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#14834 Da: "Marcus Prometheus" <marcusprometheus@...>
Data: Ven 1 Set 2006 11:02 am
Oggetto: Perversioni occidentali vietate in Arabia Saudita
marcuspromet...
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In Arabia la "sharia" colpisce ancora: vietato comprare cani e gatti




In teoria l'Arabia Saudita dovrebbe essere un Paese "amico" fra
quelli di strette religione musulmana: è alleato degli Stati Uniti e
intrattiene cordiali relazioni economiche e commerciali con tutto
l'Occidente. Il problema è che il diritto saudita si basa
sulla "sharia", la rigida legge coranica che si intromette
pesantemente anche nella vita privata del cittadino, comminando pene
crudeli e sproporzionate per "delitti" che in Occidente sono
semplici e innocue manifestazioni delle proprie scelte personali.
pochi giorni fa le forze dell'ordine saudite hanno messo in campo
una pesante azione di repressione contro gli omosessuali, e ora
l'ira della "sharia" si rivolge addirittura contro chi possiede
animali di compagnia.

Il messaggio delle autorità della Mecca e di Gedda è stato chiaro:
in Arabia Saudita non si potranno più vendere né cani né gatti.
L'amministrazione provinciale ha dunque deciso di chiudere i negozi
che vendono animali domestici.

In precedenza la polizia si era lamentata per i giovani sauditi che
passeggiavano portando al guinzaglio i loro amici a quattro zampe.
Secondo la Commissione per la Promozione della virtù e la
Prevenzione del vizio, portare a spasso gatti e cani di casa
oltraggia la cultura e la tradizione del Paese. La maggioranza dei
ragazzi che possiedono animali domestici, infatti, sono «influenzati
dalla cultura occidentale», come hanno sottolineato le autorità.

In Arabia Saudita la legge islamica è applicata in maniera ferrea,
tanto da motivare appunto l'esistenza della polizia religiosa, un
corpo speciale che si occupa di far sì che gli abitanti rispettino
le rigide norme sociali.

Recentemente, erano stati aperti nell'area di Gedda - la capitale
economico-commerciale del Paese e virtualmente la città più
cosmopolita - numerosi esercizi commerciali e cliniche veterinarie
per cani e gatti in seguito alla maggiore richiesta da parte degli
abitanti, interessati in particolare a razze come dobermann, boxer e
pit bull, usati quindi anche come cani da guardia e da difesa, che
in Arabia arrivano a costare migliaia di rial. (…)

Se per i possessori, quindi, si profilano multe e sequestri e per i
veterinari e i venditori di animali la disoccupazione, per gli
omosessuali la situazione è ben più tragica.

È di pochi giorni fa una vasta operazione di polizia nella città di
Jizan dove circa 400 uomini erano intervenuti a un evento gay. Lo ha
riportato il quotidiano saudita Al-Watan, secondo il quale in un
primo momento ben 250 persone sono state fermate dalla polizia
perché «si stavano comportando da donne» durante una party
organizzato per festeggiare un "matrimonio" tra due uomini. Tra i
presenti sembra ci fosse chi stava masticando del "qat", un
narcotico il cui uso è largamente diffuso nel vicino Yemen.

Successivamente sono stati in gran parte rilasciati tranne una
ventina, per i quali il fermo è stato tramutato in arresto. Dal
momento che in quel Paese essere omosessuali è un crimine per gli
arrestati si aprono prospettive drammatiche, che vanno da anni in
prigione e frustate in pubblico, fino alla pena di morte. (…)

L'omosessualità è ancora una cosa per la quale si può essere
condannati alla pena capitale in Arabia Saudita, secondo i dettami
della sharia.

Nonostante le tante e ripetute critiche delle organizzazioni per i
diritti umani le autorità saudite si giustificano con motivazioni
legate alla religione islamica, dalla quale deriva il codice penale.
Peraltro tutte le attività sessuali che avvengano al di fuori del
matrimonio tradizionale, anche se tra adulti consenzienti, sono
reato. Ma per i condannati per il reato di sodomia le pene sono
particolarmente pesanti e possono includere torture, amputazione
degli arti e, come detto, anche la decapitazione.
Secondo la legge coranica avere animaletti domestici è
una "perversione occidentale" come l'omosessualità.



La Padania


--
Cordiali saluti a tutti gli spiriti liberi e laici
         Marcus  Prometheus.

Penso che tutte le grandi religioni ...
Cristianesimo, Islam e Comunismo
siano insieme false e dannose. (B.Russell)

Ed il Quarto Cavaliere dell'Apocalisse
e' l' esplosione della popolazione mondiale
quadruplicata in 100anni. (M.Prometheus)

#14835 Da: "Marcus Prometheus" <marcusprometheus@...>
Data: Ven 1 Set 2006 11:40 am
Oggetto: : Il pericolo di dare un salvacondotto agli estremisti - di Magdi Allam
marcuspromet...
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Il pericolo di dare un salvacondotto agli estremisti


• da Corriere della Sera del 30 agosto 2006, pag. 30


di Magdi Allam

Ora sappiamo che l'Ucoii non sarà allontanata dalla Consulta per
l'islam italiano. Il ministro Amato è soddisfatto per aver raccolto
la condanna unanime dell'aberrante manifesto dell'Ucoii in cui
paragonano le stragi naziste alle stragi israeliane. Anche se è
mancata l'unica condanna che serviva: quella del presidente
dell'Ucoii, Nour Dachan. Il pieno recupero dell'Ucoii avverrà
prossimamente tramite la sua adesione alla «Carta dei valori e dei
principi », proposta da Amato e a cui lo stesso Dachan concorrerà
alla sua formulazione.



A questo punto è doveroso domandarsi: a chi serve tenere in vita una
Consulta per l'islam italiano che si è rivelata una Consulta
dell'Ucoii? Che si è ridotta a uno strumento degli estremisti
islamici per accreditarsi come principali interlocutori del ministero
dell'Interno, per intimidire e ricattare lo Stato, per consolidare il
loro potere dentro e fuori dell'Italia. L'operazione salvacondotto
dell'Ucoii salverà la faccia al governo, salverà la pelle
all'Ucoii,manon risolverà il problema di fondo della maggioranza di
musulmani moderati, laici, liberali, agnostici o atei, e di tutti noi
italiani: la minaccia dell'ideologia e del potere degli estremisti
islamici che monopolizzano le moschee.



Ed è così che sul piano del rigore il governo rischia di essere
superato dai membri musulmani della Consulta — definiti «traditori»
da Dachan — perché considerano l'Ucoii una calamità per l'insieme dei
musulmani in Italia. Ebbene se il governo è pronto a chiudere un
occhio sull'affermazione di un sistema di potere islamico dispotico e
liberticida, i musulmani sono ahimè costretti a tenere ben aperti
entrambi gli occhi per una ragione semplicissima: sono loro le
principali vittime degli estremisti e dei terroristi islamici.



Eppure il ministro dell'Interno ha pieni poteri nella designazione
dei membri di un organismo puramente consultivo, che rispondono
direttamente a lui. Se anche la magistratura si è mossa contro
l'Ucoii, forse Amato avrebbe quantomeno potuto decidere la
sospensione di Dachan dalla Consulta nell'attesa dell'accertamento
delle responsabilità penali. Se nei confronti dei cittadini italiani
coinvolti in inchieste giudiziarie, per reati penali incompatibili
con le loro funzioni, si applica la sospensione dalle cariche
amministrative e talvolta da quelle politiche, perché mai lo stesso
criterio non dovrebbe valere per gli estremisti islamici?



Arriviamo alla «Carta dei valori e dei principi». Amato si è
limitato, formalmente, a redigere delle linee guida che ricalcano i
principi della Costituzione. Messa così è del tutto
decontestualizzata dalla realtà odierna, sarebbe potuta andar bene
cinquant'anni fa e potrebbe andar bene tra cinquant'anni, così come
potrebbe concernere gli italiani o gli immigrati sikh. Solo
informalmente Amato ha accennato che nella Carta dovranno essere
contemplati la condanna dell'Olocausto, il diritto di Israele
all'esistenza e la rinuncia formale alla sharia, la legge islamica.
Perché non sono stati messi nero su bianco questi e altri punti
qualificanti della specifica questione dei musulmani in Italia, prima
fra tutte il riscatto dellemoschee d'Italia dai predicatori d'odio
che inneggiano al terrorismo che mira alla distruzione di Israele e
all'annientamento della civiltà occidentale? È ipotizzabile che ciò
avvenga quando, a partire dal 3 ottobre, tutti i 16 membri musulmani
della Consulta formuleranno le loro proposte? Se oggi non si è avuto
il coraggio di allontanare o semplicemente sospendere Dachan dalla
Consulta, si arriverà domani a redigere una Carta inaccettabile
dall'Ucoii? Eppure se correttamente il governo non negozia con
l'opposizione i contenuti delle sue decisioni politiche, perché mai
si deve mercanteggiare con gli estremisti islamici i termini di una
Carta che dovrebbe regolamentare la formazione di un islam italiano?



L'Italia dovrebbe prendere atto del fatto che oggi c'è una
maggioranza di musulmani pronti a creare un fronte comune per isolare
e sconfiggere gli estremisti islamici. Siamo ancora in
tempo.Nonlasciamoci intimidire dalla tacita minaccia di aizzarci
contro centinaia di moschee. La nostra sicurezza verrà sempre meno se
ci pieghiamo al ricatto degli estremisti islamici. La nostra salvezza
dipenderà dalla consapevolezza che prima debelleremo la «fabbrica del
terrore», meglio salvaguarderemo il diritto alla vita e alla libertà
di noi tutti.

--
Cordiali saluti a tutti gli spiriti liberi e laici
         Marcus  Prometheus.

Penso che tutte le grandi religioni ...
Cristianesimo, Islam e Comunismo
siano insieme false e dannose. (B.Russell)

Ed il Quarto Cavaliere dell'Apocalisse
e' l' esplosione della popolazione mondiale
quadruplicata in 100anni. (M.Prometheus)

#14836 Da: "raffaele" <paraffl@...>
Data: Ven 1 Set 2006 12:37 pm
Oggetto: Islam : dall' illuminismo all' intolleranza
paraffl
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Segnalo sull' ultimo numero , 88 , di Lettera Internazionale un
interessantissimo articolo  : " Islam : dall' illuminismo all'
intolleranza " del tunisino Abdelwahab Meddeb ( autore del saggio " la
malattia dell' islam " Bollati Boringhieri 2003) , sintesi storica del
pensiero islamico dalle origini , intenso periodo di scambio
intellettuale collocabile tra il 750 e il 1050, oltre il quale e sino
ai giorni nostri il pensiero islamico non ha avuto una trasformazione
ma si sia cristallizzato, al di fuori di ogni dinamica di cambiamento.
L' autore si interroga sui motivi per i quali è regredito all' arcaico
oscurantista wahabbismo , portandolo lontano dalla lezione
illuministica.

#14837 Da: "raffaele" <paraffl@...>
Data: Ven 1 Set 2006 1:11 pm
Oggetto: Ogg: Il Corriere non lo dice (e nemmeno l’Unità)
paraffl
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DAL CHE SI EVINCE CHE BILLOBELLO BALLET E' FILOTALEBANO, GLI ISRAELIANI
SI TIRANO LE BOMBE SUI MARONI PER DARE LA COLPA AGLI ISLAMICI
E LA MISSIONE DI INTERPOSIZIONE ONU IN LIBANO E' " UN INTERVENTO
BELLICO " .
VALA' BILLOBALLE FATTI UNA BELLA DOCCIA FRESCA CHE TI PASSA LA BALLA

--- In ateismoscetticismoereligione@yahoogroups.com, billo ben
<billoben_2000@y...> ha scritto:
>
> Il Corriere non lo dice (e nemmeno l'Unità)
>   Maurizio Blondet
>   29/08/2006

#14838 Da: "Marcus Prometheus" <marcusprometheus@...>
Data: Sab 2 Set 2006 9:27 am
Oggetto: Cronache dell'EURABIA (italyia villayet) Allam Cittadinanza e veli- Stato italiano da man forte ai fondamentalisti contro i moderati
marcuspromet...
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2/09/06 - NOOOOOOO !
Concessa la cittadinanza italiana a[l marito di] un insieme di veli
neri, con una fessura per gli occhi, che coprivano un corpo
presumibilmente femminile.
[la cittadinanza del marito permettera' poi quella dell'insieme di veli neri].

L'incredibile episodio, su cui i relativisti culturali e le femministe
filo-islamiche esprimeranno tutta la loro approvazione, viene
denunciato da Magdi Allam in questo articolo che dovrebbe essere
diffuso a lettere di fuoco in tutti media pubblici e privati, e
ricordato tutti i giorni come incipit di tutti i telegiornali. Non
abbiamo mai visto tanta negazione della femminilità e dei diritti
delle donne come in questo assurdo episodio. LEGGI

http://www.nogod.it/allam.htm

Corriere della sera, sabato, 2 settembre 2006

Ecco la nuova famiglia italiana.
di Magdi Allam

Ecco la nuova famiglia italiana. Valmozzola, 673 anime compresa una
cinquantina di immigrati, è il più piccolo comune della provincia di
Parma. Era una giornata caldissima. La foto, pubblicata dalla Gazzetta
di Parma il 13 agosto scorso, mostra il sindaco, Gabriella Olari, con
un abito comprensibilmente sbracciato, avvolta dalla fascia tricolore.
Sta presiedendo al rito di attribuzione della cittadinanza italiana,
che viene conferita con un decreto del presidente della Repubblica.
Accanto a lei un'intera famiglia egiziana tra cui spicca la madre
completamente avvolta dal niqab , un velo integrale che ha un'unica
fessura all'altezza degli occhi. I nuovi cittadini italiani sono il
padre, Mohamed Ismail, e i suoi quattro figli minori, Asmaa, Asraa,
Mawadda e Abdel Rahman. Ora anche la moglie ha i requisiti per
richiedere la cittadinanza.
La foto della prossima cittadina italiana imbacuccata da cima a fondo,
è emblematica di ciò che diventerà la società italiana accordando la
cittadinanza senza verificare l'adesione ai valori fondanti della
nostra Costituzione e civiltà. Tra cui primeggia l'assoluta parità tra
uomo e donna e quindi la condanna di qualsiasi discriminazione nei
confronti della donna. Una realtà implicita nell'annullamento del
corpo e nell'umiliazione della personalità femminile. È del tutto
evidente che quella donna non si integrerà mai. Quel velo assoluto è
una barriera che la separa da una società nei cui confronti ha un
atteggiamento pregiudizialmente negativo. Ecco perché dare la
cittadinanza a queste persone si tradurrà inevitabilmente nella
formazione di un'Italia ghettizzata sul piano etnico, confessionale e
identitario, con comunità rinchiuse in compartimenti stagni
all'insegna del relativismo valoriale, culturale e giuridico, dove si
elargiscono libertà e diritti che ci vengono restituiti sotto forma di
indifferenza e intolleranza.
Ciò è purtroppo possibile principalmente per la nostra ignoranza,
ingenuità e ideologismo. Nonostante non esista alcuna prescrizione
coranica del velo, lo Stato italiano ha recepito e fatta propria la
versione più oltranzista dell'islam affermando, con una circolare del
Dipartimento della polizia di Stato del dicembre 2004, che l'utilizzo
del burqa, in quanto «segno esteriore di una tipica fede religiosa» e
una «pratica devozionale», non costituisce reato. Quindi l'Italia si è
spinta addirittura oltre il convincimento degli integralisti islamici
secondo cui l'islam imporrebbe un semplice velo che copre il capo,
sulla base di una discutibile interpretazione del versetto XXIV, 30-31
del Corano, sposando la tesi aberrante degli estremisti islamici
secondo cui la donna deve essere relegata sotto un velo integrale.
Ancor più grave di questo provvedimento amministrativo è la sentenza
11919, della terza sezione penale della Corte di Cassazione di Roma,
che lo scorso 4 aprile ha deliberato che «la religione musulmana
impone alle credenti» di portare il velo. Si tratta di una sentenza
definitiva e inappellabile del nostro Stato laico che sostiene
l'obbligatorietà del velo per le donne islamiche. Ebbene oggi gli
estremisti islamici nostrani possono legittimamente, con il pieno
conforto della magistratura italiana, esigere che in Italia le donne
musulmane siano tutte velate.
Questo sbandamento amministrativo e giuridico trova riscontro anche
nelle recenti decisioni dei Comuni di Riccione e di Francavilla al
Mare (Chieti) di riservare delle spiagge per sole donne musulmane,
separate con un muro. Il Comune di Riccione ha chiarito che si tratta
di un'iniziativa atta a favorire l'afflusso e i consumi dei ricchi
sceicchi arabi che arrivano con uno stuolo di donne, che non vogliono
che vengano viste in mare da altri uomini. Mentre il sindaco di
Francavilla, Roberto Angelucci - in una dichiarazione raccolta da Il
Giornale il 29 agosto - ha invocato nobili ragioni ideali: «Viviamo in
una società multirazziale ed anche Francavilla si sta adeguando alla
tendenza. Tutto questo, quindi, implica la presenza di persone con
culture e religioni diverse. Ed è proprio nel rispetto delle altre
culture e religioni che ritengo opportuno prevedere nel nuovo piano
spiaggia 2007 un tratto di arenile riservato esclusivamente alle donne
ed un altro agli uomini». Ebbene non si tratta forse di una flagrante
violazione di uno dei cardini della nostra civiltà, la parità tra uomo
e donna e il rifiuto di qualsiasi discriminazione delle donne? Come
non rendersi conto che la svendita dei valori per denaro o cinismo
ideologico porterà dritto al suicidio della nostra civiltà?
Così come non può non preoccupare il fatto che a Padova il ghetto di
via Anelli, teatro di violenti scontri tra nigeriani e maghrebini lo
scorso 26 luglio, sia stato prima isolato con un muro e poi, su
iniziativa del Comune, si è affidato a vigilantes extracomunitari il
compito di garantirne la sicurezza. Alla realtà del ghetto etnico e
confessionale, si aggiunge ora la discriminazione politica che
inesorabilmente produrrà la ghettizzazione identitaria. Ci rendiamo
conto che ammettendo che le istituzioni italiane non sono in grado di
garantire la legge e la sicurezza sul proprio territorio, di fatto ci
rendiamo responsabili di un gravissimo cedimento sul piano della
sovranità e identità nazionale?
In tutto ciò i principali colpevoli siamo noi italiani. Lo sapete che,
dal primo luglio scorso, in venti motorizzazioni è possibile ottenere
la patente di guida sostenendo l'esame, a propria scelta, in sette
lingue, tra cui l'arabo, il russo e il cinese? Ebbene visto che la
patente di guida italiana è un documento richiesto da un residente
fisso, ci rendiamo conto che sarebbe necessario che questi immigrati
conoscessero adeguatamente la lingua italiana? Si tratta di una
iniziativa sbagliatissima perché fa venire meno il primato e
l'obbligatorietà della lingua italiana per chi soggiorna stabilmente
nel nostro Paese.
È questo insieme di fatti reali che connotano l'immagine di un'Italia
che procede alla rinfusa e ciecamente nella definizione di un nuovo
modello di convivenza sociale imposto da un mondo sempre più
globalizzato. Un'Italia che viaggia con una navigazione a vista, senza
un comandante che indichi la rotta da seguire e il punto d'approdo,
lasciando campo libero all'arbitrio dei singoli membri dell'equipaggio
con la loro irresistibile sete di protagonismo. Il rischio, lo si può
facilmente intuire, è che la nave affondi.
www.corriere.it/allam
Corriere della sera, sabato, 2 settembre 2006

4/05/06 - Condannati a Morire

L' ISLAM E GLI APOSTATI

L' elenco dei musulmani condannati a morte per apostasia si allunga
sempre più. Tra i nomi nuovi spiccano quello di Hassan Al Turabi, il
più influente e controverso leader islamico sudanese, e Gamal Al
Banna, fratello del fondatore dei Fratelli Musulmani. A testimonianza
della gravità della minaccia, Gamal Al Banna presiede un «Comitato di
difesa delle vittime delle fatwe del terrore». Perfino Osama Bin Laden
ha deciso di aderire a questa sorta di tribunale dell' inquisizione
islamico che taglierebbe la testa alla gran parte dei musulmani.
Compreso un misterioso Khaled Hilal, egiziano, residente in Italia,
definita «territorio della miscredenza, degli adoratori della croce,
dell' oppressore e del politeismo». Stiamo probabilmente assistendo al
preludio di uno spietato regolamento di conti in seno a un mondo
islamico saturo dell' ideologia dell' intolleranza, dell' odio, della
violenza e della morte. Al Turabi, doppio dottorato in legge a Oxford
e alla Sorbona, dopo essere stato il leader dei Fratelli Musulmani
sudanesi, dopo aver indossato i panni del carnefice nel patrocinare la
condanna per apostasia del teologo riformatore Mahmoud Mohammad Taha,
ucciso il 18 gennaio 1985, si ritrova a rivivere un' esperienza
terrificante nel ruolo della vittima. Sul suo capo pendono ben due
fatwe di condanna a morte per apostasia, emesse dalla «Lega giuridica
islamica dei teologi e dei predicatori nel Sudan» e dal «Consiglio
giuridico islamico sudanese». Per aver sostenuto che la donna
musulmana è libera di sposare un cristiano o un ebreo senza che questi
debbano convertirsi all' islam; libera di svolgere la funzione di imam
anche nella preghiera collettiva mista in moschea; libera di non
coprirsi i capelli con il velo perché il Corano non lo prescrive;
libera di accedere a tutte le cariche dello Stato compresa la
presidenza; libera di testimoniare in tribunale con uno status del
tutto paritario a quello dell' uomo. Ebbene questa è la sentenza
inflittagli: «Turabi è un miscredente, un apostata, deve pentirsi di
tutto ciò che ha detto, deve rendere pubblico il suo pentimento. In
caso contrario deve essere applicata la pena corporale prevista dalla
sharia, la condanna a morte tramite lapidazione sua e dei suoi libri».
E per aver lanciato l' appello «Toglietevi il velo!» alle donne
musulmane, la ricercatrice svizzero-yemenita Elham Manea è finita
anch' essa sotto le grinfie dei predicatori d' odio che l' hanno
tempestata di minacce di morte. Ma lei ha replicato a testa alta sul
sito www.metransparent.com, rifiutando le intimidazioni. Così come ha
fatto Shaker Nabulsi, intellettuale giordano residente negli Stati
Uniti, incluso in un elenco di 33 personalità riformatrici e liberali,
condannate a morte dal sedicente gruppo dei «Partigiani vittoriosi del
Profeta di Allah»: «Ringrazio Dio che i liberali sono diventati
Wanted, nemici di tutti i demoni della terra nel mondo arabo, perché
questo è l' inizio di una vera battaglia di pensiero tra il
liberalismo e l' oscurantismo arabo». Nella sentenza di condanna a
morte collettiva, si precisa che gli apostati «non fanno più parte
dell' islam, si sono accodati ai predicatori della miscredenza, gli
adoratori cristiani della croce e degli idoli, hanno avuto rapporti
con i figli delle scimmie e dei maiali tra la gente di Israele». Ai 33
«apostati» era stato concesso un ultimatum di tre giorni, scaduto il
13 aprile scorso, per pentirsi. Tra i nomi spicca quello dei teologi
riformatori egiziani Gamal Al Banna e Mohammad Said Al Eshmawi, l'
intellettuale liberale egiziano Saad Eddine Ibrahim, la psicologa
siriana residente negli Stati Uniti Wafa Sultan, l' intellettuale
tunisino Lafif Al Akhdar, residente in Francia. Il fatto che la
schiera degli «apostati» cresca sempre più potrebbe essere un segno di
debolezza dei terroristi. Un tentativo di arginare una corrente di
pensiero che ha il coraggio di denunciare apertamente i loro crimini.
Certamente questo è soltanto l' inizio della resa dei conti.
www.corriere.it/allam
Allam Magdi



