ORIGINI DEL NOME DI MILANO E SUO SIGNIFICATO.
Prendiamo come esempio le interessanti prime pagine dell'Antologia
dialettale del prof. Beretta, riguardo appunto l'etimologia del nome.
Innanzitutto bisogna dire che la Milano antica comprendeva un
territorio che partiva da piazza Duomo, fino ad arrivare a p.zza
della Scala, p.zza Cordusio e p.zza Missori.
Bonvesin de la Riva nel suo De Magnalibus Mediolani cita un autore
sconosciuto che ci descrive la Milano antica chiamata Alba, e già
presente prima del VII° sec. a.C. In questo secolo la città aveva
come fiumi importanti l'Olona, il Lambro (da cui presero
probabilmente il nome gli Insubri lambriani) ed il Seveso.
Perché sono così importanti questi fiumi? Proprio per delimitare
l'area cittadina che in quell'epoca già esisteva ed aveva una sua
importanza. Plutarco ce lo conferma: "I Galli Cisalpini considerano
Milano loro capitale". Ora si sappia che il simbolo di Milano è una
scrofa semilanuta, che si diceva essere stata bianca. Alba ha il
significato di "chiara" "bianca". Scrofa associata alla divinità
femminile per eccellenza che è Belisama, identificata successivamente
dai romani con Venere.
Non a caso gli stessi romani una volta conquistata la città attorno
al 222 a.C., trovarono nell'area oggi occupata dal Duomo, un
tempio "pagano" dedicato ad Atena, afferma Polibio, ossia presso i
Celti a Belisama. In questo tempio vi erano custodite delle insegne
auree, definite dai Celti inamovibili.
Lo stesso Cesare afferma nel De Bello Gallico che in Gallia era
venerata una dea, che lui identifica con Minerva, che "insegna i
principi delle arti e dei mestieri". Ovviamente una volta diventata
romana, la città aveva assunto come lingua quella latina, che alla
fine gli abitanti conoscevano alla perfezione. Nonostante questo i
milanesi, però, continuarono ad usare l'antico loro alfabeto che è
quello leponzio, fino al primo secolo della nostra era, “…negando la
romanità per un'affermazione ideologica di autoidentità
politico/culturale e per volontà ideologica di autoidentificazione
nazionale”.
Sul nome di Milano si sono fatte molte altre ipotesi e congetture.
Quella che riteniamo più valida e verosimile è la forma Medhelan.
Quella "dh" sembra poco milanese, autoctona, ed assomiglia più ad un
suono gaelico irlandese: ebbene non è così. Nei vocaboli del milanese
antico ne troviamo splendidi esempi leggendo lo scrittore duecentesco
Bonvesin de la Riva.
Doradha = aurea, d'oro
Crudho = persona dai modi burberi
Mudha = cambia
Ornadha = ornata
e così via dicendo.
Di esempi eclatanti se ne trovano molti altri. Questo per far capire
come questo suono poco latino, abbia invece costituito l'anima della
città di Milano e dei milanesi.
Medhelan, significa non solo "terra di mezzo" ma anche "santuario di
mezzo". Pare infatti che i druidi, sacerdoti degli Insubri, erano
soliti recarsi a Medhelan per completare la loro formazione
spirituale e magica, a giustificare ancora una volta la grande
importanza che rivestiva questa città. Il nome si è poi evoluto in
Milàn, noto ormai a tutti. Dicevamo precedentemente che l'area
cittadina, che in origine era un villaggio, esisteva già nel VII°
sec. a.C. Il che ci riporta inevitabilmente a ipotizzare che la prima
pietra fu "posta" in un'epoca ancora più remota.
Perché? Perché non solo negli anni settanta fu scoperta una "strana"
pietra o menhir, proprio sotto al Duomo, ma anche perché ne furono
trovate altre entro l'area centrale. Tra queste ve ne sono alcune
lavorate risalenti a ben il 4.500 a.C., trovate nei pressi della
chiesa di San Giovanni in Conca, in piazza Missori, lo stesso
importante luogo dove fu rinvenuta l'effige della scrofa semilanuta.
