<<L’89 è anche l’anno del primo viaggio negli Usa di un segretario del Pci. Andai accompagnato da Napolitano. Una sera a cena, seduto a uno di quei tavoli rotondi da ricevimento, c’era William Colby, l’ex-direttore della Cia. Mi disse: “Ho lavorato tanto tempo in Italia per distruggere il suo partito e adesso siamo qui a mangiare insieme” >>.
(Dall’intervista ad Achille Occhetto sulla svolta della Bolognina, Il Riformista, 21 ottobre 2009)
1) Missioni di guerra e produzioni di morte. Investimenti bipartisan / Ministro La Russa si vergogni!
Comunicati della Rete nazionale Disarmiamoli!
2) MERCOLEDI 4 NOVEMBRE GIORNATA DI MOBILITAZIONE NAZIONALE.
Comunicato del Patto Permanente contro la Guerra + Appuntamento a Trieste
=== 1 ===
Missioni di guerra e produzioni di morte. Investimenti bipartisan.
Il 28 ottobre il governo Berlusconi vara, con provvedimento d’urgenza, il rifinanziamento delle operazioni di guerra all’estero, chiamate eufemisticamente “interventi di cooperazione allo sviluppo dei processi di pace”
Il 29 ottobre La FIOM di Torino lancia un allarme tutt’altro che antimilitarista e pacifista.
Nel silenzio più assoluto delle opposizioni presenti in Parlamento, il Governo ha dato il via libera al rifinanziamento delle missioni militari togliendo altri 225 milioni di euro dalle disastrate casse dello Stato, mentre – per fare solo due esempi - in due anni il taglio del Fondo Nazionale Politiche Sociali è stato del 50%: dai 953 milioni di euro del 2007 ai 517 di oggi. Il Fondo nazionale per la non Autosufficienza è stato abolito: 400 milioni risparmiati sulla pelle di portatori di handicap gravi, malati terminali, diversamente abili.
In questa situazione dalle pagine economiche de “La Repubblica” di venerdì 30/10 leggiamo le preoccupazioni di Giorgio Airaudo, segretario della FIOM di Torino, a causa delle mancate commesse all’ALENIA di Caselle (To) per la costruzione di componenti del famigerato F-35 Jsf. L’operazione politico/imprenditoriale sarebbe quella di costruire il “quarto polo” dell’aeronautica nel varesotto, attorno all’Aermacchi. Cameri (provincia di Novara) diverrebbe il centro produttivo di questo polo, per volontà della cordata PdL /Lega lombarda. A discapito della zona industriale torinese. “Nessuno mette in discussione Cameri – sostiene Airaudo nell’intervista – ma ai sindacati si era promessa una cosa diversa: costruzione e riempimento ala (dell’F-35 Jsf n.d.r ) nello stabilimento di Caselle, allestimento a Cameri (Novara). Ora quest’impegno sembra venir meno per pressioni politiche”.
Così, mentre le truppe professionali sono lautamente stipendiate dal contribuente italiano per occupare e devastare paesi come l’Afghanistan, per i lavoratori italiani la FIOM difende posti di lavoro nelle aziende che producono armi di distruzione di massa. Gettate alle ortiche ogni ipotesi di critica e superamento dell’attuale sistema di sviluppo, il più grande sindacato dei metalmeccanici difende l’occupazione a prescindere da ciò che si produce, anche bombardieri nucleari di ultima generazione, come in questo caso.
Il cerchio si chiude, facendo emergere il contesto entro il quale si concretizza quotidianamente le famigerate politiche bipartisan, funzionali sino ad oggi solo ad aprire la strada ad una destra tra le più reazionarie del mondo.
Mercoledì 4 novembre il movimento contro la guerra scenderà in piazza in tutta Italia contro le vergognose parate militari che osanneranno le forze armate, trasformatesi in truppe di mercenari al servizio degli interessi delle grandi aziende italiane e delle politiche aggressive e guerrafondaie della NATO e degli USA.
Nessun finanziamento, nessuna arma per questo esercito.
Occorre ritirare immediatamente le truppe da tutti i paesi occupati, stornare i milioni di euro verso le fasce sociali colpite dalla crisi, riconvertire le fabbriche di morte in luoghi di produzione di benessere sociale, ricchezza collettiva, per una società emancipata dalle guerre di rapina.
Il 4 novembre in piazza ma per il ritiro dei militari italiani dall'Afghanistan
comunicato stampa
Riteniamo vergognosa e ingannevole la proposta avanzata dal Ministro della Difesa La Russa di introdurre per la seconda domenica di novembre una Giornata dedicata ai "Caduti nelle missioni di pace".
La riteniamo vergognosa perchè in un paese come l'Italia muoiono ogni anno centinaia di lavoratori e operai sul lavoro e nessuno ha mai proposto nè misure concrete per impedire questa strage nè di dedicargli una giornata di celebrazione;
la riteniamo vergonosa perchè la guerra sul lavoro miete molte più vittime della guerra guerreggiata in cui i governi spediscono i militari italiani;
la riteniamo vergognosa perchè il Ministero della Difesa ha sistematicamente misconosciuto la causa di servizio per i militari italiani impegnati in missioni all'estero e deceduti a causa dell'uranio impoverito.
La riteniamo infine ingannevole perchè ormai sia l'opinione pubblica che gli Stati Maggiori, sanno benissimo che missioni come quella in Afghanistan non possono essere mascherate da missioni di pace ma sono a tutti gli effetti operazioni di guerra.
Continuare a nascondere questa realtà alla gente e continuare a mistificare sui termini è un inganno che non può essere più tollerato.
La maggioranza della popolazione italiana, così come quella statunitense e britannica, vuole il ritiro dei militari dall'Afghanistan e la destinazione delle risorse per le spese militari a interventi assai più urgenti sul piano sociale, del sostegno al reddito, al lavoro, ai servizi pubblici. Anche per questo il 4 novembre, giornata delle Forze Armate, il Patto contro la Guerra, sarà in piazza in diverse città italiane per protestare contro la prosecuzione della guerra in Afghanistan, per il ritiro delle truppe italiane, per il taglio delle spese militari e la loro destinazione alle spese sociali.
Il Patto contro la Guerra
(vi aderiscono la Rete Disarmiamoli, Rete Semprecontrolaguerra, Cobas, Sinistra Critica, Rete dei Comunisti, Partito Comunista dei Lavoratori ed altre associazioni)
=== 2 ===
COMUNICATO STAMPA
del Patto Permanente contro la Guerra
MERCOLEDI 4 NOVEMBRE GIORNATA DIMOBILITAZIONE NAZIONALE CONTRO LA GUERRA, PER IL RITIRO DELLE TRUPPE DALL’AFGHANISTAN E IL TAGLIO DELLE SPESE MILITARI.
Manifestazioni si svolgeranno a Vicenza, Novara, Bologna, Genova, Firenze, Pisa, Livorno, Colleferro, Catania, Napoli.
A ROMA, ALLE ORE 15.00 MANIFESTAZIONE A PIAZZA NAVONA
Il consiglio dei ministri ha appena votato il rifinanziamento delle missioni militari all’estero compresa quella dell’Afghanistan, e il ministro della guerra La Russa prevede che le truppe italiane resteranno in Afghanistan per altri 5 anni.
A otto anni dall’inizio dei bombardamenti su Kabul, la resistenza all’occupazione si è notevolmente rafforzata mettendo in crisi gli obiettivi politici e militari della Nato e delle potenze occidentali alleate degli Usa. Le recenti elezioni presidenziali si sono rivelate una farsa con un milione di schede annullate su 5 milioni di votanti,e la commedia del voto continuerà con il ballottaggio tra Karzai e Abdullah fissato per il 7 novembre prossimo.
Intanto sono circa 40.000 i morti civili che nessuno commemora, e dal 2001 ad oggi c’è stata una progressiva crescita, anno dopo anno, dei soldati stranieri morti.
Nell’opinione pubblica internazionale è cresciuta la convinzione che la cosa giusta da fare è porre fine alla guerra.
SMENTIAMO LA PREVISIONE DEL MINISTRO DELLA GUERRA LA RUSSA!
Il 4 Novembre – festa delle forze armate e della retorica militarista – giornata di mobilitazione nazionale per il ritiro delle truppe dall’Afghanistan, il taglio delle spese militari, per rendere omaggio alle centinaia di migliaia di civili ignoti morti in Afghanistan, Iraq, Palestina.
Patto Permanente contro la Guerra
info: Roberto Luchetti (3381028120); Nella Ginatempo (3772110687)
--- TRIESTE ---
Raccogliendo l'appello della rete "Disarmiamoli!" anche a Trieste ci troveremo dalle ore 16 in via delle Torri per dimostrare la nostra contrarietà alle missioni di guerra ed alla retorica militarista della "giornata delle Forze armate".
Claudia Cernigoi
Trieste
(la manifestazione è organizzata da un Coordinamento nato a questo scopo e che vede l'adesione di varie organizzazioni e di singoli antimilitaristi).
Bill Clinton sarà domani, domenica 1 Novembre, a Priština - capitale del protettorato NATO del Kosovo - per presenziare alla inaugurazione del monumento a lui dedicato nella via che già porta da anni il suo nome. Il leader del revanscismo nazionalista pan-albanese, Hashim Thaci detto "il serpente" (nome di battaglia conferitogli dai suoi commilitoni della organizzazione terroristica UCK: http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/msearch?query=serpente&submit=Cerca&charset=ISO-8859-1 ) garantisce una accoglienza "strepitosa" ("magnificent"). Il "serpente" ha colto l'occasione per esprimere la sua gratitudine verso tutti i presidenti USA, che, indistintamente, appoggiano la creazione di una Grande Albania nei Balcani, sul modello nazista, allo scopo di destabilizzare cronicamente l'Europa.
D'Alema, che non parteciperà ai festeggiamenti, si rode dall'invidia.
PRISTINA: Former U.S. President Bill Clinton will arrive in Kosovo on Sunday, says Hashim Thaci. The Kosovo Albanian premier explained that Clinton will attend the unveiling of a statue of himself. The statue has been placed on a Pristina boulevard that has also been named after the former American president. Thaci added that Clinton would be arriving in Kosovo at his invitation, and promised the former U.S. leader would be met with a "magnificent welcome". Thaci also invited the citizens to "appear en masse at the Bill Clinton Square". Clinton is "always welcome in Kosovo because this is a person who has done a lot for Kosovo globally, for its freedom and democracy in the world," Thaci was quoted. He also express his gratitude "to all American governments to date" for their "support to Kosovo". Bill Clinton was the president when his country led the NATO attacks against Serbia over the conflict in Kosovo in 1999.
Il giorno 12/ott/09, alle ore 11:35, Coord. Naz. per la Jugoslavia ha scritto:
Kosovo : bientôt une statue de Bill Clinton à Pristina
Traduit par Jacqueline Dérens
Mise en ligne : samedi 26 septembre 2009
Pristina possédait déjà un boulevard Bill Clinton, orné d’un immense portrait de l’ancien Président américain... Une association privée a entrepris d’édifier une statue en bronze du grand homme, en signe de « remerciement » pour l’engagement des USA. L’américanophile demeure toujours très forte chez les Albanais du Kosovo.
Par Shepa A.Mula
Agim Rexhepi, responsable de l’association « Les Amis des USA », qui a déjà été à l’initiative de plusieurs événements visant à remercier les USA pour leur soutien au Kosovo, explique que la statue va bientôt être installée sur le Boulevard Bill Clinton à Pristina : « Nous voulons montrer que nous sommes capables d’organiser et de coordonnera la tenue d’un événement de cette importance en coopération avec la société civile et les institutions gouvernementales ».
Bill Clinton est considéré comme un héros par les Albanais du Kosovo après avoir apporté son soutien à l’intervention de l’Otan en 1999.
Agim Rexhepi a expliqué que l’idée de faire une statue de Bill Clinton était venue du sculpteur Izeir Mustafa, dès la fin du conflit. Une banque commerciale lui a fourni l’aide financière nécessaire.
Après plusieurs vaines tentatives pour obtenir la permission d’ériger la statue dans la ville, Izir Mustafa s’est rapproché des Amis des USA. Cette démarche a été accueillie à bras ouverts et le projet est devenu la priorité de l’association. « Nous avons décidé de l’aider parce qu’il était très découragé et nous avons pu nous assurer de l’emplacement de la statue », explique Agim Rexhepi.
En 2007, les Amis des USA ont obtenu l’autorisation de la municipalité de Pristina d’utiliser le terrain qui se trouvait sous une grande affiche portant le portrait de Bill Clinton suspendue à un immeuble sur le Boulevard Bill Clinton.
Après avoir obtenu le soutien de la municipalité et du gouvernement, il a encore fallu batailler pour venir à bout du projet, précise Agim Rexhepi qui affirme que le projet est maintenant dans sa phase finale.
« Le gouvernement nous a donné 30.000 euros pour le financement de l’inauguration qui sera un grand événement à cause de tout ce que Bill Clinton a fait pour nous ». Agim Rexhepi aurait même reçu des signaux positifs de l’entourage de l’ancien président des USA sur une possible présence de Bill Clinton à l’inauguration.
« Il a reçu une invitation officielle du gouvernement et, encore plus important, une invitation du peuple du Kosovo qui n’oubliera jamais ce qu’il fait pour nous ».
La date officielle pour l’inauguration n’est pas encore annoncée car Bill Clinton doit confirmer sa venue à Pristina, mais Agim Rexhepi espère que la cérémonie pourra avoir lieu prochainement.
La statue fait six mètres de haut avec son socle. Bill Clinton tient dans ses mains le document du 24 mai 1999, qui autorise l’entrée des troupes américaines au Kosovo.
Pour le moment, la statue se trouve encore à Tirana où on lui applique un revêtement de bronze.
Le terrain autour de la statue sera transformé en square avec des arbustes et des bancs pour les promeneurs.
It has been said that proverbs are the wisdom of nations and one of the most common is that a criminal always returns to the scene of the crime.
Former U.S. President William Jefferson Clinton is to arrive in Pristina, the capital of Kosovo, on Sunday, November 1 according to the erstwhile head of the so-called Kosovo Liberation Army (KLA) and self-styled prime minister of Kosovo Hashim Thaci.
The occasion of Clinton's visit, his first since Kosovo's unilateral declaration of independence in February of 2008 - a violation of international law and United Nations Resolution 1244 directly resulting from Clinton's acts of a decade ago - is to attend the official unveiling of a statue dedicated to himself.
"The almost ten feet statue of the former U.S. President Bill Clinton has been erected in the same square that bears his name in Pristina. [The unveiling] of the statue was delayed due to the busy agenda of the former American President. The statue erected to President Clinton is being sponsored by and [is] under the auspices of Prime Minister Thaci." [1]
Another adage, this time a peculiarly American one, is that partisan politics end at the water's edge. Not that it matters to anyone in the world except for U.S. voters every four years, but differences between the nation's two ruling parties, such as they are, rarely manifest themselves beyond the nation's Atlantic and Pacific coasts. The main street in Pristina is named after George W. Bush, who presided over and in fact engineered Kosovo's formal secession from Serbia.
There are also major streets named after Tony Blair, Madeleine Albright and William Walker, the last the Deputy Chief of Mission in Honduras and Deputy Assistant Secretary of State for Central America in the 1980s during the Reagan administration's Contra war against Nicaragua and death squad terror in El Salvador. Walker is held in high esteem by KLA veterans like Hashim Thaci for his role in blaming the government of Yugoslavia for what he represented as a massacre in the Kosovo village of Racak in January of 1999, arguably the main incident used to justify the 78-day bombing campaign against Yugoslavia three months later.
Western journalists at the time and forensic experts afterward reported a different story, but Walker blustered:
"From what I saw, I do not hesitate to describe the crime as a massacre, a crime against humanity. Nor do I hesitate to accuse the government security forces of responsibility."
Not that anyone would question Walker's familiarity with massacres, he certainly oversaw enough genuine ones in Central America in the 1980s, but his motives in this case were suspect to say the least.
No report has yet surfaced that the separatists in Kosovo, armed during their own contra war ten years ago and now again as a proto-army, the Kosovo Security Force, by the U.S. and its NATO allies, plan to erect a monument to Walker, but if so that would give the new governments of Nicaragua and El Salvador an additional reason to eschew recognizing the illegal entity that is spurned by 130 of the world's 192 nations.
Regarding Clinton's arrival on Sunday (the scent of a handsome "honorarium" wafts through the air), KLA chieftain Thaci, endearingly known to his former KLA colleagues by the nom de guerre of The Snake, promises that the Bomber of Belgrade will be met with a "magnificent welcome" and that locals will "appear en masse at the Bill Clinton Square". [2]
Criminals don't leave the scene of a crime, a war crime, when they have never left left it. Most of the 50,000 U.S. and other NATO troops that entered Kosovo in June of 1999 with their KLA allies have since departed to "bring peace" to and "stabilize" other parts of the world, Afghanistan and Iraq most notably, but over 14,000 remain more than ten years afterward.
What also remains in Kosovo is Camp Bondsteel, a nearly 1,000-acre U.S. Army base used as headquarters for the NATO Kosovo Force (KFOR) Multinational Task Force East. The installation is so extensive that it contains "the best hospital in Kosovo; a movie theater; three gyms; two recreation buildings that have phones, computers with internet connection, pool tables, video games and more; two chapels with various religious services and other activities; two large dining facilities; a fire station; a military police station; the Laura Bush education center where classes are offered through the University of Maryland University College and Central Texas College; two cappuccino bars, a Burger King, Taco Bell, and an Anthony's Pizza pizzeria; two barber shops; two laundry facilities employing local nationals who do the laundry for those living on base; two press shops; a sewing shop; two massage shops employing mostly Thai women who conduct various massages...softball and football fields; and more." [3]
In short, a small city. Camp Bondsteel, the largest overseas American military facility constructed since the Vietnam War, was reported to be a CIA "black site" in a report by a major British newspaper in January of this year. The base can well be used for whatever purposes the CIA and the Pentagon intend it to with the pseudo-government of Kosovo, many of its leaders linked for decades to Europe's narcotics, arms and sex slave trades, manifestly unwilling to raise any objections knowing full well to whom they are indebted for their current fiefdom.
A month after the U.S.- and NATO-backed secession of Kosovo from Serbia, the latter's then prime minister Vojislav Kostunica stated, "The illegal construction of a huge American military base, Bondsteel, and Annex 11 of the Ahtisaari plan, which establishes NATO as the supreme organ of government in Kosovo, reveal the reason why Serbia was mindlessly destroyed, and why a NATO state was declared illegally on February 17." [4]
During its fiftieth anniversary jubilee summit in Washington, D.C. in April of 1999 NATO was in the midst of an almost three-month air war against Yugoslavia, the first unprovoked military attack against a European nation since Hitler's Germany invaded Poland in 1939 and subsequently other nations, plunging the continent into the deadliest and most destructive war in its history.
The end result of 1999's Operation Allied Force, NATO's first war, fought without UN authorization and against the opposition of Russia, China and most of the world's nations, was to transform the entire Balkans region into what are little more than NATO military colonies: Recruitment grounds for troop deployments to new war zones further to the east and south and sites for the building and acquisition of new U.S. military bases - infantry, air and naval - for the same purpose, as with not only Kosovo but Bulgaria and Romania as well.
Since the 1999 war against Yugoslavia and the incursion into and destabilization of Macedonia from NATO-occupied Kosovo two years later, the U.S. and NATO have ordered the deployment of troops from its new "partners" in the Balkans, five of which have been now become full NATO members (Bulgaria, Romania, Slovenia, Albania and Croatia), to Iraq and Afghanistan as well as to Central Africa (Chad and the Central African Republic), Lebanon and elsewhere under European Union auspices.
Albanian, Bosnian, Bulgarian, Croatian, Macedonian, Romanian and Slovenian troops have served in both Iraq and Afghanistan and remain in the second country. New mini-state Montenegro's Western-backed independence was only effected in 2006 and so the nation is too young to have had its troops dragooned into the Iraq debacle. But not the Afghan war, for which forces have already been assigned.
Washington's and NATO's turnaround time is breathtaking. Three years after a state of no more than 700,000 people declares itself an independent nation its citizens are already being trained for a war over 4,000 kilometers away. [5]
Earlier this month the governor of the American state of Maine said "the state hosted an official delegation from Montenegro, one of the world’s newest democracies, just a few days ago. The Maine National Guard has a partnership program that’s helping to transition Montenegro’s military into a professional force that can participate in NATO missions." [6]
NATO Secretary General Anders Fogh Rasmussen plans a tour of the Balkans next month, in part to recruit troops for the Afghan war, and Montenegro will be one of his stops. "It is expected that Montenegro will receive an action plan for accession to NATO at the December sitting of the Alliance, an anonymous source in the media informed." [7]
Less than a year ago "Montenegro's Prime Minister Milo Djukanovic...tabled at NATO headquarters in Brussels Montenegro's demand on an action plan for membership." [8]
A Membership Action Plan (MAP) is the final stage toward full NATO membership. Earlier this month Bosnia officially applied for the MAP and the nation's defense minister Selmo Cikotic on October 29 demonstrated the dual nature of NATO incorporation - subjugating new member states and integrating them into a global war strategy - in speaking of the two topics as interconnected. He said “In Bosnia’s case, participation in the [Afghan] mission is also related to progress on the road to NATO membership...regardless of the risks.
"In the current situation, when our politics are war by other means, NATO membership would resolve all open security issues. All other alternatives are highly risky." [9]
The allusion, hardly subtle, is to efforts by the United States, NATO and the European Union to use membership in the last two organizations as both carrot and stick to revoke what autonomy the Bosnian Serb Republic (Republika Srpska) retains in the West's drive to centralize Bosnia as a whole under the control of Brussels and Washington.
On October 30 the Bosnian Serb Republic's prime minister, Milorad Dodik, said "he would pull out of talks on constitutional reform led by the United States and European Union set to speed up Bosnia's path to EU and NATO membership."
Speaking of the withdrawal, Dodik said "It's a defeat of politicians from the federation who agree to meet only in the presence of the international community. I will never again take part in any talks mediated by the international community." [10]
Less than two weeks before NATO chief Rasmussen laid down the law to Serbia and to the few Serbs remaining in Kosovo. In an interview with a local newspaper, while pushing the standard Western line that "further Euro-Atlantic integration either through partnership or membership in NATO, or in the EU, is the best guarantee of long-term stability in the Balkans," he issued the following warning, in fact an ultimatum: "I especially hope that Belgrade will not encourage Kosovo Serbs not to take part in the forthcoming elections. If Kosovo Serbs wish to secure that their legitimate interests and rights are being respected, then they must take part in the political process." [11]
The NATO chief will brook no opposition, no hint of independence, from Serbs in Kosovo, in Bosnia or in Serbia itself. Or from anyone else in the Balkans except for the bloc's allies in the former KLA and affiliated armed separatist groups. [12]
NATO's intention to "resolve all open security issues" in the Balkans is belied by the Alliance's member states at every turn acting to destabilize interstate relations in the region, from the encouragement of Kosovo's secession - which the United States was the first to legitimize through diplomatic recognition - to more recent examples.
Earlier this month Kosovo and Macedonia delimited the boundary between them and in so doing attempted to establish it as an international border without consultations with Serbia, whose territory Kosovo remains in the view of over two-thirds of the nations in the world.
On October 9 the new U.S. ambassador to Kosovo, Christopher Dell, "confirmed...he has met Kosovo President and Prime Minister Fatmir Sejdiu and Hashim Thaci on the demarcation of the Kosovo-Macedonian border." [13]
Days later the State Secretary of Serbia’s Foreign Ministry, Oliver Ivanovic, denounced the agreement signed behind his nation's back and said, “The signing of this agreement is useless because Macedonia will have to negotiate with Belgrade on that issue.” [14]
In Ivanovic's view "Macedonia and Kosovo signed the agreement under pressure by foreigners who did not account for the fact that this may worsen the already complex relations between Serbia and Macedonia." [15]
The following day the architect of this latest carve-up weighed in on the affair: "The U.S. warmly welcomes the establishing of diplomatic relations between the Republic of Kosovo and the Republic of Macedonia as well as the successful completion of the demarcation of their joint border," according to State Department spokesman Ian Kelly. [16]
Only a few days later, on cue as it were, officials in Kosovo turned their attention toward Montenegro and a "flawed marking of the border," demanding another redrawing of national boundaries. Montenegro's Interior Ministry responded on October 23 insisting that the nation's leaders would "not hand over an inch of their territory to anyone". [17]
To further illustrate the West's role in undermining and inflaming most every sector of former Yugoslavia, in the middle of the month Kosovo Serbs gathered almost 50,000 signatures demanding that the European Union Rule of Law Mission [EULEX], devised by the West to transition Kosovo from United Nations administration to control by former KLA operatives and their NATO patrons, leave the province.
A leader of the initiative rightly observed of EULEX that “the mission’s goal is to complete the Albanian state” and regarding the petition announced that in addition to presenting it to the government of Serbia "We’re also taking it to the Russian ambassador for the embassy to hand it to President Medvedev, given that the Russian Federation is sometimes more consistent and principled in trying to defend and keep Kosovo within our country. Russia is a great country and has the right to a veto in the Security Council. I personally think that they can be of great help in revealing the real truth behind the work of this mission.” [18]
NATO's drive toward complete subordination of the Balkans proceeds apace.
On October 8 Serbian Defense State Secretary Igor Jovicic announced that his nation would appoint a permanent ambassador to NATO within the next few weeks, stating “Based on a proposal by the Foreign Ministry, the Serbian government has endorsed a proposal for a Serbian ambassador to the NATO alliance. A ‘silent procedure’ is under way, where our proposal will be looked at by member-states, and then we could have an ambassador to NATO by the end of the year.” [19]
After the October 22-23 NATO defense ministerial in Slovakia, Macedonia confirmed it would offer the Alliance 80 more troops for the war in Afghanistan, bringing the diminutive nation's total to 240.
At the same time Bulgarian Defense Minister Nickolay Mladenov "offered his counterparts from neighboring countries to use the joint Bulgarian-U.S. military training facilities in Novo Selo" where it was recently revealed that the Pentagon is going to spend $60 million to expand and modernize the base. [20]
The Bulgarian defense chief was addressing a meeting of the Southeastern Europe Defense Ministerial (SEDM) in his country. The nations he invited to train under U.S. military forces were full SEDM members Albania, Bosnia, Croatia, Greece, Italy, Macedonia, Romania, Slovenia, Turkey and Ukraine and observer states Georgia, Moldova, Montenegro and Serbia. The United States is the ringleader of the regional defense bloc although it is over 7,000 kilometers removed from the region.
When NATO began its bombardment of Yugoslavia on March 23, 1999 on Bill Clinton's orders not only a war but a war cycle began, one which persists to this day and has no end in sight. Only months after the cross-border conflict in Macedonia, itself a consequence of the Kosovo war, ended in 2001 the invasion of Afghanistan was launched, and the U.S. and its NATO allies have been in state of perpetual armed deployments and conflicts ever since.
The war against Yugoslavia was waged under false pretenses and with ulterior motives but has had predictable consequences. The United Nations has been weakened to the point of being reduced to a paper organization only consulted when it is time to clean up after the West's wars. The Helsinki Final Act and the entire post-World War II order have been undermined and effectively destroyed.
As the late American scholar Sean Gervasi foresaw and warned against more than three years before the event [21], NATO exploited the crisis in former Yugoslavia to assert itself outside of its previously defined area of concern to expand throughout Eastern Europe and penetrate the Caucasus into Central and South Asia and much of the rest of the world. At that time, January of 1996, no one could have anticipated that there would be Bosnian troops in Afghanistan, Croatian troops in Iraq, Albanian troops in Chad and Bulgarian warships off the Mediterranean coast of Lebanon. That there would be NATO bases in the Central Asian countries of Kyrgyzstan, Tajikistan and Uzbekistan. A strategic American air base in Bulgaria, a massive military compound in the Serbian province of Kosovo, marines in Georgia and Patriot missile batteries in Poland.
A few weeks ago an article appeared in an Indian publication which included these comments:
"Russia has rebelled against Kosovo’s independence because it sees it as part of US efforts to dismantle the post-Second World War international system based on respect for state sovereignty and inviolability of borders enshrined in the supremacy of the UN in resolving international disputes. Kosovo’s independence is also against the Security Council Resolution 1244 of 1999, which gave the UN jurisdiction over Kosovo....It has been noted that such 'independence' enables the Americans to maintain a strategic military base at Camp Bondsteel in the breakaway region — the largest American military base to come up in Europe over the last generation." [22]
On October 23 an analysis appeared on a major Russian news site regarding the recently announced change in Russia's military doctrine allowing for the first use of nuclear weapons. To demonstrate the lingering and perhaps irreversible effects of NATO's first war of ten years ago, the article revealed that "Russia started speaking about the possibility of delivering preemptive nuclear strikes long ago, in the late 1990s after NATO bombed Yugoslavia. Russia subsequently held war games [in] 1999 simulating a military conflict with NATO similar to the one in Yugoslavia.
"That war game showed that only nuclear weapons would save Russia in case of Western aggression. The Russian government subsequently changed the schemes of using nuclear weapons, especially tactical ones." [23]
Crimes left unaddressed and unpunished, especially war crimes, exact a terrible toll on international relations and on the world's conscience.
The monument to former U.S. President Clinton further diminishes his political and historical stature, considering by whom it is being dedicated and why.
As long as much - most - of the world continues to ignore, apologize for and even endorse the crime for which he is being celebrated the prospects for a peaceful and just world are far beyond the grasp of those eager for a planet forever free of war.
Quest'anno molti sono rimasti di stucco per la attribuzione del Nobel per la Pace a Obama; lo scorso anno avevamo segnalato che tale premio è del tutto discreditato [Un Premio Nobel contro la Pace: http://www.cnj.it/documentazione/kosova.htm#ahtisaari ]. Ma il Premio Nobel per la Letteratura non è meno discutibile: il suo politicissimo carattere è evidente quest'anno, visto che il premio è stato assegnato alla tedesca-rumena Herta Müller solo in virtù del suo zelo anticomunista e della tensione pangermanica che promana. Sono illuminanti le parole di Peter Handke:
D: Quest'anno il Premio Nobel per la letteratura lo ha ricevuto la scrittrice Herta Müller, poco nota ai lettori serbi. Che cosa ne sa di lei?
R: Lei mi attaccava ferocemente quando io difendevo la Jugoslavia. Paragonava Milosevic a Ceausescu. Di lei non ho letto molto, ma so che è una brava scrittrice di prosa. Solo che la sua prosa manca di anima. Il fatto che lei ha vissuto durante la dittatura in Romania non è sufficiente per la letteratura. La buona prosa è scritta dall'anima, deve provenire dallo stomaco. Ma prima di lei, scrittori molto peggiori hanno ricevuto il Premio Nobel.
D: Ciò significa che la politica interviene nel conferimento dei premi letterari più importanti?
R: Il Premio Nobel per la letteratura non ha più una grande importanza. Negli anni recenti, è diventata una provocazione, a volte molto riuscita. Questa di Herta Müller è una provocazione priva di senso.
[Peter Handke: Quando vi amo, la colpa è mia (Politika 18.10.2009)] )
Rumanian Germans and their Nobel Prize
1) The Impact of Germans in the East / Das Wirken der Deutschen im Osten
(Own report) - The chairman of one of the "Germandom" organizations in the German foreign policy network is the focus of a Rumanian government crisis. The Rumanian opposition wants to name the mayor of Sibiu, Klaus Johannis, to fill the vacancy left by the prime minister, who was toppled by the opposition at the beginning of the week. Rumanian President, Traian Basescu has rejected this plan and nominated a financial expert for prime minister. Johannis heads the "Democratic Forum of Germans in Rumania" (DFDR), an associated member of the "Federal Union of European Nationalities" (FUEN), which from its headquarters in Northern Germany also coordinates Europe's German language minorities - with government support. The FUEN, founded by former Nazi racists, is working with Johannis as well as with Germany's Hermann Niermann Foundation, which was the target of large protests in Eastern Belgium, because of its covert lobbying efforts for "Germandom" organizations. Johannis' nomination is the second exceptional step taken in behalf of Rumanian "Germandom" within a week. The first was the awarding of the Nobel Prize in Literature to a "Rumanian German" author.
The Rumanian opposition parties, which toppled the Prime Minister with a no-confidence vote at the beginning of the week, have nominated the current mayor of Sibiu ("Hermannstadt"), Klaus Johannis, to fill the post of transitional prime minister. Rumanian President, Traian Basescu has rejected this intention and named the financial expert, Lucian Croitoru, to be the new prime minister. Croitoru would have to be confirmed by parliament, which seems very unlikely, because the opposition has a majority and insists on its candidate, Johannis. The outcome is open.
Ethnic Policy
Klaus Johannis comes from the Rumanian "Germandom" milieu, to which he attests such secondary virtues "as correctness, reliability, pragmatism and efficiency."[1] He is the chairman of the local "Germandom" organization, the "Democratic Forum of Germans in Rumania" (DFDR), which, like many other associations of German language minorities in Eastern and Southeastern Europe, was founded in the immediate aftermath of the upheavals in 1989. The DFDR, like its chairman, Johannis, is closely associated with the networks of "Germandom" spread all over Europe. The DFDR is an associated member of the "Federal Union of European Nationalities" (FUEN), an organization, bringing together numerous European and Central Asian minorities, founded along the lines of the traditional German ethnic policy in the aftermath of World War II by ex-Nazi racists.[2] Within the FUEN, the DFDR, is also a member organization of the "Working Group of German Minorities" (AGDM), that stands in constant contact with the German Interior Ministry.[3] The party of Rumania's Hungarian speaking minority, the Uniunea Democrata Maghiara din România (UDMR) is also a FUEN member. It is one of the parliamentary parties proposing Johannis for the post of prime minister.
Conspiracy
Currently Johannis has been known as the mayor of Sibiu ("Hermannstadt"). Since he took office in 2000, Sibiu, in fact, has made a name with one economic success story after the other. "The Old City is a jewel, the water supply functions and above all, there are only a few unemployed" according to a recent press report. Under the "German" Johannis, the town has become a "model of success."[4] In fact, Johannis cleverly administers the support his community receives from Germany; to create a model of an island of "Germandom" is Southeast Europe. Under contract of the German Ministry of Economic Cooperation and Development in Bonn, the German Association for Technical Cooperation (GTZ) had already begun the renovation of the Old City - which is commonly attributed to Johannis - before Johannis took office.[5] The German Agency for Technical Relief (THW) came to Johannis' aid to solve the water problem.[6] Other help is coming from "Germandom" organizations in Germany, for example, the DFDR and Johannis personally advised the Hermann Niermann Foundation in Dusseldorf on "questions of promoting cultural, academic and social projects" - also to the advantage of the German language minority of Rumania.[7] The Niermann Foundation became notorious years ago, through its exercising covert influence on the German language minority in Eastern Belgium - in cooperation with extreme rightwing ethnocentric forces. One can safely say that the chairman of the foundation had been "aware of a conspiracy" that was directed "against Belgium."[8]
Special Sponsorship
Johannis disposes also of the best contacts to government offices in Berlin and to leading German politicians. His "Germandom" organization, the DFDR, receives preferential promotion from the German Ministry of the Interior. From 1990 - 2004 88.33 million Euros were allocated for the "stabilization of the German minority in Rumania." When Berlin had to scale back budgetary allocations also for "Germans Abroad" due to economic difficulties, the Interior Minister at the time, Otto Schily, promised Klaus Johannis in November 2004, "preferential treatment" for the German language minority in Rumania. As a matter of fact, the allocations for the Rumanian "Germandom" were reduced only nine percent, while 23 percent was the average reduction. In this year alone, the German government has earmarked a sum of 1.6 million Euros for the promotion of the German language minority in Rumania.[9]
Impressive Balance Sheet
Klaus Johannis has personally welcomed a whole series of high-ranking German government representatives both from federal and regional state levels. The visitors to Johannis' hometown included the German government's Commissioner for Questions of Ethnic German Emigrants and National Minorities, Hans-Peter Kemper, the German Commissioner for Cultural Questions, Bernd Neumann and the Prime Ministers of Germany's regional states Thuringia (Dieter Althaus) and Saarland (Peter Mueller). President of the European Parliament, Hans-Gert Poettering and the Parliamentary working group, "Expellees and Refugees" of the conservative CDU/CSU Caucus in the German Bundestag visited "Hermannstadt" as well. Erwin Marschewski, head of the working group's delegation, congratulated Johannis on his "impressive achievements."[10] German President, Horst Koehler allowed himself to be given a guided tour of the city by Mayor Johannis, personally and paid tribute to the "positive impact Germans are having in Eastern Europe, as exemplified by Hermannstadt."[11]
Merit Award
At the end of last year, alongside the German Minister of the Interior, Wolfgang Schaeuble, Johannis was given the Deutsche Gesellschaft's "Award of Merit for German-European Understanding." The laudation was held by ex-Interior Minister and Sibiu's citizen of honor, Otto Schily. German Chancellor, Angela Merkel is on the advisory board of this very influential association. Merkel, herself, had received the same award in 2005.
No Longer Sovereign
Klaus Johannis' nomination by Bucharest's parliamentary majority is the second exceptional step on behalf of Rumanian "Germandom" - following the award of the Nobel Prize in Literature to the "Rumanian-German" author, Herta Mueller - within one week.[12] Johannis' exceptionally close ties to Berlin could jeopardize Rumania's sovereignty, if he becomes Rumania's prime minister. Apparently the majority in Bucharest's parliament are prepared to take that step.
--- DEUTSCH ---
Newsletter vom 16.10.2009 - Das Wirken der Deutschen im Osten
SIBIU/BUKAREST (Eigener Bericht) - Der Vorsitzende einer "Deutschtums"-Organisation aus dem Netzwerk der Berliner Außenpolitik steht im Mittelpunkt einer Regierungskrise in Rumänien. Die rumänische Opposition, die Anfang der Woche den bisherigen Ministerpräsidenten gestürzt hat, will den Bürgermeister von Sibiu, Klaus Johannis, mit dem Amt betrauen. Staatspräsident Traian BÄfsescu verweigert sich ihrem Ansinnen und hat nun einen Finanzexperten zum Regierungschef nominiert. Johannis leitet das "Demokratische Forum der Deutschen in Rumänien", eine Mitgliedsvereinigung der "Föderalistischen Union Europäischer Volksgruppen" (FUEV), die von Norddeutschland aus unter anderem die deutschsprachigen Minderheiten Europas koordiniert - mit staatlicher Unterstützung. Die FUEV, die einst von früheren NS-Rassisten gegründet wurde, arbeitet ebenso mit Johannis zusammen wie die deutsche Hermann-Niermann-Stiftung, die vor Jahren wegen verdeckter Einflussnahme für "Deutschtums"-Organisationen im Osten Belgiens schwere Proteste hervorrief. Johannis' Nominierung ist nach der Verleihung des Literaturnobelpreises an eine "Rumäniendeutsche" die zweite außergewöhnliche Maßnahme zugunsten des rumänischen "Deutschtums" binnen einer Woche.
BERLIN/STOCKHOLM (Own report) - Berlin's "Germandom" organizations are cheering the awarding of the Nobel Prize in Literature to the "Romanian-German" author Herta Mueller. As the President of the League of Expellees (BdV), Erika Steinbach, CDU declared this award is an indication of "how precious the Germans' cultural heritage is in the East". "It means this heritage must be maintained and promoted." The BdV has recently launched an exhibit of the "German Eastern Settlements" throughout the centuries, with the intention of drawing new public attention. This project is patterned after the "Center against Expulsions" and is centered on the German speaking minorities of Eastern and Southeastern Europe, exploited by Germany's politicians and businessmen as bridgeheads for Berlin's expansionism. The Nobel Prize Committee has bestowed an exemplary popularity upon one of these minorities, the "Banat Swabians," of which Herta Mueller is a member. The political intentions of the committee in Stockholm, whose decisions are supported by foreign interests, are helping the BdV and giving a boost to the "Germandom" policy. Criticism of the Nobel Prize choice is being heard in countries, for example in Poland, affected by "Germandom's" interference.
(Eigener Bericht) - Organisationen der Berliner "Deutschtums"-Politik bejubeln die Verleihung des Literatur-Nobelpreises an die "rumäniendeutsche" Autorin Herta Müller. Die Preisvergabe sei ein Hinweis darauf, "wie wertvoll das kulturelle Erbe der Deutschen aus dem Osten ist", erklärt die Vorsitzende des Bundes der Vertriebenen (BdV), Erika Steinbach (CDU): "Es gilt, dieses Erbe zu bewahren und zu fördern." Der BdV hat erst vor kurzem ein Projekt gestartet, das der "deutschen Ostsiedlung" der vergangenen Jahrhunderte mit einer Ausstellung nach dem Vorbild des "Zentrums gegen Vertreibungen" neue Publizität verschaffen soll. Das Vorhaben gilt deutschsprachigen Minderheiten in Ost- und Südosteuropa, die von Politik und Wirtschaft der Bundesrepublik genutzt werden, um als Brückenköpfe der Berliner Expansion zu fungieren. Das Nobelpreis-Komitee verschafft einer dieser Minderheiten, den "Banater Schwaben", denen Herta Müller angehört, exemplarische Popularität. Die politischen Intentionen des Stockholmer Komitees, das bei seinen Entscheidungen die Unterstützung ausländischer Interessenten genießt, helfen damit dem BdV und geben der "Deutschtums"-Politik neuen Auftrieb. Kritik an der Nobelpreis-Vergabe wird in Staaten laut, die von "Deutschtums"-Interventionen betroffenen sind, so etwa in Polen.
Deutsches Erbe
Mit großer Zufriedenheit registrieren Organisationen der Berliner "Deutschtums"-Politik die Vergabe des Literatur-Nobelpreises an die Autorin Herta Müller. Müller stammt aus dem Banat, einer Region im Westen Rumäniens um Timisoara, in die seit dem 18. Jahrhundert zahlreiche deutschsprachige Siedler eingewandert waren; sie werden "Banater Schwaben" genannt. Die Minderheit, der Müller angehört, lebt bis heute in Rumänien. Die Autorin habe "dem kleinen Banat, seinen Menschen und seiner Geschichte einen großen Namen gegeben", resümiert die "Landsmannschaft der Banater Schwaben".[1] Ihr Werk leiste einen "Beitrag zum besseren Verständnis des Schicksals und Daseins unserer Gemeinschaft", schreibt die ebenfalls "rumäniendeutsche" "Siebenbürgische Zeitung".[2] Die Nobelpreis-Vergabe mache "deutlich, wie wertvoll das kulturelle Erbe der Deutschen aus dem Osten ist", erklärt die Präsidentin des Bundes der Vertriebenen (BdV), Erika Steinbach: "Es gilt, dieses Erbe zu bewahren und weiterhin zu fördern."[3]
"Vertriebenen"-Projekt
In der Tat befördert das Nobelpreis-Komitee mit der Vergabe der Auszeichnung an Herta Müller die politischen Anliegen der Berliner "Deutschtums"-Organisationen. So hat der BdV, dessen letztes großes Vorhaben, das "Zentrum gegen Vertreibungen", derzeit unter staatlicher Mitwirkung in Berlin verwirklicht wird [4], erst kürzlich ein neues Projekt gestartet: eine Ausstellung ("Die Gerufenen" [5]), welche die Geschichte des "Deutschtums" in Ost- und Südosteuropa thematisiert. Sie behandelt sämtliche europäischen Gebiete außerhalb des ehemaligen Deutschen Reichs, in denen sich deutschsprachige Siedler in erheblichem Umfang niederließen. Dazu gehören Teile Rumäniens, etwa auch die Region, in der Herta Müller ihre ersten 34 Lebensjahre verbrachte; sie hat ihr bedeutende Teile ihrer literarischen Arbeit gewidmet. Mit dem jüngsten Ausstellungsprojekt versucht der BdV den deutschsprachigen Minderheiten Ost- und Südosteuropas eine größere öffentliche Aufmerksamkeit zu verschaffen.
Scheinbar
Eine Publizität, wie sie der BdV für das östliche "Deutschtum" wohl kaum hätte herstellen können, hat das Nobelpreis-Komitee den Absichten der deutschen Minderheitenpolitik scheinbar unerwartet verschafft. An der unvermittelten Nobelpreis-Entscheidung sind jedoch Zweifel angebracht. Zumindest in der Vergangenheit stand das Komitee mit ausländischen Interessenten in Verbindung, die bestimmte Kandidaten andienten und andere aus Gründen der politischen Außenwirkung verhindern wollten. So rühmt sich eine Kulturabteilung der CIA, über den Sekretär des Nobelpreiskomitees die Auszeichnung des chilenischen Poeten Pablo Neruda verhindert zu haben. Für diese Lobby-Tätigkeit floss Geld, heißt es in den CIA-Dokumenten, die von der englischen Autorin Frances Stonor Saunders 1999 veröffentlicht wurden.[6]
Deutsch oder rumänisch?
Seit die Preisvergabe in Stockholm bekannt wurde, entdecken die Massenmedien innerhalb und außerhalb Deutschlands das westrumänische Banat und die dortige deutschsprachige Minderheit. Berichte über die deutschsprachige Nikolaus-Lenau-Schule in Timisoara ("Temeschburg"), deren Schülerin Herta Müller war, werden um Reportagen über die Minderheit im Banat und ihre gesellschaftlichen Besonderheiten ergänzt. Spekulationen, ob Herta Müller eine "deutsche" oder eine "rumänische Schriftstellerin" sei, werden ebenso laut wie die Frage, ob "die Diskussion über den Status der Siebenbürger Sachsen oder Banater Schwaben nochmals aufleben" werde.[7] Die deutschsprachigen Bürger Rumäniens besitzen bereits jetzt einen anerkannten Minderheitenstatus; allerdings werden von völkischen "Deutschtums"-Organisationen gelegentlich weiterreichende Forderungen thematisiert.[8]
"Deutschtums"-Inseln
Die "Deutschtums"-Inseln in Ost- und Südosteuropa genießen seit je die besondere Aufmerksamkeit der Berliner Außenpolitik. Deutsche Politiker und Unternehmer knüpfen bevorzugt an die Sprachkenntnisse sowie die verbreitete "Deutschtums"-Loyalität der dortigen Minderheiten an und nutzen deren Angehörige als Einflussagenten. Zu einer prominenten Anlaufstelle deutscher Interessenten hat sich dabei etwa das rumänische Sibiu ("Hermannstadt") entwickelt, wo eine Organisation der deutschsprachigen Minderheit ("Demokratisches Forum der Deutschen in Rumänien", DFDR) sogar den Bürgermeister stellt. Die Stadt profitiert nicht nur von Fördergeldern für die deutschsprachige Minderheit Rumäniens, sondern auch von "Entwicklungshilfe": Ende der 1990er Jahre hat die Gesellschaft für Technische Zusammenarbeit (GTZ) im Auftrag des deutschen Entwicklungsministeriums mit der Renovierung der Altstadt von Sibiu begonnen. Es gebe dort "mittelalterliche Architektur, die eher deutsch anmutet", heißt es in Medienberichten unter Anspielung auf die Gründung der Stadt durch deutschsprachige Siedler vor rund 800 Jahren.[9] Neben den GTZ-Investitionen haben vor allem Unternehmen aus Deutschland der Stadt in den vergangenen zehn Jahren einen beträchtlichen Aufschwung ermöglicht. "Es ist nun mal ein Unterschied, ob man für das Gespräch mit dem Vorarbeiter einen Dolmetscher braucht oder sich mit ihm direkt unterhalten kann", erklärt der deutschsprachige Bürgermeister über die Vorteile, die die deutsche Industrie (Siemens, ThyssenKrupp, Continental und andere produzieren in der Nähe von Sibiu) bei ihrer Expansion in die Billiglohnländer Südosteuropas aus der deutschsprachigen Minderheit zieht.[10]
Nationaler Stolz
Kritische Stimmen zu den politischen Folgen der Preisvergabe sind in der Bundesrepublik kaum zu finden. Kritisieren US-Medien - auch diejenigen, die der gegenwärtigen Administration nahe stehen - die Vergabe des Friedens-Nobelpreises an US-Präsident Barack Obama als ein allzu billiges Andienen, herrscht in der deutschen Öffentlichkeit Stolz auf die Auszeichnung. Die "Deutschtums"-PR, die das Nobelpreis-Komitee Berlin mit der Preisvergabe gratis verschafft, stößt durchweg auf Zustimmung. Kritik wird hingegen in osteuropäischen Ländern laut, die von "Deutschtums"-Interventionen besonders betroffen sind, so etwa in Polen. Wie die angesehene polnische Tageszeitung Rzeczpospolita schreibt, werden sich über den jüngsten Literatur-Nobelpreis "nicht nur Antikommunisten und Opfer kommunistischer Verfolgung" freuen, "sondern auch Funktionäre des Vertriebenenbundes".[11]
Nelle mani del Presidente del Parlamento della Croazia
Sig. Luka BEBI´C
Egregio Signor Presidente del Parlamento di Repubblica della Croazia,
Riguardo alle azioni avviate in occasione della modifica della Costituzione croata nel contesto della adesione della Croazia alla Comunità europea, L'Associazione "La nostra Jugoslavia" (la cui registrazione è in corso) propone di includere nella stessa il riconoscimento dei diritti per la nazionalità jugoslava.
