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Articolo di Jochen Boelsche (Der Spiegel)   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #223 di 554 |
questa volta una cosa seria: un'analisi delle motivazioni
di Bush circa l'Irak.

Questo articolo e' stato letto il 1 aprile, da Giorgio
Dell'Arti nella rassegna quotidiana dei giornali Prima
Pagina di Radio3 alle 7.15. Apparso originariamente su Der
Spiegel, e' stato tradotto e pubblicato da Internazionale
di questa settimana.
E' molto interessante e molto preoccupante. Vedere anche
i link riportati in fondo.

IL SOGNO AMERICANO

Il Progetto per il nuovo secolo americano era già
pronto nel 1998. È un piano dei centri di ricerca americani
di estrema destra per il dominio mondiale degli Stati
Uniti. La prima tappa è l'attacco
all'Iraq

JOCHEN BÖLSCHE, DER SPIEGEL, Germania.

In tutto il mondo, i critici del presidente Bush sono
convinti che la
seconda guerra del Golfo serve essenzialmente a
sostituire Saddam,
anche se il dittatore non ha armi di distruzione di
massa. "Non si
tratta delle sue armi", scrive il pacifista israeliano
di origine
tedesca Uri Avnery, "questa è semplicemente una guerra
per il dominio
del mondo, dal punto di vista commerciale, politico,
strategico e
culturale". Ed è basata su modelli concreti. Realizzati
già negli
anni novanta da centri di ricerca di estrema destra.

Organizzazioni in cui i guerrieri della guerra fredda
provenienti dai
circoli più interni dei servizi segreti, dalle chiese
evangeliche,
dalle società produttrici di armi e dalle compagnie
petrolifere
studiavano piani sconvolgenti per realizzare il nuovo
ordine
mondiale. Nei progetti di questi falchi prevaleva la
legge del più
forte; e il paese più forte, naturalmente, sarebbe
stato l'ultima
superpotenza: l'America.
A questo scopo gli Stati Uniti avrebbero dovuto usare
qualsiasi mezzo
- diplomatico, economico e militare, perfino guerre di
aggressione -
per conquistare il controllo a lungo termine delle
risorse del
pianeta e indebolire ogni possibile rivale. Questi
progetti degli
anni novanta - che andavano dal mettere da parte le
Nazioni Unite a
una serie di guerre per stabilire il predominio
statunitense - non
erano affatto segreti. Quasi tutti sono stati resi
pubblici, alcuni
si possono addirittura trovare in rete.
Per molto tempo questi piani sono stati liquidati come
frutto delle
fantasie di intellettuali isolati - residui dell'era
ultraconservatrice di Reagan, il più gelido dei
guerrieri della
guerra fredda, ibernati nei circoli chiusi
dell'accademia e dei
gruppi di pressione. Alla Casa Bianca si respirava
un'aria di
internazionalismo. Si parlava di associazioni per i
diritti umani
universali, di multilateralismo nei rapporti con gli
alleati. Erano
in programma trattati sul cambiamento del clima, sul
controllo degli
armamenti, sulle mine antipersona e la giustizia
internazionale.

Il nuovo secolo americano
In quest'atmosfera liberale arrivò, quasi inosservata,
la proposta di
un gruppo chiamato Progetto per il nuovo secolo
americano (Pnac) che
nel 1997 tracciava con forza un piano per
la "leadership globale
dell'America". Il 26 gennaio del 1998 l'équipe del
progetto scrisse
al presidente Clinton chiedendo un cambiamento radicale
nei rapporti
con le Nazioni Unite e la fine di Saddam.
Anche se non era chiaro se Saddam stesse costruendo
armi di
distruzione di massa, rappresentava, a loro avviso, una
minaccia per
gli Stati Uniti, per Israele e per gli stati arabi, e
possedeva "una
parte consistente delle riserve di petrolio del mondo".
Giustificavano così la loro proposta: "A breve termine
bisogna essere
pronti a un'azione militare senza riguardi per la
diplomazia. A lungo
termine bisogna disarmare Saddam e il suo regime. Siamo
convinti che,
in base alle risoluzioni dell'Onu esistenti, gli Stati
Uniti hanno il
diritto di prendere tutte le iniziative necessarie,
compresa quella
di dichiarare guerra, per garantire i loro interessi
vitali nel
Golfo. La politica degli Stati Uniti non dovrebbe in
nessun caso
essere paralizzata dalla fuorviante insistenza del
Consiglio di
sicurezza sull'unanimità".