Come si nota la nascita di Milano e la formazione linguistica sono
del tutto di origini celtiche e gli autori classici e moderni ce lo
confermano a più riprese.
Potremmo anche analizzare tutta la simbologia, pervenutaci sotto
forma "pietrificata", presente in città, anche della forma poetica
vicina a quella bardica, ed ancora una volta di matrice celtica,
chiamata dai milanesi "la Bosinada", canto che celebra, descrive o
satireggia persone e/o avvenimenti, proprio come era in uso in tutti
gli altri paesi "celtofili" e che rimase in uso fino a quasi ai
giorni nostri.
LA CIVILTA’ DI GOLASECCA.
A partire dall’Età del Bronzo finale, nel territorio della Regio
Insubrica si venne a delineare una nuova espressione culturale che
caratterizzerà a fondo la storia del nostro territorio,
archeologicamente nota con il termine di Cultura di Golasecca. Le sue
testimonianze materiali si trovano sparse in un ampio territorio che
va dal Sesia al Serio, dalla linea dello spartiacque alpino centrale
al Po, e dunque ricalca, a grandi linee, i limiti dell’Insubria
storica, oggi amministrativamente suddivisi fra Canton Ticino,
Lombardia e Piemonte. Le nostre origini vanno ricercate in questo
periodo perché la vocazione naturale di questo territorio - un ponte
di collegamento tra il mondo centro-europeo e mediterraneo - fu per
la prima volta valorizzata proprio dalle genti della Cultura di
Golasecca: la continuità dello sviluppo culturale che seguì ne fece
uno spazio storico-etno-culturale ben definito, destinato a
mantenersi nel tempo.
Il nome del territorio deriva dall’etnonimo della tribù celtica degli
Insubri. Secondo le fonti storiche greco-latine, gli Insubri erano la
tribù più potente della Gallia Cisalpina. Tito Livio racconta che
quando il principe celta Belloveso, intorno al 600 a.C., attraversò
il Ticino provenendo da ovest, apprese di trovarsi nell’agrum
Insubrium, nome di un pagus degli Edui, una tribù della Gallia
transalpina al suo seguito. Ritenendo questo un segno di buon
auspicio decise di fondarvi Medhelan, latinizzato successivamente in
Mediolanum.
IMPORTANTI RISULTATI DALLE RICERCHE CONTEMPORANEE.
Gli sviluppi della ricerca negli ultimi trent’anni, soprattutto dal
punto di vista archeologico, epigrafico e linguistico, hanno permesso
di risolvere il problema etnografico delle popolazioni golasecchiane,
che soprattutto in base al dato linguistico sono oggi riconosciute
celtiche. Non è possibile rintracciare nella documentazione
archeologica le prove di un cambiamento radicale dovuto all’arrivo di
una massa enorme di uomini intorno al 600 a. C., come vorrebbe la
leggenda liviana: lo sviluppo di questa antica cultura celtica è
ininterrotto dal XII secolo a. C. (e forse anche prima se
consideriamo l’antecedente del Canegrate) fino al IV sec. a. C.
quando arrivarono in Cisalpina altre tribù che rinnovarono la
tradizione celtica del nostro territorio. Le popolazioni
golasecchiane sono dunque gli Insubri e gli altri popoli celti
pregallici: Leponti, Orobii, Laevi e Marici. È dunque possibile
parlare di un celtismo autoctono sud-alpino, fatto questo nemmeno
ipotizzabile fino a pochi decenni fa” (Giancarlo Minella, A Varese
per parlar di Celti, in «Insubria», 23 giugno 2001).
GLI INSUBRI.
"Gli Insubri, invece, ci sono ancora oggi. Essi avevano come
metropoli Mediolanum, che anticamente era un villaggio (tutti infatti
abitavano sparsi in villaggi); ora invece è una città importante, al
di là del Po, quasi ai piedi delle Alpi."