Le proposte dell'Associazione "La nostra Jugoslavia" derivano dalla continuità del sentimento jugoslavo in un certo numero di cittadini di Repubblica della Croazia. Il fatto etnico dell'esistenza di una nazione jugoslava si basa sugli argomenti elencati nella Dichiarazione sul diritto alla nazione jugoslava, che troverete in allegato.
Consideriamo sufficientemente giustificata e sostenibile l'adesione all'Unione Europea di quelle nazioni europee paritarie, che in tutti i documenti giuridici di base ribadiscono il diritto inalienabile dell'uomo alla sua identità individuale e collettiva, e quindi esprimono l'amore ed il senso di unità con tutte le nazioni dell'Europa e del mondo. Prima di tutto, consideriamo giustificato e sostenibile l'amore e l'unità nei confronti di tutti i popoli e le nazionalità dello Stato unito della Jugoslavia, con i quali condivideremo in Europa un destino comune con la sola frontiera di Schengen.
Noi crediamo che il riconoscimento della nazionalità jugoslava avrà un effetto positivo a fronte dell'odio palese che ultimamente si diffonde tra i cittadini, non solo in Croazia, ma anche in tutte le ex-unità federali jugoslave. Noi crediamo che il riconoscimento della nazionalità jugoslava contribuirebbe positivamente alla decontaminazione da tutti i tipi di intolleranza e discriminazione su base nazionale. La nazionalità jugoslava parla solo il linguaggio dell'amore e dell'unità.
In attesa dell'accettazione degli argomenti di cui sopra e delle richieste dell'Associazione "La nostra Jugoslavia", vogliate gradire i ns. più calorosi saluti, con il desiderio che la Repubblica di Croazia completi con successo i negoziati di adesione e venga al più presto ammessa nella comunità di popoli d'Europa.
Distinti saluti
Il Presidente dell'Associazione "La nostra Jugoslavia"
Zlatko Stojkovi´c ing. edile
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Allegato:
Dichiarazione sul diritto alla nazione jugoslava
Pola, il 19 ottobre del 2009
Sulla base della Dichiarazione ONU sui diritti dell'uomo e sulla base del documento finale della Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa OCSE, e del fatto che siamo tutti nati con il diritto naturale all'eguaglianza a prescindere da sesso, razza, nazionalità, condizione sociale, religione e visione del mondo, e del fatto che la libertà esiste solo se le minoranze sono davvero libere, l'Associazione "La nostra Jugoslavia" promuove l'iniziativa per il riconoscimento della nazione jugoslava. I cittadini di tutte le aree jugoslave, che vivono nel paese e all'estero, uniti da un sentimento unico di unità e di appartenenza alla comune area vitale jugoslava, con rispetto per le sovranità e le Costituzioni degli Stati emergenti indipendenti come comunità paritarie tra di loro, e socialmente simili, nell'interesse di garantire la sostenibilità economica, giuridica, culturale, storica ed ogni altra, rilasciano la seguente
Dichiarazione sul diritto alla nazionalità jugoslava
La base per il diritto alla nazione jugoslava sta nel fatto etnico che in tutte le nostre aree, oltre alla presenza millenaria di vari popoli indigeni e degli immigrati, la maggioranza delle persone hanno fatto e fanno parte delle tribù dei Slavi del Sud che si sono mescolate ed incrociate nel corso dei secoli, avendo una lingua comune o simile, una cultura interconnessa, una storia in comune ed interdipendente, una resistenza comune contro tutti gli occupatori, ed in due periodi hanno realizzato l'unità sotto forma statale: nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, ovvero nel Regno di Jugoslavia, e nella RFSJ - Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, membro dell'alleanza antifascista vincente durante la Seconda Guerra Mondiale e una delle fondatrici dell'ONU.
Con un processo naturale di diversificazione nazionale che ha avuto l'apice nel periodo tra il 1990 e il 2006 è stata realizzata e conclusa la separazione costitutiva degli Stati federali della RFSJ negli Stati indipendenti e sovrani di Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Croazia, Macedonia, Slovenia, Serbia con la provincia autonoma della Vojvodina, ed il Kosovo parzialmente riconosciuto, che oggi si trovano in reciproci rapporti di collaborazione e tolleranza economica e culturale ai minimi livelli.
Nonostante la divisione di fatto in nazioni separate, ovvero in Stati, non si può negare ed ignorare il fatto dell'esistenza di un enorme numero di matrimoni etnicamente misti, derivanti dall'amore e creatisi soprattutto nel periodo fertile della comunità, i cui membri hanno cercato di avere il diritto alla propria identità nazionale jugoslava. Le generazioni di Jugoslavi etnici, oggi nostalgici, hanno girovagato per il mondo come apolidi - persone prive di una patria. Il crescente numero di cittadini istruiti, di cultura e di intelligenza emotiva ampia, seguaci dei valori universali dell'uomo, contribuisce alla necessità di un riconoscimento della nazionalità jugoslava come elemento di un legame importante sulla strada della convivenza senza odio e senza discriminazione nazionale. Proprio gli Jugoslavi rappresentano quelle persone che più di tutte si oppongono all'odierna intolleranza nazionale, al linguaggio dell'odio nei confronti di altri popoli.
Quanto più i politici, le religioni, le istituzioni dei nuovi Stati si sforzano con tenacia di negare la jugoslavità, tanto più confermano l'identità jugoslava e la sua persistente esistenza in base al diritto democratico alla differenza.
Con l'adozione di questa Dichiarazione, l'associazione "La nostra Jugoslavia" esprime in modo inequivocabile l'intento di impegnarsi per la stabilizzazione dei rapporti tra tutte le nostre nazioni. Il riconoscimento della nazione jugoslava non rappresenta obbligatoriamente il ritorno ad uno stato precedente, ma sicuramente significa un'armonizzazione e una stabilizzazione dei rapporti inter-nazionali in direzione di una regolamentazione di quei valori nazionali, economici, culturali e morali senza i quali una soddisfazione delle richieste di sviluppo e prosperità, atte anche all'entrata nell'Unione Europea, non è possibile. Risulta da quanto sopra esposto e si impone la conclusione che il riconoscimento legale per la nazionalità "Jugoslavo" sia indispensabile nei più alti atti legislativi di Repubblica di Croazia.
La jugoslavità esiste. L'associazione "La nostra Jugoslavia" chiede che questo semplice fatto sia riconosciuto come un diritto.
Na ruke predsjedniku Hrvatskog Sabora, gospodinu Luki Bebi´cu
Postovani gospodine predsjednice Hrvatskog Sabora,
povodom pokrenutih radnji za promjenu Ustava Republike Hrvatske, a u kontekstu pristupanja Republike Hrvatske Evropskoj Zajednici, Udruga "Nasa Jugoslavija" (registracija Udruge je u tijeku), predlaze da se u isti ukljuci i priznavanje prava na jugoslavensku naciju.
Prijedlozi Udruge "Nasa Jugoslavija" proizlaze iz kontinuiteta jugoslavenskog osje´caja kod odredenog broja gradana Republike Hrvatske. Etnicka cinjenica o postojanju jugoslavenske nacije temelji se na argumentima koji su navedeni u Deklaraciji o pravu na Jugoslavensku naciju, a koju Vam prilazemo.
Pristupanjem Evropskoj Zajednici ravnopravnih evropskih naroda, koji u svim temeljnim aktima i pravnim stecevinama, isticu neotuivo pravo covjeka na svoj pojedinacni i grupni identitet, i sa time izrazavaju ljubav i osje´caj zajednistva sa svim narodima Evrope i Svijeta, smatramo dovoljno opravdanim i odrzivim. Prije svega smatramo opravdanim i odrzivim osje´caj ljubavi i zajednistva prema svim narodima i narodnostima dojucerasnje zajednicke drzave Jugoslavije, sa kojima ´cemo u Evropi dijeliti zajednicku sudbinu sunarodnjaka sa jednom granicom - sengenskom.
Smatramo da ´ce priznanje jugoslavenske nacije ozdravljuju´ce djelovati na evidentnu mrznju koja se u zadnje vrijeme sve vise siri medu gradanima, ne samo u Republici Hrvatskoj, nego i svim ranijim jugoslavenskim federalnim jedinicama. Priznavanje jugoslavenske nacije imalo bi pozitivan utjecaj na dekontaminaciju svih vidova netrpeljivosti i diskriminacije na nacionalnoj osnovi. Jugoslavenska nacija jedina govori jezikom ljubavi i zajednistva.
U ocekivanju prihva´canja gornjih obrazlozenja i zahtjeva Udruge "Nasa Jugoslavija", primite nase najiskrenije pozdrave, uz zelju da Republika Hrvatska uspjesno zavrsi pristupne pregovore i bude primljena u jednakopravnu zajednicu svih naroda Evrope u sto skorijem roku.
-Na osnovu Deklaracije UN-a o pravima covjeka te na osnovu zavrsnog dokumenta Konferencije za evropsku sigurnost i suradnju OSZE, cinjenicom da smo svi rodeni po prirodnom pravu jednakosti bez obzira na spol, rasu, naciju, drustveni status, religiju i svjetonazor, cinjenicom da sloboda postoji samo ako je manjina slobodna, Udruga "Nasa Jugoslavija" pokre´ce inicijativu za priznavanje jugoslavenske nacije. Gradani svih jugoslavenskih prostora koji zive u zemlji i inostranstvu, a objedinjeni jedinstvenim osje´cajem zajednistva i pripadnosti jugoslavenskom zivotnom prostoru, uz postivanje suverenosti i Ustava svih novonastalih samostalnih drzava, kao jednakopravnih i srodnih drustvenih zajednica, u interesu osiguranja ekonomske, pravne, kulturne, povijesne, i svake druge samoodrzivosti, donose sljede´cu
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-Deklaraciju
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-o pravu na Jugoslavensku naciju Izvoriste prava na jugoslavensku naciju je etnicka cinjenica da su na svim nasim prostorima, pored milenijske prisutnosti pripadnika raznih autohtonih i doseljenih naroda, ve´cinski narod bili i jesu juznoslavenska plemena koja su se medusobno vijekovima mijesala i ukrstala, imala jedan zajednicki ili slican jezik, srodnu kulturu, zajednicku i meduovisnu povjest, zajednicki otpor prema svim zavojevacima, i u dva perioda plodno ostvareno zajednistvo kroz drzave: Kraljevinu Srba, Hrvata i Slovenaca, odnosno, Kraljevinu Jugoslaviju i SFRJ-Socijalisticku Federativnu Republiku Jugoslaviju, clanicu pobjednicke antifasisticke koalicije II. svjetskog rata i jednog od osnivaca UN-a.
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-Prirodnim procesom nacionalnih i drzavotvornih diversifikacija sa vrhuncem u vremenu 1990. do 2006. izvrseno je i dovrseno drzavotvorno razdvajanje federalnih jedinica SFRJ u samostalne i suverene drzave: Bosna i Hercegovina, Crna Gora, Hrvatska, Makedonija, Slovenija, Srbija sa autonomnom pokrajinom Vojvodinom i djelimicno priznato Kosovo, sada u minimalnom ekonomskom i kulturnom medusobnom odnosu suradnje i snosljivosti.
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-I pored cinjenice odvajanja na posebne nacije odnosno drzave, ne moze se pore´ci i zanemariti cinjenica o postojanju ogromnog broja nacionalno mijesanih brakova nastalih iz ljubavi, i to prije svega u vremenu plodno ostvarenog zajednistva, traze´ci istovremeno pravo na svoj nacionalni - jugoslavenski identitet. Generacije etnickih Jugoslavena danas nostalgicno lutaju svijetom kao apatridi-osobe bez domovine. Sve ve´ci broj obrazovanih gradana siroke kulture, emotivne inteligencije kao i sljedbenika univerzalnih vrijednosti pridonose potrebi priznavanja jugoslavenske nacije kao vazan, povezuju´ci element na putu ka suzivotu bez mrznje i nacionalne diskriminacije. Sadasnjoj nacionalnoj nesnosljivosti i govoru mrznje prema pripadnicima drugih naroda, upravo se Jugoslaveni najvise suprotstavljaju govorom ljubavi i zajednistva. Koliko god bi se politicari, religije i institucije novih drzava trudile poricati jugoslavenstvo, sva upornost njihovog poricanja i osporavanja upravo bi potvrdivale jugoslavenski identitet i njegovu opstojnost demokratskim pravom na razlicitost.
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-Donosenjem ove Deklaracije Udruga "Nasa Jugoslavija" iskazuje nedvosmislenu namjeru da se zalaze za stabilizaciju odnosa medu svim nasim narodima. Priznanje jugoslavenske nacije ne znaci nuzno povratak u raniju drzavu, ali svakako znaci harmonizaciju i stabilizaciju medunacionalnih odnosa u smjeru reguliranja onih nacionalnih, privrednih, kulturnih, gospodarskih i moralno-etickih vrijednosti bez kojih nije mogu´c njihov zadovoljavaju´ci razvoj i prosperitet ukljucuju´ci i njihov prijem u Evropsku Uniju. Iz svega iznesenog name´ce se zakljucak o neophodnosti pravnog priznavanja postojanja nacionalnosti Jugosloven kroz najvise zakonodavne akte Republike Hrvatske.
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-Jugoslavenstvo postoji.
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-Udruga "Nasa Jugoslavija" trazi da se ta jednostavna cinjenica prizna kao pravo.
[Di seguito un articolo proposto per la pubblicazione sul prossimo numero di Novi Plamen - http://www.noviplamen.org -, rivista della sinistra radicale dell'area jugoslava]
O istini, revoluciji i slobodi
«Istorijska neminovnost takva je ista mistika kao sto je ucenje crkve o predodredenosti, takva ista tlacilacka besmislica kao sto je i narodno verovanje u sudbinu. Materijalizam je -bankrotstvo razuma, koji ne moze da obuhvati svu raznovrsnost zivotnih pojava i na nakazan nacin ih sve svodi na jedan, najprostiji uzrok. Priroda ne zna za upros´cavanje i ona mu se protivi; njen je zakon razvitka od prostog ka slozenom i jos slozenijem. Nasa potreba da upros´cavamo je nasa decja bolest; ona dokazuje samo to da je razum zasada jos nemo´can, da ne moze uskladiti sav zbir, sav haos pojava.» [M. Gorki, Dela,tom XVIII, Moji Univerziteti, Kultura, Bgd,1949, str.188.]
Te je rijeci Maksim Gorki 1923 godine, kad je zivio u Berlinu, pisu´ci o svom zivotu i «skolovanju», stavio u usta A. F. Trojickog, koji je u Rusiji studirao bogosloviju, da bi kasnije zavrsio kao lijecnik u Francuskoj, u Orleanu. Danas je takvo misljenje uvelike u modi, jer je malo onih koji «poslije potopa» uspijevaju uskladiti i shvatiti «sav zbir, sav kaos pojava».
A jedan drugi daroviti covjek, kemicar po struci, koji je ljubav prema nauci platio zivotom, Nikolaj Zaharovic Vasiljev, kazao je Gorkom: »... Uverenja prosve´cenih ljudi isto su tako konzervativna kao i uobicajeni nacin misljenja nepismene, sujeverne narodne mase. To je jereticka misao, ali u njoj se krije zalosna istina...». [Idem, str. 199.]
Medutim taj kaos pojava naslutili su mnogi ve´c daleko ranije nego sto je uzeo ovoliko maha, cak daleko ranije nego sto se srusio berlinski zid iranije no sto je «misljenje revolucije» postalo nemogu´ce, ne samo zato sto je zabranjeno, ve´c sto je «izslo iz mode» i nikog vise ne uzbuduje niti zanima.
Zasto je ubijen Pier Paolo Pasolini?
Jedan koji je o tome prvi pisao, zapanjuju´ci talijansku javnost, i kanio tu temu razraditi u romanu «Petrolio» («Nafta») - silom prilika nedovrsenom - bio je Pier Paolo Pasolini. Od romana, koji je dijlom i socioloski esej, ostalo je u casu kad je umoren u kasnu jesen 1975. napisano 600 stranica (a trebalo ih je biti 2000), a i one, iako se vidi da su neizredigirana i neuredene, jasno svjedoce o vizionarskim i profetskim predvidanjima njihovog autora. Za fasizam P.P. Pasolini je kazao: «Radilo se o grupi delinkvenata, koja se dokopala vlasti i zadrzala je nasiljem. Ona s narodom Italije nije imala mnogo veze, iako mu se silom nametnula i natjerala ga da slijedi njene politicke ambicije, interese i ciljeve. Fasizam je uzrokovao mnoge tragedije, ali je postojao lijek protiv njega u borbi, u otporu, u antifasizmu. I ovaj je nakraju iznio pobjedu. Potrosackom (kapitalistickom) drustvu nema lijeka, jer ono onemogu´cava i ubija bilo koji vid osporavanja, postavsi univerzalni model ponasanja i zivota svih drustvenih klasa. Zato je takvo drustvo najgori fasizam.»
Nakon toga bio je ubijen. Neki, kao spisateljica Fernanda Piovano, tvrde zbog takvih misli i napisa. Drugi misle zbog filma Salò. Medutim ni to brutalno ubojstvo, ni sve ono sto je kazao i napisao Pasolini nisu mogli nista uciniti da istina, iako je ona razumljiva, dopre do masa. Pasolini je jednostavno ustvrdio, kako se na ovom stupnju razvoja zreli kapitalizam odlikuje ne samo ogromnom proizvodnjom roba, ve´c i ljudi. Tako da: »... novi nacin proizvodnje, nije samo proizvodnja dobara, ve´c proizvodnja i samog covjecanstva - kako nas uci osnovni zakon politicke ekonomije». [P.P. Pasolini: Lettere luterane, str. 133, Einaudi, Torino 2009.] I to -naravno - covjecanstva u kojem su vrijednosti obrnute i zbog tog obratanja na glavu vrijednosti svaka opozicija postaje nemogu´ca. Radi se o antropoloskoj promjeni.
Pasolini je tvrdio: «Ja sam za progres, nisam za razvitak!» Ta paradoksalna misao danas je jasnija nego onda kad je bila izrecena. Jer je razvitak tehnologije i uzasno uve´canje industrijske proizvodnje doslovno ugrozilo ljudski zivot unistenjem i zagadenjem prirode, a razvitak liberalizma i «liberalne demokracije» u zemljma «tre´ceg svijeta» doveo do krvavih ratova i nakaznih drustavenih tvorevina, koje su ustvari karikatura demokracije i kojima vladaju hobotnicki kraci mafije, politicke mo´ci i novih bogatasa spletenih i sras´cenih u gordijski cvor s novom «demokratskom» vlas´cu. Iako je na planeti ogroman broj gladnih - danas se racuna ve´c jedna milijarda - a preko sto miliona djece nikada ne´ce vidjeti nikakve skole i bit ´ce upotrebljeno kao najjeftinija radna snaga ve´c u najranijoj mladosti - ni u razvijenim industrijskim zemljama stvari ne stoje sjajno. Usmjereno i specijalizirano obrazovanje stvara intelektualne invalide, a stalan udar na samostalno misljenje (i sacivaj boze djelovanje!) donosi kao plod mase istomisljenika (ili jednako ne-misle´cih) kako medu posjednicima materijalnih dobara i sredstava za proizvodnju tako i medu onima koji ne posjeduju nista «osim vlastitog rada», kojeg je uostalom sve teze prodati...
Demokracija i bombe
I tako i dalje sirom svijeta «robovi ljube svoje lance» ostaju´ci pokorni i glasaju´ci za desnicu u Evropi ili hrle iz bijede, neimastine i ratova nerazvijenih zenmalja i kontinenata u UE ili SAD, gdje ´ce, nakon mnogo ponizenja, ako uspiju dobiti dokumente i ako prezive put na kojem najces´ce riskiraju zivot, biti izrabljivani prema svim zakonima trzista, upotrebljavani za poslove koje Evropljani i Amerikanci vise ne zele raditi (zene mahom kao sluzavke, a muskarci na najtezim i najrizicnijim poslovima u gradevinarstvu), da bi ih se uz to cijelo vrijeme jos i vrijedalo, najgore sumnjicilo (ukoliko su muslimani) i uop´ce uzevsi preziralo... Istovremeno UE na sva usta trubi o integraciji, o pravima covjeka i gradanina i prosirenju sloboda, o kojima se brine jedna mastodontska administracija, koja, u konkretnim slucajevima, vrlo malo moze uciniti za bilo koga...
Nije to nikakvo iznenadenje za one koji su «znali» sta je kapitalizam. No oni kojima su silom bile nametnute blagodati jednakosti, ravnopravnosti i slobode u zemljama istocnog bloka, budu´ci da je veliki historijski eksperiment dozivio debakl, nisu vjerovali da je sustina tog ogromnog mehanizma pohlepe i bezobzirnosti - drustvena laz i njome kamuflirana prisila. Danas se ta sustina otkrila u svoj svojoj «goloj brutalnosti» bez pogovora svima onima koji su ostali bez pla´ca i bez penzija, koliko i mladim generacijama, kojima je uskra´cena sigurna budu´cnost, a dobitak radnog mjesta predstavlja jednaku sre´cu kao i zgoditak na lutriji. Ista se «brutalna istina» otkrila i zemljama i narodima, koje su bombardirali i donijeli im rat, patnju i pogibiju, kako bi im (vise ne na bajonetama vojnika, ve´c na bornim kolima ili iz aviona) bacili u krilo rajsku supstancu demokracije zapadnog tipa, visestranackih izbora i slobodnog trzista, ma da neki od naroda, koji su ovako «usre´ceni», nisu uop´ce pokazivali znakove, da tako nesto zele. O takvim zeljama govorili su svjetski mediji i najslusanije TV stanice, pa je to uzeto zdravo za gotovo, makar se te zemlje pretvorile u neopisive klanice, a njihovo stanovnistvo unesre´ceno i unazadeno za vise generacija.
I to sve naocigled cijelog svijeta i TV kamera!
Vasar rugobe
Ve´c je krajem sezdesetih godina talijanski knjizevnik Gofredo Parise pisao: «Ovi su zlikovci unistili Italiju. Lijepa zemlja pretvorena je u emporij odvratnih prcugarija, koje su u najve´cem broju slucajeva ruzne i ne sluze nicemu!» Danas je u takav emporij pretvorena cijela Evropa, a uskoro ´ce biti i cijeli svijet. Sto ´ce dotle zagadenje okoline, ozonske rupe i promjena klima uzrokovati jos ve´ci broj ljudskih tragedija no dosada, one koji na takvom «razvitku» zaraduju ogroman novac malo zanima. Gradovi od stakla i celika i automobilske piste podignuti u pustinji, luksuzni hoteli, koji strce iz mora ili se nalaze ispod njegove povrsine, samo su neki od bizarnosti «razvitka» svijeta, u kojem svaki dan nekoliko desetina hiljada djece umre od izljecivih bolesti kao malarije ili TBC, uzrokovanih bijedom, nedostatkom vode i gladu!
Uostalom, da je tome tako dosta je prosetati se Zagrebom i vidjeti neke od «dometa» nove arhitekure kao i ukuse novih gospodara novog drustva (jer arhitektura je i drustvena disciplina, koja prati zahtjeve novog doba) - tako su tradicionalno poznate kafane uredene po ukusu junkinje kazalisnog komada «Zanat gospode Worm» ili jos jasnije receno barunice Glembay, a i to je jos mila majka prema nekim od lokala u novim sanducarama izgradenim u centru grada, koje doslovno predstavljaju zapanjuju´cu mjesavinu luksuznog sastajalista za seksualne perverzije i barokne mrtvacnice. Ali o ukusima se ne diskutira... Jer, kako je kazao Pasolini: «Destrukcija je dominantni znak nove mo´ci». [P.P. Pasolini: Lettere luerane, Einaudi, Torino, 1976, str. 83.] Ili, kako jos podrobnije objasnjava: »Pazi, najneumoljivija karakteristika prve velike revolucije «na desnici» je destruktivnost -razaranje: njen je prvi neosporan zahtjev da sa scene sasvim i bez ostatka izbaci «moralni» univerzum, koji je onemogu´cuje u sirenju.» [Idem, str. 81.] I evo kako ona nastupa: ...» Na neki se nacim svako mora adaptirati na ono sto se zove nova stvarnost. Tu je stvarnost lako prepoznati, jer je njeno nasilje ono sto smrtonosnom vitalnos´cu odnosi prevagu nad svim: uz gubitak starih vrijednosti (ma kako se o njima sudilo); uz totalno i totaliziraju´ce uklapanje u burzoaski sistem, uz ispravljanje prihvatanja potrosnje preko ostenativne i uveliko prenaglasene anksioznosti za navodnom demokraticnos´cu; uz ispravljanje prihvatanja najdegradiranijeg i gotovo delirantnog konformizma preko alibija ostentativne i uveliko prenaglasene tolerancije.» [Idem, str. 80.] Evo: mehanizam je objasnjen i razotkrivena je njegova sustina. Obazrite se oko sebe. Pasolinijeva je analiza od prije gotovo cerdeset godina zapanjuju´ce ispravna. Rezultat je takvog drustvenog kretanja po Pasoliniju ne samo nepostojanje bilo kakve alternative, ve´c i nemogu´cnost postojanja bitno drugacijeg.Teoretski demokratske slobode postoje, razmisljanje i misljenje nemogu´ce je zabraniti, ali perverznim mehanizmom koji je gore opisan, ono je pretvoreno u Gulivera kojeg su Liliputanci svezali i sputali s hiljadu neraskidivih veza, tako da se on ne moze ni pomaknuti.
Globalizacija i fanatizam
Kad je i posljedna neupjela ili ne u dovoljnoj mjeri uspjela revolucija dvadesetog stolje´ca izgubila sve svoje oslonce te pored materjalnog dozivjela i idejni debakl, kad se o komunistima pocelo govoriti kao o «zatocenicima i robovima neostvarivih ideja, koje su se kao sistem pokazale neefikasnim i nasilnickim» nastupilo je doba «ricu´ceg» [Kao lav Metro-Godvin- Mayera na filmskim spicama] turbo-kapitalizma, ciji je rezultat svijet u kojem zivimo. Nezustavljivi «pohod na Istok» kapitala, njegovo gramzljivo bacanje i po cijenu ratova i krvoproli´ca, na nova trzista, nije ga moglo izlijeciti od bolesti od kojih vjecno pati i koje ´ce ga (mozda) jednog dana do´ci glave. Nezajazljivost i po cijenu bezocne nepravicnosti prema pojedincima, skupinama (klasama) pa i cijelim narodima ili geografskim prostorima nekih religijskih pripadnosti, njihovo preplavljivanje proizvodima «zapadne civilizacije» i premjestanje industrijske proizvodnje sa zapada na jug i istok planete nikome nije donijelo sre´ce. Stavise, ucinilo je mnogo stete, jer su drevna tribalna drustva azijskog i africkog kontinenta na brutalno nametanje suvremenog zapadnog «videnja svijeta» reagirala regresijom u mrak vjerskog fanatizma pra´cen opasnom provalom samoubilackog i ubistvenog ludila ocajnika stjeranih uza zid.
Hvaljena i slavljena «globalizacija» na kraju krajeva nije umanjila broj gladnih, ni nesretnih ni nedavno unesre´cenih i sto je glavno, nije dovela do izbjegavanja ili prenebegavanja vrlo jake ekonomske i financijske krize zapadnog modela kapitalizma, iako nas sredstva masovnog informiranja jedan dan uvjeravaju kako je kriza prosla, da bi ve´c sutradan tvrdila suprotno.
U tom kaosu i pometnji tesko je na´ci put do istine, narocito zato sto je prostor kulture, a narocito kulture ljevice, ne samo suzen, nego upravo izmaknut ispod nogu. U tom potezanju ´cilima lijeve kulture, ona je izgubila ravnotezu i nasla se na zemlji, a od neocekivanog pada i propadanja jos joj se uvijek vrti u glavi... Kamo krenuti, kamo se okrenuti?
Novo i staro
«Starim, prokusanim vrijednostima» odgovara Pier Luigi Bersani, novi predsjednik DS - Demokratske stranke Italije, inace dugogogodisnji predsjednik najlijevijeg talijanskog sindikata CGL. A koje su to stare vrijednosti? Na to ´ce najbolje odgovoriti knjga Gore Vidala o caru Julianu, zvanom Apostata, koji je, postavsi carem nakon imperatora Kostanca, ponovo uveo demokratska vjerovanja kulture helenizma i anticko demokratsko mnogobostvo i nastojao rasprostranjivati grcku filozofiju i ljubav prema njoj, uprkos nasilnom i cesto krvavom nametanju krs´canstva svijetu i kulturi helenizma odmah nakon Konstatinovog edikta. Odnosno nakon sto je pod carem Konstantinom sluzbena religija rimskog carstva postala krs´canstvo.
Vrlo je tesko vratiti se na staro, kad se novo predstavlja kao razvijenije, savrsenije, bolje, naprednije, istinitije. Stavise kad se pretstavlja za jedinu istinu, koja porice sve druge. A da li je uvijek bas tako? Mladi ostras´ceno idu za novim, njima se svida sve sto je odjeveno u novo ruho i oni lako i odusevljeno prihvataju nove istine. Kako mladi nemaju mnogo iskustva nema ju ni razloga da posumnjaju u njih. No, primje´cuje Julijan (koji je trebalo da postane biskup, no posto mu je car Kostnco -ne bez razloga- ubio brata Gala 350 godine nase ere, ostaje na zivotu kao jedini nasljednik Konsantinovog roda): «Samo neko neobrazovan moze povjerovati da jedan zidovski revolucionar moze da bude poistovje´cen s Bogom!». Tako govori Julijan odnosno Gore Vidal na Julijanova usta. [Gore Vidal: Giliano, Fazi editore 2009, str. 129.] I zasto je Bog uzet iz jednog od tolikih naroda podredenih rimskom imperiju?
U tre´cem i cetvrtom stolje´cu ogromno carstvo nekad svemo´cnog Rima nije se moglo ocuvati drukcije nego onim cime je bilo i steceno: nasiljem, vojnom silom i silom represije sudskih organa. A obespravljene mase i narodi toga carstva uglavnom su bili vrlo neobrazovani. I vapili za pricom o iskupljenju. S druge strane mit o Bogu koji je jedno, sveprisutno i svepostoje´ce, isao je na ruku centraliziranom carstvu i apsolutnoj vlasti careva: jedan car, jedan Bog i jedna (legalna) vjera u drustvu. To uvelike olaksava odrzavanje reda u golemom imperiju, kojim je uprkos Dioklecijanovoj podjeli, bilo vrlo tesko vladati.
Taj je mit o jednom Bogu cija su otajstva ili tajni sakramenti [Ibidem, 122-123.] - kako tvrdi Gore Vidal preuzeti iz vrlo starog perzijskog kulta boga Mitre [Po nekim izvorima kult boga Mitre, star 400 godina, bio je jako rasiren medu vojnicima rimskog imperija] - pobjedio kad je u antickom svijetu propala demokracija, postala nemogu´ca republika ( zbog golemosti carstva), a jedan car - jedna centralna vlast - zahtijevala je jednog Boga i kao apsolutnu pokornost caru - vjeru u Boga. Sve ostalo prijetilo je opstanku kako golemog carstva tako i apsolutne vlasti njegovih vladara. Helemizam, koji je ve´c jedan od pomalo izvitoperenih proizvoda izvorne grcke kulture, filozofije i umjetnosti, nastojao je sacuvati stare istine, raspolagao je starom ljepotom (u arhitektonskim i skulpturalnim oblicima), starom grckom mudros´cu - filozofijom i «starim» smislom i potrebom za razmisljanjem. Sve je to moralo biti zamijenjeno dogmom o jedinoj ispravnoj vjeri, jer se jedino tako apsolutna vlast careva mogla odrzati. I dogma je nametana ognjem i macem, kako je u romanu o Julijanu prikazao Gore Vidal. I najmanja sumnja mogla je dovesti na stratiste. A barbari koji su dosli pod tadasnji rimski imperij kulturno su podlegli -sto i nije bila neka narocita steta, budu´ci da je njihova kultura bila daleko niza od grcke ili rimske. No isto se ne moze tvrditi za veliku kulturu antike, koju je odrzavao na zivotu helenizam.Veliki Homerov ep, divne gradevine Atene i skulpture bogova, polubozanstava i ljudi, sve je to prezreno i dobrim dijelom unisteno, zatrpano i zaboravljeno sve do Renesanse, kako bi se spasio jedan poredak, onaj imperijalni, koji je, i ovako i onako, s prodorom barbara, ubrzo konacno propao. Posljednji rimski car, sesnastogodisnji Romulus August(ul)us svrgnut je od barbarskog vojskovode Odoakra ujesen 476, a time je zauvjek propalo i Zapadno rimsko carstvo. Rim je porusen, dok ´ce Bizant prezivjeti jos oko tisu´cu godina (do 1453), da bi i on nestao pod najezdom kopita Seldzuka. Slijedi li i ovoj civilizaciji slican kraj?
Albanians on Sunday jammed into Pristina’s main square to welcome Bill Clinton, the guest of honor at his statue-unveiling ceremony commemorating the former US president's role in the Yugoslavian war of 1999.
“I never expected that anywhere, someone would make such a big statue of me,” Clinton told the cheering crowd after removing a red cover over the monument, revealing a bronze likeness of himself, thus proving that not all commissioned works of art are awarded posthumously.
Clinton’s live appearance next to his larger-than-life metal replica is the latest effort by Kosovo – which is commemorating the 10-year anniversary of NATO’s war against Yugoslavia – to attract international attention to its quest for formal independence.
Kosovo unilaterally declared its independence from Serbia last year, but Serbia has vowed never to recognize the statehood of the breakaway territory. Meanwhile, the province continues to be administered by NATO forces.
The visiting former US president then drew attention to his wife Hillary Clinton, the U.S. Secretary of State.
“This morning when I talked to my wife, she said I had to make a photograph in front of it [the statue] and send it to her to make sure it was true and I didn’t make the whole thing up.”
The bronze statue, which stands 3.5 meters (11 feet), depicts the former American president with his left arm raised while holding documents bearing the date when NATO launched its aerial bombardment of Yugoslavia – 24 March, 1999 – a date that lives in infamy for some and in victory for others.
The statue sits in front of an unremarkable apartment complex on, you guessed it, Bill Clinton Boulevard.
Not everybody jubilant
On March 24, 1999, NATO – and without full consent of the UN Security Council – launched an attack on the government of Yugoslavian President Slobodan Milosevic over claims of heavy-handedness against Kosovo’s majority Albanians.
In the moments leading up to the NATO attack, Bill Clinton was fighting for his political life amidst an embarrassing sex scandal involving a young intern named Monica Lewinsky; scoring an easy victory in Yugoslavia was one way to divert public attention away from the scorching issue. Thus, Clinton's refusal to authorize ground troops in and around Kosovo.
In other words, by relying solely on an aerial bombardment to “liberate” Kosovo, the US president was guaranteed a big political win with minimal losses for US troops.
Over the course of the 10-week conflict, NATO aircraft flew over 38,000 combat missions; even the German Luftwaffe had its first taste of combat over the skies of Yugoslavia since having its wings clipped in World War II.
The ensuing 78-day aerial bombardment campaign, which grew continuously more aggressive and reckless, spared little infrastructure: factories, bridges, roads and power stations were all bombed with deadly accuracy. As a result, thousands of innocent civilians suffered great deprivation on both sides of the battle.
The Cold War military bloc even knocked out Serbia’s state television broadcasting tower, which observers point to as a direct breach of Geneva Convention rules, which provides for the ability of combatants to have the freedom to “express themselves” in wartime.
Despite NATO pledges that the war would be “a clean one,” the aerial campaign proved that a military strategy of “surgical strikes” can never be implemented without fatal flaws.
In perhaps the worst public relations disaster for NATO during the conflict, five US “smart” bombs severely damaged the Chinese Embassy in Belgrade, killing three Chinese journalists. NATO officials, in an effort to cool Chinese outrage, blamed the error on outdated maps. Chinese officials rejected both the apologies and explanations.
About the same time, a NATO fighter jet, believing it had discovered a Yugoslav military convoy, hit a bus carrying Albanian refuges instead, killing 50 civilians.
It has been estimated that about 200 Kosovo civilians were indiscriminately killed by NATO forces, while Human Rights Watch was able to verify 500 civilian deaths in Yugoslavia (that is, outside Kosovo).
The hostilities came to an end on June 10, 1999 when Milosevic accepted the conditions of surrender.
Needless to say, NATO's “illegal” bombing campaign – the first military conflict in its history – sparked an outpouring of international criticism, and was especially unpopular in Russia where talk of defending the “Slavic brotherhood” filled the air.
The tension spilled over at the end of March 1999 when a gunman driving a stolen vehicle attempted to fire a grenade launcher at the US embassy in Moscow during a public protest of the facility. Then-president Boris Yeltsin ordered an investigation into the incident and three men were later arrested.
What next for Kosovo?
Some people are wondering why Kosovo chose this particular moment to dedicate a public memorial to a still living, breathing, former American president. After all, such honors are usually paid posthumously.
One good reason is that Kosovo is presently fighting something of a public relations war against Serbia in its bid for independence.
The United States and a number of other western countries have supported Kosovo’s claims to independence, whereas other countries, including China, India and Russia, continue to regard Kosovo as an integral part of Serbia.
Russia announced that it will support Serbia’s case in an upcoming UN court hearing on the legitimacy of Kosovo’s declaration of independence, Foreign Minister Sergey Lavrov announced last month.
“We will insist that international law and UN Security Council decisions be respected and any unilateral decisions running counter to the UN Charter and OSCE principles be avoided,” Lavrov said following talks with his Serbian counterpart, Vuk Jeremic.
Belgrade brought Kosovo’s unilaterally declared independence to the UN’s International Court of Justice in The Hague where a case will open on Dec. 1.
Remembering the Pristina dash
In the context of the Yugoslavian war, Russians will always remember Pristina for something else besides a bronze tribute to the former American president Bill Clinton, for Pristina is the place where Russia staked everything on securing a peacekeeping sector for itself outside of NATO command.
On June 11-12, about 200 Russian SFOR troops stationed in Bosnia made a spectacular dash through Belgrade into Kosovo after Serbian troops began their withdrawal and, more importantly, after Russia got the word that it would not receive its own peacekeeping sector.
The result was that Russia, much to the consternation of NATO leaders (most notably, US General Wesley Clark who, upon ordering the British to block the approaching Russian tanks, was told by British General Michael Jackson, "I will not start World War III for you.") became the first official peacekeeping force in Kosovo – ahead of advancing NATO troops. The audacious gesture reinforced Russia’s image as Serbia’s “blood ally” that will always be there through good or bad.
And perhaps even longer than a bronze statue in the public sqaure.
Kosovo : Bill Clinton inaugure sa propre statue à Pristina
Traduit par Philippe Bertinchamps
Mise en ligne : dimanche 1er novembre 2009
En visite ce dimanche à Pristina pour l’inauguration d’une statue en son honneur, le Président Bill Clinton a déclaré que son échec au Rwanda l’avait conduit à une intervention rapide au Kosovo.
Par Lawrence Marzou
Le Président Bill Clinton a déclaré que le sentiment de culpabilité dû à son échec à stopper le génocide au Rwanda a conduit les USA à une intervention rapide au Kosovo.
L’ancien Président américain a fait cette déclaration lors d’un discours devant le Parlement du Kosovo ce dimanche. Il s’était déplacé au Kosovo pour l’inauguration d’une statue en son honneur.
Il s’est dit être tellement préoccupé par la Bosnie qu’il a « manqué » le massacre des Tutsis par leurs voisins hutus en 1994 : « J’ai manqué le génocide du Rwanda. En 90 jours, c’était fini ».
« Cela explique pourquoi nous avons été si prompts à intervenir ici », a-t-il ajouté.
Il a également affirmé que les progrès du Kosovo étaient au-delà de toute attente : « Vous avez fait mieux que ce à quoi vos ennemis s’attendaient. Mais vous avez aussi fait mieux que ce à quoi vos amis s’attendaient ».
Une statue de l’ancien président Bill Clinton a été inaugurée en sa présence ce dimanche à Pristina.
Bill Clinton est considéré comme un héros parmi les Albanais du Kosovo en raison de son soutien à l’intervention militaire de l’OTAN en 1999.
PRISTINA, Kosovo: Thousands of ethnic Albanians braved low temperatures and a cold wind in Kosovo's capital Pristina to welcome former President Bill Clinton on Sunday as he attended the unveiling of an 11-foot (3.5-meter) statue of himself on a key boulevard that also bears his name.
Clinton is celebrated as a hero by Kosovo's ethnic Albanian majority for launching NATO's bombing campaign against Yugoslavia in 1999....
This is his first visit to Kosovo since it declared independence from Serbia last year.
Many waved American, Albanian and Kosovo flags and chanted "USA!" as the former president climbed on top of a podium with his poster in the background reading "Kosovo honors a hero."
Some peeked out of balconies and leaned on window sills to get a better view of Clinton from their apartment blocks.
To thunderous applause Clinton waved to the crowd as the red cover was pulled off from the statue.
The statue is placed on top of a white-tiled base, in the middle of a tiny square, surrounded by communist-era buildings.
"I never expected that anywhere, someone would make such a big statue of me," Clinton said of the gold-sprayed statue weighing a ton (900 kilograms).
He also addressed Kosovo's 120-seat assembly, encouraging them to forgive and move on from the violence of the past.
The statue portrays Clinton with his left arm raised and holding a portfolio bearing his name and the date when NATO started bombing Yugoslavia, on March 24, 1999.
An estimated 10,000 ethnic Albanians were killed during the Kosovo crackdown and about 800,000 were forced out of their homes. They returned home after NATO-led peacekeepers moved in following 78 days of bombing.
Leta Krasniqi, an ethnic Albanian, said the statue was the best way to express the ethnic Albanians' gratitude for Clinton's role in making Kosovo a state.
"This is a big day," Krasniqi, 25 said. "I live nearby and I'm really excited that I will be able to see the statue of such a big friend of ours every day."
Clinton last visited Kosovo in 2003 when he received an honorary university degree. His first visit was in 1999 — months after some 6,000 U.S. troops were deployed in the NATO-led peacekeeping mission here.
Some 1,000 American soldiers are still based in Kosovo as part of NATO's 14,000-strong peacekeeping force.
Police in Kosovo upped security measures ahead of Bill Clinton's arrival by adding deploying more traffic police and special police.
NATO officials said the peacekeepers were also on alert, although no additional security measures were taken.
A statue of Bill Clinton has been unveiled in Kosovo in the presence of the former US President himself.
Clinton is considered a hero by Kosovo’s ethnic Albanian majority for launching the NATO airstrikes that stopped a Serb crackdown, 10 years ago.
He told the thousands who braved bitter temperatures in Pristina to see him:
“I never expected that anywhere someone would make such a big statue of me. And this morning, when I talked to my wife who said to tell you ‘hello’, she said I had to make a photograph in front of this and send it to her to make sure it was true and I did not make this whole thing up.”
The US is one of dozens of countries to have recognised Kosovo’s self-declared independence. Some other nations including Russia still see it as a province of Serbia.
That argument aside, the statue means Bill Clinton’s contribution to Kosovo’s history will never be forgotten.
1) Un altro mito della guerra fredda: la caduta del Muro di Berlino
(William Blum)
2) Perché erano ormai necessarie le misure adottate a Berlino
La Repubblica democratica tedesca era l'unico paese a tenere senza controllo una parte dei suoi confini - Il provvedimento era stato rimandato per non acuire la tensione. (L'Unità del 14/08/1961)
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Un altro mito della guerra fredda
La caduta del Muro di Berlino
di William Blum
C’è da aspettarsi che entro poche settimane molti dei media occidentali mettano in moto le loro macchine propagandistiche per commemorare il 20° anniversario della caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989. Tutti i luoghi comuni della guerra fredda sul Mondo Libero contro la tirannia comunista verranno rispolverati e sentiremo per l’ennesima volta la favola del muro e di come è caduto: nel 1961, i comunisti di Berlino Est avevano costruito un muro per impedire ai propri cittadini oppressi di fuggire a Berlino Ovest e verso la libertà. Perché? Perché ai commies (gli sporchi comunisti) non piace che la gente sia libera, ai commies non piace che il popolo apprenda la "verità". Quale altra ragione poteva esserci?
Innanzitutto, prima che il muro fosse costruito, migliaia di tedeschi dell'est facevano i pendolari, andando ogni giorno a lavorare nella Germania occidentale e poi tornando all’est ogni sera. Chiaramente non erano imprigionati nella Germania orientale contro la loro volontà. Il muro è stato costruito principalmente per due motivi:
I poteri occidentali assillavano la Germania dell’Est con una vigorosa campagna di reclutamento diretta ai loro professionisti e ai loro lavoratori qualificati, cioè le persone che avevano ricevuto una formazione a spese del governo comunista. A lungo andare ciò ha determinato una grave crisi di mano d’opera e di produzione nella Germania orientale. Il New York Times nel 1963 corrobora questa analisi, scrivendo: "Berlino Ovest ha sofferto economicamente dalla costruzione del muro con la perdita di circa 60.000 operai qualificati, che arrivavano tutti i giorni dalle loro case in Berlino Est verso i loro posti di lavoro a Berlino Ovest". (New York Times, 27 giugno 1963, p.12)
Nel corso degli anni Cinquanta, i fautori statunitensi della guerra fredda nella Germania Ovest hanno istituito una rozza campagna di sabotaggio e di sovversione contro la Germania dell’Est, ideata per ostacolare i processi economici e amministrativi del Paese. La CIA e altri servizi segreti e gruppi militari degli Stati Uniti hanno reclutato, attrezzato, addestrato e finanziato individui e gruppi di attivisti tedeschi, dell’ovest e dell’est, in modo che essi potessero compiere azioni che andavano dagli atti di terrorismo alla delinquenza minorile; qualunque cosa per rendere la vita difficile alla popolazione della Germania dell’Est e indebolire il loro sostegno al governo – qualunque cosa che metteva i commies in cattiva luce.