3/02/06
Un Nemico in Casa: la Paura
di MAGDI ALLAM dal Corriere della Sera
La via della riscossa intellettuale e della rinascita civile è
possibile laddove gli occidentali e i musulmani riscoprono la
centralità della persona facendo prevalere i valori della vita.
Grazie Jaques Lefranc. Grazie Robert Menard. Grazie Jihad Momani.
Grazie Maha Al Sharif. Con il loro coraggio i direttori del quotidiano
francese France Soir, di Reporters sans frontieres, dei settimanali
giordani Shehane e The Star, hanno aperto una breccia di luce e
lasciato trasparire un barlume di speranza nella crisi delle menti e
dei valori che si è avviluppata nelle tristemente note «vignette
sataniche».
Si è trattato di un soffio d'aria pura nel clima avvelenato che
pervade un mondo islamico che riscopre la sua unità nella logica delle
intimidazioni, nella cultura dell'odio e nella pratica del terrorismo.
Con a fronte un Occidente rimpicciolito più che mai da una paura che
dopo essersi impossessata degli animi viene assurta a ideologia di
Stato, forgiando l'attività dei governi e paralizzando l'iniziativa
della società civile. Se dovessimo oggi fissare l'immagine del tanto
paventato «scontro di civiltà», ebbene dovremmo prendere atto che
l'Occidente è costretto sulla difensiva non solo nei confronti del
«nemico» esterno, ma soprattutto del «nemico» più insidioso, quello
che si annida e cresce al proprio interno.
Stiamo parlando delle organizzazioni integraliste ed estremiste
islamiche che, dai pulpiti delle moschee trasformate in centri di
indottrinamento ideologico, hanno promosso una strategia di
sottomissione delle comunità immigrate musulmane sfruttando abilmente
l'ingenuità e la collusione degli europei. Coordinate da veri e propri
centri di comando, tra cui spicca la «Unione internazionale degli
ulema» con sede a Dublino, capeggiata guarda caso dal noto
telepredicatore della tv Al Jazeera, lo sheikh Youssef Qaradawi. Il
referente spirituale e giuridico dell'insieme dei Fratelli musulmani
in Europa, posto anche alla guida del «Consiglio europeo della fatwa e
della ricerca», anch'esso con sede a Dublino. Tra i 300 membri della
«Unione internazionale degli ulema» figurano il mufti di Gerusalemme,
Ikrima Sabri, e il presidente della «Associazione degli ulema
musulmani dell'Iraq», Haris al Dhari. Tutta gente che, come hanno
esplicitato in un comunicato del 19 novembre 2004, hanno legittimato
«la resistenza, dentro e fuori l'Iraq, fino alla liberazione
dell'Iraq», specificando che «è jihad difensivo che non necessita di
un comando generale e che comporta l'obbligo della partecipazione di
tutti». Tutta gente che plaude agli attentati terroristici suicidi che
massacrano gli israeliani o gli occidentali in Iraq. Tutta gente che
impartisce gli ordini dall'Europa, come quello che annuncia per oggi
una «Giornata mondiale dell'ira» contro la pubblicazione delle
vignette raffiguranti il profeta Mohammad (Maometto).
Eppure Qaradawi e i suoi Fratelli musulmani dovrebbero sapere che la
raffigurazione del profeta è sempre avvenuta nel corso della storia
islamica. Se proprio non lo sapessero, vadano nel sito degli islamici
riformatori e liberali www.muslimwakeup.com e nel forum troveranno un
link che rimanda a una voluminosa raccolti di ritratti su tela e in
miniatura, nonché vignette satiriche sul profeta.
A parte ciò, anche qualora i musulmani non dovessero ritrarre il loro
profeta, perché mai dovrebbe essere vietato a un non musulmano? Infine
per quale ragione ai musulmani è ampiamente concesso ritrarre vignette
offensive dei cristiani e degli ebrei, senza che sia stata proclamata
alcuna «guerra santa» contro l'insieme dell'islam, mentre tutto il
mondo sarebbe tenuto a un particolare riguardo nei confronti della
sensibilità dei musulmani?
Addirittura, con una sconcertante logica, il ministro dell'Interno
saudita ha ieri reiterato la richiesta di una condanna da parte del
Vaticano. Ma l'Arabia Saudita si è mai scusata con il Vaticano per i
tanti cristiani che sono stati sgozzati in Iraq, massacrati nel Sudan,
perseguitati ovunque nei Paesi musulmani? Noi siamo grati ai
giornalisti francesi e giordani perché hanno dimostrato nei fatti di
avere a cuore, al di là delle loro fedi o idee, una comune civiltà
umana fatta di amore e di vita.
www.corriere.it/allam

30/01/06 - DANIMARCA
Una fatwa spegne la satira
di MAGDI ALLAM
Questa è una storia incredibile e raccapricciante che dovrebbe farci
drizzare i capelli e spronarci alla mobilitazione generale. Da un lato
ci sono due Stati europei, Danimarca e Norvegia, che stanno subendo le
conseguenze di una «guerra santa» scatenata dall'insieme del mondo
musulmano per la pubblicazione di 12 vignette che ritraggono il
profeta Maometto. Dall'altro ci sono la latitanza dei governi
dell'Unione Europea e il silenzio di politici, intellettuali,
militanti per i diritti umani in Occidente. E nel mezzo c'è un
«cavallo di Troia», l'Unione internazionale degli ulema, un conclave
di 300 teologi islamici affiliati ai Fratelli Musulmani, che da
Dublino definisce la strategia volta a costringere i due Paesi europei
a «rinsavire e scusarsi per il male causato ai musulmani».
Cominciamo dall'inizio di questa storia. Ci sarebbe da sorridere. Lo
scrittore danese Kare Bluitgen lamenta il fatto di non essere riuscito
a trovare un artista disposto a illustrare un suo libro, destinato ai
bambini, sulla vita di Mohammad. Perché, spiega, tutti hanno paura
della vendetta degli estremisti islamici qualora raffigurassero il
profeta. La vicenda viene rilanciata dal quotidiano Jillands Posten
che, a mo' di sfida, indice un concorso per delle vignette satiriche
su Mohammad da accompagnare a un'inchiesta sull'autocensura e la
libertà di espressione. Le 12 vignette ricevute vengono pubblicate lo
scorso 30 settembre. Da allora si è scatenato il finimondo.
Certamente le vignette sono discutibili così come lo fu il
cortometraggio Submission di Theo van Gogh, sgozzato da un terrorista
islamico nel centro di Amsterdam il 2 novembre 2004. Una in
particolare ritrae Mohammad con un turbante a forma di bomba con la
miccia accesa, simboleggiando il connubio tra islam e terrorismo. Al
riguardo la schietta giornalista egiziana Mona Eltahawy, intervenendo
sul quotidiano libanese The Daily Star , ha ricordato che proprio
recentemente in Danimarca il leader del gruppo estremista islamico
Hizb al-Tahrir, Fadi Abdullatif, ha incitato a uccidere i ministri del
governo per la partecipazione militare danese in Iraq, nonché a
massacrare gli ebrei. Quindi si è domandata: «Abdullatif ha invocato
il Corano per giustificare l'incitamento alla violenza! E noi ci
meravigliamo che la gente associ l'islam alla violenza?».
Chiariamo subito che per gli integralisti islamici il reato non è solo
nell'aver ritratto in modo percepito come offensivo il profeta, ma nel
semplice fatto di averlo ritratto. Perché secondo loro sarebbe di per
sé un fatto sacrilego. Ebbene la verità è che Mohammad fu un uomo come
tutti gli altri e lui stesso vietò che lo si venerasse come una
divinità. Gli sciiti, i sunniti nell'epoca ottomana e in India hanno
ritratto il profeta senza remore. Di fatto coloro che mettono un veto
alla raffigurazione di Mohammad compiono un compromesso tra i più
oscurantisti, quali i wahhabiti in Arabia Saudita, che predicano il
divieto assoluto della raffigurazione degli esseri viventi, e i
modernisti che all'opposto favoriscono tutte le arti figurative.
Ma torniamo alla guerra santa scatenata contro Danimarca e Norvegia.
Il secondo Paese scandinavo è stato coinvolto dopo che il settimanale
Magazent , in segno di solidarietà con Jillands Posten , ha anch'esso
pubblicato le vignette incriminate. Il risultato è che sono stati
condannati a morte i vignettisti e i direttori dei due giornali. Tutti
i governi musulmani hanno formalmente protestato e messo in guardia
«dalla reazione nei Paesi islamici e nelle comunità musulmane in
Europa»(!). Dall'Arabia Saudita alla Mauritania è stato promosso il
boicottaggio delle merci danesi e norvegesi. Gli ambasciatori
musulmani vengono richiamati per protesta, mentre la Libia ha deciso
di chiudere la propria sede diplomatica a Copenaghen. Ovunque gli imam
delle moschee incitano le masse a riscattare l'onore e la dignità del
profeta. La Lega Araba, l'Organizzazione per la Conferenza islamica e
la Lega musulmana mondiale intendono interessare del caso le Nazioni
Unite per far approvare una risoluzione che denunci il «razzismo, la
discriminazione e l'islamofobia» di cui sarebbero vittime i musulmani
in Occidente. Dimenticando che nei Paesi musulmani si fa apertamente
apologia di terrorismo ed è radicata la cultura dell'odio contro gli
ebrei e i cristiani.
Finora il premier liberale danese Rasmussen, a differenza del collega
socialista norvegese Stoltenbergs, non si è piegato né alle sanzioni
né alle minacce. Una resistenza che ha convinto i musulmani laici in
Danimarca a uscire allo scoperto e a dissociarsi dall'estremismo degli
imam locali. Resta il fatto che i giornalisti danesi e norvegesi
stanno combattendo, in solitudine, una battaglia per la libertà a
salvaguardia della civiltà occidentale. Ebbene: che cosa aspetta a
intervenire l'Occidente? Adotterà la politica dello struzzo fino a
quando un altro Theo van Gogh non sarà assassinato a Copenaghen o a
Oslo?
www.corriere.it/allam
Corriere della sera, lunedì, 30 gennaio 2006

Corriere della sera del 31/08/05
Guerra santa, il tour italiano
di Magdi Allam
E' possibile che un apologeta del terrorismo suicida islamico e
dello sterminio degli ebrei, incarcerato diverse volte in Egitto,
cacciato dagli Stati Uniti e in seguito dal Canada, possa essere
accolto in un Paese europeo? Sì, in Italia. E' possibile che uno
dei più pericolosi predicatori dell'odio islamico contro l'Occidente
e Israele, dopo aver incredibilmente ottenuto un regolare visto
d'ingresso, diffonda i suoi veleni in pubbliche assemblee di
militanti islamici indette in ben sei città, tra il silenzio e
l'indifferenza del governo, dell'opposizione, della magistratura e
dei mezzi d'informazione? Sì, in Italia. E' possibile che questa
sconcertante campagna di indottrinamento allo scontro di religione e
di civiltà possa essere stata promossa dall'organizzazione che
controlla la gran parte delle moschee e viene accreditata da taluni
come rappresentante dei musulmani? Sì, in Italia.
Dobbiamo ringraziare la coraggiosa collega Cristina Giudici del
Foglio, che sabato scorso si è intrufolata tra i circa 600
partecipanti all'incontro con Wagdy Ghoneim, questo il nome
del «professore», svoltosi al Palasesto di Sesto San Giovanni, gli
uomini davanti e le donne dietro separate da un tendone. Ci ha così
riferito della sua apologia del terrorismo suicida («Morire per una
causa è importante, significa andare in Paradiso»), della sua
negazione del diritto di Israele all'esistenza («Un nemico che non
ha patria»), dei suoi anatemi contro l'integrazione in seno alla
società italiana («il destino di tutti gli uomini è essere
musulmani, altrimenti si diventa come gatti o topi»), contro
l'emancipazione delle donne («il compito delle mogli è restare a
casa e accudire i figli»).
Queste sono le fonti spirituali e ideali a cui si abbeverano i
militanti dell'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni
islamiche in italia), che ha ufficialmente invitato in Italia
Ghoneim. E' il caso di dire che predicano bene e razzolano male.
Come è possibile che l'Ucoii annunci pubblicamente a luglio la sua
condanna del terrorismo, per poi ad agosto sponsorizzare un
apologeta del terrorismo e, infine, indire a settembre una
manifestazione nazionale contro il terrorismo? Eppure, è possibile.
Semplicemente ricorrendo all'arte della taqiya, della
dissimulazione, un precetto sciita fatto proprio dai Fratelli
Musulmani a cui fanno riferimento sia l'Ucoii sia il loro mentore
Ghoneim.
Questa dissimulazione ideologico-religiosa è stata impiegata
recentemente dall'Ucoii per occultare la loro legittimazione del
jihad, inteso come guerra santa, e per relativizzare il concetto e
la condanna del terrorismo. Nella versione integrale della fatwa,
responso giuridico islamico, emessa all'indomani delle stragi di
Londra e Sharm el Sheikh, l'Ucoii affermò la legittimità del «Jihad
fi sabilillah, sforzo sulla via di Dio, inteso anche come fisico,
vuoi militare». Ebbene proprio la denuncia del Corriere indusse
l'Ucoii a togliere i due paragrafi legittimanti il jihad dal testo
consegnato alla stampa il 31luglio scorso.
L'altro esempio di taqiya è nel paragrafo della fatwa relativo al
terrorismo che viene condannato in quanto fitna, intesa
come «eversione malefica», e quindi accomunato a «ogni forma di
terrorismo, guerra civile e aggressione contro le creature
innocenti». E' così che l'Ucoii, da un lato, mette sullo stesso
piano gli attentati terroristici suicidi di Londra, le rappresaglie
israeliane e le incursioni americane contro le basi di Al Qaeda,
dall'altro considera legittima resistenza gli attentati suicidi che
massacrano gli israeliani o gli occidentali in Iraq. Una
dissimulazione che sottintende il doppio binario etico nella
valutazione dello stesso terrorismo islamico a secondo dell'identità
delle vittime.

Tutto ciò avviene in Italia. Alla luce del sole. Ma i più non
vedono, non sentono, non parlano. E quando vedono, sentono, parlano
finiscono per schierarsi dalla parte degli apologeti del jihad e dei
praticanti della taqiya.

Corriere della Sera, 31 agosto 2005


--
Cordiali saluti a tutti gli spiriti liberi e laici
         Marcus  Prometheus.

Penso che tutte le grandi religioni ...
Cristianesimo, Islam e Comunismo
siano insieme false e dannose. (B.Russell)

Ed il Quarto Cavaliere dell'Apocalisse
e' l' esplosione della popolazione mondiale
quadruplicata in 100anni. (M.Prometheus)

#14839 Da: billo ben <billoben_2000@...>
Data: Sab 2 Set 2006 9:50 am
Oggetto: TESTO INTEGRALE DELL'INTERVISTA A WARSCHAWSKI
billoben_2000
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TESTO INTEGRALE DELL'INTERVISTA A WARSCHAWSKI


     Di Geraldina Colotti


     Raggiungiamo a Gerusalemme l'analista politico Michel Warschawski, 57
    anni, uno dei maggiori esponenti della sinistra radicale israeliana.

     D. Lei è stato fra i primi israeliani a rifiutarsi di prestare servizio
    militare fuori dai confini e per questo, durante la guerra in Libano
    dell'82 è stato più volte in carcere. Qual è la sua analisi oggi?


     R. Non si può comprendere questa guerra d'aggressione contro il Libano,
    né l'accanimento contro i palestinesi, in particolare a Gaza, fuori dal
    contesto della guerra permanente e preventiva intentata dai
    neoconservatori di Washington a livello mondiale e fatta propria da Tel Aviv.
L'obiettivo
    è quello di imporre l'egemonia nordamericana nella regione a scapito di
regimi
    come Siria e Iran e organizzazioni politiche di massa come Hamas e
    Hezbollah, identificate come terroristiche. Ma questa guerra è stata anche
    un laboratorio, in termini di strategia, tattica, e sperimentazione di
    armi che Israele ha ricevuto in questi anni da Washington: anche armi
    sconosciute, come abbiamo appreso dal manifesto.

     D. Nell'82, in Israele ci fu un forte movimento di opposizione alla
    guerra. Qual' è invece la situazione oggi?

     R. Anche oggi il movimento contro la guerra è attivo, ma purtroppo è
    minoritario, non riesce a esercitare egemonia. Al massimo mobilita 5-6.000
    persone. Al suo interno, ci sono forze di sinistra o di estrema sinistra.
    La maggioranza ha meno di 25 anni. Sono quelli che si sono mobilitati nel
    corso di questi ultimi anni contro l'occupazione, che non hanno creduto alla
    propaganda secondo cui il processo di pace sarebbe fallito per colpa del
    'terrorismo palestinese', che hanno compreso la strategia di
    neocolonizzazione messa in atto dal governo. Sono quelli che si sono
    opposti alla costruzione del muro, alla repressione nei territori occupati, e
che
    oggi costituiscono la colonna vertebrale del movimento antiguerra. Ma fra
    questi giovani e la mia generazione, quella dei militanti che si sono
    opposti alla guerra in Libano nell'82, c'è un buco generazionale. Il
    movimento contro la guerra, che era riuscito a farsi sentire davvero
    nell'82 e anche nell'88, durante la prima intifada, in gran parte oggi
sostiene
    ufficialmente la politica del governo: sostiene quella che percepisce come
    una guerra di autodifesa. Il discorso secondo cui c'è una minaccia del
    terrorismo islamico che incombe sulla democrazia è ormai maggioritario,
    ha distrutto quella grande opposizione alla guerra, la sua efficacia e la sua
    capacità di produrre egemonia in Israele. Oggi la maggioranza della
    società vede nell'esercito l'ultima difesa contro un nuovo giudeocidio.
Alcune
    delle  unità combattenti più prestigiose, assomigliano ormai agli squadroni
della
    morte, specializzate come sono nelle cosiddette uccisioni mirate, ma la
    domanda per entrare a farne parte è altissima.


     D. Perché la società israeliana ha voltato le spalle alla pace? Le
    Rivolgo una domanda che ricorre nei suoi ultimi libri: Sulla frontiera, edito
da
    Città aperta; Israele-palestina, edito da Sapere 2000; A precipizio, Bollati
    Boringhieri.

     R. Da anni è in corso in Israele una massiccia campagna per convincere la
    società che la pace è un'illusione e che occorre tornare al cosiddetto
    spirito del '48. Una vera controriforma su tutti i piani (culturale,
    ideologica, giuridica e istituzionale), che, dopo l'11 settembre, ha
    incontrato e inglobato la teoria dello scontro di civiltà e la retorica
    della guerra al terrorismo. Alle ragioni geostrategiche di controllo del
    territorio e di annessione continua dell'intera Palestina storica, si è
    aggiunto un altro elemento: a partire dell'11 settembre, anche la
    stragrande maggioranza della sinistra moderata, quello che per voi è il
    centrosinistra,  pensa che ci sia una civiltà minacciata dai barbari e che
occorra
    difendersi. Si crede l'avamposto della civilizzazione nel cuore del mondo
    arabo, l'ultimo baluardo in seno alla barbarie: questo è il discorso che è
    passato.

     D. E non riscontra un atteggiamento speculare anche in certi settori
    dell'islamismo radicale?

     R. Non sono d'accordo. Ascolto con molta attenzione Nasrallah e, come
    altri commentatori in Israele, constato che i suoi discorsi sono pacati e
    di grande responsabilità: tutto il contrario dell'occidente che si pretende
    baluardo di civiltà e che invece trasuda retorica fondamentalista. Sembra
    di assistere a un capovolgimento di valori: il campo laico che si abbandona
    al fanatismo, e quello religioso che, anche se parte da una diversa
    concezione, fa di tutto per non pronunciare discorsi confessionali.

     D. Nei suoi libri lei parla di disumanizzazione dei palestinesi e degli
    arabi da parte di Israele. Cosa intende?

     R. Con l'11 settembre c'è stata una svolta. Fino ad allora, i palestinesi
    venivano percepiti come nemici con cui si aveva una divergenza profonda,
    soprattutto per via della violenza, ma si dava per possibile che la
    questione potesse essere affrontata, che si dovesse arrivare a una qualche
    trattativa concreta. Aver assunto il discorso dei neoconservatori
    americani, ha spinto Israele a un cambiamento qualitativo: da nemici che
erano, i
    palestinesi si sono trasformati in minaccia. E una minaccia non è più
    identificabile in un contenzioso concreto e in un nemico concreto, incombe
    e basta e ci si deve difendere. "Israele è una villa nel cuore della
    giungla", ha detto qualche anno fa Ehud Barak. Si può mai intrattenere
rapporti con
    la giungla? Questo discorso domina e guida la politica israeliana e la gran
    parte dell'opinione pubblica.

    D. Scomparsa l'Unione sovietica, si ha bisogno di un altro Impero del
    male?


     R. E' evidente che con la scomparsa del nemico globale che minacciava il
    cosiddetto mondo libero, e cioè l'Urss, e con l'azzeramento del processo
    di pace con i palestinesi, si è dovuto rimpiazzare il vuoto con una minaccia
    apocalittica. Non a caso, riferendosi ad Al-Qaeda, si parla di nebulosa: un
    mostro immateriale. Una guerra, quindi, che non si può mai vincere perché
    il nemico è un fantasma che non può essere identificato. Solo che la guerra è
    reale e fa disastri concreti. Anzi, innesca un meccanismo difficilmente
    controllabile, capace di creare da sé la minaccia ancora prima che si
    presenti. In Israele, questo meccanismo si innerva su un inconscio
    collettivo marcato da un genocidio che è ancora recente, perché sono
    passati appena 60 anni, e che rapidamente traduce ogni problema politico
concreto
    in minaccia esistenziale. Non è infatti razionale credere che qualche razzo
    di  Hezbollah possa preoccupare davvero una grande potenza militare come
    Israele, al massimo può portare a un certo livello di destabilizzazione,
    ma certo non minaccia l'esistenza del popolo ebreo come ha sostenuto il primo
    ministro israeliano. Però, la propaganda porta a leggere il presente e la
    storia come un immenso pogrom che continua da millenni e per cui non ci si
    può mai fermare: una dinamica di guerra infinita. Siamo sull'orlo del
    baratro e ne stiamo avendo un assaggio.

     D. Il suo libro A precipizio, La crisi della società israeliana, è
    dedicato a due comunisti tedeschi, trasferitisi in Israele per fuggire al
    nazismo. Due militanti anticolonialisti. Perché ha fallito quella
    generazione di comunisti in Israele?

     R. Micha e Trude hanno trovato rifugio in Palestina un po' loro malgrado,
    pensavano di tornare indietro dopo la liberazione dal nazifascismo, ma poi
    sono rimasti. Da loro, impermeabili a ogni forma di tribalismo, ho appreso
    che l'internazionalismo e l'impegno comunista sono maniere di essere
    cittadini del mondo. Erano migliaia i comunisti che, prima del '48, si
    sono scontrati con una realtà coloniale che gli ha lasciato poco spazio: non
    erano aggrappati all'identità ebraica, ma non erano arabi. E gli arabi,
    anzi, li identificavano col campo avverso. E' la logica perversa dei
    conflitti nazionali. Ti ritrovi tuo malgrado nei quartieri bombardati
    dagli arabi, o viceversa: ci vuole una grande convinzione per prendersi le
bombe
    e dire: io sono altro da questo.

     D. Lei pensa in questo modo, ma continua a vivere a Gerusalemme. Perché?

     R. Ancora di recente, durante una manifestazione contro la guerra, sono
    stato aggredito dagli estremisti religiosi. Ma ogni cedimento sarebbe una
    tragedia per i nostri figli. La politica di guerra dei dirigenti   israeliani
    porta alla catastrofe, e chiude le porte alla possibilità di una
    coesistenza nazionale con i palestinesi. Ci fanno odiare dagli arabi perché,
pur
    vivendo in una regione araba, Israele rigetta il mondo arabo. Bisogna essere
pazzi
    per credere che possiamo imporre la nostra esistenza in questa regione
    contro il mondo arabo.

     D. In un volume edito da Sapere 2000, Israele-Palestina, la sfida
    binazionale, lei - riferendosi a lontane esperienze intercomunitarie tra
    ebrei e musulmani, auspica un nuovo sogno Andaluso per il XXI secolo. Che
    cosa intende?

     R. Una comunità può vivere e pensarsi in relazione con l'ambiente umano
    che la circonda, oppure in autarchia. Io penso che tutto ciò che è
    autarchico impedisca ogni sviluppo e marcisca. Accade così a Israele, che
    ha scelto di vivere in autarchia, in una specie di ghetto armato in pieno
    Medioriente, cioè in opposizione al contesto. Uno dei compiti degli
    intellettuali - che oggi, purtroppo, sono completamente preda della
    sindrome da assedio -  è di far capire questo alla gioventù israeliana,
insegnare
    nelle scuole che le più belle pagine degli ebrei nel mondo sono quelle in
    cui hanno arricchito e si sono arricchiti della cultura del posto. In
    particolare, in Andalusia, in  quella che chiamiamo l'età d'oro degli
    ebrei, quando la cultura musulmana e quella ebraica, e in misura minore
quella
    cristiana, convivevano in un dialogo proficuo che ha portato al massimo
    sviluppo il Medioevo. E' stata poi la Riconquista che, dopo la caduta di
    Granada nel 1487, ha distrutto tutto. Le pagine di questa storia non si
    insegnano in Israele, farle conoscere, invece, serve a dimostrare che la
    convivenza tra giudei e musulmani è stata possibile e reciprocamente
    feconda.

     D. Cosa dovrebbe fare Israele per invertire la rotta?

     R. Intanto, applicare le numerose risoluzioni dell'Onu, tutte disattese.
    Mettere fine all'occupazione. Costruire legami di coesistenza con i
    palestinesi e con la regione in cui si trova, non fare l'apripista per le
    politiche nordamericane. Sul piano politico, dovrebbe trasformarsi da
    stato ebraico a stato di tutti i cittadini, separare religione e Stato,
    statalizzare la terra e finirla con le discriminazioni etniche. Sostituire
    la Legge del ritorno con una legislazione che consenta il ricongiungimento
    familiare e l'immigrazione di tutti, a cominciare dai profughi
    palestinesi.
    Prevedere forme di autogestione che garantiscano l'espressione delle
    diversità, in primo luogo quella dei palestinesi.

