamento negli uomini che richiedono una nuova capacità di
riflessione, di autocoscienza, una ricerca sulle dinamiche della
propria sessualità e sulla natura delle relazioni con le donne e con
gli altri uomini.

La rivoluzione femminile che abbiamo conosciuto dalla seconda metà
del secolo scorso ha cambiato radicalmente il mondo. Sono mutate
prima di tutto le nostre vite, le relazioni familiari, l'amicizia e
l'amore tra uomini e donne, il rapporto con figlie e figli. Sono
cambiate consuetudini e modi di sentire. Anche le norme scritte della
nostra convivenza registrano, sia pure a fatica, questo cambiamento.
L'affermarsi della libertà femminile non è una realtà delle sole
società occidentali. Il moto di emancipazione e liberazione delle
donne si è esteso, con molte forme, modalità e sensibilità diverse,
in tutto il mondo..

La condizione della donna torna in modo frequente nelle polemiche
sullo «scontro di civiltà» che sarebbe in atto nel mondo. Noi
pensiamo che la logica della guerra e dello «scontro di civiltà» può
essere vinta solo con un «cambio di civiltà» fondato in tutto il
mondo su una nuova qualità del rapporto tra gli uomini e le donne.
Oggi attraversiamo una fase contraddittoria, in cui sembra
manifestarsi una larga e violenta «reazione» contraria al mutamento
prodotto dalla rivoluzione femminile. La violenza contro le donne può
essere interpretata in termini di continuità, come il permanere di
un'attitudine maschile che forse per la prima volta viene sottoposta
a una critica sociale così alta, ma anche in termini di novità, come
una «risposta» nel quotidiano alle mutate relazioni tra i sessi.
Un altro sintomo inquietante è il proliferare di mentalità e
comportamenti ispirati da fondamentalismi di varia natura religiosa,
etnica e politica, che si accompagnano sistematicamente a una visione
autoritaria e maschilista del ruolo della donna. Queste stesse
tendenze sono però attualmente sottoposte a una critica sempre più
vasta, soprattutto - ma non esclusivamente - da parte femminile.
La recente cronaca italiana ci ha offerto alcuni casi drammatici,
eclatanti che rivelano anche modi diversi di accanirsi sul corpo e
sulla mente femminile. Una ragazza incinta viene seppellita viva
dall'amante, che non vuole affrontare il probabile scandalo. Un
fratello insegue e uccide la sorella, rea di non aver obbedito al
diktat matrimoniale della famiglia. Un immigrato pakistano uccide la
figlia, aiutato da altri parenti maschi, perché non segue i costumi
sessuali etnici e religiosi della comunità.

In alcune città si susseguono episodi di stupro da parte di giovani
immigrati ma anche di maschi italiani. Sono italiani gli stupratori
di una ragazza lesbica a Torre del Lago. Italiano l'assassino che a
Parma ha ucciso con otto coltellate la ex fidanzata, che perseguitava
da qualche anno. Ultimo caso di una lunga scia di delitti commessi in
questi ultimi anni in Italia da uomini contro le ex mogli o
fidanzate, o contro compagne in procinto di lasciarli.

Il clamore e lo scandalo sono alti. In un contesto di insicurezza (in
parte reale, in parte enfatizzata dai media e da settori della
politica, di continua emergenza e paura per le azioni del terrorismo
di matrice islamica e per le contraddizioni prodotte dalla nuova
dimensione dei flussi di immigrazione, nel dibattito pubblico la
matrice della violenza patriarcale e sessuale è stata spesso riferita
a culture e religioni diverse dalla nostra. Molte voci però hanno
insistito giustamente sul fatto che anche la nostra società
occidentale non è stata e non è a tutt'oggi immune da questo tipo di
violenza. E' anzi possibile che il rilievo mediatico attribuito alla
violenza sessuale che viene dallo «straniero» risponda a un
meccanismo inconscio di rimozione e di falsa coscienza rispetto
all'esistenza di questo stesso tipo di violenza, anche se in diversi
contesti culturali, nei comportamenti di noi maschi occidentali.

Si è parlato dell'esigenza di un maggiore ruolo delle istituzioni
pubbliche, sino alla costituzione come parti civili degli enti locali
e dello stato nei processi per violenze contro le donne. Si è persino
messo sotto accusa un ipotetico «silenzio del femminismo» di fronte
alla moltiplicazione dei casi di violenza.