È stata un impresa notevole. Gli Stati Uniti e i suoi agenti hanno adoperato l'esplosivo, l’incendio doloso, i cortocircuiti e altri metodi per danneggiare le centrali elettriche, i cantieri navali, i canali, le zone portuali, gli edifici pubblici, le stazioni di benzina, i trasporti pubblici, i ponti, ecc; hanno deragliato treni merci, ferendo gravemente dei lavoratori; hanno bruciato 12 vagoni di un treno e hanno distrutto i manicotti di aria compressa di altri; hanno usato degli acidi per danneggiare le macchine di vitale importanza nelle fabbriche; hanno messo della sabbia nella turbina di una fabbrica in modo che non potesse funzionare; hanno incendiato uno stabilimento dove venivano prodotte tegole; hanno istigato degli scioperi bianchi nelle fabbriche; hanno ucciso 7.000 mucche di un caseificio cooperativo con l'avvelenamento; hanno messo sapone nel latte in polvere destinato alle scuole della Germania dell’Est; alcuni sono, al momento dell'arresto, erano in possesso di una grande quantità di veleno Cantharidin, che avrebbero usato nella produzione di sigarette per avvelenare personaggi di spicco della Germania dell'Est; hanno fatto esplodere bombette puzzolenti per interrompere riunioni politiche; hanno tentato di bloccare il Festival Mondiale della Gioventù a Berlino Est, con l'invio di inviti falsi, false promesse di vitto e alloggio gratis, false comunicazioni di cancellazione, ecc; hanno aggredito i partecipanti al Festival con esplosivi, bombe incendiarie, hanno forato le gomme delle loro auto; hanno contraffatto e distribuito grandi quantità di tessere per il razionamento del cibo per creare confusione, indurre all'accaparramento di genere alimentari, e provocare risentimento; hanno contraffatto e inviato cartelle d’imposta, hanno falsificato e inviato direttive governative e altri documenti per produrre disorganizzazione e inefficienza all'interno dell'industria e nei sindacati ... tutto questo e molto altro ancora. (Cfr. Killing Hope, p.400, nota a piè pagina n. 8, per un elenco delle fonti relativi agli atti di sabotaggio e di sovversione.)
Durante tutti gli anni Cinquanta, i tedeschi dell'Est e l'Unione Sovietica hanno più volte presentato denunce ai paesi occidentali, che pochi anni prima erano stati alleati dei sovietici, e alle Nazioni Unite contro degli specifici atti di sabotaggio e specifiche attività di spionaggio e hanno chiesto la chiusura degli uffici nella Germania occidentale che ritenevano responsabili, con nomi e indirizzi. Le loro denunce sono rimaste inascoltate. Inevitabilmente, i tedeschi dell'Est hanno istituito più controlli sulle persone provenienti dall’Ovest.
Non dimentichiamo che l'Europa dell’Est è diventata comunista perché Hitler, con l'approvazione dei paesi occidentali, l’aveva utilizzata come strada per raggiungere l'Unione Sovietica e distruggere per sempre il bolscevismo. Alla fine della guerra i sovietici erano determinati a chiudere quella strada.
Nel 1999, il giornale USA Today ha riferito: "Quando il Muro di Berlino è caduto, i tedeschi dell'Est immaginavano una vita di libertà in cui i beni di consumo sarebbero stati abbondanti e i disagi sarebbero svaniti. Dieci anni più tardi, oltre il 51% degli abitanti sostengono che erano più felici con il comunismo." (USA Today, 11 ottobre 1999, p.1.)
All'incirca nello stesso periodo è nato un nuovo proverbio russo: "Se quello che dicevano i comunisti sul comunismo non era vero, tutto quello che hanno detto del capitalismo si è rivelato fondato".
William Blum è l’autore di Killing Hope: US Military and CIA Interventions Since World War II (Uccidere la Speranza: gli Interventi Statunitensi Militari e Spionistici Dalla Fine della Seconda Guerra Mondiale); di Rogue State: a Guide to the World's Only Super Power (Stato Canaglia: una Guida all’Unica Superpotenza del Mondo); e di West-Bloc Dissident: a Cold War Political Memoir (Un Dissidente del Blocco Ovest: una Biografia Politica della Guerra Fredda).
Si può contattarlo all'indirizzo: BBlum6 @ aol.com
www.resistenze.org- cultura e memoriaresistenti- storia - 29-10-09 - n. 293
da L'Unità del 14/08/1961
Dopo una lunga attesa e numerose proposte rivolte alle potenze occidentali
Perché erano ormai necessarie le misure adottate a Berlino
La Repubblica democratica tedesca era l'unico paese a tenere senza controllo una parte dei suoi confini - Il provvedimento era stato rimandato per non acuire la tensione.
Berlino, 13/08
Le odierne misure adottate dal governo della RDT, in accordo con i paesi del Trattato di Varsavia sono di una legittimità evidente.
In effetti non si vede come si possa negare ad uno stato sovrano come ls RDT il diritto – e qui sta il nocciolo giuridico della questione – di prendere alle proprie frontiere i provvedimenti che ritiene più opportuni. Ma il problema non è solo giuridico e il diritto di cui si è detto non è soltanto tale è anche una necessità, giacché non si ha notizia di paesi che tengano sguarnita e priva di ogni garanzia e di ogni controllo una parte dei loro confini.
Se le misure sono state rinviate sino ad oggi è stato soltanto per non apportare altri elementi di tensione ad una situazione tutt'altro che semplice. Ma ormai la misura era veramente colma. «Abbiamo voluto operare col massimo di pazienza», ha detto un funzionario governativo.
Da quasi tre anni il problema di Berlino Ovest è stato posto sul tappeto, da quando cioè nel novembre del 1958 il governo di Mosca inviò alle potenze occidentali una nota con la quale proponeva una trattativa per eliminare i resti della seconda guerra mondiale e trasformare Berlino Ovest in città libera e smilitarizzata. La anormalità della situazione berlinese, si noti, venne ammessa da varie personalità occidentali, ma le proposte sovietiche furono lasciate cadere.
La conferenza di Ginevra del 1959 si concluse senza accordo. Nel giugno di quest'anno il primo ministro sovietico ha di nuovo sottolineato l'urgenza di raggiungere un accordo per allontanare i pericoli che con il passare del tempo venivano addensandosi minacciando la pace mondiale. Ma anziché avanzare proposte – Mosca come noto aveva lasciato un margine di sei mesi per negoziare – gli occidentali sciolsero le briglie alle centrali della propaganda anticomunista della provocazione e dello spionaggio operanti a Bonn e a Berlino Ovest.
La campagna per attirare gente dell'Est all'Ovest raggiunse una inaudita intensità, tutti gli strumenti del terrorismo morale e del ricatto materiale vennero posti in opera. Adenauer e i suoi ministri si diedero a parlare quasi ogni giorno ai cittadini della RDT come a propri sudditi dicendo loro quel che dovevano e non dovevano fare.
Alla radio e alla televisione gli annunciatori e i commentatori si rivolgono alla RDT ammonendo, consigliando ed incoraggiando. Ancora ieri il ministro Lemmer – dal quale dipendono tutte queste attività – annunciava ai cittadini della RDT che in aggiunta a quelle del campo di Marienfelde sarebbero state erette numerose e vaste baracche anche nello stadio di Berlino Ovest per raccogliere i «profughi».
A tutte le proposte sovietiche l'occidente ha risposto negativamente respingendo l'invito dell'URSS di aprire una discussione. Tutte le denuncie e i richiami all'Occidente a non violare gi accordi quadripartito sulla Germania e su Berlino sono stati tenuti in non cale. Tutti gli accordi sono stati sistematicamente violati.
Gli occidentali hanno unilateralmente spezzato la Germania creando la repubblica di Bonn; hanno lacerato gli impegni presi contro la rinascita del militarismo tedesco, contro la rinascita delle concentrazioni industriali e finanziarie dell'imperialismo tedesco. Hanno creato la Bundeswehr e la riforniscono di armi atomiche. Di Berlino Ovest hanno fatto un avamposto del militarismo, una base di attività di spionaggio e di provocazione.
E oggi proprio la propaganda occidentale osa accusare la RDT e l'URSS di violazione dei trattati. Ma a questo punto non sarà male ricordare che Berlino Ovest anzitutto non fa giuridicamente parte della Repubblica Federale, che allorché gli alleati conclusero gli accordi sull'occupazione della Germania, Berlino non fu staccata dalla zona di occupazione: si richiesero soltanto una occupazione e una amministrazione comuni nel suo territorio. A Berlino, come in tutta la Germania, l'occupazione da parte delle potenze vittoriose aveva uno scopo preciso e dichiarato: assicurare la rinascita di una Germania democratica e pacifica, denazificata e smilitarizzata.
Nelle zone occidentali questi impegni sono stati grossolanamente violati e proprio grazie al regime di occupazione delle tre potenze è stato fatto rinascere il militarismo tedesco e Berlino Ovest ne è diventata una delle principali basi. Parlare a questo punto di violazioni dei trattati da parte dell'URSS è evidentemente assurdo.
Ove l'Occidente tentasse con simili pretesti di aggravare la situazione con misure provocatorie anziché di porsi finalmente sul terreno del negoziato, assumerebbe di fronte al mondo una terribile responsabilità.
Mai come oggi è apparsa tanto urgente una trattativa che regoli finalmente i problemi ancora aperti, da sedici anni, dalla fine della seconda guerra mondiale.
www.resistenze.org - cultura e memoria resistenti - storia - 05-10-09 - n. 289
Anna Seghers e la DDR - 1949 - 1989 – 2009
03/10/2009
di Davide Rossi
Enzo Collotti ha tracciato nel ’92 in una pagina del libro dedicato proprio al passaggio “Dalle due Germanie alla Germania unita” per Einaudi un ritratto brevissimo eppure preciso e puntuale di Anna Seghers e del suo rapporto con la DDR. Scrive Collotti: al VII congresso dell’unione degli scrittori della DDR, che si svolse a Berlino nel novembre del 1973, …, in Anna Seghers, amata e rispettata figura del vecchio umanesimo antifascista che era stato il sigillo primo della rinascita culturale della DDR, era presente la tensione tra una scelta ideale, che era una vera e propria scelta di vita, e il dialogo con le generazioni più giovani. Del resto la dichiarazione di identificazione con la DDR contenuta nelle parole della Seghers, insieme alla risonanza delle difficoltà che avevano rafforzato i vincoli con la DDR, era più che legittima: “con il nostro lavoro abbiamo partecipato ala costruzione del nostro stato. Con il nostro lavoro festeggiamo la sua esistenza spesso negata, spesso contestata, spesso diffamata, finalmente riconosciuta dal mondo, ora venticinquennale.”
Noi del centro studi, in questo anno in cui ricorrono il 60° anniversario della nascita della DDR avvenuta il 7 ottobre 1949 e il 20° della caduta del muro (9 novembre 1989), constatiamo come prevalga ancora e sempre l’atteggiamento ideologico della guerra fredda che in Occidente ha come solo obiettivo la criminalizzazione di quella esperienza e di quella nazione. È una constatazione sconfortante ma inevitabile. Berlino è stata uno dei luoghi principali della guerra fredda, il suo cuore e il suo centro. È stato anche il luogo, non solo simbolico, della vittoria dell’Occidente che ha utilizzato le armi della propaganda, del consumismo e della pubblicità per attaccare e ridicolizzare l’esperienza socialista, la quale seppur tra mille contraddizioni e difficoltà si sviluppava nell’altra parte di città che era capitale della DDR.
Avremo modo di ritornare in maniera ampia e articolata, in dibattiti pubblici e in forma scritta per esprimere il nostro pensiero. Valgano - per tutte - tre considerazioni. Al di là della propaganda di allora che anche in campo ambientalista leggeva nei paesi dell’est e nella DDR dei mostri ecologici, l’emergere di analisi e ricerche serie ed approfondite sta portando ad una totale rivalutazione delle scelte ecologiche della DDR. Una legislazione stringente contro l’inquinamento, la raccolta differenziata praticata a Berlino e largamente diffusa nel resto della nazione e ad esempio allora sconosciuta a Berlino Ovest, la prevalenza del trasporto pubblico, metro, bus, treni, su quello decisamente più inquinante di automobili e automezzi privati.
Secondo punto: la solidarietà internazionale, non indifferente alla luce di un presente, nel 2009, in cui le disuguaglianze tra nord e sud del mondo sono uno dei temi centrali della crisi del pianeta.
La DDR sosteneva gli esuli cileni, sudamericani e di larga parte del mondo, dando loro ospitalità lavoro e accesso agli studi universitari. In Cile ancor oggi vi sono donne e uomini che vivono grazie all’integrazione della pensione che viene loro da quanto ricevuto dopo 15 anni di lavoro in DDR. Per non parlare del caffé nicaraguese, dello zucchero cubano, di una rete di scambi economici internazionali fondata sul giusto prezzo (anche in questo caso praticata ben prima della nascita in Occidente del commercio equo e solidale), sul rispetto dei popoli e sul loro diritto a poter vivere, crescere, studiare, svilupparsi senza dover emigrare.
Terza considerazione, i diritti civili. Nella DDR a partire dai primissimi anni ’60 si sviluppa una campagna di educazione sessuale, di rispetto della sessualità dei giovani e del loro diritto ad avere fin dalla adolescenza rapporti sessuali prematrimoniali, fatti del tutto inimmaginabili nella bacchettona Europa occidentale dell’epoca. Per non dire dei diritti alla pillola anticoncezionale, al divorzio, allora ottenibile in tempi brevi e di fatto gratuito, e all’aborto.
Da ultimo doloroso per la coscienza europea, ma da ripetere e da considerare, la DDR aveva cacciato docenti, funzionari pubblici e militari nazisti, i quali hanno facilmente trovato collocazione, in molti casi, ancora nelle scuola, nelle università, nei ministeri e nell’esercito, ovviamente della Repubblica Federale Tedesca e in alcuni casi dell’Austria.
Sono quindi molte le ragioni per portare rispetto ad un’esperienza che non ha luci o ombre superiori o inferiori a quelle delle nostre democrazie, sempre più precarie nel rispetto dei diritti, civili e sociali, e che diventano del tutto imbarazzanti quando pretendono di esportare “la democrazia” a mano armata in giro per il mondo, con un fine neppure troppo occulto che è quello di impadronirsi delle materie prime di quei popoli.
La DDR è stata una parte importante della storia del movimento socialista del Novecento. Noi del centro studi “Anna Seghers” cerchiamo di unire memoria e ricerca storica con la serietà, l’impegno e la determinazione che sempre più tante persone e tanti studiosi, di pensieri e orientamenti politici differenti, ci riconoscono.
3 ottobre 2009
Davide Rossi, direttore del Centro Studi “Anna Seghers”(www.annaseghers.it)
1989-2009: Moving The Berlin Wall To Russia´s Borders
Rick Rozoff
November 9 will mark the twentieth anniversary of the government of the German Democratic Republic opening crossing points at the wall separating the eastern and western sections of Berlin.
From 1961 to 1989 the wall had been a dividing line in, a symbol of and a metonym for the Cold War.
A generation later events are to be held in Berlin to commemorate the "fall of the Berlin Wall," the last victory the West can claim over the past two decades. Bogged down in a war in Afghanistan, occupation in Iraq and the worst financial crisis since the Great Depression of the 1930s, the United States, Germany and the West as a whole are eager to cast a fond glance back at what is viewed as their greatest triumph: The collapse of the socialist bloc in Eastern Europe closely followed by the breakup of the Soviet Union.
All the players in that drama and events leading up to it - Ronald Reagan, Mikhail Gorbachev, George H. W. Bush, Vaclav Havel, Lech Walesa - will be reverently eulogized and lionized.
Gorbachev will attend the anniversary bash at the Brandenburg Gate and the editorial pages of newspapers around the world will dutifully repeat the litany of bromides, pieties, self-congratulatory praises and grandiose claims one can expect on the occasion.
What will not be cited are comments like those from Mikhail Margelov, Chairman of the Committee on Foreign Affairs of the upper house of the Russian parliament, the Federation Council, on November 6. To wit, that "The Berlin Wall has been replaced with a sanitary cordon of ex-Soviet nations, from the Baltic Sea to the Black Sea." [1]
With the unification of first Berlin and then Germany as a whole, the Soviet Union and its president Mikhail Gorbachev were assured that the North Atlantic Treaty Organization would not expand eastward toward their border. Gorbachev insists that in 1990 U.S. Secretary of State James Baker told him "Look, if you remove your troops and allow unification of Germany in NATO, NATO will not expand one inch to the east." [3]
Not only was the former East Germany absorbed into NATO but over the past ten years every other Soviet ally in the Warsaw Pact has become a full member of the bloc - Bulgaria, the Czech Republic, Hungary, Poland, Romania and Slovakia.
Russia has twice before been attacked from the West, by the largest invasion forces ever assembled on the European continent and indeed in the world at one time (Herodotus´ hyperbolical estimates of Xerxes´ army notwithstanding), that of Napoleon Bonaparte in 1812 and of Adolf Hitler in 1941. The first consisted of 700,000 troops and the second of 5 million.
Moscow´s concerns about military encroachments on its western borders and its desire to insure at least neutral buffers zones on them are invariably portrayed in the U.S. and allied Western capitals as some combination of Russian paranoia and a plot to revive the "Soviet Empire." What the self-anointed luminaries of Western geopolitics feel about neutrality will be seen later.
With the expansion of the U.S-dominated military bloc into Eastern Europe in 1999 and 2004, in the latter case not only the remaining non-Soviet former Warsaw Pact states but three ex-Soviet republics became full members, there are now five NATO nations bordering Russia. Three directly abutting its mainland - Estonia, Latvia and Norway - and two more neighboring the Kaliningrad territory, Lithuania and Poland. Finland, Georgia, Ukraine and Azerbaijan are being prepared to follow suit and upon doing so will complete a belt from the Barents to the Baltic, from the Black to the Caspian Seas.
The total length of the Berlin Wall separating all of West Berlin from the German Democratic Republic was 96 miles. A NATO military cordon from northeastern Norway to northern Azerbaijan would stretch over 3,000 miles (over 4,800 kilometers).
As a Russian news commentary recently noted in relation to the U.S. spending $110 million to upgrade two of the seven new military bases the Pentagon has acquired across the Black Sea from Russia, "The installations in Romania and Bulgaria go in line with the program of relocation of American troops in Europe announced on 2004 by then president George Bush. Its main goal is the maximum proximity to Russian borders." [3]
The wall being erected (and connected) around all of European Russia is not a defensive redoubt, a protective barrier. It is a steadily advancing phalanx of bases and military hardware.
Last month NATO Secretary General Anders Fogh Rasmussen was in Lithuania to inspect the Siauliai Air Base from where NATO warplanes have conducted uninterrupted patrols over the Baltic Sea for over five years, skirting the Russian coast a three-minute flight from St. Petersburg.
New Lithuanian President Dalia Grybauskaite said at the time "We have been assured that NATO is still interested in investing in defence of the Baltic region....I am happy to see the NATO Secretary General here, in Lithuania, in the only and most important NATO air force base in the Baltic states. This is one of the main NATO defence points in the Baltic region." [4]
In neighboring Poland a newspaper report of last April provided details on the degree of the Alliance´s buildup in the nation:
"NATO´s investments in defense infrastructure in Poland may amount to over 1 euros (4.3 zlotys) billion over the next five years....
"Poland is already the site of the largest volume of NATO investment in the world.
"Currently, construction or modernization work on seven military airports, two seaports, five fuel bases as well as six strategic long-range radar bases is nearing completion. Air defense command post projects in Poznan, Warsaw and Bydgoszcz have already been given the go-ahead, as has a radio communication project in Wladyslawowo.
"New investments will include, among other things, the equipping of military airports in Powidz, Lask and Minsk Mazowiecki with new logistics and defense installations." [5]
The nation will soon host as many as 196 American Patriot interceptor missiles and 100 troops to man them as well as being a likely site for the deployment of American SM-3 anti-ballistic missile batteries.
As mentioned earlier, Washington and NATO have secured the indefinite use of seven military bases in Bulgaria and Romania, Russia´s Black Sea neighbors, including the Bezmer and Graf Ignatievo airbases in Bulgaria and the Mihail Kogalniceanu airbase in Romania. [6]
Gen. Roger Brady, U.S. Air Forces in Europe commander, was in Romania on October 28 to oversee joint military trainings where "the U.S. Air Force flew about 100 sorties; half of those sorties were flown with the Romanian air force." [7]
The Pentagon leads annual NATO Sea Breeze exercises in Ukraine in the Crimea where the Russian Black Sea Fleet is based.
It also conducts regular Immediate Response military drills in Georgia, the largest to date ending days before Georgia´s attack on South Ossetia and the resultant war with Russia in August of 2008 and one currently just being completed. This May the U.S. led the annual Cooperative Longbow 09/Cooperative Lancer NATO Partnership for Peace war games in Georgia with 1,300 servicemen from 19 countries. [8]
The Commanding General of U.S. Army Europe, General Carter F. Ham, was in Georgia a few days ago and "got acquainted with the carrying out of the Georgian-US military training Immediate Response 2009´´ which included "visit[ing] the Vaziani Military Base and attend[ing] military training." [9]
A Russian official, Dmitry Rogozin, spoke of the joint military exercises, warning that "We all remember that similar activities carried out last year were followed by the August events." [10]
A Georgian commentary on the drills confirmed Russian apprehensions by reiterating this link:
"Georgia is fighting for peace and stability in Afghanistan in order to eventually ensure peace and stability in Georgia, as one good turn will undoubtedly deserve another in the fullness of time." [11]. Which is to say, as Georgia assists the U.S. militarily in Afghanistan, so the U.S. will back Georgia in any future conflicts with its neighbors in the Caucasus.
The world press has recently reported on Polish Foreign Minister Radoslaw Sikorski´s three-day visit to the U.S. to among other things "meet with US Secretary of State Hillary Clinton...to discuss Afghanistan and a new US proposal for a missile shield" [12] and attend a conference at the Brookings Institution where he said of the Polish-Swedish-European Union Eastern Partnership program to recruit Armenia, Azerbaijan, Belarus, Georgia, Moldova and Ukraine into the "Euro-Atlantic" orbit and of Moscow´s concerns that the West was moving to take over former Soviet space, "The EU does not need Russia´s consent." [13]
What created the most controversy, though, was his address at a conference sponsored by the Center for Strategic and International Studies (CSIS) called The United States and Central Europe: Converging or Diverging Strategic Interests?
The main motif of the conference was, of course, the twentieth anniversary of the end of the Cold War as symbolized by the dismantling of the Berlin Wall.
Former U.S. National Security Adviser Zbigniew Brzezinski gave a presentation replete with references to Russia´s alleged "imperial aspirations," its threats to Georgia and Ukraine and its intent to become an "imperial world power." [14]
Sikorski, no stranger to Washington, having been resident fellow of the American Enterprise Institute and executive director of the New Atlantic Initiative there from 2002-2005 before returning home to become Poland´s Defense Minister, suggested that recent joint Belarusian-Russian military exercises necessitated stronger NATO commitments in Northeastern Europe. Saying that the Alliance´s Article 5 military assistance obligation - which is why, by the way, there will soon be almost 3,000 Polish troops in Afghanistan - was too "vague" and offered as a more concrete alternative something on the order of the 300,000 U.S. troops stationed in West Germany during the Cold War. [15]
The Polish government has subsequently denied that its foreign minister explicitly called for American troop deployments, and in fact he did not, but his comments are in line with several other recent events and statements.
For example, Poland revealed in late October that it planned a massive $60 billion upgrading of its armed forces. "Minister of Defense Bogdan Klich announced a plan...to modernize the army within 14 programs: air defense systems, combat and cargo helicopters, naval modernization, espionage and unmanned aircraft, training simulators and equipment for soldiers....
"Klich announced plans to buy new LIFT combat training aircraft, Langust missile launchers, Krab self-propelled howitzers, Homar rocket launchers, as well as several more Rosomak tanks and 30 billion zloty will be spent on army modernization alone." [16]
The arrival at the same time of the American destroyer USS Ramage and its 250 marines, fresh from NATO war games off the coast of Scotland, "to participate in a military exercise with Polish navy officers," proves Sikorski´s wishes are not being ignored. [17] Before leaving, the USS Ramage "which was participating in joint US-Polish maneuvers...shelled the coast of Poland, local TV-channel TVN24´´ reported. [18] Commander Tom Williamson at the U.S. embassy in Warsaw said "The USS Ramage crew is being interrogated in relation to the case." [19]
Another American warship that had participated in the NATO naval maneuvers off Scotland, Joint Warrior 09-2, docked in Estonia afterward. The Aegis-equipped guided missile destroyer USS Cole.
The guided-missile frigate USS John L. Hall which included "embarked sailors of Helicopter Anti-Submarine Squadron 48 Detachment 9´´ [20] arrived in Lithuania early this month. A U.S. navy officer said of the visit: "We are here as part of the United States Navy´s continuing presence in the Baltic Sea....We are also here to work with the Lithuanian Navy, who has been a valuable partner and our visit here is part of the ongoing relationship between our two countries and our two navies." [21]
As American warships were demonstrating their "continuing presence in the Baltic Sea," Estonia´s defense minister affirmed that "NATO has defence plans in the Baltics and they´re being developed" [22], and his Latvian counterpart said, "It is important for Latvia that the new Alliance Strategic Concept will include points about the collective unity for the enforcement of the strategic security in the Baltic Sea region and the common responsibility for the future of Alliance military operations." [23]
Estonian Defense Minister Jaak Aaviksoo told The Associated Press "that his country sees new threats since Russia´s invasion of Georgia last year and a cyber attack that targeted his country in 2007.
"Aaviksoo plans to meet with U.S. Secretary of Defense Robert Gates" on November 10. [24]
Estonian President Toomas Hendrik Ilves, an American expatriate and former Radio Free Europe operative, offered to hold NATO drills in the Baltic states.
Defense Minister Imants Liegis recently confirmed that "Latvia is to hold large-scale military exercises in summer, in response to the Russian-Belarusian strategic exercises." [25] Not alone, no doubt.
The above catalogue of military activities and bellicose statements should put to rest sanguine expectations resulting from the end of the Cold War, which never in fact ended but shifted its operations - substantially - eastwards.
Those whose names will be evoked and invoked on November 9 on the occasion of the anniversary of the dismantling of the Berlin Wall didn´t fare well in the immediate aftermath.
Three years afterward Georgia H. W. Bush, even a year after Operation Desert Storm, became only the third American president since the 1800s to lose a reelection bid.
Four year after that Mikhail Gorbachev ran for the Russian presidency and received 0.5% of the vote.
In his last race for the Polish presidency in 2000 Lech Walesa, when his nation´ electorate had finally seen through him, got 1% of the vote.
But he and fellow Cold War heroes of the West march ever onward in confronting Russia during the current phase of the new conflict.
In July, in what they titled An Open Letter to the Obama Administration from Central and Eastern Europe, old/new Cold War champions like Lech Walesa, Vaclav Havel, Valdas Adamkus, Alexander Kwasniewski and Vaira Vike-Freiberga - Adamkus lived for several decades in the U.S. and Vike-Freiberga in Canada - ratcheted up anti-Russian rhetoric to a pitch not heard since the Reagan administration.
Their comments included:
"We have worked to reciprocate and make this relationship a two-way street. We are Atlanticist voices within NATO and the EU. Our nations have been engaged alongside the United States in the Balkans, Iraq, and today in Afghanistan....[S]torm clouds are starting to gather on the foreign policy horizon."
"Our hopes that relations with Russia would improve and that Moscow would finally fully accept our complete sovereignty and independence after joining NATO and the EU have not been fulfilled. Instead, Russia is back as a revisionist power pursuing a 19th-century agenda with 21st-century tactics and methods."
"The danger is that Russia´s creeping intimidation and influence-peddling in the region could over time lead to a de facto neutralization of the region."
"Our region suffered when the United States succumbed to `realism´ at Yalta. And it benefited when the United States used its power to fight for principle. That was critical during the Cold War and in opening the doors of NATO. Had a `realist´ view prevailed in the early 1990s, we would not be in NATO today...."
"[W]e need a renaissance of NATO as the most important security link between the United States and Europe. It is the only credible hard power security guarantee we have. NATO must reconfirm its core function of collective defense even while we adapt to the new threats of the 21st century. A key factor in our ability to participate in NATO´s expeditionary missions overseas is the belief that we are secure at home." [26]
The collective missive also resoundingly endorsed U.S. interceptor missile plans for Eastern Europe and held up the Georgia of Mikheil Saakashvili (another former U.S. resident) as the cause celebre for a new confrontation with Russia.
On September 22 Britain´s Guardian published a similar group Open Letter, this one from Vaclav Havel, Valdas Adamkus, Mart Laar, Vytautas Landsbergis, Otto de Habsbourg, Daniel Cohn Bendit, Timothy Garton Ash, André Glucksmann, Mark Leonard, Bernard-Henri Lévy, Adam Michnik and Josep Ramoneda, called Europe must stand up for Georgia, which featured these topical allusions ahead of the seventieth anniversary of the beginning of World War II and the twentieth of the demise of the Berlin Wall:
"As Europe remembers the shame of the Ribbentrop-Molotov pact of 1939 and the Munich agreement of 1938, and as it prepares to celebrate the fall of the Berlin wall and the iron curtain in 1989, one question arises in our minds: Have we learned the lessons of history?"
"Twenty years after the emancipation of half of the continent, a new wall is being built in Europe - this time across the sovereign territory of Georgia."
"[W]e urge the EU´s 27 democratic leaders to define a proactive strategy to help Georgia peacefully regain its territorial integrity and obtain the withdrawal of Russian forces illegally stationed on Georgian soil....[I]t is essential that the EU and its member states send a clear and unequivocal message to the current leadership in Russia." [27]
Georgia has become a new Czechoslovakia twice, that of 1938 and of 1968, a new Berlin, a new Poland and so forth. Eastern and Western European figures like the signatories of the above appeal, contrary to what they state, are nostalgic for the Cold War and anxious to launch a new crusade against a truncated and weakened Russia.
Along with 1990s-style "humanitarian intervention," such campaigns are their stock in trade.
But the demand for more American military "hard power" in Europe as well as the Caucasus and the expansion of NATO to Russia´s borders may provoke a catastrophe that the continent and the world were fortunate enough to be spared the first time around.
1) Russian Information Agency Novosti, November 6, 2009 2) Quoted by Bill Bradley, Foreign Policy, November 7, 2009 3) Voice of Russia, October 22, 2009 4) President of the Republic of Lithuania, October 9, 2009 5) Warsaw Business Journal, April 20, 2009 6) Bulgaria, Romania: U.S., NATO Bases For War In The East Stop NATO, October 24, 2009 http://rickrozoff.wordpress.com/2009/10/25/bulgaria-romania-u-s-nato-bases-for-war-in-the-east 7) U.S. Air Forces in Europe, October 29, 2009 8) NATO War Games In Georgia: Threat Of New Caucasus War Stop NATO, May 8, 2009 http://rickrozoff.wordpress.com/2009/08/28/nato-war-games-in-georgia-threat-of-new-caucasus-war 9) Trend News Agency, October 28, 2009 10) Rustavi2, October 31, 2009 11) The Messenger, November 3, 2009 12) Deutsche Presse-Agentur, October 28, 2009 13) Polish Radio, November 3, 2009 14) Video http://csis.org/multimedia/video-strategic-overview-us-and-central-europe-strategic-interests 15) Audio http://csis.org/multimedia/corrected-us-and-central-europe-radoslaw-sikorski 16) Polish Radio October 27, 2009 17) Polish Radio. October 28, 2009 18) Russia Today, October 28, 2009 19) Polish Radio, October 28, 2009 20) United States European Command November 2, 2009 21) Ibid 22) Baltic Business News, October 27, 2009 23) Defense Professionals, October 26, 2009 24) Associated Press, November 2, 2009 25) Russian Information Agency Novosti, November 2, 2009 26) Gazeta Wyborcza, July 15, 2009 27) The Guardian, September 22, 2009
La crisi svela il rapporto di dominio/dipendenza A vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino le potenze capitalistiche occidentali sono riuscite ad annettersi vasti territori con una popolazione di 100 milioni di persone, integrate nelle sue istituzioni e nel mercato della UE. . Siamo di fronte non all’unificazione di paesi con pari dignità, ma ad un’espansione del nucleo forte della UE verso Est, una conquista e un’annessione compiuta con le armi del moderno imperialismo. Come la DDR nel 1990 non fu “unificata” con la Germania di Bonn, ma annessa ad essa in un rapporto dipendente e subordinato, per cui non vi fu alcuna nuova Costituzione alla base di un nuovo Stato, ma si mantenne la Legge fondamentale della RFT.
Nel marzo di quest’anno Olli Rehn, commissario europeo per l'allargamento, nella prefazione ad un opuscolo propagandistico redatto a cura della Direzione generale dell’allargamento, annunciava trionfalisticamente:
“L'anno 2009 segna un doppio anniversario storico. In autunno, saranno già venti anni dalla caduta del muro di Berlino. Nel mese di maggio celebreremo il quinto anniversario dell'allargamento dell'Unione europea, che ha permesso di riunificare l'Europa dell'Est e l’Europa dell’Ovest. Per cinque anni, l'allargamento della UE ha dato benefici sia ai cittadini dei vecchi Stati membri che a quelli dei nuovi. Sul piano economico, l'allargamento ha offerto nuove opportunità per l'esportazione e gli investimenti, creando nuovi posti di lavoro per i cittadini dei vecchi Stati membri, migliorando al contempo le condizioni di vita nei nuovi Stati membri”[1][1].
L’opuscolo procede a suon di cifre esaltanti:
“Gli scambi commerciali tra i vecchi e i nuovi membri sono quasi triplicati in meno di 10 anni (da 175 miliardi di euro nel 1999 a circa 500 miliardi di euro nel 2007). L’aumento di cinque volte del commercio tra i nuovi Stati membri è ancora più eloquente (è passato da 15 a 77 miliardi di euro nello stesso periodo). È un fattore chiave che ha contribuito ad una forte crescita annuale dell'occupazione dell’1,5% nei nuovi Stati membri nel corso del periodo compreso tra la loro adesione nel 2004 e lo scoppio della crisi finanziaria.[…] L'integrazione in un mercato di più 100 milioni di consumatori con un crescente potere d'acquisto ha aumentato la domanda di beni di consumo prodotti nelle imprese dei vecchi Stati membri, contribuendo a mantenere e creare posti di lavoro a livello locale. Come ogni macchina venduta in Polonia da una società tedesca fornisce un beneficio per i cittadini tedeschi, ogni transazione effettuata da una banca olandese nei nuovi Stati membri apporta benefici per l'economia olandese nel suo insieme”[2][2].
A vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino le potenze capitalistiche occidentali sono riuscite ad annettersi vasti territori con una popolazione di 100 milioni di persone, integrate nelle sue istituzioni e nel mercato della UE. E si prospetta a breve l’inclusione di altri paesi, in primis i “Balcani occidentali” (e cioè i piccoli stati prodotti dallo smembramento della martoriata Jugoslavia, e l’Albania[3][3]), oltre alla Turchia. Dunque, un bilancio entusiastico del “grande allargamento” della UE, che apre la strada ad ulteriori adesioni di paesi che bussano insistentemente alle sue porte quasi fossero quelle del paradiso.
Il vantaggio, secondo l’opuscolo propagandistico, sarebbe reciproco, tanto per i vecchi membri che per i nuovi arrivati. Tuttavia, altre fonti ufficiali, della Banca centrale europea, del FMI, della Banca d’Italia, di fronte alla grande crisi capitalistica suonano una musica piuttosto diversa. Le “magnifiche sorti e progressive” dell’allargamento cedono il posto ad un paesaggio pesantemente in crisi, anche dopo i risultati meno negativi del secondo trimestre 2009:
“I principali Stati membri della UE che si trovano nell’Europa centrale e orientale, fatta eccezione per la Polonia, hanno registrato una contrazione significativa del PIL in termini reali nel primo trimestre. Il calo sul periodo precedente è stato pari al 2,5 per cento in Ungheria, 3,4 per cento nella Repubblica Ceca e 4,6 per cento in Romania. […] All’interno della UE, i paesi baltici hanno registrato la flessione maggiore dell’attività negli ultimi trimestri. Tali economie avevano accumulato, negli ultimi anni, ampi squilibri interni ed esterni. […] Negli ultimi trimestri, un netto aumento della disoccupazione a circa il 15 per cento ha contribuito a far scendere i consumi. […] In Bulgaria – che era stata finora meno colpita dalla crisi rispetto alle altre economie più piccole dell’Europa centrale e orientale – alcuni indicatori congiunturali (ad esempio delle vendite al dettaglio o del clima di fiducia delle imprese industriali) hanno continuato a deteriorarsi negli ultimi mesi”[4][4].
La crisi colpisce più pesantemente, anche se in modo differenziato da paese a paese, le economie dei cosiddetti “paesi emergenti europei”, rivelando altresì la fragilità dei relativamente alti tassi di crescita degli anni precedenti, che si convertono oggi in tassi negativi, con forte aumento della disoccupazione e il rischio di bancarotta.
Una delle cause – se non la principale – che si può rinvenire a chiare lettere nei freddi rapporti dei grandi centri della finanza internazionale, è nella dipendenza del sistema bancario e industriale dei nuovi membri della UE (e di quelli in procinto di diventare tali) dai grandi gruppi capitalistici dell’Occidente. “La maggior parte dei paesi emergenti europei sono altamente dipendenti dalle banche occidentali europee, che possiedono la maggior parte dei sistemi bancari in questi paesi” - scrive il rapporto del FMI di aprile 2009, paventando la possibilità di un effetto boomerang sulle grandi banche europee occidentali, fortemente esposte al rischio di insolvenza dei “paesi emergenti” debitori: “le case madri sono in gran parte concentrate in pochi paesi (Austria, Belgio, Germania, Italia e Svezia), e in alcuni casi, i crediti delle banche dell'Europa occidentale verso i paesi emergenti europei sono di grandi dimensioni rispetto al PIL del paese di origine (Austria, Belgio e Svezia)”[5][5]. Le banche creditrici hanno chiuso il rubinetto del credito, lasciando in panne i nuovi arrivati, con pesanti conseguenze su tutta la loro attività economica:
“I paesi emergenti europei sono stati colpiti molto duramente dalla diminuzione dei flussi internazionali lordi di capitale e dalla fuga di essi davanti al rischio. Molti di loro erano fortemente dipendenti dagli afflussi di capitali delle banche occidentali per sostenere l'espansione del credito locale. Gli impegni internazionali intraeuropei delle banche erano notevoli e, nei paesi emergenti d’Europa, molte banche erano tenute da imprese straniere in difficoltà. La situazione si è fortemente deteriorata nell’autunno 2008: c'è stato un aumento generalizzato dei margini sui titoli sovrani e le monete si sono rapidamente svalutate nei paesi con regimi di tasso di cambio flessibile. Il riflusso della domanda di importazione nei paesi avanzati, combinato con il crollo dei prezzi degli immobili, la penuria di credito e il deprezzamento delle valute in un contesto di marcata asimmetria dei bilanci, ha portato a pesantissimi aggiustamenti, addirittura, in alcuni paesi, a vere e proprie crisi. Di fronte al crollo delle esportazioni e della produzione e alla diminuzione delle entrate statali, molti paesi hanno ricevuto un aiuto dal FMI e da altre istituzioni finanziarie internazionali per finanziare la loro bilancia dei pagamenti”[6][6].
Il bollettino di ottobre 2009 della Banca d’Italia riassume così:
“La recessione sta proseguendo nella maggior parte dei paesi dell’Europa centrale e orientale, che hanno risentito pesantemente della crisi a causa degli ampi disavanzi delle partite correnti e della loro dipendenza dai finanziamenti dall’estero. Il calo del PIL nel 2009 sarà particolarmente marcato nei paesi baltici, in Romania e in Bulgaria (con tassi di variazione compresi tra il -7 e il -19 per cento)”[7][7].
Non sono dei marxisti, ma i centri delle più importanti istituzioni finanziarie, quelle che disegnano i destini del mondo e di miliardi di esseri umani, a dichiarare a chiare lettere che nella sfera delle relazioni economiche della UE non vi è un rapporto paritario tra i suoi membri, ma di dipendenza dalle banche “occidentali”[8][8] dei nuovi arrivati dell’Europa centro-orientale, che facevano parte fino al 1989 del COMECON. Siamo di fronte, allora, non all’unificazione di paesi con pari dignità, ma ad un’espansione del nucleo forte della UE verso Est, una conquista e un’annessione compiuta con le armi del moderno imperialismo. Come la DDR nel 1990 non fu “unificata” con la Germania di Bonn, ma annessa ad essa in un rapporto dipendente e subordinato (per cui non vi fu alcuna nuova Costituzione alla base di un nuovo Stato, ma si mantenne la Legge fondamentale della RFT), così i paesi che nel 2004 e nel 2007 sono entrati a far parte della UE, e quelli dei “Balcani occidentali” di cui si prospetta l’ingresso tra qualche anno, si configurano alla stregua di una “colonia interna”: un mercato finalmente del tutto aperto agli investimenti di capitali, in primis del capitale bancario – che oggi controlla praticamente la vita economica di questi paesi – e del capitale industriale, per impiantare (in diversi casi delocalizzando dall’Occidente) produzioni a medio-basso contenuto tecnologico[9][9], impiegando una forza-lavoro acquistabile sotto costo e usufruendo di condizioni fiscali molto favorevoli; nonché un mercato di sbocco per le merci “occidentali”.
Il peso economico dei 27 paesi aderenti alla UE (di cui 16 adottano la moneta unica) presenta grandi differenze. Il paese più forte per PIL e popolazione è la Germania, con un PIL nel 2007 di 2.422,9 miliardi di euro, il 26,9% del PIL complessivo della UE (12.353 miliardi di €). Francia (21%), Italia (17,2%), Spagna (11,7%) costituiscono le economie più rilevanti dell’eurozona, mentre il Regno Unito (16,6%) è di gran lunga la principale economia della UE fuori area euro[10][10].
I nuovi arrivati tra il 2004 e il 2007 erano, salvo Malta e Cipro, economie di tipo socialista fino al 1989, che la grande borghesia “europeista”, con la sua politica di “allargamento”, ha avuto la capacità di trasformare, nel tempo storicamente piuttosto breve di un decennio, in “economie di mercato”, compatibili e integrabili nel capitalismo occidentale. Si è trattato però di un’integrazione subordinata e dipendente dal grande capitale finanziario europeo. Il peso complessivo dei nuovi arrivati dell’Europa centro-orientale è piuttosto ridotto: pur contando essi su una popolazione che supera il 20% di quella di tutti i paesi UE (102,2 milioni su 496 milioni), la percentuale del PIL dei 10 paesi ex socialisti sul totale del PIL della UE non supera il 7% e solo Polonia (col 2,5%), Repubblica ceca e Romania (entrambi con l’1%) superano l’1%.
Ma non si tratta solo di essere parenti poveri. Il disegno di integrazione subalterna dell’area dell’Europa centro-orientale – integrazione che prevede anche la sottomissione completa dei Balcani (e per questo nel 1999 si muove guerra alla Serbia che ha avuto il torto di opporsi) e la prospettiva di annettersi anche il ghiotto boccone dell’Ucraina (magari attraverso “rivoluzioni colorate”) – viene da lontano. Pianificato nei centri studi di Nomisma e dell’Unione Banche Svizzere, era stato esplicitato a chiare lettere alla fine degli anni 80, già prima della “caduta del muro di Berlino”. De Benedetti e Giscard d’Estaing parlavano di “piano Marshall” finanziato dalla Comunità europea per i paesi dell’Est per trovare nuovi mercati pieni di potenzialità per i “nostri capitalisti”, mercati senza i quali il sistema industriale capitalista non avrebbe potuto crescere[11][11]. “È nel nostro interesse egoistico che ci sia un’evoluzione sociale, culturale, politica, economica della parte orientale del continente. Servirà al nostro stesso sviluppo”, dichiarava nell’ottobre 1989 l’allora ministro De Michelis[12][12].
È la Germania di Kohl il principale beneficiario e artefice dell’espansione ad Est. Essa impone l’incorporazione della DDR (con cui ancora il 22 dicembre 1989 la CEE cominciava un negoziato per un accordo commerciale!), che entra così automaticamente a far parte della CEE e della NATO. L’OSCE, organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa, alla conferenza di Parigi del 21 novembre 1990 proclama la fine della divisione dell’Europa. La carta di Parigi crea un “ufficio delle istituzioni democratiche” che supervisiona la messa in opera degli impegni presi dai nuovi regimi “pluralisti”. Il 22 giugno 1993 i capi di stato e di governo riuniti a Copenhagen decidono l’allargamento della UE agli stati dell’Europa centrale e orientale, fissando le condizioni generali delle future adesioni: istituzioni stabili, che garantiscano la “democrazia”, lo “stato di diritto”, “diritti dell’uomo” e rispetto delle minoranze nazionali; “economia di mercato” capace di affrontare la concorrenza in seno all’Unione; ripresa e applicazione dell’acquis comunitario e adesione agli obiettivi dell’unione politica ed economica. Il “patto di stabilità” in Europa, proposto dalla Francia e assunto dalla conferenza di Parigi del 26-27 maggio 1994, ha l’esplicito obiettivo di favorire l’adesione degli stati d’Europa centrale e orientale disposti a regolare i loro contenziosi bilaterali relativi a frontiere e minoranze[13][13].
Tra il 1991 e 1999, con una terapia lacrime e sangue, si fanno le privatizzazioni: in media la quota che il settore privato apporta al PIL è pari a quella degli altri paesi della UE, in Ungheria raggiunge addirittura il 90% Le ristrutturazioni nelle campagne riducono la popolazione agricola a meno del 10% della popolazione attiva. Il commercio estero viene completamente riorientato dopo la scomparsa della precedente divisione del lavoro nel campo socialista[14][14]. Il primo decennio di transizione dal sistema di economie di tipo socialista, basate su un settore prevalente e determinante di proprietà di stato e sulla pianificazione, ad economie di mercato fondate sulla proprietà privata e la deregolamentazione neoliberista, è contrassegnato dagli effetti pesantissimi delle “terapie shock” che, pur tra differenze e peculiarità dei singoli paesi dell’ex COMECON, sono adottate, seguendo le ricette di FMI &C. In modo più o meno violento, gran parte della popolazione è privata del sistema di garanzie sociali di cui godeva e costretta a trottare al comando dei nuovi signori dell’Ovest, che si impadroniscono delle industrie migliori o smantellano quelle locali, pur valide, per imporre voracemente le proprie merci sui nuovi mercati aperti grazie alle “rivoluzioni” del 1989 (nella zona est di Berlino già nel 1991 non si trova più la birra delle industrie dell’est, a Bucarest gli ottimi succhi di frutta locali sono ben presto rimpiazzati da Parmalat).
Nel 1999, nel decimo anniversario della “caduta del Muro”, tutti gli indici dei paesi dell’est segnalavano che a 10 anni di distanza dal rovesciamento del socialismo le condizioni economiche della popolazione e dei paesi erano peggiori che nel 1989. Non c’era un solo indicatore fondamentale, in nessuno dei paesi che avevano avviato la “transizione dal socialismo al capitalismo”, che mostrasse un segno più rispetto alla situazione pre 1989, salvo il tasso di disoccupazione. “Ogni paese senza eccezione […] ha accompagnato la propria trasformazione con una profonda e in molti casi prolungata recessione (Kornai parla appunto di transformational recession), del 20% del PIL in Polonia, il paese meno colpito, del 40% nella media dell’ex Unione Sovietica, con punte del 65%, ad esempio in Georgia e Armenia […] non solo la recessione c’è stata veramente, ma è stata peggiore di quella mondiale del 1929”, scriveva Nuti, paragonando il passaggio all’“economia di mercato” alla “peste nera di cinque secoli fa, con la differenza che “la peste riduceva non solo la produzione ma anche la popolazione, e pertanto non riduceva il reddito e il consumo pro capite come è successo nella transizione” [15][15].