La bozza di un'offensiva
Questa lettera poteva restare a ingiallire negli
archivi della Casa
Bianca, se non fosse stata così simile alla bozza di
una guerra
desiderata a lungo; e poteva essere dimenticata, se i
membri del Pnac
non l'avessero firmata. I suoi firmatari oggi fanno
tutti parte
dell'amministrazione Bush. Sono: il vicepresidente Dick
Cheney; il
capo dello staff di Cheney, Lewis Libby; il ministro
della difesa
Donald Rumsfeld; il vice di Rumsfeld, Paul Wolfowitz;
il responsabile
delle "questioni di sicurezza globale" Peter Rodman; il
segretario di
stato per il controllo degli armamenti John Bolton; il
vice ministro
degli esteri Richard Armitage; l'ex vice ministro della
difesa
dell'amministrazione Reagan e ora presidente della
commissione difesa
Richard Perle; il capo del Pnac e consigliere di Bush,
William
Bristol, noto come il cervello del presidente; e Zalmay
Khalilzad,
che dopo essere stato ambasciatore speciale e
responsabile del
governo dell'Afghanistan ora è l'ambasciatore speciale
di Bush presso
l'opposizione irachena.
Ma prima ancora di questo documento - più di dieci anni
fa - due
sostenitori della linea dura che appartenevano al
gruppo avevano
presentato una proposta di difesa che aveva sollevato
scandalo in
tutto il mondo quando la notizia era trapelata
attraverso la stampa
americana. Il progetto rivelato nel 1992 dal New York
Times era stato
concepito da due uomini che oggi fanno entrambi parte
del governo
statunitense: Wolfowitz e Libby.
Sostenevano che la dottrina della deterrenza utilizzata
nella guerra
fredda avrebbe dovuto essere sostituita da una nuova
strategia
globale. L'obiettivo era perpetuare la situazione in
cui gli Stati
Uniti sono una superpotenza nei confronti dell'Europa,
della Russia e
della Cina. Venivano suggeriti vari sistemi per
scoraggiare eventuali
rivali dal mettere in discussione la leadership
americana, o
dall'assumere un ruolo più significativo a livello
regionale o
globale. Il documento suscitò molta preoccupazione
nelle capitali
europee e asiatiche.
Ma la cosa fondamentale, secondo il documento di
Wolfowitz e Libby,
era il completo predominio americano sull'Eurasia.
Qualsiasi paese
avesse costituito una minaccia per gli Stati Uniti
entrando in
possesso di armi di distruzione di massa avrebbe dovuto
essere
oggetto di un attacco preventivo. Le alleanze
tradizionali avrebbero
dovuto essere sostituite da coalizioni ad hoc. Questo
piano di
massima del 1992 diventò poi la base di un progetto del
Pnac definito
nel settembre del 2000, qualche mese prima dell'inizio
dell'amministrazione Bush.
Il documento del settembre 2000 (Ricostruire le difese
americane) era
stato stilato da Rumsfeld, Cheney, Wolfowitz e Libby,
ed era dedicato
a come "mantenere la superiorità degli Stati Uniti,
contrastare le
potenze rivali e modellare il sistema di sicurezza
globale in base
agli interessi statunitensi".

La cavalleria della nuova frontiera
Tra le altre cose, in questo documento si diceva che
gli Stati Uniti
dovevano riarmarsi e costruire uno scudo missilistico
per poter
essere in condizione di combattere più guerre
contemporaneamente e
portare avanti il proprio programma. Qualunque cosa
accadesse, il
Golfo avrebbe dovuto essere sotto il controllo
americano: "Gli Stati
Uniti cercano da anni di svolgere un ruolo sempre
crescente nella
gestione della sicurezza del Golfo. Il conflitto non
risolto con
l'Iraq costituisce un'ovvia giustificazione per la
nostra presenza,
ma indipendentemente dal problema del regime iracheno,
è necessaria
una forte presenza degli Stati Uniti nel Golfo".
Nel documento le forze americane stazionate nel Golfo
vengono
indicate usando un linguaggio da far west come "la
cavalleria della
nuova frontiera americana". Perfino i tentativi di
imporre la pace,
continua il documento, dovrebbero portare il marchio
degli Usa
piuttosto che quello dell'Onu.
Appena ha vinto le sue controverse elezioni e ha preso
il posto di
Clinton, il presidente Bush (junior) ha subito inserito
i duri del
Pnac nella sua amministrazione. Il suo vecchio
sostenitore Richard
Perle (che una volta aveva esposto all'Hamburg Times la
teoria della
"diplomazia della pistola puntata alla testa") si è
trovato a
ricoprire un ruolo fondamentale nella commissione della
difesa, che
opera in stretta collaborazione con il capo del
Pentagono Rumsfeld.
Con una rapidità da togliere il fiato, il nuovo blocco
di potere ha
cominciato ad applicare la strategia del Pnac. Bush ha
affossato un
trattato internazionale dopo l'altro, ha messo da parte
le Nazioni
Unite e ha cominciato a trattare i suoi alleati come
subordinati.
Dopo gli attacchi dell'11 settembre, mentre gli Stati
Uniti erano
dominati dalla paura e circolavano le lettere
all'antrace, il
gabinetto Bush ha deciso che era giunto il momento di
rispolverare i
piani del Pnac sull'Iraq.
A soli sei giorni dall'11 settembre, Bush ha firmato
l'ordine di
prepararsi alla guerra contro la rete del terrore e i
taliban. Un
altro ordine inizialmente segreto era arrivato ai
militari, con
istruzioni di preparare la guerra all'Iraq.