Strabone, Geografia, V-6.
Gli Insubri furono definiti da Polibio la più importante tribù
celtica della penisola, mentre secondo la versione liviana sarebbero
stati i primi Celti ad abitare la Gallia Cisalpina, agli inizi del
VII secolo AC. Avrebbero occupato il territorio corrispondente
all'odierna Lombardia centroccidentale, il cui unico confine sicuro
sembra essere quello meridionale, ossia il fiume Po: il territorio
degli Insubri si distingue dagli altri territori insediati dai Celti,
in quanto rivela la presenza di una capitale, Medhelan, latinizzata
da Livio in "Mediolanum", centro politico-religioso di una certa
rilevanza per la confederazione insubre. Gli Insubri appartenevano
alla cultura di Golasecca, che prende il nome da una località vicino
a Varese, Golasecca appunto, dove avvennero i maggiori ritrovamenti
celti in Lombardia. È una cultura che si è sviluppata alla fine
dell'Età del Bronzo finale tra il Lago Maggiore e il Serio, avendo il
Po come confine naturale a sud e che ha come corrispettivo centro-
europeo la civiltà di Hallstatt.
Dal IX al VII secolo a.C. la popolazione insubre preferì stanziarsi
nella fascia pedemontana, forse a causa della crisi climatica che,
intorno all'XI-VIII secolo a.C. ha segnato l'inizio del periodo
subatlantico, con clima più freddo e piovoso: l'impaludamento delle
aree pianeggianti e l'azione erosiva nelle valli dovevano aver
limitato l'area ideale per gli insediamenti. Oltre alle urne
cinerarie, due tombe di nobili hanno restituito a Sesto Calende un
carro a due ruote, morsi e briglie per due cavalli e il corredo da
combattimento, databili proprio all'epoca dell'arrivo di Belloveso,
fine VII, inizi VI secolo a.C. Gli oggetti contenuti nelle due tombe
di Sesto Calende dimostrano l'ampiezza degli scambi commerciali
intrattenuti dagli Insubri, con oggetti d'importazione etrusca,
picena e transalpina sia orientale (Stiria) che occidentale. Gli
sviluppi della ricerca negli ultimi trent'anni (tra cui quelli del
Dott. Minella dell'Associazione culturale "Terra Insubre"),
soprattutto dal punto di vista archeologico, epigrafico e
linguistico, hanno permesso di risolvere il problema etnografico
delle popolazioni golasecchiane, che soprattutto in base al dato
linguistico sono oggi riconosciute celtiche.
Non è possibile rintracciare nella documentazione archeologica le
prove di un cambiamento radicale dovuto all'arrivo di una massa
enorme di uomini intorno al 600 a.C., come vorrebbe la leggenda
liviana: lo sviluppo di questa antica cultura celtica è ininterrotto
dal XII secolo AC (e forse anche prima se consideriamo l'antecedente
del Canegrate) fino al IV secolo AC quando arrivarono in Cisalpina
altre tribù che rinnovarono la tradizione celtica di questo
territorio. Le popolazioni golasecchiane sono dunque gli Insubri e
gli altri popoli celti pregallici: Leponti, Orobii, Laevi e Marici. È
dunque possibile parlare di un celtismo autoctono sud-alpino, fatto
questo nemmeno ipotizzabile fino a pochi decenni fa.
LA FONDAZIONE DI MILANO.