Perché si potesse attuare questa “terapia shock”, che avrebbe potuto prevedibilmente innescare forti tensioni sociali e crisi politiche nei nuovi gruppi di potere, occorreva uno stretto controllo politico e militare su questi paesi. L’integrazione di queste economie nella UE è preceduta dall’integrazione politico-militare di esse nella NATO, che deve avvenire con le buone o con le cattive. Chi resiste troppo è bombardato (aggressione e distruzione militare della RFJ nella primavera 1999). Si stabilisce così un condominio concorrenziale sui paesi ex socialisti tra gli USA, che hanno una prevaricante forza militare, e i paesi del nucleo forte europeo, in primis la Germania, in asse (non paritario) con la Francia e in concorrenza col Regno Unito, stretto alleato degli USA e per molti aspetti sua “quinta colonna” nella UE.
La conquista e assimilazione dei paesi ex socialisti dell’Europa centro-orientale e balcanica è un classico modello di politica imperialista e di “divisione del lavoro” tra potenze imperialiste: penetrazione economica e penetrazione militare si combinano in un’azione congiunta, e al contempo concorrenziale, tra le aree valutarie del dollaro e dell’euro. All’indomani della caduta del muro di Berlino, il presidente americano George Bush, nel suo intervento al summit Nato di Bruxelles il 4 dicembre 1989, afferma a chiare lettere che gli USA sarebbero rimasti una potenza europea. La strategia dell’allargamento ad Est della NATO si delinea al vertice di Londra del luglio ’90, quando viene accolta nella NATO la nuova Germania unificata e si consolida nei vertici di Roma (novembre 1991) e di Oslo (giugno 1992), quando la NATO si mette a disposizione per eventuali azioni di “pacificazione” richieste dal consiglio di sicurezza dell’ONU o dalla CSCE, fino al vertice di Bruxelles (gennaio 1994), in cui si sancisce la politica di allargamento a tutti i paesi dell’Europa centrale e orientale, compresi i pezzi della Jugoslavia in via di smembramento, martoriato laboratorio insanguinato in cui si attizzano odi etnici, si armano forze separatiste, in modo da creare il casus belli che giustifichi la “mediazione” e l’intervento militare americano, dalle krajne serbe in Croazia, alla Bosnia – primo banco di prova degli interventi NATO fuori area -, alla Macedonia, all’Albania, al Kosovo[16][16].
Il processo di integrazione subordinata delle economie ex socialiste in transizione nella UE viene straordinariamente accelerato proprio a partire dalla guerra contro la Serbia del 1999, a mano a mano che gli USA, imponendo la loro supremazia militare, mostravano di poter essere gli unici a volere e poter intervenire militarmente in Europa.Tra il 1999 e il 2004 – anno del più grande allargamento della storia della Comunità europea – si gioca la grande partita tra imperialismi franco-tedesco-europeo e statunitense. La politica USA è particolarmente aggressiva in questa fase e punta, con accordi militari separati con i paesi dell’est candidati all’ingresso nella UE, a creare una “nuova Europa” filoamericana, contrapposta alla “vecchia Europa” franco-tedesca. Lo scontro nel condominio imperialista europeo diviene evidente, con un vero e proprio tentativo di spaccare l’Europa, tra il 2002 e il 2003, quando USA e Inghilterra aggrediscono l’Iraq, ma senza il consenso dei paesi europei del nocciolo duro franco-tedesco, che riesce, grazie alla tenace azione del ministro degli esteri francese de Villepin, anche ad evitare un pronunciamento favorevole del Consiglio di sicurezza dell’ONU, isolando gli USA.
Tra l’aggressione della NATO alla RFJ nel 1999 e quella anglo-americana all’Iraq nel 2003 si giocano anche i rapporti di forza all’interno dello scacchiere europeo. All’interventismo militare degli USA, il nucleo forte della UE risponde rilanciando l’integrazione accelerata dell’est, sfidando anche il rischio di ritrovarsi in casa delle “quinte colonne”. A tappe forzate, per realizzare la più grande operazione di conquista “consensuale” di territori e popolazioni dopo la seconda guerra mondiale, si impone ai parlamenti dei paesi candidati di trasporre nelle legislazioni nazionali, prima dell’adesione, ben 470 regolamenti comunitari, adottando oltre 100 leggi all’anno (su libera circolazione dei beni, mercati pubblici, assicurazioni, proprietà intellettuale, creando o riformando le strutture amministrative chiamate ad applicare le misure comunitarie, in particolare quelle giudiziarie). Il 13 dicembre 2003 a Copenhagen il Consiglio europeo dichiara chiusi i negoziati con i 10 paesi candidati, che entreranno il 1.5. 2004 nella UE (Bulgaria e Romania nel 2007)[17][17].
Tra i paesi ex socialisti entrati nell’Unione l’Ungheria mostra di aver subito i maggiori contraccolpi non solo della crisi finanziaria in corso, ma del modello di transizione ad un capitalismo dipendente. Essa negli anni ’90 ha rincorso più degli altri la politica di privatizzazioni e di conformazione delle proprie istituzioni giuridiche ed economiche a quelle richieste da un’organizzazione capitalistica della società ((diritto di proprietà, assicurazione degli investimenti, diritto fallimentare, diritto della concorrenza) in base agli standard europei. Ha visto perciò un afflusso massiccio di investimenti. «Fino alla metà degli anni 1990, grazie a questa politica di "profilo istituzionale", questo paese - popolato solo da 10 milioni di persone - assorbiva la metà degli investimenti diretti esteri (da UE e USA) per un’area economica che contava tuttavia quasi 100 milioni di abitanti. Prosperità artificiale e temporanea che ora si esaurisce: se Budapest continua a ospitare le sedi regionali di grandi imprese internazionali, la stragrande maggioranza del paese attraversa una crisi profonda. Gran parte dell'economia nazionale è nelle mani di stranieri che desiderano ora raccogliere i frutti dei loro investimenti originari»[18][18]. Il 70% degli istituti ungheresi è di proprietà di grandi gruppi europei[19][19], tra cui Unicredit, KBC e Intesa Sanpaolo.
La tempesta finanziaria che scuote il mondo nel settembre 2008 trova un’Ungheria dove è già pesantemente in crisi il modello di capitalismo dipendente. La grande crisi sembra assestarle il colpo di grazia: a ottobre 2008 è a rischio di bancarotta e devono correre in suo soccorso ai primi di novembre la BCE (per la prima volta con un intervento in un paese fuori dell’eurozona, con un prestito di 6,5 miliardi di euro),il FMI (€ 12,5 mld.) e la Banca mondiale (€ 1 mld.). Ma il problema rimane, come denuncia Gergely Romsics, ricercatore presso l’Istituto ungherese per gli Affari Internazionali, “l’eccessiva dipendenza dell’Ungheria dagli investimenti e dal capitale straniero nella rincorsa al modello di sviluppo occidentale”[20][20]. Ma se quello dell’Ungheria e dei paesi baltici, infeudati al capitale scandinavo, può essere un caso limite, la questione generale che la crisi svela chiaramente è, come scrivono a chiare lettere anche i reportage giornalistici che : “i sistemi economici dei paesi dell'Europa dell'est presentano una dipendenza eccessiva rispetto agli investimenti privati stranieri che ora, a causa della crisi finanziaria, stanno progressivamente svanendo”. E svaniscono anche le illusioni alimentate dalla dolce maschera dell’Europa.
(questo articolo uscirà sul prossimo numero di Marxismo Oggi)
[8] Il rapporto annuale del FMI – forse meno preoccupato della retorica europeista della BCE – riprende, non sappiamo quanto inconsapevolmente, la nozione di “Occidente” in termini non geografici, ma economico-politici, quando questa nozione indicava un sistema politico-sociale e di valori contrapposto all’URSS e ai paesi socialisti. Cfr. il già citato RAPPORT ANNUEL, p. 19.
[9] Cfr. B. Landais, A. Monville, P. Yaghlekdjan, L’idéologie européenne, Ed. Aden, Bruxelles, 2008, pp. 211-213.
[10] Per questi dati e i seguenti, cfr. European Central Bank, Statistics Pocket Book, April 2009, pp. 39 sgg.
[11] Cfr. W. Goldkron in L’Espresso, 17 aprile 1988.
[12] Cfr. intervista all’Unità del 23.10.1989.
[13] Cfr. C. Zorgbibe, « Le «grand élargissement» de 2004, in Histoire de l’Union européenne, Albin Michel, Parigi, 2005, pp. 261 267.
[14] Ivi.
[15] Cfr. D. M. Nuti, “1989-1999: la grande trasformazione dell’Europa centrorientale”, in Europa/Europe, numero 4/1999. L’evidenziazione in corsivo è mia, A.C. Nuti cita qui il saggio di “un autore al di sopra di ogni sospetto, Bob Mundell” nel volume a cura di M. Skreb e M. Blejer, Macroeconomic stabilisation in transiton economies, Cambridge 1998.
[16] Si veda La Nato nei Balcani, Editori Riuniti, Roma, 1999, in particolare Sara Flounders: “La tragedia della Bosnia: il ruolo sconosciuto del Pentagono” e Gregory Elich: “L’invasione della Krajna serba”.
[17] Cfr. C. Zorgbibe, op. cit.
[18] Cfr. L’idéologie européenne, op. cit., p. 214.
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Il luogo in cui più di 800 combattenti dell’Esercito Democratico Greco sono stati sepolti durante la guerra civile in Grecia (1946-1949), è diventato di proprietà del KKE
23/10/2009
Il Comitato Centrale del KKE ha annunciato ai militanti, ai sostenitori del partito e al KNE, ai combattenti dell'Esercito Democratico Greco (DSE), al popolo greco che, dopo molti anni di sforzi, l'area della fossa comune di oltre 800 combattenti del DSE, caduti eroicamente nella battaglia di Florina nel 1949, è diventata di proprietà del KKE.
"L'acquisizione di questa area permette al KKE di superare le difficoltà che hanno impedito la costruzione di un monumento degno di questo grande sacrificio. Abbiamo fatto un primo passo per adempiere al nostro dovere di dare importanza al contributo eroico dell’Esercito Democratico Greco nella battaglia impari che combatté per i diritti del nostro popolo", sottolinea il CC del KKE.
Il gruppo del Partito all’interno della Confederazione dei lavoratori edili ha deciso di offrire un lavoro volontario rosso di 250 giorni per la costruzione del monumento storico per i combattenti dell’Esercito Democratico Greco nel luogo del loro sacrificio. Questa decisione costituisce una minima risposta alla falsificazione anticomunista della storia e dimostra la consapevolezza del dovere di costruire questa opera commemorativa.
da Accademia delle Scienze dell'URSS, Storia universale vol. XI, Teti Editore, Milano, 1975
trascrizione a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
La guerra civile in Grecia 1946-1949
Durante la guerra e l’occupazione nazi-fascista la Grecia aveva subito notevolissime perdite umane e materiali: il numero dei caduti era stato pari all’8 per cento della popolazione; il 70 per cento della produzione industriale era stato portato via dagli occupanti. L’economia del paese era stata ridotta in uno stato disastroso.
Nel 1945 il livello della produzione rispetto a quello del 1939 era pari al 20 per cento per l’industria meccanica, al 30 per cento per l’industria tessile, al 17 per cento per la produzione del cemento, e del 15 per cento per la produzione della gomma.
Risultò notevolmente ridotta anche la superficie coltivata; gran parte degli impianti di miglioramento e di difesa dell’agricoltura era stata distrutta; enormi danni erano stati inferti all’allevamento e all’industria della pesca.
L’incremento catastrofico del deficit della bilancia commerciale, l’inflazione, il caro viveri avevano portato al disastro economico, alla fame e alla povertà la massa della popolazione del paese.
Una volta cacciati gli occupanti, il paese si trovò a dover affrontare problemi gravissimi, dall’approvvigionamento di prodotti alimentari e di abitazioni, al lavoro, alla ricostruzione dell’industria, dell’agricoltura, delle comunicazioni, eccetera.
Il governo del liberale Nicolaos Plastiras, nominato primo ministro ai primi di gennaio del 1945 sulla base di un accordo intervenuto tra Churchill e il re di Grecia, si propose innanzitutto di reprimere le forze democratiche di sinistra e di ristabilire l’ordinamento reazionario.
La complessità della struttura sociale rese difficile e contraddittoria la vita politica del paese in quel periodo.
Il ruolo predominante nella vita economica e politica apparteneva alla borghesia monopolistica industriale-commerciale strettamente collegata con la borghesia britannica e successivamente con il capitale americano.
Faceva blocco con queste forze un’altra classe di sfruttatori, quella dei grandi proprietari terrieri; le banche, i monasteri e la famiglia reale possedevano anch’essi milioni di stremma (1 stremma = 0,01 ha) di ottima terra e di pascoli.
La classe più numerosa in Grecia era quella dei contadini con pochissima terra e dei braccianti, soggetti a un intenso sfruttamento; i contadini erano costretti a prendere in affitto la terra dai proprietari terrieri a condizioni di asservimento (mezzadria, colonia, eccetera).
La classe operaia, anche se poco numerosa, aveva diretto la lotta di tutta la nazione greca contro gli occupanti e, dopo la guerra, apparve come la forza decisiva del movimento democratico.
Gli interessi delle diverse classi della società greca erano rappresentati da numerosi partiti politici.
In questo periodo i partiti di estrema destra si unirono in un blocco noto col nome di “Fronte nero”.
Il suo nucleo fondamentale era costituito dal partito popolare (populista) che rispecchiava gli interessi dell’aristocrazia greca, del capitale finanziario, dei grossi proprietari terrieri e del clero reazionario della cosiddetta Antica Grecia (Peloponneso, Attica e Beozia). Si aggregarono a questo partito anche gli speculatori, che si erano arricchiti durante la guerra, e i collaborazionisti di ogni risma.
Nel “Fronte nero” occupava il secondo posto il Partito nazionale-liberale, nato nel marzo del 1945, che raccoglieva i liberali che avevano collaborato con gli occupanti.
Fondatore di questo partito era stato il generale Stilianos Gonatos, organizzatore dei “battaglioni di difesa” fascisti che durante l’occupazione avevano combattuto a fianco degli occupanti hitleriani contro l’Armata di Liberazione Nazionale della Grecia (ELAS).
Faceva parte del “Fronte nero”, anche il Partito nazionale di Napoleon Zervas che organizzava gli elementi di orientamento monarchico.
Del “Fronte nero” facevano parte anche gruppi fascisti e semifascisti di militari e un’organizzazione reazionaria di ufficiali.
Tra i partiti di centro c’era-innanzitutto il Partito liberale che rispecchiava gli interessi della media e piccola borghesia e di parte dei contadini.
Dopo la guerra intorno a questo partito si raggrupparono ceti borghesi, orientati verso la Gran Bretagna che speravano di essere prescelti dalla Gran Bretagna, per lottare contro le forze democratiche del paese, al posto dei monarchici.
Anche i partiti democratico-progressista, democratico-socialista e unionista erano orientati verso il centro e riflettevano gli interessi di alcuni ceti della borghesia greca.
I partiti centristi, che si erano rifiutati di combattere contro gli occupanti durante la guerra, avevano perso la fiducia delle masse e non rappresentavano una forza seria.
Tuttavia l’imperialismo americano e quello britannico tentarono in ogni modo di consolidare i ranghi della borghesia per la lotta contro il movimento democratico.
La reazione e il centro si opponevano al Fronte di Liberazione Nazionale (EAM) e all’armata di liberazione nazionale.
Il ruolo decisivo in queste organizzazioni apparteneva al Partito comunista greco; il numero degli aderenti al PCG [KKE n.d.r.] era cresciuto durante la guerra fino a raggiungere i 400 mila iscritti.
Lo seguiva, dal punto di vista numerico, il Partito agrario che all’inizio del 1946 contava 250 mila membri. La base di questo partito era costituita dai contadini poveri. Si trattava di un partito molto popolare con una propria rete organizzativa che copriva tutto il paese.
Infine facevano parte del Fronte di liberazione nazionale circa 1 milione di persone che non aderivano ad alcun partito. Si trattava soprattutto di contadini che si contentavano di appartenere all’EAM che per loro significava lotta per gli interessi nazionali e per obiettivi sociali.
All’inizio del 1945 l’ELAS controllava i 2/3 del territorio del paese; le altre regioni, compresa l’Attica con Atene, il Pireo e il porto di Salonicco, erano sotto il controllo delle truppe britanniche.
Le forze dell’ELAS erano consistenti. La coalizione dell’EAM contava circa 2 milioni di aderenti. Il Comitato centrale dell’EAM dava la preferenza alle soluzioni politiche e tendeva a far cessare la guerra civile iniziata nel dicembre del 1944.
Il governo non aveva però alcuna intenzione di risolvere per vie pacifiche i problemi venuti a maturazione.
L’accordo di Varkiza raggiunto con i rappresentanti dell’EAM il 12 febbraio 1945 prevedeva la cessazione del regime di guerra, l’epurazione dei collaborazionisti dall’esercito, dalla polizia e dall’apparato statale, garanzie di libertà di parola, di stampa, di riunione, la libertà sindacale e la fine della guerra civile; si trattava di sciogliere non soltanto l’ELAS ma anche le altre organizzazioni armate.
Il governo invece lanciò le proprie forze contro l’ELAS.
Cominciarono gli arresti degli appartenenti all’EAM e i licenziamenti di operai e impiegati per scarso affidamento; furono sciolti i sindacati.
Intanto con le armi tolte all’ELAS venivano armate bande fasciste.
La reazione si appoggiava alle forze armate britanniche. La Gran Bretagna assunse il compito di scudo che consentì alla reazione greca di organizzare nel paese la campagna contro le forze democratiche.
Fu scatenata una campagna di odio contro l’EAM-ELAS e il Partilo comunista greco. Moltissimi democratici perirono per mano di assassini e moltissimi altri furono rinchiusi in carcere e nei campi di concentramento.
I colpi sferrati contro l’EAM provocarono una crisi all’interno delle forze democratiche.
Elementi piccolo-borghesi e indecisi si affrettarono ad abbandonare il campo.
Il movimento operaio continuò tuttavia a svilupparsi.
Il plenum del Comitato centrale del Partito Comunista greco, nell’aprile e nel giugno del 1945, e il VII congresso, nell’ottobre 1945, invitarono i lavoratori a lottare per l’unità nazionale, per la cessazione della guerra civile, per l’allontanamento delle truppe britanniche e per uno sviluppo democratico del paese.
Il 22 novembre 1945 veniva formato il governo del liberale Themistoclis Sofulis.
Tuttavia, l’ingresso dei liberali nel governo non favorì la normalizzazione della situazione. Al contrario lasciò mani libere al “Fronte nero” dal momento che la politica del terrore trovava ora la copertura di un governo cosiddetto democratico.
Il governo Sofulis indisse le elezioni parlamentari per il 31 marzo 1946.
La campagna elettorale si svolse in un clima dominato dal terrore e dalle sopraffazioni della reazione. In molte località furono falsificate le liste elettorali.
Le “elezioni” consegnarono perciò il potere alle forze più reazionarie. Il nuovo governo fu capeggiato dal leader del Partito popolare Constantinos Tsaldaris, una creatura degli imperialisti inglesi.
Il governo britannico aveva ripetutamente affermato che avrebbe ritirato le proprie truppe subito dopo le elezioni; ora però si rifiutava di mantenere la promessa e inviò al governo degli Stati Uniti un “memorandum” col quale chiedeva il consenso americano all’effettuazione di un plebiscito a proposito del rientro del re in Grecia, ritorno previsto per il 1948 e che i britannici invece premevano perché avvenisse al più presto.
Il plebiscito fu effettuato il 1° settembre 1946 alla fine di una furiosa campagna sciovinista organizzata dai circoli dirigenti e “rafforzata” con provocazioni ai confini tra la Grecia e la Bulgaria, la Jugoslavia e l’Albania. Scopo di queste provocazioni era quello di distrarre la popolazione dai gravi problemi economici e politici all’interno del paese. Queste provocazioni prefiguravano inoltre i progetti annessionisti della reazione greca nei confronti delle democrazie popolari confinanti.
I risultati del plebiscito furono falsificati (70 per cento alla monarchia, 30 per cento per la repubblica).
Il re Giorgio II arrivò ad Atene il 27 ottobre 1946 sotto la protezione dell’aviazione anglo-americana. In seguito a trattative segrete tra Giorgio II, Tsaldaris e gli ambasciatori britannico e americano, la partenza delle truppe britanniche dalla Grecia fu rimandata “sine die”.
In queste condizioni cominciò a intensificarsi la resistenza popolare alle forze della reazione.
Nel giugno 1945 il Comitato centrale del Partito comunista greco aveva invitato i comunisti a organizzare gruppi di autodifesa contro le bande monarchiche. Intanto sui monti si andavano concentrando i democratici sfuggiti alle spedizioni punitive.
Nelle province più colpite dal terrore si formarono reparti partigiani che il 26 ottobre 1946 si unificarono nell’Esercito Democratico Greco [DSE n.d.r] guidato da Markos Vafiadis, ex vice-comandante del raggruppamento di Macedonia dell’ELAS. In novembre l’esercito democratico conseguì sulle truppe governative numerose vittorie che il governo greco utilizzò per appellarsi al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
La reazione greca e mondiale fece molto rumore a proposito della “minaccia da nord” accusò i paesi di democrazia popolare di interferenza negli affari interni della Grecia. Si trattò di una manovra propagandistica nello spirito della “guerra fredda” scatenata proprio in quei mesi dai circoli imperialisti contro l’URSS e gli altri paesi che avevano imboccato la via del socialismo.
Né il governo greco né i suoi protettori occidentali riuscirono a dimostrare l’esistenza di una “minaccia da nord” per la Grecia.
La bancarotta politica del governo sia in politica estera (le pretese sull’Albania meridionale e su parte del territorio bulgaro non trovarono alcun appoggio) sia in politica interna era ormai evidente.
Il gabinetto Tsaldaris non riuscì d’altro canto a stabilizzare la situazione economica del paese.
Nel dicembre del 1946 la produzione industriale era giunta al 60 per cento di quella prebellica e quella agricola non superava il 55 per cento.
La situazione politica continuava a essere molto tesa.
Il 24 gennaio 1947 veniva formato un nuovo gabinetto capeggiato dall’altro leader 347 del partito popolare, Dimitrios Maximos.
La politica sanguinaria di questo governo provocò l’intervento del Consiglio di sicurezza dell’ONU che inviò in Grecia una Commissione di inchiesta perché si ponesse fine alle fucilazioni di persone che avevano partecipato in qualità di testimoni ai processi contro i seguaci dell’EAM.
In febbraio, la commissione del Consiglio di sicurezza ascoltò le comunicazioni dei rappresentanti del Comitato centrale dell’EAM, della Confederazione generale del lavoro, dei partiti di sinistra e centristi i quali confermarono che la situazione politica in Grecia era il risultato delle interferenze della Gran Bretagna e della violazione da parte delle destre degli accordi di Varkiza.
Queste dichiarazioni suscitarono notevole preoccupazione a Londra. Il governo britannico chiese aiuto a quello statunitense.
La “dottrina Truman” fu il risultato dell’accordo tra Gran Bretagna e Stati Uniti a spese dei popoli della Grecia e della Turchia.
Sulla base di questa a dottrina gli americani concentrarono nelle proprie mani tutto il controllo sulla vita politica ed economica della Grecia e la direzione delle operazioni militari contro l’esercito democratico.
Ottenuto un appoggio materiale e morale esplicito, i circoli monarchici reazionari capeggiati dal re Paolo, che era succeduto a Giorgio II alla morte di questi, intrapresero una nuova offensiva contro le forze democratiche e una nuova campagna ostile nei confronti dell’Unione Sovietica e dei paesi di democrazia popolare.
Gli organi del governo sollecitavano gli estremisti invitandoli alla “campagna contro il nord”.
Le cose arrivarono al punto da costringere l’Unione Sovietica a ritirare, il 6 aprile 1947, tutto il personale dell’ambasciata di Atene e lo stesso ambasciatore.
Nel 1947 fu dato inizio a una grossa operazione militare contro l’esercito democratico per la quale furono concentrati nella Grecia centrale 60 mila soldati e ufficiali dotati di carri armati, aerei, mortai e artiglierie.
Le forze dell’esercito democratico in quel periodo non superavano le 15 mila unità e nella regione erano 10 mila. Nonostante la chiara superiorità di forze la prima e la seconda fase della spedizione punitiva, nell’aprile e in maggio del 1947, si conclusero con un insuccesso.
L’esercito democratico riuscì a portare alcuni colpi decisi sia in Rumelia che nella Macedonia occidentale.
L’operazione delle truppe governative nella regione dei monti Grammos (giugnoluglio 1947), dov’era dislocata la base più importante dell’esercito democratico, finì anch’essa con un insuccesso.
Il governo, nel tentativo di salvare il proprio “prestigio” agli occhi dei propri seguaci e dei protettori americani, dichiarò che alle azioni dei partigiani aveva preso parte una “brigata internazionale” e indirizzò una protesta al Consiglio di sicurezza nella quale affermava che in Grecia erano penetrate consistenti forze straniere.
Questo falso tuttavia fu smascherato.
Il fallimento della spedizione punitiva seppellì anche il compromesso governo Maximos.
Il 7 settembre nasceva un governo di coalizione sostenuto dal partito liberale e dal partito popolare.
Alla fine del 1947 questo governo approvava una serie di leggi che vietavano l’attività del Partito comunista greco e dell’EAM.
Su Consiglio degli americani circa 800 mila contadini greci furono allontanati dalle loro terre; intorno alle zone d’operazioni dell’esercito democratico furono create immense “aree morte”.
Il comando dell’esercito democratico oltre alle organizzazioni di difesa cominciò a creare organi di governo popolare nelle regioni liberate. Questi organi procedettero alle elezioni dei comitati popolari; le terre dei grossi proprietari furono assegnate ai contadini poveri.
Il 23 dicembre 1947 fu creato il governo provvisorio democratico greco composto in gran parte da comunisti. Fu nominato primo ministro il generale Markos Vafiadis, comandante in capo dell’esercito democratico.
Nella primavera del 1948 l’esercito del re, con la diretta partecipazione di gruppi di consiglieri militari americani, lanciò una grossa operazione offensiva contro le regioni liberate controllate dall’esercito democratico. Anche questa offensiva fu bloccata dai reparti partigiani che riuscirono a portare i loro attacchi alle spalle delle truppe governative e nelle regioni vicine.
Il governo, inasprito dagli insuccessi militari, diede inizio alle esecuzioni in massa di prigionieri politici. Ad Atene e al Pireo fu imposta la legge marziale.
Il 16 giugno 1948 ebbe inizio una nuova offensiva delle truppe governative.
In quel periodo affluirono in Grecia dagli USA 210 mila tonnellate di armi e munizioni.
Il governo di Atene ricevette carri armati, aerei, artiglierie, 5.800 mitragliatrici, 1.920 mortai, 70 mila fucili, 3.250 stazioni radio, 6.700 automezzi, eccetera.
L’esercito democratico nella regione dei Grammos disponeva soltanto di 11 mila uomini, dotati quasi esclusivamente di armi leggere.
Ci furono scontri cruenti su tutto il fronte. La situazione per l’esercito democratico si fece difficile e il territorio da esso controllato si ridusse notevolmente.
La notte del 21 agosto 1948 le unita più importanti dell’esercito democratico si aprirono una breccia e riuscirono a sfuggire all’accerchiamento nella regione di Vitsi-Grammos.. A Creta le forze partigiane furono annientate nel luglio 1948. Nella regione centrale del Peloponneso i reparti dell'Esercito democratico respinsero gli attacchi delle forze governative fino al 20 gennaio del 1949.
Forze ancora capaci di combattere dell'esercito democratico si erano concentrate nella regione di Vitsi-Grammos, circondata dal nemico. L’esercito democratico non aveva modo di ottenere rinforzi. In questa regione il numero dei combattenti non superava le 20 mila unita. Nell’estate del 1949 le truppe governative concentrarono il grosso delle loro forze contro la regione di dislocazione dell’esercito democratico. A metà agosto occuparono Vitsi dopo feroci combattimenti.
Gli ultimi scontri avvennero nella regione dei monti Grammos il 28-30 agosto 1949. Le forze dell’esercito democratico furono costretta ad abbandonare il territorio greco.
Il movimento di liberazione nazionale in Grecia era stato sconfitto.
L’imperialismo internazionale e reazione greca soffocarono nel sangue le conquiste del popolo greco.
La Grecia fu trasformata in una roccaforte della reazione imperialista nell’Europa sud-orientale.
Sembrava una boutade. Ma ora in Albania si vuole istituire una commissione governativa per albanesizzare i toponimi di origine slava. Che sono moltissimi. Un commento
Dalla proclamazione dell'indipendenza del Kosovo, i politici albanesi sembrano più legittimati a farcire di patriottismo i loro discorsi, mirando ad accrescere la propria popolarità, continuamente a rischio a seguito dei gravi problemi interni della politica e dell'economia in Albania. Opere pubbliche, iniziative economiche, dibattiti su questioni storiche e identitarie molto di questo è stato rivisto in chiave esclusivamente patriottica. Nell'ambito di tale retorica a più riprese nel corso degli ultimi mesi si è parlato persino della necessità di deslavizzare la toponimia dell'Albania.
La questione è stata menzionata dall'attuale presidente della Repubblica Bamir Topi, durante una sua visita routine in un villaggio del sud-est del paese. Sembrava una gaffe pronunciata da un presidente trovatosi a corto di idee in un una visita di poco conto. Ma pochi mesi dopo, della toponimia slava si è ricordato anche il premier Berisha il quale discutendone in una delle prime riunioni del nuovo governo non ha esitato a spingersi anche oltre. “Dobbiamo installare una commissione che si occupi della sostituzione di tutta la toponimia slava del paese, con i toponimi rispettivi albanesi prima dell'invasione slava”.
La questione della toponimia slava è stata menzionata da Berisha mentre il neoformato governo albanese stava discutendo sulla necessità di utilizzare obbligatoriamente denominazioni albanesi per le attività e le compagnie private riconosciute come persone giuridiche in Albania. Al riguardo il premier ha proposto l'istituzione di una commissione che passi al setaccio le denominazioni applicando l'eventuale censura. In tale ambito Berisha si è spinto anche oltre passando all'albanizzazione della toponimia.
Tale dichiarazione arriva inattesa ed è di difficile comprensione. Ma non si tratta affatto di una novità. La numerosissima toponimia slava che caratterizza l'intero territorio albanese è sempre stata una preoccupazione per gli intellettuali nazionalisti albanesi, poiché va a minare proprio la tesi dell'autoctonia e della continuità illirico-albanese su cui si basa tale nazionalismo, di cruciale importanza per legittimare l'esistenza dello stato-nazione albanese.
Altresì l'affermazione del premier deriva da una tesi diffusa presso il nazionalismo classico albanese secondo cui la schiacciante presenza della toponimia slava nel paese è frutto dell'invasione e della repressione che gli albanesi hanno subito da parte dei vari stati vicini slavi che si sono espansi nel corso del tempo fino ad inglobare i territori attuali dell'Albania.
L'opinione vigente tra i politici e gli intellettuali nazionalisti albanesi, vuole che la toponimia slava nelle terre albanesi sia stata in realtà imposta per verdetto dei sovrani etnicamente slavi che hanno dominato di volta in volta questa parte dei Balcani. Con tale tesi si vuole prendere per scontata la continua e ininterrotta presenza degli albanesi, in quanto autoctoni e continuamente vittime delle ondate di migrazione di altri popoli nei Balcani. E in particolar modo si vuole escludere fermamente, in risposta ai nazionalismi espansivi dei vicini, la presenza in questi territori delle popolazioni slave.
Come in altri dibattiti sulla cultura e storia albanese spicca la visione della staticità nel tempo degli albanesi etnicamente e culturalmente immutati tanto da coincidere con la nazione albanese in senso moderno.
Ma la questione è molto complessa, poiché il territorio albanese è stracolmo di toponimia slava, e addirittura la toponimia non slava tra cui albanofona, greca, turca, e italiana risulta una ridotta minoranza al confronto. L'idea del premier Berisha di istituire addirittura una commissione con lo scopo di provvedere alla sostituzione con toponimi albanesi sembra un'iniziativa mastodontica, costosa oltre che fuori luogo e ridicola per il suo primitivismo da nazionalismo ottocentesco. Non sembrano per ora dare molto fastidio invece la toponimia greca al sud dell'Albania, quella di origine turca in isolate regioni e quella latina e italiana nelle zone costiere.
La proposta ha lasciato indifferenti gli analisti albanofoni, senza riuscire a scaturire alcun tipo di dibattito. Gli unici commenti discordanti sono stati quelli di alcuni giornalisti che nel riportare la notizia ironizzavano sul fatto che il premier dovrà iniziare il processo della deslavizzazione della toponimia dal suo villaggio natale, Viçidol. La notizia è stata invece accolta e salutata con entusiasmo dalla blogosfera albanofona nei numerosissimi forum. I forumisti albanesi considerano l'albanizzazione della toponimia una misura necessaria, fondando tale opinione su diverse politiche applicate agli albori dello stato-nazione in diversi paesi.
Ma la pratica non è nuova in Albania. Anche il nazional-comunismo di Enver Hoxha registra diversi tentativi di deslavizzazione in particolar modo nelle regioni sud-orientali del paese, mentre alle misure sulla toponimia era stata aggiunta anche l'albanizzazione dei cognomi degli appartenenti alle minoranze slavofone, cambiando le loro tipiche desinenze, con quella più albaneggiante -llari, o sostituendoli radicalmente con sostantivi albanesi. Gli strumenti e la motivazione non sembrano molto lontani da quelli del regime di Hoxha, intento a interpretare il passato albanese secondo i propri criteri e convenienze e a plasmare l'identità nazionale secondo i canoni del nazional-comunismo.
Il fatto che la questione della toponimia slava risorga anche oggi è discordante con le continue affermazioni che puntualmente i governi albanesi usano proclamare a livello internazionale, sulla volontà di contribuire ai buoni rapporti con gli stati vicini ed è lontano dall'essere rimesso in discussione il vittimismo tipico del nazionalismo albanese, che vede il territorio dell'Albania come in continua contrazione per colpa dei vicini.
Ma la questione non riguarda solo il territorio dello stato albanese, bensì è molto più pronunciata nel vicino Kosovo, dove la sostituzione della toponimia slava, con quella albanese, costituisce negli ultimi anni uno degli strumenti antiquati di nation-building, del più giovane stato balcanico. Oltre all'introduzione di nuovi toponimi di villaggi e regioni, non poco problematico è stato lo stesso nome della nuova repubblica, che il defunto leader, Ibrahim Rugova, proponeva di sostituire con quello dell'antica regione illirica, Dardania.
Nella grande moltitudine di problemi che caratterizzano la scena politica albanese in pochi prendono sul serio le iniziative del premier su una questione di così scarsa importanza. Ma il messaggio mediatico delle affermazioni di Berisha non fa che alimentare ed enfatizzare i cliché del nazionalismo albanese.
1) Onorando l' Ottobre del 1944 a Belgrado / Oktobar u Beogradu 1944.
Intervento di Stevan Mirkovic in occasione del 65-mo anniversario della Giornata di liberazione di Belgrado / Stevan Mirkovi´c na tribini "Beogradska operacija", 16.10.2009
2) Ottobre a Belgrado: uno scandalo / Oktobarski skandal
Sulla ricorrenza della Liberazione di Belgrado vedi anche / dalje procitaj:
Intervento di Stevan Mirkovic in occasione del 65-mo anniversario della Giornata della liberazione di Belgrado
Belgrado e´ l´ unica capitale europea occupata nelle due Guerre mondiali, che e´ stata liberata dal proprio popolo ed esercito, con l´ aiuto della gloriosa Armata Rossa. Nelle battaglie per Belgrado i cittadini hanno dato il pieno sostegno e praticamente tutto l´ aiuto possibile alle unita´ dell´ Esercito Popolare di Liberazione Jugoslava e all´ Armata Rossa. Migliaia di giovani belgradesi, sin dalla lotta sulle strade durata per 7 giorni entrano nelle file dell´ EPLJ. Era il 1941 della nostra generazione. La vittoria belgradese ha cosi affermato la concezione della lotta della resistenza in generale, la piu´ efficace per i piccoli popoli. Purtroppo a cio´ abbiamo rinunciato facilmente, fin troppo, percio´ oggigiorno cerchiamo la sicurezza del paese patteggiando con le grandi potenze.
Alla vigilia della lotta per la liberazione a Belgrado operavano piu di 150 unita´ di resistenza e piu´ di 2000 combattenti armati (precedentemente formati dall´ organizzazione del PCJ di Belgrado contro l´ occupatore tedesco e contro i collaborazionisti nella citta´ occupata). Tutto quello che Belgrado e i belgradesi avevano fatto durante i 3 anni sotto l´ occupazione, combattendo contro i tedeschi e i quisling locali, il lavoro di massa politico, propagandistico e organizzativo del PCJ e della SKOJ (Lega dei giovani comunisti jugoslavi) nella preparazione della resurrezione, la mobilizzazione e l´inserimento dei cittadini nella GLP (Guerra di liberazione popolare), con oltre 50 sabotaggi e azioni sovversive - nel luglio e agosto del 1941, la raccolta e invio di materiale e aiuto finanziario, materiale sanitario ai reparti partigiani, con la partecipazione della gente, e cosi via -, lo hanno fatto con una delle forze motrici della GLP (Guerra di Liberazione Popolare). Questo infatti dovrebbe svolgere ogni citta´ capitale del paese invaso, come e´ oggi la Serbia... Purtroppo la Belgrado odierna non e´ per niente tale, il che si vede dal misero o quasi nessun impegno nella liberazione del Kosovo-Metohija occupato.
La liberazione di Belgrado ha avuto una grandissima importanza per la Serbia. Essa e´ arrivata passo passo fino alla ricostruzione dell´ unita´ territoriale. Le terre del Kosovo e Metohija, dello Srem, Banato, Backa, i comuni di Bosilevgrad, e Pirot, strappati nel 1941 verranno presto uniti alla madrepatria. La storia ricordera´ per sempre che queste terre sono state liberate dal popolo serbo e dalle altre nazionalita´ che ivi vivono, sotto la guida del PCJ e di Tito.
Finalmente fu annientato il piano per la formazione di uno Stato danubiano tedesco particolare ("Donaustaat", "Donauschwabenland", "Prinz Eugene - Gau") con Belgrado come fortezza nazionale tedesca e tramite la repressione etnica, cioe´ la cacciata dei serbi nello spazio territoriale nel quale si trovava la Serbia di Kumanovo e Banat. Questo dimostrava che il concetto nella formazione di una Nuova Europa del Terzo Reich non era la formazione della Serbia come Stato, e questo e´ stato un ulteriore argomento contro la firma del Patto con l´ Asse. Il Patto e´ stato un atto contro la propria nazione, firmato dal governo traditore Cvetkovic - Macek.
Questo deve essere un insegnamento anche per l´attuale situazione, perche´ nel nuovo ordine mondiale creato dagli USA, non esistera´ la Serbia odierna ma una prekumanova o simile, in ogni caso senza il Kosovo-Metohija.
Il 20 ottobre 1944 e´ stata anche la sconfitta del sistema quisling del governo Nedic e delle sue forze militari. I suoi miserabili resti (i membri del governo, gli agenti speciali di polizia) scappavano con i loro padroni tedeschi in panico dalla Serbia, verso l´ Austria e l´ Italia, cercando lì aiuto anche dai nuovi padroni, allora nostri amici - inglesi e americani. Quelli che non sono riusciti scappare, sono stati imprigionati e condannati per i loro crimini. Nedic e´ stato arrestato dagli Inglesi e poi restituito a Belgrado perche il popolo lo processasse. Bisogna ricordare che la maggior parte di quelli che in qualche modo collaboravano con i tedeschi, ma non avevano commesso crimini, sono stati amnistiati su intervento del Maresciallo Tito e per decisione dell´ AVNOJ (Consiglio antifascista popolare jugoslavo) venendo amnistiati l´ 11 novembre 1944. Percio´ le storie di vendetta e di uccisioni in massa dei nemici ideologici del PCJ dopo la Liberazione sono una pura menzogna
Molti industriali, bancari, commercianti, possidenti di terre ed altri ricchi che dell´ occupazione hanno approfittato per aumentare la propria ricchezza, e che hanno lavorato per la macchina della Germania, hanno seguito la strada dell´ Austria, dell´ Italia e della Germania. Percio´ una delle prime risoluzioni del nuovo governo fu la confisca dei beni di questi servi dei tedeschi. Beni che loro si sono guadagnati sulle spalle del popolo, dei comunisti e dei partigiani. E' una vergogna che i beni di questi profittatori, conseguiti sulla sofferenza e le morti di migliaia di vittime del fascismo, vengano oggi denazionalizzati e restituiti ai loro eredi.
I tentativi dopo il 1991 di cancellare dalla memoria dei belgradesi e del popolo serbo la lotta partigiana e le sue conquiste con menzogne e diffamazioni, e nel presentare Nedic e Draza (Mihajlovic) quali bravi, coscienziosi capi che collaboravano coll´ occupatore soltanto per salvare il proprio popolo, sono falliti. Soltanto gli ksenomani e gli eredi dei quisling tedeschi rinnegano quei giorni gloriosi e chiamano occupazione l´ ingresso dei partigiani e dei soldati dell´ Armata Rossa nella citta´ di Belgrado. Non si accoglie un occupatore straniero cosi´ come fecero i belgradesi e tutta la Serbia, coi partigiani ed i soviet, ma soltanto un amico, un compagno.
Il nostro ingresso a Belgrado fu un incubo per quelli che avevano salutato l´ arrivo dei tedeschi a Belgrado il 12.4.1941 alle ore 17 con il saluto hitleriano (non erano cosi pochi, lo posso personalmente testimoniare) e che avevano iniziato "la ricostruzione nazionale della patria" sotto il protettorato del Terzo Reich, che fedelmente servirono fino al giorno della fuga delle loro truppe, il 22.10. 1944.
Non sono forse in pericolo anche oggi i nostri governanti, servi fanatici dell´ UE e della NATO che in queste vedono qualche salvezza per la Serbia, di commettere lo stesso errore ed entrare nella storia nello stesso modo? Purtroppo la mentalita´ e la psicologia servile e ubbidiente, fatta di sommissione ed inferiorita´, l´ incapacita´ di prendere decisioni autonome per il proprio avvenire - cose che i comunisti ed i partigiani della guerra di Liberazione hanno completamente distrutto facendo ritornare al popolo serbo la fiducia nelle proprie forze - si sono risvegliate nelle nostre anime trasformandoci di nuovo, di fronte alle grandi potenze, in sottomoneta di scambio.
Non sono sicuro che la Belgrado odierna, ufficiale, rispecchi la citta´ eroica della II guerra Mondiale e del dopo. Purtroppo lo spirito dei quisling locali e dei collaborazionisti ancora si aggira per Belgrado. L´ accoglienza data ai rappresentanti delle forze occidentali, che ci hanno bombardato nel 1999 e ci hanno tolto il 15% del territorio, mi sembra l´ accoglienza data ai plenipotenziari di Hitler nel 1941! Non c'è differenza tra i bombardamenti del 1999 e la successiva rapina, rispetto quelli del 1941 di Hitler! E di nuovo viene lanciata la tesi che il calcio del cornuto non si puo´ combattere, perche´ bisogna salvaguardare la gente e non il territorio e cosi via. Riabilitando i vari traditori vicini a Draza (Mihajlovic) e Nedic, il governo odierno cerca di ottenere il consenso per il proprio tradimento degli interessi nazionali.
Anche questa Giornata, la festa piu´ solenne per la citta´ di Belgrado, il regime la usa per discreditare i comunisti ed i partigiani. L´ ultimo "can-can", l'ultimo intrigo di questo governo contro i comunisti ed i partigiani in occasione dell´ imminente visita di Medvedev alla Serbia, e´ il tentativo di metterci in discordia con l´ Armata Rossa con questa storiella, scritta dai piu´ alti vertici del governo: "... La liberazione di Belgrado non sarebbe stata possibile senza l´ aiuto russo", ritenendo quasi che la liberazione non soltanto di Belgrado ma addirittura di tutta la Jugoslavia fosse merito soltanto della Russia! Il che si sente approvare, spero involontariamente da alcuni amici russi! Non citano da nessuna parte le eroiche unita´ combattenti dell´ EPLJ (Esercito di Liberazione di Jugoslavia) e i suoi comandanti eroi Tito e Peko (Dapcevic). Malgrado cio´ essi non riusciranno a distorcere la verita´: che ci siamo liberati con le nostre proprie forze, e l´ Armata Rossa ci ha aiutato a Belgrado. La avremmo liberata anche senza il loro aiuto. Naturalmente con piu´ vittime e perdite, ma in ogni caso non siamo meno grati ai combattenti sovietici, particolarmente a quelli che ci hanno consacrato il piu´ alto valore che avevano - la loro vita. Il loro ricordo, il ricordo dell´ Armata Rossa e dell´ URSS, rimarra´ per sempre nel cuore del popolo serbo.
Intervento di Stevan Mirkovic, general-colonnello in pensione ed ex Capo sezione Stato maggiore serbo della RSFJ alla tribuna "Operazione Belgrado" del 16.10.2009
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Oktobar
u Beogradu 1944.
Beograd je jedina okupirana evropska
prestonica u 2.SR , koju je oslobodila njena vojska i njeno stanovnistvo uz
pomo´c slavne Crvene Armije. U borbama za Beograd gradani su masovno pruzali
punu podrsku i svestranu prakticnu pomo´c jedinicama NOVJ i Crvene Armije. Hiljade mladih Beogradjana i Beogradjanki
, jos tokom sedmodnevnih ulicnih borbi, stupilo je u redove NOVJ. To je bila 1941. nase
generacije .Tako je i beogradska pobeda potvrdila koncepciju opstenarodnog
odbranbenog rata kao najuspesniju za male narode. Toga smo se olako odrekli i
bezbednost zemlje trazimo danas u paktiranju sa velikim silama.
Uoci borbi za oslobodjenje u Beogradu jedejstvovalo vise od 150 borbenih grupa
otpora( koje je beogradska
organizacija KPJ jos ranije formirala za borbu protiv nemackih okupatorai njihovih pomagaca u okupiranom gradu)
sa preko 2000 naoruzanih boraca. Sve ovo, kao i ono sto su Beograd i
Beogradjani radilitri godine pod
okupacijombore´ci se protiv
Nemaca i njegovih kvislinga( masovni politicko propagandni i organizacioni rad
KPJ i SKOJ na pripremi i podizanju
ustanka,mobilizaciji i
ukljucivanju gradjana Beograda u NOB, sabotaze idiverzije - u julu i avgustu 1941.preko 50 , prikupljanje i
slanje materijalne i finansijske pomo´ci i sanitetskog materijala partizanskim
odredima, njihova popuna ljudstvom itd.)cinilo ga je jednim od motora NOB u celini. To,
inace, treba da bude svaka prestonica
grad zemlje koja je napadnuta, kao
sto je, recimo, danas slucaj sa Srbijom.Nazalost , danasnji Beograd to nije ni
izdaleka, sto se najbolje vidi iz
jadnog ili skoro nikakvog angazovanja na oslobodjenju okupiranog KiM.