Un fulgido esempio
Naturalmente le accuse secondo cui l'Iraq sarebbe stato
il mandante
degli attentatori dell'11 settembre non sono state mai
provate, e
nemmeno l'ipotesi che Saddam avesse a che fare con le
lettere
all'antrace (è stato dimostrato che provenivano da fonti
dell'esercito statunitense). Ma nonostante questo,
Richard Perle ha
dichiarato in un'intervista televisiva che "la guerra
al terrorismo
non si potrà considerare vinta finché Saddam sarà al
potere".
Perle considera una priorità degli Stati Uniti deporre
il dittatore
"perché simboleggia il disprezzo per i valori
occidentali". Ma Saddam
è sempre stato lo stesso, anche quando ha conquistato
il potere in
Iraq con il sostegno degli Stati Uniti. A quell'epoca,
un funzionario
dei servizi segreti dell'ambasciata americana a Baghdad
aveva detto
nel suo rapporto alla Cia: "Lo so che Saddam è un
figlio di puttana,
ma è il nostro figlio di puttana". E dopo che gli Stati
Uniti lo
hanno appoggiato nella sua guerra contro l'Iran, l'ex
direttore della
Cia, Robert Gates, ha detto di non essersi mai fatto
illusioni su
Saddam.
Il dittatore, sostiene Gates, "non è mai stato un
riformatore, né un
democratico, solo un comune criminale". Ma il documento
del Pnac non
spiega chiaramente perché adesso Washington vuole
dichiarare guerra
al suo vecchio socio, anche senza il sostegno dell'Onu.
Ci sono molte prove del fatto che Washington vuole
eliminare il
regime iracheno per portare tutto il Medio Oriente
sotto la sua sfera
di influenza economica. Bush mette la cosa
diversamente: dopo la
liberazione, conseguenza necessaria del mancato
rispetto delle leggi
internazionali, l'Iraq "diventerà un fulgido esempio di
libertà per
gli altri paesi della regione". Esperti come Udo
Steinbach, direttore
dell'istituto tedesco-orientale di Amburgo, hanno dei
dubbi sulla
buona fede di Bush. Steinbach descrive la necessità di
democratizzare
l'Iraq come "una calcolata distorsione che mira a
giustificare la
guerra". "Soprattutto in Iraq", dice Steinbach, "non
riesco a
convincermi che dopo la caduta di Saddam possa prender
forma qualcosa
di democratico".
La cosiddetta guerra preventiva contro l'Iraq che gli
ideologi del
Pnac desiderano da tempo serve anche, a giudizio di Ury
Avnery, a
dare battaglia all'Europa e al Giappone. È un altro
passo verso il
predominio degli Stati Uniti sull'Eurasia. Osserva
Avnery:
"L'occupazione americana dell'Iraq assicurerebbe agli
Stati Uniti il
controllo non solo delle vaste riserve di petrolio del
paese, ma
anche di quelle del Caspio e degli stati del Golfo. In
questo modo
potrebbero condizionare l'economia di Germania, Francia
e Giappone a
proprio piacimento, solo manipolando il prezzo del
petrolio. Un
prezzo più basso danneggerebbe la Russia, uno più alto
rovinerebbe
Germania e Giappone. È per questo che impedire questa
guerra è
essenziale per gli interessi europei, oltre che per il
profondo
desiderio di pace dell'Europa".
"Washington non si è mai fatta scrupoli ad ammettere il
suo desiderio
di domare l'Europa", sostiene Avnery. "Per mettere in
atto i suoi
piani di dominio del mondo, Bush è pronto a versare
enormi quantità
di sangue, purché non si tratti di sangue americano".