     D. Nei suoi libri, lei paragona il processo di Oslo a una sorta di
    compromesso storico che non ha funzionato. Quale via rimane oggi ai
    palestinesi?

     R. Siamo in un complicato periodo di transizione. Se mi avesse posto la
    domanda qualche anno fa le avrei detto: qualunque sia la soluzione a lungo
    termine, a breve termine deve passare per la costruzione di uno stato
    palestinese e la fine dell'occupazione, la decolonizzazione della
    Cisgiordania, uno stato palestinese a fianco di quello israeliano, e un
    lavoro per arrivare a una forma di coabitazione più stretta. Ma ora, dopo
    la distruzione sistematica nei territori occupati, che da cinque anni Israele
    persegue, e l'accanimento degli ultimi mesi contro il popolo palestinese,
    ho molte difficoltà a rispondere. Cosa fa la l'Europa perché i palestinesi
    abbiano una terra? Cosa fa l'Italia ora che c'è un governo di
    centrosinistra? Molto meno di quanto facevano i governi democristiani. Per
    ora, quindi, vedo un unilateralismo totale che mira a chiudere la partita
    con una seconda nakba. Secondo la politica dello stato israeliano, esiste
  un solo popolo, quello ebreo, e un problema: quello palestinese.
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#14840 Da: "raffaele" <paraffl@...>
Data: Sab 2 Set 2006 9:51 am
Oggetto: ISLAM A MILANO Una scuola Due stati . di Magdi Allam
paraffl
Invia email Invia email
 
Non c'è da parte mia, italiano e *musulmano laico*, alcuna
preclusione ideologica nei confronti delle scuole islamiche o arabe
in Italia. Ma sono convinto che oggi la priorità dei musulmani e
degli arabi sia l'integrazione, che solo la scuola pubblica può
garantire.




ISLAM A MILANO
Una scuola Due stati
  Sul piano rigorosamente formale, la nascita di una scuola araba a
Milano è del tutto legittima. Ma sul piano sostanziale essa pone dei
seri problemi all'integrazione dei figli di immigrati musulmani che
percepiscono se stessi con una identità separata e conflittuale.
Una sorta di Stato islamico in fieri da preservare il più possibile
dalla contaminazione dello Stato italiano di cui disconoscono e
rifiutano i valori fondanti della comune identità nazionale.
Siamo di fatto all'atto secondo della «guerra santa» sferrata dagli
islamici «duri» e «puri» che non vogliono assolutamente che i loro
figli studino nella scuola pubblica, che è il principale veicolo di
integrazione e di trasmissione della lingua, della cultura e dei
valori condivisi dalla società italiana. Ebbene non è forse singolare
che lo zoccolo duro della sedicente scuola islamica di via Quaranta,
ovvero i genitori di un centinaio di bambini sui circa 500 che la
frequentavano, affermino oggi di voler dar vita a una nuova scuola
araba «laica»? Può non far riflettere il fatto che diversi tra coloro
che promuovano questa iniziativa siano gli stessi che ingaggiarono
uno strenuo e lungo braccio di ferro con le autorità comunali e
governative per difendere la scuola dal nome altamente
evocativo «Alba dell'islam»?
Oggi tutti, sinceramente o per convenienza, riconoscono la giustezza
della battaglia civile culminata nel settembre 2005 nella chiusura
forzata di quel centro di indottrinamento all'ideologia
dell'estremismo islamico, dopo aver operato per ben 15 anni nella più
totale illegalità all'ombra della moschea di viale Jenner, la più
inquisita e collusa con il terrorismo islamico globalizzato. Un
risultato indubbiamente positivo è che la grande maggioranza dei
circa 500 studenti originari si siano iscritti nella scuola pubblica,
mentre sono un centinaio coloro che hanno perseverato nella linea
della «fermezza ideologica», escogitando la soluzione dell'istruzione
paterna di massa, anche se a rigore potrebbe essere adottata solo su
base individuale.
Il fatto che la nuova scuola araba, che sorgerà in uno stabile
affittato dalle Acli in via Ventura, seguirà l'ordinamento scolastico
egiziano, con l'integrazione della lingua, storia e geografia in
italiano, non è affatto sufficiente per rassicurarci sulla
compatibilità di quell'insegnamento con i nostri valori. Ricordiamoci
che nei testi scolastici in Egitto, al pari degli altri Paesi arabi,
persiste una ideologia dello scontro e dell'odio nei confronti di
Israele e dell'Occidente che, non a caso, generano un male profondo
nella gioventù araba. Non tranquillizza il fatto che il direttore
scolastico regionale, Mario Dutto, dica: «Sui programmi non possiamo
intervenire».
Tutto ciò non sarebbe potuto accadere se questo nucleo inflessibile
di islamici che osteggiano l'integrazione dei loro figli in seno alla
società italiana, non avessero avuto il sostegno attivo di forze
presenti in seno all'opposizione di centrosinistra nel consiglio
comunale di Milano, di organizzazioni cattoliche di base schierate
politicamente a sinistra, di accademici e docenti che predicano e
perseguono l'ideologia del multiculturalismo. Senza tenere conto del
fatto che il multiculturalismo, insieme all'assimilazionismo, sono
sostanzialmente falliti in tutt'Europa perché hanno prodotto dei
ghetti etnico-confessionali- identitari e lacerato il comune collante
identitario nazionale.
L'argomentazione addotta dai sostenitori nostrani del
multiculturalismo è che non si può negare ai musulmani e agli arabi
ciò che si consente ai cattolici e agli ebrei o agli americani e agli
svizzeri. E' un parallelismo profondamente sbagliato perché mentre i
cattolici e gli ebrei sono italiani da sempre e sono perfettamente
integrati, il 98% dei musulmani non sono cittadini e non sono
integrati. Così come è sbagliato il parallelismo tra scuole
occidentali che diffondono gli stessi valori condivisi dagli italiani
e scuole islamiche e arabe che predicano l'odio contro l'Occidente e
mirano a una identità separata e conflittuale. Nonc'è da parte mia,
italiano e musulmano laico, alcuna preclusione ideologica nei
confronti delle scuole islamiche o arabe in Italia. Ma sono convinto
che oggi la priorità dei musulmani e degli arabi sia l'integrazione,
che solo la scuola pubblica può garantire.

02 settembre 2006
di Magdi Allam

#14841 Da: "raffaele" <paraffl@...>
Data: Sab 2 Set 2006 9:55 am
Oggetto: Ogg: TESTO INTEGRALE DELL'INTERVISTA A WARSCHAWSKI
paraffl
Invia email Invia email
 
--- In ateismoscetticismoereligione@yahoogroups.com, billo ben
<billoben_2000@y...> ha scritto:
>
> TESTO INTEGRALE DELL'INTERVISTA A WARSCHAWSKI
>     Di Geraldina Colotti

FONTE ?

#14842 Da: alon_moradi2003
Data: Sab 2 Set 2006 2:13 pm
Oggetto: Ogg: TESTO INTEGRALE DELL'INTERVISTA A WARSCHAWSKI
alon_moradi2003
 
La fonte e claudio tullii un asino razzista e antisemita .

ha rubacchiato un gruppo e la portato da 1500 messaggi al mese a
meno di 300 , adesso stanno scrivendo in quel posto solo lui , billo
e una altra razzista di nome schiedt .

Alon












--- In ateismoscetticismoereligione@yahoogroups.com, "raffaele"
<paraffl@y...> ha scritto:
>
> --- In ateismoscetticismoereligione@yahoogroups.com, billo ben
> <billoben_2000@y...> ha scritto:
> >
> > TESTO INTEGRALE DELL'INTERVISTA A WARSCHAWSKI
> >     Di Geraldina Colotti
>
> FONTE ?
>

#14843 Da: " Billo Ben" <billoben_2000@...>
Data: Sab 2 Set 2006 6:26 pm
Oggetto: Ogg: TESTO INTEGRALE DELL'INTERVISTA A WARSCHAWSKI
billoben_2000
Invia email Invia email
 
--- In ateismoscetticismoereligione@yahoogroups.com, alon_moradi2003
<no_reply@y...> ha scritto:
>
> La fonte e claudio tullii un asino razzista e antisemita .
>
> ha rubacchiato un gruppo e la portato da 1500 messaggi al mese a
> meno di 300 , adesso stanno scrivendo in quel posto solo lui , billo
> e una altra razzista di nome schiedt .
>
> Alon
>


Solito bugiardo caro Alon. Difficile cambiare i vizi sionisti no?
Eccoti mille fonti sugli articoli di WARSCHAWSKI. Ti do anche i link
per altri articoli del medesimio dissidente israeliano:
http://www.legrandsoir.info/article.php3?id_article=3991
http://www.italia.attac.org/spip/article.php3?id_article=1235
http://www.solidarieta.ch/mps/documenti-pdf/Warschanski%20-%20Cronaca%
20di%20un%20massacro%20premeditato.pdf#search=%22WARSCHAWSKI%20%2B%
20Libano%22
http://www.solidarieta.ch/mps/documenti-pdf/Warschanski%20-%20Cronaca%
20di%20un%20massacro%20premeditato.pdf#search=%22WARSCHAWSKI%20%2B%
20Libano%22
http://www.canisciolti.info/modules.php?
name=News&file=article&sid=13368


Billo Ben

#14844 Da: alon_moradi2003
Data: Sab 2 Set 2006 11:47 pm
Oggetto: Ogg: TESTO INTEGRALE DELL'INTERVISTA A WARSCHAWSKI
alon_moradi2003
 
bella lista complimenti in povhe parole , quindi olte a tullii ce
qualcun altro che gli da spazio.

Proprio come a te, per fortuna che questi spazi diventano sempre di
meno la gente ne ha le palle piene delle vostre cazzate.

Alon

P.S riguardo alle bugie lasciamo stare non credo ci sia spazio in
internet per ripostare tutte quelle che hai raccontato.










--- In ateismoscetticismoereligione@yahoogroups.com, " Billo Ben"
<billoben_2000@y...> ha scritto:
>
> --- In ateismoscetticismoereligione@yahoogroups.com,
alon_moradi2003
> <no_reply@y...> ha scritto:
> >
> > La fonte e claudio tullii un asino razzista e antisemita .
> >
> > ha rubacchiato un gruppo e la portato da 1500 messaggi al mese a
> > meno di 300 , adesso stanno scrivendo in quel posto solo lui ,
billo
> > e una altra razzista di nome schiedt .
> >
> > Alon
> >
>
>
> Solito bugiardo caro Alon. Difficile cambiare i vizi sionisti no?
> Eccoti mille fonti sugli articoli di WARSCHAWSKI. Ti do anche i
link
> per altri articoli del medesimio dissidente israeliano:
> http://www.legrandsoir.info/article.php3?id_article=3991
> http://www.italia.attac.org/spip/article.php3?id_article=1235
> http://www.solidarieta.ch/mps/documenti-pdf/Warschanski%20-%
20Cronaca%
> 20di%20un%20massacro%20premeditato.pdf#search=%22WARSCHAWSKI%20%2B%
> 20Libano%22
> http://www.solidarieta.ch/mps/documenti-pdf/Warschanski%20-%
20Cronaca%
> 20di%20un%20massacro%20premeditato.pdf#search=%22WARSCHAWSKI%20%2B%
> 20Libano%22
> http://www.canisciolti.info/modules.php?
> name=News&file=article&sid=13368
>
>
> Billo Ben
>

#14845 Da: "Marcus Prometheus" <marcusprometheus@...>
Data: Dom 3 Set 2006 12:34 am
Oggetto: Cronache dell'EURABIA (VILLAYET iTALYIA) ISLAM A MILANO - Una scuola Due stati - di Magdi Allam
marcuspromet...
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ISLAM A MILANO
Una scuola Due stati
Sul piano rigorosamente formale, la nascita di una scuola araba a
Milano è del tutto legittima. Ma sul piano sostanziale essa pone dei
seri problemi all'integrazione dei figli di immigrati musulmani che
percepiscono se stessi con una identità separata e conflittuale.
Una sorta di Stato islamico in fieri da preservare il più possibile
dalla contaminazione dello Stato italiano di cui disconoscono e
rifiutano i valori fondanti della comune identità nazionale.
Siamo di fatto all'atto secondo della «guerra santa» sferrata dagli
islamici «duri» e «puri» che non vogliono assolutamente che i loro
figli studino nella scuola pubblica, che è il principale veicolo di
integrazione e di trasmissione della lingua, della cultura e dei
valori condivisi dalla società italiana. Ebbene non è forse singolare
che lo zoccolo duro della sedicente scuola islamica di via Quaranta,
ovvero i genitori di un centinaio di bambini sui circa 500 che la
frequentavano, affermino oggi di voler dar vita a una nuova scuola
araba «laica»? Può non far riflettere il fatto che diversi tra coloro
che promuovano questa iniziativa siano gli stessi che ingaggiarono
uno strenuo e lungo braccio di ferro con le autorità comunali e
governative per difendere la scuola dal nome altamente
evocativo «Alba dell'islam»?
Oggi tutti, sinceramente o per convenienza, riconoscono la giustezza
della battaglia civile culminata nel settembre 2005 nella chiusura
forzata di quel centro di indottrinamento all'ideologia
dell'estremismo islamico, dopo aver operato per ben 15 anni nella più
totale illegalità all'ombra della moschea di viale Jenner, la più
inquisita e collusa con il terrorismo islamico globalizzato. Un
risultato indubbiamente positivo è che la grande maggioranza dei
circa 500 studenti originari si siano iscritti nella scuola pubblica,
mentre sono un centinaio coloro che hanno perseverato nella linea
della «fermezza ideologica», escogitando la soluzione dell'istruzione
paterna di massa, anche se a rigore potrebbe essere adottata solo su
base individuale.
Il fatto che la nuova scuola araba, che sorgerà in uno stabile
affittato dalle Acli in via Ventura, seguirà l'ordinamento scolastico
egiziano, con l'integrazione della lingua, storia e geografia in
italiano, non è affatto sufficiente per rassicurarci sulla
compatibilità di quell'insegnamento con i nostri valori. Ricordiamoci
che nei testi scolastici in Egitto, al pari degli altri Paesi arabi,
persiste una ideologia dello scontro e dell'odio nei confronti di
Israele e dell'Occidente che, non a caso, generano un male profondo
nella gioventù araba. Non tranquillizza il fatto che il direttore
scolastico regionale, Mario Dutto, dica: «Sui programmi non possiamo
intervenire».
Tutto ciò non sarebbe potuto accadere se questo nucleo inflessibile
di islamici che osteggiano l'integrazione dei loro figli in seno alla
società italiana, non avessero avuto il sostegno attivo di forze
presenti in seno all'opposizione di centrosinistra nel consiglio
comunale di Milano, di organizzazioni cattoliche di base schierate
politicamente a sinistra, di accademici e docenti che predicano e
perseguono l'ideologia del multiculturalismo. Senza tenere conto del
fatto che il multiculturalismo, insieme all'assimilazionismo, sono
sostanzialmente falliti in tutt'Europa perché hanno prodotto dei
ghetti etnico-confessionali- identitari e lacerato il comune collante
identitario nazionale.
L'argomentazione addotta dai sostenitori nostrani del
multiculturalismo è che non si può negare ai musulmani e agli arabi
ciò che si consente ai cattolici e agli ebrei o agli americani e agli
svizzeri. E' un parallelismo profondamente sbagliato perché mentre i
cattolici e gli ebrei sono italiani da sempre e sono perfettamente
integrati, il 98% dei musulmani non sono cittadini e non sono
integrati. Così come è sbagliato il parallelismo tra scuole
occidentali che diffondono gli stessi valori condivisi dagli italiani
e scuole islamiche e arabe che predicano l'odio contro l'Occidente e
mirano a una identità separata e conflittuale. Nonc'è da parte mia,
italiano e musulmano laico, alcuna preclusione ideologica nei
confronti delle scuole islamiche o arabe in Italia. Ma sono convinto
che oggi la priorità dei musulmani e degli arabi sia l'integrazione,
che solo la scuola pubblica può garantire.
di Magdi Allam
02 settembre 2006









--
Cordiali saluti a tutti gli spiriti liberi e laici
         Marcus  Prometheus.

Penso che tutte le grandi religioni ...
Cristianesimo, Islam e Comunismo
siano insieme false e dannose. (B.Russell)

Ed il Quarto Cavaliere dell'Apocalisse
e' l' esplosione della popolazione mondiale
quadruplicata in 100anni. (M.Prometheus)

#14846 Da: "raffaele" <paraffl@...>
Data: Dom 3 Set 2006 8:13 am
Oggetto: CONVERTITEVI !
paraffl
Invia email Invia email
 
TORQUEMADA ISLAMICI

repubblica
Il numero due di al Qaeda diffonde un messaggio su internet
Accanto al terrorista compare un americano diventato musulmano
Al Zawahiri torna in video
"Americani convertitevi"


Due fotogrammi del video che mostrano al Zawahiri e l'americano
convertito
DUBAI - "Americani convertitevi". Ayman al Zawahiri è tornato dopo
poco più di un mese a farsi vivo con un video. Il numero due di 'al
Qaeda' ha presentato un americano convertitosi all'Islam, ricercato
dall'Fbi, per esortare gli americani, e i cristiani in generale, a
seguirne l'esempio.

Nel filmato diffuso in internet su un sito islamico, dura 48 minuti.
Il titolo è chiaro: "Un invito all'Islam". Zawahiri inizia con una
breve introduzione ed esorta "il popolo d'America, in particolare, e
gli occidentali, in generale, ad ascoltare le parole estremamente
serie del fratello Assam l'americano" riguardo al destino che li
attende. "Nostro fratello Azzam l'americano sta tentando di trovare
da solo la strada dall'oscurità verso la luce. Ascoltatelo", dice
Zawahiri.

L'uomo in questione è conosciuto anche come Adam Yahiye Gadahn, un
convertito della California ricercato dall'Fbi per un suo
coinvolgimento in una campagna di propaganda in favore di 'al
Qaeda'. "Agli americani e al resto del mondo della cristianità
diciamo, pentitevi per le vostre debolezze ed entrate nella luce
della verità o tenetevi il vostro veleno e patite le conseguenze in
questa vita e nella prossima", afferma Gadahn parlando in inglese.
Sul capo ha un turbante bianco ed è seduto a un tavolo davanti a un
computer e ad alcuni libri. Ma qualunque cosa decidiate di fare non
tentate di diffondere la vostra miseria e le vostre debolezze sulla
nostra terra", aggiunge.

Il video, diffuso all'indomani del compleanno di Gadahn, è datato
settembre 2006 ed è prodotto da Al-Sahab, già utilizzato da gruppi
militanti e da 'al Qaeda' in particolare. Gadahn e Zawahiri parlano
probabilmente da due luoghi diversi, giacchè il secondo è ripreso
davanti a uno sfondo nero. Gadhan ha recitato alcuni versi del Corano
e poi li ha tradotti in inglese e afferma che i musulmani devono
rafforzare la loro fede e cacciare i loro governanti.

"I musulmani non hanno bisogno della democrazia per liberarsi dei
despoti e dei tiranni cresciuti in casa. Hanno invece bisogno della
loro fede nell'Islam, dello spirito della jihad e di prendere per il
collo le truppe straniere", dice 'l'americano'. Gadhan aggiunge che
Dio non riconosce la separazione tra Religione e Stato. L'ultima
apparizione in video di Zawahiri risale al 5 agosto, quando annunciò
l'ingresso dei capi del gruppo egiziano Jamaa Islamiya in 'al Qaeda'.
Una dichiarazione poi smentita dagli interessati.

(2 settembre 2006)

#14847 Da: "raffaele" <paraffl@...>
Data: Dom 3 Set 2006 8:13 am
Oggetto: CONVERTITEVI !
paraffl
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TORQUEMADA ISLAMICI

repubblica
Il numero due di al Qaeda diffonde un messaggio su internet
Accanto al terrorista compare un americano diventato musulmano
Al Zawahiri torna in video
"Americani convertitevi"


Due fotogrammi del video che mostrano al Zawahiri e l'americano
convertito
DUBAI - "Americani convertitevi". Ayman al Zawahiri è tornato dopo
poco più di un mese a farsi vivo con un video. Il numero due di 'al
Qaeda' ha presentato un americano convertitosi all'Islam, ricercato
dall'Fbi, per esortare gli americani, e i cristiani in generale, a
seguirne l'esempio.

Nel filmato diffuso in internet su un sito islamico, dura 48 minuti.
Il titolo è chiaro: "Un invito all'Islam". Zawahiri inizia con una
breve introduzione ed esorta "il popolo d'America, in particolare, e
gli occidentali, in generale, ad ascoltare le parole estremamente
serie del fratello Assam l'americano" riguardo al destino che li
attende. "Nostro fratello Azzam l'americano sta tentando di trovare
da solo la strada dall'oscurità verso la luce. Ascoltatelo", dice
Zawahiri.

L'uomo in questione è conosciuto anche come Adam Yahiye Gadahn, un
convertito della California ricercato dall'Fbi per un suo
coinvolgimento in una campagna di propaganda in favore di 'al
Qaeda'. "Agli americani e al resto del mondo della cristianità
diciamo, pentitevi per le vostre debolezze ed entrate nella luce
della verità o tenetevi il vostro veleno e patite le conseguenze in
questa vita e nella prossima", afferma Gadahn parlando in inglese.
Sul capo ha un turbante bianco ed è seduto a un tavolo davanti a un
computer e ad alcuni libri. Ma qualunque cosa decidiate di fare non
tentate di diffondere la vostra miseria e le vostre debolezze sulla
nostra terra", aggiunge.

Il video, diffuso all'indomani del compleanno di Gadahn, è datato
settembre 2006 ed è prodotto da Al-Sahab, già utilizzato da gruppi
militanti e da 'al Qaeda' in particolare. Gadahn e Zawahiri parlano
probabilmente da due luoghi diversi, giacchè il secondo è ripreso
davanti a uno sfondo nero. Gadhan ha recitato alcuni versi del Corano
e poi li ha tradotti in inglese e afferma che i musulmani devono
rafforzare la loro fede e cacciare i loro governanti.

"I musulmani non hanno bisogno della democrazia per liberarsi dei
despoti e dei tiranni cresciuti in casa. Hanno invece bisogno della
loro fede nell'Islam, dello spirito della jihad e di prendere per il
collo le truppe straniere", dice 'l'americano'. Gadhan aggiunge che
Dio non riconosce la separazione tra Religione e Stato. L'ultima
apparizione in video di Zawahiri risale al 5 agosto, quando annunciò
l'ingresso dei capi del gruppo egiziano Jamaa Islamiya in 'al Qaeda'.
Una dichiarazione poi smentita dagli interessati.

(2 settembre 2006)

#14848 Da: "Marcus Prometheus" <marcusprometheus@...>
Data: Dom 3 Set 2006 8:45 pm
Oggetto: HEIDI, L'INFEDELE
marcuspromet...
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HEIDI, L'INFEDELE


Chi non ha mai sentito la storia di Heidi, la bambina protagonista
del romanzo omonimo della scrittrice svizzera Johanna Spyri? È la
storia di una bambina svizzera del paesino di Mayenfeld, orfana sia
di padre che di madre, che vive con il nonno in una solitaria baita
di montagna. L'amicizia con il pastorello Peter, le caprette, le
gare di velocità tra i verdi prati, le arrampicate sui monti, il
formaggio saporito, l'enorme cane San Bernardo di nome Nebbia, il
comodissimo letto di paglia e la finestrella dalla quale Heidi
osserva il cielo stellato. Ma a rovinare la vita felice e idilliaca
della bambina di pensa la zia Dete, che la porta via dal nonno e la
manda a studiare nella grigia Francoforte per fare la dama di
compagnia a Clara, una ricca e invalida bambina che vive con il papà
e la severa istitutrice, la signora Rottenmeier. Con il passare dei
giorni Heidi diventa sempre più triste e malinconica, ha una grande
nostalgia del nonno, di Peter, delle caprette e della baita in
montagna. Ma ecco che improvvisamente trova la soluzione alla
tristezza e alla malinconia: capisce che può ritrovare la felicità
perduta pregando assiduamente Allah, e quindi la nostra Heidi si
converte all'Islam...

Non è una battuta, è la versione della favola di Heidi che viene
insegnata nella laica, democratica, moderna e soprattutto moderata
Turchia. Una versione modificata e certificata dal ministero
dell'educazione turco. È la stessa Turchia che batte alle porte
dell'Europa, e che prima o poi entrerà camminando su un tappeto
rosso, o ancora meglio verde, il colore dell'Islam.

Tutte le culture del mondo hanno le proprie fiabe, dagli Inuit della
Groenlandia, alle tribù analfabete dell'Amazzonia, fino agli
aborigeni dei deserti australiani. Tutti hanno le loro favole da
raccontare ai propri bambini. Ma l'inciviltà islamica non riesce a
produrre nemmeno queste, e quindi rubano le nostre di storie, i
fantastici personaggi che ci hanno tenuto compagnia quando eravamo
bambini, che ci hanno fatto sognare. Rubano le nostre fiabe, rubano
i nostri sogni. E poi li modificano, li censurano, li islamizzano,
perché non conoscono, non capiscono e non accettano niente che non
sia islamico.
simone blog

--
Cordiali saluti a tutti gli spiriti liberi e laici
         Marcus  Prometheus.