Oslobodjenje Beograda bio je dogadjaj od ogromnog znacaja za Srbiju. Ona je dosla na korak do obnovesvoje teritorijalne celovitosti. Uskoro
´ce,1941. oteti krajevi : KiM,
Srem, Banat,Backa, bosilegradski i pirotski srez biti opet u sastavu matice.
Istorija ´ce vecito pamtiti da je te krajeve oslobodio i vratio u sastav matice
sam srpski narod i narodnosti koje u njoj zive predvodjeni KPJ i Titom.
Konacno su onemogu´ceni nemacki planovi o formiranju posebne nemacke
podunavske drzave /
"Donaustaat", "Donauschwabenland", "Prinz Eugen - Gau"...) sa Beogradom kao
nemackom nacionalnom tvrdjavom i etnicko potiskivanje i progon Srba na prostorupredkumanovske Srbije i Banata. Ovo
pokazuje da Tre´ci Rajh u svom konceptu Nove Evrope nije imao Srbiju kao drzavu,
sto je jos jedan argument da je potpisivanje Trojnog pakta
25.3.1941. bio stetan i anacionalni potez izdajnicke vlade Cvetkovi´c - Macek.
To je pouka i za danasnju situaciju jer u novom svetskom poretku ,koga kreiraju SAD, ne´ce biti
danasnje Srbije ve´c neke pretkumanovske i slicno, a u svakom slucaju bez KiM.
2o oktobar 1944. bio je i slom Nedi´cevog kvislinskog sistema i njegovih
oruzanih snaga. Njihovi
bedni ostatci( clanovi vlade, agenti specijalne policije) panicno su bezali iz
Srbije sa svojim gospodarima Nemcima ka Austriji i Italiji , traze´ci tamo spas
, a kasnije i nove gospodare, tada nase saveznike - Engleze i Amerikance. Oni
koji nisu uspeli pobe´ci , zarobljeni su i osudjeni za svoje zlocine. Nedi´ca su uhvatili Englezi i vratili ga
u Beograd da mu narod sudi. Treba ista´ci, da je najve´ci broj onih koji su na
neki nacin "surovali", sa Nemcima ali nisu cinili zlocine, na predlog marsala
Tita,amnestiran je Odlukom AVNOJ
od 11.11.l944. pa su price o osveti i masovnim ubistvima ideoloskih protivnika
KPJ posle oslobodjenja obicna laz.
Put Austrije, Italije i Nemacke
hrlili su i brojni industrijalci, bankari,veletrgovci, veleposednici i drugi
bogatasi koji su okupaciju iskoristili za pove´canje svog bogatstva rade´ci za potrebe Hitlerove ratne masine.
Zato je konfiskacija imovine ovih nemackih slugu bila jedna od prvih mera nove
vlasti. I njih su komunisti i partizani skinuli sa grbace naroda.Sramota je da se imovina ovih
profitera ,sticana na patnjama i smrti hiljada zrtava fasizma ,danas denacionalizuje
i vra´ca njihovim naslednicima !
Pokusaji, posle 1991.godine, da se lazima i klevetama partizanska borba i
njene tekovine izbrisu iz svesti Beogradjana i srpskog naroda a Nedi´c i Draza, prikazu kao brizne
vodje , koji su saradjivali sa okupatorom samo da bi zastitili svoj narod, ne
uspevaju. Samo ksenomani i naslednici nemackih kvislinga odricu se tih slavnih
dana i ulazak partizanskih i boraca Crvene Armije u Beograd nazivaju okupacijom. . Onako kako su Beogradjani i cela Srbija
docekali partizane i crvenoarmejce ne docekuje se okupator , stranac ve´c svoj
covek,prijatelj,drug.
U neku ruku su i u pravu. Nas
ulazak u Beograd bila je mora za one koji su Nemce u Beogradu 12.4.1941 u 17.00
na ulicama docekali hitlerovskim
pozdravom( nije ih bilo bas tako malo ,sto sam svojim ocima gledao ) i zapoceli
" nacionalnu obnovu otadzbine" pod tutorstvom Tre´ceg Rajha, kome su ,do pocetka bezanije njegovih trupa 22.10.1944., verno sluzili. Nisu li u opasnosti i danasnji vlastodrsci , sto fanaticno sluze EU i NATO i u tomevide nekakav spas za Srbiju,da ucine istu gresku i udju istoriju na
isti nacin.? Nazalost, ropski, poslusnicki mentalitet i psihologija, pokornost,
inferiornost ,nesposobnost da se samostalno odlucuje o svojoj sudbini, sto su
komunisti i partizani NOB i revolucijom razbili u paramparcad i srpskom narodu
vratili samopouzdanje u sopstvene snage - vratili su se u nase duse i ucinili nas ponovo monetom za
potkusurivanje velikih sila.
Nisam siguran da danasnji zvanicni Beograd lici na grad heroj iz 2.svetskog
rata i posle njega. I da s pravom nosi ime glavnog grada slobodarske Srbije. Nazalost,
kvislinski i
kolaboracionisticki duh jos luta
Beogradom. Doceci
predstavnika zapadnih sila, koje su nas bombardovale 1999. i otele 15 odsto teritorije, meni lice na
doceke Hitlerovih opunomo´cenika tokom 2.svetskog rata. Nema razlike izmedju tog
bombardovanja i otimanja i onog Hitlerovog iz 1941! I opet se lansira teza da
sut s rogatim ne moze da se tuce, da treba cuvati ljude a ne teritorije itd.
Rehabilitacijom izdajnika Draze i Nedi´ca sadasnja vlast zeli da dobije atest za
sopstvenu izdaju nacionalnih interesa .
I ovogodisnju proslavu nekadasnjeg najve´ceg praznike Beograda, rezim
koristi da diskreditujen komuniste i partizane. Najnovija ujdurma vladaju´ceg
rezima protiv komunista i partizana i pokusaj da nas "zavade" sa Crvenom Armijom je ova prica,
napisana u najvisem krugu vlasti, :" Oslobodjenje Beograda ne bi bilo mogu´ce
bez ruske pomo´ci" a u njoj , verujem nenamerno, ucestvuje i neki nasi ruski prijatelji govore´ci ovih dana,
povodom posete Medvedeva Srbiji, kako su maltene Rusi oslobodili ne samo
Beograd nego i Jugoslaviju! Nigde se ne spominju slavne jedinice NOVJ i njeni komandanti herojiTito i Peko. To ne´cepromeniti istinu da smo nasu zemlju
oslobodili sopstvenim snagama a da nam je Crvena Armija pomogla da to ucinimo i
sa Beogradom. Oslobodili bi ga i bez njihove pomo´ci ,uz ve´ce zrtve i gubitke ,ali
ni u kom slucaju nismo zbog toga manje zahvalni sovjetskim borcima a narocito
onima koji su nam poklonili najvrednije sto su imali - svoje zivote. Se´canje na
njih, Crvenu Armiju i SSSR zive´ce vecito u srcu srpskog naroda.
Stevan Mirkovi´c, general - pukovnik u penziji i bivsi Nacelnik Generalstaba
OS SFRJ na tribini "Beogradska operacija", 16.10.2009
=== 2 ===
Ottobre a Belgrado (2)
Uno scandalo
Abbiamo festeggiato la Giornata della liberazione di Belgrado modestamente, cioe´ soltanto tra il Cimitero ai liberatori di Belgrado e il Sava Centar.
Per le scuole, le ditte e gli istituti, le collettivita´ cittadine, leunita´ dell´ Esercito serbo, e´ stato un normale giorno lavorativo. Non e´ stata inaugurata nessuna nuova fabbrica, scuola, ambulatorio, nemmeno uno spazio sportivo. Tralascio le prigioni e le sale da gioco.
Nemmeno quest´ anno abbiamo sentito ufficialmente chi ha liberato Belgrado. Per primol´ ambasciatore russo ha parlato dell´ Armata Rossa quale liberatrice di Belgrado e della Jugoslavia. Poi il consigliere del Presidente della Repubblica tra l´ altro ha detto "se non ci fossero stati i russi non saremmo riusciti a liberarla"; poi il vice presidente della citta´ ci ha fatto gli auguri aggiungendo che a questo (alla liberazione) ha contribuito "il popolo con l´ aiuto dei cittadini", finche´ poi la cerimonia sul palcoscenico del Sava Centar non è stata aperta dal presidente Boris Tadic che, come di consueto - non ha detto niente!
La situazione è stata salvata dal presidente della Russia, che all´ Assemblea (Parlamento) della Serbia ha esaltato giustamente l´ Armata Rossa e Stalin, mentre al Sava Centar ha ricordato l´ E.P.L.J. (Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo), ringraziando i veterani presenti. Nemmeno lui ha ricordato Tito ne' visitato la Casa dei Fiori [tomba-memoriale dove è sepolto Tito], per rendergli omaggio. Ma avrebbe dovuto!
Non solo hanno aiutato noi Stalin e l´ Armata Rossa, ma anche i partigiani e Tito hanno aiutato l´ URSS e nei momenti piu´ difficili. Li abbiamo aiutati autonomamente per 3 anni e mezzo.
L´ ideologia ha impastato le mani anche in questa ricorrenza annuale.
Ma c'è ancora qualcosa da dire. Da quando il DOS e´ al potere in Serbia (dal 2000), niente viene festeggiato perche´ non c'è niente da festeggiare, eccetto le vittorie sportive. Per quanto ricordo, in tutto questo tempo sono state inaugurate soltanto due fabbriche di conserve e due tangenziali intorno alle citta´ (il nastro e´ stato tagliato da V. Kostunica).
Ci sono anche dei "festeggiamenti", naturalmente. Di questi la popolazione sa poco. Dal 1991 in Serbia si festeggiano le chiusure delle fabbriche e cio´ frequentemente. Si mettono i lucchetti ai portoni delle ditte, alle cooperative agricole ed ai beni statali. Presto inizieranno anche all´ entrata delle scuole. Questo tipo di festeggiamento non e´ cosi chiassoso, ma e´ utile!
Cosi, noi partigiani, dopo 65 anni della liberazione di Belgrado, siamo rimasti ancora tanto i suoi liberatori quanto suoi occupatori!
Belgrado, 22 ottobre 2009
Stevan Mirkovic, generale in pensione e presidente del Centro Tito
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Oktobarski skandal
Dan oslobodjenja Beograda obelezili smo skromno i to samo na relaciji Groblje oslobodilaca Beograda - Sava centar. U skolama, preduze´cima - ustanovama, mesnim zajednicama , jedinicama Vojske Srbije bio je obican radni dan. Nije otvorena nijedna nova fabrika, skola , ambulanta , ´cak ni kosarkasko igraliste.Zatvore, kockarnice i igraonice ne racunam.
Ni ove godine nismo zvanicno culi ko je oslobodio Berograd. Prvo je ruski ambasador govorio o Crvenoj armiji kao oslobodiocu Beograda i Jugoslavije; onda je savetnik Predsednika Republike rekao "da nije bilo Rusa ne bi ga mogli osloboditi"; pa nam je potpredsednik grada cestitao praznik i saopstio da je to ucinio "narod uz pomo´c gradjana" , da bi se na kraju na bini Sava Centra pojavio B.Tadi´c i , po obicaju, - nije rekao nista!
Situacijuje spasao predsednik Rusije koji je u Skupstini Srbije s pravom velicao Crvenu Armiju i Staljina, a u Sava centru istakao Narodno oslobodilacku armiju Jugoslavije i zahvalio se prisutnim veteranima. Ni on nije spomenuo Titaniti je sa svojim doma´cinom otisao u Ku´cu Cve´ca da se pokloni njegovim senima. A trebao je. Nisu samo Staljin i Crvena Armija pomogli nama vec su partizani i Tito pomogli SSSR kada mu je bilo najteze. Pomagali smo ga samostalno tri i po godine.
Ideologija je umesala svoje prste i u ovogodisnje obelezavanje obelezavanje ovog praznika .Ali, ima jos nesto. Od kada je DOS na vlasti u Srbiji( 2000.) nista se ne slavi jer i nema sta, sem sportskih pobeda. Koliko se se´cam za to vreme otvorena je samo jedna ili dve nove fabrike limenki i dve obilaznice okogradova (vrpce je presekao V.Kostunica).
Ima i slavlja, naravno, ali javnost o tome malo zna. Od 1991. u Srbiji se slavi zatvaranje fabrika i to cesto jer se masovno stavlja katanac na kapije preduze´ca - ustanova , poljoprivrednih zadruga i drzavnih dobara, a sada ´ce poceti i na skolska vrata. Ovo slavlje nije tako bucno kao slobodarsko i radno ali je korisno!
Tako smo mi partizani, posle 65 godina posto smo oslobodili Beograd, ostali i dalje i njegovi oslobodioci i okupatori !
Stevan Mirkovi´c, general u penziji i predsednik centra Tito
Il Muro di Berlino spostato sui confini della Russia
1) 1989-2009: Il Muro di Berlino si sposta sui confini della Russia
di Rick Rozoff
2) NIJEMACIMA BILO BOLJE U DDR-U I KOMUNIZMU / Nostalgia o senso della realtà? Un sondaggio tedesco rivela che la maggioranza dei tedeschi dell´Est rimpiange le conquiste socialiste...
3) Nell'Europa dell'est cresce la nostalgia del comunismo
4) Sekretarijat SKOJ-a: PAO JE NA POGRESNU STRANU!
Vedi anche / see also:
Berlin Wall: From Europe Whole And Free To New World Order Rick Rozoff - Stop NATO - November 9, 2009
(Una analisi della situazione venti anni dopo lo... spostamento del Muro di Berlino verso il confine russo; articolo segnalato dal Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia - onlus)
Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova
Stop NATO - 7 novembre 2009
Il 9 novembre segnerà il ventesimo anniversario della decisione da parte del governo della Repubblica Democratica di Germania di aprire valichi di passaggio nel muro che separava i settori orientali ed occidentali di Berlino.
Dal 1961 al 1989 il muro aveva costituito una linea di divisione nella -, un simbolo di -, e un metonimo per -, Guerra Fredda.
Una generazione successiva a questi eventi si incontrerà a Berlino per commemorare la "caduta del Muro di Berlino", l´ultima vittoria che l´Occidente può rivendicare negli ultimi due decenni.
Impantanati nella guerra in Afghanistan, nell´occupazione dell´Iraq e nella peggior crisi finanziaria dal tempo della Grande Depressione degli anni Trenta del secolo scorso, gli Stati Uniti, la Germania e l´Occidente nel suo complesso sono ansiosi di gettare un tenero sguardo all´indietro verso quello che è apparso come il loro più grande trionfo, il collasso del blocco socialista nell´Est Europeo seguito a ruota stretta dalla dissoluzione dell´Unione Sovietica.
Tutti gli attori di questo dramma - Ronald Reagan, Mikhail Gorbachev, George H. W. Bush (N.d.tr.: Bush padre!), Vaclav Havel, Lech Walesa - e gli eventi che hanno condotto a questo, saranno con riverenza elogiati e considerati degni di celebrità.
Gorbachev assisterà (forse con qualche imbarazzo?) alla festa di anniversario alla Porta di Brandenburgo e le pagine di editoriali di tutto il mondo, dense di deferenza, ripeteranno la litania di banalità, di cose pietose, di elogi auto-gratificanti e di grandiose rivendicazioni, come ci si deve aspettare per l´occasione.
Quelli che non verranno riportati sono i commenti come quello pronunciato il 6 novembre da Mikhail Margelov, Presidente della Commissione per gli Affari Esteri della Camera Alta del Parlamento Russo, il Consiglio della Federazione. Vale a dire, che "il Muro di Berlino è stato sostituito da un cordone sanitario di nazioni ex-Sovietiche, dal Mar Baltico al Mar nero." [1]
Con l´unificazione, prima di Berlino e poi dell´intera Germania, l´Unione Sovietica e il suo Presidente Mikhail Gorbachev avevano ricevuto assicurazioni che l´Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO) non si sarebbe allargata verso est, verso i confini dell´URSS.
Gorbachev ribadisce che nel 1990 l´allora Segretario di Stato James Baker gli aveva dichiarato: "Guarda, se tu ritiri le tue truppe e consenti l´ingresso della Germania nella NATO, la NATO non si espanderà di un pollice verso est." [2]
Non solo l´ex Germania Est veniva assorbita dalla NATO, ma negli ultimi dieci anni anche altri alleati del Patto di Varsavia entravano come membri di diritto del blocco NATO - Bulgaria, la Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia.
La Russia è stata attaccata dall´Occidente per due volte, dai più imponenti eserciti di invasione mai assemblati nel continente Europeo e a un tempo nel mondo (nonostante le valutazioni iperboliche di Erodoto relative all´armata di Serse), quello di Napoleone Bonaparte nel 1812 e di Adolf Hitler nel 1941. Il primo esercito consisteva di 700.000 uomini e il secondo di 5 milioni.
Le preoccupazioni di Mosca per l´accerchiamento invasivo militare a cui è sottoposta e il suo desiderio di assicurarsi almeno delle zone neutre tampone attorno ai suoi confini occidentali sono invariabilmente dipinte negli Stati Uniti e nelle capitali Occidentali alleate degli USA come una qualche combinazione di paranoia Russa e di trama per far rivivere l´"Impero Sovietico".
Quello che i luminari auto-incensanti di geopolitiche Occidentali pensano sul concetto di neutralità verrà considerato più avanti.
Con l´espansione del blocco militare, dominato dagli USA, nell´Europa Orientale nel 1999 e nel 2004, in quest´ultimo caso non solo i restanti stati non-Sovietici dell´ex Patto di Varsavia ma tre delle repubbliche ex-Sovietiche sono divenute membri effettivi della NATO, attualmente esistono cinque nazioni NATO che confinano con la Russia. Tre direttamente adiacenti alla sua terraferma - Estonia, Lettonia e Norvegia - e due più contigue all´exclave di Kaliningrad, la Lituania e la Polonia.
La Finlandia, la Georgia, l´Ucraina e l´Azerbaijan si stanno preparando a seguirne l´esempio e così si completerà l´accerchiamento dal Golfo di Barents al Baltico, dal Mar Nero al Mar Caspio.
La lunghezza del Muro di Berlino che separava la Berlino Ovest dalla Repubblica Democratica Tedesca era di 96 miglia. Il cordone militare NATO dalla Norvegia nord-orientale all´Azerbaijan settentrionale andrebbe ad estendersi oltre le 3.000 miglia (più di 4.800 chilometri).
Di recente, un notiziario Russo commentava così la spesa di 110 milioni di dollari da parte degli USA per migliorare due delle sette nuove basi militari che il Pentagono ha acquisito sul Mar Nero di fronte alla Russia : "Le installazioni in Romania e in Bulgaria sono in linea con il programma di rilocazione delle truppe Americane in Europa annunciato nel 2004 dall´allora Presidente George Bush. Il principale obiettivo è la dislocazione il più vicino possibile ai confini della Russia." [3]
Il muro che sta per essere eretto e allacciato attorno a tutta la Russia Europea non è una ridotta difensiva, una barriera di protezione. Si tratta di una falange di basi e di strutture militari in avanzamento senza tregua.
Il mese scorso, il Segretario Generale della NATO Anders Fogh Rasmussen era in Lituania per ispezionare la Base Aerea Siauliai, dalla quale gli aerei da guerra della NATO hanno condotto ininterrottamente pattugliamenti sopra il Mar Baltico per più di cinque anni, navigando sopra le coste della Russia, a tre minuti di volo da St. Pietroburgo.
In questa occasione, la nuova Presidente della Lituania Dalia Grybauskaite ha dichiarato: "Noi abbiamo ricevuto assicurazioni che la NATO è tuttora interessata ad impegnarsi nella difesa della regione Baltica... Sono contenta di vedere qui, in Lituania, il Segretario Generale della NATO, nell´unica, ma molto importante base aerea della NATO presente negli stati Baltici. Questo è uno dei punti cruciali di difesa NATO nella regione Baltica." [4]
Nella contigua Polonia, un servizio giornalistico dello scorso aprile ha fornito dettagli sul grado dello sviluppo sempre crescente dell´Alleanza Atlantica nella nazione:
"Gli investimenti della NATO in infrastrutture di difesa in Polonia nei prossimi cinque anni potranno aumentare a più di un miliardo di euro (1 euro = 4,15 zloty)...
"La Polonia è forse l´area del più largo volume di investimenti della NATO nel mondo.
"Al presente, sono vicini al completamento lavori di costruzione o di ammodernamento su sette aeroporti militari, due porti marittimi, cinque depositi di carburante, come su sei basi strategiche radar a lungo raggio. Progetti di posto comando di difesa aerea a Poznan, Varsavia, e Bydgoszcz hanno già ricevuto il benestare inizio lavori, come pure un progetto di comunicazioni radio a Wladyslawowo.
"Fra le altre cose, i nuovi investimenti includeranno l´equipaggiamento di aeroporti militari a Powidz, Lask e Minsk Mazowiecki con nuove installazioni di logistica e difesa." [5]
La Polonia, presto, ospiterà qualcosa come 196 missili Americani intercettori Patriot e 100 militari incaricati del loro funzionamento, ed esiste un sito analogo per il dispiegamento di batterie di missili Americani anti-balistici SM-3.
Come abbiamo fatto menzione in precedenza, Washington e la NATO si sono assicurati l´uso a tempo indefinito di sette basi militari in Bulgaria e Romania, prossime al Mar Nero della Russia, incluse le basi aeree di Bezmer e Graf Ignatievo in Bulgaria e la base aerea di Mihail Kogalniceanu in Romania. [6]
Il 28 ottobre si trovava in Romania il Gen. Roger Brady, comandante delle Forze Aeree USA in Europa, per sovrintendere alle manovre di addestramento militare congiunte, durante le quali "la Forza Aerea USA effettuava 100 missioni, metà delle quali avvenivano in collaborazione con la Forza Aerea della Romania." [7]
Il Pentagono conduce esercitazioni annuali NATO "Brezza di Mare" in Ucraina, nella Crimea, dove è di base la Flotta Russa del Mar Nero.
Inoltre dirige regolarmente manovre militari di "Risposta Immediata" in Georgia, la più ampia di queste esercitazioni da far risalire ai giorni che hanno preceduto l´attacco della Georgia contro l´Ossezia del Sud e il conflitto risultante con la Russia nell´agosto 2008, e attualmente una manovra è in fase di completamento.
Nel mese di maggio gli USA hanno condotto in Georgia le annuali esercitazioni tattiche "Cooperative Longbow 09/Cooperative Lancer NATO Partnership for Peace", con l´impiego di 1.300 uomini di truppa di 19 nazioni.[8]
Pochi giorni fa, si trovava in Georgia il Generale Comandante dell´Esercito USA in Europa, Generale Carter F. Ham, per "informarsi sull´addestramento di "Immediate Response 2009" in corso fra l´esercito USA e quello della Georgia" e per "visitare la Base Militare di Vaziani e sovrintendere alle esercitazioni." [9]
Un ufficiale Russo, Dmitry Rogozin, parlava di queste esercitazioni militari congiunte e metteva in guardia che "Noi tutti abbiamo presente che simili attività avvenute lo scorso anno hanno avuto un seguito con gli avvenimenti di questo agosto." [10]
In un giornale Georgiano, un editoriale sulle manovre militari confermava le apprensioni Russe reiterando questo collegamento: "La Georgia sta combattendo in Afghanistan per la pace e la stabilità, in modo da assicurare alla fine pace e stabilità in Georgia, perché chi semina bene raccoglie senza dubbio meglio, nella pienezza dei tempi." [11]. Che è come dire, dato che la Georgia assiste militarmente gli USA in Afghanistan, allora gli USA forniranno appoggio alla Georgia in qualche futuro conflitto con i suoi vicini nel Caucaso.
La stampa mondiale ha di recente riferito su una visita di tre giorni del Ministro degli Esteri Polacco Radoslaw Sikorski negli Stati Uniti per, fra le altre cose, "incontrare il Segretario di Stato USA Hillary Clinton... per discutere della situazione in Afghanistan e di una nuova proposta Statunitense per uno scudo missilistico" [12] e per tenere una conferenza alla Brookings Institution, dove ha trattato del programma di Partnership Orientale di Polonia, Svezia ed Unione Europea per inglobare Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Georgia, Moldavia ed Ucraina nell´orbita "Euro-Atlantica" e delle preoccupazioni di Mosca che l´Occidente stia muovendosi per assumere il controllo dell´area ex Sovietica: "L´Unione Europea non necessita del consenso della Russia." [13]
Quantunque, ciò che ha suscitato maggiori controversie è stato il suo discorso ad una conferenza sponsorizzata dal Centro Internazionale di Studi Strategici (CSIS), dal titolo "Gli Stati Uniti e l´Europa Centrale: interessi strategici convergenti o divergenti?"
Naturalmente, il principale motivo della conferenza era il ventesimo anniversario della fine della Guerra Fredda simbolizzata dallo smantellamento del Muro di Berlino.
L´ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti Zbigniew Brzezinski presentava una relazione densa di riferimenti alle supposte "aspirazioni imperiali" della Russia, alle minacce Russe contro la Georgia e l´Ucraina e alle intenzioni della Russia di diventare una "potenza mondiale imperiale." [14]
Sikorski, non un estraneo a Washington, qui essendo stato membro residente presso l´American Enterprise Institute e direttore esecutivo del New Atlantic Initiative dal 2002-2005, prima di ritornare in patria per diventare Ministro della Difesa della Polonia, suggeriva che le recenti manovre militari congiunte Bielorusso-Russe necessitavano di impegni più decisi della NATO nel Nord-Est dell´Europa.
Ribadiva che l´impegno di assistenza militare secondo l´Articolo 5 dello Statuto dell´Alleanza - fra parentesi, ecco il perché a presto andranno in Afghanistan almeno 3.000 soldati Polacchi - era troppo "vago" e proponeva come alternativa più concreta qualcosa come i 300.000 uomini di truppa USA di stanza nella Germania Ovest durante la Guerra Fredda.[15]
Successivamente, il governo Polacco ha negato che il suo Ministro degli Esteri esplicitamente avesse invocato un dispiegamento di truppe Americane, e di fatto non l´aveva chiesto, ma i suoi commenti erano in linea con diversi altri avvenimenti e dichiarazioni recenti.
Per esempio, lo scorso ottobre la Polonia dichiarava pubblicamente che era stato pianificato un imponente miglioramento delle sue forze armate per 60 miliardi di dollari.
"Il Ministro della Difesa Bogdan Klich rendeva di pubblico dominio un piano... per modernizzare l´esercito mediante 14 programmi: sistemi di difesa aerea, elicotteri da combattimento e da trasporto, modernizzazione della flotta, aerei per attività spionistica e telecomandati, simulatori da addestramento ed equipaggiamento per le truppe... Klich annunciava piani per la costruzione di un nuovo velivolo per addestramento al combattimento LIFT, di rampe di lancio per missili Langust, di obici auto-propulsi Krab, di rampe per razzi Homar, e di un numero maggiore di mezzi blindati Rosomak e dichiarava una spesa di 30 miliardi di zloty per la sola modernizzazione dell´esercito." [16]
L´arrivo, in quello stesso periodo, del cacciatorpediniere USS Ramage della flotta da guerra Statunitense con i suoi 250 marines, freschi di manovre NATO sulle coste della Scozia, "per partecipare ad una esercitazione militare con ufficiali della flotta Polacca," prova che i desideri di Sikorski non erano stati ignorati. [17]
Prima della sua partenza, la rete televisiva locale TVN24 riportava che la USS Ramage "mentre partecipava alle manovre congiunte USA-Polacche... sparava sulla costa della Polonia". [18]
[N.d.tr.: Il 28 ottobre, sono partiti tre colpi da una mitragliatrice M240 della USS Ramage, che stazionava in prossimità del porto della cittadina Gdynia. I colpi sono piovuti sulla cittadina polacca, senza provocare vittime. La notizia si è diffusa dopo che diversi abitanti della cittadina si erano rivolti alle locali autorità di polizia per denunciare di aver udito forti spari di origine sconosciuta. La polizia polacca ha quindi abbordato la nave americana per avviare un´inchiesta sull´accaduto. Le autorità militari statunitensi hanno spiegato che un membro dell'equipaggio avrebbe accidentalmente fatto partire tre colpi, mentre puliva la M240.
Questa è almeno la versione ufficiale che tuttavia lascia aperto più di un interrogativo, visto che le caratteristiche dell´arma rendono piuttosto improbabile che un colpo possa partire durante la sua manutenzione. La USS Ramage stava ritornando al porto dopo l´esercitazione NATO sul Mar Baltico.]
Il Comandante Tom Williamson comunicava all´ambasciata USA a Varsavia: "L´equipaggio della USS Ramage è stato sottoposto ad inchiesta in relazione all´accaduto." [19]
Successivamente, un´altra nave da guerra Americana, il cacciatorpediniere lanciamissili USS Cole dotato di missili teleguidati di tipo Aegis, che aveva partecipato alle manovre navali congiunte in Scozia "Joint Warrior 09-2", attraccava in Estonia.
Agli inizi di questo mese, la fregata lanciamissili USS John L. Hall che vedeva imbarcati "uomini di marina del Nono Distaccamento dello Squadrone 48 di Elicotteri Anti-Sottomarino" [20] arrivava in Lituania.
Sulla visita, un ufficiale della marina USA dichiarava: "Noi siamo qui come esempio della presenza continua della Marina Militare degli Stati Uniti nel Mar Baltico... Inoltre siamo qui per collaborare con la Marina da Guerra Lituana, nostro partner prezioso e la nostra visita fa parte delle relazioni in corso fra i nostri due paesi e le nostre due flotte." [21]
A dimostrazione di come navi da guerra Americane reiterassero la loro "presenza continua nel Mar Baltico", il Ministro della Difesa dell´Estonia affermava che "la NATO possiede piani di difesa per i Paesi Baltici, e questi piani sono in pieno sviluppo" [22], e il suo collega Lituano ribadiva: "Per la Lituania è importante che il nuovo Concetto di Alleanza Strategica vada ad includere punti che prevedono l´unità collettiva per l´applicazione della sicurezza strategica nella regione del Mar Baltico e la comune responsabilità per il futuro delle operazioni militari dell´Alleanza." [23]
Il Ministro della Difesa Estone Jaak Aaviksoo dichiarava all´Associated Press "che il suo paese vedeva all´orizzonte nuove minacce, dal momento che la Russia aveva invaso la Georgia l´anno passato e dal fatto che nel 2007 un attacco cibernetico aveva preso di mira l´Estonia."
"Aaviksoo progetta di incontrare il Ministro della Difesa degli USA Robert Gates" il 10 novembre. [24]
Il Presidente dell´Estonia Toomas Hendrik Ilves, un espatriato Americano ed ex attivista della Radio Libera Europa, proponeva che manovre NATO si tenessero negli stati Baltici.
Recentemente, il Ministro della Difesa Imants Liegis confermava che "nella prossima estate la Lituania avrebbe condotto esercitazioni militari su larga scala, in risposta alle manovre strategiche Russo-Bielorusse." [25] Senza dubbio, non da sola!
Il catalogo soprastante delle attività militari e delle dichiarazioni bellicose fa supporre un alt alle ottimistiche aspettative risultanti dalla fine della Guerra Fredda, che di fatto non è mai terminata ma ha spostato le sue operazioni, in buona sostanza, verso Oriente.
Comunque, coloro i cui i nomi saranno evocati ed invocati il 9 novembre in occasione dell´anniversario dell´abbattimento del Muro di Berlino non hanno avuto successo nell´immediato periodo successivo.
Tre anni dopo la caduta del Muro, George H. W. Bush senior, perfino un anno dopo l´Operazione "Tempesta sul Deserto", è diventato solo il terzo Presidente Americano, a partire dall´Ottocento, a perdere il tentativo di una rielezione.
Quattro anni dopo la caduta, Mikhail Gorbachev concorreva alla Presidenza della Russia e riceveva solo lo 0.5% dei voti.
Nella sua ultima corsa alla Presidenza della Polonia nel 2000, Lech Walesa, visto che il suo elettorato nazionale aveva finalmente capito qualcosa sul suo conto, ha ricevuto l´1% dei consensi.
Ma lui e i suoi camerati Occidentali eroi della Guerra Fredda marciano ancora e sempre per affrontare la Russia durante l´attuale fase di un nuovo conflitto.
In luglio, in quella che è stata intestata come "Una lettera aperta all´Amministrazione Obama dall´Europa Centrale e Orientale", campioni della vecchia/nuova Guerra Fredda, come Lech Walesa, Vaclav Havel, Valdas Adamkus, Alexander Kwasniewski e Vaira Vike-Freiberga - Adamkus ha vissuto per diversi decenni negli USA e Vike-Freiberga in Canada - hanno inchiodato la loro retorica anti-Russa a toni che non si erano mai più uditi dall´epoca dell´Amministrazione Reagan.
Questi, alcuni dei loro commenti:
"Noi abbiamo operato per costruire rapporti d´amicizia e relazioni bilaterali. Noi rappresentiamo voci dell´Atlantismo all´interno della NATO e dell´Unione Europea. Le nostre nazioni si sono sempre impegnate a fianco degli Stati Uniti nei Balcani, in Iraq, e attualmente in Afghanistan... Nubi tempestose hanno cominciato ad ammassarsi all´orizzonte della politica estera"
"Le nostre speranze per un miglioramento delle relazioni con Mosca e che finalmente Mosca si capacitasse del tutto della nostra completa sovranità ed indipendenza, dopo il nostro ingresso nella NATO e nell´Unione Europea, non si sono pienamente realizzate. Al contrario, la Russia è ritornata ad essere una potenza revisionista inseguendo un programma Ottocentesco, però con tattiche e metodi del XXI secolo."
"Il pericolo è che la strisciante intimidazione di Mosca e i tentavi di allargare la sua influenza nella regione possano portare fuori tempo ad una neutralizzazione de facto della regione."
"La nostra regione ha patito quando gli Stati Uniti hanno dovuto sottostare al `realismo´ di Yalta.
E ha goduto benefici quando gli Stati Uniti hanno usato la loro potenza in una lotta di principio. Questo è stato cruciale durante la Guerra Fredda e quando si sono aperte le porte alla NATO. Avesse prevalso un analogo `realistico´ punto di vista agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, ora noi non saremmo nella NATO... "
"Noi sentiamo il bisogno di un rafforzamento della NATO come il più importante punto di collegamento fra Stati Uniti ed Europa per la sicurezza. Per noi la NATO rappresenta la sola credibile potenza che ci garantisce in modo deciso la sicurezza. La NATO deve riconfermare la sua funzione centrale di difesa collettiva, anche adesso che siamo nel XXI secolo soggetti a nuove minacce. Un fattore chiave a partecipare con tutte le nostre potenzialità alle missioni di spedizione oltremare della NATO è il pensiero che noi siamo sicuri a casa nostra." [26]
Quindi, la missiva collettiva clamorosamente appoggiava i progetti USA per l´intercettazione di missili nell´Europa Orientale e appoggiava la Georgia di Mikheil Saakashvili (un altro ex-residente negli Stati Uniti) come motivo di riferimento per un nuovo confronto con la Russia.
Il 22 settembre, il Britannico The Guardian pubblicava una simile "Lettera Aperta" di gruppo, questa volta sottoscritta da Vaclav Havel, Valdas Adamkus, Mart Laar, Vytautas Landsbergis, Otto de Habsbourg, Daniel Cohn Bendit, Timothy Garton Ash, André Glucksmann, Mark Leonard, Bernard-Henri Lévy, Adam Michnik e Josep Ramoneda, che faceva appello all´Europa per un appoggio alla Georgia, e metteva in evidenza storiche allusioni ad avvenimenti attuali, prima del settantesimo anniversario dell´inizio della Seconda Guerra Mondiale e del ventesimo della caduta del Muro di Berlino:
"Nel momento in cui l´Europa ricorda la vergogna del patto Ribbentrop-Molotov del 1939 e gli accordi di Monaco del 1938, e quando si prepara a celebrare la caduta del Muro di Berlino e lo smantellamento della Cortina di Ferro del 1989, una questione ci sorge nella mente: "Abbiamo veramente imparato le lezioni della storia?"
"Vent´anni dopo l´emancipazione di mezzo continente, un nuovo muro sta per essere innalzato in Europa - questa volta attraverso il territorio sovrano della Georgia.
"Noi facciamo appello urgente ai 27 leaders democratici dell´Unione Europea di definire una attiva strategia opportuna ad aiutare la Georgia a riguadagnare pacificamente la sua integrità territoriale e ad ottenere il ritiro delle forze Russe illegalmente stazionanti sul suolo Georgiano... Diventa essenziale che l´Unione Europea e i suoi stati membri inviino un chiaro ed inequivocabile messaggio all´attuale dirigenza Russa." [27]
La Georgia è divenuta una duplice Cecoslovacchia, quella del 1938 e quella del 1968, una nuova Berlino, una nuova Polonia e così via.
Personaggi dell´Europa Orientale ed Occidentale, come i firmatari dell´appello precedente, contrariamente a quello che asseriscono, sono nostalgici della Guerra Fredda e ansiosi di lanciare una nuova crociata contro una Russia stroncata ed indebolita.
Nel pieno stile degli "interventi umanitari" degli anni Novanta del secolo scorso, queste campagne sono la loro merce in vendita.
Ma la richiesta di una maggior "potenza decisa" che gli Stati Uniti dovrebbero fornire in Europa, così come nel Caucaso e di una espansione della NATO verso i confini della Russia, può provocare una catastrofe, che il continente e il mondo erano stati abbastanza fortunati da avere scampato la prima volta.
Note:
1) Agenzia Russa di Informazioni Novosti, 6 novembre 2009
2) Riportato da Bill Bradley, Foreign Policy (Politica Estera), 7 novembre, 2009
3) Voce della Russia, 22 ottobre 2009
4) Presidente della Repubblica di Lituania, 9 ottobre 2009
5) Warsaw Business Journal, 20 aprile 2009
6) Bulgaria, Romania: basi USA e NATO per la guerra ad Oriente. Stop NATO, 24 ottobre 2009 http://rickrozoff.wordpress.com/2009/10/25/bulgaria-romania-u-s-nato-bases-for-war-in-the-east
7) U.S. Air Forces in Europa, 29 ottobre 2009
8) Esercitazioni tattiche NATO in Georgia: minacce di una nuova guerra nel Caucaso.
21) Ibid
22) Baltic Business News, 27 ottobre 2009
23) Defense Professionals, 26 ottobre 2009
24) Associated Press, 2 novembre 2009
25) Russian Information Agency Novosti, 2 novembre 2009
26) Gazeta Wyborcza, 15 luglio 2009
27) The Guardian, 22 settembre 2009
Da quarant´anni Rick Rozoff si è sempre impegnato in attività contro la guerra e contro ogni interventismo in varie organizzazioni. Vive a Chicago, nell´Illinois. È l´amministratore della lista
I 20 godina nakon pada Berlinskog zida sve vise stanovnika bivse komunisticke Demokratske Republike Njemacke zali za zivotom u "socijalistickom raju".
Vise od 57% ispitanika se protivi napadima na bivsi DDR jer smatra da je, "unatoc restrikcijama", bio ugodno mjesto za zivot. To je pokazala i anketa u povodu 20. godina od spajanja DDR sa Saveznom Republikom Njemackom.
Bivsi gradani komunistickog DDR su zaboravili sve ono sto je bilo lose, dok dobre stvari, nakon vremenskog odmaka, jos vise idealiziraju.
"DDR je imao vise dobrih nego losih strana. Bilo je problema, ali zivot je bio dobar.", smatra 49% anketiranih.
Sokira sto 8% ispitanika smatra da je zivot u "komunistickom mraku" bio sretniji i bolji nego u ujedinjenoj Njemackoj. Cak i mladi, koji su jedva okusili zivot u Istocnoj Njemackoj, danas otkrivaju dobre strane komunizma.
"Mnogi kritiku na nekadasnji DDR shva´caju kao napad na sve koji su u njemu zivjeli", kaze politolog Klaus Schröder sa berlinskog Slobodnog sveucilista.
Schröder upozorava da samo polovica mladih opisuje DDR kao diktaturu te da informacije uglavnom dobivaju preko sentimentalnih prica svojih roditelja, a mnogo manje iz skole. Zanimljivo je da bivsi istocni Nijemci imaju dobro misljenje i o nekadasnjoj tajnoj sluzbi. Naime, vise od polovice smatra da je zloglasni Stasi bio obicna obavjestajna sluzba, kao i one na Zapadu.
"Oni jednostavno ne zele vidjeti lose strane DDR", kaze Schröder koji je zbog svojih kritika dobio stotine protestnih pisama. U jednom od njih tridesetosmogodisnjakinja pise kako je rusenje "Berlinskog zida" za nju znacilo odlazak iz "zemaljskog raja".
"Prisluskivao nas je Stasi, ali i danas nas prisluskuju tajne sluzbe", tvrdi tridesetogodisnji biznismen, dodaju´ci kako i sad vladaju predrasude prema nekadasnjim istocnim Njemcima.
Sociolozi smatraju da je nostalgija posljedica radikalnog ukidanja DDR. Tim su cinom svi stanovnici bivse DDR prakticno izgubili "pravo na svoju proslost" pa se ne mogu pomiriti sa tom cinjenicom smatraju´ci da njihov zivot proveden u DDR nije bio bezvrijedan.
pise: Drazen Curi´c
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Nostalgia o senso della realtà?
Secondo un sondaggio del tedesco Institut Emnid, pubblicato nella Berliner Zeitung, la maggioranza dei tedeschi dell´Est rimpiange le conquiste socialiste e considera che l´ex DDR aveva "più lati positivi che negativi". Il 49% risponde che "c´era qualche problema, ma nell´insieme vivevamo bene". Un altro 8% ritiene che " nella DDR c´erano soprattutto aspetti positivi e vivevamo contenti e meglio che nella Germania riunificata di oggi".
In Ungheria, secondo l´istituto tedesco GFK-Hungaria, il 62% dei cittadini considera che l´epoca di Kadar (1957-1989) è stata "la migliore di tutta la storia ungherese" (era il 53% nell´analogo sondaggio del 2001); mentre il 60% considera i due ultimi decenni, dopo il 1989, "il periodo più infelice di tutto il XX secolo" (erano il 48% nel 2001).
Nell'Europa dell'est cresce la nostalgia del comunismo
di
su Reuters del 09/11/2009
Solo il 30% degli ucraini si dice a favore del passaggio alla democrazia, quando nel 1991 era il 72%. In Bulgaria e Lituania, il crollo del numero dei favorevoli al cambio di regime si è fermato poco sopra la metà della popolazione, quando nel 1991 i tre quarti degli abitanti erano favorevoli alla transizione. In Ungheria, uno dei paesi più colpiti dal peggioramento economico, il 70% di quelli che nel 1989 erano già adulti confessa di esser rimasto deluso dai risultati del cambio di regime.
Vent'anni dopo la caduta del comunismo, Belene (Bulgaria) è un posto ormai dimenticato e soltanto una piccola targa di marmo ne ricorda la storia. Mentre la nostalgia del passato cresce nel piccolo paese balcanico e nell'ex blocco sovietico. Il fallimento del capitalismo nel migliorare le condizioni di vita (della popolazione), nell'imporre lo stato di diritto e nell'arginare la corruzione dilagante e il nepotismo ha aperto la strada a ricordi del tempo in cui il tasso di disoccupazione era a zero, il cibo era economico e la sicurezza sociale era alta.
"Le cose negative sono state dimenticate", dice Rumen Petkov, 42 anni, un tempo guardia e oggi impiegato nell'unica prigione che ancora funziona sull'isola di Persin. "La nostalgia è palpabile, soprattutto tra i più anziani" dice. Alcuni ragazzi della povera cittadina di Belene, unita all'isoletta da un pontile, rievocano il passato: "Un tempo vivevamo meglio", dice Anelia Beeva, 31 anni. "Andavamo in vacanza al mare e in montagna, c'erano abiti, scarpe e cibo in abbondanza. Mentre adesso spendiamo quasi tutto il nostro stipendio in generi alimentari. Quelli che hanno una laurea sono disoccupati e se ne vanno all'estero", aggiunge.
In Russia, negli ultimi anni hanno aperto molti ristoranti che si ispirano al periodo comunista, soprattutto a Mosca: molti organizzano "serate della nostalgia", in cui i giovani si vestono da pionieri, la versione sovietica dei boy scout e delle guide, e ballano i classici del periodo comunista. Champagne sovietico e i cioccolatini "Ottobre rosso" rimangono i più richiesti per festeggiare i compleanni. In estate, in tutto il paese s'incontrano magliette e cappellini da baseball con la scritta "Urss".
DISINCANTO
Nei paesi ex comunisti dell'Europa orientale, c'è un diffuso disincanto nei confronti della democrazia e i sondaggisti dicono che la sfiducia nei confronti delle elite che li hanno resi cittadini dell'Unione Europea è impressionante. Un sondaggio regionale svolto a settembre dal centro di ricerca americano Pew ha evidenziato che in Ucraina, Bulgaria, Lituania e Ungheria c'è stata una drastica caduta della fiducia nella democrazia e nel capitalismo. Il sondaggio ha fatto emergere che soltanto il 30% degli ucraini si dice a favore del passaggio alla democrazia, quando nel 1991 era il 72%. In Bulgaria e Lituania, il crollo (del numero di coloro favorevoli al cambio di regime) si è fermato poco sopra la metà della popolazione, quando nel 1991 i tre quarti degli abitanti erano favorevoli (alla transizione).
Le analisi elaborate dall'organizzazione americana per i diritti umani Freedom House confermano l'arretramento o la stagnazione per quanto riguarda (la lotta alla) corruzione, la capacità di governo, l'indipendenza dei media e la società civile nei nuovi membri Ue.
La crisi economica globale che ha colpito la regione e ha messo fine a sei-sette anni di crescita, sta mettendo in crisi i rimedi del capitalismo neoliberalista prescritto dall'occidente. Le speranze di raggiungere il tenore di vita dei ricchi vicini occidentali sono state rimpiazzate da un senso di ingiustizia, provocato dall'allargarsi della forbice tra ricchi e poveri.
Secondo un sondaggio svolto a ottobre da Szonda Ipsos, in Ungheria, uno dei paesi più colpiti dal peggioramento economico, il 70% di quelli che nel 1989 erano già adulti confessa di esser rimasto deluso dai risultati del cambio di regime.
Gli abitanti dei paesi dell'ex Jugoslavia, segnati dalle guerre etniche degli anni Novanta e non ancora ammessi nell'Unione Europea, coltivano nostalgie del periodo socialista di Josip Tito, durante il quale -- diversamente da quanto accade oggi -- per loro era possibile viaggiare in Europa senza bisogno di visti. "All'epoca tutto era meglio di oggi. Non c'era la criminalità di strada, i posti di lavoro erano sicuri e i salari erano sufficienti per garantire una condizione di vita decente" dice Koviljka Markovic, 70 anni, pensionato belgradese. "Io oggi con la mia pensione di 250 euro al mese riesco a malapena a sopravvivere".
=== 4 ===
PAO JE NA POGRESNU STRANU!