Infatuati della guerra
L'arroganza dei falchi dell'amministrazione
statunitense, e il loro
progetto di costringere il mondo a sottomettersi alle
loro decisioni
sulla guerra e sulla pace, sconvolge personaggi come
l'esperto di
diritto internazionale Hartmut Schiedermair di Colonia.
Lo "zelo da
crociati" che porta gli americani a fare certe
dichiarazioni, dice, è
"molto inquietante".
Allo stesso modo, Haral Mueller - studioso di problemi
della pace -
critica da tempo il governo tedesco per
aver "continuato a
sottovalutare e ad avallare strategicamente" il
drastico cambiamento
della politica estera statunitense dopo il 2001. A suo
avviso il
programma dell'amministrazione Bush è
evidente: "L'America farà
quello che vuole. Rispetterà le leggi internazionali se
le farà
comodo e le infrangerà o le ignorerà se sarà
necessarioS Gli Stati
Uniti vogliono libertà completa, vogliono essere
l'aristocrazia del
mondo della politica".
Anche i politici più navigati dei paesi che appoggiano
la seconda
guerra del Golfo sono spaventati dai radicali della
Casa Bianca.
L'anno scorso il vecchio deputato laburista Tam Dalyell
ha attaccato
il piano del Pnac alla Camera dei Comuni: "Questa è
robaccia che
viene dai pensatoi dell'estrema destra dove si
riuniscono
guerrafondai dal cervello di gallina - gente che non ha
mai
conosciuto gli orrori della guerra, ma è infatuata
della sua idea". E
non ha risparmiato neanche il suo stesso leader, Tony
Blair: "Mi
meraviglio che il primo ministro laburista sia pronto a
saltare nel
letto di questa banda di pigmei morali".
Anche dall'altra parte dell'Atlantico, a metà febbraio,
il senatore
democratico Robert Byrd (che a 86 anni viene
chiamato "il padre del
senato") ha detto la sua. Il più vecchio membro
dell'assemblea ha
dichiarato che la guerra preventiva voluta dalla destra
era "la
distorsione di una vecchia concezione del diritto
all'autodifesa" e
"un attacco al diritto internazionale". La politica di
Bush, ha
aggiunto, "potrebbe costituire un punto di svolta nella
storia del
mondo" e "gettare le basi dell'antiamericanismo" in
buona parte del
pianeta.
Una persona che ha espresso un'opinione inequivocabile
sul problema
dell'antiamericanismo è l'ex presidente Jimmy Carter,
che è stato
altrettanto chiaro sul programma del Pnac. All'inizio
Bush ha
risposto alla sfida dell'11 settembre in modo efficace e
intelligente, sostiene Carter, "ma nel frattempo, con
la scusa della
'guerra al terrorismo', un gruppo di conservatori ha
cercato di far
approvare i suoi vecchi progetti".
Le limitazioni dei diritti civili negli Stati Uniti e a
Guantanamo,
l'annullamento degli accordi internazionali, "il
disprezzo per il
resto del mondo", e infine l'attacco all'Iraq "anche se
Baghdad non
costituisce una minaccia per gli Stati Uniti", tutte
queste cose,
secondo Carter, avranno conseguenze devastanti. "Questo
unilateralismo", avverte l'ex presidente
americano, "finirà per
isolare sempre più gli Stati Uniti da quei paesi di cui
hanno bisogno
per combattere il terrorismo".


Documenti consigliati

> lettera del pnac a clinton
www.newamericancentury.org/iraqclintonletter.htm
La lettera del 26 gennaio 1998 con cui il Project for
the New
American Century chiedeva a Bill Clinton, all'epoca
presidente degli
Stati Uniti, il rovesciamento del regime di Saddam
Hussein

> ricostruire le difese americane

www.newamericancentury.org/RebuildingAmericasDefenses.pdf
La proposta politica del Pnac, del settembre 2000

> guerra preventiva
www.whitehouse.gov/nsc/nss.pdf
La dottrina Bush esposta nella National Security
Strategy del settembre
2002

> armi di distruzione di massa
www.lib.umich.edu/govdocs/pdf/WMDStrategy.pdf
La politica statunitense per contenere la
proliferazione delle armi
di distruzione di massa negli altri paesi, del dicembre
2002

> l'ultimatum
www.whitehouse.gov/news/releases/2003/03/20030317-7.html
Il discorso alla nazione di George W. Bush con cui è
stato annunciato
l'ultimatum all'Iraq scaduto mercoledì 19 marzo

> questioni umanitarie
www.hrw.org/backgrounder/arms/iraq0202003.htm
Analisi delle questioni di diritto umanitario nella
condotta del
conflitto contro l'Iraq. Pubblicata il 20 febbraio 2003
da Human
Rights Watch

> giornalisti in guerra
www.defenselink.mil/news/Feb2003/d20030210embed.pdf
L'accordo che il Pentagono ha chiesto di firmare ai
giornalisti al
seguito delle forze armate in Iraq

> scudo di libertà

www.dhs.gov/dhspublic/interapp/press_release/press_release_0
115.xml
Misure antiterrorismo introdotte dal governo
statunitense in
previsione della guerra all'Iraq

> obiettivi e danni collaterali
www.dod.gov/news/Mar2003/030305-D-9085M-010.pdf
Opuscolo pubblicato dal comando centrale degli Stati
Uniti il 5 marzo
2003

----- Fine messaggio inoltrato -----


Gio 3 Apr 2003 8:45 am

c3050277
Offline Offline
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Ricevo e doverosamente rigiro.
------------------------------------------
Questo articolo e' stato letto ieri, 1 aprile, da Giorgio Dell'Arti nella rassegna quotidiana dei giornali Prima Pagina di Radio3 alle 7.15.  Apparso originariamente su Der Spiegel, e' stato tradotto e pubblicato da Internazionale di questa settimana.
E' molto interessante e molto preoccupante.  
Vedere anche i link riportati  in fondo.
 
