IL GAZZETTINO del 25/10/2005
Washington
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Alzano gli scudi gli scienziati del cervello contro il Dalai
Lama ,544 neuroscienziati hanno annunciato infatti di averne le
tasche piene della contiguità di parte della ricerca con il
misticismo del leader del Tibet in esilio, ed in una petizione
chiedono che il leader buddhista se ne stia lontano dalla Conferenza
annuale della associazione di categoria prevista per il prossimo
novembre a Washington.
Ma il Dalai Lama - da sempre attentissimo ai suoi rapporti con il
mondo della ricerca - era stato ufficialmente invitato al convegno,
un suo discorso è in programma e non c'è segno che intenda
desistere.
Dal canto suo, la presidente della "Society for nuroscience" (Sfn)
Carol Barne - responsabile dell'invito pervenuto al leader
religioso - non vuol cambiare i suoi piani. Così i 544 rivoltosi
promettono di disertare il simposio che, a loro avviso rischierebbe
di venire strumentalizzato come «il forum scientifico che sostiene
implicitamente un religioso la cui legittimità si basa sulla
reincarnazione: dottrina che va contro i principi fondamentali della
neuroscienza».
La guerra è aperta e le armi si affilano. Al centro del contendere è
il dubbio di alcuni scienziati che si sia in grado di "certificare" -
sulla base dei pochi studi sinora svolti - gli effetti della
meditazione buddhista, e della particolare scuola del Dalai Lama,
sul funzionamento del cervello. Negli scorsi due anni altrettanti
studi avevano in particolare suscitato scalpore attraendo
l'interesse dei media e di un Occidente alla ricerca di una nuova
pace interiore: i test su alcuni monaci tibetani - entrambi condotti
da Richard Davidson, psicologo della Wisconsin university e
praticante a sua volta del buddhismo del Dalai Lama - avevano
evidenziato una particolarità nel cervello dei religiosi. Usando uno
scanner elettronico avevano scoperto che durante la meditazione
chiamata di "amore incondizonato e compassionevole", il cervello dei
monaci emetteva intense onde gamma. Queste onde indicherebbero una
particolare sincronizzazione tra le cellule cerbrali associate con
la concentrazione e il controllo emotivo. Nel cervello di un gruppo
di studenti he avevano appena imparato a meditare è stata invece
riscontrata una attività simile ma estremamente più debole. Secondo
molti, lo studio avrebbe dimostrato come la meditazione
contemplativa può allenare il cervello a sviluppare pensieri
positivi di compassione e pace.
«Non ci sono abbastanza prove scientifiche per giungere a queste
conclusioni - sono esplosi i 544 "neuroscientists" - i test vanno
ripetuti, e quelli fatti sinora contengono fra l'altro anche errori
procedurali». La petizione osserva che «il Dalai Lama è un leader
religioso con una agenda politica controversa e la sua presenza può
causare divisioni... inoltre scegliere lui per una presentazione sul
tema dell'influenza della meditazione sul cervello dimostra
favoritismo verso un tipo di meditazione ed una specifica
religione».
Tra i più accaniti oppositori alla presenza al simposio del monaco
tibetano è anche Zvani Rossetti, dell'università di Cagliari: «La
scienza neurologica è la disciplina più di ogni altra al crocevia
tra filosia e scienza - ha scritto il ricercatore - e non dovremmo
dare alcuna opportunità a chi vuole usare la neuroscienza per
promuovere una visione trascendentale del mondo».
Ma per Davidson - che giura assoluta imparzialità nelle sue
ricerche - ed altri specialisti le cose non stanno così. Secondo
Robert Wyman, neurobiologo di Yale, «fare ricerca sugli effetti
della meditazione è un primo passo in un campo nuovo... ed è normale
che i primi test non siano perfetti. La scienza è fatta così da che
mondo e mondo: i ricercatori si incuriosiscono per qualcosa di mai
approfondito prima, inziano a studiarlo e poi d'improvviso arrivano
ad una scoperta che cambia l'approccio al mondo».
Nicoletta Nencioli