Penso che tutte le grandi religioni ...
Cristianesimo, Islam e Comunismo
siano insieme false e dannose. (B.Russell)

Ed il Quarto Cavaliere dell'Apocalisse
e' l' esplosione della popolazione mondiale
quadruplicata in 100anni. (M.Prometheus)

#14849 Da: Alessandro Arsie <alessandro_arsie@...>
Data: Lun 4 Set 2006 3:24 am
Oggetto: Re: [ateismo scetticismo e religione] HEIDI, L'INFEDELE
alessandro_a...
Invia email Invia email
 
Concordo con l' autore per quanto riguarda la scarsa
attenzione del governo turco alla questione. Prima di
tutto, trattandosi di governo laico non avrebbe dovuto
permettere una tale trasformazione della favola (ma
del resto, anche il nostro e' un paese "laico", eppure
ci troviamo obbligati a leggere "I Promessi Sposi",
certo non un capolavoro della letteratura universale;
per non parlare poi del fatto seguente che non viene
mai citato: Manzoni mori' rinnegando risolutamente la
fede cattolica e mori' sotto scomunica. Tuttora le sue
spoglie mortali non possono riposare nel cimitero
cattolico sebbene la bigotta societa' manzioniana
abbia fatto carte false per traslare i resti all'
interno di un campo santo).

Dissento invece totalmente per quel che riguarda l'
affermazione che gli arabi o i turchi non hanno favole
loro. All' autore consiglio la tesi di laurea di
Stefania Marchesini, laureata presso la Ca' Foscari di
Venezia in lingua e letteratura araba. La tesi, che ho
letto con piacere, tratta delle favole per bambini
degli iracheni (prima che arrivassero gli americani a
portane altre di favole... ).

Baci,
Alessandro


--- Marcus Prometheus <marcusprometheus@...> ha
scritto:

> HEIDI, L'INFEDELE
>
>
> Chi non ha mai sentito la storia di Heidi, la
> bambina protagonista
> del romanzo omonimo della scrittrice svizzera
> Johanna Spyri? È la
> storia di una bambina svizzera del paesino di
> Mayenfeld, orfana sia
> di padre che di madre, che vive con il nonno in una
> solitaria baita
> di montagna. L'amicizia con il pastorello Peter, le
> caprette, le
> gare di velocità tra i verdi prati, le arrampicate
> sui monti, il
> formaggio saporito, l'enorme cane San Bernardo di
> nome Nebbia, il
> comodissimo letto di paglia e la finestrella dalla
> quale Heidi
> osserva il cielo stellato. Ma a rovinare la vita
> felice e idilliaca
> della bambina di pensa la zia Dete, che la porta via
> dal nonno e la
> manda a studiare nella grigia Francoforte per fare
> la dama di
> compagnia a Clara, una ricca e invalida bambina che
> vive con il papà
> e la severa istitutrice, la signora Rottenmeier. Con
> il passare dei
> giorni Heidi diventa sempre più triste e
> malinconica, ha una grande
> nostalgia del nonno, di Peter, delle caprette e
> della baita in
> montagna. Ma ecco che improvvisamente trova la
> soluzione alla
> tristezza e alla malinconia: capisce che può
> ritrovare la felicità
> perduta pregando assiduamente Allah, e quindi la
> nostra Heidi si
> converte all'Islam...
>
> Non è una battuta, è la versione della favola di
> Heidi che viene
> insegnata nella laica, democratica, moderna e
> soprattutto moderata
> Turchia. Una versione modificata e certificata dal
> ministero
> dell'educazione turco. È la stessa Turchia che batte
> alle porte
> dell'Europa, e che prima o poi entrerà camminando su
> un tappeto
> rosso, o ancora meglio verde, il colore dell'Islam.
>
> Tutte le culture del mondo hanno le proprie fiabe,
> dagli Inuit della
> Groenlandia, alle tribù analfabete dell'Amazzonia,
> fino agli
> aborigeni dei deserti australiani. Tutti hanno le
> loro favole da
> raccontare ai propri bambini. Ma l'inciviltà
> islamica non riesce a
> produrre nemmeno queste, e quindi rubano le nostre
> di storie, i
> fantastici personaggi che ci hanno tenuto compagnia
> quando eravamo
> bambini, che ci hanno fatto sognare. Rubano le
> nostre fiabe, rubano
> i nostri sogni. E poi li modificano, li censurano,
> li islamizzano,
> perché non conoscono, non capiscono e non accettano
> niente che non
> sia islamico.
> simone blog
>
> --
> Cordiali saluti a tutti gli spiriti liberi e laici
>         Marcus  Prometheus.
>
> Penso che tutte le grandi religioni ...
> Cristianesimo, Islam e Comunismo
> siano insieme false e dannose. (B.Russell)
>
> Ed il Quarto Cavaliere dell'Apocalisse
> e' l' esplosione della popolazione mondiale
> quadruplicata in 100anni. (M.Prometheus)
>




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#14850 Da: "Marcus Prometheus" <marcusprometheus@...>
Data: Lun 4 Set 2006 10:41 pm
Oggetto: Perché è meglio non sposare un islamico
marcuspromet...
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Perché è meglio non sposare un islamico


Da Libero del 3 settembre

Mi indirizzo a lei, dottor Farina, perché desidero un aiuto. C'è un
conflitto in me molto forte. Parto da lontano. Molti pachistani,
interpellati da Libero, sostengono che il padre di Hina abbia fatto
bene a sopprimerla. Molti altri, i più "democratici", dicono che non
doveva ucciderla ma rispedirla in Pakistan, affinché sposasse l'uomo
scelto dai genitori. Tutti i pachistani (o quasi) affermano che non
è possibile l'unione tra mussulmani e persone appartenenti ad altre
religioni, semplicemente perché "da loro non è permesso". Mi risulta
che più o meno così la pensino in tutto in tutto il mondo islamico.
Non avrei mai pensato che la cosa potesse riguardarmi. Invece un
marocchino, un bel ragazzo per la verità, ha messo gli occhi su mia
figlia. Lei si è innamorata. Mi ha detto che lui la vuole sposare e
l'ha già fatto sapere alla sua famiglia. Io ho reagito male. Ma lei
dice che lo ama. Io le ho detto che la obbligherà a convertirsi, e
la ridurrà in schiavitù. Dovrei permetterglielo? Lei è appena
maggiorenne, ha diciotto anni, ma lei dice che da loro le nozze le
fanno da giovani. Sono certa che si rovinerebbe la vita. Ma come
faccio a impedirglielo? Sono disperata.
* * *

Gentile Signora, parlando in astratto siamo di fronte a un dilemma
etico. In concreto: è un casino. Se ci fossero in giro i bravi di
Don Rodrigo li manderei dal sindaco o dal prete o dall'imam per far
sapere: «Questo matrimonio non s'ha da fare, né domani, né mai». La
questione morale è drammatica: il cristianesimo salvaguarda la
libertà dell'individuo. Ma anche quella di lasciarlo schiantare
contro un muro? Perché di questo si tratta. Sposare un islamico, a
meno che non sia uno dei rarissimi tipi liberali, riconoscibili
perché hanno la scorta o sono in fuga, significa doversi
sottomettere. Islam vuol dire proprio questo: sottomissione. Per le
donne, oggi come oggi, significa schiavitù. Poi ci sono signore che
si dichiarano contente di essere prigioniere. Càpita. Anche nella
Bibbia c'è chi si lamentava con Mosè e rimpiangeva le cipolle
d'Egitto. Se fosse mia figlia, la metterei dinnanzi alla realtà. Le
porterei testimonianze del fatto che va verso un inferno vero, per
sé e la sua prole.
Dopo di che? Se è maggiorenne, a lei spetta di decidere. Non
possiamo farci niente. A noi tocca se non amare, almeno tollerare la
libertà dell'altro anche di farsi del male. La civiltà cristiana
insegna questo a chi crede e a chi non crede. Il buon Dio che è
onnipotente lascia agli uomini la libertà di andare all'inferno:
vogliamo essere migliori di Lui? Non possiamo obbligare nessuno a
scegliere giusto, l'umanità sta proprio in questa facoltà di dire sì
o no. Ma dica no, sua figlia dica no!
Bisogna convincerla usando tutta la pazienza e i ragionamenti
possibili, chiederle di pensarci un anno o due, e dirle che è troppo
giovane. La faccia parlare con Souad Sbay, che è marocchina e
persino musulmana (la può cercare tramite mail a
musulmaniditalia@...).
Ė vero: ci sono casi molto rari di matrimoni riusciti. Ma il prezzo
è comunque alto: l'accettazione supina da parte della donna del
Corano come unica legge cui conformare la vita famigliare. Il Corano
obbliga la donna alla obbedienza totale al marito e al suocero (e
alla suocera, e persino al cognato). Non vieta espressamente di
conservare la fede cattolica. Impone però che i figli siano
musulmani. Nascono musulmani, punto e basta. E vanno educati
esclusivamente secondo questo insegnamento. Nessuna facoltà per
loro, nemmeno da adulti, di scegliere un'altra fede. Sarebbe
apostasia, passibile di pena di morte. Non sto scherzando. Ė la
realtà.
Conosco persone carissime che si sono illuse. Poi è stato un
disastro. Nell'ipotesi migliore, quando la donna chiede la
separazione, i figli sono già stati messi al sicuro nella famiglia
dell'uomo in Tunisia, Egitto, Algeria o Marocco. Rapimenti di fatto,
con la complicità delle autorità locali.
Se sua figlia non crede a lei o a me, creda almeno alla musulmana
dura e pura, del tipo fondamentalista. C'è una lettera pubblicata
sul sito www.islamonline.it/donna/lettere.htm. La trascrivo nei
punti essenziali. «Buongiorno, sono cristiana (e non ho intenzione
di convertirmi) e ho un ragazzo musulmano, lo amo da morire ma
spesso mi avanza delle richieste per me assurde, come il non andare
al mare in costume o non frequentare amici uomini e soprattutto il
non poter scegliere insieme la religione dei nostri figli (se un
giorno ci saranno): per lui è sottinteso che dovranno essere come
lui… ma è giusto? Io non chiedo a lui di cambiare niente, accetto di
lui tutto, ma perché lui non riesce ad accettarmi? Secondo Lei,
sinceramente, è possibile riuscire ad avere una vita insieme pur
conservando ognuno nel rispetto dell'altro la propria identità? Sono
disperata. Cordiali saluti. Marina».
Risposta, molto sincera, da parte di un autorevole musulmana
dell'Ucoii. «Cara Marina, lui non sta violentando la tua libertà, ma
invece saggiamente sta mostrandoti ciò che egli vuole da te, e ciò è
bene. Se uno ama la sua religione, ha diritto di sposare una donna
che la condivida. Tu dici, io accetto tutto di lui, se lo fai
veramente devi accettare anche "la sua passione per Allah e la sua
via". Ascolta il tuo ragazzo, leggi il Corano, cerca di capire con
l'aiuto di Dio, non pensare che il sentimento che oggi provi duri
per sempre , e quindi devi usare anche la ragione per scegliere.
Conosci e poi scegli. Patrizia Khadija». Insomma, onestamente, gli
stessi musulmani direbbero a sua figlia: pensaci. Ti infili in una
strada obbligata: la via di Allah.
Se a sua figlia non basta, almeno al Papa dia un po' retta. C'è un
importante documento: «Erga migrantes caritas Christi», l'amore di
Cristo verso i migranti. C'è un bel "no" ai matrimoni misti, specie
di donne cattoliche con uomini musulmani. Posso dare una
testimonianza su come sia maturato questo invito. Nel 1998, in
Algeria, l'arcivescovo Henri Teissier mi raccontò che le donne
cristiane sposate musulmani venivano disprezzate dai figli. Istigati
dai maestri e dai compagni: «Mia mamma è una rumia!», una cristiana,
che schifo, una creatura inferiore. Teissier autorizzò molte madri,
che in segreto si erano avvicinate a lui, a mantenere la fede
cattolica nel cuore e a fingersi musulmane. Questo strazio sarebbe
meglio evitarlo.
Nel marzo del 2000, don Pierino Gelmini aveva lanciato
l'allarme: «C'è tra i musulmani che vengono da noi una nuova parola
d'ordine: sposare le donne cattoliche per convertirle all'Islam».
Meglio dire di no. In una trasmissione televisiva sostenni: se mia
figlia chiedesse di sposare un islamico, cercherei in ogni modo –
salva la sua libertà – di evitarglielo. Mi beccai del razzista. Lo
ripeto ora. Gli islamici sono spesso buoni, ma l'islam è cattivo; i
cattolici sono spesso cattivi, ma il cristianesimo è buono. Buono ma
non stupido, però. Sua figlia non faccia la stupida. Mandi un
bacetto al fidanzato marocchino, e lo molli.
Renato Farina









--
Cordiali saluti a tutti gli spiriti liberi e laici
         Marcus  Prometheus.

Penso che tutte le grandi religioni ...
Cristianesimo, Islam e Comunismo
siano insieme false e dannose. (B.Russell)

Ed il Quarto Cavaliere dell'Apocalisse
e' l' esplosione della popolazione mondiale
quadruplicata in 100anni. (M.Prometheus)

#14851 Da: Alessandro Arsie <alessandro_arsie@...>
Data: Mar 5 Set 2006 3:09 am
Oggetto: Re: [ateismo scetticismo e religione] Perché è meglio non sposare un islamico
alessandro_a...
Invia email Invia email
 
So che la cosa non mi riguarda, visto che non mi
sposero' mai, ma volevo presentare delle  precisazione
riguardo ad alcune frasi di Farina.

> Se ci fossero in
> giro i bravi di
> Don Rodrigo li manderei dal sindaco o dal prete o
> dall'imam per far
> sapere: «Questo matrimonio non s'ha da fare, né
> domani, né mai».

Per la Chiesa Latina gli unici ministri del
matrimonio, anche sub specie sacramenti sono i
nubendi, mentre il sacerdote riveste il puro ruolo di
testimone qualificato (cfr. codice canonico 1055 e
1057, o anche Tommaso d’Aquino, secondo cui “causa
efficiens matrimonii est consensus expressus”; il
consenso esplicitato, esposto all’esterno del mondo
psichico dei contraenti, è la vera e unica fonte del
matrimonio.) I poveri Renzo e Lucia non lo sapevano,
ma Don Abbondio, che invece ne era perfettamente a
conoscenza scappa mettendosi le mani sulle orecchie
pur di non sentire i due che esprimono la loro
volonta' di sposarsi. In realta' quel matrimonio era
gia' rato. La cosa e' diversa per le Chiese Orientali
(cfr Commissione Teologica Internazionale, La
sacramentalità del matrimonio cristiano. Sedici tesi
di cristologia sul sacramento del matrimonio, 1977:)
dove il ruolo del presbitero ("incoronazione") e'
insostituibile. Naturalmente tutto questo non lo si fa
sapere ai cattolici, che altrimenti potrebbero persino
pensare di risparmiare sulle offerte per la
celebrazione del matrimonio in tempi di magra come
questi.

Confesso la mia ignoranza per quanto riguarda le norme
sacramentali del matrimonio islamico, ma sono sicuro
che i valenti islamisti presenti in lista sapranno
illuminarci sull' interessante questione nei confronti
della quale nutro un inspiegabile interesse.

> Islam vuol dire proprio questo:
> sottomissione.

Capisco che Farina sia un cristiano "à la carte", ma
sebbene cristianesimo non significhi etimologicamente
parlando sottomissione,
questa pratica riveste tuttavia un' enorme importanza
(Farina: da quanto tempo non dici piu' il Padre Nostro
eh? Ti ho beccato! Vabbe' per stavolta ti assolvo in
nomine Patris Filii et Spiritu Sancti, ma intanto ti
becchi 100 Magnificat, cosi' vedi che impari bene la
sottomissione). Fortunatamente sono passati i tempi in
cui tale sottomissione veniva imposta con la forza al
grido di "Deus vult", certamente non grazie a
personalita' come Farina o Pera (pensate al bel
progetto "sana laicita'
" di Pera). Purtroppo nell' Islam la sottomissione
forzata e' diffusa ancora oggi.


Baci,
Alessandro




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#14852 Da: "raffaele" <paraffl@...>
Data: Mar 5 Set 2006 11:55 am
Oggetto: Non di solo islam.........
paraffl
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Voleva invece garantire un futuro in Italia ai suoi due figli di 12 e
13 anni Costretta alle nozze, si suicida sotto il treno Modena:
vedova, 31 anni, si ribella alla famiglia che le aveva imposto come
marito il cognato settantenne

DAL NOSTRO INVIATO SOLIERA (Modena) — Kaur P., 31 anni, vedova sikh
trapiantata nella Bassa modenese dal gennaio 2002, operaia in
fabbrica, la sera del 22 agosto entrò nel supermercato Famila. Comprò
due bottiglie di whisky, cominciò a bere. Andò a casa, un lindo
appartamentino datole dal Comune al secondo piano di una palazzina
popolare alla periferia di questo paesone di 15 mila abitanti tra
Modena e Carpi, prese un foglio di carta e, nella sua lingua,
scarabocchiò: «In India non ci voglio tornare e non ci tornerò mai
più. Ma vi supplico, vi scongiuro con tutte le ultime forze di una
mamma e di una vedova che è stata costretta a sposare il vecchio
cognato di suo marito: fate che anche i miei due bambini restino in
Italia, e per sempre. Non rimandateli nella terra in cui sono nati.
Qui ci avete accolto con affetto, ci aiutate con generosità. Qui è la
loro nuova patria. Italiani, non permettete che mia figlia di 13 anni
e il mio ragazzino di 12 vivano di imposizioni e pregiudizi». Poi
Kaur P. si alzò, andò verso la stazione ferroviaria dove, come in un
film di Bertolucci, sarebbe stato inutile aspettare un treno: da anni
è abbandonata. Kaur, però, sapeva che un treno sarebbe passato sulla
Modena–Carpi. Si gettò sotto il primo convoglio del mattino del 23
agosto, mercoledì. Restò decapitata. Più tardi i figli di 12 e 13
anni, promossi alla seconda e terza media, non avendo visto la mamma
rientrare, capirono. Scesero in cortile e a due amichetti (uno
bianco, padano, autoctono, e l'altro nerissimo, ghanese), compagni di
giochi e di play station, chiesero: «Ci accompagnate a cercare la
mamma lungo la ferrovia?». I quattro ragazzini tornarono a casa senza
aver trovato niente. Il cadavere di Kaur lo scorse, più tardi, la
polizia ferroviaria.
I due fratellini di 12 e 13 anni non piansero. Come commenta ora
l'assessore ai Servizi sociali, Antonella Anderlini, «reagirono in
modo più adulto di un adulto». Perché fratello e sorella sapevano. Da
tempo, mamma Kaur ripeteva loro: «Un giorno la mamma non tornerà a
casa. Ma non preoccupatevi: vi lascio un bel po' di euro. E poi la
famiglia alla quale il Comune vi ha affidato, perché siamo poveri e
soli e io non ce la faccio a curarvi come vorrei e dovrei, vi seguirà
come figli». Ora i due fratellini sono sempre in quella famiglia, in
affido provvisorio. La decisione è affidata al Tribunale dei minori
di Bologna, ma è legata alla richiesta dei parenti
indiani: «Legittimamente potrebbero volerli in India, dove i piccoli
sono nati», ricorda l'assessore Anderlini. Sarebbe troppo atroce la
beffa, inutile il sacrificio della loro mamma. «La fine di questa
ragazza della mia età — commenta Davide Baruffi, sindaco di Soliera e
coordinatore provinciale dei Ds – lascia orfani due bambini e uno
sgomento generale, perché alla base del tragico gesto vi sono ragioni
di ribellione a un costume per noi inconcepibile. Questa vicenda
scuote le coscienze di quanti hanno a cuore i diritti di libertà
delle persone, universali e incoercibili, a prescindere dalla cultura
e dalla razza di ciascuno. Ma segna anche una sconfitta, perché non
abbiamo saputo o potuto ascoltare e capire. Perché dandole una casa,
il lavoro, l'assistenza pensavamo di aver risolto tutto. E invece non
ci accorgevamo che a casa nostra c'era chi stava per togliersi la
vita per non poter praticare quei valori universali che predichiamo».
Quella mamma aveva osato sfidare le tradizioni familiari e sociali
della terra natia. Due anni fa aveva divorziato in Italia dal marito
indiano.
Era andata a lavorare in fabbrica, aveva scelto di vestirsi
all'occidentale, sia pure con discrezione. Non frequentava la
comunità sikh (Soliera conta 700 immigrati, prevalentemente indiani,
oltre a marocchini e ghanesi). Rimasta vedova lo scorso anno per la
morte (malattia) dell'ex marito, a lungo aveva cercato di resistere
ai sempre più pressanti e minacciosi appelli dei familiari
lontani: «Vieni, dobbiamo decidere del tuo futuro». Alla fine di
maggio, cedette: andò nel Punjab, per 40 giorni. Al ritorno apparve
più schiva e riservata del solito. Ma questo colpì meno
dell'insopportabile olezzo che cominciò a diffondere intorno a sé.
Kaur aveva preso a cospargersi di un unguento disgustoso. Solo alla
sua più fidata compagna di lavoro aveva confidato: «Sono disperata:
ho dovuto sposare un settantenne, cognato di mio marito. A casa mi
hanno obbligato a rispettare la tradizione. Ma io rifiuto lui e la
tradizione». In agosto divenne ancora più cupa: il «marito» le aveva
fatto sapere di volere il ricongiungimento familiare. In Italia. A
quel punto Kaur andò a comprarsi due bottiglie di whisky, si ubriacò
e, per la libertà, rifiutò la vita. Si buttò sotto il treno.
Costantino Muscau
05 settembre 2006

#14853 Da: "Marcus Prometheus" <marcusprometheus@...>
Data: Mar 5 Set 2006 11:47 pm
Oggetto: Islam: nessuna rinascita, è dilaniato fra violenza cieca e desiderio di riforma
marcuspromet...
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Islam: nessuna rinascita, è dilaniato fra violenza cieca e desiderio di riforma

L'osservatore occidentale è sconvolto di fronte al mondo islamico.
Esso appare come una forza, una potenza straordinaria, che si muove e
che nessuno può fermare. Questo sentimento - che fa paura a molti
occidentali - corrisponde a ciò che molti musulmani chiamano la
Sahwah, il Risveglio. In realtà questa potenza soffre di una crisi
profonda, percepita da tutti i musulmani: l'incapacità di adeguarsi al
mondo moderno, di assimilare la modernità. In effetti l'Islam sta
vivendo una crisi profondissima. É un fatto evidente non solo ad
osservatori estranei. Ormai non c'è musulmano, pensatore, stampa araba
o islamica che non discuta di questo fatto: l'Islam è in crisi.

Vi è una differenza. Per gli islamismi radicali - che perseguono un
progetto di islam politico - la "colpa" di tale crisi ricade
sull'occidente e la sua aggressività. Alcuni fanno risalire questa
crisi addirittura alle Crociate; altri alla recente colonizzazione;
altri alla creazione dello Stato d'Israele; altri ancora si fermano
alle aggressioni americane in Afghanistan e Iraq. In ogni caso, il
male dell'Islam viene dal di fuori di esso, dall'altro-da-sé.

Vi è però un altro gruppo, sempre più numeroso, il quale afferma che
il male è dentro l'Islam. Questa posizione si trova di solito in
personalità liberali, negli intellettuali. Anche questi non giungono a
dire che il male è proprio dentro il Corano: secondo loro il male è
nell'interpretazione che si dà del Corano, dell'Islam come sistema
religioso, politico, sociale e culturale. Quantificando (...) la
tendenza liberale abbraccia il 10-20%. Tutti sono comunque d'accordo
che è ormai necessaria una riforma dell'Islam.

Il sonno dell'Islam

Un tema ricorrente in tali dibattiti è quello del "sonno dell'Islam".
I radicali attribuiscono questo "sonno" ai 4 secoli di dominazione
ottomana, che avrebbero frenato lo sviluppo di questa religione. I
liberali affermano invece che il "sonno" è cominciato già nel XII
secolo e forse ancora prima. Ad ogni modo tutti sono d'accordo che
questo sonno ha creato una "chiusura dello squarcio
dell'interpretazione", in arabo (letteralmente) si definisce "la
chiusura della porta dell'ijtihad". (...)
Una formula ripetuta di continuo nel mondo islamico è che "si è chiusa
la porta dell'ijtihad", si è ridotto lo spazio per l'interpretazione,
ossificandola, anchilosandola. È un discorso presente nel mondo arabo
dalla seconda metà dell'800 in poi. Per decenni si è parlato della
"chiusura della porta" per definire l'urgenza di una riforma
dell'Islam. Per molti liberali di allora, compresi i grandi capi
religiosi tale il tunisino Khair ad-Din Al-Tunisi (1810-1899), il
persiano Jamal ad-Din al-Afghani (1838-1897), il siriano Abd al-Rahman
al-Kawakibi (1854-1902) e soprattutto l'egiziano Sheikh al-Azhar
Muhammad 'Abdoh (1849-1905), la riforma doveva venire assorbendo
elementi della cultura occidentale e realizzando un'unità armonica tra
mondo islamico e mondo occidentale.