IL SOGNO AMERICANO

Il Progetto per il nuovo secolo americano era già pronto nel 1998. È
un piano dei centri di ricerca americani di estrema destra per il
dominio mondiale degli Stati Uniti. La prima tappa è l'attacco
all'Iraq

JOCHEN BÖLSCHE, DER SPIEGEL, Germania.

In tutto il mondo, i critici del presidente Bush sono convinti che la
seconda guerra del Golfo serve essenzialmente a sostituire Saddam,
anche se il dittatore non ha armi di distruzione di massa. "Non si
tratta delle sue armi", scrive il pacifista israeliano di origine
tedesca Uri Avnery, "questa è semplicemente una guerra per il dominio
del mondo, dal punto di vista commerciale, politico, strategico e
culturale". Ed è basata su modelli concreti. Realizzati già negli
anni novanta da centri di ricerca di estrema destra.

Organizzazioni in cui i guerrieri della guerra fredda provenienti dai
circoli più interni dei servizi segreti, dalle chiese evangeliche,
dalle società produttrici di armi e dalle compagnie petrolifere
studiavano piani sconvolgenti per realizzare il nuovo ordine
mondiale. Nei progetti di questi falchi prevaleva la legge del più
forte; e il paese più forte, naturalmente, sarebbe stato l'ultima
superpotenza: l'America.
A questo scopo gli Stati Uniti avrebbero dovuto usare qualsiasi mezzo
- diplomatico, economico e militare, perfino guerre di aggressione -
per conquistare il controllo a lungo termine delle risorse del
pianeta e indebolire ogni possibile rivale. Questi progetti degli
anni novanta - che andavano dal mettere da parte le Nazioni Unite a
una serie di guerre per stabilire il predominio statunitense - non
erano affatto segreti. Quasi tutti sono stati resi pubblici, alcuni
si possono addirittura trovare in rete.
Per molto tempo questi piani sono stati liquidati come frutto delle
fantasie di intellettuali isolati - residui dell'era
ultraconservatrice di Reagan, il più gelido dei guerrieri della
guerra fredda, ibernati nei circoli chiusi dell'accademia e dei
gruppi di pressione. Alla Casa Bianca si respirava un'aria di
internazionalismo. Si parlava di associazioni per i diritti umani
universali, di multilateralismo nei rapporti con gli alleati. Erano
in programma trattati sul cambiamento del clima, sul controllo degli
armamenti, sulle mine antipersona e la giustizia internazionale.

Il nuovo secolo americano
In quest'atmosfera liberale arrivò, quasi inosservata, la proposta di
un gruppo chiamato Progetto per il nuovo secolo americano (Pnac) che
nel 1997 tracciava con forza un piano per la "leadership globale
dell'America". Il 26 gennaio del 1998 l'équipe del progetto scrisse
al presidente Clinton chiedendo un cambiamento radicale nei rapporti
con le Nazioni Unite e la fine di Saddam.
Anche se non era chiaro se Saddam stesse costruendo armi di
distruzione di massa, rappresentava, a loro avviso, una minaccia per
gli Stati Uniti, per Israele e per gli stati arabi, e possedeva "una
parte consistente delle riserve di petrolio del mondo".
Giustificavano così la loro proposta: "A breve termine bisogna essere
pronti a un'azione militare senza riguardi per la diplomazia. A lungo
termine bisogna disarmare Saddam e il suo regime. Siamo convinti che,
in base alle risoluzioni dell'Onu esistenti, gli Stati Uniti hanno il
diritto di prendere tutte le iniziative necessarie, compresa quella
di dichiarare guerra, per garantire i loro interessi vitali nel
Golfo. La politica degli Stati Uniti non dovrebbe in nessun caso
essere paralizzata dalla fuorviante insistenza del Consiglio di
sicurezza sull'unanimità".

