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Probabilmente non sapremo mai
che cosa sia veramente successo ai quattro alpinisti precipitati nella notte
tra sabato e domenica sulla parete nord ovest dell’Aiguille du Midi,
3800 metri, versante francese del Monte Bianco. Erano impegnati su una via
relativamente breve e apparentemente domestica, che sale a poca distanza
dalla funivia. L’Aiguille du Midi è la cima più famosa del Monte
Bianco. D’estate ci vanno anche le signore con i tacchi, d’inverno
gli sciatori. A sud presenta una parete di magnifico protogino, paradiso
degli arrampicatori, a nord precipita verso la valle di Chamonix con un
versante glaciale molto severo, proprio sotto la funivia. Accanto al classico
sperone Frendo, ci sono itinerari alti mille metri che talvolta costringono
al bivacco, e altre ascensioni più accessibili. E delle volte c’è il
trucco.
Per superare la goulotte Vogler, un nastro di ghiaccio di circa 250 metri, ci
si cala in corda doppia dalla passerella artificiale della stazione sommitale
con un vertiginoso salto nel vuoto, poi si raggiunge la base
dell’itinerario con altre cinque calate. Finita la discesa si comincia
a salire, come Arianna che riavvolge il suo filo. È una soluzione surreale ma
sicura, molto lontana dalle odissee dell’alpinismo invernale di una
volta, che permette di fare l’ascensione in giornata, con zaini leggeri
e senza la marcia di avvicinamento. E d’inverno, nonostante il freddo,
ci sono meno rischi che d’estate.
Oggi il ghiaccio ripido non fa più paura, perché le moderne piccozze e i
ramponi da «piolet-traction» regalano gesti da fantascienza, perfino sugli
strapiombi. I ghiacciatori si fanno le ossa sulle cascate di fondovalle,
scalano muri d’acqua congelata e fantastiche stalattiti, poi qualcuno
si cimenta con l’alta montagna. Il tratto più ripido dalla goulotte
Vogler raggiunge una pendenza di 80 gradi, di poco sotto la verticale: come
una cascata difficile, ma non troppo. Poi l’itinerario si addolcisce e
sale con un’ultima impennata verso la cresta dei Cosmiques, il granito
rosso di sole, il conforto della funivia. Via i ramponi, via la neve dai
pantaloni, e in mezzora si è di nuovo giù a Chamonix per una birra o una
raclette.
Ma d’inverno le giornate sono brevi, soprattutto in gennaio, e la notte
arriva anche sull’Aiguille du Midi, la cima più frequentata del mondo.
La notte sopraggiunge da est, inghiotte la valle dell’Arve, le pareti,
le creste, i ghiacciai, e quando cede anche il Monte Bianco è buio per tutti.
Per qualche motivo che non sapremo mai i quattro compagni fanno tardi, troppo
tardi; non riescono a uscire in cresta direttamente, si calano di nuovo,
provano dalla parte della passerella. Sopraggiungono il buio e l’ansia,
anche se la vicinanza della funivia li tranquillizza, perché la luce è appena
lì sopra, come un faro. Dopo le dieci di sera, è ormai notte da quattro ore,
provano a chiamare aiuto. I sorveglianti, sporgendosi sulla parete, vedono le
pile degli alpinisti che ondeggiano nell’oscurità, appena sotto la
cresta. Sono quasi in cima, ma quel «quasi» fa la differenza alla soglia dei
quattromila metri, di notte, in pieno inverno. Allora i sorveglianti chiamano
il Soccorso alpino di Chamonix, sempre all’erta nella capitale
dell’alpinismo, che approfitta di una corsa speciale per raggiungere la
cima dell’Aiguille. Ma quando i soccorritori si affacciano a loro volta
poco prima di mezzanotte, le luci delle lampade frontali sono scomparse e non
c’è più traccia dei piemontesi. Solo le piccozze piantate nel ghiaccio.
Sono precipitati tutti e quattro insieme, nel tentativo di raggiungere il
loro faro.
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