Noi pensiamo che sia giunto il momento, prima di tutto, di una chiara
presa di parola pubblica e di assunzione di responsabilità da parte
maschile. In questi anni non sono mancati singoli uomini e gruppi
maschili che hanno cercato di riflettere sulla crisi dell'ordine
patriarcale. Ma oggi è necessario un salto di qualità, una presa di
coscienza collettiva. La violenza è l'emergenza più drammatica. Una
forte presenza pubblica maschile contro la violenza degli uomini
potrebbe assumere valore simbolico rilevante. Anche convocando nelle
città manifestazioni, incontri, assemblee, per provocare un confronto
reale.

Siamo poi convinti che un filo unico leghi fenomeni anche molto
distanti tra loro ma riconducibili alla sempre più insopportabile
resistenza con cui la parte maschile della società reagisce alla
volontà che le donne hanno di decidere della propria vita, di
significare e di agire la loro nuova libertà. Il corpo femminile è
negato con la violenza. Ma viene anche disprezzato e considerato un
mero oggetto di scambio (come ha dimostrato il recente scandalo sulle
prestazioni sessuali chieste da uomini di potere in cambio di
apparizioni in programmi tv ecc.).Viene rimosso da ambiti decisivi
per il potere: nella politica, nell'accademia, nell'informazione,
nell'impresa. Lo sguardo maschile - pensiamo anche alle
organizzazioni sindacali - non vede ancora adeguatamente la grande
trasformazione delle nostre società prodotta negli ultimi decenni dal
massiccio ingresso delle donne nel mercato del lavoro.

Chiediamo che si apra finalmente una riflessione pubblica tra gli
uomini, nelle famiglie, nelle scuole e nelle università, nei luoghi
della politica e dell'informazione, nel mondo del lavoro. Una
riflessione comune capace di determinare una sempre più riconoscibile
svolta nei comportamenti concreti di ciascuno di noi.

Sandro Bellassai, Stefano Ciccone, Marco Deriu, Massimo Michele
Greco, Alberto Leiss, Jones Mannino, Claudio Vedovati.

Chi firma questo appello e perché -

L'appello che leggete qui accanto reca le firme di uomini provenienti
dai più disparati percorsi politici, culturali, religiosi, sessuali,
che hanno deciso di reagire in qualche modo ai terribili fatti di
violenza alle donne che le cronache hanno riportato alla nostra
attenzione negli ultimi mesi. Alcuni vengono da esperienze politiche
tradizionali, altri vengono da movimenti studenteschi, pacifisti e
ambientalisti, altri ancora hanno cominciato a riflettere su questi
temi a partire da relazioni affettive o di amicizia o da scambi con
il movimento delle donne. Si tratta di percorsi semplicemente
individuali. Ma anche di esperienze, spesso informali, di gruppi di
autocoscienza e di discussione su diverse questioni (stupro, guerra,
prostituzione, pedofilia). Esistono attualmente in Italia gruppi di
uomini di questo genere in diverse città: "Uomini in cammino" di
Pinerolo, "Maschile plurale" di Roma, "Maschile plurale" di Bologna,
il "Gruppo uomini" di Verona, il "Gruppo uomini" di Viareggio,
il "Gruppo uomini" di Torino, il "Gruppo uomini di agape", "Il
cerchio degli uomini" di Torino, l'"Associazione uomini casalinghi"
di Pietrasanta, a cui si aggiungono gruppi misti di uomini e
donne "Identità e differenza" di Spinea, "La merlettaia" di Foggia,
il "Circolo della differenza" di Parma, il "Gruppo sui generis" di
Anghiari, il "Gruppo sul patriarcato" di Roma promosso dal "Forum
Donne Prc". (...) Gli uomini che hanno attraversato queste esperienze
non rivendicano estraneità rispetto alla storia a cui appartengono e
non cercano rivincite riesumando vecchi trofei e valori patriarcali.
Assumono la libertà conquistata dalle donne grazie al loro pensiero e
alla loro pratica, come occasione per interrogarsi e scoprire cose
nuove su di sé. Ci auguriamo che questo appello non sia semplicemente
un atto formale: ne proporremo la lettura e la discussione agli
uomini che operano nella politica e nelle istituzioni, nelle
università e nelle scuole, nei media, nei sindacati,
nell'associazionismo, nei servizi, nelle comunità di immigrati, nelle
realtà religiose. A tutti gli interessati diamo appuntamento per un
incontro pubblico il 14 ottobre a Roma, per scambiare opinioni e
elaborare ogni possibile ulteriore iniziativa. Intanto ci auguriamo
che le adesioni continuino ad arrivare. Chi volesse aggiungersi ai
firmatari può scrivere all'indirizzo: appellouomini@....

