Cari lettori di questa lista, ho diffuso un’informazione
falsa! Nell’ultimo invio facevo circolare un
file .pps "Perché si fa una guerra? Te lo spiega il
Politecnico"
Avevo avuto un piccolo sospetto, prima di girarlo,
quantomeno per il modo semplicistico con cui affermava
certe cose. Infatti avevo scritto, come cappello e
introduzione, “…Magari questo file non dice tutto,
dimentica che il Kuwait era stato invaso, ma quello che
dice lo afferma con una chiarezza e un'essenzialità
ammirabile.”
Purtroppo, come dicevo, si tratta di un falso, e ringrazio
l’amico Silver che me l’ha segnalato, girandomi un'e-mail
di Paolo Attivissimo, moderatore di una mailing list anti-
bufala, e gestore del sito www.attivissimo.net
Ecco l’email con la verità.
Perché si fa una guerra? Te lo spiega il Politecnico
Sta imperversando nella Rete italiana un documento in
formato PowerPoint,
del peso di circa 170K, che descrive uno "studio del
Politecnico di
Milano", secondo il quale la presunta imminente guerra in
Iraq sarebbe un
colossale affare che agli Stati Uniti non costerebbe un
centesimo, ma dal
quale anzi gli USA trarrebbero circa 20 miliardi di dollari
di guadagno, e
che la guerra sarebbe in realtà pagata da "noi", che
presumibilmente
saremmo noi europei.
L'indagine antibufala completa, con il testo integrale
dell'appello e le
smentite del Politecnico e di Emergency, è disponibile qui:
http://www.attivissimo.net/antibufala/perche_si_fa_guerra.ht
m
L'appello dichiara di provenire da una fonte apparentemente
autorevole: uno
"studio" (o una "lezione") del Politecnico di Milano.
Questo fa pensare che
si tratti di una serie di dati raccolta scrupolosamente,
attingendo alle
fonti più affidabili e sottoposta al vaglio scientifico che
ci si aspetta
da uno studio condotto da esperti universitari. Purtroppo
non è così.
Infatti non si tratta di uno studio del Politecnico di
Milano, ma
semplicemente di "una risposta a una domanda al termine di
una lezione",
data da un professore, e poi ripresa da uno studente che
l'ha trasformata
in un documento PowerPoint, aggiungendovi parecchi
svarioni. Inoltre il
professore in questione ha dichiarato (come potete leggere
nell'indagine
completa) che l'unica fonte di tutti i dati è un libro di
Lucia Annunziata,
sulla cui affidabilità non mi permetto dubbi, ma che rimane
comunque una
fonte piuttosto indiretta e poco ufficiale dalla quale
attingere informazioni.
Non solo: i dati sono stati riportati "a memoria", come
spiegato dal
professore del Politecnico, quindi senza verificarli sul
testo
dell'Annunziata. Con tutto il rispetto per le capacità
mnemoniche del
professore, questo che non promette bene per la loro
esattezza. Infatti il
professore ha dichiarato, come potete leggere nell'indagine
completa, che
le cifre sono diverse da quelle riportate nell'appello.
C'è di peggio: come accennavo, l'appello che circola non è
stato redatto
direttamente da un responsabile del Politecnico, ma
semplicemente ripreso
da uno studente che, racconta il professore, "ha creato a
mia insaputa il
file che sta circolando, indicando solo indirettamente che
la redazione non
è mia ("Tratto da ."), senza precisare che citavo a memoria
(le cifre reali
sono più alte da quelle da me riportate), introducendo
alcune imprecisioni
(ad esempio che le "sette sorelle [sono], tutte americane,
di cui 5 di
proprietà statale") e notizie di cui non conosco
l'attendibilità".
Riassumendo: l'appello si basa su dati citati andando a
memoria, tratti da
un'unica fonte giornalistica, e conditi con imprecisioni
aggiunte da terzi.
Altro che "studio del Politecnico".
I risultati di questa catena di leggerezze sono piuttosto
vistosi.
L'appello, infatti, contiene numerose inesattezze. Per
esempio, il petrolio
è salito sì a 42 dollari il barile durante la Guerra del
Golfo, ma per un
periodo breve, ed è sceso subito dopo a livelli inferiori a
quelli
prebellici; pertanto sembra assai poco plausibile un
fulmineo "guadagno di
60 miliardi di dollari".
L'affermazione che "nel Medio oriente l'estrazione ed il
commercio del
petrolio è TOTALMENTE in mano alle 7 sorelle (Shell,
Tamoil, Esso...) tutte
americane, di cui 5 di proprietà statale americana" è
clamorosamente
errata, e per ben tre ragioni:
-- primo, l'estrazione ed il commercio del petrolio
mediorientale non è
affatto "totalmente" in mano a società americane: per
esempio, società
russe, cinesi e francesi hanno sostanziosi contratti per
l'estrazione del
petrolio iracheno, bloccati dall'embargo ONU
(http://www.msnbc.com/news/824407.asp?cp1=1). La presenza
statunitense è
preponderante, ma non assoluta.
-- secondo, non esistono compagnie petrolifere "statali"
negli USA. Sono
tutte società private. Pertanto la ripartizione dei
presunti "guadagni" fra
"governo USA" e "privati USA" non ha senso. Al massimo, si
può dire che gli
ipotetici guadagni sono andati tutti alle società
petrolifere statunitensi,
ma non certo al governo USA.