«Circa il passaggio dei Galli in Italia conosciamo queste cose:
mentre a Roma regnava Tarquinio Prisco, la parte dei Celti, che è la
terza parte della Gallia, era sotto il dominio dei Biturigi; questi
fornivano un re al popolo celtico. Questi fu Ambigato, potentissimo
per valore e ricchezza tanto propria quanto pubblica, perché sotto il
suo regno la Gallia fu a tal punto abbondante di messi e di uomini,
da sembrare che una tale abbondante popolazione potesse a stento
esser governata. Costui, desiderando alleviare il proprio regno da
quella sovrabbondante popolazione, annunciò che avrebbe inviato
Belloveso e Segoveso, figli di sua sorella, baldi giovani, nelle sedi
che gli dèi, per mezzo degli auguri, avrebbero indicato; essi
convocassero il numero di uomini che desiderassero, affinché nessuna
tribù potesse opporsi a loro che arrivavano. Allora per sorte furono
assegnati a Segoveso i balzi dell'Ercinia; a Belloveso gli dèi
concedevano la strada verso l'Italia. Questi prese con sé i Biturigi,
gli Arverni, i Senoni, gli Edui, gli Ambarri, i Carnuti e gli
Aulerci. Quindi si erano trovati di fronte le Alpi; e non mi stupisco
che esse apparissero vie invalicabili, non essendoci nessuna via
secondo ricordo, se non si vuole credere che siano state valicate,
secondo le leggende relative ad Ercole. Essi attraversarono le Alpi
attraverso il territorio dei Taurini; e, dopo aver sconfitto in
battaglia gli Etruschi non lontano dal fiume Ticino, vi fondarono una
città; la chiamarono Mediolanum».
Già sappiamo, da ricerche approfondite compiute da noti archeologi e
storici, che Milano fu fondata dagli Insubri: ma quando esattamente?
La maggior parte degli studiosi ha le idee poco chiare in merito, in
quanto se ci affidiamo unicamente alle leggende, abbiamo dati
contrastanti.
Uno fra gli storici dell'Impero Romano, Tito Livio, ci offre
un'ipotesi alternativa ma più valida delle altre, che retrodata la
fondazione di Milano ad almeno al VII secolo a.C., durante il regno
di Tarquinio Prisco (616-579 a.C.). Questo racconto della fondazione
di Milano, però, potrebbe anche riferirsi ad un periodo antecendente,
in quanto il resoconto riportato da Livio, era stato "ascoltato" da
un Gallo (abitante della Gallia Cisalpina) che glielo aveva
raccontato. Questo dato è confutato dal fatto che durante gli scavi
compiuti in Via Moneta, della Metropolitana della linea 3, e di altre
zone centrali limitrofe, sono stati ritrovati reperti del periodo
Golasecchiano.
Biblioteca Ambrosiana (Piazza Pio XI n. 2 - Milano). Sono stati
trovati materiali del V secolo a.C. tipici della fase di Golasecca
IIIA, come frammenti di vasi, una fibula, due urne funerarie di
finitura piuttosto grossolana, contenenti resti umani e di pecora o
capra, e altro materiale residuale di un banchetto funebre.
Considerando che i Celti, golasecchiani o transalpini, collocavano le
proprie necropoli fuori dagli insediamenti abitativi, si è dedotto
che questa sepoltura sia piuttosto arcaica, e comunque collocabile
nell'età del bronzo, senza ulteriori dettagli (Notiziario
Soprintendenza Archeologica del 1990).
Via Moneta (vicino a Cordusio, di fronte alla Banca d'Italia): dal
1987 in poi sono stati eseguiti differenti scavi. In uno di questi
sono state ritrovate 130 buche che attestano l'esistenza di un
focolare dell'età golasecchiana (X - VIII secolo a.C.) (orientato in
direzione differente da quella tipica degli edifici romani), in un
altro sono stati ritrovati frammenti vascolari della stessa epoca.
(Notiziario Soprintendenza Archeologica del 1987-1990-1994). Gli
scavi connessi ai lavori per la costruzione della linea metropolitana
3 hanno evidenziato elementi di grandissimo interesse. La stranezza
di Milano è che la fase romana ha visto una strutturazione della
città decisamente anomala rispetto al classico modello basato su
cardo e decumano. Gli scavi hanno confermato l'esistenza di
importanti assi viabilistici pre-romani, dunque celtici, che
collegavano Milano a Como, Bergamo, Brescia, che hanno condizionato
in modo decisivo la Milano romana.
