-- “Un dono da coltivare e custodire in fedeltà”
Messaggio dell’Arcivescovo di Nola Beniamino Depalma
per la Giornata del Creato (1 settembre 2006)
Celebriamo oggi la Prima Giornata Nazionale per la Salvaguardia
del Creato indetta dalla Conferenza Episcopale Italiana per richiamare
la comunità ecclesiale al problema ambientale – grande priorità
dei nostri giorni – dinanzi alla quale i credenti non possono sentirsi
né estranei né indifferenti perché essa é certamente
di ordine politico, giuridico e sociale ma insieme é anche ecclesiale,
teologica e morale. La Sacra Scrittura, infatti, parla di un’opera creatrice,
cosa molto buona (Gn 1,31), e della terra come dono di Dio (Gn 2,15): salvaguardarla
é, dunque, tra gli specifici impegni del credente. E’ all’uomo,
infatti, che il Signore ha attribuito il possesso della terra (Gn 1,26),
conferendogli contemporaneamente il mandato di amministrare i beni creati
in attesa del suo ritorno (cf Mt 25, 14-30, Lv 23,3). L’uomo stesso, anzi,
é chiamato a cooperare alla sua azione creatrice: nel momento stesso
in cui ha termine l’opera del Signore (Gn 2,2), proprio allora comincia
l’avventura di un impegno responsabile dell’uomo per incrementare, da un
lato, l’opera della creazione e, dall’altro, per preservarla. Dio ha fornito
il mondo di ogni elemento utile alla crescita dell’uomo e ha fornito all’uomo
la necessaria intelligenza per plasmarli: le materie prime delle viscere
della terra e le mani dell’uomo sono, dunque, strumenti al servizio di
un’intelligenza creativa che coopera con Dio. Il mondo, giardino
piantato dalla mano stessa di Dio, é l’abitazione da custodire (Gn
2,15) e comprendere nelle sue leggi.
Il perché va salvaguardato il creato é di tutta evidenza:
se la terra é l’unico posto dove possiamo vivere, con essa dobbiamo
vivere in armonia! Viceversa, meno evidente potrebbe risultare che il pericolo
non viene necessariamente dal di fuori ad opera di arcane forze dell’universo:
la terra – purtroppo! – va invece salvaguardata anzitutto dalla superficialità,
dall’incuria, dall’aggressività e non di rado dalla stupidità
dei suoi stessi abitanti. Contro i rischi di disastri ambientali
incombenti ci richiama la scienza, la quale ci ammonisce anche ad avere
maggiore rispetto dell’ecosistema-terra ormai ai limiti dello stress: il
surriscaldamento della terra e lo scioglimento dei ghiacciai, la tropicalizzazione
del clima e la desertificazione avanzante, l’inquinamento dell’ambiente
e l’irrespirabilità dell’aria non sono scenari immaginari e futuri
quanto piuttosto la risultante di attività umane cui, almeno in
parte, questi fenomeni sono riconducibili. Tra le maggiori cause del degrado
non si può, peraltro, ignorare che vi sono anche attività
umane pericolose (si pensi agli esperimenti atomici o all’uso intensivo
dei pesticidi in agricoltura) e modelli economici aggressivi che hanno
determinato uno sviluppo non sempre sostenibile con inevitabili problemi
di spreco di risorse e di smaltimento di scorie. Di conseguenza, conscia
della gravità della situazione, la comunità politica mondiale
comincia a proporre rimedi – peraltro ancora blandi – destinati comunque
ad incidere sui nostri modelli di vita: il protocollo di Kyoto, finalizzato,
a limitare le conseguenze dell’effetto-serra, ne é un primo esempio,
cui ne dovranno seguire altri e più incisivi.
E’ vero, non siamo al disastro, almeno non ancora, ma siamo comunque
ad un bivio, perché i ritardi accumulati sono stati davvero epocali:
per troppo tempo l’ambientalismo é stato sospettato di essere solo
esercizio estetizzante, e, tra gli eccessi che pure ci sono stati, non
si sono colti elementi di riflessione validi, veri e giusti. Dinanzi ai
guasti di un mondo autoinquinante e autodistruttivo, spesso per sete di
potere e di guadagno (ricordate i disastri della Icmesa di Seveso e di
Bopal in India?), é giusto rendere merito a tutte quelle organizzazioni
ambientaliste che in tempi remoti e non sospetti già avevano previsto
con lungimiranza il degrado della nostra civiltà degli eccessi.
Se, dunque, vi sono stati tempi di atteggiamenti pigri se non addirittura
ostili, ora é tempo solo di fecondo ascolto e lucida collaborazione.
Soprattutto noi cattolici - che pure siamo figli di San Francesco e cantiamo
il suo Cantico delle Creature – abbiamo qualche mea culpa da recitare:
l’ambientalismo autentico non si confonde con il sincretismo fuorviante
della new age o con la stravaganza anarcoide dell’hippysmo (questi, sì,
fenomeni davvero estetizzanti!) e non contrasta con i principi della fede
cattolica, e da credenti anzi dovremmo saperci rallegrare quando anche
da versanti non confessionali giungono inviti alla sobrietà, alla
semplicità ed alla moderazione. Proprio quest’ultima considerazione
mi induce, allora, a non lasciare il discorso sospeso a mezz’aria ma a
concretizzarlo riflettendo sul nostro vissuto quotidiano del quale evidenzio
tre emergenze che rappresentano altrettanti ambiti nei quali ciascuno può
dare il proprio contributo personale al bene comune.
