Cercasi apprendista disperatamente
tratto da www.lastefani.it
Le botteghe tradizionali rischiano di chiudere per mancanza di nuove
leve. I vecchi artigiani cercano eredi: c'è chi aspetta da 11 anni e
chi vende bottega e competenze. Ma un mercato, anche se di nicchia,
esiste ancora. E qualche giovane intraprendente investe sugli
antichi mestieri
di Sofia Capone, Francesco Monti e Andreina Baccaro
"E' arrivato il momento di deporre il mattarello," sorride Valeria
Naldi. "Ora cerco tre persone che vogliano innamorarsi di questo
lavoro". Valeria è una sfoglina di lungo corso: da quando, 25 anni
fa, ha rilevato una bottega storica di via del Pratello, impasta 120
uova al giorno. Da un mese è alla ricerca di apprendisti a cui
insegnare tutto quello che sa sulla pasta fresca e le minestre.
Proprio come lei ha imparato tutto dalla precedente proprietaria del
negozio.
Per Valeria, passare a sua volta le consegne è quasi un dovere. "Il
cliente mi ha dato da mangiare per anni," dice, lei che ha
soddisfatto il palato di intere generazioni di bolognesi. "Ora io
devo rispettarlo, anche se vado via". Certo, non sarà facile trovare
qualcuno disposto ad accollarsi il peso di un mestiere antichissimo,
e anche la gestione imprenditoriale di una bottega. Così, Valeria è
pronta ad andare avanti da sola: "Piuttosto che cedere l'attività e
farla diventare una pizzeria, resto qui dentro anche con le
stampelle".
La storia di Valeria è simile a quella di tanti piccoli artigiani di
Bologna. Per i mestieri più tradizionali, le nuove leve
scarseggiano, e trovare giovani disposti a lavorare a bottega è
un'impresa. Qualcuno addirittura ci prova inutilmente da undici anni.
In via san Felice, a due passi dalla bottega di Valeria, c'è quella
di Barbara Bertazzoni. Sulla vetrina, un foglietto un po'
ingiallito, con scritto "Cercasi rammendatrice di provata capacità".
Una ricerca che va avanti dal '97: nessuno si è ancora presentato
alla porta del negozio. C'è in gioco la sopravvivenza della "Casa
del rammendo", ma soprattutto c'è il rischio che scompaia un
mestiere: Barbara, infatti, è l'ultima artista del rammendo rimasta
a Bologna. Eppure il mercato, anche se di nicchia, resiste, e paga
bene. Si va da lei per aggiustare vestiti di pregio, che hanno un
valore sia economico che affettivo, e per i quali si è disposti a
pagare 20 euro a riparazione. Una clientela affezionata, che arriva
con il passaparola. Un'attività in salute, insomma, ma nonostante
questo, di aspiranti successori non se ne vedono. "Non esistono
corsi," dice Barbara, "si impara dalle mamme e dalle nonne, come ho
fatto io". Ora, un'intera generazione di rammendatrici rischia di
sparire con lei.
C'è poi chi, pur di reclutare nuove leve, si è inventato una scuola.
Giuseppe Bruni, riparatore di apparecchi elettronici da 40 anni, nel
suo negozio di via Pietralata, tiene corsi serali in cui insegna ad
aggiustare radio e televisori. Il ciclo completo di lezioni dura tre
anni: si inizia con i primi rudimenti nel corso di base (rivolto
principalmente a chi cerca un hobby o comunque si accontenta di
acquisire un minimo di abilità), poi, dal secondo anno, si arriva a
nozioni più avanzate. Il corso era inizialmente finanziato dalla
Regione, ma ora Giuseppe deve fare tutto da solo.
Le lezioni richiedono una certa padronanza del linguaggio tecnico, e
questo scoraggia gli allievi con livello di istruzione non
altissimo. "A volte si iscrivono stranieri," racconta, "ma hanno
difficoltà con la lingua, e difficilmente vanno oltre il primo
anno". Servirebbe un giovane brillante per rilevare l'attività. In
generale, però, gli "studenti" sono in buona parte pensionati. Tanto
che, proprio per gli anziani, Giuseppe ha attivato un corso di
introduzione all'uso di Internet.
Insomma, sembra che i giovani snobbino le attività tradizionali. Ma
qualche eccezione c'è. In via dell'Inferno, tra i vicoli del ghetto
ebraico, c'è una calzoleria artigianale diversa da tutte le altre:
non un'antica bottega in via di dismissione, ma un nuovo esercizio,
aperto tre mesi fa da due giovani. Qui si lavora a mano la vera
pelle non trattata, si fanno scarpe su misura secondo le regole di
un'arte quasi scomparsa. "Perché ho scelto questo lavoro? Per
passione," dice Massimiliano, uno dei soci. "Finiti gli studi, ho
frequentato la bottega di un artigiano che oggi ha 80 anni. E'
questo l'unico modo per imparare, non c'è una scuola". Un
apprendimento che richiede pazienza e applicazione. Forse è questo
il motivo per cui così pochi ragazzi intraprendono mestieri del
genere. "Ed è un peccato," aggiunge Massimiliano, "perché in questo
modo molte botteghe storiche hanno chiuso: non perché non ci sia
lavoro, ma perché non c'è nessuno a cui lasciare l'attività". A
sentire i proprietari, gli affari della calzoleria "Max e Giò"
finora stanno andando molto bene. Segno che, forse, la qualità e
l'atmosfera delle vecchie botteghe hanno ancora un valore di
mercato.
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