La leggenda che più si avvicina e si ricollega a questi dati
archeologici, è quella del racconto liviano secondo il quale un pago
degli Edui, provenienti dalla Gallia Transalpina (Francia), erano
giunti nella Pianura Padana perché avevano sentito dire che questo
territorio era chiamato «Insubrio», proprio come il nome della loro
tribù principale, gli Insubri. Ritenuto il fatto un segnale sacro,
decisero di fermarsi in quel luogo e di chiedere ai loro sacerdoti, i
Druidi, di dialogare con gli dei per capire dove poter fondare il
loro villaggio. Gli dei ascoltando le loro invocazioni, mandarono
come messaggero una scrofa semilanuta bianca di cinghiale che li
condusse presso una radura di Biancospini, attraversando un bosco di
querce e castagni. Qui fondarono Medhelan che in lingua insubre
significa «centro sacro».
Perché questi segni erano ritenuti sacri?
La scrofa bianca. In quel periodo la Pianura Padana era popolata da
un numero incredibile di cinghiali. Il fatto però di vedere una
scrofa bianca, era raro e quindi, secondo la superstizione degli
antichi era di buon auspicio. Il colore bianco era simbolo di purezza.
La siepe di Biancospino. Il biancospino era la pianta che più
rappresentava una delle divinità più venerate dagli Insubri: Belisama.
A questo punto, avendo ricevuto due elementi sacri, decisero di
fermarsi ed iniziare a costruire il villaggio, servendosi del legno
di questa pianta per recintare il luogo sacro. I druidi posero la
prima pietra, un menhir (letteralmente significa «pietra allungata»),
nel punto di congiunzione tra una fonte d'acqua sorgiva e, osservando
il Cielo, (i Druidi erano abili astronomi) il punto riportato in
terra per speculazione, della stella che in quel momento era più
brillante: Sirio. Anche quest'ultima non era casuale, in quanto era
una delle tante rappresentazioni della dea Belisama.
Dobbiamo considerare che gli Insubri come tutte le altre tribù
celtiche, non facevano le cose così per caso: quando dovevano
edificare un villaggio, un tempio, prendevano in considerazione non
solo la posizione geografica, ma anche la presenza di particolari
stelle o elementi del territorio che consideravano significativo.
Questo perché erano elementi che rappresentavano un centro
d’equilibrio tra Cielo e terra. Dell’origine celtica di Milano, ai
giorni nostri, si possono vedere ancora dei simboli particolari.
Prima di tutto è bene ricordare la «scrofa semilanuta» posta in
piazza Mercanti e che rappresenta uno dei simboli più antichi della
città. Abbiamo poi la quercia, pianta simbolo dei Druidi, visibile
sul portone di sinistra del Duomo. All’interno della cattedrale sul
soffitto di destra possiamo vedere tanti bei Triskell, simbolo per
eccellenza che rappresenta il percorso che il Sole compie durante
tutto l'anno e simbolo di perfezione. Ma di questi esempi, se ne
trovano parecchi girando per le vie di Milano. Non ultimo, la pietra
tanto venerata dai milanesi che San Barnaba utilizzò per
evangelizzare i cittadini di Milano. È, questa, una pietra antica
importante per il popolo Insubre in quanto rappresenta, coi suoi 13
raggi, il calendario luni-solare e la ruota della Vita, simbolo del
dio Belenos e della Dea Belisama.
Non a caso, quando giunse San Barnaba, i milanesi si erano radunati
attorno alla pietra per compiere «strani rituali», che oggi sappiamo
essere legati proprio alle feste del calendario insubre. Questa
pietra è meglio conosciuto col nome di «tredesin de Marz», e la
possiamo vedere presso la chiesa di Santa Maria della Passione. Altro
simbolo di origine celtica, ma non ultimo, è la rosa a sei petali, o
stella a sei punte, chiamata anche Sole delle Alpi, che rappresenta
la ruota solare e la consolidazione dell’unione tra Uomo e Cosmo. La
rappresentazione simbolica del Sole è di origine antica e la
ritroviamo in molte valli e paesi del Nord Italia.