Per contatti 338/5243829, 347/7999900.

il Manifesto - 29 Giugno 2005

LE NOSTRE RESPONSABILITA'

Lettera al manifesto di Umberto Varischio

In mezzo a questa ondata di richieste di inasprimento delle leggi e
dei controlli, di castrazione chimica e non e di repressione nei
confronti degli immigrati un dato, pubblicato anche dal manifesto,
rischia di sfuggire: più di mezzo milione di donne in Italia sono
vittime di stupri o di tentativi di violenza sessuale.

Al di là delle strumentalizzazioni politiche, dei casi enfatizzati
dalle cronache di questi ultimi giorni questo dato ci interroga tutti
in quanto uomini; un numero così alto di violenze o tentate violenze
non sono certo opera solo degli immigrati anzi è presumibile che la
stragrande maggioranza siano state agite da noi italiani di diverse
età. Certo vanno ricordate, come è stato fatto, sia le cause sociali
che quelle culturali di questo fenomeno e anche le politiche di
esclusione che creano emarginazione e disperazione ma le dimensioni
dello stesso, unito a quello crescente delle violenze domestiche non
sessuali e quello degli omicidi di donne da parte di mariti,
conviventi o parenti ci spinge a chiederci quali sono le altre radici
profonde di quello che sta accadendo. Nessuno dei commenti che ho
letto sinora si interroga sulle cause che possono essere riferite al
genere, cioè al nostro essere uomini. E' come se su questo punto si
mettesse in atto una rimozione collettiva che riferisce le
responsabilità dell'accaduto solo all'altro da noi, altro che può
essere lo straniero, oppure gli altri uomini oppure a cause
economiche, sociali e culturali. E se di straniero si tratta non c'è
di meglio che imputare l'inciviltà e la barbarie a un altro uomo, che
oltre tutto nelle fantasie più estremiste (ma non solo) mette in
pericolo e ruba la donna di nostra proprietà. Cosa di meglio se non
mettersi in competizione con l'altro (uomo) per la supremazia e il
possesso, giocando sul piano della maggiore o minore civiltà, che ha
come «premio» la donna. Come se i devianti, gli asociali in questo
campo fossero sempre qualcosa di esterno al nostro maschile,
dimenticando che i dati e le statistiche ci parlano d'altro, d'una
violenza, anche sessuale, che si agisce all'interno della civiltà
occidentale, bianca e cristiana, oltre che all'interno delle nostre
case. Forse dovremmo invece cominciare a interrogarci, in quanto
uomini, sul nostro rapporto con il potere, la violenza e la
sessualità, la pornografia e la prostituzione. E anche con il nostro
quotidiano nei rapporti tra donne e uomini. E forse dovremmo farlo,
partendo dalla nostra parzialità, anche collettivamente.

MANIFESTO MASCHILE
firmato da un migliaio di intellettuali spagnoli in appoggio alla
nuova legge
contro la violenza sessuale

NON PASSARCI SOPRA, UOMO, E NON FARLO IN MIO NOME

Noi firmatari, uomini, diciamo SI alla Legge contro la Violenza di
Genere. Perché non possiamo essere complici rispetto alla realtà di
una violenza che, anno dopo anno, uccide decine di donne e obbliga
molte altre ad abbandonare il proprio lavoro, la propria casa e la
propria città per cercare di sfuggire al loro aggressore; una
violenza che provoca ogni anno il suicidio di centinaia di donne e ne
maltratta fisicamente e psicologicamente centinaia di migliaia.

Perché la violenza esercitata da uomini contro donne richiede misure
specifiche, dato che non assomiglia in niente, né in quantità né come
caratteristiche, ai casi isolati di violenza di donne contro uomini.
Perché questa violenza asimmetrica è un terrorismo maschilista che
non accetta l'emancipazione di coloro che lo subiscono, infatti la
sua forma più estrema, l'assassinio, ha luogo nella maggior parte dei
casi quando la donna ha rotto o è in un processo di rottura con
l'aggressore.

