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Come precedentemente detto, nel post "Il Lambrusco dei Celti", delle
botti di legno gli storici cominciano a parlarne solo riferendosi
alla Gallia Cisalpina e in particolare alla popolazione degli
Insubri.
Queste botti erano più capienti delle anfore, si trasportavano bene
e inoltre parevano particolarmente adatti a conservare il loro
contenuto in zone dove si riscontravano frequenti variazioni di
temperatura proteggendo il vino dal freddo.
Questi recipienti di legno venivano rinforzati con cerchiature e
persino nel pieno dell'inverno, lo si preservava dal gelo,
accendendo dei fuochi.
Per produrre l'uva antica, la varietà del Lambrusco, non esistevano
macchine per piegare l'uva, come accade oggi.
L'uva veniva pestata con i piedi in un grande tino di legno e il
mosto veniva travasato poi in botti di fermentazione.
Solitamente si trattava di fusti da 200 litri preferibilmente
ricavato da un tronco di rovere o castagno.
Queste botti erano sorrette da dei tespoli che si
chiamavano "braga".
Il vino così ottenuto si lasciava invecchiare in capaci botti sempre
di rovere o castagno e successivamente si procedeva al travaso del
vino in barilotti per la conservazione (sempre in legno) che si
chiamavano "duia".
Ricordiamo che dalla lingua insubre derivano termini conosciuti
ancora ai tempi dei nostri anziani:
Bonda o Bunda = tappo della botte.
Brenta = recipiente per il trasporto
oltre ai già citati:
Braga = trespolo
Duia = barilotto di legno
Nei documenti abbiamo messo le relative figure.
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