LA LEGGENDA DELLE INSEGNE AUREE DI MILANO.
Secondo alcuni studiosi, l'area del Duomo sarebbe stata occupata da
edifici sacri già due millenni e mezzo di anni fa. Qui si sarebbe
trovato un tempio in cui, secondo quanto racconta lo storico Polibio,
i Galli insubri custodivano le loro sacre insegne, stendardi tessuti
di lana e d'oro chiamati immobili, che venivano tolti dal tempio solo
in caso di estremo pericolo e che i guerrieri dovevano difendere a
prezzo della vita, non indietreggiando oltre il punto in cui venivano
piantati nel terreno. In questo luogo si sarebbero radunati i giovani
Insubri quando i romani, guidati dal Console Marcello, posero
l'assedio vittorioso alla città nel 225 AC, consacrando a Minerva il
tempio dei nemici sconfitti. In seguito, sull'area attualmente
occupata dal Duomo, sorsero quattordici tra chiese e battisteri, tra
cui Santa Maria Maggiore, dotata di una torre campanaria alta quasi
147 m (40 m in più della più alta guglia del Duomo), abbattuta nel
1162 per volontà dell'imperatore svevo Federico I Barbarossa che
considerava la chiesa una sfida all'autorità imperiale. Le insegne
furono portate in luogo sicuro, in montagna. Da allora se n’è persa
traccia.
Ecco la fonti storiche antiche sui Celti Insubri (che occupavano le
terre dell'odierna Lombardia occidentale e del Piemonte nord
Orientale):
POLIBIO, Storie, II,17.
"…(le terre) che sono situate nei dintorni delle foci del Po furono
abitate dai Laevi e dai Lebeci, e dopo di loro dagli Insubri, il più
grande di questi popoli; e a valle lungo il fiume, vivevano i
Cenomani. Le contrade prossime ad Adria erano occupati da un'altra
popolazione antichissima, i Veneti… che poco differiscono dai Celti
per gli usi e i costumi ma parlano un'altra lingua… Al di là del Po
si sono fissati per primi gli Anari, poi i Boi, in direzione
dell'Adriatico i Linoni, infine, vicino al mare, i Senoni".
POLIBIO, Storie, II,17.
"I Celti abitavano in villaggi non fortificati, ed erano privi di
ogni altra comodità. Dormivano su letti di fieno e di paglia,
mangiavano solo carne e non esercitavano altro mestiere che la guerra
o l'agricoltura, tutt'altra scienza, tutt'altra arte era loro
sconosciuta. L'avere di ciascuno consisteva in bestiame e in oro
poiché erano le sole cose che potevano, secondo le circostanze,
portare con loro e spostare a loro grado. Portavano la più grande
attenzione a formare delle associazioni (etaireìas), poiché presso di
essi il più temibile e potente è colui che mostra di avere il maggior
numero possibile di uomini pronti a servirlo e a fargli da corteo".
POLIBIO, Storie, II,22, 23.
"I più grandi di questo popolo, gli Insubri e i Boi, si concertarono
e mandarono degli inviati presso i Galli che abitavano lungo le Alpi
e il Rodano, quelli che sono chiamati, perché facevano la guerra per
soldo, Gesati - è il significato della parola… I Galli Gesati, dopo
aver messo in piedi una armata, magnifica e potente, valicate le
Alpi, arrivarono al Po otto anni dopo (nel 225 a.C.) la spartizione
del paese (tra i coloni romani)".
TITO LIVIO, Historiae, V, 34.