Perché questa violenza di dominio colpisce i diritti e le libertà
dell'insieme delle donne, giacché non solo maltratta o ammazza quelle
direttamente colpite, ma contribuisce a creare un clima di
intimidazione e timore generalizzato al momento di denunciare i
maltrattamenti e rompere con i maltrattatori.

Perché il progetto di Legge contro la Violenza di Genere non è
incostituzionale né lo è singolarizzare il modo di trattare certe
forme di violenza, in funzione della portata del danno sociale che
causano.

Perché l'adozione di misure sociali e penali che combattano in modo
specifico la violenza di genere non è una discriminazione degli
uomini ma un'azione positiva urgente e imprescindibile.

Perché non avalleremo con il nostro silenzio infondate obiezioni di
discriminazione maschile, provenienti in molti casi da coloro che più
indifferenti sono rispetto alla realtà di una discriminazione delle
donne nel salario e nell'impiego, nella distribuzione del tempo di
lavoro non retribuito, nella composizione degli organi direttivi di
entità pubbliche o private, e perfino in leggi come quelle che
regolano l'ordine dei cognomi o la successione al trono, in
violazione dell'articolo 14 della Costituzione che proibisce
qualunque discriminazione per ragioni di sesso.

PERCHE' LA LOTTA DELLE DONNE CI HA APERTO GLI OCCHI - PERCHE' LA LORO
LIBERTA' E SICUREZZA E' LA NOSTRA DIGNITA' - PERCHE' IL LORO DOLORE
FA MALE ANCHE A NOI - PERCHE' NON VOGLIAMO ESSERE COMPLICI -
NOI, UOMINI, DICIAMO - NO AL TERRORISMO MASCHILISTA - SI' ALLA LEGGE
CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE
(traduzione di Clara Jourdan)

Il testo originale con la lista dei firmatari si trova
www.comfia.info/archivos/notepases.pdf Spagna, ottobre 2004.

Liberazione - 9 dicembre 2005

La violenza contro le donne riguarda innanzitutto gli uomini.

Aprire un conflitto interno al maschile è una questione politica
centrale.

Stefano Ciccone

DLe violenze maschili contro le donne dicono molte cose sulla nostra
società e le relazioni che viviamo. Per questo è importante la scelta

di "Liberazione" di continuare a proporre un dibattito che chiama in
causa donne e uomini.

E chiama in causa una politica che voglia ascoltare a trasformare le
relazioni tra le persone, interpretare i conflitti e le domande di
libertà che intrecciano le vite di ognuno e ognuna di noi.
La violenza è questione che riguarda innanzitutto gli uomini. Già
perché sono uomini quelli che stuprano, picchiano, umiliano, fino a
volte ad uccidere. Uomini come noi, simili a me.

Ed è necessario che nel maschile si apra una riflessione, ma anche un
conflitto.

La violenza contro le donne non è infatti riducibile alla devianza di
maniaci o marginali contro i quali alimentare risposte emergenziali
che, paradossalmente, alimentino politiche securitarie. Non c'è un
nemico oscuro nascosto nelle nostre strade da espellere: il male è
nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nelle relazioni e
nell'immaginario sessuale che abbiamo costruito. La violenza contro
le donne, inoltre, è solo marginalmente rinviabile ad arretratezza
culturale né è retaggio di un passato premoderno: riguarda tutte le
latitudini del nostro paese, la provincia come le grandi città, tutte
le classi sociali e i livelli di istruzione. Interroga direttamente
la nostra "normalità"e il nostro presente. E' anche fuorviante
interpretare questa violenza come frutto di un "disordine".

Al contrario il suo permanere, in forme socialmente e culturalmente
ogni volta determinate, mostra come sia vitale un ordine simbolico,
un sistema di poteri che plasma i corpi, le identità, le relazioni.
Un ordine invisibile che ancora segna le nostre prospettive
esistenziali, le nostre opportunità di decidere di noi stessi/e. Lo
chiamo patriarcato per ricordare che il conflitto con esso non è
riducibile a categorie sociologiche e, soprattutto, a riconoscere che
è stato nominato politicamente e dunque reso visibile da un soggetto:
il movimento

delle donne nella sua pluralità di pratiche e prospettive.

Non dobbiamo misurarci tanto con una debolezza femminile a cui
fornire (paternalisticamente) tutele (tutele delle donne dalla
violenza, tutela della loro presenza nello spazio pubblico tramite
quote di garanzia) quanto con un universo maschile generatore di
questa violenza.