-- terzo, la Tamoil è una società libica e non una
multinazionale USA, come
si rileva facilmente da una ricerca in Google.
L'appello afferma anche che le armi di distruzione di massa
sarebbero
"sviluppabili solo con un'altissima tecnologia e notevoli
capitali, due
cose che l'Iraq proprio non possiede". Purtroppo, invece,
le tecnologie
necessarie per le armi chimiche sono molto modeste e l'Iraq
dispone sì dei
capitali per fabbricarle, come ben sanno i curdi e come
dimostrato dalle
recenti operazioni ONU di distruzione di testate chimiche
all'iprite e
dalla distruzione dei missili al-Samoud II, che di certo
non costano
noccioline. Così come di certo non costano quattro soldi i
numerosi palazzi
faraonici di Saddam.
Ovviamente la presenza di errori così macroscopici nel
documento pone seri
dubbi sull'esattezza delle altre informazioni riportate. Il
vero problema è
che nessuna di queste informazioni viene citata fornendo
una fonte, e
questo è un pessimo modo di operare. Ci viene chiesto di
credere sulla
fiducia a quanto viene detto: altro che "ragionare con la
propria testa"
come dice l'appello.
Ma soprattutto, a prescindere dall'esattezza o meno delle
cifre citate, non
sta in piedi il ragionamento "la Guerra del Golfo l'abbiamo
pagata noi".
Secondo l'appello, l'avrebbero pagata "quelli che
utilizzano il petrolio...
cioè noi!". Questa frase sembra creare una contrapposizione
tra "noi"
europei e "loro" americani, per cui si ha l'impressione che
gli USA, da
bravi capitalisti purosangue, abbiano fatto la guerra e
intascato miliardi
di dollari spillandoli tutti agli europei.
Ma se il prezzo del petrolio aumenta, aumenta in tutto il
mondo, Stati
Uniti compresi. E mi pare proprio che anche gli americani
consumino
petrolio nelle loro auto, nel riscaldamento e
nell'industria, proprio come
noi europei (forse di più), e se il petrolio rincara,
rincara anche per gli
americani. In altre parole, un rincaro del petrolio ricade
su tutti i paesi
del mondo e persino sui militari e sui governi, dato che
anche loro devono
pagare il carburante ai prezzi maggiorati.
La Guerra del Golfo, pertanto, l'hanno pagata anche gli USA
sotto forma di
petrolio più caro. Si può argomentare forse che c'è stato
un arricchimento
da parte delle compagnie petrolifere a danno dei
consumatori (di tutto il
mondo, americani compresi) e dei governi (di tutto il
mondo, americani
compresi), ma si tratta di un arricchimento che ha
beneficiato anche le
compagnie petrolifere non-USA (arabe, russe, venezuelane,
libiche, cinesi,
francesi e britanniche, per esempio). Di certo, insomma, la
situazione non
è così semplice come viene dipinta dall'appello.
Il mio consiglio è pertanto di non distribuire l'appello,
in quanto
contiene dati e ragionamenti errati che di certo non
aiutano la causa della
pace come invece dichiarano di voler fare. Non è certo con
dati falsi e
ragionamenti incoerenti che si aiuta la gente a"ragionare
con la propria
testa".
Sul fatto che nell'intervento militare in Iraq vi siano in
gioco interessi
economici enormi, come in qualsiasi operazione militare,
non vi è alcun
dubbio. L'aspetto bufalino sta nell'uso di dati errati,
nelle dichiarazioni
di falsa autorevolezza e nel ragionamento "paghiamo
soltanto noi europei".
In tutti questi sensi, l'appello è una bufala.
Un'altra ottima ragione per non distribuire l'appello è che
diffonderlo
potrebbe causare dei danni di immagine al Politecnico e/o
ad Emergency, che
un lettore distratto potrebbe ritenere ideatori
e "autenticatori" della
cosa. Visto il lavoro che fa Emergency in giro per il
mondo, non mi sembra
il caso di distribuire dei documenti che rischiano di
provocargli un danno
di immagine.
Insomma, questa è una classica dimostrazione dei danni
involontari che può
causare la diffusione di un appello senza le debite
precauzioni: lo
studente l'ha fatto circolare, e chi ci rimette adesso è il
professore,
tempestato di richieste di chiarimento e diffamato, in un
certo senso, dal
fatto che gli vengono attribuite dichiarazioni
grossolanamente superficiali
e inesatte.
Come craccare un PIN nella pausa pranzo
Qualche giorno fa ho scritto per Apogeonline un articolo
sui sistemi che
proteggono le carte di credito: è saltato fuori che sono
molto più
vulnerabili di quanto si pensi. La scoperta di un esperto
di sicurezza, che
ha dimostrato che bastano in media tredici tentativi a un
addetto ai lavori
per scoprire il PIN di una carta i credito, ha mandato nel
panico la
Diners, che ha tentato istericamente (e c'è riuscita) di
censurare la
pubblicazione scientifica della notizia, anche se ormai è
di dominio
pubblico. Un clamoroso esempio di come la "security through
obscurity" non
funziona, eppure viene ostinatamente utilizzata da banche e
governi:
http://www.apogeonline.com/webzine/2003/02/25/01/20030225010
1
Trovate anche un approfondimento sulla vulnerabilità delle
carte di credito
sulla rivista Wired (in inglese):
http://www.wired.com/news/privacy/0,1848,57823,00.html
Ciao da Paolo.
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Paolo Attivissimo Traduttore tecnico, divulgatore
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