"A Segoveso fu quindi destinata dalla sorte la Selva Ercinia; a
Belloveso invece gli Dei indicavano una via ben più allettante:
quella verso l'Italia. Quest'ultimo portò con sé il soprappiù di quei
popoli, Biturgi, Arverni, Senoni, Edui, Ambarri,Carnuti, Aulirci.
Partito con grandi forze di fanteria e di cavalleria, giunse nel
territorio dei Tricastini. Di là si ergeva l'ostacolo delle Alpi…
Ivi, mentre i Galli si trovavano come accerchiati dall'altezza dei
monti e si guardavano attorno chiedendosi per quale via potessero,
attraverso quei gioghi che toccavano il cielo, passare in un altro
mondo… Essi poi, attraverso i monti Taurini e la valle della Dora,
varcarono le Alpi; e, sconfitti in battaglia gli Etruschi non lungi
dal Ticino, avendo sentito dire che quello in cui si erano fermati si
chiamava territorio degli Insubri, lo stesso nome che aveva un
cantone degli Edui, accogliendo l'augurio del luogo, vi fondarono una
città che chiamarono Mediolanium".
STRABONE, Geografia, V,3.
"... Da questi confini, pertanto, è chiusa la Celtica Cisalpina (…).
Questa regione è una pianura fertile, ornata di colli fruttiferi. Il
fiume Po la divide quasi nel mezzo e le due regioni si chiamano
Cispadana e Transpadana; si chiama Cispadana la parte che è situata
verso gli Appennini e la Liguria, Transpadana la restante. La
Cispadana è abitata dai popoli Liguri e Celtici che abitano i primi
sui monti, i secondi in pianura; la seconda dai Celti e dai Veneti. I
Celti appartengono alla stessa stirpe dei Celti d’oltralpe. Quanto ai
Veneti, c'è su di loro una duplice tradizione: alcuni, infatti,
sostengono che sono anch'essi coloni di quei Celti omonimi che
abitano lungo le coste dell'Oceano; altri invece sostengono che, dopo
la guerra di Troia, alcuni dei Veneti della Paflagonia, trovarono
scampo qui, sotto la guida di Antenore e adducono, a testimonianza di
ciò, la cura con cui attendono all'allevamento di cavalli, attività
che oggi è quasi scomparsa del tutto, ma che una volta era tenuta in
grande onore presso di loro a ricordo dell'antico zelo verso le
cavalle generatrici di muli. Di ciò fa menzione anche Omero quando
dice: "di tra gli Eneti, da dove proviene la stirpe delle mule
selvagge".
STRABONE, Geografia, V,6.
"Anticamente, dunque, come ho detto, la regione intorno al Po era
abitata per la maggior parte dai Celti. Le stirpi più importanti tra
i Celti erano quelle dei Boi e degli Insubri e, inoltre, quelle dei
Senoni che con i Gesati avevano occupato al primo assalto la città
dei Romani. Questi popoli furono completamente distrutti dai Romani e
i Boi furono cacciati dalle proprie sedi. Essi andarono ad insediarsi
nelle regioni dell'Istro e qui abitarono insieme con i Taurisci,
combattendo contro i Daci finché tutta la loro stirpe fu sterminata.
Abbandonarono così, come pascolo per i popoli vicini, quella terra
che faceva parte dell'Illiria. Gli Insubri, invece, ci sono ancora
oggi. Essi avevano come metropoli Mediolanum, che anticamente era un
villaggio (tutti infatti abitavano sparsi in villaggi); ora invece è
una città importante, al di là del Po, quasi ai piedi delle Alpi".
BIBLIOGRAFIA
Giancarlo Minella: articoli vari su “Terra Insubre”.
Venceslas Kruta: La Grande storia dei celti, Newton & Compton
edizioni - Roma 2003.
Kruta V.- Manfredi: I Celti in Italia, Mondadori, Milano 1999.
Kruta, V.: L'Europa delle Origini, Rizzoli, Milano, 1993.
Elena Percivaldi: I Celti. Una civiltà europea, Giunti Firenze, 2003.