Ciò su cui dobbiamo riflettere, e produrre pratiche capaci di
cambiare comportamenti, modi di pensare se stessi e il mondo, è la
costruzione della nostra identità di uomini. Guardare dentro questo
universo e dentro di noi ci porta a indagare quali siano i fili
sotterranei che legano le storie, i desideri, le fantasie, i bisogni
di ognuno di noi, nella nostra "normalità" con questa tensione alla
violenza. La violenza estrema dell'uccisione rischia di farci
dimenticare le tante facce di quell'universo che ha a che fare con lo
stupro, con il consumo del corpo femminile, con la sessualità ridotta
a sfogo separato dalle relazioni, con l'imposizione del corpo
maschile e con le categorie misere della potenza, della prestazione e
della virilità incapaci di riconoscere la soggettività femminile.

Quante violenze, quanti abusi nascono dalla rimozione del desiderio e
del piacere femminili schiacciati in una presunta complementarietà
con le forme che il maschile ha assunto? Cosa dice tutto questo?

Non parla soltanto di una violenza insensata ma racconta di un
universo più complesso, un deserto nelle relazioni, una
rappresentazione del corpo e del desiderio maschile schiacciati nella
categoria dei bassi istinti da imporre con la violenza o con il
denaro, di una sessualità maschile ridotta alla sua rappresentazione
rattrappita della virilità e scissa dalle relazioni.

Svelare questa miseria non vuole proporre un vittimismo né pensarla
esaustiva ma individuare una chiave di lettura della violenza e una
prospettiva che faccia della reinvenzione della sessualità maschile
la leva per sradicarla e al tempo stesso per aprire nuove opportunità
di vita per noi uomini.

Ha avuto ragione Angela Azzaro a chiedere agli uomini una parola di
verità che non fugga nell'astrazione politica o sociologica ma che
parta da ognuno di noi.

Questo tentativo di riflessione, pur se minoritaria, ha avuto un suo
percorso e mi permette oggi di trovare parole per nominarla oltre la
Versione riduttiva d e l l a "confessione personale".

La violenza contro le donne e la continua verifica di forme di
complicità maschile e femminile con schemi del patriarcato rivelano
la vitalità di un sistema di dominio.

Ma è vero che questo è ormai disvelato ai nostri occhi.

E che è sempre più difficile guardare come naturale l'ordine della
gerarchia tra i sessi, la presunzione di corrispondere al metro
neutro dell'umanità da parte del maschile. Almeno per me è sempre più
difficile sopportare le forme di socialità tra uomini, è sempre più
difficile stare a mio agio nelle aspettative a cui mi si chiede di
corrispondere.

E' come se un modo di guardare il mondo, e di cogliere ciò che segna
i linguaggi, la politica, le relazioni, una volta aperto non fosse
più rimovibile. E' impossibile non guardare una sala in cui i
relatori sono solo uomini e pensare ancora che ciò sia casuale,
guardare un corteo con gli uomini alla testa col megafono (quando non
schierati militarmente a simulare mimeticamente il "nemico") e non
sentire l'estraneità con quella virilità subalterna e ostentata.

Al tempo stesso ogni giorno scopro dentro di me complicità,
comportamenti di cui percepisco l'internità a quell'ordine, a quel
sistema di gerarchie e poteri. Ogni giorno, nel riconoscimento di
autorevolezza tra uomini nella politica o nel lavoro, nel percorrere
di notte con agio le strade delle nostre città, nel progettare la mia
vita politica e professionale, misuro il peso dei "dividendi" del
patriarcato di cui beneficio. Ma ogni giorno, dentro di me, guardando
alla perdita di senso e autorevolezza di modelli maschili consolidati
e dal suono stonato delle ostentazioni di autorità di molti miei
simili, misuro quanto questi dividendi siano pagati con moneta falsa,
che non ha più corso nella mia contemporaneità per dare senso alla
mia vita e ai miei desideri. Questo continuo movimento tra estraneità
e continuità con la storia del genere a cui appartengo è parte della
riflessione che come uomo, insieme ad altri ho tentato di sviluppare.
Questa scelta è condizione perché la rottura con la violenza avvenga
senza quelle ambiguità che hanno spesso segnato la presa di posizione
maschile. Innanzitutto quella del volontarismo: essere contro lo
stupro per necessità etica condannando qualcosa che nulla avrebbe a
che fare con noi.