Drugarice i drugovi, dvadeset godina posle pada Berlinskog zida Evropa i svet prolaze kroz realne posledice katastrofe njegovog pada na pogresnu stranu. Sadasnja kriza kapitalizma, munjevit porast armije nezaposlenih i narastaju´ca beda svuda gde caruje kapitalizam potvrduju tragicnost tog pogresnog pada, ali i nuznost vra´canja socijalizma i njegovog "dizanja iz rusevina" (bas kao u tekstu himne NDR-a). Daleko od toga da mi Skojevci podrzavamo ideju o bilo kakvom deljenju ljudi zidovima, ve´c upravo suprotno, mi naglasavamo da su najdeblji oni zidovi koje medu ljudima dize klasni poredak. Na mesto jednog zida koji je srusen pre dvadeset godina podignuti su milioni novih zidova koji otuduju ljude, kako u bivsem NDR-u, tako i u drugim bivsim socijalistickim zemljama. Naravno da slucaj pada Berlinskog zida ima pun smisao samo ako se promotri simbolika tog istorijskog trenutka, t.j. najave propsti citavog bloka istocnoevropskih socijalistickih zemalja. Posledice su vise nego ponizavaju´ce i katastrofalne za ogromnu ve´cinu stanovnistva tih zemalja. Tiranija zapadnog imperijalizma je zeljna "sveze krvi", t.j. novog trzista, vestom prpagandom i uz pomo´c svojih poslusnika u Istocnoj Evropi, ucinila sve da svrgne socijalizam ne obaziru´ci se na cenu. Cena su bile hiljade i hiljade mrtvih (to mi najbolje znamo iz primera bratoubilackih ratova vodenih na tlu nase zemlje, a oni su vodeni i drugde), rasparcavanje drzava, totalno ukidanje i revidiranje socijalnih povlastica garantovanih svima u socijalizmu, ogromna nezaposlenost, pad industrijske proizvodnje u nekim slucajevima i za vise od 70%, gubitak bilo kakve politicke i drzavne autonomije pod pretnjama pesnica krupnog kapitala NATO-a i EU, pad broja obrazovanih i pismenih ljudi, neofasizam i klerikalizam, drastican pad prirodnog prirastaja ... Mnoge nvladine institucije, kao i institucije SR Nemacke ´ce danas, 9-tog novembra, likovanjem obeleziti dvadesetogodisnjicu ove velike humanitarne katastrofe podsmevaju´ci se svim zrtvama i radnom narodu koji grca u bedi i ponizenju svuda gde vlada kapitalisticki varvarizam. Zato je 9-tog novembra vazno ista´ci sustinsku cinjenicu vezanu za ovaj datum - PAO JE NA POGRESNU STRANU!
(E' in stampa, ma è già integralmente scaricabile da internet, il quarto numero della rivista KOMUNIST, bollettino dei Comunisti della Serbia)
Cetvrti broj lista KOMUNIST je u stampi. Zainteresovani posetioci ovog sajta, u prilici su, da pre izlaska stampanog izdanja, preuzmu ovaj broj u celosti i to je poklon od partije KOMUNISTI SRBIJE!
Non soccomberà il mio paese. Dalla morte per la libertà sempre e solo libertà rinasce. Come dai fiori, solo fiori le sementi doneranno e dal nido degli uccelli, altri uccelli voleranno.
Il mio paese di soffrire è abituato, di martirio è colmo, da sempre è lacerato, eppure sa, che un giorno risorgerà: allarga già le ali.
Non si perderà il nostro paese che il sogno ha nutrito della fratellanza tra rinunce e sacrifici. Nel nome della fratellanza ha dato e perdonato.
Non soccomberà il mio paese. Sempre fu profeta: recluso, dalla sferza nemica offeso, in epoche maligne quando i popoli brancolavano nel buio, nelle nostre baite i pastori come dal grano separando le gramigne, il vero discriminavano dal falso.
Moja zemlja propasti ne´ce. Iz smrti za slobodu sloboda uvek nice, kao sto iz cvetnog semena mora ni´ci cve´ce, i kao sto se iz gnezda uvek izleze ptice.
Moja zemlja je naucila da pati, mucenica je oduvek bila, oduvek komadana; ona zna, jednog dana opet ´ce postojati; ve´c je razmahnula krila.
Nase zemlje nestati ne´ce; o bratstvu ona je uvek snevala, odricala se zbog njega i ispastala. Moja je zemlja oduvek davala, i u ime bratstva prastala, prastala.
Moja zemlja propasti ne´ce; uvek je prorocica bila; sred neprijateljskih tamnica i siba, u sva vremena crna, kad narodi po magli blude, pastiri iz nasih koliba, kao kukolj od zrna, odvajali su od istina misli lude.
Ich glaube
Mein Land wird nicht untergehen. Aus Blumensamen werder stets Blumen spriessen, und im Nest mit Vogeleiern wird man Vögel schlüpfen sehen. So wird aus dem Tod für die Freiheit auch immer die Freiheit erstehen.
Mein Land ist gewohnt zu leiden, Martyriern hat es erlitten, es wurde in Stücke gerissen und darf doch glauben und wissen: Eines Tages wird es auferstehen. Schon lernt es die Flügel ausbreiten.
Unser Land wird nicht verlorengehen. Den Traum von Brüderlichkeit nährte es mit Verzichten und Fasten. Mein Land trug alle Lasten, es musste im Namen der Brüderlichkeit geben, verzeihen, verstehen.
Mein Land wird nicht untergehen. Immer gab es Propheten: In Kerkern, unter Knuten, in schweren Zeiten, vom Glück gemieden, wenn die Völker im Nebel irrten, haben aus unseren Hüttern die Hirten wie das Unkraut vom Weizen die falschen Gedanken von der Wahrheit geschieden.
(Analisti russi commentano la sfacciataggine occidentale nei confronti dei Balcani:
# in Kosovo si canta vittoria per "elezioni locali" alle quali la popolazione, anche albanofona, ha partecipato lo scorso 15/11 con ben scarsa affluenza - e per noi italiani è assolutamente da stigmatizzare il trionfalismo espresso da giornalisti e funzionariato delle cosiddette ONG "cooperanti", diventate mera "longa manus" delle politiche nostrane di assoggettamento imperiale/coloniale. Ma dagli ambienti diplomatici le pressioni che arrivano nei confronti di Belgrado non si limitano nemmeno più a chiedere il riconoscimento della secessione su base razziale della provincia serba: si preme oramai anche per obiettivi geopolitici ulteriori, quali lo "sganciamento" della Serbia dalla Russia e l'abbandono di progetti energetici invisi agli USA quali Southstream [vedi: http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/5955 , http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/6455 ]
# a Berlino si tengono celebrazioni per il ventennale della annessione della DDR alla Repubblica Federale, con scarsissima partecipazione e ancor meno entusiasmo popolare. Nella "narrazione ufficiale" di quei fatti e degli eventi successivi si omette sempre di menzionare la principale conseguenza della "riunificazione tedesca", e cioè la GUERRA. Infatti è stata innanzitutto la diplomazia tedesca a provocare le dichiarazioni di "indipendenza" slovena e croata ed il conseguente scoppio della guerra civile antijugoslava. Ed il Nuovo Ordine Europeo realizzato con i fatti dell'89 minaccia anche altri Stati e confini del vecchio continente. Sull'argomento è bene rinfrescarsi la memoria: http://www.cnj.it/CHICOMEPERCHE/sfrj_03.htm [a cura di Italo Slavo])
Russian analysists on Western misbehavior in Kosovo and the Balkans
1) Elections in Kosovo a turning point (Dmitry Babich / RIA Novosti)
2) Balkan Shadow Of Berlin Celebration (Pyotr Iskenderov / SCF)
Russian Information Agency Novosti - November 17, 2009
Elections in Kosovo a turning point
Dmitry Babich
-EU officials are the ones forcing the Serbian government to accept several very unpleasant decisions - recognition of the municipal elections in Kosovo, dissociation from Russia and pullout of joint energy projects with Russia. -As for democratic values in the EU policy with regard to Serbia, they are hard to believe in, given the EU officials' open sympathies with the Albanian militants of the Kosovo Liberation Army. Incidentally, the supporters of two KLA leaders, former "prime minister" Ramush Haradinaj and his successor Hashim Thaci, caused a violent clash in one of the Albanian enclaves. -It is worth reminding here that Haradinaj was allowed to leave the Hague occasionally "to rule" Kosovo during his trial, while Thaci was eventually cleared by the Hague Tribunal of all charges of genocide of Serbs.
MOSCOW: The November 15 municipal elections in Kosovo can be seen as a turning point in the region's history.
This was the first vote since Kosovo unilaterally declared independence in February 2008, still unrecognized by Russia and a number of other countries. Moreover, these elections were also the first to be held by local authorities alone, without any help from the UN Mission in Kosovo or the OSCE, which virtually ran the place for a long time.
The elections took part with a fairly large turnout of local Serbs at the polls. This by no means eliminates the totally unfair situation in Kosovo, which Russian President Dmitry Medvedev pointed out during his recent visit to Belgrade. When a breakaway region - a self-declared independent state - is given the green light to international recognition by none other than the United States and the EU, this region knows it is as good as being recognized by the whole international community. But this also creates a dangerous precedent.
Last Sunday's vote did not have to approve Kosovo's independence. The voters had to decide whether it will be further run by Kosovo Albanians alone or local Serbs will preserve some political influence at least on the local level, by having seats on city halls.
With regard to the national level, the Serbs' chances are close to zero. With the Albanian and Serb populations ratio of over 10 to 1 (120,000 Serbs out of the nearly 2 million Kosovo population), the Serbs in parliament have practically no possibility of setting up a party which would have at least some minor influence.
At the November 17, 2007 parliamentary elections, the seats were split between Albanian parties. However, the situation is slightly different at the municipal level - Serbs have a majority in five city governments out of 38.
Two of them are in the north of Kosovo, adjacent to the Serbian border: They have been living virtually independently of the Albanian Kosovo for a while now. They did not even hold elections last Sunday. The remaining three - Gracanica, Klokot, and Ranilug - are "Serb enclaves" in the center and south of Kosovo. Their population had to make a choice: either skip the voting and see hostile Albanians as their city council members and the city mayor, or take part in the illegitimate elections. According to reports, the majority of the local Serbs did go to the polls.
Incidentally, most of the pressure on Serbia to finally choose the lesser of two evils comes from the European Union - which Serbia is so keen to join. EU officials are the ones forcing the Serbian government to accept several very unpleasant decisions - recognition of the municipal elections in Kosovo, dissociation from Russia and pullout of joint energy projects with Russia. They are using the good old stick and carrot policy, the stick (the tight visa policy) being very real, while the carrot (the much-desired EU membership) a far-fetched and remote possibility.
Ever the most ardent EU supporter in Serbia, or in Russia for that matter, cannot claim that the EU is pursuing some abstract humanistic or democratic goals. Due to its tight visa policy, 70% of young Serbs (who, incidentally, were too young to take part in the ethnic wars during the breakup of Yugoslavia), have never been to any of the EU countries.
According to a survey, the repeated delays of the much-craved EU accession have led to a drop in the number of EU-enthusiasts in Serbia from 72% in 2007 to 63% by the end of 2008. These data are quoted by Pavel Kandel, a research associate of the Institute of Europe of the Russian Academy of Sciences, in the collection of articles "Crisis in Kosovo and International Security." These figures reflect "the Serbs' last hope pinned on Moscow and their outrage at Brussels' anti-Serb policies," he comments.
As for democratic values in the EU policy with regard to Serbia, they are hard to believe in, given the EU officials' open sympathies with the Albanian militants of the Kosovo Liberation Army. Incidentally, the supporters of two KLA leaders, former "prime minister" Ramush Haradinaj and his successor Hashim Thaci, caused a violent clash in one of the Albanian enclaves.
It is worth reminding here that Haradinaj was allowed to leave the Hague occasionally "to rule" Kosovo during his trial, while Thaci was eventually cleared by the Hague Tribunal of all charges of genocide of Serbs.
All the above gives Russia more tools to pressure Belgrade. True, the Serbs were disappointed by Boris Yeltsin's Russia, which promised them support in 1999 and then proposed they give in. But today, EU and NATO officials are in fact doing what Russia would have failed to do even if it had supplied the Serbs with the S-300 anti-aircraft weapons they were asking for in 1999.
Russia can regain influence in the Balkans not because it is so good, but because European bureaucrats have proved far worse.
Strategic Culture Foundation - November 16, 2009 Balkan Shadow of Berlin Celebration
Pyotr Iskenderov
-Berlin's influence prevailed, and German advisers managed to convince their Croatian protégées to act resolutely. On May 19, 1991 the Croatian administration held a referendum with over 94% of those who went to the polling booths opting for immediate secession....Soon Sarajevo followed suit, massive fighting swept across the Balkans, NATO got the desired pretext for intervention, and Germany emerged as the key force in the new European geopolitical architecture. Praising German unification, we should not forget how the fall of the Berlin Wall cast a shadow over other countries and their peoples.
The celebration of the 20th anniversary of the fall of the Berlin Wall is over. Several high-ranking foreign visitors, many of whom had nothing to do with the historical development at the time it took place, spoke about the enormous importance of German unification and the symbolic significance of the event which put the final dot in the history of the Cold War.
The truth, however, is that there are parts of Europe where the fall of the Berlin Wall is not regarded as a totally positive change since immediately upon the alleged completion of the bloodless Cold War Europe had to face a proliferation of real armed conflicts.
The widely held view is that the 1989 German unification opened the era of the demise of totalitarian regimes across the continent and ultimately made the creation of a united Europe possible.
Numerous private conversations with the residents of the Balkans actually led me to a different conclusion. The disintegration of Yugoslavia — a process that cost thousands of lives - commenced only a year after the demolition of the Berlin Wall. Notably, unified and extremely powerful Germany was one of its drivers.
Germany was behind the urgent declaration of independence by Slovenia and Croatia, as well as behind their snap recognition by the international community regardless of the fact that the latter clearly lacked a viable model of coexistence for its Serbian and Croatian populations. Besides, the origin of the ethnic conflict that erupted in Bosnia and Herzegovina in the spring of 1992 can only be grasped if the activity of outside forces is taken into account.
Why did Germany, a country just rebuilt after the traumatic partition imposed on it after World War II, take the active role in the Balkan geopolitical overhaul? Napoleon used to say that every nation's politics stems from its geography. The concept applies perfectly to the late 1980s—early 1990s situation in Europe on the whole and in the Balkans in particular.
It should be realized that following the collapse of the eastern bloc and the unification of the two Germanies, Berlin saw itself as the strongest player in Europe and actively sought European leadership over which it traditionally competed with France.
US military bases that Germany continued to host in the framework of its international obligations after the withdrawal of the Soviet forces presented the main obstacle in the way of the country's aspirations.
There were indications that Germany hoped to have the problem resolved by shifting the bases to the Balkans, where their existence could be based not on Soviet-era international agreements but on a NATO mandate, and where Germany could be guaranteed a place among the key players.
What was needed to make the plan materialize was a serious pretext for the Balkan expansion, and a process including the break-up of Yugoslavia and the emergence of several protracted ethnic conflicts spread over its former territory conveniently provided one.
The implementation of the scenario began in Slovenia and Croatia, where, due to historic reasons, the German influence was deeply rooted. Already in the 1980s the German intelligence service had strong positions in Slovenia and especially in Croatia as various émigré nationalist and extremist groups it sponsored gradually made inroads into the administrations.
German advisers and NGO envoys flocked to Croatia in large numbers in 1989-1990. It was due to their activity that eventually the republic became the scene of the first armed clashes in the former Yugoslavia, which scared even the no less active US representatives.
In May, 1990 Croatia's First President Franjo Tudman introduced a new constitution (put together largely under German advisers' supervision) via the parliament dominated by pro-independence forces.
It proclaimed that Croatia was a national state of the Croats and other peoples inhabiting it rather than, as formulated previously, a state of the Croatian and Serbian peoples as well as of others inhabiting it.
The legal subtlety automatically left Serbs who used to be a state-forming nation in the position of a minority. Discontented with the downgrade, Serbs launched a referendum of their own in August 1990, during which, however, their response was limited to asserting their right to sovereignty and autonomy within Croatia. Secession was not on the agenda, but the Croatian government nevertheless resorted to force to prevent the referendum from taking place, and the moment marked the onset of the armed conflict in the republic.
Serbs of Croatia offered a political solution even after the incident. On September 30, 1990 the Serbian National Council proclaimed the autonomy of the Serbian people on the ethnic and historical territories they inhabited within Croatia as a member of Yugoslavia, but Zagreb's course agreed with German advisers remained unchanged.
The new Croatian constitution entered into force on December 22, and the very next day neighboring Slovenia called an independence referendum during which 94% of the ballots were cast in favor of separation from Yugoslavia.
Interestingly, over the weeks preceding the enactment of Tudman's constitution Washington kept calling the Croatian leaders to exercise restraint and to avoid steps prone with an armed escalation.
Still, Berlin's influence prevailed, and German advisers managed to convince their Croatian protégées to act resolutely. On May 19, 1991 the Croatian administration held a referendum with over 94% of those who went to the polling booths opting for immediate secession. The Serbs of Croatia did not attend, and Germany, assisted by the Vatican, promptly ensured the European recognition of the two new independent countries. Soon Sarajevo followed suit, massive fighting swept across the Balkans, NATO got the desired pretext for intervention, and Germany emerged as the key force in the new European geopolitical architecture.
Praising German unification, we should not forget how the fall of the Berlin Wall cast a shadow over other countries and their peoples.
Oggetto: "Le ceneri e il sogno" all'Ambasciata di Serbia
Data: 19 novembre 2009 0:05:31 GMT+01:00
Ambasciata della Repubblica di Serbia
Roma
é lieta di invitarvi alla presentazione del libro
LE CENERI E IL SOGNO
di Slobodanka Ciric
interverranno:Prof. Gilberto Vlaic, Presidente dell’Associazione “Non Bombe Ma Solo Caramelle”, Gabriella Musetti, editrice-scrittrice, Esther Basile, delegata Istituto italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, Sergio Manes, Direttore editoriale delle edizioni “La Città del Sole”,
duo “Aerae Napoli”, chitarra e voce Nicola Napolitano e Dante Ferri, voce recitante Slobodanka Ciric.
“… E io rimango qui, ad una fermata clandestina tra la realtà e il sogno, a far da contrabbandiera di scomode storie, esiliata dalla vecchia e decomposta pelle jugoslava, senza identità, in attesa di asilo in questa mia nuova pelle serba. Attendo, nuda e vulnerabile, nascosta sotto il manto della napoletanità, che finisca la mia tormentata metamorfosi in corso.”
“Mi chiedo se ha senso ustionarmi così come faccio io, rovistare tra le ceneri ancora bollenti delle verità bruciate, se ha senso gridare a squarciagola, e sentire nient’altro che l’eco delle proprie parole che cadono nel vuoto dell’indifferenza. Ha senso questo esilio dato ad ogni buon senso?”
Slobodanka Ciric racconta come ha vissuto – qui, in Italia – il dramma del suo popolo aggredito e del suo paese bombardato e smembrato.
Nel racconto autobiografico emerge il difficile e tormentato processo di identificazione che si svolge in una duplice direzione: da una parte l’affermazione, per sé e verso gli altri, della propria identità in un paese nuovo e in una nuova realtà, identità contestualizzata senza mai prescindere dalla centralità del fattore umano, dall’altra il rafforzamento dell’appartenenza ad un popolo, quello serbo, lacerato dagli orrori di un conflitto costruito scientificamente, la cui presenza storica, spirituale e culturale rivive nella dolcezza dei ricordi che le impediscono di tradire se stessa e nella memoria orgogliosa che le riaccende la speranza.
“Boba” Ciric, pur nata ed educata in un paese del “socialismo reale”, non era una militante comunista. E, però, prima l’attacco surrettizio – economico e politico – volto allo smembramento di quel prodigio “pericoloso” che era la comunità dei popoli jugoslavi, poi l’aggressione militare e le stragi consumate dal “democraticissimo” Occidente e dal suo braccio armato – la NATO – suscitano in lei tumultuose esigenze di rabbia, di ribellione, di solidarietà che recuperano nella memoria della personale esperienza la straordinaria superiorità di valori e di relazioni umane – di uguaglianza, di solidarietà, di convivenza – vissute inconsapevolmente nella normalità quotidiana e oggi, invece, comprese perché brutalmente negate.
Ma Boba non vive la tragedia del suo paese e del suo popolo tra la propria gente: lei è al sicuro, in uno dei paesi aggressori, mentre in una situazione sempre difficile ricostruisce ostinatamente un suo percorso di vita. La lontananza la libera dalle conseguenze fisiche dell’aggressione, ma – tanto più – accresce la sofferenza morale. E Boba, allora, diventa una militante, non al servizio di un comunismo jugoslavo o serbo – che si era già dissolto –, né di una pietas cattolica – che storicamente e culturalmente non le appartiene –, ma di una dimensione umana che travalica le vìcende della storia e invera – per opera dei carnefici – i valori del socialismo assunti nella sua giovinezza.
C’è nel libro il racconto di un’esperienza fondamentale: Boba, giovane jugoslava in visita premio a Parigi, scopre che con i pochi franchi datele dal suo governo per le piccole spese da fare nella luccicante capitale occidentale può acquistare ben poco. Eppure se ne priva decidendo di donare quei pochi franchi ad un emarginato dello scintillante e opulento Occidente.
In questo gesto è racchiusa paradigmaticamente tutta l’esperienza solidale del ”socialismo reale” novecentesco, sovietico o titino che sia stato.
Anni dopo quella stessa giovane – obbligata ad esser serba, non più jugoslava – vive il dramma dello smembramento del suo paese e del massacro del suo popolo lontano dalla sua terra e dal suo martirio, mentre insegue il sogno di ricostruirsi una sua vita qui, in Italia.
Sofferenza per le ceneri a cui è stata cinicamente condannata la sua gente lontana, pudore per un sogno di vita – sofferto e tenacemente perseguito – sono le dolenti esperienze che questo libro – rigorosamente autobiografico – vuole rappresentare.
Oggetto: Camp Darby si allarga con l'aiuto del sindaco Pd - Di M. Dinucci
Data: 19 novembre 2009 18:44:24 GMT+01:00
BASI USA IN ITALIA
Camp Darby si allarga con l’aiuto del sindaco Pd
Manlio Dinucci
La Regione Toscana e i comuni di Pisa e Livorno hanno dato il via, con un accordo di programma e 108 milioni di euro, al riassetto delle vie navigabili interne per «ottimizzare gli interscambi tra i siti logistici della Toscana». Davvero ottima iniziativa. Solo che tra i siti logistici maggiormente interessati c’è la base Usa di Camp Darby, che chiede l’ampliamento del Canale dei Navicelli che la collega al porto di Livorno. Il sindaco di Pisa Marco Filippeschi (Pd) ha chiesto al comando Usa una compartecipazione ai lavori «anche in vista di importanti prospettive dello stesso Camp Darby». Il comando ha «interesse ad allargare la darsena della base militare» così da manovrare due chiatte in contemporanea.
Soddisfatto, il sindaco conferma che «gli americani ritengono questo insediamento molto importante e vogliono continuare a investirci» e che, per tale progetto, c’è «disponibilità sia da parte del Parco che della Regione». Dimentica però lo «smemorato» sindaco del Pd che lo stesso Consiglio comunale di Pisa ha approvato, il 18 gennaio 2007, una mozione per «la dismissione e la riconversione a usi esclusivamente civili di Camp Darby».
La base, che rifornisce le forze terrestri e aeree nell’area mediterranea, africana e mediorientale, sta assumendo crescente importanza nel quadro del potenziamento delle basi Usa in Italia. Ha quindi necessità di velocizzare i collegamenti con il porto di Livorno e accrescere la capienza. Ciò può essere fatto creando, attraverso l’interporto livornese di Guasticce, un indotto che serva al transito e allo stoccaggio di materiali logistici, come gli «aiuti umanitari» della Usaid di cui la base costituisce il maggiore centro in Europa. In tal modo si può liberare, nella base, spazio per il deposito di altri armamenti.
Camp Darby intende quindi irradiarsi nel territorio e, a tal fine, è validamente aiutata dal sindaco Filippeschi che, mentre gioisce per le «importanti prospettive» della base Usa da cui partono le armi per le guerre, promuove un mese di iniziative sul tema «Pisa città per la pace e i diritti umani».
Oggetto: Conferenza alla Casa della Resistenza di Fondotoce
Data: 20 novembre 2009 9:31:14 GMT+01:00
Domenica 29 novembre alle ore 9,15 si terrà a Fondotoce, presso la Casa della Resistenza un importante convegno sulla Resistenza in Europa. Questa conferenza sarà l’inizio di una serie di conferenze di carattere internazionale che proseguiranno nei prossimi anni con l’obiettivo di far conoscere la resistenza degli italiani all’estero. Si inizia con l’Albania, con il glorioso “Battaglione Gramsci” e lagrandebattaglia di Mavrove-Drashovice che salvò da sicuro massacro nazifascista 11.000 soldati e ufficiali italiani. Una pagina di storia sconosciuta e di fratellanza tra i due popoli
In attesa di incontrarvi, inviamo i migliori saluti
Alleghiamo locandina relativa all'iniziativa.
Come arrivare a FONDOTOCE:
In Autostrada Attraverso la Voltri-Gravellona Toce A-26 uscire a Baveno dopo la galleria artificiale girare a sinistra attraversare la frazione di Feriolo e proseguire sempre diritto. Alla grande rotonda (dopo circa 3 Km dall’uscita dall’Autostrada) girare a destra dopo 50 metri girare a sinistra e subito dopo ancora a sinistra per Mergozzo. Dopo 200 metri sulla sinistra si trova la Casa della Resistenza – Via Turati, 9 – FONDOTOCE - Verbania
PRANZO A FONDOTOCE
Per tutti coloro che al termine del Convegno intendono fermarsi a pranzo presso il Circolo Società di Mutuo Soccorso di Fondotoce è pregato di prenotare entro e non oltre giovedì 26 Novembre mail: preciso.ch@... oppure telefonando a Piero 0321 992236 cell. 340 7665577
Inaugurata a Pristina da Bill Clinton la sua statua di bronzo a ringraziamento della guerra «umanitaria» della Nato del 1999. All'ombra del potente premier Hashim Thaqi su cui crescono i dossier internazionali per crimini di guerra, un Kosovo solo albanese, povero e devastato dalla corruzione, va oggi al primo voto etnico-amministrativo
Il mese di novembre 2009 passerà alla storia del sud-est europeo balcanico. Dopo il crollo dell'89 che vide lo smantellamento dei simboli del «socialismo reale» a cominciare dalle statue imbalsamate dei leader del comunismo, a Pristina è stata eretta con cerimonia, bande e trionfo, la statua del nuovo «piccolo padre», o padre della patria: Bill Clinton. L'ex presidente degli Stati uniti a inizio mese si è presentato a Pristina in un tripudio di folla, ben spesato dalle fondazioni albanesi d'America - una lobby che è riuscita ad eleggere un capo della Cia - ad inaugurare la sua statua. Alta 3,4 metri - come quelle di Stalin nella connazionale Albania -, pesa 900 chilogrammi, ed è stata sponsorizzata dall'Associazione kosovaro albanese «Amici degli Stati uniti», è opera dello scultore Izeir Mustafa. Abbracciato come un eroe, sorridente per le tv locali, ha inaugurato la sua immagine di bronzo sulla piazza che porta già il suo nome. Presenti il presidente Fatmir Sejdiu e il potente premier Hashim Thaqi, ex leader dell'Uck. Quel Thaqi di cui proprio Carla Del Ponte nel suo libro «La caccia» denuncia corresponsabilità in una vicenda truculenta: l'espianto d'organi nel nord dell'Albania a 150 prigionieri serbi perpetrata dalle milizie al diretto comando dell'attuale premier di Pristina. Una delegazione del Consiglio d'Europa che indaga su questo, guidata dal Rapporteur Dick Marty, è stata cacciata nell'agosto scorso dall'Albania. «I cittadini del Kosovo - ha detto Hashim Thaqi alla festosa cerimonia - sono grati per la decisione di intervenire militarmente per prevenire un genocidio senza precedenti». Un discorso elettorale, visto che oggi in Kosovo si vota per le amministrative. Votano solo gli albanesi, i serbi le boicottano e anche Belgrado consiglia di «non andare a votare. Ma alle prime elezioni politiche di quasi un anno ci fu la sorpresa dell'astensione, votò infatti solo il 43% dei kosovari albanesi aventi diritto.
«Ero qui 10 anni fa - ha dichiarato Clinton - per fermare le cose terribili che accadevano allora e sono qui dieci anni dopo per testimoniare di un futuro migliore di progresso per il Kosovo che è riuscito a creare istituzioni democratiche, una stampa libera e una forte società civile» inoltre è stato accettato dal Fondo monetario e si avvicina alla Nato e all'Unione europea». Ne avesse indovinata una. Sia sulla reale situazione del Kosovo, sia sulla legittimità dell'intervento armato della Nato che dal 24 marzo 1999 devastò con una micidiale sequela di bombardamenti «umanitari» aerei tutta l'ex Jugoslavia, Serbia e Kosovo. Perché la realtà del Kosovo è questa: più del 50% di disoccupazione, con il 73% dei giovani disoccupati e in fuga dal paese secondo il primo giornale di Pristina Koha Ditore; con una «corruzione dilagante e scarsa libertà di parola», mega-traffici mafiosi, denuncia il Rapporto dell'Ue del 12 ottobre scorso; con le poche minoranze non serbe in fuga secondo l'Ong Minority Rights Group; con 300.000 profughi serbi e altrettanti rom fuggiti nel terrore proprio a partire dall'ingresso delle truppe Nato nell'estate del 1999; con l'Osce che in un suo documento di questi giorni accusa che «Pristina non adempie all'obbligo di assistere i rifugiati non albanesi costretti a non rientrare nel paese»; con l'Unicef che rivela il tasso più alto in Europa di mortalità infantile e tra le donne «a causa delle carenze sanitarie»; con il 90% della popolazione che ritiene, secondo una sondaggio condotto dall'Undp-Onu, responsabile dello sfascio economico e sociale del paese il governo di Hashim Thaqi, né si fida dell'opposizione rappresentata da Ramush Haradinaj - già incriminato all'Aja per crimini e stragi commessi già nel 1998 contro civili serbi e rom. Quanto a legittimità e risultati dell'intervento «salvifico» dell'Alleanza atlantica, sponsorizzato dallo «statuario» Bill Clinton e dagli allora leader democratici della Nato come Javier Solana, Massimo D'Alema, Tony Blair, ecc. ecc. Va ricordato che quella guerra del marzo 1999 fu illegale, venne fatta senza l'Onu e contro l'Onu. Mise in scacco l'autonomia dell'Europa e permise agli Stati uniti di riappropiarsi della Nato. Che ebbe, anche quella un voto bipartisan - Berlusconi in Italia votò a favore - legittimato solo da un castello di provocazioni e menzogne denunciate perfino dall'allora ministro degli esteri italiano Lamberto Dini. Che cancellò la possibilità che la controversia interna all'ex Jugoslavia potesse essere composta da una mediazione internazionale in corso quale era la missione dell'Osce. Azzerando i principi dell'articolo 11 della nostra Costituzione che «rifiuta la guerra come mezzo di composizione delle controversie internazionali». La guerra fu motivata da ragioni umanitarie. «500mila morti» titolava il New York Times, «Sessantamila vittime» Liberation, «Genocidio» Le Monde. Ma quei giornali (non proprio gli ultimi) non hanno nemmeno titolato - arrivarono solo 15 righe della Reuters - quando il 6 settembre 2001 proprio la Corte suprema di Pristina, sotto egida Onu, sancì che i miliziani serbi nel 1998-1999 furono responsabili sì di violenze ai danni della popolazione albanese che, comunque, cominciarono dopo i raid aerei della Nato, ma non di genocidio. E il Tribunale dell'Aja con l'inchiesta sul campo non trovò prove del «massacro», rinvenne il seppellimento di duemila morti, ma caduti in combattimento. Non solo: la Corte di Pristina in quel dibattimento ha dichiarato di avere le prove che il drammatico esodo di 890mila persone - rimaste in attesa sul confine e tutte rientrate dopo 78 giorni di guerra - non fu provocato dai miliziani serbi, come ci venne detto, ma dal terrore di essere colpiti dalle bombe della Nato. Un terrore giustificato, viste le stragi efferate tra la popolazione civile, sia in Serbia che tra gli albanesi in Kosovo - Djakovo, Korisha, Pristina - con i cosiddetti effetti collaterali che un'indagine di Amnesty International ha dimostrato essere omicidi deliberati per terrorizzare i civili. Alla fine la farsa di Rambouillet (il diktat con cui si pretendeva di mettere l'intera ex Jugoslavia sotto controllo della Nato) e il casus belli inventato della strage di Racak come ha dimostrato il documento dei medici legali impegnati dall'Onu, hanno fatto il resto per attivare la guerra a tutti costi. Il fatto è che quella guerra di raid aerei un obiettivo l'aveva: il 17 febbraio del 2008 infatti è stata proclamata l'indipendenza unilaterale del Kosovo, sponsorizzata da Bush e riconosciuta subito da molti paesi atlantici - non da tutti, Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia e Cipro Nord hanno detto no. E non è riconosciuta dal Consiglio di sicurezza dell'Onu. Ora è caos istituzionale, c'è la nuova missione Eulex ad imporre l'indipendenza ai pochi serbi rimasti, resta la Kfor-Nato con meno ruolo. Ma l'Onu con Ban Ki-Moon che lo ha annunciato a fine ottobre, insiste a rimanere sulla base della Risoluzione 1244» con cui finì la guerra, entrò la Nato ma riconoscendo la sovranità di Belgrado sul Kosovo. Venerdì al vertice governativo Italia e Serbia di Roma, il presidente serbo Boris Tadic ha ribadito: «La Serbia non farà mai un passo indietro nel rivendicare la propria integrità territoriale. Lotteremo con tutti i mezzi giuridici». Fiducioso che la massima Corte dell'Aja dica sì - la scadenza è ora, a dicembre - al ricorso serbo contro l'indipendenza unilaterale del Kosovo.
Si sono svolte domenica 15 novembre le elezioni in Kosovo dove, c'è da dire, la "democrazia" sta dando i suoi frutti. Infatti, come nei maggiori stati democratici al voto è andata meno della metà degli aventi diritto (45 per cento su 1 milione e mezzo di albanesi). Per questa parola, "democrazia", c'è poca affinità dunque, con la parola "libertà" che, notoriamente, è sinonimo di partecipazione!!! Svariati partitini retti da ex criminali di guerra, giocando alla politica si contendono la vittoria, in perfetto stile nostrano. Tutti hanno vinto nessuno ha perso. A perdere, in realtà, sono i kosovari tutti, albanesi e non, in quanto il Kosovo è ormai la controfigura della terra che era. E il trucchetto, ormai, lo stanno scoprendo (alla buon'ora!!!) anche molti di quelli che hanno osannato l'indipendenza dichiarata unilateralmente e contro ogni diritto internazionale nel febbraio 2008.
Ma tanto basta ai governi occidentali per accreditare come democratico un narcostato, violento e illegale! I pochi serbi rimasti hanno quasi completamente disertato le urne, ovviamente non riconoscendo legalità a queste elezioni farsa. Ma è significativo come nelle zone più interne, come ad esempio Gracanica (di fianco la foto del monastero) e Strpce, si siano raggiunte quote dal 30 e del 23 per cento dei serbi aventi diritto (in pratica, poche centinaia di votanti).
Questo è dovuto un po' alla paura di rimanere ancora più isolati dal contesto, un po' per rafforzare il peso della presenza serba in Kosovo, cosa che viene a più riprese chiesta dai serbi delle enclavi e dalla chiesa Ortodossa, ultimo bastione resistente, vero e unico faro dei serbi che continuano a vivere, fra milioni di difficoltà, in Kosovo. Ruolo che la morte del patriarca Pavle (un "sant'uomo", ci confidano molti amici serbi), avvenuta domenica, all'età di 95 anni, dopo 19 anni di patriarcato, rende ancora più centrale. Intorno alla chiesa Ortodossa ruota, infatti, tutto ciò che resta dei serbi e della Serbia nel Kosovo di oggi. Inoltre, cosa da non sottovalutare per il carico simbolico che l'evento porterà con se, il prossimo patriarca dovrà essere ufficializzato, come vuole la tradizione ortodossa, proprio nel patriarcato di Pec. Cioè, nel pieno di quel Kosovo e Metohija che continua ad accreditarsi al mondo come "liberato". Ma da chi e da cosa, dopo queste elezioni, sembra semplice per tutti da capire... Dal diritto, dalla legalità, dalla partecipazione.
PRISTINA: Several people used rocks to attack a line of cars that transported Hashim Thaci near Decani last night.
The Kosovo Albanian prime minister was not injured in the incident, it was announced. Several cars were damaged.
Kosovo police, KPS, said that three persons were arrested, while unconfirmed reports said that gunshots were also heard in the area at the time of the incident.
The stoning took place after an election campaign gathering of Thaci's PDK party.
The provincial government condemned the attack in the strongest terms, it was reported from Pristina.
Decani is seen as an important stronghold of the Ramush Haradinaj-led AAK party.
Thaci's party accused Haradinaj of directly inciting and organizing last night's attack, Croatia's state news agency Hina reported.
DRENICA VALLEY, Kosovo: Nezir Jonuzi sips black tea, stares at Prime Minister Hashim Thaci's boyhood home and wonders whether he can get a job to feed his family.
Thaci came to power in 2007 promising jobs, less poverty, better roads, 24-hour power and water. But while Kosovo elected local officials on Sunday in its first vote since independence from Serbia in 2008, many are pessimistic about the future.
In the heartland of the ethnic Albanian rebellion against Serb rule 10 years ago, people like Jonuzi and his ethnic Albanian family are among the 15 percent of Kosovo's two million people living in extreme poverty, making less than 93 cents a day, according to the World Bank.
"I know there will be nothing, no work during the winter," said Jonuzi, 42, who has done odd jobs at construction sites.
For decades the poorest part of socialist Yugoslavia, Kosovo is weighed down by the destruction of the 1998-99 war and a legacy of waste and corruption, illustrating the limitations of international help.
Over the past decade it has received 3 billion euros in aid, according to the World Bank, and is expecting another billion by 2011. Yet officials in Pristina say they may need more.
The government has talked with the International Monetary Fund about a loan of $200 to $300 million and hopes to conclude a deal this month, according to the central bank governor.
In Kosovo, unemployment is 40 percent and average per capita income is 1,760 euros. That compares with average joblessness of just under 10 percent in the European Union and an average salary of about 24,000 euros ($35,930).
BUDGET SURPLUS
The government hopes big public projects will pull the roughly 45 percent of the population who earn up to 1.42 euros a day out of poverty.
"If nothing improves in the next two years there will be social unrest from those who have no jobs and those working in the public sector but are not paid well," said Alban Hashani, an economist working for development and research group Riinvest.
Its lack of exposure to financial markets, the unilateral use of the euro, fiscal stability and a balanced budget has saved Kosovo some of the woes of the global economic crisis.
Deputy Economy Minister Bedri Hamza says energy, roads and the private sector will fuel future growth. The country is expected to grow 4 percent in 2009, down from 5.4 in 2008.
But years of high growth will be needed to gain ground on even the poorest EU states. "To reduce poverty and unemployment we need to have economic growth of more than 8 percent for the next six or seven years," said Hamza.
Economists are sceptical. An investment boom, widely expected after independence, has not materialized.
This week Kosovo abandoned a project to build a 2,000 megawatt power plant due to lack of investor interest, a problem in a country where water and power shortages happen every day.
With a budget surplus, privatisation and pension revenues this year, Kosovo has a billion euros in unused cash, but officials are unsure how to use such funds effectively.
Hashani said government should use it to create jobs.
"The country with the highest unemployment rate in Europe has a surplus? This is an economic phenomenon that does not happen anywhere in the world," he said.
Many people give up the search for work and leave for the West, sometimes illegally.
"The last day I worked was four months ago for ten euros a day," Jonuzi said at his house in the village of Buroje. "I am thinking about leaving the country and going somewhere to work, but I don't have 3,000 or 4,000 euros to pay the traffickers." (Editing by Benet Koleka and Adam Tanner)
TIRANA: The small Albanian town of Fushe-Kruje plans to erect a statue of former U.S. President George W. Bush to commemorate his June 2007 visit, when he was feted as a hero in an outpouring of love for America.
Mayor Ismet Mavriqi said seven Albanian sculptors had entered the competition for the statue he plans to unveil in Bush Square in the town center on June 10, 2010, the third anniversary of Bush's visit.
"If had the final say, I would very much like a three-meter statue, probably in bronze, that captures his trademark way of walking with energy," Mavriqi told Reuters on the phone.
The municipality has already finished the blueprints for rebuilding the square where the statue will stand, he added.
A cafe in Fushe-Kruje and a street in the capital Tirana are already named after Bush.
When Bush visited Fushe-Kruje, he dived into a throng of waiting Albanians and enjoyed a rock-star reception - a stark contrast with the noisy protests that dogged him elsewhere on that European trip.
The bakery and the cafe where Bush stopped to talk with the owners and a barber, a shepherd and a tailor whose businesses were funded by U.S. micro-loans, have become landmarks visited by Albanians, ethnic Albanians from Kosovo and foreigners.
Albanians have a special affection for the United States, which they credit not only with ending their Cold War isolation but also with leading NATO in 1999 [to wage war against Yugoslavia].
Kosovo, which declared independence from Serbia last year, set up a giant statue of former U.S. president Bill Clinton to thank him for his role in NATO's 1999 air war.
Bush, on the first U.S. presidential visit to post-communist Albania, backed independence for Kosovo and urged Kosovo Albanians to be patient.
The United States was one of the first countries to recognize Kosovo's independence.
Il resoconto del viaggio di solidarietà a Kragujevac, qui riportato, si può scaricare anche nella versione completa (formato Word) corredata di fotografie alla URL: http://www.cnj.it/AMICIZIA/Relaz1009.doc
Una delegazione dei lavoratori Zastava sarà a Brescia e a Trieste per informarci sulla situazione REALE della fabbrica, della città di Kragujevac e più in generale sulle REALI condizioni della Serbia. I giorni 8 e 9 dicembre saranno a Brescia, mentre il 10 e 11 dicembre saranno a Trieste. Seguiranno dettagli.
Il 14 settembre scorso è scoppiato un incendio alla linea di montaggio della Punto, nello stabilimento Zastava di Kragujevac, per un danno complessivo di circa 1 mlione di euro.
Oggetto: Relazione ultimo viaggio a Kragujevac ottobre 2009
Data: 20 novembre 2009 12:47:26 GMT+01:00
RITORNO DALLA ZASTAVA DI KRAGUJEVAC
Viaggio del 22 - 25 ottobre 2009
Questa relazione e’ suddivisa in quattro parti.
1Introduzione e siti web
2Cronaca del viaggio; i progetti in corso
3Alcune informazioni sulla Serbia e sulla Zastava
4Conclusioni
1. Introduzione
Vi inviamo la relazione del viaggio svolto circa un mese fa a Kragujevac per la consegna delle adozioni a distanza che fanno capo alla ONLUS Non Bombe ma solo Caramelle e al Coordinamento Nazionale RSU CGIL e per la verifica dei progetti in corso a Kragujevac.
Molti dei progetti che abbiamo in corso a Kragujevac sono realizzati in collaborazione con altre associazioni: Zastava Brescia, ABC solidarieta’ e pace di Roma, Fabio Sormanni di Milano, e Cooperazione Odontoiatrica Internazionale.
Consiglio inoltre di visitare il blog di Alessandro Di Meo, di Un ponte per... di Roma, con il quale e’ iniziata una concreta collaborazione che senz’altro andra’ avanti nel tempo:
E’ stato un viaggio in due tempi, perche’ Gilberto e’ partito il 20 di ottobre, in modo da poter partecipare alle cerimonie in ricordo della strage nazista del 21 ottobre 1941, della quale abbiamo parlato piu’ e piu’ volte.
Il resto della delegazione e’ partita il 22 mattina con il solito pullmino prestato dalla Associazione di Solidarieta’ Internazionale Triestina: Gino da Montereale V., Giuliano, Marvida e Olga da Trieste, Stefano da Fiumicello e Francesco da Napoli. Sul furgone la solita decina di scatoloni per altrettante famiglie di Kragujevac da parte dei donatori italiani, pannoloni per adulti e le immancabili medicine per il presidio medico della Zastava; questa volta anche una significativa quantita’ di strumentazione medica di base, fornita da Francesco.
Verso le 7 di sera di sera del 22 ci siamo ritrovati tutti alla sede del Sindacato Samostanli; con noi anche una delegazione di Zastava Brescia, formata da Amneris, Bruno, Maurizio e Riccardo.
Dopo i soliti calorosissimi saluti abbiamo preparato il piu’ velocemente possibile le buste contenenti gli affidi da distribuire, verificati tutti gli appuntamenti dei due giorni successivi e finalmente, per una volta neppure troppo tardi, una eccellente cena serba con i nostri amici del Sindacato Samostalni e infine meritato riposo in un albergo in centro citta’.
Ma proseguiamo con ordine e torniamo al 21 ottobre.
21 ottobre mattina: commemorazione della strage del 1941
E’ una bellissima giornata di sole, un po’ fresca. Insieme a un folto numero di rappresentanti di citta’ europee sono invitato dal Comune a prendere parte alle celebrazioni, al Parco della Memoria di Sumarice che ricorda una delle piu’ efferate rappresaglie naziste, che vide la fucilazione di 7300 persone.
Tra il 14 e il 19 ottobre 1941 vi furono nei dintorni della citta’ durissimi scontri tra soldati tedeschi e partigiani, durante i quali vi furono dieci morti e ventisei feriti tra le truppe occupanti.
Le agghiaccianti regole di rappresaglia imponevano il rapporto di 100 fucilati per ogni tedesco morto e 50 per ogni ferito. In realta’ tra il 19 e il 21 ottobre furono fucilate 7300 persone, quasi tutti maschi, rastrellati in tutta la citta’ e nei villaggi contadini circostanti; trovarono la morte anche gli studenti e i professori del Ginnasio, prelevati direttamente dalle aule. E furono poi uccisi anche i piccoli rom della citta’ che facevano tradizionalmente i lustrascarpe, perche’ rifiutarono di pulire gli stivali dei fucilatori.
I fucilati vennero gettati in trentatre fosse comuni, disseminate in 380 ettari di terra che oggi costituiscono il Parco della Rimembranza. Nel territorio del Parco sono stati eretti molti monumenti, il piu’ imponente dei quali ricorda gli studenti del Ginnasio ed e’ chiamato le Ali Spezzate.
Potete trovare un documentazione molto completa su questo argomento al seguente indirizzo:
dove e’ riportata anche in Serbo e in due versioni italiane la poesia ‘’Fiaba sanguigna’’ di Desanka Maksomovic scritto a ricordo degli studenti uccisi.
Ho visitato questo parco decine di volte, con tutte le delegazioni che si sono succedute in questi anni, sotto tutti i climi ma sempre con pochissime persone presenti, dominato dal silenzio.
Oggi invece la collina che sovrasta il monumento delle Ali Spezzate, e’ invasa di persone come pure tutti i prati intorno; sono persone di tutte le eta’, e moltissimi sono i giovani.
Dopo una lunga cerimonia religiosa segue una deposizione di corone di fiori da parte di moltissime delegazioni e associazioni; quest’anno c’e’ pure la nostra corona. Io non riesco a portarla e cosi’ due ragazzi, Milenka e Luka, mi aiutano, ed e’ una cosa stupenda, sono felici e allegri, molto presi da questo gesto simbolico, mi parlano fitto fitto, un po’ in Inglese e molto in Serbo, mi dicono di avere dodici e undici anni, capisco quasi nulla ma non importa, e’ un altro piccolo ponte di amicizia che si getta. Spero di rivederli, prima o poi.