La bozza di un'offensiva
Questa lettera poteva restare a ingiallire negli archivi della Casa
Bianca, se non fosse stata così simile alla bozza di una guerra
desiderata a lungo; e poteva essere dimenticata, se i membri del Pnac
non l'avessero firmata. I suoi firmatari oggi fanno tutti parte
dell'amministrazione Bush. Sono: il vicepresidente Dick Cheney; il
capo dello staff di Cheney, Lewis Libby; il ministro della difesa
Donald Rumsfeld; il vice di Rumsfeld, Paul Wolfowitz; il responsabile
delle "questioni di sicurezza globale" Peter Rodman; il segretario di
stato per il controllo degli armamenti John Bolton; il vice ministro
degli esteri Richard Armitage; l'ex vice ministro della difesa
dell'amministrazione Reagan e ora presidente della commissione difesa
Richard Perle; il capo del Pnac e consigliere di Bush, William
Bristol, noto come il cervello del presidente; e Zalmay Khalilzad,
che dopo essere stato ambasciatore speciale e responsabile del
governo dell'Afghanistan ora è l'ambasciatore speciale di Bush presso
l'opposizione irachena.
Ma prima ancora di questo documento - più di dieci anni fa - due
sostenitori della linea dura che appartenevano al gruppo avevano
presentato una proposta di difesa che aveva sollevato scandalo in
tutto il mondo quando la notizia era trapelata attraverso la stampa
americana. Il progetto rivelato nel 1992 dal New York Times era stato
concepito da due uomini che oggi fanno entrambi parte del governo
statunitense: Wolfowitz e Libby.
Sostenevano che la dottrina della deterrenza utilizzata nella guerra
fredda avrebbe dovuto essere sostituita da una nuova strategia
globale. L'obiettivo era perpetuare la situazione in cui gli Stati
Uniti sono una superpotenza nei confronti dell'Europa, della Russia e
della Cina. Venivano suggeriti vari sistemi per scoraggiare eventuali
rivali dal mettere in discussione la leadership americana, o
dall'assumere un ruolo più significativo a livello regionale o
globale. Il documento suscitò molta preoccupazione nelle capitali
europee e asiatiche.
Ma la cosa fondamentale, secondo il documento di Wolfowitz e Libby,
era il completo predominio americano sull'Eurasia. Qualsiasi paese
avesse costituito una minaccia per gli Stati Uniti entrando in
possesso di armi di distruzione di massa avrebbe dovuto essere
oggetto di un attacco preventivo. Le alleanze tradizionali avrebbero
dovuto essere sostituite da coalizioni ad hoc. Questo piano di
massima del 1992 diventò poi la base di un progetto del Pnac definito
nel settembre del 2000, qualche mese prima dell'inizio
dell'amministrazione Bush.
Il documento del settembre 2000 (Ricostruire le difese americane) era
stato stilato da Rumsfeld, Cheney, Wolfowitz e Libby, ed era dedicato
a come "mantenere la superiorità degli Stati Uniti, contrastare le
potenze rivali e modellare il sistema di sicurezza globale in base
agli interessi statunitensi".

La cavalleria della nuova frontiera
Tra le altre cose, in questo documento si diceva che gli Stati Uniti
dovevano riarmarsi e costruire uno scudo missilistico per poter
essere in condizione di combattere più guerre contemporaneamente e
portare avanti il proprio programma. Qualunque cosa accadesse, il
Golfo avrebbe dovuto essere sotto il controllo americano: "Gli Stati
Uniti cercano da anni di svolgere un ruolo sempre crescente nella
gestione della sicurezza del Golfo. Il conflitto non risolto con
l'Iraq costituisce un'ovvia giustificazione per la nostra presenza,
ma indipendentemente dal problema del regime iracheno, è necessaria
una forte presenza degli Stati Uniti nel Golfo".
Nel documento le forze americane stazionate nel Golfo vengono
indicate usando un linguaggio da far west come "la cavalleria della
nuova frontiera americana". Perfino i tentativi di imporre la pace,
continua il documento, dovrebbero portare il marchio degli Usa
piuttosto che quello dell'Onu.
Appena ha vinto le sue controverse elezioni e ha preso il posto di
Clinton, il presidente Bush (junior) ha subito inserito i duri del
Pnac nella sua amministrazione. Il suo vecchio sostenitore Richard
Perle (che una volta aveva esposto all'Hamburg Times la teoria della
"diplomazia della pistola puntata alla testa") si è trovato a
ricoprire un ruolo fondamentale nella commissione della difesa, che
opera in stretta collaborazione con il capo del Pentagono Rumsfeld.
Con una rapidità da togliere il fiato, il nuovo blocco di potere ha
cominciato ad applicare la strategia del Pnac. Bush ha affossato un
trattato internazionale dopo l'altro, ha messo da parte le Nazioni
Unite e ha cominciato a trattare i suoi alleati come subordinati.
Dopo gli attacchi dell'11 settembre, mentre gli Stati Uniti erano
dominati dalla paura e circolavano le lettere all'antrace, il
gabinetto Bush ha deciso che era giunto il momento di rispolverare i
piani del Pnac sull'Iraq.
A soli sei giorni dall'11 settembre, Bush ha firmato l'ordine di
prepararsi alla guerra contro la rete del terrore e i taliban. Un
altro ordine inizialmente segreto era arrivato ai militari, con
istruzioni di preparare la guerra all'Iraq.