La reazione di sconcerto per la violenza è una risorsa da non mettere
da parte ma nasconde dentro di sé un doppio rischio di ambiguità:

quello di considerarla una questione che non ci riguarda e verso la
quale ci chiniamo per solidarietà e il ricorso, di nuovo, alla
qualità virile dell'autocontrollo capace di disciplinare un maschile
portatore di una componente naturalmente violatrice e ferina.
Un'operazione che dunque non rompe con una rappresentazione storica
del maschile come soggetto portatore di istinti irrefrenabili e al
tempo stesso detentore della ragione e della capacità di dominio sul
corpo proprio e della donna.
I gruppi di uomini che hanno avviato una critica politica ed
esistenziale della maschilità scelgono questa rottura con il
patriarcato non solo o non tanto per un obbligo etico, quanto come
opportunità di liberazione.
Se infatti la tensione del maschile ad affermare il proprio controllo
fisico, tecnologico, normativo, sul corpo della donna deriva anche da
un conflitto ingaggiato per contrastare il primato femminile nella
procreazione, e dalla necessità di costruire un nesso visibile del
maschile con la genealogia (fino a fondarla sul nome del padre) il
riconoscimento di questo limite può essere l'occasione per fare
un'esperienza dell'essereuomini nuova, che fondi nella relazione la
costruzione del proprio posto nel mondo.
Il rapporto apparentemente necessario col potere nell'essere uomini
non è solo all'origine della violenzacontro le donne ma anche della
desertificazione delle relazioni tra uomini, della loro fondazione
sul silenzio, sulla tacita condivisione di un obiettivo esterno (o di
un nemico esterno) che supplisca a quell'impossibile intimità tra
corpi potenzialmente invasivi e anestetizzati nella loro capacità di
sentire e tra soggetti costretti a misurare nella competizione per il
potere la propria identità.
La ricerca delle radici della violenza ci ha portati a indagare la
costruzione della maschilità, le domande che hanno attraversato la
nostra storia, le costrizioni che hanno limitato le nostre vite. E
abbiamo scoperto la libertà femminile e questa ha trasformato il
mondo e noi stessi. Le relazioni tra i sessi e il conflitto che segna
questa irriducibile differenza sono oggi un terreno su cui si misura
la capacità della politica di essere luogo di trasformazione e
liberazione e non complice di nuove forme di dominio e gerarchia.
Al contrario linguaggi e priorità programmatiche della politica
rischiano di segnare le nostre complicità e rivelare l'inadeguatezza
di una politica neutra contro la necessità di costruire soggettività
che dalla propria parzialità leggano e reinventino conflitti inediti
e non riducibili.
La troppo frettolosamente archiviata sconfitta nel referendum ci
ricorda come sulle norme e le tecnologie di controllo dei corpi,
esista un conflitto che riguarda la libertà femminile: un terreno su
cui la destra costruisce consenso e su cui cresce un'offensiva che
non si può contrastare in nome di categorie astratte come la laicità
e la libertà di ricerca senza guardare alla materialità dei soggetti.
Così la crescita di politiche di appartenenza identitaria che
propongono il sangue, la genealogia maschile come luogo di
ricostruzione di identità frammentate dalla globalizzazione e
dall'incrinatura di grandi prospettive progressive, esercitano una
grande seduzione sugli uomini ad ogni latitudine e aiutano a capire
la torsione integralista di movimenti, il continuo rischio di
complicità che segna pratiche politiche che si vogliono antagoniste.
E' possibile dunque costruire una politica di trasformazione che non
si misuri con una critica dei modelli di mascolinità?
La necessità di aprire una riflessione critica sul maschile e di
agire un conflitto esplicito nel maschile sono insomma questione
centrale per la politica e la cultura. Pena l'avvizzimento di ogni
tensione di trasformazione in forme subalterne e emendative.
Chiedere che questo conflitto che cerchiamo di agire con il maschile
diventi politica non è fuga dalla fatica individuale di scavare nelle
nostre contraddizioni individuali ma rifiuto di relegarla a questione
privata.
E' anche desiderio che, divenendo pubblica e socialmente visibile
possa rompere la solitudine con cui molti uomini vivono la propria
difficoltà a condividere con altri il proprio singolare differire
rispetto a un modello di mascolinità oppressivo.

maschileplurale@libero





Sab 24 Feb 2007 2:13 am

janabella77
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24 Feb 2007
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