La prima guerra mondiale e il crollo dell'impero ottomano hanno poi
portato alla secolarizzazione della Turchia e all'abolizione del
califfato (1923-4), oltre al controllo di alcune nazioni arabe
dall'Occidente, Inghilterra e Francia. Tutto questo segna il grande
crollo religioso-politico dell'Islam che d'un tratto si è trovato
diviso in nazioni, senza califfo, né capi, né guide.

Il radicalismo dei Fratelli Musulmani

In questa situazione di crisi sono nati i Fratelli Musulmani, visti
come la soluzione autentica, in opposizione a quella dei riformisti
che volevano imitare l'Occidente. L'argomento del fondatore, Hassan
al-Banna (1906-1949) era semplice: i nostri grandi riformatori hanno
voluto riformare l'islam prendendo l'Europa come modello, e proprio
l'Europa ha smantellato il mondo islamico e ci ha ingannato. In questa
riflessione egli era appoggiato dal discepolo più caro dell'imam
Muhammad 'Abduh, dallo Sheikh Rashid Rida, originario di Tripoli di
Siria (oggi Libano) e diventato egiziano. Ha enunciato in principio
semplice: L'Islam è la soluzione a tutti i problemi della società
(al-Islam huwa al-hall); non c'è bisogno di ricorrere a niente al di
fuori dell'Islam. Basta tornare alle radici dell'Islam, cioè al Corano
e alla Tradizione del Profeta, presi alla lettera.

  Nel tentativo di uscire dalla crisi, tale posizione non cerca di
innovare, ma di ritornare all'Islam "primitivo", prendendo come
modello l'Islam delle origini. Quando si dice l'islam "delle origini",
s'intende l'Islam conquistatore. Infatti, questa visione si appoggia
anzitutto alla seconda fase nella vita di Maometto, la fase di Medina
(622-632), quando l'Islam si è organizzato politicamente. E poi
all'epoca dei primi califfi detti "ben guidati" che hanno conquistato
il Medio Oriente e il Mediterraneo (632-660). Tale periodo è visto
come quello del vero islam, capace di conquistare il mondo. Il ritorno
a queste origini dovrebbe permettere ai musulmani di ampliare le loro
conquiste mondiali. Da allora, questa tendenza è divenuta sempre più
radicale, dando vita a tutti quei movimenti che chiamiamo "islamisti"
o "fondamentalisti".

Come si vede, in questa posizione, dalla crisi si passa subito alla
soluzione senza fare un'analisi approfondita sui motivi di tale crisi.
Se uno domanda: Perché l'Islam è rimasto indietro (nella scienza,
nella tecnologia, nella cultura, nell'arte, nella diffusione di idee a
livello mondiale, nel dominio,.)? La risposta è ovvia: perché è stato
aggredito, bloccato, reso prigioniero . La colpa della crisi è
nell'altro.

I liberali e la crisi dell'interpretazione

La posizione liberale, invece, attribuisce il maggior peso nella crisi
al modo sbagliato con cui i musulmani hanno interpretato il Corano;
l'averne fatto un manuale di politica, aver proiettato sul Corano le
concezioni sociologiche e culturali tipiche di un'epoca: il dominio
del maschio sulla femmina, il desiderio di violenza, l'ignoranza, ecc.
In quest'ultimo periodo, quello che stiamo vivendo, i liberali
denunciano l'ignoranza della gente, l'autoritarismo (la non
democrazia) dei loro governi, e soprattutto la cattiva formazione
degli imam, che ha generato ormai un islam popolare fatto da ignoranti
e per ignoranti.



Samir Khalil Samir, sj - gesuita, esperto di islam e professore a
Beirut http://hurricane_53.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1151854


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Cordiali saluti a tutti gli spiriti liberi e laici
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#14854 Da: "Marcus Prometheus" <marcusprometheus@...>
Data: Mer 6 Set 2006 8:40 am
Oggetto: Nuova crociata di Ahmadinejad: cacceremo i laici dalle università
marcuspromet...
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Nuova crociata di Ahmadinejad: cacceremo i laici dalle università
Gian Micalessin

«Ripuliamo le università». Il nuovo slogan per il nuovo balzo a
ritroso è già pronto. Quel balzo, nella mente dei suoi ispiratori,
deve ricondurre gli atenei iraniani ai giorni esemplari della
rivoluzione islamica quando professori e studenti troppo inclini alle
suggestioni della cultura occidentale rischiavano la galera o peggio.
Ma il repulisti di professori e intellettuali non allineati deve,
anche, prevenire rivolte o sommosse universitarie capaci di tracimare
nelle piazze mettendo a rischio la sopravvivenza del sistema.l profeta
della reazione, il portabandiera della rinascita radicale è ancora una
volta l'incontenibile presidente Mahmoud Ahmadinejad, che ieri Bush -
tornando sul pericolo rappresentato da un Iran armato ddell'atomica -
ha definito «un tiranno» paragonando la minaccia del suo regime a
quella di Al Qaida.
Per lanciare la sua nuova battaglia il presidente pasdaran sceglie un
incontro con quei gruppi di studenti radicali che da due anni lo
considerano il loro idolo. Ai fan in attesa il presidente distribuisce
immediatamente i nuovi ordini di combattimento.«Oggi invece di
salutarmi e inneggiarmi dovreste gridarmi contro, chiedermi perché i
professori liberali e i portavoce del secolarismo continuano a
infestare le nostre università», attacca Ahmadinejad che, subito dopo,
si lancia in una sfrenata critica del sistema scolastico e
universitario iraniano. A dar retta al presidente, 27 anni di
Repubblica Islamica non sono riusciti a far piazza pulita di un
sistema educativo infestato per oltre 150 anni dalla mala pianta del
secolarismo e del laicismo Ma ora, promette il demiurgo della nuova
purezza rivoluzionaria, «il cambiamento è iniziato». Qualcuno se n'è
già accorto.
A novembre l'esecutivo del presidente, insediatosi da pochi mesi,
nomina per la prima volta un esponente religioso alla guida
dell'ateneo di Teheran. Le immediate proteste di studenti e docenti
peggiorano soltanto la situazione. Nei mesi successivi decine di
docenti universitari considerati non in linea con la nuova politica
del rigore radicale vengono costretti al pensionamento o all'abbandono
dell'insegnamento.A primavera anche la macchina della repressione
poliziesca ricomincia a mettersi in moto. Il 25 aprile il docente e
filosofo professor Ramin Jahanbaglou viene arrestato di ritorno da un
viaggio in India e sbattuto in carcere per quattro mesi con l'accusa
di aver collaborato con gli americani. Ad agosto lo studente
dissidente Akbar Mohammadi, arrestato e condannato a una lunga pena
detentiva dopo la protesta studentesca dell'estate del '99, viene
ritrovato morto nella sua cella. In questi giorni almeno altri due
prigionieri politici legati al movimento d'opposizione universitario
starebbero rischiando grosso. Valiollah Feyz Mahdavi, secondo i suoi
legali, è in gravi condizioni in seguito ai disturbi cardiaci e
neurologici intervenuti dopo uno sciopero della fame. Ahmad Batebi, un
altro esponente del dissenso studentesco detenuto da oltre sei anni, è
stato nuovamente arrestato dopo un brevissimo permesso d'uscita dal
carcere e trasferito, secondo la moglie, in un centro di detenzione
sconosciuto ad avvocati e familiari.
All'origine del nuovo giro di vite contro professori e studenti troppo
inclini al liberalismo c'è la grande paura di una rivoluzione di
velluto.
Per le correnti più radicali del potere iraniano le università sono
ridiventate le incubatrici di una protesta manovrata dagli americani e
capace di minacciare il sistema. Il primo ad ammetterlo è il ministro
dell'Intelligence Qolamhoseyn Mohseni Ezhe'i. Lo scorso luglio il
ministro motiva l'arresto del professor Ramin Jahanbaglou accusandolo
di collaborare con gli Stati Uniti proprio allo scopo di «provocare
una rivoluzione di velluto in Iran». A detta di Ezhei i nuovi focolai
di dissenso accesisi nelle università sono il frutto dei «numerosi
tentativi americani di fomentare l'insicurezza e la tensione in Iran».
Gli strilli di Ahmadinejad contro il pensiero liberale e contro i
professori non in linea con i principi della rivoluzione islamica non
sono dunque semplici slogan, ma i segnali della nuova offensiva
lanciata dal governo per sradicare dagli atenei ogni forma di dissenso
e protesta. Ad annunciarla è un presidente a cui la Costituzione
attribuisce anche il ruolo di capo del Consiglio per la Rivoluzione
Culturale. A metterli in pratica ci penseranno quelle falangi
conservatrici del movimento studentesco  già utilizzate sei anni fa
per seminare il panico nelle università occupate dai dissidenti legati
ai gruppi riformisti.


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Cordiali saluti a tutti gli spiriti liberi e laici
         Marcus  Prometheus.

Penso che tutte le grandi religioni ...
Cristianesimo, Islam e Comunismo
siano insieme false e dannose. (B.Russell)

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e' l' esplosione della popolazione mondiale
quadruplicata in 100anni. (M.Prometheus)

#14855 Da: "Marcus Prometheus" <marcusprometheus@...>
Data: Mer 6 Set 2006 9:38 am
Oggetto: Anche Amnesty international si piega alla propaganda Hezbollah
marcuspromet...
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September 4, 2006:

Amnesty continues to distort human rights rhetoric
  to attack Israeli actions in Lebanon

NGO Monitor Report
NGO Monitor
Beit Milken
13 Tel Hai St.
Jerusalem, 92107
Israel
mail@...
www.ngo-monitor.org

Analysis of Amnesty International's report: "Israel/Lebanon: Deliberate
destruction or 'collateral damage'? Israeli Attacks on Civilian
Infrastructure" - August 23, 2006

Summary

Following a number of problematic statements during the war, Amnesty
International published a lengthy report on August 23, 2006, consisting
almost entirely of claims against Israel, reinforcing the perception that
the agenda of this NGO is determined by political factors. By artificially
separating Hezbollah attacks from the Israeli responses, the analysis lacks
credibility, inverts the priority of core human rights values and glosses
over Hezbollah's missile attacks and use of human shields. Similarly, the
authors have erased the context, including Syrian and Iranian support and
provision of missiles to Hezbollah, while claiming a level of military
expertise where none is evident. In addition, the conclusions are based on
unverifiable evidence rovided by "eyewitnesses" in Lebanon, whose may be
strongly influenced by support for or threats from Hezbollah. As a result,
this report is internally inconsistent, lacks credibility, and should be
seen as a political statement rather than a careful evaluation of human
rights issues.

Amnesty's Main Claims

The report's central argument is that Israel deliberately attacked civilians
in its actions in Lebanon. In response to the Israeli assertion that its
forces targeted military objects placed in civilian areas, the report reads:

"the pattern and scope of the attacks, as well as the number of civilian
casualties and the amount of damage sustained, makes the justification ring
hollow. The evidence strongly suggests that the extensive destruction of
public works, power systems, civilian homes and industry was deliberate."

The report highlights allegations of Israeli destruction of economic
infrastructure, civilian homes, water facilities, electricity and fuel
supply, with no mention of the links between these actions and Hezbollah
missile attacks against Israeli cities.

"Houses were singled out for precision-guided missile attack and were
destroyed, totally or partially, as a result. Business premises such as
supermarkets or food stores and auto service stations and petrol stations
were targeted, often with precision-guided munitions and artillery that
started fires and destroyed their contents."

The authors of this report do not consider or seek to verify claims that
these buildings were used to launch attacks against Israel - there is not a
single mention of the street fighting in Beit Jabal in when Amnesty
describes the building destructions in that area.[1] The report also does
not delve into the complex dilemmas created when civilian infrastructure
becomes a legitimate military target due to its use in terror attacks. As
Michael Erlich has pointed out, Amnesty brazenly assumes that all civilian
casualties are the product of war crimes.[2] Furthermore the report confuses
the issues by grouping damage to infrastructure and civilian deaths
together, as possible "war crimes". The former is clearly permissible in war
(see Dershowitz below) while the latter requires independent investigation,
depending on the circumstances.

Structure of the Report

The report begins with a one-page introduction that includes both Israel and
Hezbollah's role in the conflict. After stating that Hezbollah's wrongs are
addressed "elsewhere", the report lists more than ten pages worth of
allegations focusing on Israeli wrongs in the conflict. While the final
section returns to a discussion of both Israel and Hezbollah, the text does
not explain the reasons for Amnesty's exclusive focus on Israel. As of
September 3 2006, Amnesty International has not provided a report on
Hezbollah's violations of human rights, including the cross-border
kidnapping attack, the widespread use of human shields, or on missile
attacks against Israeli civilians.

Patterns and Tendencies

I. Missing Context

a. Iran and Syria

Syria and Iran are known to be the primary sponsors of Hezbollah, including
providing the 10-15,000 missiles[3] (or which 4,000 were fired at Israeli
civilians during the war[4]), as well as training and funding. However, the
report fails to examine this core dimension of the conflict. Syria is
mentioned three times in the report, but these brief citations do not seek
to analyze the connection between Syria and Hezbollah. Furthermore, Iranian
support of Hezbollah, including weapons and training, is never mentioned.
While an "Iranian charity" is mentioned as the source of funding for a
hospital that Israel attacked, that is the sole mention of Iran.

b. Terrorism

The report never refers to Hezbollah as a terrorist organization and the
authors quote the IDF Chief of Staff's description that Hezbollah is a
"'cancer" in a cynical manner. In addition, while the report does explain
that the conflict began in the wake of Hezbollah's cross-border raid, it
refers to the conflict as a "major military confrontation", seemingly
between two equal parties.

This inattention to Hezbollah's role as terrorist organization leads to a
fundamental distortion of the context.

II Responses to Israeli Statements

a. Hezbollah's Use of Human Shields

The report quotes Israeli statements that Hezbollah used human shields
during the conflict, but suggests that these are partisan allegations, and
fails to examine their validity. For example, the authors write that

"Israel has asserted that Hezbollah fighters have enmeshed themselves in the
civilian population for the purpose of creating 'human shields'. While the
use of civilians to shield a combatant from attack is a war crime, under
international humanitarian law such use does not release the opposing party
from its obligations towards the protection of the civilian population."

Thus, Hezbollah's primary violation of international law, and massive
missile attacks launched from behind the civilian
population, are relegated to secondary status, while Israel's response to
these deadly attacks is incredulously elevated to the main focus of
Amnesty's analysis. In addition, despite the acceptance that military
weapons hidden in civilian areas are subject to attack, Amnesty claims that
"the pattern and scope of the attacks . . . [make Israel's] justification
ring hollow" without offering a credible military alternative. Based on the
organization's understanding of international law, Hezbollah could have
continuously fired from Mosques, schools, and apartment buildings with
immunity from any Israeli response.[5]

III Problematic Evidence

a. Witnesses

In several instances the report bases its contentions on claims by
"eyewitnesses", which cannot be verified by independent sources. For
example, the text quotes a "plant manager" in its discussion of economic
infrastructure who makes claims regarding the nature of the Israeli air
attack, which may or may not be factual, and which do not provide
information that is relevant to the question of whether the targets housed
Hezbollah military assets.

In another instance, the authors quote Yousef Wehbe, who also claimed to
provide a detailed description of an Israeli air attack, but no information
regarding the presence of Hezbollah in the building or the area. In
addition, the length of the quote published suggests that the authors,
rather than providing the facts and exploring the complex moral dilemmas,
intended to sensationalize their claims.

b. Lack of Expertise

The authors of this report make other assertions based on technical
judgments that are beyond their expertise. In a section that condemns
Israeli attacks on the Al Manr television facilities, the reports agrees
that such installations used for "clearly military purposes" are valid
military targets, while claiming that Al Manr's broadcasts are limited to
propaganda, which "does not render it a legitimate military objective."
However, many detailed reports have highlighted the Al Manr's central role
in the Hezbollah structure, including support for terror attacks, such as in
a program called "Sincere Men", which profiled suicide bombers.[6] In
December, 2004, France's Council of State passed a resolution banning Al
Manr broadcasted television in light of its incitement and anti-Semitic
programming.[7] Furthermore, this report does not consider the evidence that
Al Manr broadcasts of live reports of the fighting in Southern Leba on,
including information on Israeli troop locations and casualties, provided a
central element in Hezbollah's communications system during the war.
According to an Israeli source, "What Hezbollah did was to monitor our radio
and immediately send it to their Al-Manar TV, which broadcast it almost
live, long before the official Israeli radio."[8] Thus, Al Manar, like many
other Hezbollah assets attacked by Israel, was a legitimate military target,
in contrast to Amnesty's claims.

Amnesty's report also criticizes Israel for targeting other supposedly
civilian infrastructure. However, Prof. Alan Dershowitz points out that in
this case, "Amnesty is wrong about the law."[9] Dershowitz argues that
preventing re-supply of Hezbollah from Syria and Iran, and stopping the
movement of the captured soldiers is ample justification for attacks on
infrastructure. He cites law professor David Bernstein's explanation of how
Amnesty's human rights analysis has become skewed by its political agenda:
"The idea that a country at war can't attack the enemy's resupply routes (at
least until it has direct evidence that there is a particular military
shipment arriving) has nothing to do with human rights or war crimes, and a
lot to do with a pacifist attitude that seeks to make war, ... an
international "crime."

Conclusion

Amnesty International's report on the conflict between Israel and Hezbollah
between July 12 and August 14, 2006 has a weak basis for its conclusions and
is clearly driven by its political views. Its takes the conflict out of its
larger context, dismisses Israeli claims a-priori, and relies on dubious and
non-verifiable evidence.

Footnotes:
1. Michael Ehrlich, "Amnesty's Disgrace," Haaretz, September 4, 2006
(Hebrew).
2. Michael Ehrlich, "Amnesty's Disgrace," Haaretz, September 4, 2006
(Hebrew).
3. Editorial, "Agence France Presse - Lebanese army faces no-win situation,"
The International Institute for Strategic Studies, July 21, 2006.
4. Eli Ashkenazy et al, "The Day After / The War in Numbers - 4,000
Katyushas, 42 civilians killed," Haaretz, August 16, 2006.
5.Michael Ehrlich, "Amnesty's Disgrace," Haaretz, September 4, 2006
(Hebrew).
6. Macfarquhar, Neil. "Beirut Journal; On Game Show, Arab Drumbeat: Remember
Jerusalem". New York Times, April 19, 2004.
7. Carvajal, Doreen: "French Court Orders a Ban On Hezbollah-Run TV Channel"
New York Times, December 14, 2004 (The court also cited a program shown in
November, 2004 that included commentary accusing Jews of spreading AIDS).
8. Uzi Mahnami, "Humbling of the supertroops shatters Israeli army morale,"
The Sunday Times (UK), August 27, 2006.
9. Alan Dershowitz, "Amnesty International's Biased Definition of War
Crimes: Whatever Israel Does to Defend Its Citizens," The Huffington Post,
August 29, 2006.

NGO Monitor is published in cooperation with the Institute for Contemporary
Affairs founded jointly with the Wechsler Family Foundation
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Cordiali saluti a tutti gli spiriti liberi e laici
         Marcus  Prometheus.

Penso che tutte le grandi religioni ...
Cristianesimo, Islam e Comunismo
siano insieme false e dannose. (B.Russell)

Ed il Quarto Cavaliere dell'Apocalisse
e' l' esplosione della popolazione mondiale
quadruplicata in 100anni. (M.Prometheus)

#14856 Da: billo ben <billoben_2000@...>
Data: Mer 6 Set 2006 9:45 am
Oggetto: Il primo tentativo
billoben_2000
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Il primo tentativo

   Maurizio Blondet
   03/09/2006
      Il Muro del Pianto: nelle preghiere sono incluse le richieste a Dio per il
ritorno di tutti gli ebrei esiliati e la ricostruzione del Tempio (il terzo) per
«accellerare» il ritorno del «messia».

     Per creare una base ideologica e culturale comune, e quindi condivisa, con i
nostri lettori, pubblichiamo alcuni capitoli, tra i più significativi, tratti
dalle opere di Blondet; cominciamo  con il capitolo settimo de «I fanatici
dell'Apocalisse», Il Cerchio, 2002.

Gesù ha parlato incessantemente del Tempio e della sua rovina.
«Ecco, sarà lasciata la vostra casa deserta» {Matteo 23, 38), minacciò agli
scribi e ai farisei.
I suoi discepoli s'inorgoglivano del Tempio, che credevano sfidasse i secoli:
«Guarda che pietre e che costruzione!», e Lui rispose: «Non rimarrà pietra su
pietra che non sia divelta» (Matteo 24,2). Anche nel giorno della Sua Pasqua,
quando entrò in Gerusalemme sull'asino bianco e la moltitudine gridava «Osanna
al figlio di Davide!», acclamandolo così il vero Messia, e i farisei gli
dissero: «Maestro, riprendi i tuoi discepoli!» (Luca 19,39), la sua risposta fu
un'allusione al Tempio: «Io vi dico che anche se essi taceranno, grideranno le
pietre!».
La scena si svolse, attesta Luca, «vicino alla discesa del Monte degli Olivi»:
Gesù dunque aveva proprio di fronte a sé il Tempio, forse lo indicò.
Dopo che lo appesero sulla Croce, lo schernirono ancora: «Tu che distruggi il
Tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso!».
Ancora increduli, ma ormai l'ordine era stato impartito: non sarebbe passata
questa generazione.

   Il 67 dopo Cristo scoppia la guerra che passerà alla storia come giudaica, e
che un colto ebreo, Giuseppe di Mattia - testimone oculare, cortigiano della
domus di Vespasiano, passato alla storia come Giuseppe Flavio - racconterà con
oggettiva pietas.
Giuseppe era al sèguito del generale Tito, futuro imperatore; ne descrisse il
tentato assalto a Gerusalemme, e la decisione che prese a malincuore, fallito
l'assalto, di espugnarla per assedio. Tito cominciò col costruire una muraglia
d'offesa attorno alla città (anche questo Cristo aveva visto: «Ti circonderanno
con un muro», Luca 19,43), ma proclamò che chiunque si fosse arreso avrebbe
avuto salva la vita.
Un fatto assai prosaico, descritto da Giuseppe Flavio, vanificò la clemenza del
comandante: alcuni giudei, prima di arrendersi, avevano inghiottito delle
monetine, col proposito di recuperarle per via naturale.
Uno di essi viene sorpreso nella bisogna da qualche mercenario di Roma; si
sparge la voce e la soldataglia squarta - per avidità d'oro - tutti coloro che
si sono consegnati.
Tito minaccia l'esecuzione dei colpevoli, ma deve rinunciarvi: nel suo esercito
i soldati romani sono pochi, non è sicuro di poter imporre una disciplina
spietata ai mercenari infidi, semiselvaggi raccogliticci, che costituivano il
grosso delle sue truppe.
La via della resa è chiusa per gli assediati.


La distruzione del tempio

   Gerusalemme si dilania anche al suo interno, si direbbe in una cieca follia di
perdizione.
Partiti avversi si distruggono a vicenda le scorte di viveri; gli Zeloti, da
difensori, si fanno assassini e stupratori della loro gente; si pratica il
cannibalismo per fame.
Gesù aveva predetto che sulla città stava per cadere «tutto il sangue innocente
versato sopra la terra, dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria»
(Matteo 24,21 ).
Dopo tre anni, i Romani sentono che è giunto il momento dell'assalto finale.
E' il 70 dopo Cristo; Tito ha ricevuto da Vespasiano l'ordine di risparmiare il
Tempio.
Il giorno nono del mese di Loos - il 5 agosto - Tito, mentre prepara i piani
d'attacco, emana un ordine del giorno in questo senso: il Tempio non deve essere
distrutto.
Ma da tempo un altro ordine più alto aveva deciso il contrario.
Incalzati già sul portico, gli assediati vi attizzano un enorme incendio per
fondere la porta d'ingresso e farsene uno scudo; e mentre i Romani si affannano
a spegnere il fuoco li attaccano a sorpresa.
Inferociti, i legionari e i mercenari inseguono i nemici fin dentro il Tempio,
taluni lanciando loro dietro i tizzoni ardenti dell'incendio.