Un fulgido esempio
Naturalmente le accuse secondo cui l'Iraq sarebbe stato il mandante
degli attentatori dell'11 settembre non sono state mai provate, e
nemmeno l'ipotesi che Saddam avesse a che fare con le lettere
all'antrace (è stato dimostrato che provenivano da fonti
dell'esercito statunitense). Ma nonostante questo, Richard Perle ha
dichiarato in un'intervista televisiva che "la guerra al terrorismo
non si potrà considerare vinta finché Saddam sarà al potere".
Perle considera una priorità degli Stati Uniti deporre il dittatore
"perché simboleggia il disprezzo per i valori occidentali". Ma Saddam
è sempre stato lo stesso, anche quando ha conquistato il potere in
Iraq con il sostegno degli Stati Uniti. A quell'epoca, un funzionario
dei servizi segreti dell'ambasciata americana a Baghdad aveva detto
nel suo rapporto alla Cia: "Lo so che Saddam è un figlio di puttana,
ma è il nostro figlio di puttana". E dopo che gli Stati Uniti lo
hanno appoggiato nella sua guerra contro l'Iran, l'ex direttore della
Cia, Robert Gates, ha detto di non essersi mai fatto illusioni su
Saddam.
Il dittatore, sostiene Gates, "non è mai stato un riformatore, né un
democratico, solo un comune criminale". Ma il documento del Pnac non
spiega chiaramente perché adesso Washington vuole dichiarare guerra
al suo vecchio socio, anche senza il sostegno dell'Onu.
Ci sono molte prove del fatto che Washington vuole eliminare il
regime iracheno per portare tutto il Medio Oriente sotto la sua sfera
di influenza economica. Bush mette la cosa diversamente: dopo la
liberazione, conseguenza necessaria del mancato rispetto delle leggi
internazionali, l'Iraq "diventerà un fulgido esempio di libertà per
gli altri paesi della regione". Esperti come Udo Steinbach, direttore
dell'istituto tedesco-orientale di Amburgo, hanno dei dubbi sulla
buona fede di Bush. Steinbach descrive la necessità di democratizzare
l'Iraq come "una calcolata distorsione che mira a giustificare la
guerra". "Soprattutto in Iraq", dice Steinbach, "non riesco a
convincermi che dopo la caduta di Saddam possa prender forma qualcosa
di democratico".
La cosiddetta guerra preventiva contro l'Iraq che gli ideologi del
Pnac desiderano da tempo serve anche, a giudizio di Ury Avnery, a
dare battaglia all'Europa e al Giappone. È un altro passo verso il
predominio degli Stati Uniti sull'Eurasia. Osserva Avnery:
"L'occupazione americana dell'Iraq assicurerebbe agli Stati Uniti il
controllo non solo delle vaste riserve di petrolio del paese, ma
anche di quelle del Caspio e degli stati del Golfo. In questo modo
potrebbero condizionare l'economia di Germania, Francia e Giappone a
proprio piacimento, solo manipolando il prezzo del petrolio. Un
prezzo più basso danneggerebbe la Russia, uno più alto rovinerebbe
Germania e Giappone. È per questo che impedire questa guerra è
essenziale per gli interessi europei, oltre che per il profondo
desiderio di pace dell'Europa".
"Washington non si è mai fatta scrupoli ad ammettere il suo desiderio
di domare l'Europa", sostiene Avnery. "Per mettere in atto i suoi
piani di dominio del mondo, Bush è pronto a versare enormi quantità
di sangue, purché non si tratti di sangue americano".