I rifiuti. Con scoraggiante regolarità gli errori del
passato vengono ripetuti ed ogni anno le nostre strade sono rigonfie di
rifiuti non rimossi. Noi speriamo sempre che soluzioni valide e soprattutto
durature siano trovate su un piano amministrativo, ma tuttavia dimentichiamo
spesso che molta parte della soluzione é nelle nostre mani. Ho affrontato
questo problema al tempo della prima grande emergenza-rifiuti e già
allora paventavo la necessità di un cambiamento del nostro stile
di vita. Vorrei riproporvi ora quanto scrissi il 27 marzo 2001 : “... uno
stile di vita meno smodato e consumistico ci darà la possibilità
di riflettere sulla nostra vita e di gustarla di più. Ciò
comporta anche una decisa conversione dei nostri consumi. Il benessere
non può indurre lo spreco. Abituiamoci a possedere e consumare il
giusto e il necessario. Così facendo ci abitueremo anche a comprendere
che tutto, anche i nostri rifiuti, può ‘ritrasformarsi’ e ‘riciclarsi’
in nuova e meno costosa ... ricchezza. L’appello alla collaborazione, si
traduce allora, nell’ottica della conversione, in un richiamo forte a porre
in essere quelle metodiche di raccolta di rifiuti, quali la raccolta differenziata,
che ci daranno la possibilità di trarre nuova ricchezza da quello
che buttiamo, di inquinare meno la nostra terra, di poter respirare meglio
la nostra aria, di allontanare, in una parola, i pericoli più strettamente
connessi alla nostra civiltà dei consumi e alle nostre abitudini
di vita. Costerà sacrificio, certamente... Convertirsi a trattare
da ricchezza ciò che oggi ci repelle é esercizio non facile,
ma tuttavia necessario. La soluzione all’emergenza che ci assale é
anche in questo nuovo e più umanamente razionale modo di guardare
alle scorie ed ai rifiuti. Tutto deve, infatti, ritornare nel ciclo chimico
e vitale, tutto deve ricomporsi, tutto deve contribuire a dare non morte
ma nuova vita”. Conosco tante comunità che hanno già intrapreso
codesta strada e a loro chiedo perseveranza, come pure chiedo coraggio
a coloro che o non l’hanno intrapresa o che l’hanno prematuramente abbandonata.
L’abusivismo edilizio. Altro fronte caldo del degrado ambientale.
Esistono, é vero, gravi carenze e colpe degli organi preposti, ma
la mancanza sia di idonei strumenti urbanistici sia di controlli efficaci
e sanzioni severe non può farci ritenere che il problema dell’abusivismo
edilizio sia limitato alle colpe o alle negligenze altrui. Un territorio
selvaggiamente cementificato pone a tutti problemi di vivibilità
ordinaria, che vanno dalla sicurezza ambientale all’inquinamento abusivo
ai maggior costi per la pubblica amministrazione: se quest’ultima ha il
dovere d’impedire lo scempio del territorio noi cittadini abbiamo comunque
il dovere di non chiedere, e non fare, ciò cui non abbiamo diritto.
Le frane che colpirono Sarno, Bracigliano e Quindici ci dissero che molte
delle costruzioni spazzate via dalla furia delle acque si trovavano lì
non solo per colpa di una burocrazia spesso inefficiente e talora compiacente
ma anche per colpa di chi aveva deliberatamente sfidato e la legge e la
natura. Chiedo a tutti il rispetto della legge, morale e civile, e una
particolare attenzione al bene comune che supera ogni legittimo interesse.
Le risorse idriche. Come tanti nutro viva preoccupazione per
le attuali politiche di gestione privatistica delle risorse idriche, che
sembrano negare all’acqua il valore di bene comune non commerciabile. Non
affronto ora quest’aspetto perché qui mi preme richiamare piuttosto
le responsabilità individuali circa l’utilizzo e il trattamento
dell’acqua. Faccio mio il richiamo di Fulco Pratesi, ambientalista della
prima ora e fondatore di Italia Nostra: l’acqua non é una risorsa
infinita, ma va usata e gestita con parsimoniosa saggezza! I ricorrenti
casi di siccità, il prosciugamento progressivo dei fiumi e la scarsità
delle precipitazioni atmosferiche sono fenomeni allarmanti che ci richiamano
alla realtà: sprechiamo troppa acqua, utilizziamo male quella che
abbiamo e ne inquiniamo altrettanta: dai consumi esagerati a scelte discutibili
di saponi e detergenti, dagli scarichi domestici allo scavo abusivo di
fosse biologiche incontrollate, sono tanti gli ambiti in cui ciascuno può
dare il suo essenziale contributo. Lancio, dunque, un accorato appello
al senso morale e civico: impariamo a non sprecare, a non inquinare ed
anzi a riciclare quell’acqua che San Francesco definitiva multo utile et
humile ed pretiosa et casta.
San Francesco medesimo, antesignano dell’amore per la natura
nella quale si manifesta la gloria e la potenza dell’Altissimu onnipotente
bon Signore, ci illuimini e sostenga i nostri propositi. Con lui cantiamo:
Laudato si’, mi Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta
et governa, et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba”.
A tutti – francescanamente - un sincero augurio di Pace e bene!
Nola, 1 settembre 2006
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Dott. Gennaro Esposito
Medico chirurgo – neurologo- psichiatra- psicoterapeuta
Saviano (Na) , via Molino,9 – cel. 330-873073
Direttore periodico Tablo’ Area Nolana
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Comitato Salute Pubblica Area Nolana
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Comitato Civico Per Nola Provincia
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