   «Uno dei soldati - racconta Giuseppe Flavio - né aspettando il comando né
spaventato da siffatta impresa, o piuttosto spinto da qualche impulso, afferra
un legno ardente e sollevato da un commilitone lancia il fuoco per entro la
Finestra Dorata, la quale immetteva nelle stanze che circondavano il santuario
dal lato settentrionale».
Il penetrale era di legno, le travi erano ancora quelle sollevate seicento anni
prima, al ritorno da Babilonia.
Il fuoco s'appicca subito, alimentato selvaggiamente anche dal molto olio per il
rito conservato là. Invano il generale Tito accorre sul posto e urla di spegnere
il fuoco: le fiamme e l'avidità del bottino - le lastre d'oro che circondano i
vecchi tronchi, il tetto d'oro che per tre anni avevano visto da lontano - rende
come folli i soldati.
Su quell'oro che si piega nel calore rovente e sta già fondendo si lanciano «con
tale impeto da schiacciarsi fra loro sulle porte - scrive Flavio Giuseppe -
Invece di circoscrivere l'incendio, i legionari si diedero a propagarlo sempre
di più. Cominciò il macello dei giudei (...). Presto sorsero mucchi dì cadaveri
che per la grande altezza raggiunta rotolavano in basso l'uno
sull'altro. L'altare sembrava uno scoglio in mezzo a un pantano di sangue».
E prosegue lo storico: «Tito, visto inutile ogni altro intervento (...)
accompagnato da alcuni alti ufficiali, si spinse fin dentro al Santo dei Santi
(...). Qui tentò nuovamente d'obbligare i soldati a rispettare il luogo
santissimo e ad allontanare le fiamme; ma né la sua autorità, né le bastonate da
lui largamente distribuite domarono le belve. In un momento in cui Tito si voltò
per respingere alcuni soldati, un'altro vi lanciò dentro il fuoco».
All'alba, non v'era che un cumulo di macerie fumanti.

   Ciò che il generale potè salvare dalla distruzione è raffigurato nell'Arco di
Tito: il candelabro a sette braccia, la tavola d'oro dei pani della
proposizione, pochi altri arredi.
Adriano scatenò una dura repressione contro i seguaci di Simone ben Koshebah, un
falso Messia che aveva fatto coniare monete con l'immagine del Tempio e aveva
cominciato a ricostruirlo.
Due secoli dopo, il filo-cristiano Costantino fece tagliare l'orecchio destro a
un gran numero di ebrei che premevano per la ricostruzione.
Ancora un secolo: e l'ascesa al trono di Giuliano, l'anticristiano detto
L'Apostata, offre agli ebrei una opportunità concreta e insperata.
Nel 362 Giuliano imperatore ordina la ricostruzione del Tempio e stanzia allo
scopo - come ammette a malincuore Ammiano Marcellino, suo amico personale e ateo
convinto - «somme enormi».
Perché lo faccia, è abbastanza chiaro: Giuliano vuol ripristinare ogni culto
pre-cristiano nell'impero, e nel suo libretto «Contro i Galilei» ha mostrato di
guardare con favore all'ebraismo.


Particolare dell'Arco di Tito

Filostorgio nelle «Historiae Ecclesiasticae», e Eutimio Zigabeno nella «Panoplia
dogmatica», attribuiscono a Giuliano l'intenzione di contraddire le profezie di
Cristo; Gregorio Nazianzeno, nella «Oratio V contra Iulianum» lo mostra convinto
di adempiere le profezie dell'Antico Testamento: forse, come certi protestanti
americani di oggi, anche lui voleva «accelerare la fine
  dei tempi».
Nell'ebraismo sorge la febbre dell'entusiasmo: per la prima volta un imperatore,
un «nuovo Ciro», è dalla parte di Israele!
La Diaspora raccoglie denaro, ritenendo che i fondi «enormi» stanziati da
Giuliano non sarebbero bastati alla magnificenza del nuovo Tempio; in
Gerusalemme si arruolano operai, si raccoglie il materiale, si assumono
architetti e si fonda il cantiere.
L'aspettativa è alle stelle.
E gli ebrei, attesta Rufino, si fanno arroganti: cominciano a insultare i
cristiani.
L'inizio dell'opera infatti smentiva la convinzione cristiana secondo cui - per
dirla con Filostorgio - «Dio, con immutabile sentenza, avesse condannato il
Tempio a perpetua subversio».
Era allora vescovo di Gerusalemme san Cirillo.
Egli, dopo aver meditato le Scritture, raccolse la sfida.

   Davanti al popolo radunato, assicurò solennemente «non essere in alcun modo
possibile che lì, dai giudei,  fosse posta pietra su pietra».
Ciò che avvenne il giorno seguente, quando si diede mano a gettare le fondamenta
del nuovo Tempio, dovrebbe essere rigettato come incredibile.
Senonché è attestato da numerosi storici: non solo da cattolici come Rufino,
Gregorio Nazianzeno, sant'Efrem Siro e Giovanni Crisostomo, ma dall'ariano
Filostorgio (ostile a san Cirillo), e dall'ateo Ammiano.
Ci limitiamo a citare quest'ultimo come testimone oculare: amico di Giuliano e
inviato sul posto dall'imperatore per riferirgli dei lavori, egli assiste a
fatti che lo lasciano sconvolto e dubbioso, al punto che si chiede come dovrebbe
comportarsi nel suo rapporto all'imperatore.
Ammiano non è disposto a credere ai miracoli, e si sforza di ridimensionare le
parti più strane dell'evento, subito amplificate dalla vox populi con
particolari favolosi.
Ma non può negare ciò che ha visto coi suoi occhi: «Formidabili globi di fiamme
erompendo con frequenti ondate presso le fondamenta, resero il posto
inaccessibile, dopo aver ustionato talvolta gli operai (...). E poiché gli
elementi respingevano indietro in maniera ostinatissima, l'impresa cessò».

Si può non credere agli altri particolari.
Al terremoto che scosse e fece crollare i muri in via di elevazione, alla scossa
che seppellì alcuni operai che s'erano rifugiati in una costruzione del
cantiere, alle croci rosse che apparvero sugli abiti di coloro che stavano
lavorando, al fuoco uscito dal suolo che consumò gli arnesi e persino le pietre
accumulate.
Ma quel che accadde davvero, bastò a far concludere Giuliano quando ne ebbe
notizia:  «Il Dio dei giudei non è contento di loro», e a non ripetere il
tentativo.

Maurizio Blondet




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#14857 Da: billo ben <billoben_2000@...>
Data: Mer 6 Set 2006 9:49 am
Oggetto: Il Secondo tentativo
billoben_2000
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L'amico frankista di Wojtyla

   Maurizio Blondet
   04/09/2006
      Un giovane Karol Wojtyla

     Per creare una base ideologica e culturale comune, e quindi condivisa, con i
nostri lettori, pubblichiamo alcuni capitoli, tra i più significativi, tratti
dalle opere di Blondet; dopo il capitolo VII de «I fanatici dell’Apocalisse»,
intitolato «Il primo tentativo», pubblichiamo oggi il capitolo XV  di quello che
Blondet definisce il suo libro migliore e cioè «Cronache dell’Anticristo»,
Effedieffe, 2001.

   «Per capire Giovanni Paolo II bisogna risalire alle sue radici polacche»: il
luogo comune è stato ripetuto da molti molte volte.
Non per questo cessa di essere vero.
Tutti i grandi temi del Papato di Wojtyla risalgono agli eventi formativi della
sua vita in Polonia.
Per chi polacco non è, è difficile comprendere a fondo la «polonicità» assoluta
del Papa, segnata da eventi quasi profetici - o messianici, nell’accezione
speciale del messianismo polacco.
Karol Wojtyla è nato il 18 maggio 1920: lo stesso giorno in cui il maresciallo
Jozef Pilsudski sconfiggeva l’armata sovietica, occupava Kiev e restituiva
l’indipendenza alla Polonia dopo due secoli di servaggio.
Karol è stato il giovane che ha amato intensamente il teatro (e abbiamo visto
quale funzione, anche «politica», svolga in Polonia il teatro: le insurrezioni
polacche spesso cominciano con gli applausi di qualche romantica
rappresentazione). È stato il giovane che ha recitato esaltandosi le poesie di
Mickiewicz (lo faceva spesso, dicono i biografi del Papa, con una sua amica
ebrea, Ginka Beer); che ha mandato a memoria i versi del poeta Slovacki sul
futuro «Papa slavo», il quale «non sfuggirà la spada come l’italiano /come Dio,
affronterà valoroso la spada».

   Ma ancor meno si capirebbe l’ideologia di Wojtyla, se non s’indagasse
l’ambiente intellettuale di Cracovia di cui fece parte, e di cui continuò a
circondarsi anche da vescovo e da cardinale.
E’ l’ambiente del settimanale «Tygodnik Powszechny», la più vivace, libera e
tuttavia autorevole rivista culturale del Paese nel cinquantennio comunista.
Lo spirito di questa rivista, cui il giovane prete collaborò come saggista e
poeta, ha influito, anzi «formato» Wojtyla
più di qualunque altra circostanza.
Nel luogo comune, «Tygodnik Powszechny» è definita invariabilmente «Il
settimanale cattolico di Cracovia» e la sua testata (che significa «settimanale
universale», e «universale» può valere «cattolico») pare confermarlo.
In realtà, il settimanale non è mai stato la tipica rivista clericale polacca.
I direttori dei seminari ecclesiastici ne vietavano la lettura agli alunni:
troppo «aperta»; troppo progressista, troppo curiosa del mondo contemporaneo,
con i suoi articoli (clamorosi allora) su Marilyn Monroe e su Picasso.
Allo stesso modo del resto era considerato il cardinale di Cracovia.

   Perché - per quanto strano appaia oggi a noi, abituati a leggere continue
lagnanze sul «conservatorismo» del Papa polacco - il cardinal Wojtyla era
guardato in Polonia come la bandiera di un cattolicesimo molto progressista e
quasi anti-tradizionale, il contrario del cardinal Wyszynski di Varsavia.
Un prelato aitante, sportivo, libero anche nei costumi; che si mostrava in
pantaloni corti, abbronzato, in gite nei boschi fra ragazzi e ragazze con la
chitarra; che recitava nel suo amato «Teatro Rapsodico», e scriveva poesie; che
si circondava di attori e intellettuali bohèmiens.
Molti di questi intellettuali, collaboratori regolari della «cattolica»
«Tygodnik Powszechny», erano tutto fuorché tipi da sacrestia.
Tra di loro, varrà la pena di nominare Leopold Tyrmand (1920-1985) per il suo
stile di vita: figura colorita di «play-boy all’americana» negli anni del più
cupo stalinismo, critico musicale promotore di concerti jazz e rock nel grigiore
della Polonia sovietizzata, appassionato di cultura pop statunitense, riuscì a
condurre anche negli anni più bui una sorta di sua scandalosa «dolce vita» in
Polonia.
D’origine ebraica ma convertito al cattolicesimo, Tyrmand era sopravvissuto
all’olocausto fuggendo - per quanto strano sia - in Germania, dove riuscì
(nonostante gli evidenti tratti razziali) a mimetizzarsi più che felicemente, se
è vero quanto racconta nei suoi libri, dove dipinge il suo periodo tedesco come
un seguito di successi erotici con donne germaniche.


Leopold Tyrman (1920-1985)

   Negli anni ‘50, ormai maturo, Tyrmand, il collaboratore della «rivista
cattolica», si lega e convive con una ragazzina di quattordici anni.
Nel 1956 è lui a reintrodurre in Polonia la sovversiva cultura
occidentalizzante: jazz, rock, consumismo, la moda dei romanzi polizieschi.
Come sia riuscito, nonostante tutto, ad evitare i fulmini delle autorità
comuniste, anzi a costringerle ad aprire le porte a quelle mode pericolose, è un
mistero.
Che forse può essere un poco illuminato dal fatto che Tyrmand era un
cordialissimo amico di Krzysztof  Teodor Toeplitz, il guru e «controllore» della
cultura per conto del regime, ed inoltre abilissimo nelle pubbliche relazioni.
Non è il solo mistero in una vita straordinaria, del resto.
Negli anni ‘60 Leopold Tyrmand se ne va negli Stati Uniti, dove immediatamente
ottiene una colonna di opinionista sul New York Times (il maggior quotidiano
dell’establishment ebraico e «liberal») e, poco dopo, un proprio istituto di
ricerche culturali, dono di un miliardario misterioso: il Rokiord Institute.
Si tratta di una fondazione politico-culturale dell’estrema destra americana, di
tono «sudista», moralisticamente conservatrice.
Il libertino degli anni ‘50 della Polonia stalinista diventa, negli Stati Uniti,
un super-conservatore.
Se questa metamorfosi si debba a vera convinzione, o alle straordinarie doti
mimetiche di Tyrmand, o a una sua elasticità ideologica di tradizione frankista,
lasceremo al lettore giudicare.

   Un altro collaboratore di «Tygodnik Powszechny» è notevole per la sua
eterogeneità al mondo cattolico.
Si rievochi qui la figura del poeta (nonché pubblicista satirico, critico
teatrale, editore, commediografo, romanziere) Antoni Slonimski (1895-1976).
Questo personaggio, in gioventù, partecipò al movimento «Giovane Polonia»; a
fianco di Boy-Zelenski (l’amante di Jadwiga Mrozowska, poi moglie di Giuseppe
Toeplitz in Italia) gareggiava con lui in satire libertine contro la Chiesa e il
cattolicesimo polacco.
Durante la guerra ripara a Londra, risparmiandosi le sofferenze dell’occupazione
nazista, e vi fonda una rivista, Nowa Polska, legata agli ambienti dell'estrema
sinistra.
Difatti, alla fine del conflitto, torna nella Polonia comunista ostentando
simpatie filo-sovietiche.
In ciò sembra seguire la strada di molti altri ebrei polacchi, tornati nella
Polonia, dopo la vittoria di Stalin, per costruirvi l’utopia socialista.
Ma invece, forse, Slonimski obbedisce a più segreti ordini superiori: in Polonia
fu infatti Gran Maestro di una loggia massonica, la Kopernik, fondata nel 1920 e
«risvegliata» clandestinamente nel febbraio del 1961.
Come si è saputo solo in anni recenti, la loggia Kopernik, rigorosamente
«coperta» (non ha mai contato più di venti membri) ha continuato ad operare
durante tutto il periodo comunista: così in segreto, che per oltre trent’anni
soltanto un’altra loggia, la gemella Kopernik di Parigi (una loggia polacca in
Francia) ne ha conosciuto l’esistenza.
Le alte referenze muratorie di Slonimski, nonché il suo profilo, accuratamente
coltivato, di «socialista umanitario» e pacifista, gli hanno procurato una
carriera privilegiata in organismi internazionali: negli anni Quaranta e
Cinquanta è stato uno dei dirigenti mondiali dell’Unesco; in patria fu eletto
presidente dell’Associazione dei Letterati.
Poeta di buona notorietà, è considerato come un promotore del cauto «disgelo»
della cultura polacca nel 1956.
Ebbene: da un certo punto in poi, questo massone d’alto rango, anticlericale e
noto uomo di sinistra comincia a pubblicare sulla rivista cattolica «Tygodnik».
Come mai?

Forse non vi stupirà apprendere che anche da Slonimski emana una certa atmosfera
di frankismo.
La sua famiglia, ebraica d’origine, si convertì al cattolicesimo nell’Ottocento;
ciò non toglie che Slonimski abbia scritto poesie piene di nostalgia per
l’ambiente ebraico, per lo shtetl e il ghetto, e che la sua fantasia
identificasse i destini degli ebrei e dei polacchi, «i due popoli più tristi
della terra».
Una doppia identificazione che è anche un’equidistanza, se Slonimski fu capace
di scrivere parole come queste: «Conosco pochi ebrei che non siano convinti
della superiorità della loro razza. Perciò questa nazione non perdona nemmeno il
più piccolo sgarbo. Gli stessi ebrei che recriminano la scarsa tolleranza degli
altri, sono i meno tolleranti». (1)
Nel ‘68 - quando la comunità israelita polacca decide di togliere il suo
appoggio al regime comunista, che l’ha epurata - Antoni Slonimski entra a far
parte del KOR (Comitato di Difesa Operaia) dell’intellettuale Jacek Kuron, che
rappresenta l’opposizione comunista organizzata nei primi anni Settanta.
Organizzazione strettamente laica, guidata per lo più da israeliti (e almeno tre
dirigenti del KOR, fra cui Slonimski, appartenevano a logge massoniche), che
proprio in quegli anni si avvicina però alla rivista cattolica di Cracovia.

   A «Tygodnik Powszechny», l’autore di una simile apertura senza limiti a
personalità delle più varie ideologie è il fondatore e direttore della rivista,
il cattolico Jerzy Turowicz (1912-1999).
«Un uomo di straordinaria autorità morale», «uomo di dialogo», e addirittura «il
Nestore della Polonia»: così Turowicz è stato definito nei necrologi laudativi
alla sua morte, avvenuta nel ‘99 a 87 anni.
«Per mezzo secolo il punto di riferimento stabile degli intellettuali
indipendenti».
E’ lui che chiama a collaborare a «Tygodnik» autori illustri, dal poeta premio
Nobel Czaslaw Milosz al filosofo Lezsek Kolakowski, da Ryszard Kapuscinski
all’israeliano Amos Oz, da Tadeusz Mazowiecki (che sarà, nel 1989, il primo capo
di un governo non comunista in Polonia) al giovane poeta e sacerdote Karol
Wojtyla.
Turowicz fu progressista cattolico, molto ecumenico, ammiratore di Maritain,
entusiasta delle riforme portate dal Concilio Vaticano II, per diffondere le
quali animò e guidò un movimento cattolico dal nome significativo di
«Odrodzenie» («Rinnovamento»).
Politicamente si situava a sinistra, con moderazione.
Avverso al nazionalismo polacco, seguiva - così ci viene descritto – «una via
mediana» tra gli opposti estremismi, instancabile promotore del «dialogo» anche
con il regime.
E infatti nel 1989, quando Solidarnosc e il Partito si affrontano in una prima
cauta trattativa, a presiedere la «tavola rotonda» è lui, Turowicz.
A quel punto l’alleanza fra i laicisti del KOR e il sindacato cattolico di
Walesa era saldissima.
«Turowicz ha avvicinato il cattolicesimo a persone cresciute nella tradizione
della sinistra», ha detto Adam Michniz, il dissidente israelita, figlio di alti
funzionari comunisti.
Era anche molto amico del futuro Papa.


Jerzy Turowicz (1912-1999)

   Fu lui ad esempio a rivelare anni fa a Il Corriere della Sera un amore
giovanile di Wojtyla per un’attrice.
La grande aspirazione di Turowicz fu la riconciliazione fra ebrei e cattolici.
Ne fu, dicono i necrologi laudativi, «il campione».
Il suo interesse, anzi il suo amore per il popolo e la cultura ebraiche fu
notorio, esibito - e ricambiato.
Nel 1987 pubblicò sul suo settimanale un saggio, a firma Jan Blonski, dove si
accusavano i polacchi di aver commesso, durante l’occupazione nazista, «peccato
di omissione» verso gli israeliti.
«Noi polacchi avremmo potuto fare di più per salvarli», era la tesi.
L’articolo innescò un ampio, acceso dibattito.
Turowicz vi intervenne infine di persona, scrivendo che la tragedia degli ebrei
durante l’occupazione nazista era «inconfrontabile» con le sofferenze dei
polacchi.
I tre milioni di polacchi uccisi dai nazisti «rappresentano il 10 % della
popolazione, ma i tre milioni di ebrei scomparsi sono il 95 % della comunità».
Inoltre, aggiungeva dopo questa contabilità dell’orrore, «la differenza è anche
qualitativa».
E concludeva accusando i polacchi di aver sempre guardato alla minoranza
israelita come «a cittadini di seconda classe».
Insomma, il tema wojtyliano della «richiesta di perdono agli ebrei» risiede già
tutto, in anticipo, nei concetti di Turowicz.

   Da giovane, Karol Wojtyla (al contrario, ad esempio, del beato Massimiliano
Kolbe) non ha mai dato segno della minima sospettosità verso gli ebrei; anzi il
suo più caro amico d’infanzia, Jerzy Kluger, era di ricca famiglia israelita.
Durante l’occupazione nazista fu testimone dell’uccisione di parecchi ebrei: ed
erano persone che conosceva e a cui voleva bene.
In un caso, durante la guerra, portò sulle spalle una povera ragazzina sfuggita
miracolosamente dal campo di Auschwitz, la mise su un treno e comprò per lei un
poco di cibo.
Ma è anche vero che Wojtyla non ha mai fatto parte delle organizzazioni
cattoliche polacche (che esistettero, con buona pace di Turowicz) i cui membri
si mettevano in reale pericolo di vita per salvare degli ebrei.
L’idea di una storica, grandiosa «riconciliazione» con Israele, il Pontefice
polacco l’ha tutta mutuata dal suo grande amico Jerzy Turowicz.
Un’idea nutrita da molto tempo, se il cardinal Wojtyla già andò a visitare la
sinagoga di Cracovia nel 1968: gesto tanto più significativo perché avvenne
nell’anno in cui il Partito scatenava la grande purga contro gli «agenti
sionisti».
E tuttavia, è un’idea che pone delicati problemi dal punto di vista della
teologia cristiana.


Il prete operaio

   Nella memorabile Pasqua del 1998 in cui il Papa polacco chiese scusa agli
ebrei col documento «Noi Ricordiamo», lasciò dire che il popolo israelita «è
crocifisso da duemila anni».
Non tremila, ma duemila: dalla nascita del cristianesimo.
Si deve con ciò intendere che a «perseguitare» gli ebrei è il fatto stesso che
il cristianesimo esista?
Proprio così l’hanno inteso le lobby ebraiche che hanno tenacemente trattato sul
frasario delle scuse vaticane. (2)
Israele è «offesa» dalla pretesa che i cristiani siano subentrati agli ebrei in
una Nuova Alleanza.
Ma questo è, ohimè, la credenza centrale della fede cristiana, ed è fondata sui
Vangeli.
Il minimo dubbio su questo punto significa esporre al dubbio la fede, e il
Papato polacco non ha certo sanato questa ambiguità, e pare persino non
essersene reso conto.
Se gli ebrei hanno ragione, allora ebbe torto Gesù.
Se persiste l’Alleanza antica, che riguarda solo gli ebrei; se è valida la
Promessa che fu fatta a loro, il dominio del mondo, allora Gesù non era il
Messia.
Se la Chiesa è un errore durato «duemila anni» ed ora lo riconosce, si tratta di
un errore residuale, destinato a sparire nei «tempi a venire» che saranno
dominati da chi ha «il regno di questo mondo», gli ebrei.

   Come si può essere cattolici e credere a questo?
Si può solo ad un patto: ammettendo l’influsso dell’ideologia frankista in
Turowicz.
Sulle origini ebraiche del cattolicissimo direttore e fondatore di «Tygodnik» si
preferisce sorvolare.
Si dice, al più, che queste origini sono «remote», il che significa che la
conversione della famiglia al cattolicesimo deve essere avvenuta ben oltre un
secolo fa.
Si fa notare inoltre che i Turowicz appartenevano alla piccola aristocrazia
polacca (nessuna meraviglia: in Polonia, il 10 % della popolazione può fregiarsi
di un titolo nobiliare) e che avevano possedimenti terrieri ereditari.
Ma per noi, che conosciamo qualcosa della conversione in massa dei frankisti nel
1760, e della loro nobilitazione collettiva, l’indizio segnala proprio il fatto
che si vuol negare.
L’assegnazione di terre a neo-convertiti e nobilitati poteva avvenire solo prima
del 1794, prima cioè che la Polonia perdesse l’indipendenza.
Dunque, non c’è per noi alcun dubbio: il cattolicissimo Jerzy Turowicz
appartenne ad una delle famiglie frankiste cripto-giudee che si convertirono
formalmente al cattolicesimo nel 1760, per ordine del loro Messia.
Se le cose stanno così, forse non fu per semplice sentimentalismo che Jerzy
Turowicz volle che al suo funerale, nel 1999, fossero cantati canti popolari
ebraici.
Forse fu la volontà di dichiarare un’appartenenza mai rinnegata.
Questi indizi fanno sorgere una domanda che esitiamo a porre.
La poniamo tuttavia, con timore e tremore: fino a che punto gli ambienti di
Tygodnik hanno cercato di manipolare Karol Wojtyla?


Giovanni Paolo II riceve Turowicz

   Si deve notare che fin dall’inizio, in Polonia, la figura di Wojtyla è stata
costruita sapientemente (dalla stampa e dai media, su cui abbiamo visto chi
vegliava) in contrapposizione al Primate di Varsavia, l’eroico cardinal
Wyszynski, irriducibile anticomunista.
Veniva pubblicizzato, amplificato (e perciò in parte fomentato) un presunto
conflitto fra i due.
Wyszynski era dipinto come superconservatore, conformista, vecchio-cattolico,
«nemico delle minigonne» e in generale della libertà dei costumi moderna;
Wojtyla come l’intellettuale aperto, che dialogava con i capi laici del Kor, che
scherzava con gli attori e le ragazze, che girava in calzoni corti i laghi
Masuri… insomma, un prelato liberale  e progressista, si sottolineava, in fatto
di costumi.
E di fatto Wojtyla è stato un prelato progressista.
Durante il Concilio, si segnalò come uno dei più accesi e attivi promotori delle
innovazioni, dell’«aggiornamento».
Un cardinale dell’Est, ma finalmente (al contrario di Wyszynski e dell’ungherese
Mindzensty), progressista.
E’ questa immagine «liberale» e «avanzata», sapientemente costruita dallo stesso
promotore di Wojtyla, il saggio cardinale Sapieha (che gli fece trascorrere
persino un certo periodo in Francia come «prete operaio»), ad aver portato alla
sua elezione al soglio pontificio: il Conclave di allora non avrebbe mai eletto
un riconosciuto conservatore, o ostile alle, chiamiamole così, «conquiste»
conciliari.
E’ più probabile che su Karol Wojtyla si appuntassero molte speranze degli
ambienti laici, progressisti ma ormai (dopo la purga degli ebrei nel ‘68) ostili
al regime comunista.