[FOTO: Milenka, Luka e Gilberto; Parte delle corone deposte, sullo sfondo le Ali Spezzate]
Sono rimasto molto perplesso, invece, al pranzo offerto dal Comune a tutte le delegazioni provenienti dall’estero. A tavola ero insieme a due Consiglieri comunali di Carrara, citta’ gemellata da molti anni con Kragujevac; brave persone, che avevano partecipato a questa manifestazione gia’ altre volte; la loro conoscenza della realta’ cittadina si limita pero’ agli incontri ufficiali, non sono pressoche’ mai venuti in contatto con la realta’ della popolazione, delle fabbriche chiuse e dei lavoratori licenziati e non hanno alcuna conoscenza delle campagne di solidarieta’ in atto ormai da tanti anni, anche a partire dalla loro citta’.
E cosi’ suppongo che sia stato per tutte le numerose citta’ presenti...
21 ottobre pomeriggio: inaugurazione della mediateca della Scuola Politecnica
Forse ricorderete che nella relazione di luglio scorso avevamo descritto la visita ad un’aula,piuttosto grande e in brutte condizioni, che la Scuola voleva destinare a mediateca di Italiano utilizzando il denaro avanzato sul progetto del Centro giovanile inaugurato a ottobre 2008 (residuo 4250 euro) a cui si aggiungeva e una donazione di 9000 euro proveniente dal Comune di Rho. Il Preside aveva sostenuto che i locali si sarebbero inaugurati a ottobre e cosi’ e’ stato!
E’ una cerimomia molto festosa, con la presenza di numerose Scuole Tecniche provenienti da Serbia, Bosnia, Slovenia, Macedonia, Repubblica Ceca e Germania, gemellate oon Kragujevac. Mancano solo gli studenti di Rho. Alcuni studenti della Scuola Politecnica leggono in Italiano un brano tratto dal libro di Giacomo Scotti ‘’Kragujevac, la citta’ fucilata’’ a cui segue poi la lettura della traduzione in Serbo.
Poi rappresentanti di tutte le Scuole presenti illustrano le loro realta’.
La sala lascia veramente a bocca aperta per come e’ stata realizzata, ogni cosa e’ stata scelta con estrema cura; e’ dominata da una splendida lavagna interattiva.
Meraviglia veramente come con una cifra tutto sommato modesta si sia potuto realizzare tanto (pareti, impianto elettrico, pavimento, mobili ed arredi).
Il Preside ci consegnera’ poi il 23 ottobre (durante la visita delle nostre delegazioni) copia delle ricevute delle spese effettuate. Le foto che seguono sono state scattate il 23 ottobre, e dunque non durante la inaugurazione ‘’ufficiale’’ ma durante la successiva visita delle nostre delegazioni.
Per questo non sono presenti gli studenti delle Scuole gemellate.
[FOTO: La sala come era a luglio; il pavimento non e’ chiaramente visibile ma e’ totalmente da rifare; La targa all’ingresso dell’aula; Una vista della sala; Altra vista con la lavagna interattiva sullo sfondo]
2 ottobre mattino: visita al possibile centro culturale di Desimirovac
Desimirovac dista 8 km da Kragujevac e si trova sulla strada magistrale Kragujevac-Topola-Belgrado. Ha circa 1.500 abitanti ed è uno dei villaggi più grandi del territorio.
Gli abitanti sono essenzialmente agricoltori e allevatori di bestiame; negli ultimi anni la popolazione e' aumentata per l'arrivo di parecchi profughi.
Nel villaggio si trova la scuola elementare «Sreten Mladenovic» frequentata da circa 300 alunni. Alla scuola fanno capo anche le scuole primarie, quasi tutte di quattro anni, dei piccoli centri vicini, (Luznice, Pajazitovo, Cerovac, Gornje Jarusice, Resnik, Novi Milanovac e Opornica) per un totale di ulteriori 300 alunni.
Desimirovac aveva un Centro culturale, costruito nel 1936 con i finanziamenti dei suoi cittadini, che pero' e' abbandonato da circa 30 anni.
Si tratta di un edificio dalle dimensioni considerevoli, in un brutto stato di conservazione, con una superficie coperta totale di circa di 800 metri quadrati raddoppiabili.
Gli abitanti vorrebbero rimetterlo in funzione, creando molti spazi usufruibili da tutti, prima di tutto una palestra per gli alunni delle scuole, e poi un centro sociale, affinchè i giovani di questa periferia possano disporre, vicino a casa loro, di un luogo dove trovarsi per sviluppare i loro interessi e trascorrere i loro momenti di svago, e poi spazi per esibizioni ecc.
E' un bel progetto, assai ambizioso MA con costi impossibili da sostenere per associazioni come la nostra. Vedremo comunque se potremo in qualche modo contribuire alla sua relizzazione.
[FOTO: Due viste parziali di Desimirovac, esterna ed interna]
22 ottobre pomeriggio: visita alla Scuola Primaria 21 ottobre.
Non e’ un gioco di parole o un errore di battitura.
La Scuola primaria 21 ottobre (corrispondente alle nostre elementari piu’ medie) e’ l’unica di Kragujevac a prevedere l’insegnamento della lingua italiana; a marzo scorso il Direttore della scuola e l’insegnante di lingua italiana ci avevano scritto chiedendoci di aiutarli nel trovare una scuola della nostra regione con cui potere realizzare un gemellaggio.
Le Scuole elementari e medie del Comune di San Dorligo della Valle hanno risposto con entiusiasmo a questa richiesta, e cosi’ insieme a Rajka sono andato nel pomeriggio del 22 a consegnare la lettera di adesione al progetto.
Ho passato due piacevolissime ore con un gruppo di alunni, che mi hanno letteralmente subbissato di domande su Trieste, sui ragazzi italiani, su quando potranno incontrarli... sono allegrissimi e pieni di aspettative.
C’e comunque sempre una certa tristezza ad incontrare ragazzi di questa eta’; avevano due-tre anni nel marzo del 1999, quando il loro Paese fu bombardato dalla NATO, il loro futuro spazzato via dalla ‘’ingerenza umanitaria’’; hanno sempre vissuto in un Paese isolato dal resto del mondo in ristrettezze economiche continue. E’ per loro che dobbiamo continuare ad agire, perche’ i ponti di solidarieta’ creati in tutti questi anni continuino a dare i loro frutti.
22 ottobre sera: ci ritroviamo tutti al Sindacato, la delegazione di Brescia e quella di Trieste. Prepariamo le buste con le quote di affido e stabiliamo le cose da fare nei due giorni successivi, che saranno pienissimi.
23 ottobre
La giornata inizia prestissimo, verso le sette, perche’ ci sara’ un presidio ai cancelli della Zastava Auto, durante il quale il Sindacato illustrera’ ai lavoratori le ultime novita’ sulla infinita vicenda della Fiat(che riportero’ in fondo a questa relazione). Siamo invitati a prendervi parte; il personale della sicurezza (specie quello Italiano, direttamente dipendente dalla Fiat) non e’ molto felice per la nostra presenza, ma non puo’ opporsi, almeno una volta i lavoratori sono piu’ forti e cosi’ superiamo insieme a loro i cancelli dello stabilimento.
Ci sono moltissimi operai che conoscsciamo da molti anni. Ci accolgono molto calorosamente, apprezzano molto la nostra presenza, si sentono meno soli in questo continuo scontro.
[FOTO: Davanti alla direzione della Zastava Auto]
Il programma prevede poi la visita della Mediateca di Italiano realizzata alla Scuola Politecnica, di cui abbiamo riferito diffusamente all’inizio di questa relazione.
Con questa Scuola abbiamo realizzato importanti progetti da cinque anni a questa parte; molti della delegazione non hanno mai visitato questi locali e cosi’ visitiamo anche la mensa per gli studenti (costruita nel 2005) lo studio dentistico (foto nella relazione di luglio scorso), il grande spazio per i giovani realizzato nel seminterrato, dove sta provando alcuni balli tradizionali il gruppo folk della scuola, guidato dalla infaticabile professoressa di Matematica Jasmina.
Nel seminterrato, nello spazio dedicato al tennis tavolo ping-pong, c’e il ping-pong appartenuto a Simone, un ragazzo di Brescia vittima di un tragico incidente stradale lo scorso luglio. Sua madre ha voluto perpetuarne il ricordo donando tutti i suoi giochi alla Scuola, ed è bello scoprire con quanta delicatezza la scuola ha dedicato questa sala a Simone, inaugurandola con un torneo dedicato alla sua memoria. Al centro della parete più lunga, visibili da qualunque posizione, campeggiano sotto vetro le racchette di Simone: il messaggio che trasmettono è che si può cambiare il segno del proprio dolore, trasformandolo in speranza per altri.
Anche in questo viaggio la mamma di Simone ha inviato una sottoscrizione alla Scuola.
[FOTO: Uno scorcio della mensa degli studenti; Il gruppo di ballo popolare durante le prove; Lo spazio del tennis tavolo; Le racchette di Simone]
E infine visita alla Scuola Jovan Popovic dove abbiamo ricostruito un’aula per i bambini in età pre-scolare, mediante l’abbattimento delle pareti interne di un’ala della Scuola, rifacendo gli infissi e l’impianto elettrico. Manca ancora il ripristino dei pavimenti, per una spesa di circa 3000 euro (le foto sono nelle relazioni di ottobre 2008 e aprile 2009).
I bambini ci accolgono con uno spettacolino, e con enormi vassoi di buonissimi dolci preparati dalle loro madri. Avevamo gia’ mangiato dolci eccellenti alla Scuola Politecnica... e pensiamo con terrore al pranzo con il Sindacato che ci aspetta...
La visita e’ finalizzata a verificare con la direttice la possibilita’ di ricostruire i bagni, che sono in stato pietoso. Il Comune non ha fondi per la manutenzione straordinaria delle Scuole ed e’ per questo che non riusciamo a realizzare questo progetto. Inoltre non e’ un progetto modulabile nel tempo (come ad esempio la ricostruzione delle aule): se si comincia devono essere per forza disponibili subito tutti i fondi necessari. C’e’ da sperare che prima o poi arrivino i fondi del 5 per mille, e che la associazione Un ponte per... di Roma decida di continuare la sua collaborazione con noi, altrimenti non ne usciremo.
Nel pomeriggio FESTA GRANDE! Si inaugura la palestra di fisioterapia della Associazione malati sclerosi multipla.
Vi abbiamo illustrato con molti particolari e molte foto questo progetto nella relazioni dei viaggi effettuati a ottobre 2008 e a luglio scorso.
Sembra quasi impossibile, ma dal primo contributo, versato agli inizi di maggio 2009, sono passati solo sei mesi...
Arrivano per l’occasione anche Alessandro, Samantha e Vincenzo della associazione romana Un ponte per... che ha deciso di collaborare.
Ci accoglie Jasmina Brajkovic, presidente della associazione, insieme a molti soci (quasi tutte donne) anche giovanissimi, purtroppo. Nei loro occhi c’è la sofferenza per questa terribile malattia, ma è completamente assente l’autocommiserazione o la richiesta silenziosa di compassione.
Una grande targa ricorda tutti quelli che hanno partecipato a questa iniziativa.
Dopo i discorsi ufficiali, per fortura brevi, Alessandro consegna a Jasminala quota di 2500 euro proveniente da dalla sua Associazione, e poi si taglia il nastro!
La strumentazione fisioterapica a cui ci troviamo di fronte e’ di livello eccellente ed assai completa.
[FOTO: La targa; Alessandro e Jasmina con la donazione di Un ponte per...; Alcune viste della attrezzatura della palestra]
A seguire, ci viene offerta una cena alla quale partecipiamo con entusiasmo e grande amicizia. Arriva anche una banda di suonatori di trombe, che ci aveva gia’ fatto compagnia un anno fa. Si balla il kolo tutti insieme, si canta, si parla e si immaginano nuovi progetti.
Sabato 24 ottobre 2009
E’ il giorno dell’assemblea per la distribuzione delle quote di affido.
Come sempre moltissime persone presenti nella grande sala della direzione della Zastava. Molti non riescono a entrare e si fermano in corridoio. La preoccupazione per il futuro domina tutti, perche’ la Fiat non sta rispettando alcun patto, e le notizie a volte incontrollabili che circolano sono veramente brutte.
Noi comunque proviamo sempre la stessa gioia nel rivedere persone che conosciamo da anni, molti di loro ormai disoccupati, i loro figli che crescono viaggio dopo viaggio. Benche’ disoccupati, malati, disperati, almeno non sono abbandonati da tutti. La solidarietà è soprattutto questo. E loro, i nostri amici, questo lo sanno bene e ce lo dicono, qualcuno con le parole, molti con gli occhi e gli abbracci.
Consegnamo 158 quote d’affido ed alcuni regali in denaro, per un totale di 27230 euro..
Due di questi affidi sono nuovi e salutiamo con affetto i piccoli Marko e Nina che entrano a far parte di questa nostra grande famiglia solidale.
Dopo di noi viene effettuata la consegna delle 112 quote di affido della associazione di Brescia.
Nel pomeriggio abbiamo un incontro con il Sindacato.
Il clima e’ pesante, si parla dei problemi della fabbrica, dei piani della Fiat e del futuro dei lavoratori.
Anche il futuro del Sindacato e’ a rischio, soprattutto in termini di agibilita’ in fabbrica e di strutture sindacali.
Decidiamo di far venire in Italia a dicembre una delegazione del Samostanli, a Brescia per i giorni 8 e 9 e a Trieste il 10 e l’11, in modo da poter organizzare iniziative di informazione e sensibilizzazione sul tema della solidarietá con le famiglie dei lavoratori ed ex lavoratori della Zastava e piu' in generale con la citta' di Kragujevac.
Infine, a sera, siamo attesi in casa di Ana S., la ragazza che ad aprile scorso era giunta in Italia per poter realizzare il suo sogno di vedere Venezia, prima che la malattia degenerativa che la ha colpita la renda totalmente incapace di camminare. Ha finito la scuola, si è diplomata, ma ora che la malattia è sempre più evidente e invalidante non esce piu’ di casa. Andiamo noi a trovarla, e a festeggiare insieme il suo diciannovesimo compleanno, che e’ caduto dieci giorni fa. Ci attende raggiante di gioia, bellissima, ci invita a gustare i cibi e ci accompagna al suo computer per mostrarci le foto che ha scattato a Venezia: questo viaggio era stato realizzato grazie da una catena di solidarietà intitolata ‘’Il sogno di Ana’’. E sara’ Ana a salutarvi, alla fine di questa relazione.
3 – Alcune informazioni generali sulla Serbia e sulla Zastava
ALCUNI INDICI ECONOMICI GENERALI
I dati sono stati ricavati dai bollettini periodici dell’Uffico Centrale di Statistica; qualora ala fonte sia diversa viene esplicitamente indicata.
Cambio dinaro/euro.
A ottobre 2008 il cambio dinaro-euro era di 84 a 11.
Era poi salito fino a quasi 100 dinari per 1 euro ad aprile 2009. Successivamente si e’ stabilizzato a circa 92 dinari per 1 euro; al 22 di ottobre era di 93.2 dinari per euro.
Inflazione e prezzi
L’inflazione non smette di falcidiare i salari.
A giugno 2009 i prezzi al consumo erano aumentati del 6.9% rispetto a dicembre 2008; a fine settembre l’infazione era salita fino a 9.4%.
Ponendo uguale a 100 la media dei prezzi al consumo nel 2005, a settembre 2009 tale indice diventa 145.3; era di 88.4 a settembre 2004; 72.8 a settembre 2002; 32.7 a settembre 2000; 19.2 a settembre 1999; 14.9 a gennaio 1999 (prima dei bombardamenti NATO).
Questo significa un aumento di circa dieci volte dei prezzi al consumo in un decennio!
Commercio con l’estero per il periodo gennaio-agosto 2009
Il totale degli scambi e’ stato di 14950,1 milioni di dollari con una diminuzione di 36.8% rispetto allo stesso periodo del 2008. Il valore delle esportazioni della Serbia e’ stato di 5190.1 milioni di dollari, con una diminuzione del 32.6% in confronto allo stesso periodo del 2008.
Il valore delle importazioni della Serbia e’ stato d 9760.0 milioni di dollari, con una diminuzione del 38.9% in confronto allo stesso periodo dell’anno scorso.
Se i dati invece che in dollari vengono espressi in euro ci sono variazioni sui valori percentuali, in relazione alle variazioni dei cambi tra le varie monete.
Cio’ che resta invariato, indipendentemente dalla moneta di riferimento, e che mostra quanto sia drammatica la situazione economica, e’ il rapporto esportazioni/importazioni nel periodo esaminato, che e’ pari al 53%.
Indici della produzione industriale
La produzione industriale a settembre 2009 e’ scesa del 6.3% se comparata con settembre 2008; la produzione industriale nel periodo gennaio-settembre 2009 e’ scesa del 15% in rapporto allo stesso periodo del 2008.
Livelli occupazionali e tasso di disoccupazione
Non ci sono aggiornamenti dei dati gia’ riportati nella tabella presente nella relazione di luglio scorso.
Ricordiamo i dati fondamentali.
Dal 2001 ad oggi l’occupazione cosi’ registrata e’ scesa di 100.000 unita’, da circa 2.100.000 del 2001 a circa 2.000.000 del 2008.
E’ impressionante il calo dell’industria manifatturiera, che continua a perdere posti di lavoro, il 40% in 7 anni.
Il livello di disoccupazione medio in Serbia per la popolazione tra 15 e 64 anni era del 16.4% a aprile 2009, con un aumento di 2.4% rispetto ad aprile del 2008.
Salari in dinari
Non ci sono variazioni significative sul fronte dei salari, che hanno mantenuto valori nominali pressoche’ costanti negli ultimi cinque mesi, a fronte di una inflazione in continua crescita segnando quindi una perdita del potere di acquisto.
MeseProduzioneServiziMedia totale
Gennaio 2008275162958228230
Maggio 2008301363586732147
Novembre 2008317033704033613
Gennaio 2009274473202028887
Maggio 2009286573643431086
Agosto 2009289153661231338
Settembre 200928825Non disponibile31319
Come gia’ riportato in molte relazioni, ci sono differenze salariali fortissime tra diverse categorie di lavoratori:
I dati seguenti sono relativi al terzo trimestre del 2009 (in dinari)
SettoreSalario in dinari
Finanza71464
Manifattura tabacchi61382
Elettricita’ e gas51578
Manifattura pellami17172
Manifattura tessile15010
Pensioni
La seguente tabella e’ tratta dal quotidiano Politika del 24-8-09 ed illustra l’entita’ delle pensioni medie mensili (in dinari) suddivise per categoria di lavoratori.
Il rapporto tra pensioni e salari medi e’ di poco superiore al 60%.
Informazioni sulla Zastava
Fabbrica camion
Dall’inizio del 2009 fino al 30 settembre sono stati prodotti 74 veicoli, di cui 34 per l’esportazione.
I lavoratori occupati al 30 settembre 2009 erano 759.
Fabbrica auto
A partire da marzo 2009, quando e’ iniziato il montaggio della Punto 188 sono state prodotte 11336 vetture.
Notizia appena arrivata: il 14 settembre scorso e’ scoppito un incendio alla linea di montaggio della Punto, con un danno complessivo di circa 1 mlione di euro.
L’accordo Fiat – Governo serbo
Trovate ampie descrizioni di questo accordo e delle sue evoluzioni a partire dalla relazione di giugno 2008.
Ricordiamo comunque le tappe fondamentali
Il 29 aprile 2008 la FIAT e il governo serbo avevano firmato un memorandum di intesa per la cessione del 66% della Zastava Auto alla FIAT (il 34% rimane al governo serbo). Era stato firmato dal Vicepresidente della Fiat Alfredo Altavilla, dal Ministro dell’Economia Mladan Dikic,e dal SIndaco di Kragujevac Veroljub Stojanovic, alla presenza del Presidente della Repubblica.
Va un po’ maliziosamente ricordato che l’11 maggio successivo si sarebbero tenute le elezioni per il nuovo Parlamento... si potrebbe anche dire che prima ancora di comprare la Zastava la FIAT ha vinto le elezioni...
Il 29 settembre 2008 l’accordo era stato ratificato, con la previsione di un investimento di 700 milioni di euro da parte della Fiat e 300 milioni da parte del governo serbo.
In questa ratifica si confermava l’esonero per la Fiat delle tasse locali e nazionali per dieci anni, la cessione gratuita del terreno di cui avra’ bisogno per eventuali sviluppi; inoltre per la Fiat la citta’ di Kragujevac diventava zona franca.
A quel punto per i 3900 lavoratori ancora in carico a Zastava auto si apre un futuro ancor piu’ pieno di incognite; restano tutti a casa da fine novembre 2008 a marzo 2009, quando riprende il montaggio della Punto 188 con pezzi provenienti da Torino.
La Fiat si era impegnata a versare i primi 200 milioni di euro entro marzo 2009; ma questo impegno e’ restato lettera morta
La Fiat intanto si è ripresa gratuitamente la licenza che anni fa la Zastava aveva pagato alla stessa Fiat 3 milioni di euro, per montare la vecchia Punto con il nome Zastava10; ha inoltre un profitto garantito del 10 per cento per ogni vettura venduta.
Per ogni vettura Punto venduta, la Zastava guadagna 722 euro che servono per coprire parte delle spese di produzione (energia, fluidi, vernici ecc.) e parte dei salari; il resto viene sovvenzionato dal governo serbo.
Il Ministro dell'economia Mladan Dinkic aveva rilasciato interviste trionfali, riprese con grande rilievo da diversi quotidiani italiani il 25 settembre 2009, indicando una ulteriore data per la firma dell’accordo, spostata al 13 novembre, e che avrebbe determinato 2500 lavoratori direttamente nella produzione delle auto e circa 10000 nell’indotto, impegnati in 14 industrie diverse (Magneti Marelli, Sigit, Delphi, Proma, Sbe, Adler, Toscana Gomma, Faurecia, Lear, Johnson Controls e Axcent).
Secondo Dinkic l'accordo doveva essere firmato durante la visita ufficiale del Presidente della Repubblica serba in Italia, e si era indicato in 100 milioni l'investimento totale che la Fiat avrebbe impegnato direttamente nel settore auto (ben lontano dei 700 milioni iniziali...).
Quando scriviamo questa relazione siamo al 20 novembre e neppure un euro e’ stato ancora versato.
Al momento attuale i lavoratori sono rimasti in 2700.
I 1200 mancanti rispetto ad un anno fa hanno scelto una delle tre opzioni che erano state sottoscritte tra Sindacato e Governo a ottobre 2008 (dettagli nella relazione di ottobre 2008)
Se e quando la Fiat definira' il proprio impegno economico, dovrebbe assumerne circa 1000; il Sindacato insiste sulla ulteriore assunzione di altri 1000 lavoratori e cassa integrazione per i restanti.
Per quanto riguarda la fabbrica camion il rapporto di collaborazione con la Fiat Iveco per la costruzione di autobus e’ saltato. Nei capannoni della attuale fabbrica camion dovrebbe installarsi il fornitore piu’ importante della Fiat e cioe’ la Magneti Marelli, che dovrebbe assumere 1200 lavoratori.
Altre 13 imprese legate all’indotto Fiat dovrebbero andare a realizzare le loro produzioni in una nuova area industriale, da costruire nel territorio del villaggio di Korman, vicino a Kragujevac; e’ da tutti questi condizionali che salta fuori questa storia di 10.000 nuovi posti di lavoro nell’indotto; ma al momento sono solo vaghe promesse.
Del resto, se proprio oggi cominciassero le realizzazioni per queste nuove attivita’ forse nel 2017 ci sarebbero questi nuovi posti di lavoro.
4 CONCLUSIONI
A dieci anni dai bombardamenti della Nato non si vedono in Serbia significativi segnali di miglioramento delle condizioni generali di vita dei lavoratori. Per quanto riguarda la citta’ di Kragujevac gli accordi con la FIAT, esaltati e sbandierati nel corso della campagna elettorale come una vittoria, sono per ora un grosso imbroglio. L’annuncio dell’accordo, con mille promesse di lavoro, salari e investimenti, e’ stato dato in pasto ad una popolazione stremata, stanca, immiserita, umiliata da 16 anni di pressioni, embarghi e guerre.
Siamo coscienti che le condizioni materiali stanno deteriorandosi sempre piu’ anche nel nostro Paese, ma siamo anche sicuri che i nostri sostenitori si rendono conto delle gravi difficolta’ che i lavoratori Zastava e le loro famiglie continuano a sopportare e che di conseguenza non mancheranno di sostenere la campagna di affidi a distanza, che e’ basata sui valori in cui crediamo: il Lavoro, la Pace, la Liberta' e la Solidarieta' tra i lavoratori e tra i popoli.
Vi inviamo il piu’ fraterno e affettuoso saluto, insieme ad Ana S. e vogliamo rivolgere un invito a tutti voi:
andate a Kragujevac, non c’è stanchezza del viaggio che non venga abbondantemente ripagata da ciò che proverete.
Il existe 761 bases américaines avouées dans le monde dont celle, gigantesque de Bondsteel au Kosovo qui a été arraché par la guerre et illégitimement à la Serbie, avec l´aide décisive des impérialistes euro- atlantistes. CB
Il y a vingt ans, la fin de la Guerre Froide devait introduire une ère de paix. Pourtant, depuis dix ans, l´Otan fait la guerre - d´abord au Kosovo, aujourd´hui en Afghanistan. C´est la guerre et non la paix qui est de retour. Pourquoi ?
Je veux présenter plusieurs propositions qui à mon avis sont des évidences, mais des évidences qui ne font pas partie du discours officiel relayé par les médias.
1. Première proposition. Le but principal de la guerre menée en 1999 par l´Otan contre la Yougoslavie - dite « guerre du Kosovo » - était de sauver l´Otan en la dotant d´une nouvelle mission de mener des guerres aux endroits et pour des motifs décidés par elle. (Un but secondaire était de débarrasser la Serbie d´un chef considéré comme trop peu empressé de suivre le modèle économique néo-libéral, mais je laisse de côté cet aspect des choses, qui aurait pu être traité autrement que par la guerre, bien que les bombardements aient hâté la privatisation des industries ainsi frappées de façon expéditive.)
2. Ce but a éte atteint, avec l´acceptation par les alliés européens de la nouvelle stratégie de l´Otan, qui préconise la possibilité des interventions militaires n´importe où dans le monde sous n´importe quel prétexte - voir la liste des « menaces » auxquelles ils faut faire face.
3. Ce changement de politique stratégique, avec des implications graves, a été réalisé sans le moindre débat démocratique dans les parlements européens ou ailleurs. Il a été réalisé de façon bureaucratique derrière un épais écran de fumée émotionnel - on dirait des gaz lacrymogènes - sur le besoin de sauver des populations de menaces qui n´existaient pas et qui étaient inventées précisément pour justifier une intervention qui servait les intérêts à la fois des Etats-Unis et des sécessionnistes albanais du Kosovo. En autres mots, la nouvelle politique de guerre sans limites a été décidée presque en huis clos, et vendue au public comme une grande entreprise humanitaire d´une généreuse abnégation, sans précedent dans l´histoire de l´humanité.
C´est ainsi que la « guerre du Kosovo » continue à être célébrée, surtout aux Etats-Unis, servant de preuve que la guerre n´est plus le pire des maux à éviter, mais le meilleur des véhicules du Bien.
4. Suite aux attaques criminelles contre les Tours du World Trade Center le 11 septembre 2001, les alliés européens des Etats-Unis ont suivi sans broncher l´interprétation plus que douteuse donnée par l´administration américaine Bush-Cheney selon laquelle ces attaques constituaient un « acte de guerre ». Encore pris dans un tourbillon sentimental - « nous sommes tous des Américains » - les hommes et les femmes politiques européens ne se sont pas mobilisés pour faire remarquer qu´il s´agissait plutôt d´attaques criminelles - internationales, peut-être, mais qui étaient le fait des individus ou des groupes, non pas d´un Etat, et qui exigeaient logiquement une riposte policière et non pas de guerre. Au lieu de secourir les Américains en leur apportant une dose de bon sens qui visiblement manquait à leurs dirigeants, les dirigeants européens ont invoqué l´Article 5 de l´Otan pour la première fois pour suivre les Etats-Unis agressés dans leur guerre contre les fantômes en Afghanistan. Il y sont toujours...
5. Cinquième proposition. Tout cela fait la démonstration d´une absence quasi totale de débat politique, ou même de pensée, en Europe sur les questions fondamentales de sécurité et de guerre et de paix, et encore moins sur le droit international.
6. Sixième proposition, la plus essentielle et la plus controversée sans doute. Cette lamentable inexistence morale et intellectuelle de l´Europe dans ce chemin vers le désastre est due surtout à une cause : la soi-disante « construction européenne ».
Maintenant je veux revenir sur cette suite d´événements qui nous mène de l´élan « humanitaire » du Kosovo jusqu´au bourbier sanglant d´Afghanistan.
L´Europe et la Yougoslavie
Il est courant de blâmer l´Europe pour son inaction dans l´affaire yougoslave. Mais ce reproche prend le plus souvent la forme d´une lamentation selon laquelle l´Europe aurait dû intervenir militairement pour sauver les victimes, bosniaques, il s´entend. Ce n´est pas une analyse mais une exploitation moralisante par un des partis - les Musulmans de Bosnie - d´une tragédie dans laquelle ils comptent le plus grand nombre de victimes, mais pour laquelle leurs dirigeants politiques (surtout Monsieur Izetbegovic) avaient leur part de responsabilité. Dans cette lamentation sans vraie analyse, l´inaction de l´Europe est attribuée le plus souvent à sa « lâcheté » collective, et même, par certains, à son supposé racisme anti-musulman. Un tel racisme existe en effet ici et là, mais les causes de la faillite européenne dans le cas yougoslave sont ailleurs.
Je voudrais offrir ici une autre interprétation de cette faillite. Elle est plus compliquée, et moins moralisante.
Déjà dans les années 1980, la Yougoslavie sombrait dans une crise à la fois économique et politique. L´endettement du gouvernement central, qui résultait surtout des crises pétrolières et des manipulations du dollar, favorisait la poussée séparatiste des républiques les plus riches, la Slovénie et la Croatie. L´auto-gestion socialiste, paradoxalement, contribuait aussi au mouvement centrifuge. Pourtant le sentiment unitaire restait encore probablement majoritaire. C´est l´époque où précisément une politique attentive européenne d´élargissement aurait pu empêcher le désastre. Après tout, la Yougoslavie, située entre la Grèce et l´Italie, dont le système socialiste était plus libre et plus prospère que le bloc soviétique et qui évoluait déjà vers plus de démocratie de style occidental, était logiquement le candidat prochain pour l´adhésion à la Communauté européenne.
Certaines voix isolées signalaient cette évidence, sans être entendues. Au début des années 1990, c´était le drame. Je ne peux pas raconter toute cette histoire ici, cela se trouve dans mon livre, « La Croisade des fous ». Mais en bref, en 1991, il y avait deux mondes parallèles qui se sont touchés de façon malheureuse. Il y avait le monde yougoslave, où les républiques - c´est ainsi qu´on nommait les composants de la fédération yougoslave - slovène et croate optaient pour la sécession, soutenues par l´Allemagne. Et dans le monde de la construction européenne, le gouvernement français en particulier était totalement absorbé par l´effort de convaincre le gouvernement allemand de fondre son précieux deutschemark dans une nouvelle monnaie européenne, qui servirait de colle dans la transformation de la Communauté européenne en Union européenne. Le résultat est connu. Quoiqu´au départ, aucun autre membre de la Communauté ne voulait suivre l´Allemagne dans la reconnaissance des sécessions sans négociation de la Slovénie et de la Croatie, lorsque la France, en pleines négociations sur la monnaie européenne avec l´Allemagne, a cédé sur les sécessions yougoslaves, toute la Communauté a suivi dans cette décision qui violait le principe de l´inviolabilité des frontières et menait inévitablement à la guerre civile.
Je sais que tout cela devient un peu compliqué, mais je veux souligner un aspect qui est relativement subtil mais essentiel. À cause de la sacrosainte « construction européenne », la Communauté européenne s´est alignée sur la position allemande qui au départ n´était partagée par aucun autre Etat membre. Ils n´ont examiné sérieusement ni les vrais motifs de cette position, ni sa justification, ni ses conséquences programmées. Au lieu de cela, ils ont adopté une version moralisante et unilatérale d´un conflit complexe qui servait surtout à excuser leur violation des pratiques normales - non-reconnaissance des sécessions non-négociées. Mais cela avait pour résultat de les ouvrir aux accusations moralisantes de ne pas avoir fait assez pour « sauver les victimes ». Car une fois admise une vision manichéenne, une solution manichéenne s´impose. S´étant coincée elle-même, l´Europe a essayé de combiner son discours manichéen, qui attribuait toute la culpabilité au seul « nationalisme serbe », avec des efforts de trouver une solution négociée, ce qui était contradictoire et voué à l´échec.
Imaginons par contre que les Etats membres aient agi en Etats indépendants, sans se sentir contraints par la « construction européenne ». L´Allemagne aurait sans doute soutenu ses clients historiques, les séparatistes slovènes et croates, mais elle aurait dû écouter d´autres points de vue. Car la France et la Grande Bretagne, sans doute suivies par d´autres, auraient pensé aux intérêts de leurs alliés historiques, les Serbes. Cela ne veut pas dire qu´on aurait refait la Première Guerre Mondiale - personne n´est aussi fou. Mais on aurait pu reconnaître, de part et d´autre, qu´il y avait d´authentiques conflits non seulement d´intérêts mais aussi d´interprétations juridiques en ce qui concernait le statut des frontières entre républiques, des minorités et ainsi de suite. En regardant le problème yougoslave de cette façon, au lieu de le considérer comme un conflit entre le Bien et le Mal, les puissances européennes auraient pu encourager une médiation et une négociation pour éviter le pire.
L´argument que je veux souligner est le suivant. Un des dogmes de la Construction Européenne est que l´accord entre les Etats Membres est un bien si grand que le contenu de cet accord devient secondaire. On se félicite d´être d´accord, quel que soit la qualité ou les conséquences de cet accord. On cesse de réfléchir. Et l´accord se fait, ou se justifie le plus facilement autour de quelque poncif moralisant - les « droits de l´homme » surtout.
La « construction européenne » ressemble au « processus de paix » au Moyen Orient en ce sens que le mirage d´un avenir hors d´atteinte paralyse le présent, et sert d´excuse pour n´importe quoi.
Je voudrais signaler que, dans le cas yougoslave, les Etats-Unis ne soutenaient pas non plus les sécessions sans négociation de la Slovénie et de la Croatie. L´administration de Bush père était encline à laisser ce problème aux Européens. Donc il est trop facile de blâmer les Etats-Unis. Mais devant l´incurie européenne, et très susceptibles eux-mêmes aux interprétations manichéennes, les Américains de l´administration Clinton ont profité de la situation pour exploiter le désastre yougoslave à leurs propres fins, c´est-à-dire, l´affirmation du rôle dirigeant des Etats-Unis en Europe, la renaissance de l´Otan et quelques miettes sentimentales jetées aux Musulmans pour compenser le soutien sans faille à Israël.
L´Otan et les Menaces
L´évolution des deux dernières décennies pose la question de la poule et de l´oeuf. Autrement dit, est-ce que l´idéologie cause les actions, ou l´inverse ? Je serais tentée, vu ce que je viens de décrire à propos de la Yougoslavie, de dire que c´est l´inverse - au moins, parfois. Ou plutôt, en l´absence de pensée rigoureuse et franche, on est facilement entraîné dans des aventures néfastes par une dialectique entre idéologie et bureaucratie.
Mon deuxième exemple est le rôle de l´Otan dans le monde, et de l´Europe dans l´Otan.
A travers l´Otan, la plupart des pays de l´Union Européenne ont déjà participé à deux guerres d´agression, ou au moins à l´une d´entre elles, et d´autres se préparent. Et tout cela sans véritable débat, sans décision stratégique visible. En attendant la réalisation de la Construction Européenne, l´Union Européenne réellement existante poursuit en somnambule le chemin de guerre tracé pour elle par les Etats-Unis.
Cet état d´inconscience est maintenu par un mythe qui devient plus enfantin avec l´âge, comme une sénilité : le mythe de l´Amérique protectrice, puissante et généreuse, qui est le dernier recours pour sauver l´Europe de tout et surtout d´elle-même. On objectera qu´on n´y croit plus. Mais on fait toujours comme si on y croyait. Qu´ils y croient ou non - et je ne peux pas le savoir - la plupart des dirigeants européens n´hésitent pas à raconter des balivernes à leurs populations, telles que :
ï® Les Etats-Unis veulent mettre leur bouclier anti-missile en Europe pour défendre les Européens des attaques iraniennes ;
ï® La guerre en Afghanistan est nécessaire pour éviter les attentats terroristes en Europe ;
ï® La France est rentrée dans le commandement de l´Otan pour influencer les Etats-Unis ;
ï® Nous sommes la Communauté Internationale, le monde civilisé, et nous agissons pour défendre les droits de l´homme. Et ainsi de suite.
Les Européens acceptent le vocabulaire « newspeak » de l´Otan. Ainsi pour désigner les multiples prétextes de guerre, on utilise le mot « menaces ». Un pays ou une région qu´on entend attaquer est forcément « stratégique ». Et toute action agressive est naturellement un acte de « défense ».
Ici encore c´est idéologie qui suit la bureaucratie, mais qui devient une force extrêmement dangereuse.
Je m´explique.
L´Otan est surtout une bureaucratie lourde, soutenue par des intérêts économiques et des carrières multiples. A la base de l´Otan se trouve le complexe militaro-industriel américain (ainsi nommé par Eisenhower en 1961, mais qui devait inclure le Congrès dans sa dénomination, car l´industrie militaire est soutenue politiquement par les intérêts économiques localisés dans presque chaque circonscription électorale du pays, défendus avec acharnement par son représentant au Congrès au moment de voter le budget). Depuis cinquante ans, ce complexe forme la base de l´économie des Etats-Unis - un keynésianisme militaire qui évite un keynésianisme social qui bénéficierait à la population mais qui est interdit par un anti-socialisme dogmatique.
Lors de la « Chute du mur » il y a 20 ans, c´est-à-dire de l´écroulement du bloc soviétique, il y avait comme un vent de panique chez son adversaire. Qu´allait-on faire sans la « menace » qui faisait vivre l´économie ? Réponse facile : trouver d´autres menaces. Pour les cibler, il y a les « think tanks », ces boîtes aux idées richement financées par le secteur privé pour donner au secteur public - c´est-à-dire le Pentagone et ses émules au Congrès et à l´exécutif - les raisons d´être et d´agir dont il a besoin.
On connait la suite. On a trouvé le terrorisme sous Reagan et Saddam Hussein sous Bush premier, puis le nationalisme serbe et les violations des droits de l´homme, puis encore le terrorisme, et maintenant il y a une véritable explosion de « menaces » auxquelles « la Communauté internationale », autrement dit l´Otan, doit répondre.
UNE LISTE non exhaustive :
ï® le sabotage cybernétique
ï® les changements du climat
ï® le terrorisme
ï® les violations des droits de l´homme
ï® le génocide
ï® le trafic de drogue
ï® les états manqués (failed states)
ï® la piraterie
ï® la montée des niveaux de la mer
ï® la pénurie d´eau
ï® la sécheresse
ï® le mouvement des populations
ï® le déclin probable de la production agricole
ï® la diversification des sources d´énergie
(Sources : l´Otan ; Conférence tenue le premier octobre 2009 organisée conjointement par l´Otan Lloyd´s of London - "the world´s leading insurance market" le soi-disant numéro un marché d´assurances du monde.)
Ce qui est à signaler est que la réponse supposée à toutes ces menaces, parmi d´autres, est forcément militaire, et non pas diplomatique. On peut parfois jouer à la diplomatie, mais puisqu´on est le plus fort militairement, à Washington celle-ci est vite amenée à préférer le traitement militaire de tout problème.
Toutes ces menaces sont nécessaires pour justifier l´expansion bureaucratique du complexe militaro-industriel et de sa branche armée, l´Otan. La seule idéologie qui peut les unifier n´est plus un système de pensée mais une émotion : la peur. La peur de l´autre, la peur de l´inconnu, la peur de n´importe quoi. Et à cette peur la seule réponse est militaire.
Cette peur tue la diplomatie. Elle tue l´analyse et le débat. Elle tue la pensée.
L´incarnation de cette peur agressive est l´Etat d´Israël. Et l´Occident, au lieu de calmer la peur israélienne, l´adopte et l´intériorise.
La Menace par habitude : la Russie
Mais il y a une menace qui ne se trouve pas sur la longue liste officielle, mais qui pourrait être la plus dangereuse de toutes, pour l´Europe en particulier. On en parle peu, elle prend une place de choix dans les activités frénétiques de l´alliance atlantique : c´est la Russie. La Russie, ou plutôt l´Union Soviétique était l´ennemi contre lequel tout était organisé, eh bien, cela continue. C´est la menace par habitude, ou par inertie bureaucratique.
De plus en plus, l´Otan se trouve engagée dans un encerclement stratégique de la Russie, à l´ouest de la Russie, au Sud de la Russie et au Nord de la Russie.
À l´ouest, notamment, tous les anciens membres du défunt Pacte de Varsovie sont devenus membres de l´Otan, ainsi que les Etats Baltes anciennement membres de l´Union Soviétique même. Certains de ces nouveaux membres appellent à cor et à cri le stationnement de plus de forces américaines en vue d´un éventuel conflit avec la Russie. A Washington il y a quelque jours, le ministre des affaires étrangères de la Pologne, Radek Sikorski, a réclamé le stationnement de troupes américaines dans son pays "pour servir de bouclier contre l´agression russe". L´occasion était une conférence organisée par le think tank Center for Strategic and International Studies (CSIS) sur "les Etats-Unis et l´Europe centrale" pour célébrer la chute du mur de Berlin. Il est caractéristique de ce que l´ancien ministre de la guerre américain Donald Rumsfeld a appelé "la Nouvelle Europe", que Sikorski a eu la citoyenneté britannique depuis 1984 (il avait alors 21 ans), a fait ses études à Oxford et a épousé une journaliste américaine, ayant lui-même travaillé comme correspondant pour plusieurs journaux et télévisions américains. Avant de devenir ministre des affaires étrangères de la Pologne, Sikorski a passé plusieurs années (de 2002 à 2005) à Washington dans les think tanks American Enterprise Institute, pépinière des néo-conservateurs, et la New Atlantic Initiative en tant que directeur exécutif. Ce Polonais appartient donc à cette couche très particulière de stratèges originaires de l´Europe centrale qui, depuis le début de la Guerre Froide en 1948, ont considérablement influencé la politique étrangère américaine. Un des plus importants de ceux-ci, Polonais lui aussi, Zbigniew Brzezinski, a parlé à la même conférence des "aspirations impériales" de la Russie, de ces menaces envers la Géorgie et l´Ukraine et de l´intention de la Russie de devenir "une puissance mondiale impériale".
Il est largement oublié que la Russie avait volontairement et pacifiquement laissé filer ces Etats qui aujourd´hui se prétendent « menacés ». Il est encore plus oublié que les Etats-Unis avaient, le 9 février 1990, à l´occasion de négociations sur l´avenir des deux états allemands, rassuré Gorbachev en lui promettant que si l´Allemagne unifiée intégrait l´Otan, « il n´y aurait aucune extension des forces de l´Otan d´un centimètre de plus à l´est ». Et lorsque Gorbachev revenait à ce sujet, en précisant : « Toute extension de la zone de l´Otan est inacceptable », le secrétaire d´Etat américain James Baker a répondu, « Je suis d´accord ».
Ainsi rassuré, Gorbachev a accepté l´appartenance de l´Allemagne réunifiée à l´Otan en croyant - naïvement - que les choses s´arrêteraient là et que l´Otan empêcherait efficacement tout « revanchisme » allemand. Mais, déjà l´année suivante, le gouvernement de l´Allemagne réunifiée a mis le feu aux poudres balkaniques en soutenant les sécessions slovènes et croates...
Mais revenons au présent. La mobilisation contre la prétendue « menace » russe ne se limite pas aux discours. Pendant que Sikorski épatait ses anciens collègues des think tanks washingtoniens, les militaires étaient à l´oeuvre.
En octobre, des vaisseaux de guerre américains sont arrivées directement de manoeuvres au larges des côtes écossaises pour participer à des exercices militaires avec les marines polonaises et baltes. Cela fait partie de ce que le porte parole de la Marine américaine décrit comme sa « présence continue » dans la Mer Baltique, tout près de Saint Petersbourg. À cette occasion, les responsables des pays baltes parlaient de « nouvelles menaces depuis l´invasion russe de la Géorgie » et des exercices navals de grandes envergure à venir l´été prochain. Tout cela en projetant l´augmentation des budgets militaires - 60 milliards d´euros par la Pologne pour améliorer ses forces armées.
Il est important de noter que cette activité dans la Mer Baltique sert aussi à faire entrer officieusement les pays scandinaves historiquement neutres, la Suède et la Finlande, dans les exercices et les plans stratégiques de l´Otan. Les pays scandinaves, avec le Canada, auront un rôle à jouer dans la course pour s´accaparer des ressources minérales qui deviendront accessibles avec le retrait de la calotte glacière. Des manoeuvres se font déjà en préparation de cette éventualité. Ainsi l´encerclement de la Russie par le nord se poursuit.
Aujourd´hui, non contents d´avoir absorbé les Etats baltes, la Pologne, la Tchéquie, la Slovaquie, la Hongrie, la Bulgarie et j´en passe, les dirigeants américains, vigoureusement soutenus par « la Nouvelle Europe », insistent sur la nécessité de faire entrer dans le giron de l´Alliance dite « Atlantique » deux voisins proches de la Russie, la Géorgie et l´Ukraine.
Dans ces deux cas, on s´approche dangereusement à la possibilité d´une vraie guerre avec la Russie... surtout en Ukraine.
L´Ukraine est une très grande « Krajina » yougoslave... les deux mots signifient « frontières » en slave ... divisée toutes les deux entre Orthodoxes et Catholiques (Uniates dans le cas de l´Ukraine), avec en prime la grande base navale russe à Sébastopol, dans une Crimée à la population majoritairement russe... réclamée par les dirigeants actuels ukrainiens qui la transféreraient volontiers aux Etats-Unis. Voilà l´endroit rêvé pour déclencher la Troisième Guerre Mondiale - qui serait sans doute la vraie « der des ders ».
Les dirigeants baltes sont là pour interpréter l´inquiétude russe devant cette expansion de l´Otan comme la preuve de la « menace russe ». Ainsi, dans une « lettre ouverte à l´administration Obama de l´Europe centrale et orientale » du juillet dernier, Lech Walesa, Vaclav Havel, Alexander Kwasniewski, Valdas Adamkus et Vaira Vike-Freiberga ont déclaré que "la Russie est de retour en tant que puissance révisionniste en train de poursuivre un programme du 19ème siècle avec les tactiques et les méthodes du 21ème siècle". Le danger, selon eux, est que ce qu´ils appellent "l´intimidation larvée" et "l´influence colportée" (influence peddling) de la Russie pourrait à la longue mener à une "de facto neutralisation de la région".
