Tibet, il paradiso dei buddisti diventa la mecca dei
bordelli
Al tempio arrivano a tutte le ore del giorno e
della notte, sedotti dai riflessi di luce.
Migliaia e migliaia di pellegrini. Sanno che al
culmine dell'ascesa, se si sbrigano e non perdono
tempo in chiacchiere, troveranno l'illuminazione.
Prima dell'ultimo passo verso la luce qualcuno si
consegna alla contemplazione: si butta un occhio,
ci si fa un'idea dell'offerta, si contano gli
spiccioli, poi ognuno sceglie la propria strada.
E una volta nel tempio non ci si limita certo a
togliersi le scarpe e basta.
Benvenuti a Lhasa, terra degli dei, capitale
spirituale del Tibet, ombelico del mondo
buddista, attraversata, oggi come mai, da
processioni di impenitenti. Non è il bisogno di
mistico e di trascendente a guidarli. È il
bisogno e basta. Il bisogno di una donna, carina,
disponibile, a pagamento. Non vengono qui per
cogliere l'assoluto ma l'attimo fuggente. Perché
qui - avrebbe scoperto l'organizzazione inglese
Free Tibet Campaign - proprio nella città
consacrata al Dalai Lama, ci sarebbero ormai più
di mille case di appuntamento.
E decine di migliaia di sacerdotesse a luce rossa
in tutto il Paese, specialmente a Shigatse, la
seconda città della regione, ottantamila
abitanti. Dove pare si contino più bordelli che
cappelle. Prima erano tutte cinesi, ora sembra
che gli uomini preferiscano le tibetane: costano
meno, non hanno esigenze e sono molto più
giovani. Bombe sexy in formato bonsai che
strizzano l'occhio dalle vetrine di finti negozi
per massaggi, parrucchieri, bar karaoke o da
appartamenti con le luci rosa intermittenti.
Promettono il Nirvana senza bisogno per forza di
attraversare tredici stadi. Basta attraversare il
marciapiede. Nella terra degli dei il fenomeno
della levitazione sembra aver colpito soprattutto
il mondo della prostituzione: dicono sia talmente
aumentata in Tibet che per reggere l'urto della
concorrenza molte sono state costrette ad
emigrare. La maggior parte di loro sono di etnia
cinese Han, sei su dieci arrivano in Tibet dal
vicino Sichuan, da dove partono da sempre
migliaia di lavoratori per tutta la Cina.
Adesso hanno concorrenza locale: c'è chi spera di
vincere la povertà e chi spera di arrivare prima
alla ricchezza. Tutta colpa di cinquant'anni di
occupazione cinese. Ci sono 300mila soldati
dell'Esercito di liberazione popolare nella
regione, quasi tutta montuosa, con le esigenze
che si sa. Tutto è cominciato intorno ai campi
militari, la polizia locale ha sempre fatto finta
di nulla. Poi sono arrivati i turisti. All'inizio
il terzo occhio serviva per agevolare la
meditazione poi si sa come vanno a finire certe
cose.
E in questo crocevia di sacro e profano, di
comunismo e consumismo alla fine ci si sono messi
pure i media a creare bisogni di cui non si ha
bisogno. E la prostituzione è diventata la via
più rapida e realistica per conquistare un tenore
di vita migliore che permetta di vivere alla
maniera occidentale. Il vicedirettore del
Congresso del popolo, più o meno il vicesindaco,
nega l'evidenza: «I negozi nel centro di Shigatse
sono parte dell'industria dei servizi e fanno i
soldi solo lavando i capelli e i piedi delle
persone». Dice servizi non servizietti.
A fare gli affari migliori sono i trafficanti di
ragazze e i gestori delle case d'appuntamenti.
Basta pagare e chi di dovere non farà il proprio
dovere. Mica male per un regime che accusava il
Dalai Lama di «perversione e decadenza morale».
Poi c'è l'Aids. Qui i preservativi sono quasi
inesistenti e molte ragazze non sanno nemmeno
cos'è l'Aids. Ma pure stavolta il governo nega.
«I numeri sono ancora molto bassi e noi facciamo
molta attenzione. Ispezioniamo le persone che
entrano in Tibet e stiamo adottando tutte le
misure del caso» spiega Wu Yingjie,
vicepresidente della regione autonoma tibetana
senza spiegare quali. Benvenuti a Lhasa, la città
Proibita, terra di sciamani dalla mani lunghe. E
dove i beati sono tutti dannati.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=36725&START=0