Infatuati della guerra
L'arroganza dei falchi dell'amministrazione statunitense, e il loro
progetto di costringere il mondo a sottomettersi alle loro decisioni
sulla guerra e sulla pace, sconvolge personaggi come l'esperto di
diritto internazionale Hartmut Schiedermair di Colonia. Lo "zelo da
crociati" che porta gli americani a fare certe dichiarazioni, dice, è
"molto inquietante".
Allo stesso modo, Haral Mueller - studioso di problemi della pace -
critica da tempo il governo tedesco per aver "continuato a
sottovalutare e ad avallare strategicamente" il drastico cambiamento
della politica estera statunitense dopo il 2001. A suo avviso il
programma dell'amministrazione Bush è evidente: "L'America farà
quello che vuole. Rispetterà le leggi internazionali se le farà
comodo e le infrangerà o le ignorerà se sarà necessarioS Gli Stati
Uniti vogliono libertà completa, vogliono essere l'aristocrazia del
mondo della politica".
Anche i politici più navigati dei paesi che appoggiano la seconda
guerra del Golfo sono spaventati dai radicali della Casa Bianca.
L'anno scorso il vecchio deputato laburista Tam Dalyell ha attaccato
il piano del Pnac alla Camera dei Comuni: "Questa è robaccia che
viene dai pensatoi dell'estrema destra dove si riuniscono
guerrafondai dal cervello di gallina - gente che non ha mai
conosciuto gli orrori della guerra, ma è infatuata della sua idea". E
non ha risparmiato neanche il suo stesso leader, Tony Blair: "Mi
meraviglio che il primo ministro laburista sia pronto a saltare nel
letto di questa banda di pigmei morali".
Anche dall'altra parte dell'Atlantico, a metà febbraio, il senatore
democratico Robert Byrd (che a 86 anni viene chiamato "il padre del
senato") ha detto la sua. Il più vecchio membro dell'assemblea ha
dichiarato che la guerra preventiva voluta dalla destra era "la
distorsione di una vecchia concezione del diritto all'autodifesa" e
"un attacco al diritto internazionale". La politica di Bush, ha
aggiunto, "potrebbe costituire un punto di svolta nella storia del
mondo" e "gettare le basi dell'antiamericanismo" in buona parte del
pianeta.
Una persona che ha espresso un'opinione inequivocabile sul problema
dell'antiamericanismo è l'ex presidente Jimmy Carter, che è stato
altrettanto chiaro sul programma del Pnac. All'inizio Bush ha
risposto alla sfida dell'11 settembre in modo efficace e
intelligente, sostiene Carter, "ma nel frattempo, con la scusa della
'guerra al terrorismo', un gruppo di conservatori ha cercato di far
approvare i suoi vecchi progetti".
Le limitazioni dei diritti civili negli Stati Uniti e a Guantanamo,
l'annullamento degli accordi internazionali, "il disprezzo per il
resto del mondo", e infine l'attacco all'Iraq "anche se Baghdad non
costituisce una minaccia per gli Stati Uniti", tutte queste cose,
secondo Carter, avranno conseguenze devastanti. "Questo
unilateralismo", avverte l'ex presidente americano, "finirà per
isolare sempre più gli Stati Uniti da quei paesi di cui hanno bisogno
per combattere il terrorismo".

 
Documenti consigliati

>  lettera del pnac a clinton
www.newamericancentury.org/iraqclintonletter.htm
La lettera del 26 gennaio 1998 con cui il Project for the New
American Century chiedeva a Bill Clinton, all'epoca presidente degli
Stati Uniti, il rovesciamento del regime di Saddam Hussein

>  ricostruire le difese americane
www.newamericancentury.org/RebuildingAmericasDefenses.pdf
La proposta politica del Pnac, del settembre 2000

>  guerra preventiva
www.whitehouse.gov/nsc/nss.pdf
La dottrina Bush esposta nella National Security Strategy del settembre 2002

>  armi di distruzione di massa
www.lib.umich.edu/govdocs/pdf/WMDStrategy.pdf
La politica statunitense per contenere la proliferazione delle armi
di distruzione di massa negli altri paesi, del dicembre 2002

>  l'ultimatum
www.whitehouse.gov/news/releases/2003/03/20030317-7.html
Il discorso alla nazione di George W. Bush con cui è stato annunciato
l'ultimatum all'Iraq scaduto mercoledì 19 marzo

>  questioni umanitarie
www.hrw.org/backgrounder/arms/iraq0202003.htm
Analisi delle questioni di diritto umanitario nella condotta del
conflitto contro l'Iraq. Pubblicata il 20 febbraio 2003 da Human
Rights Watch

>  giornalisti in guerra
www.defenselink.mil/news/Feb2003/d20030210embed.pdf
L'accordo che il Pentagono ha chiesto di firmare ai giornalisti al
seguito delle forze armate in Iraq

>  scudo di libertà
www.dhs.gov/dhspublic/interapp/press_release/press_release_0115.xml
Misure antiterrorismo introdotte dal governo statunitense in
previsione della guerra all'Iraq

>  obiettivi e danni collaterali
www.dod.gov/news/Mar2003/030305-D-9085M-010.pdf
Opuscolo pubblicato dal comando centrale degli Stati Uniti il 5 marzo 2003


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questa volta una cosa seria: un'analisi delle motivazioni di Bush circa l'Irak. Questo articolo e' stato letto il 1 aprile, da Giorgio Dell'Arti nella rassegna...
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3 Apr 2003
8:45 am
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