Il cardinal Wyszynski

   Si poteva credere che un Papa che era stato prete operaio e attore avrebbe
trasformato la Chiesa, facendole accettare gli aspetti della rivoluzione dei
costumi - essa stessa lanciata nel ‘68 - a cui gli ambienti laicisti dell’intero
pianeta sembrano tanto tenere.
Papa Giovanni Paolo II s’è rivelato una persona diversa dal cardinal Wojtyla che
laici, progressisti e massoni polacchi credevano di conoscere.
Forse non a caso, il Pontefice polacco è stato al centro di attacchi di stampa
senza precedenti, per il suo presunto (ma poco verificato) conservatorismo:
quasi che gli establishment laicisti si sentissero in diritto di rimproverargli
promesse non mantenute.
Di tutte le promesse, una però ne ha mantenuta: la messa in stato d’accusa del
cattolicesimo rispetto all’ebraismo.
La comunità israelitica ha potuto opporsi alla beatificazione di Isabella la
cattolica, la santa regina di Castiglia del ‘400, colpevole però ai loro occhi
di aver «cacciato gli ebrei» dalla Spagna (indizio che il «perdono» non è
contemplato nella religiosità giudaica); ha provato ad opporsi alla
beatificazione di Pio IX; insomma la comunità s’è di continuo intromessa in cose
che non la riguardavano, nelle decisioni del Papa polacco, quasi avesse il
diritto di farlo.
E’ un enigma, che la storia dovrà un giorno indagare.

Maurizio Blondet


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   Note
1) Citato in T. Piotrowski, «Poland’s Holocaust», McFarland & Co., 1998, pagina
39.
2) Queste lobby, scriveva Le Monde del 7 aprile 1998, hanno chiesto alla Chiesa
di rettificare le sue posizioni tradizionali, «con emendamenti della
predicazione e della catechesi, fino al riconoscimento del carattere
‘irrevocabile’ dell’Alleanza di Dio con il popolo ebraico».
Difatti, scriveva il giornale francese, ad offendere gli ebrei è il fatto che
nella Chiesa «fino al Concilio Vaticano II la teoria della ‘sostituzione’
(dell’Antico col Nuovo Testamento, del giudaismo col cristianesimo) fosse
sovrana, ed ancor oggi capiti alla Chiesa di presentarsi come il Nuovo e il Vero
(verus) Israele».




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#14858 Da: billo ben <billoben_2000@...>
Data: Mer 6 Set 2006 9:52 am
Oggetto: Il terzo tentativo
billoben_2000
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Strani destini ad Hollywood

   Maurizio Blondet
   05/09/2006
      Roman Polanki e Sharon Tate

     Per creare una base ideologica e culturale comune, e quindi condivisa, con i
nostri lettori, pubblichiamo alcuni capitoli, tra i più significativi, tratti
dalle opere di Blondet; dopo  Il capitolo VII de «I fanatici dell’Apocalisse»,
intitolato «Il primo tentativo», ed il capitolo XV di quello che Blondet
definisce il suo libro migliore e cioè «Cronache dell’Anticristo», Effedieffe,
2001, pubblichiamo oggi il capitolo XVI di quest’ultimo.

   La nostra storia, dotata di vita propria, vuole che seguiamo alcuni personaggi
fino all’appuntamento con il loro destino.
Il luogo del destino - sanguinoso, tragico, un’orgia mortale - è una villa di
Hollywood.
La data, l’8 agosto 1969.
La villa è quella di un antico allievo di Toeplitz alla scuola di cinematografia
di Lodz, compagno di studi di Andrzej Wajda: Roman Polanski.
Un piccolo ragazzo ebreo polacco che ha fatto fortuna.
Con il suo primo film, «Il coltello nell’acqua», ha conquistato una nomination
all’Oscar e si è trasferito ad Hollywood; e lì, l’infelicità che sembra
circondare Roman come uno sciame oscuro  s’è dissolta.
Polanski è un regista allegramente famoso; gira film di successo,
invariabilmente sul satanismo; ha sposato un’attrice bellissima, Sharon Tate.
Quella sera d’agosto, nella splendida villa, Sharon Tate - che è incinta - ha
invitato parecchi ospiti.
E’ una festa.
Roman Polanski è assente.
Ci sono però tanti amici del suo ambiente.
C’è, ad esempio, Wojtek Frykowski.
Non varrebbe la pena di parlarne, se non si trovasse lì, ignaro,
all’appuntamento col suo destino.
E’ il figlio di un uomo d’affari polacco, un re dell’economia «parallela» (a
stretto contatto con la malavita) della Polonia comunista.

   Wojtek è ricco, situazione insolita in Polonia; un eccentrico, violento
playboy dell’Est.
Ha avuto due mogli.
La prima, una prostituta; la seconda una poetessa molto in voga.
Poi è arrivato negli Stati Uniti al seguito di Roman, e qui ha conosciuto la sua
terza donna: Abigail Folger, figlia di un magnate del caffè.
Wojtyek ha un bambino di pochi anni, Bartek, che è rimasto in Polonia.
La villa, quella notte, è spiata da un altro eccentrico, da un altro - a suo
modo - playboy.
E’, come sappiamo, Charles Manson: un marginale, un senza tetto, un ex detenuto
dotato però di qualità a suo modo straordinarie.
Ben noto, e spesso invitato, nelle ville degli attori di Hollywood per certe sue
capacità sessuali fuori del comune.
Manson, «il figlio di Satana», ha radunato attorno a sé una «famiglia» fatta di
ragazzine spostate e tossicodipendenti.
Quella sera, ha ordinato alla «famiglia» di scatenare «Yhelter skelter».
E’ il titolo di una canzone dei Beatles (significa «alla rinfusa»), ma per
Manson è il nome segreto dell’Apocalisse di cui crede di conoscere tutte le
fasi.
Un massacro di «ricchi maiali bianchi» da attribuire a bande di negri, sì da
innescare una guerra razziale alla fine della quale sarà lui, Manson, il nuovo
re e messia degli Stati Uniti.
Manson l’Anticristo.
Come andò, l’hanno scritto i giornali, e l’ha descritto il «deputy attorney»
Vincent Bugliosi, incaricato dell’indagine.
I laghi di sangue sul pavimento.
Le scritte col sangue sui muri: «Healter Skelter», «Death to Pigs».
Sharon Tate sgozzata coi suoi ospiti, Wojtek Frykowski compreso.
E’ stato pugnalato, grosso e vigoroso com’è, da una ragazza minuta della
«famiglia».


Wojtek Frykowski e Sharon Tate poco prima del massacro

   Non andremo oltre: le connessioni e le implicazioni americane di questa
tragedia, di questo massacro, le abbiamo già raccontate altrove, (1) adombrando
una speciale «programmazione psichica» di Manson nelle carceri statunitensi che
ha frequentato.
La storia non ci consente di attardarci; vuol portarci in Polonia, con un salto
temporale vertiginoso. Accanto a Bartek, il figlio dell’assassinato Wojtek
Frykowski.
Ormai - la storia ci ha fatto saltare fino al 1999 - Bartek non è più un
bambino.
E’ un apprezzato cineoperatore.
Oltre ai beni lasciatigli dal padre, Bartek ha potuto godere fin qui di un
altro, strano lascito: 35 mila dollari l’anno inviatigli da Charles Manson.
Non che Manson mandi quei soldi di sua volontà; è la Corte di Los Angeles ad
aver ordinato che gli introiti, non disprezzabili, delle canzoni che il «figlio
di Satana» continua a scrivere in carcere e che hanno un certo successo, vadano
al figlio dell’assassinato nel ‘68.
Anche il gruppo pop «Gun’s and Roses» di Los Angeles, che ha usato parole di
Manson come «track nascosto» nella sua canzone «The spaghetti’s incident», deve
versare i diritti d’autore relativi a Bartek Frykowski.
Bartek è un trentenne avviato al successo.
E’ diventato l’amante di Karolina Wajda, figlia del grande regista, attrice a
sua volta di moderata bravura.
Una sera del ‘99, Bartek arriva a casa di Karolina.
E là, in quella casa, incontra il suo destino: lo ritrovano ucciso a pugnalate.
Come suo padre trent’anni prima.


Bartek Frykowski

   Com’è accaduto?
Chi è stato?
Karolina Wajda è rimasta in casa per tutta quella notte ma, interrogata dai
poliziotti, non sa dare una risposta.
C’è il sospetto che menta.
E’ sospettabile, naturalmente.
Ma non viene incriminata.
Come si fa a incriminare la figlia del Vate della Polonia, Andrzej Wajda?
Non è tutto: i direttori dei giornali e degli altri media polacchi, compresi i
rotocalchi pettegoli, si incontrano e si accordano per tacere completamente la
notizia.
Sarebbe un boccone ghiottissimo per la stampa, pensate: il figlio pugnalato come
il padre, l’inquietante parallelo di due destini, il ritorno ricorrente del
Male, le elucubrazioni possibili sulla maledizione di Charles Manson, la
possibilità di rievocare la strage in casa di Roman Polanski nel ‘68... niente.
Silenzio stampa totale.
In Polonia, pochi sono a conoscenza di questa storia.
Se noi la sappiamo, è perché ce l’ha raccontata Igor Miecik, abile giornalista
del rotocalco polacco Superexpress: ce l’ha raccontata a voce, perché nemmeno
lui ha potuto stamparla.
La nostra storia non vuole ancora finire.
Si rifiuta, e ci porta di nuovo indietro nel tempo, a quella notte dell’8 agosto
1969, a Hollywood.
Ci vuol mostrare un uomo che evitò di misura l’appuntamento col destino nella
villa di Roman Polanski, al massacro che non risparmiò Sharon Tate e i suoi
ospiti.

   Di un ospite mancato, quella sera di sangue, ci vuol parlare la storia.
Di un invitato che si astenne, sul punto di arrivare all’incontro col destino.
Era stato invitato, quell’uomo.
E s’era recato all’aeroporto per prendere l’aereo che doveva portarlo alla festa
di Sharon Tate.
Ma invece si fermò nell’aeroporto JFK di New York, tutto il giorno e tutta la
notte seguente, mentre nella villa in cui era stato invitato si compiva
l’orrendo macello.
Interrogato dalla polizia, quell’uomo non ha saputo spiegare in modo chiaro
perché s’era fermato per così lunghe ore all’aeroporto.
Ha parlato, in modo poco convincente, di un bagaglio smarrito da recuperare.
La polizia ha sospettato; almeno, ha sospettato che sapesse quello che stava per
accadere nella villa di Los Angeles.
Che qualcuno l’avesse avvertito.
Quell’uomo era uno scrittore molto in voga.
Uno scrittore «americano», anche se la sua nazionalità era polacca, e la sua
ascendenza - ma forse già lo immaginate - ebraica.
Era Jerzy Kosinski.
L’autore di «Being There», da cui è stato tratto il film «Oltre il Giardino»
(1980), con Peter Sellers e Shirley McLaine, e di un best seller, «The Painted
Bird», ossia «L’Uccello dipinto» (1965).
Uno scrittore irrefrenabile e pornografico, funambolico ed escatologico, a suo
modo ammirevole e orribile.

   E’ nato nel 1933 a Lodz, figlio di una pianista e di un industriale tessile
comunista, israeliti, che hanno cambiato il loro cognome vero, Lewinkopf, in un
più «polacco» Kozinski.
Jerzy è amico di Roman Polanski dagli anni ‘50.
E’ arrivato in America (così ha raccontato lui) con un trucco geniale;
all’università di Lodz dov’era assistente, convinse i suoi docenti e i
funzionari del Partito di aver ricevuto una borsa di studio e un invito da una
università degli Stati Uniti, esibendo perfino una corrispondenza - con tanto di
francobolli statunitensi e carta intestata falsa - con professori americani
inesistenti.
Ottenuto il permesso di partenza, è sbarcato a New York nel 1954: ha 24 anni,
tre dollari in tasca
e una pelliccia di lupo sulle spalle.
Operaio, lavapiatti, apprendista scrittore in una lingua non sua, fa innamorare
di sé la vedova di un magnate dell’acciaio, Mary H. Weir: e fino alla morte
della donna, nel 1968, godrà gli agi di una bella vita turbinosa.
Una vita indomabile.
Con un sottofondo atroce, oscuramente satanico.
Da bambino, Jerzy Lewinkopf alias Kosinski fu affidato dai genitori ebrei a
contadini polacchi di un villaggio chiamato Dibrowa Gornicza.
Quei contadini cattolici - la famiglia Warchol - lo hanno nascosto dalla furia
nazista, protetto e nutrito.
Erano, inoltre, impegnati nella resistenza antinazista e non-comunista.
Il padre di Kosinski (Mieczislaw Kosinski, ricordate il nome) era invece
comunista: quando l’Armata Rossa entrò in Polonia, si affrettò a denunciare i
salvatori di suo figlio come partigiani anticomunisti.


Lo scrittore Jerzy Kosinski

   Parecchi membri della famiglia Warchol sono sopravvissuti ad anni di durissima
detenzione, conseguenza di quell’accusa.
Alcuni vivono ancora.
A sentire il cognome «Kosinski», piangono.
Anche perché «L’Uccello Dipinto» di Jerzy è stato pubblicato in polacco, ed essi
l’hanno potuto leggere.
Qui, Jerzy Kosinski ha raccontato della sua vita fra loro, fra i contadini
polacchi cattolici.
E ha descritto i suoi benefattori come bruti crudeli, bestie affondate nella
superstizione e nella miseria, ossessionati dal sesso che praticavano anche con
animali, nel più orrendo dei modi. Il protagonista del libro è ovviamente un
bambino ebreo, terribilmente tormentato dai contadini bruti, che lo tengono come
schiavo-giocattolo.
Nel libro abbondano, narrati con compiacimento, atti di indicibile violenza:
almeno una dozzina di omicidi, tre o quattro stupri, un paio di fustigazioni.
Occhi vengono cavati col cucchiaio, bambini sono gettati nei cessi, dati in
pasto ai cani.
E questa la «verità» secondo Kosinski?
Il suo biografo americano (2) sostiene che l’esperienza infantile di
dissimulazione assoluta, la necessità di fingersi cristiano fra i contadini (i
genitori di Jerzy gli avevano vietato persino di orinare con gli altri
ragazzini, per non rivelare la sua circoncisione) abbia reso Kosinski incapace
una volta per tutte di verità.
Il suo irrefrenabile raccontare è un irrefrenabile mentire, un modo di sfogare
il suo compulsivo, totale nichilismo.
Il suo è un mondo senza gratitudine, senza perdono, senza senso alcuno.

   In «Being There» il protagonista è un demente, totalmente vuoto nella mente e
nel cuore, che proprio in quanto assolutamente idiota viene elevato e trascinato
alle più alte sfere della società, grazie all’infinita falsità delle forze
sociali che manipolano lui, e tutto e tutti.
In «Steps», un altro romanzo kosinskiano, il mondo è descritto come una trappola
assurda che distrugge gli uomini; ma gli uomini sono morti anche prima, non sono
che cadaveri animati solo dal desiderio sessuale più meccanico e crudo.
Il racconto mirabolante della falsa borsa di studio americana, con cui convinse
il Partito a lasciarlo emigrare in USA, è quasi certamente una menzogna: il suo
biografo Parker Sloan non è riuscito a trovarne alcuna prova.
Il «Village Voice», nel luglio 1982, scoprì e rivelò che il capolavoro di
Kosinski, «Being There», era un plagio di un romanzo polacco d’anteguerra, «La
carriera di Nikodem Dzyma»; ovviamente ignorato dal pubblico americano; e che
per scrivere gli altri suoi libri in buon inglese Kosinski aveva fatto largo uso
di traduttori e «collaboratori editoriali», i quali scrivevano per lui
nell’inglese che lui non conosceva abbastanza.
Insomma i romanzi e i testi così ammirati non erano suoi.
Del resto le sue opere, che sfornava abbondanti, divennero col tempo sempre più
triviali, narcisistiche, alla fine illeggibili.
Kosinski doveva ormai la sua fama soprattutto alle sue apparizioni televisive,
dove la sua presenza grifagna e acutamente maligna era diventata un ingrediente
piccante nei talk-show pettegoli.
E la sua notorietà poggiava ormai soprattutto sulla sua scandalosa vita
sessuale, di cui si compiaceva pubblicamente: frequentatore abituale di sex club
di Manhattan, dove si dedicava al suo piacere esclusivo - quello di voyeur - con
più donne insieme, e al sesso di gruppo.

   Si aggiunga infine questo tocco: Kosinski negava ostinatamente la sua origine
ebraica, a tutti nota.
Era, insomma, un essere che non consisteva in altro che nelle sue maschere;
ermeticamente protetto dietro le parodie di se stesso che proiettava al mondo.
Una vita così costituita di menzogna, così deliberatamente priva di gratitudine
e di luce, così decisamente volta al nulla e alla malvagità, e alla fine
autodistruttiva - Kosinski si tolse la vita, cinquantenne, soffocandosi con un
sacco di plastica nel 1991 - pone un problema grave, ci pare, che supera di
molto la descrizione di una psicologia, per quanto abnorme.
Le categorie cui si deve ricorrere non sono più quelle della psichiatria, ma
della teologia: se il demonio è stato definito Padre della Menzogna, ci sembra
inevitabile scorgere in Kosinski un figlio privilegiato di quella Menzogna
radicale, metafisica.
Ci pare di vedere in Kosinski una specie di mistico luciferino, e nella sua
parabola scintillante e vuota (ed ora subito dimenticata) la scia di una
volontaria Caduta.
E il Padre - tremiamo nello scriverlo - può aver ben avvertito quel suo Figlio
prediletto di non arrivare nella villa di Los Angeles, dove un altro figlio del
male, Charles Manson, si preparava a compiere il massacro satanico.
Solo con l’uso accorto delle categorie del satanico - categorie profondamente
cattoliche - possiamo spiegarci, senza troppo stupirci, un particolare rivelato
dal biografo americano: Kosinski era un conoscente di Karol Wojtyla.
Quando il vescovo di Cracovia veniva a New York, Jerzy Kosinski lo incontrava.

   Parker Sloan, il biografo dell’inquietante scrittore, racconta di una
passeggiata per le strade di New York, durante la quale Kosinski cercava di
magnificare al futuro Pontefice l’abbondanza di riviste pornografiche nelle
edicole, di spettacoli di spogliarello, di locali a luce rossa.
Ci sembra normale che la creatura del Tentatore svolga la sua opera.
E ci sembra comprensibile - nelle categorie metafisiche della lotta fra la Luce
e le Tenebre - che attorno al Papa futuro si agitassero speranze e manovre di
personaggi confusi o sviati o malignamente consapevoli della lotta in corso.
Tanto più che a questo pandemonium agitantesi attorno a Wojtyla siamo in grado
di aggiungere un’altra figura.
Si tratta, ancora una volta, di un polacco di origini ebraiche,
pseudo-cattolico, e che ha trovato il successo in America.
Il suo nome è Zbigniew Brzezinski: figura eminente della Commissione Trilaterale
e del Council on Foreign Relations (ossia dei «pensatoi» che promuovono le
politiche voluta dai poteri forti finanziari statunitensi), che è stato il
consigliere della Sicurezza Nazionale del presidente Carter.
Ci risulta di persona che Brzezinski ha cercato e ottenuto dal Papa una
relazione cordiale, esibendo la sua (per noi alquanto sospetta) «polonicità».
(3)


Zbigniew Brzezinski

   Ora, è notevole che in quegli anni ‘70, negli Stati Uniti, ossia nel centro
dell’impero mondiale, fossero presenti in posizioni di gran rilievo vari ebrei
polacchi segnati da uno stigma di assoluta spregiudicatezza, in cui
intravvediamo il marchio del frankismo, del settecentesco Anticristo: il
globalizzatore Zbigniew Brzezinski alla Casa Bianca, Jerzy Kosinski il mentitore
compulsivo
fra gli autori di best-seller ed ospite dei talk show (questi veicoli dell’ etat
d’esprit collettivo americano), e Roman Polanski, il regista geniale, fin troppo
esperto di magia nera e (con «Rosemary’s Baby») annunciatore ironico
dell’Anticristo a New York, ad Hollywood.
E perché, allora, la sfera oscura in cui questi tre pescavano le loro radici, la
sfera che agiva con tanta efficacia a Lodz e a Cracovia, non avrebbe dovuto
sperare in un altro polacco, un Papa in Vaticano, da manipolare discretamente?
Se tale progetto c’è stato, è fallito per molti versi.
Già lo stesso Polanski forse, avendo osato mostrare in Rosemary’s Baby qualcosa
che non doveva essere rivelato, ha dovuto essere «punito» con la strage di Los
Angeles, con l’infanticidio del suo bambino nel ventre di Sharon Tate.
Ancor meno Wojtyla sembrò essersi lasciato guidare e manipolare dai tentatori
astuti.
Anche lui è stato punito, un colpo di pistola di un Lupo Grigio - il nome stesso
che fu di Mustafà Kemal, il dunmeh detto Ataturk - ha cercato di tranciarne la
vita indesiderata nella sfera oscura che agisce nel mondo attraverso molte mani.
Anche quel proiettile ha fallito.
Forse, una più alta protezione vegliava: il Papa stesso ne era convinto, poiché
si era dichiarato salvato dalla Vergine di Fatima, colei che schiaccia il
Serpente.

Maurizio Blondet


---------------------------------
   Note
1) Maurizio Blondet, Complotti vecchi e nuovi, («Manson e i suoi fratelli»), Il
Minotauro, pagine 29-38.
2) James Parker Sloan, «Jerzy Kosinski, a Biography», Dutton, 1996.
3) In realtà, Brzezinski è un pubblico spregiatore dei valori nazionali, anzi è
l’ideologo principe del mondialismo. Per lui il mondo deve essere governato
(parole sue) dalla «élite transnazionale composta di uomini d’affari
internazionali, docenti,  funzionari pubblici. I legami che uniscono questa
élite scavalcano le tradizioni nazionali e i loro interessi sono più funzionali
che patriottici» (Z. Brzezinski, «Between Two Ages: America’s Rote in the
Technotronic Era», New York, 1970, pagina 299).




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#14859 Da: billo ben <billoben_2000@...>
Data: Mer 6 Set 2006 11:59 am
Oggetto: Stiamo per arrivare ad un punto di non ritorno...
billoben_2000
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Stiamo per arrivare ad un punto di non ritorno...
       Washington: "Comunità internazionale impedisca al Paese sciita l'armamento
nucleare"
Giovedì a Berlino incontro diplomatico Usa sul disarmo iraniano con Russia,
Cina, Europa  Bush: "Iran pericoloso come Al Qaeda
Ahmadinejad è un tiranno"
   Bush: "Iran pericoloso come Al Qaeda
Ahmadinejad è un tiranno"'
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WASHINGTON- Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è stato definito
"tiranno" dal presidente statunitense George W. Bush. Alla vigilia dell'incontro
a
Berlino tra il responsabile della politica estera europea Javier Solana e il
negoziatore iraniano Ali Larijani il capo della Casa Bianca ha, infatti,
paragonato il regime di Teheran alla rete terroristica di Al Qaeda, in occasione
del suo intervento davanti agli iscritti dell'Associazione degli ufficiali,a
Washington.

Bush ha affermato che l'Iran è "pericoloso come Al Qaeda". Inoltre il
presidente, alla viglia dell'anniversario dell'11 settembre e due mesi prima
delle elezioni parlamentari, ha dichiarato di considerare l'estremismo sciita
"tanto pericoloso, ostile all'America e determinato a estendere il suo controllo
sul Vicino Oriente" quanto quello sunnita. "I dirigenti iraniani che sostengono
Hezbollah - ha affermato il presidente Usa- hanno dichiarato la loro ostilità
assoluta all'America". E in risposta a Mahmoud Ahmdinejad che avrebbe, secondo
Bush, chiamato gli americani ad inchinarsi davanti alla "grandezza della nazione
iraniana" ha risposto: "L'America non si inchinerà davanti ai tiranni".

La posizione americana resta, dunque, ferma sulla minaccia delle sanzioni, ma
l'amministrazione Bush ha oggi ammesso che saranno necessarie settimane di
trattative diplomatiche per giungere a un risultato alle Nazioni Unite. Il
portavoce della Casa Bianca McCormack ha ribadito, d'altra parte, che il
Consiglio di Sicurezza ha già chiarito in una risoluzione che, se l'Iran non
avesse rispettato la scadenza del 31 agosto per sospendere le operazioni di
arricchimento dell'uranio, il Consiglio sarebbe stato pronto a votare sulle
sanzioni.


L'Iran ha, nei giorni scorsi, rinnovato al segretario generale dell'Onu Kofi
Annan la propria offerta di negoziati sul programma nucleare, rifiutando, però,
di sospendere l'arricchimento dell'uranio come precondizione per i colloqui. Il
governo di Teheran insiste, infatti, nell'affermare che le attività nucleare
sono soltanto a scopo civile.

Da parte di Washington sarà, invece, il sottosegretario di Stato Nicholas Burns
a partecipare giovedì a Berlino ad un incontro con diplomatici russi, cinesi e
europei per concertare una strategia comune tesa ad impedire all'Iran di dotarsi
del nucleare. E la proposta statunitense volta ad allargare le possibilità di
accordo su sanzioni graduali, iniziando da restrizioni limitate sulla tecnologia
a doppio uso.

I governi europei, la Russia e la Cina hanno, d'altra parte, richiesto
fermamente a Washington di frenare la propria intransigenza nei confronti
dell'Iran.
"Incoraggiamo i governi che hanno influenza su Teheran a mandare un messaggio
chiaro che devono rispettare le richieste della comunità internazionale", ha
risposto McCormack dalla Casa Bianca.

Intanto, l'ex presidente iraniano Mohammad Khatami si trova in questi giorni in
visita privata negli Stati Uniti. Secondo l'ex leader, in un'intervista
rilasciata al quotidiano statunitense Usa Today, Stati Uniti e Iran avrebbero
interessi comuni in Iraq. A suo parere, quindi, le truppe americane dovrebbero
rimanere in Iraq finchè le autorità locali non saranno riuscite a riportare il
controllo sul territorio."Non possiamo lasciare il governo iracheno in balia di
terroristi e ribelli", ha detto Khatami precisando che il suo paese non è nemico
degli Stati Uniti e che i due paesi hanno anzi interessi strategici comuni:
oltre che in Iraq, anche in Afghanistan.

(5 settembre 2006)







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#14860 Da: billo ben <billoben_2000@...>
Data: Mer 6 Set 2006 6:20 pm
Oggetto: Il quarto tentativo
billoben_2000
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Epilogo in cronaca

   Maurizio Blondet
   06/09/2006
      Rabbi Abraham Isaac Kook (1864-1935)

     Dopo la pubblicazione del capitolo VII («Il primo tentativo») de «I fanatici
dell'Apocalisse»  ed i capitoli XV («L'amico frankista di Wojtyla») e XVI
(«Strani destini ad Hollywood»), di «Cronache dell'Anticristo», pubblichiamo
oggi il capitolo XVII di quest'ultimo testo.

   Il lettore può credere che la nostra storia sia, appunto, storia: che riguardi
il passato,  remoto o prossimo.
Mentre procedevamo verso il presente, può avere avuto l'impressione che le
tracce del frankismo vero e proprio, della sua dottrina aberrante, si facessero
confuse.
Che gli ultimi personaggi presentati avessero filiazioni frankiste sempre più
indirette, o incerte, o equivoche.
Si può credere insomma che il frankismo abbia cessato di agire come forza attiva
nell'attualità.
Per disilludersi, occorre conoscere gli eventi occorsi in Polonia dopo la
caduta, o l'autodissoluzione, del regime comunista.
Al principio degli anni '90, trionfa Solidarnosc; la grande formazione cattolica
conta sei milioni di iscritti; Lech Walesa, il suo capo, l'amico del Papa, viene
eletto presidente della Repubblica; viene insediato un governo cattolico.
La Polonia si affaccia alla libertà rivestita del suo cattolicesimo, e tutto
indica che resterà solidamente sotto il segno cristiano per un lungo avvenire.
Ma possono i poteri forti internazionali, e i poteri occulti, tollerare una
Polonia governata stabilmente dal cattolicesimo?
Che possa alzare la sua voce nel mondo un potere statuale anticomunista, ma non
cooptato al nuovo «internazionalismo», quello del capitale globalizzato?

   Non possono.
Non vogliono.
E infatti, provocheranno l'evento che spazzerà via le vittorie di Solidarnosc, e
spazzerà i cattolici dal potere.
Il primo governo cattolico polacco è un governo di coalizione.
Nella coalizione è presente un piccolo partito cattolico-integralista, che si
chiama Unione Nazionale Cristiana (la sigla in polacco è ZCHN); al suo capo, il
supercattolico Piotr Naimski, viene affidato l'incarico di direttore
dell'Ufficio di Protezione dello Stato (UOP), ossia dei servizi segreti
rinnovati.
Questo partitino di estrema destra è stato fin dall'inizio un fattore di
turbativa nella coalizione.
Col suo fondamentalismo rigido, la sua retorica antidemocratica, il suo
antisemitismo, ha suscitato lo sdegno dei settori laici della società, ma anche
di numerosi cattolici; si può dire che lo ZCHN abbia provocato la grande fuga
dei polacchi dalla Chiesa e la vasta disaffezione dal cattolicesimo negli anni
'90, resuscitando l'anticlericalismo che, in Polonia, ha almeno altrettanto
profonde radici storiche.
Chi è Piotr Naimski, il capo di questo partito supercattolico?

   L'ha detto lui stesso: «Sono frankista, come Mickiewicz», ha dichiarato
pubblicamente, aggiungendo di esserne fiero.
Sia che con questa dichiarazione cercasse di parare rivelazioni sul suo passato
familiare provenienti dall'opposizione, sia che pensasse che i tempi fossero
ormai maturi per esibire un'identità tenuta generalmente nascosta dagli adepti,
una cosa è certa: il frankismo dev'essere ancora vivo e vitale nel background
familiare di Naimski.
Difatti Naimski, il «cattolico integralista», ha sposato un'ebrea osservante:
l'endogamia frankista ancora presente, due secoli e mezzo dopo Frank.
Come capo dei servizi segreti rinnovati, Naimski aveva accesso ai documenti
segreti della vecchia polizia politica comunista.
Specificamente, alle liste dei collaboratori col regime, che spiavano e
scrivevano rapporti riservati sul loro prossimo.
La questione era bruciante in Polonia, come in ogni Paese dell'Est: centinaia di
migliaia di insospettabili potevano rivelarsi ex collaborazionisti, l'opinione
pubblica voleva sapere; secondo l'espressione polacca, la società aveva bisogno
di una vasta «lustrazione», doveva essere purificata dai doppiogiochisti, per
affrontare purificata l'avvenire.
Ebbene: nel giugno del '92, Naimski ha pronta una prima lista di 120
collaboratori col passato regime.
Il 4 di giugno, l'allora ministro degli Interni Antoni Macierewicz la legge
davanti al Parlamento.
Il trauma è enorme: la lista comprende quasi tutti gli eroi di Solidarnosc,
compreso Lech Walesa, il capo dello Stato in carica, indicato nei documenti
segreti come «agente Bolek».
La rivelazione provoca la catena di eventi probabilmente auspicata dai suoi
promotori: la caduta immediata, lo stesso 4 giugno, del governo cattolico; la
spaccatura nella destra cattolica (fra i partiti che credono alla lista, e
quelli che non ci credono); una scissione avvelenata dal sospetto, che dura
tuttora e che impedisce al moderatismo cattolico l'unità necessaria per
riprendere il potere;
la distruzione del mito di Solidarnosc; l'impossibilità di procedere alla vera
«lustrazione» dei vecchi agenti comunisti nascosti nelle istituzioni ormai
libere, perché tutti temono una nuova provocazione, ricatti e calunnie sul
modello dell'«evento del Quattro Giugno».
Infine, ma non ultimo, il ritorno dei comunisti al potere.


Lech Walesa

   Nel '93, a causa della crisi di governo provocata dalle rivelazioni di Naimski
il cattolico, si tengono in Polonia elezioni anticipate.
Il partito comunista, ribattezzato «democratico di sinistra» e riconvertito al
liberismo economico (e perciò «lustrato» a sufficienza agli occhi dei poteri
finanziari internazionali) vince le elezioni.
Le vince nel '93, poi rivince le elezioni presidenziali del '95 e del 2000,
proprio perché l'altro schieramento è scisso e diviso dal sospetto reciproco.
Un particolare istruttivo: Antoni Macierewicz, il ministro degli Interni che
lesse la lista del Quattro Giugno, ne è stato travolto ed ora, screditato, vive
ai margini della politica.
Piotr Naimski, l'autore della lista, continua invece a dirigere il suo partito e
a far carriera.
Nel 1999 lui, il cattolico rigidamente fondamentalista, risultava presente a una
conferenza internazionale come consigliere per gli Affari Esteri del premier
polacco, neocomunista.
E nonostante Lech Walesa sia stato prosciolto da un regolare tribunale,
nell'agosto del 2000, dall'accusa infamante di essere stato una spia del regime
comunista, Naimski può farsi intervistare e ripetere la sua incredibile accusa:
«Resto convinto che Walesa è l'agente Bolek».
In ogni caso, per Walesa ormai è passato il tempo della riscossa.
Lui e Solidarnosc non si riavranno più dalle loro «Mani Pulite».
Hanno subìto lo stesso tracollo che ha affondato per sempre la Democrazia
Cristiana italiana, e guarda caso, con lo stesso modus operandi: prima l'accusa
e il processo sui giornali, poi - quando è tardi - i proscioglimenti, la
riabilitazione.
La Polonia, sotto la guida dei «democratici di sinistra» post-comunisti, è stata
normalizzata, e assorbita senza residui nella «economia globale di mercato».

   Un solo Stato resta, anzi è divenuto, non-normalizzato nel mondo.
Non si può non accennarne.
È Israele.
Lo Stato sionista, laico e socialista che esisteva ancora vent'anni or sono è
profondamente mutato: oggi è uno Stato religioso fondamentalista, dove le scelte
politiche sono prese in obbedienza ai rabbini più estremisti.
La gioventù abbronzata dei kibbutzim di trent'anni fa, i pionieri in pantaloni
corti e armata di mitra, sono scomparsi nelle sue strade.
Rimpiazzati da torme di pallidi, accigliati e barbuti individui, dai lugubri
cappelli antiquati sotto cui spuntano lunghi riccioli unti, dalle cui giacche
nere - l'abito dei ghetti polacchi dei diciottesimo secolo - spuntano i
filatteri.
Israele è oggi uno Stato hassidico, un ghetto esclusivista ostile agli stranieri
(«animali parlanti», per il Talmud), dove nessuno osa violare il sabato facendo
una semplice telefonata (il sabato è vietato «accendere fuochi», dunque usare
l'elettricità), dove è onorevole ostentare religiosità.
Nelle scuole d'Israele, per ordine dei rabbini, il segno aritmetico
dell'addizione, «+», in quanto ricorda l'odiata croce, è stato sostituito con un
«t» rovesciato.
Israele è lo Stato dove un movimento politico messianico chiamato Gush Emunim
(«Blocco dei Fedeli») ha il favore di almeno il 50% della popolazione.
La metamorfosi è in qualche modo stupefacente.
Fino a ieri, gli ebrei «religiosi», e in particolare gli Hassidim, aborrivano lo
Stato d'Israele.
Uno Stato laico «come gli altri», fondato sul potere politico e delle armi, era
visto da costoro come una creazione illegittima, una violenza alla divinità (è
Dio, non la forza e l'astuzia degli ebrei che deve restituire la Terra Santa al
popolo eletto) e un'apostasia satanica. (1)
Oggi invece l'oltranzismo religioso riconosce piena legittimità al sionismo,
mentre il sionismo accetta sempre più supinamente le credenze sulla terra,
«sacra in ogni pollice», d'Israele, e immette nella legislazione laica gli
interdetti e i divieti talmudici un tempo osservati solo da gruppi settari.

   La conciliazione ed identificazione tra laicità e messianismo è compiuta.
E' istruttivo sapere come e chi ha prodotto la metamorfosi.
L'autore di tanto mutamento fu il rabbino polacco Abraham Ytzchak Hacohen Kook
(1864-1935), primo rabbino capo askenazita della Palestina dal 1921 al 1935, e
kabbalista insigne.
Rabbi Kook insegnò ai suoi numerosi allievi (fra cui futuri uomini politici,
come Begin e Shamir) quanto segue: l'esilio del popolo ebraico esprime sul piano
storico la «rottura» (shever, parola in lingua ebraica formata dalle lettere
shin, beth, resh) che si produsse al momento della Creazione, la «rottura dei
vasi» di Isaac Luria; questa rottura comporta un profondo squilibrio del popolo
eletto, che è sprofondato nelle tenebre e nel peccato; ma in queste tenebre si
deve vedere
un «annuncio», bessorà.
La parola ebraica bessorà, formata dalle lettere beth, shin, resh, è l'anagramma
di «shever», rottura.
Ogni rottura e caduta nel popolo ebraico è dunque annuncio di rinnovamento, luce
escatologica.
Il sionismo, come ogni ideologia secolare, è appunto una rottura della santità
inerente agli israeliti, e una caduta nel peccato.
Il fatto che proprio atei e socialisti, negatori laici, abbiano ricondotto il
popolo a Sion, è effettivamente un'aberrazione blasfema.
Ma attenzione, avvertiva rabbi Kook: «per far venire l'era messianica, è
necessario passare attraverso il profano nella sua lotta contro la religione e
la spiritualità, e anche attraverso la profanazione». (2)
Siamo, come si vede, nella piena accettazione del principio «la redenzione
attraverso il peccato» che era stata esclusiva credenza dei sabbatei e dei
frankisti.
Rabbi Kook parla di «distruzione in vista di una costruzine», e predica
«l'utilizzazione delle forze vive e negatrici che operano nel profano», perché
l'empietà obbedisce a un piano divino, volto alla redenzione del popolo eletto.
Con rabbi Kook, l'antinomismo, che fu proprio delle sette dei falsi messia
Sabbatai Zevi e Jacob Frank, diventa il pilastro portante della «ortodossia»
giudaica contemporanea: la redenzione (politica e «sacra») attraverso l'empietà
esercitata senza limiti.
Non a caso parecchi discepoli di Abraham Kook divennero dei terroristi ebraici
(come Shamir e Begin, membri della «Banda Stern») e si macchiarono di delitti
orrendi.
Rabbi Kook inoltre legittima il sionismo come tappa empia, e perciò necessaria
(«segno innegabile»), verso la redenzione del popolo.

   Il figlio di rabbi Kook, Tzvi Yehuda Kook (1891-1981) insegnò che la
redenzione messianica avviene non ad opera di un singolo mitologico messia, ma
nel quadro della storia naturale e umana: è colonizzando tutta la terra
d'Israele, sacra in ogni pollice quadrato, che ciascun ebreo realizza la
redenzione messianica.
E' dovere sacro di ogni ebreo prendere possesso del Paese e popolarlo in ogni
sua parte, con l'ovvia conseguenza: bisogna cacciarne i palestinesi che lo
abitano, e mai più restituirglielo, nemmeno in piccola parte. (3)
E questa l'ideologia del Gush Emunim, messianismo condiviso da una buona metà
della popolazione israeliana e israelita.
In esso, come abbiamo visto, confluiscono l'antinomismo sabbateo nella sua forma
più rozza, (per gli ebrei, i comandamenti «non valgono»), e il militantismo
«mistico» e politico di Jacob Frank: per il Gush Emunim lo Stato d'Israele come
«realtà storica hic et nunc» (ossia con la sua astuzia, il suo armamento, le
miserie del sistema parlamentare, i suoi compromessi e i suoi crimini compresi)
è in sé un «fenomeno sacro».
E l'autoredenzione.
Il popolo israelita, che ha accettato tanti falsi messia, oggi adora se stesso,
con le sue macchie e le sue colpe, come ultimo e definitivo Messia.

Maurizio Blondet


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   Note
1) Su questa posizione permane, ma marginale, piccolo e isolato, il gruppo
ultraortodosso «Neturé Qarta». Uno dei suoi capi, il rabbino Yoel Moshe
Teitelbaum (scomparso nel 1982) denunciò il sionismo come «falso messianismo,
eresia, ostacolo alla redenzione, opera di Satana».
2) Citato da David Banon, «Il Messianismo», Giuntina, Firenze, 2000, pagina 107.
3) La questione della «restituzione» di una parte della terra ai palestinesi,
che affatica le diplomazie, non verrà perciò mai accettata dagli ebrei. Lo
impedisce la convinzione che la terra sia «sacra in ogni pollice», e che sia
vietato consegnarla anche in parte. Sono questi elementi irrazionalisti che
ostacolano ogni «soluzione di pace» in Palestina. Del resto, rabbi Kook padre fu
un aperto laudatore dell'irrazionalismo. Egli era il capofila della corrente di
pensiero giudaico detta «abramica», che rifiutava la «cultura ellenica» (dunque
i principi della logica, del diritto e in generale della razionalità) perché,
per gli ebrei, tutto è già in Abramo, nella Torah e nella Kabbalah.






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#14861 Da: "callosssotto" <cosmoslux2361330@...>
Data: Mer 6 Set 2006 5:43 pm
Oggetto: Re: [nihil] Re: POPOLO PALESTINESE NON ESISTE : SE LO DICE LUI !
pacomio1
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----- Original Message -----
From: "Guadagno Angelo" <guadagnoa@...>
To: "Il rumore di fondo della rete" <Nihil@...>
Sent: Wednesday, September 06, 2006 5:27 PM
Subject: Re: [nihil] Re: POPOLO PALESTINESE NON ESISTE : SE LO DICE LUI !



>  >
>>>>  Purtroppo "in lista" ci sono un sacco di vigliacconi con
>>>  kosherzuccotto
>>>>  e candelabro a sette tentacoli incorporato uno più doppiopesista,
>>>>  falso, ipocrita e filogenocidario dell'altro. Magra consolazione è
>>>>  sapere che così è anche in molti altri ambiti pubblici di
>>>>  "discussione". Non ci troveremmo altrimenti, del resto,
>>>  nella presente situazione cloacale se così non fosse.
>>>>
>>>>  Joe
>>>>
>>>
>>>
>>>  insulta pure ma intanto Dio vede e provvede non vorrei essere nei tuoi
>>>  panni quando Dio scatenerà la sua biblica vendetta contro tutti voi
>>>  empi
>>
>>
>>  Ah, vabbe', dopo l'integralista mussulmano (e il suo reggi-bordone Joe)
>> e il
>>  demente ebreo ci mancava pure il mentecatto papista. Siete tutti della
>>  stessa razza... Prendete una pistola per uno e sterminatevi tra di voi,
>> che
>>  fate solo bene al mondo a levarvi dal cazzo.
>>
>>  Alla prossima Sergio
>
>=======
>
>Guarda che qui siamo sempre in zona candelabro a sette koshertentacoli,
>mica
>crocifisso. Forse per svegliarti ti ci vuole proprio uno sparo.


non fate che parlare di pistole, di spari, di sterminare le persone...
Dio  e' amore, e noi tutti esistiamo per volonta' di Dio.
Voi atei siete invece dei guerrafondai.
Pero' il monopolio dell'uso della forza non ce l'ha ne lo Stato ne D'alema.
Ma ce l'ha Dio.
E Lui, quando sara' il tempo, ve lo fara' vedere
che cos'e' l'Amore di Dio anche a voi empi.

Guadagno Angelo

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Spiegami Angelo il grande amor di dio
verso quei 2 milioni di bambini che muoiono  di cancro ogni anno (ma
l'esempio si puo estendere agli omicidi ,massacri ,guerre ,ingiustizie di
ogni genere )
il tuo dio d'amore non sapeva che essi un giorno avrebbero sofferto ?
dato che egli onnisciente sa tutto sin dagli inizi dei tempi ?
e sapendolo come mai fa che cio avvenga ??
sara' che egli non è poi cosi' onnipotente dato che vedendolo non ha fatto
niente
cosa assurda assimilabile ad un dio malvagio ,
allora non è onnipotente ,cosa assurda perchè non avere l'attributo
dell'onnipotenza è azzerarlo del tutto come essere divino



ciao,
callosssotto

#14862 Da: "Giulio C. Vallocchia" <gcvallocchia@...>
Data: Gio 7 Set 2006 8:28 am
Oggetto: Ultime notizie su www.nogod.it
val572000
Invia email Invia email
 
7/06/09 - La chiesa cattolica alla disperata ricerca di qualche nuova balla per
giustificare la favola della creazione messa in crisi da Charles Darwin.
Spassosa descrizione del recente seminario a Castelgandolfo dove scienziati e
intellettuali scelti dal vaticano si sono lambiccati i neuroni fino allo
sfinimento per raccapezzare qualche imbroglio scientifico-dialettico che possa
stampellare la barcollante favoletta. LEGGI

Questo ed altro su www.nogod.it

[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]

#14863 Da: "raffaele" <paraffl@...>
Data: Gio 7 Set 2006 12:28 pm
Oggetto: Gli "infedeli" occidentali
paraffl
Invia email Invia email
 
Notizie Radicali
     mercoledì 06 settembre 2006


Gli "infedeli" occidentali


di Gualtiero Vecellio
Un turista inglese ucciso, altri sei (di nazionalità britannica,
australiana, olandese e neozelandese) feriti in modo più o meno grave
ad
Amman. L'altro giorno, la Turchia è stata devastata da un'ondata di
esplosioni che hanno colpito varie località turistiche e Istanbul,
causando
la morte di tre persone e una dozzina di feriti, tra cui una decina
di
cittadini britannici. Sempre all'inizio della settimana allarme dei
servizi
segreti israeliani che davano per imminente un attentato a Sharm
el-Sheik in
Egitto, provocando un velocissimo rimpatrio dei numerosissimi turisti
israeliani che in questo periodo affollavano quelle spiagge. Un tempo
erano
soprattutto i turisti americani e israeliani a essere nel mirino dei
terroristi se si avventuravano in alcuni paesi a rischio. Ora, a
quanto
pare, è sufficiente essere "occidentali".
Naturalmente occorre distinguere. L'attentato di Amman con
probabilità
è
frutto di estremisti islamici "cani sciolti" esaltati magari da
quello
che
vedono tutti i giorni dalla compiacente Al Jazeera e dai proclami di
questo
o quel macellaio di al Qaeda che periodicamente vengono diffusi dalle
TV o
da internet; gli attentati in Turchia invece sono "firmati" dal PKK,
l'organizzazione
militare dell'indipendentismo curdo; quanto ai possibili, temuti
attentati
di Sharm, come in passato, probabilmente sono il risultato di
operazioni
organizzate e pianificate da qualche cellula legata a Osama bin Laden
e
Ayman al Zawahiri.

Diverse le matrici, ma il risultato concreto non cambia di molto. I
manovali
del terrorismo, nel loro fanatismo irresponsabile non si rendono
neppure
conto di quello che fanno. A loro interessa solo uccidere, portare
dolore e
morte, e farlo nel modo più eclatante possibile. I "cervelli", quelli
che
guidano e ispirano la manovalanza terroristica, chi la protegge e
finanzia,
indubbiamente mette in conto non solo i danni che gli attentati
provocano
dal punto di vista delle vite stroncate e del terrore seminato.

Facciamo un esempio: anche quando - come ad agosto in Regno Unito -
l'antiterrorismo
riesce a neutralizzare i progettati attentati simultanei ai danni di
alcuni
aerei carichi di passeggeri, il danno provocato (non in termini di
vite
umane, fortunatamente) è enorme. I costi della lotta al terrorismo
sono
incalcolabili; le procedure per cercare di garantire la sicurezza nei
voli
non sono gratis, come ben sanno le compagnie aeree; e non parliamo
delle
fluttuazioni dei mercati, della Borsa, del petrolio.

Un discorso analogo può essere fatto per gli attentati ai turisti:
sono
altrettanti colpi al cuore alle casse dei paesi che sul turismo e
sulle
royalties che questa entrata garantisce. Non per un caso i terroristi
islamici hanno devastato Sharm, dove, per inciso, molto ha investito
la
famiglia Mubarak.

Analogo discorso si può fare per Amman: il 10 novembre di un anno fa
cellule
di al Qaeda infiltratesi dal vicino Irak compirono tre attentati
suicidi
simultanei in altrettanti alberghi della capitale giordana,
provocando
la
morte di 56 persone e il ferimento di altre trecento. Fu un'azione
mirata
contro gli occidentali, dal momento che a essere colpiti furono
grandi
complessi come il Grand Hyatt, il Radisson Sas e il Days Inn,
frequentati da
turisti e uomini d'affari. Il Radisson, in particolare, era il
preferito
dagli israeliani. Con questi attentati, i terroristi non solo
uccidono
occidentali; ma vengono inferti anche colpi sostanziali alle economie
di
paesi arabi moderati che sono anch'essi nel mirino delle
organizzazioni
integraliste islamiche.

La galassia terrorista poi è un qualcosa di magmatico, e le varie
cosche
islamiche spesso sono in concorrenza tra loro: quelle di al Qaeda,
nonostante i retorici proclami all'unità della lotta contro gli
"infedeli" e
i "crociati" non possono essere assimilate con i killer e gli
assassini
protetti e sostenuti dall'Iran; Hezbollah non va confuso con Hamas.
Spesso
gli attentati hanno questa "logica": l'organizzazione terroristica in
questo
modo cerca di imporre una sorta di egemonia, manifestando una
capacità
di
fuoco e di potenza che ha il compito di "convincere" le altre ad
accettarne
la supremazia e il dominio.

Come sia, per i terroristi (o meglio chi li manovra), i turisti sono,
e
probabilmente ancor più saranno, "strumenti" e oggetto dei loro
perversi
disegni di terrore e di violenza. Bisognerà imparare a convivere con
questa
situazione ancora per molto tempo; dotarsi di una strategia efficace
per
contrastare questa ennesima manifestazione terroristica non sarà né
semplice
né facile.

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