On peut se demander où serait le mal ? Mais le mal est dans le passé et le passé est dans le présent. Ces Américanophiles continuent : "Notre région", disent-ils, "a souffert quand les Etats-Unis ont succombé au `réalisme´ à Yalta. ... Si un point de vue `réaliste´ avait prévalu au début des années 1990, nous ne serions pas dans l´Otan aujourd´hui..." Mais ils y sont, et ils réclament "une renaissance de l´Otan", qui doit "reconfirmer sa fonction centrale de défense collective en même temps que nous nous adaptons aux nouvelles menaces du 21ème siècle." Et ils ajoutent, avec un brin de chantage, que leur "capacité de participation dans les expéditions lointaines est lié à leur sécurité chez eux."
La Géorgie est là pour montrer le danger représenté par ces petits pays prêts à entraîner l´Alliance Atlantique dans leurs querelles de frontières avec la Russie. Mais ce qui est très curieux est le fait que ces dirigeants particulièrement belliqueux de petits pays de l´Est ont souvent passé des années aux Etats-Unis dans les institutions proches du pouvoir ou ont même la double nationalité. Ils sont patriotes de leur petit pays tout en se sentant protégés par la seule superpuissance du monde, ce qui peut mener à une agressivité particulièrement irresponsable. Ce président géorgien, Mikeil Saakachvili, qui en août 2008 n´a pas hésité à provoquer une guerre avec la Russie, a été boursier du Département d´Etat des Etats-Unis dans les années ´90, recevant les diplômes des universités de Columbia et de George Washington, dans la capitale.
Parmi les signataires de la lettre citée, il faut noter que Valdas Adamkus est essentiellement un Américain, immigré de Lithanie dans les années 40, qui a servi dans le renseignement militaire américain et dans l´administration Reagan, qui l´a décoré, et qui a pris sa retraite en Lithuanie en 1997... pour être tout de suite élu comme Président de cet Etat de 1998 jusqu´au mois de juillet dernier. Le parcours de Vaira Vike-Freiberga est semblable : d´une famille qui a fuit la Lettonie pour l´Allemagne en 1945, elle a fait carrière au Canada avant de rentrer en Lettonie juste à temps pour être élue présidente de la République entre 1999 et 2007.
La Construction européenne contre le monde
En épousant ces peurs, qui à l´origine sont des constructions pour justifier une militarisation, les Etats membres de l´Union Européenne se mettent en opposition avec le reste du monde. Le reste du monde etant une source inépuisable de « menaces ». La reddition inconditionnelle de l´Europe devant la bureaucratie militaro-industrielle et son idéologie de la peur était confirmé récemment par le retour de la France dans le commandement de l´Otan. Une des raisons de cette capitulation est la psychologie du président Sarkozy lui-même, dont l´adoration pour les aspects les plus superficiels des Etats-Unis s´est exprimée dans son discours embarrassant devant le Congrès des Etats-Unis en novembre 2007.
L´autre cause, moins flagrante mais plus fondamentale, est la récente expansion de l´Union Européenne. L´absorption rapide de tous les anciens satellites d´Europe de l´Est, ainsi que des anciennes républiques soviétiques d´Estonie, de Lettonie et de Lituanie, a radicalement changé l´équilibre du pouvoir au sein de l´UE elle-même. Les nations fondatrices, la France, l´Allemagne, l´Italie et les pays du Bénélux, ne peuvent plus guider l´Union vers une politique étrangère et de sécurité unifiée. Après le refus de la France et de l´Allemagne d´accepter l´invasion de l´Irak, Donald Rumsfeld a discrédité ces deux pays comme faisant partie de la « vieille Europe » et il s´est gargarisé de la volonté de la « nouvelle Europe » de suivre l´exemple des Etats-Unis. La Grande-Bretagne à l´Ouest et les « nouveaux » satellites européens à l´Est sont plus attachés aux Etats-Unis, politiquement et émotionnellement, qu´ils ne le sont à l´Union Européenne qui les a accueillis et leur a apportés une considérable aide économique au développement et un droit de veto sur les questions politiques majeures.
Il est vrai que, même hors du commandement intégré de l´OTAN, l´indépendance de la France n´était que relative. La France a suivi les Etats-Unis dans la première guerre du Golfe - le Président François Mitterrand espéra vainement gagner ainsi de l´influence à Washington, le mirage habituel qui attire les alliés dans les opérations étasuniennes douteuses. La France s´est jointe à l´OTAN en 1999 dans la guerre contre la Yougoslavie, malgré les doutes aux plus hauts niveaux. Mais en 2003, le Président Jacques Chirac et son ministre des affaires étrangères Dominique de Villepin ont réellement usé de leur indépendance en rejetant l´invasion de l´Irak. Il est généralement reconnu que la position française a permis à l´Allemagne de faire de même. La Belgique a suivi.
Le discours de Villepin, le 14 février 2003, au Conseil de Sécurité des Nations-Unies, donnant la priorité au désarmement et à la paix sur la guerre, reçut une rare « standing ovation ». Le discours de Villepin fut immensément populaire dans le monde entier et a accru énormément le prestige de la France, en particulier dans le monde arabe. Mais, de retour à Paris, la haine personnelle entre Sarkozy et Villepin a atteint des sommets passionnels et la persécution judiciaire de Villepin dans l´affaire obscure de Clearstream représente l´ensevelissement de la dernière velléité d´indépendance politique de la France sous une avalanche de boue vengeresse.
Qui parle aujourd´hui pour la France ? Officiellement, Bernard Kouchner, prophète de l´ingérence humanitaire qui, lui, approuvait l´invasion de l´Irak. Officieusement, les soi-disant « néo-conservateurs » qu´on ferait mieux d´appeler les « impérialistes sionistes », tant leur véritable projet est un nouvel impérialisme agressif occidental au sein duquel Israël trouverait une place de choix.
Le 22 septembre 2009, le Guardian de Londres a publié une lettre demandant que l´Europe prenne fait et cause pour la Géorgie dans le conflit de l´Ossétie du Sud. Signée par Vaclav Havel, Valdas Adamkus, Mart Laar, Vytautas Landsbergis, Otto de Habsbourg, Daniel Cohn Bendit, Timothy Garton Ash, André Glucksmann, Mark Leonard, Bernard-Henri Lévy, Adam Michnik et Josep Ramoneda, la lettre proférait les habituelles platitudes prétentieuses sur les « leçons de l´histoire » , toutes justifiant l´utilisation de la puissance militaire occidentales, bien sûr : Munich, le pacte Ribbentrop-Molotov, le mur de Berlin. Les signataires exhortent les 27 dirigeants démocratiques de l´Europe à « définir une stratégie pro-active pour aider la Géorgie à reprendre pacifiquement son intégrité territoriale et obtenir le retrait des forces russes stationnées illégalement sur le sol géorgien... »
Pendant ce temps, les alliés de l´Otan continuent à tuer et à se faire tuer en Afghanistan. On peut se demander quel est le vrai but de cette guerre, qui, au début, était de capturer et punir Osama bin Laden.
Un autre objectif, plus confidentiel, est valable quelle que soit l´issue de ce conflit : l´Afghanistan sert à forger une armée internationale pour policer la « globalisation » à l´américaine. L´Europe est surtout une « boîte à outils » dans laquelle les Etats-Unis peuvent puiser pour poursuivre ce qui est essentiellement un projet de conquête de la planète. Ou, comme on dit officiellement, la « bonne gouvernance » d´un monde « globalisé ».
Les « impérialistes sionistes » sont sûrement conscients de ce but et le soutiennent. Mais les autres ? A par ces illuminés, on a l´impression d´une Europe somnambule, qui suit la voix de son maître américain, en espérant qu´Obama sauvera tout le monde, mais sans pensée et sans volonté propres. Plus triste que les tropiques.
Pour conclure, je reviens à la fameuse « construction européenne ». Je suis consciente qu´il y avait une époque où il était permis, et presque raisonnable, d´espérer que les vieilles nations européennes se mettraient ensemble paisiblement dans ce que Gorbatchev, ce grand cocu de l´histoire, appelait « notre maison commune ». Mais depuis il y a eu Maastricht, le néo-libéralisme, le Traité constitutionnel rejeté puis adopté contre toute procédure démocratique, et surtout, les élargissements irréfléchis vers les pays dont les dirigeants pensent à poursuivre la Guerre froide jusqu´à l´humiliation totale de la Russie.
Aujourd´hui, cette construction a ceci de paradoxal : elle sert d´Utopie qui distrait du présent en attendant un avenir qui domine l´horizon. Et pourtant, elle est vide de contenu. Elle est dictée beaucoup moins par un espoir d´avenir que par une peur et une honte du passé. L´Europe des nations a perdu sa fierté et même sa raison d´être dans les deux grandes guerres du vingtième siècle, dans le "totalitarisme" mais surtout - et cela est relativement récent, depuis 1967 pour être précis - à cause de l´Holocauste. L´Europe doit se rendre incapable de commettre une nouvelle Shoah en abolissant l´Etat nation, jugé intrinsèquement coupable, en devenant "multiculturelle" et en se joignant à la Croisade menée par son sauveur historique, les Etats-Unis, pour apporter la bonne gouvernance et les Droits de l´Homme au monde entier. L´Union Européenne n´a pas de contenu, elle est vouée à se fondre dans "la Communauté Internationale" à côté des Etats-Unis. La Construction européenne est donc tout d´abord une "déconstruction", pour emprunter un mot de philosophe.
Ce mirage cache un avenir totalement imprévu et, aujourd´hui, imprévisible.
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Diana Johnstoneest une universitaire et journaliste américaine. Diplomée d'études slaves, elle obtenu son doctorat à l'Université du Minnesota. Elle a séjourné en France, en Allemagne et en Italie, avant de s'installer définitivement à Paris en 1990.
Très active dans le mouvement contre la guerre du Vietnam, elle organise les premières rencontres internationales entre des citoyens américains et des représentants vietnamiens. Elle a été éditorialiste pour l'Europe à l'hebdomadaire américain In These Times de 1979 à 1990, continuant par la suite à travailler comme correspondante pour cette revue. Elle a été attachée de presse pour le groupe parlementaire européen des Verts de 1990 à 1996. Elle publie également régulièrement des articles d'analyse de l'actualité internationale dans le magazine en ligne Counterpunch.
En 1985, elle publie un premier livre The Politics of Euromissiles : Europe's Role in America's World. Dans son deuxième livre La Croisade des fous : Yougoslavie, première guerre de la mondialisation paru en 2005, elle porte un regard critique sur la guerre en Yougoslavie, remettant en cause la version médiatique dominante présentant le nationalisme serbe comme le principal responsable du conflit. On peut rapprocher son analyse des événements de celle d'auteurs comme Paul-Marie de La Gorce, Michel Collon et Jürgen Elsässer.
A la suite d'une interview de Noam Chomsky dans The Guardian, elle a fait l'objet d'une polémique, étant accusée de nier le massacre de Srebrenica[1], accusation qu'elle a rejetée, arguant qu'elle ne remettait pas en cause le massacre mais en dénonçait la présentation à partir de certains faits « fabriqués » et médiatisés[2].
Il Business attorno al Camp darby: sinergie tra militare e civile
Tra il 1630 e il 1650 i Medici decisero di collegare la città di Pisa con il nascente porto di Livorno; ecco come nasce il Fosso dei Navicelli che fino agli anni trenta del secolo scorso fu utilizzato per trasporti di materiali pesanti fino a quando non venne distrutto e reso impraticabile dai bombardamenti Usa. Il nuovo Piano regolatore prevede uno sviluppo di tutta l'area dei Navicelli e non solo in funzione della cantieristica, sono infatti previsti nuovi insediamenti, un ampiamento del porto. Come leggiamo sul sito www.navicelli.it La Navicelli S.p.a, è una società interamente a capitale pubblico, costituita al fine di gestire il Porto pisano, il Canale dei Navicelli e più in generale tutte le aree demaniali, su delega del Comune di Pisa con convenzione del 28 dicembre 2000. Le attività svolte dalla Navicelli S.p.a nell’area del canale dei Navicelli, riguardano l’amministrazione del patrimonio demaniale di terreni e fabbricati, l’assegnazione delle concessioni demaniali, la loro gestione e controllo. Inoltre sono previste l’esecuzione di opere di manutenzione, dragaggio ed escavazione dei fondali compresa la rimozione dei material sommersi, Ma le mire della Navicelli spa (in realtà Comune e Provincia detengono ciascuna il 33,3% delle azioni e il resto delle quote è di proprietà della Camera di Commercio) sono ben altre. Ecco spuntare la Sviluppo Navicelli, un consorzio che vede raggruppati il consorzio nautica Pisana e la Borrello spa che ha iniziato la costruzione del nuovo porto a Marina di Pisa in "un'area di 200 mila metri quadrati dove, oltre al bacino portuale vero e proprio ed ai servizi strettamente collegati alla nautica sono previsti un albergo, un'area commerciale e una zona residenziale. Il porto potrà accogliere 475 imbarcazioni e si aprirà direttamente in mare" come troviamo scritto sul portale della società. L'Amministratore delegato della Borrello rappresenta altre proprietà sul litorale (alberghi per esempio) e recentemente per conto di Sviluppo Navicelli Spa, "Stefano Bottai ha offerto la propria disponibilità a ospitare Ikea nell'area di sviluppo artigianale-industriale del Canale. Per me-dice l'AD di Borrello spa, Stefano Bottai (ex consigliere comunale della DC) può venire già domani mattina. Ikea ha bisogno di 15.000 metri quadrati di territorio. Ce ne sono 80.000 disponibili nell'area dopo lo svincolo dell'autostrada, verso Sud, dietro il My Hotel, in pratica confinanti con la nuova rotonda di immissione sull'Aurelia che è stata costruita da poco". il Comune di Pisa costruisce infrastrutture che poi servono a società private per grandi opere speculative. Ikea è stata rifiutata a Vecchiano perchè il suo impatto era giudicato negativo sulla economia locale, ecco allora arrivare una offerta alternativa. In questo contesto, dove gli interessi economici sono variegati e vanno dalla cantieristica all'edilizia, dagli alberghi al Porto, arriva l'ampliamento della base di Camp Darby. Nel 1990-91 durante la guerra nel Golfo transitarono da Camp Darby 20 mila tonnellate di munizioni, altre 22 mila invece durante i combattimenti della Tempesta del Deserto. Nel 1999 per la campagna del Kosovo furono smistate 16 mila tonnellate, pari al 60 per cento degli ordigni schierati dalla coalizione atlantica. Nei giorni del Natale 1998, alla vigilia del conflitto balcanico, sui moli tirrenici sono sbarcate 3278 cluster bomb. Camp Darby è una base nevralgica per la logistica USA, lo dicono riviste e pubblicazioni USA e europee. Il disegno americano è da anni noto: trasportare armi via mare utilizzando i Navicelli. Contro la ipotesi di ampliamento della base di Camp Darby si espressero con ordini del giorno i Consigli Comunali di Collesalvetti e di Pisa, la stessa regione Toscana ha parlato a più riprese di riconversione della base. Forti preoccupazioni provengono dalle associazioni ambientaliste che ricordano come l'area di Camp Darby sia nella lista delle zone da bonificare e si ricorda l'aumento dei tumori in prossimità delle basi militari e dei poligoni di Tiro (altro che ridente macchia mediterranea...) A distanza di pochi anni i pacifisti istituzionali indossano l'elmetto e annusano un enorme giro di affari. Per questo il Sindaco di Pisa, Marco Filippeschi, propone, per conto di interessi economici forti che hanno sorretto la sua Giunta e quella dell'Onorevole Fontanelli che l'ha preceduto, una partecipazione Usa ai lavori dei Navicelli. Uno scambio tra la militarizzazione dei territori e la nascita di un grande polo industriale. Nel frattempo si dimentica che l'area della cantieristica, gli alberghi e i nuovi stabilimenti nell'interporto di Guasticce sono autentici laboratori della precarietà dove il la forza lavoro è o interinale o a tempo determinato, dove si fa un ampio uso di cassa integrazione e dove dominano i sub appalti al ribasso. Non c'è che dire la militarizzazione dei territori, il controllo sociale e la precarietà del lavoro e della esistenza sono gli scenari futuri per la città di Pisa e quella di Livorno,. E' questa l'idea di sviluppo del Partito democratico.
CONFEDERAZIONE COBAS PISA
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UNA CITTA’ A RISCHIO – Più missioni all’estero, più pericolo
Pisa, un aeroporto a conduzione militare
Manlio Dinucci
I viaggiatori che ieri pomeriggio cercavano informazioni sui voli nel sito dell’aeroporto di Pisa venivano pregati di riprovare più tardi, poiché «si sono verificati dei problemi tecnici». A provocarli non era stata una interruzione della linea Internet, ma il fatto che era precipitato al decollo un aereo militare C-130J, piombando su una vicina linea ferroviaria, e che per questo l’intero aeroporto era stato chiuso. Morti i cinque militari a bordo, ma il bilancio avrebbe potuto essere ben più grave. Spesso, infatti, i C-130 e altri aerei sorvolano a bassa quota la città di Pisa. Ciò è dovuto all’intensificata attività della 46a aerobrigata, che effettua oltre 10mila movimenti annui di velivoli militari. Se ne aggiungono oltre 40mila di velivoli civili. A dirigere l’intero traffico è il personale della 46a aerobrigata. «Il radar e la torre di controllo - sottolinea Il Tirreno (31-3-2009) - sono gestiti da militari e questo dà garanzie di affidabilità all’aeroporto, mettendolo al riparo da scioperi e interruzioni del servizio». Quello di Pisa è dunque un aeroporto a conduzione militare che, allargato al settore civile, è in continua espansione.
Il ruolo della 46a brigata è cresciuto di pari passo con l’aumento delle missioni militari all’estero. A tal fine essa è stata dotata di aerei da trasporto C-130J (versione aggiornata del C-130H) della Lockheed Martin. L’Italia è stata nel 1997, durante il governo Prodi, uno dei primi paesi ad acquistarli: da allora ne ha ricevuti 22, al costo di oltre 60 milioni di dollari l’uno (più le spese operative). Impiegato dalla 46a aerobrigata di Pisa, questo velivolo (lungo circa 30 metri e con una apertura alare di 40) costituisce l'ossatura della componente da trasporto dell'aeronautica militare. Essa è stata la prima a impiegarlo in teatri operativi: i C-130J trasportano in continuazione truppe e materiali in Afghanistan, in Libano e nei Balcani. Come informa un comunicato della Lockheed Martin (17 febbraio 2009), i C-130J dell’aeronautica italiana hanno effettuato oltre 75mila ore di volo. Durante la celebrazione per il raggiungimento di questo record, che presto salirà a 100mila ore di volo, il vice-presidente della Lockheed per il programma del C-130 ha donato alla 46a aerobrigata un modello di grandi dimensioni dell'aereo che sarà posizionato nel Centro nazionale di addestramento, gestito dalla stessa Lockheed a Pisa. Su questo, sottolinea il comunicato, si basano «le forti relazioni tra l’Italia e la Lockheed Martin, ulteriormente sviluppate dalla partecipazione italiana al programma del caccia F-35 Lightning II Joint Strike Fighter».
L’aeroporto di Pisa è così divenuto uno dei principali nodi della movimentazione di personale e materiale militari. Si aggiunge a questo il fatto che lo stesso aeroporto viene usato, insieme al porto di Livorno, dalla vicina base statunitense di Camp Darby, che rifornisce le forze terrestri e aeree nell’area mediterranea, africana e mediorientale. Non è dato sapere quanti e quali sono i voli per trasportare materiali e uomini della base, ma sicuramente sono molti. Ad esempio, quando nell’agosto 2008 Camp Darby è stata attivata per l’invio di «forniture umanitarie» in Georgia, il trasporto è stato effettuato dal Fleet Logistic Support Squadron 46, che ha trasferìto nell’aeroporto di Pisa personale e aerei dalla base navale di Marietta, nello stato Usa della Georgia. Questa fu, naturalmente, presentata come una «missione umanitaria».
Nella stessa chiave viene in genere presentata l’attività della 46a aerobrigata. Ad esempio, il giornale sopracitato scrive che «il lavoro più significativo si è svolto sul fronte umanitario, in cui si è distinta la brigata aerea in maniera particolare, a partire dal gennaio 2008, quando all’aeroporto militare sono atterrati numerosi bambini afghani affetti da labiopalatoschisi, che sono stati sottoposti a interventi chirurgici e rimpatriati in collaborazione con la Croce Rossa». Per questo un gruppo di parlamentari del Partito democratico, tra cui l’ex sindaco di Pisa Paolo Fontanelli, ha presentato al governo una interrogazione in cui si chiedono maggiori fondi per la 46a aerobrigata, «distintasi sia per l’attività svolta nei più impegnativi teatri operativi, sia per i tanti interventi a fini umanitari».
(seguirà copia cartacea con allegato. Distinti saluti A.M.)
LETTERA APERTA
All'att.ne del dott. Antonello Piroso:
Le scriviamo stupefatti dopo avere assistito alla sua introduzione della puntata di venerdi 23 ottobre 2009 della trasmissione televisiva Niente di Personale (1). Abbiamo dovuto prendere atto che, dopo tanti anni, non c'è ancora la volontà - da parte degli opinion makers e dei giornalisti più influenti, tra cui certamente possiamo annoverare anche lei - di raccontare la tragedia jugoslava, e bosniaca in particolare, con obiettività e onestà. Si preferisce continuare ad usare il linguaggio delle esagerazioni e della demonizzazione dell'altro, impedendo così non solo la analisi storica e politica ragionata, ma anche il conseguimento di una pace vera.
La sua è stata una invettiva pesantissima contro i leader politici e militari dei serbi di Bosnia: una invettiva che potrebbe pronunciare solo chi ha deciso di arruolarsi - tuttora! - con una delle parti in causa nella guerra fratricida bosniaca. Come tanti altri esempi di demagogia militare, la sua invettiva è stata basata su affermazioni in parte false, in parte esagerate.
Lei ha citato ad esempio una ridicola leggenda, secondo cui Mladic sgozza un maialedavanti ai caschi blu per intimidirli, e ha detto che in seguito a tale minaccia i caschi blu olandesi con un generale francese a capo sequestrano le armi ai musulmani e lasciano campo libero a Mladic a Srebrenica.
Proprio su Srebrenica era incentrato il suo intervento - soprattutto esso era mirato a pubblicizzare quel discutibile film che porta il titolo Risoluzione 819. Il film non è totalmente basato sui documenti, come lei ha affermato. Ad esempio, in trasmissione avete fatto vedere alcune sequenze tra le quali quella di una colonna di profughi musulmani con mezzi ONU mentre viene bombardata dai serbi - un fatto che non ha alcuna corrispondenza reale.
Giacomo Battiato, mediocre regista di fiction su commissione, con questo suo film ha cercato di spacciare una versione dei fatti di Srebrenica ancora più esagerata della vulgata solita. Il suo scopo è esplicito: sulla pagina di Liberazione del 5 novembre 2008 dedicata al film, Battiato spiegava che la NATO avrebbe dovuto bombardare gli abitanti serbi della Bosnia ancora prima... Nell'articolo si affermava che i serbi stuprarono tutte le donne musulmane di Srebrenica mentre ne sterminavano tutti i maschi dai 7 ai 70 anni, e si commentava: questo è non un capolavoro, ma un film necessario... Certamente, necessario a mantenere vivo l'odio nei confronti del nemico! Per questo servizio reso all'odio e all'affermazione del nostro punto di vista coloniale (divide et impera), a Giacomo Battiato è stato conferito il primo premio al festival del cinema di Roma.
Ma lei stesso, Piroso, in trasmissione ha salutato quei terribili bombardamenti - quando finalmente abbiamo deciso di intervenire con i bombardamenti - e ha giustificato retoricamente a priori eventuali atti di vendetta personale - se qualcuno si facesse giustizia ... potremmo solo dire che non vale occhio per occhio.... Eppure lei sa bene che la NATO per quei bombardamenti usò armi all'uranio impoverito, e che la vendetta contro i serbi è stata più che spietata: tutti i quartieri a maggioranza serba di Sarajevo sono stati etnicamente ripuliti in seguito a Dayton, agli albori del 1996. Non le basta?
Torniamo un attimo solo su Srebrenica, perchè è questo lo slogan più ricorrente nel vostro modo di presentare, e distorcere, la tragedia bosniaca degli anni Novanta.
Lei ha detto tra l'altro che Karadzic e Mladic a Srebrenica avrebbero fatto ammazzare 9000 musulmani - almeno 8000 - qualcuno dice 10000... Allora, quanti ne avrebbero fatti ammazzare? Evidentemente lei non sa che Naser Oric, comandante della 28° Legione Musulmana di stanza nella città dal 1992 al 1995 ha fatto uccidere circa 3500 civili serbi della zona, vittime delle sue razzie nei villaggi attorno a Srebrenica. Forse ignora che lo stesso Oric e il suo stato maggiore nel 1995 sono stati richiamati espressamente a Sarajevo abbandonando la difesa della città quando era evidente che i serbi avrebbero attaccato… Un’altra stranezza: nel maggio 1996 la SFOR statunitense arrestò a Milici dieci terroristi islamisti del cosiddetto gruppo Laste, sospettati di aver trucidato tre Serbi, otto di loro risultavano nell'elenco della CRI fra quei 8-9-10mila ammazzati nel 1995! (2) Lei evidentemente non sa nulla delle incongruenze e delle assurdità della vulgata giornalistica che ha prevalso in questi anni sui fatti di Srebrenica. Noi non possiamo fare altro che consigliarle qualche lettura (3): sta alla sua coscienza, buona o cattiva, o almeno alla sua indubbia professionalità di giornalista trarre delle conclusioni.
I firmatari:
Jean Toschi Marazzani Visconti, giornalista e saggista (Milano)
Andrea Martocchia (Bologna)
Ivan Pavicevac (Roma)
Alessandro Di Meo (Roma)
Marino Andolina, pediatra (Trieste)
Ivana Kerecki (Milano)
Barbara Bee (Milano)
Tatjana Djordjevic, giornalista (Milano)
Jelena Vasiljev, artista (Milano)
Dragan Pejic (Milano)
Licia Croce, studente (Milano)
Tamara Zivkovic (Milano)
Miriam Pellegrini Ferri, partigiana (Ciampino RM)
Spartaco Ferri, partigiano (Ciampino RM)
Dragomir Kovacevic, traduttore e interprete (Casale Monferrato)
Zoran Borovac (Milano)
Alessandro Arbitrio (Milano)
Jovana Popovic (Perugia)
Fabrizio Zanellato, impiegato (Milano)
Nada Starcevic, filosofa-psicoterapeuta (Milano)
Sergio Manes, editore (Napoli)
Zivkica Nedanovska (Ravenna)
Gilberto Vlaic (Trieste)
Enrico Vigna (Torino)
Jovan Jovanovic, giornalista (Monza)
Andrea Catone (Bari)
Alberto Tarozzi, docente di sociologia (Bologna)
Enzo Lepre, avvocato (Milano)
Aldo Bernardini, ordinario di diritto internazionale (Roma)
(3) L'Italia è una provincia distratta ed ignorante, ma siamo riusciti ugualmente a produrre almeno una buona pubblicazione su Srebrenica:
Gruppo di ricerca su Srebrenica: Il Dossier nascosto del "genocidio" di Srebrenica (Edizioni La Città del Sole, Napoli 2007)
Si tratta della versione in lingua italiana della ricerca di un gruppo di studiosi indipendenti, pubblicata anche in inglese e francese. Gliene alleghiamo una copia-omaggio assieme a questa nostra lettera...
In lingua tedesca sono le analisi più recenti ed aggiornate:
Alexander Dorin: Srebrenica. Die Geschichte eines salonfähigen Rassismus (Kai Homilius, Berlin; 2009)
Germinal Civikov: Srebrenica. Der Kronzeuge(Promedia, Wien; 2009)
On Oct. 28, President Barack Obama signed the 2010 Defense Authorization Act, the largest military budget in U.S. history.
It is not only the world's largest military budget but is larger than the military expenditures of the whole rest of the world combined. And it is growing nonstop. The 2010 military budget--which doesn't even cover many war-related expenditures--is listed as $680 billion. In 2009 it was $651 billion and in 2000 was $280 billion. It has more than doubled in 10 years.
What a contrast to the issue of health care!
The U.S. Congress has been debating a basic health care plan--which every other industrialized country in the world has in some form--for more than six months. There has been intense insurance company lobbying, right-wing threats, and dire warnings that a health care plan must not add one dime to the deficit.
Yet in the midst of this life-and-death debate on medical care for millions of working and poor people who have no health coverage, a gargantuan subsidy to the largest U.S. corporations for military contracts and weapons systems--a real deficit-breaker--is passed with barely any discussion and hardly a news article.
Physicians for a National Health Program estimates that a universal, comprehensive single-payer health plan would cost $350 billion a year, which would actually be the amount saved through the elimination of all the administrative costs in the current private health care system--a system that leaves out almost 50 million people.
Compare this to just the cost overruns each year in the military budget. Even President Obama on signing the Pentagon budget said, "The Government Accountability Office, the GAO, has looked into 96 major defense projects from the last year, and found cost overruns that totaled $296 billion." (whitehouse.gov, Oct. 28)
Harry Madoff's $50-billion Ponzi scheme, supposedly the biggest rip-off in history, pales in comparison. Why is there no criminal inquiry into this multibillion-dollar theft? Where are the congressional hearings or media hysteria about $296 billion in cost overruns? Why are the CEOs of the corporations not brought into court in handcuffs?
The cost overruns are an integral part of the military subsidy to the largest U.S. corporations. They are treated as business as usual. Regardless of the party in office, the Pentagon budget grows, the cost overruns grow and the proportion of domestic spending shrinks.
ADDICTED TO WAR
This year's military budget is only the latest example of how the U.S. economy is kept afloat by artificial means. Decades of constantly reviving the capitalist economy through the stimulus of war spending has created an addiction to militarism that U.S. corporations can't do without. But it is no longer large enough to solve the capitalist problem of overproduction.
The justification given for this annual multibillion-dollar shot in the arm was that it would help to cushion or totally avoid a capitalist recession and could curb unemployment. But as Workers World Party founder Sam Marcy warned in 1980 in "Generals Over the White House," over a protracted period more and more of this stimulant is needed. Eventually it turns into its opposite and becomes a massive depressant that sickens and rots the entire society.
The root of the problem is that as technology becomes more productive, workers get a smaller and smaller share of what they produce. The U.S. economy is more and more dependent on the stimulant of superprofits and multibillion-dollar military cost overruns to soak up a larger and larger share of what is produced. This is an essential part of the constant redistribution of wealth away from the workers and into the pockets of the superrich.
According to the Center for Arms Control and Non-Proliferation, U.S. military spending is now significantly more, in 2009 inflation-adjusted dollars, than it was during the peak years of the Korean War (1952: $604 billion), the Vietnam War (1968: $513 billion) or the 1980s Reagan-era military buildup (1985: $556 billion). Yet it is no longer enough to keep the U.S. economy afloat.
Even forcing oil-rich countries dependent on the U.S. to become debtor nations with endless weapons purchases can't solve the problem. More than two-thirds of all weapons sold globally in 2008 were from U.S. military companies. (Reuters, Sept. 6)
While a huge military program was able in the 1930s to pull the U.S. economy out of a devastating collapse, over a long period this artificial stimulus undermines capitalist processes.
Economist Seymour Melman, in books such as "Pentagon Capitalism," "Profits without Production" and "The Permanent War Economy: American Capitalism in Decline," warned of the deterioration of the U.S. economy and the living standards of millions.
Melman and other progressive economists argued for a rational "economic conversion" or the transition from military to civilian production by military industries. They explained how one B-1 bomber or Trident submarine could pay the salaries of thousands of teachers, provide scholarships or day care or rebuild roads. Charts and graphs showed that the military budget employs far fewer workers than the same funds spent on civilian needs.
These were all good and reasonable ideas, except that capitalism is not rational. In its insatiable drive to maximize profits it will always choose immediate superprofit handouts over even the best interests of its own long-term survival.
NO "PEACE DIVIDEND"
The high expectations, after the end of the Cold War and the collapse of the Soviet Union, that billions of dollars could now be turned toward a "peace dividend" crashed against the continued astronomical growth of the Pentagon budget. This grim reality has so demoralized and overwhelmed progressive economists that today almost no attention is paid to "economic conversion" or the role of militarism in the capitalist economy, even though it is far larger today than at the highest levels of the Cold War.
The multibillion-dollar annual military subsidy that bourgeois economists have relied on since the Great Depression to prime the pump and begin again the cycle of capitalist expansion is no longer enough.
Once corporations became dependent on multibillion-dollar handouts, their appetite became insatiable. In 2009, in an effort to stave off a meltdown of the global capitalist economy, more than $700 billion was handed over to the largest banks. And that was just the beginning. The bailout of the banks is now in the trillions of dollars.
Even $600 to $700 billion a year in military spending can no longer restart the capitalist economy or generate prosperity. Yet corporate America can't do without it.
The military budget has grown so large that it now threatens to overwhelm and devour all social funding. Its sheer weight is squeezing out funding for every human need. U.S. cities are collapsing. The infrastructure of bridges, roads, dams, canals and tunnels is disintegrating. Twenty-five percent of U.S drinking water is considered "poor." Unemployment is officially reaching 10 percent and in reality is double that. Black and Latino/a youth unemployment is more than 50 percent. Fourteen million children in the U.S. are living in households below the poverty level.
HALF OF MILITARY COSTS ARE HIDDEN
The announced 2010 military budget of $680 billion is really only about half of the annual cost of U.S. military expenditures.
These expenditures are so large that there is a concerted effort to hide many military expenses in other budget items. The War Resisters League annual analysis listed the real 2009 U.S. military expenses at $1,449 billion, not the official budget of $651 billion. Wikipedia, citing several different sources, came up with a total military budget of $1,144 billion. Regardless of who is counting, it is beyond dispute that the military budget actually exceeds $1 trillion a year.
The National Priorities Project, the Center for Defense Information and the Center for Arms Control and Non-Proliferation analyze and expose many hidden military expenses tucked into other parts of the total U.S. budget.
For example, veterans' benefits totaling $91 billion are not included in the Pentagon budget. Military pensions totaling $48 billion are stuck into the Treasury Department budget. The Energy Department hides $18 billion in nuclear weapons programs in its budget. The $38 billion financing of foreign arms sales is included in the State Department budget. One of the largest hidden items is the interest on debt incurred in past wars, which totals between $237 billion and $390 billion. This is really an endless subsidy to the banks, which are intimately linked to the military industries.
Every part of these bloated budgets is expected to grow by 5 to 10 percent a year, while federal funding to states and cities is shrinking by 10 to 15 percent annually, leading to deficit crises.
According to the Office of Management and Budget, 55 percent of the total 2010 U.S. budget will go to the military. More than half! Meanwhile, federal block grants to states and cities for vital human services--schools, teacher training, home-care programs, school lunches, basic infrastructure maintenance for drinking water, sewage treatment, bridges, tunnels and roads--are shrinking.
MILITARISM BREEDS REPRESSION
The most dangerous aspect of the growth of the military is the insidious penetration of its political influence into all areas of society. It is the institution that is the most removed from popular control and the most driven to military adventure and repression. Retired generals rotate into corporate boardrooms, become talking heads in major media outlets, and high-paid lobbyists, consultants and politicians.
It is not a coincidence that along with having the world's largest military machine, the U.S. has the world's largest prison population. The prison-industrial complex is the only growth industry. According to the U.S. Justice Department's Bureau of Justice Statistics, more than 7.3 million adults were on probation or parole or incarcerated in 2007. More than 70 percent of the incarcerated are Black, Latino/a, Native and other people of color. Black adults are four times as likely as whites to be imprisoned.
Just as in the military, with its hundreds of thousands of contractors and mercenaries, the drive to maximize profits has led to the growing privatization of the prison system.
The number of prisoners has grown relentlessly. There are 2.5 times more people in the prison system today than 25 years ago. As U.S. capitalism is less and less able to provide jobs, job training or education, the only solutions offered are prisons or the military, wreaking havoc on individuals, families and communities.
The weight of the military pushes the repressive state apparatus into every part of society. There is an enormous growth of police of every kind and countless police and intelligence agencies.
The budget for 16 U.S. spy agencies reached $49.8 billion in fiscal year 2009; 80 percent of these secret agencies are arms of the Pentagon. (Associated Press, Oct. 30) In 1998 this expense was $26.7 billion. But these top secret agencies are not included in the military budget. Nor are the repressive agencies of immigration and border control.
U.S. armed forces are stationed at more than 820 military installations around the world. This doesn't count hundreds of leased bases and secret listening posts and many hundreds of ships and submarines.
But the more the military machine grows, the less it can control its world empire because it offers no solutions and no improvements in living standards. Pentagon high-tech weapons can read a license plate on a car from a surveillance satellite; their night vision goggles can penetrate the dark; and their drones can incinerate an isolated village. But they are unable to provide potable water, schools or stability to the nations attacked.
Despite all the Pentagon's fantastic high-tech weapons, the U.S. geopolitical position is slipping year after year. Regardless of its massive firepower and its state-of-the-art weaponry, U.S. imperialism has been unable to reconquer the world markets and position of U.S. finance capital. Its economy and its industries have been dragged down by the sheer weight of maintaining its military machine. And as the resistance in Iraq and Afghanistan has shown, that machine cannot match the determination of people to control their own future.
As the mighty U.S. capitalist economy is able to offer less and less to working people here in the U.S. , that level of determined resistance is sure to take root here as well.
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Le budget du Pentagone : le plus élevé de tous les temps et en augmentation constante
Sara Flounders
Le 28 octobre, le président Barack Obama a signé le décret d´autorisation de la Défense pour 2010, c´est-à-dire le plus gros budget militaire de l´histoire des EU. Il n´est pas seulement le plus gros budget militaire au monde, il est en même temps plus important que l´ensemble des dépenses militaires du reste de la planète.
Et, d´année en année, il ne cesse de croître. Le budget militaire de 2010 - qui ne couvre même pas toute une série de dépenses ayant trait à la guerre - a été fixé à 680 milliards de dollars. En 2009, il était de 651 milliards alors qu´en 2000, il n´était encore que de 280 milliards. Il a donc plus que doublé en dix ans.
Quel contraste avec la question des soins de santé !
Le Congrès américain a ergoté autour d´un plan des soins de santé de base - une chose que possèdent tous les autres pays industrialisés sous une forme ou une autre - durant plus de six mois. Il y a eu d´intenses pressions de la part des compagnies d´assurances, des menaces de la droite et des mises en garde sévères : le plan des soins de santé ne pourrait accroître le déficit d´un seul cent.
Pourtant, au beau milieu de ce débat d´une importance vitale pour les soins médicaux des millions de travailleurs et de pauvres qui ne bénéficient d´aucune couverture de soins, une subvention gargantuesque aux plus importantes des sociétés américaines a été adoptée sans qu´il y ait pratiquement de discussion et d´articles dans la presse, alors que la chose concerne des contrats militaires et des systèmes d´armement, lesquels génèrent chaque fois de véritables déficits.
L´organisation Médecins pour un programme national de santé estime qu´un plan de santé entièrement financé par l´État coûterait 350 milliards de dollars par an, ce qui, en fait, équivaudrait au montant économisé avec l´élimination de tous les frais administratifs de l´actuel système privé de soins de santé - un système qui exclut presque 50 millions de personnes.
Comparez cela aux dépassements du budget militaire chaque année. Même le président Obama a déclaré, en signant le budget du Pentagone : « Le Bureau gouvernemental des comptes (GAO - Government Accountability Office), a examiné 96 importants projets de défense de l´an dernier et a découvert que les dépassements totalisaient 296 milliards de dollars. » (voir : whitehouse.gov , 28 octobre 2009)
La pyramide de Ponzi à 50 milliards de dollars de Bernard Madoff, dont certains prétendent qu´elle est la plus grosse arnaque de l´histoire, semble minable, en comparaison. Pourquoi n´y a-t-il pas d´enquête pénale sur ce vol de plusieurs dizaines de milliards de dollars ? Où sont les questions du Congrès ou les manifestations d´hystérie médiatique sur ces 296 milliards de dépassements ? Pourquoi les PDG des sociétés ne sont-ils pas amenés menottés au tribunal ?
Les dépassements de frais font partie intégrante des subventions militaires aux plus grandes des sociétés américaines. Ils sont traités comme des affaires ordinaires. Qu´importe le parti au pouvoir, le budget du Pentagone grossit, les dépassements de frais grossissent et la proportion des dépenses domestiques rétrécit.
Accro à la guerre

Le budget militaire de cette année n´est que le dernier exemple de la façon dont l´économie américaine est maintenue à flot à l´aide de moyens artificiels. Des décennies de relance constante de l´économie capitaliste via le stimulus des dépenses de guerre ont créé une dépendance morbide vis-à-vis du militarisme, au point que les entreprises américaines ne peuvent plus s´en passer. Mais ce moyen n´a plus l´ampleur suffisante pour résoudre le problème capitaliste de la surproduction.
On a justifié ce coup de seringue annuel de plusieurs centaines de milliards de dollars en disant qu´il contribuerait à amortir ou à éviter complètement une récession capitaliste et à résorber le chômage. Mais rappelons la mise en garde du fondateur du Workers World Party, Sam Marcy, en 1980, dans « Generals Over the White House » (Les généraux sont au-dessus de la Maison-Blanche), lorsqu´il parlait d´une très longue période pendant laquelle ces stimulants allaient être de plus en plus nécessaires. Finalement, il se fait qu´ils ont un effet diamétralement opposé et qu´ils se muent en un dépresseur massif qui contamine et pourrit toute la société.
La racine du mal réside dans le fait que la technologie devient plus productive, que les travailleurs ont une part de plus en plus restreinte de ce qu´ils produisent. L´économie américaine dépend de plus en plus du stimulant des superprofits et des dépassements des coûts militaires (296 milliards de dollars !) pour absorber une part de plus en plus grande de ce qui est produit. C´est une partie essentielle de la redistribution constante de la richesse loin des poches des travailleurs et directement dans celles des gens richissimes.
Selon le Centre du contrôle des armements et de la non-prolifération, les dépenses militaires américaines sont aujourd´hui considérablement plus élevées, en dollars 2009 ajustés à l´inflation, qu´elles ne l´étaient au plus fort de la guerre de Corée (1952 : l´équivalent de 604 milliards de dollars actuels), de la guerre du Vietnam (1968 : 513 milliards) et de la mise sur pied de l´ère militaire sous Reagan, dans les années 80 (1985 : 556 milliards). Et, pourtant, cela ne suffit plus à maintenir l´économie américaine à flot.
Même en forçant les pays riches en pétrole dépendant des EU à devenir des nations débitrices via des achats sans fin d´armes, on ne pourra résoudre le problème. Plus de deux tiers de toutes les armes vendues dans le monde en 2008 provenaient de sociétés militaro-industrielles américaines. (Reuters, 6 septembre 2009)
Alors que, dans les années 30, un gigantesque programme militaire était en mesure de tirer l´économie américaine d´un effondrement dévastateur, sur une longue période, ce stimulant artificiel sape les processus capitalistes.
L´économiste Seymour Melman, dans des ouvrages comme « Pentagon Capitalism » (Le capitalisme pentagonal), « Profits without Production » (Des bénéfices sans produire), « The Permanent War Economy : American Capitalism in Decline » (Une économie de guerre permanente : le capitalisme américain en déclin), mettait en garde contre la détérioration de l´économie américaine et du niveau de vie de millions de personnes.
Melman et d´autres économistes progressistes étaient partisans d´une « conversion économique » rationnelle ou d´un passage de la production militaire à la production civile par les industries militaires. Ils expliquaient comment un seul bombardier B-1 ou un sous-marin Trident pouvait payer les salaires de milliers d´enseignants, fournir des bourses ou des soins ambulants ou reconstruire des routes. Cartes et graphiques montraient que le budget militaire emploie beaucoup moins de travailleurs que les mêmes sommes dépensées pour couvrir les besoins civils.
C´étaient toutes des idées valables et raisonnables, hormis le fait que le capitalisme n´a rien de rationnel. Dans sa pulsion insatiable à vouloir maximiser les profits, il choisira les aumônes du superprofit immédiat et laissera de côté même les meilleurs intérêts de sa survie à long terme.
Pas de « dividende de paix »
Les grands espoirs, après la fin de la guerre froide et l´effondrement de l´URSS, de voir des milliards de dollars se muer désormais en « dividendes de paix » se sont écrasés face à la croissance astronomique continue du budget du Pentagone. Cette pénible réalité a tellement démoralisé et submergé les économistes progressistes qu´on n´accorde quasiment plus d´attention aujourd´hui à la « conversion économique » ou au rôle du militarisme dans l´économie capitaliste, même s´il est infiniment plus important aujourd´hui qu´aux moments les plus forts de la guerre froide.
Les centaines de milliards de dollars des subventions militaires annuelles sur lesquelles ont compté les économistes bourgeois depuis la Grande Dépression pour amorcer la pompe et réenclencher une fois de plus le cycle de l´expansion capitaliste ne suffisent plus, aujourd´hui.
Une fois que les sociétés sont devenues dépendantes des centaines de milliards de dollars de subventions, leur appétit n´a plus connu de limites. En 2009, dans un effort pour écarter la liquéfaction complète de l´économie capitaliste mondiale, on a refilé plus de 700 milliards de dollars aux banques les plus importantes. Et ce n´a été que le début. Le renflouage des banques se chiffre aujourd´hui en milliers de milliards de dollars.
Même 600 ou 700 millions de dollars par an de dépenses militaires ne peut plus relancer l´économie capitaliste ni engendrer la prospérité. Pourtant, l´Amérique des entreprises ne peut s´en passer.
Le budget militaire s´est accru dans des proportions si importantes qu´il menace maintenant de submerger et de dévorer la totalité du budget social. Son poids réel met à plat les fonds nécessaires à chaque besoin humain. Les villes américaines s´écroulent. L´infrastructure des ponts, routes, barrages, canaux et tunnels se désintègre. Vingt-cinq pour cent de l´eau potable américaine est considérée de « piètre qualité ». Le chômage atteint officiellement 10 pour cent et, en réalité, il est le double de ce chiffre. Le chômage chez les jeunes Afro- et Latino-américains dépasse les 50 pour cent. Quatorze millions d´enfants aux EU vivent dans des ménages situés en dessous du niveau de pauvreté.
La moitié des dépenses militaires sont cachées
Le budget militaire annoncé pour 2010, 680 milliards de dollars, ne représente en réalité qu´environ la moitié du coût annuel des dépenses militaires américaines.
Ces dépenses sont si importantes qu´il y a un effort concerté pour cacher de nombreuses dépenses militaires dans d´autres éléments du budget. L `analyse annuelle de la Ligue des opposants à la guerre a répertorié les véritables dépenses militaires américaines pour 2009 et les a évaluées à 1.449 milliards de dollars, et non pas l´officiel budget de 651 milliards. Wikipedia, citant diverses sources, est arrivé à un budget militaire total de 1.144 milliards. Mais qu´importe qui compte, il ne fait absolument aucun doute que le budget militaire dépassée aujourd´hui les 1.000 milliards de dollars.
Le Projet des priorités nationales, le Centre d´information sur la Défense et le Centre du contrôle des armements et de la non-prolifération analysent et dénoncent de nombreuses dépenses militaires cachées qu´on a planquées dans certaines autres parties du budget total des EU.
Par exemple, les allocations des vétérans, qui totalisent 91 milliards de dollars, ne sont pas reprises dans le budget du Pentagone. Les pensions militaires (48 milliards au total) sont répertoriées dans le budget du département du Trésor. Le département de l´Énergie cache dans on budget 18 milliards de dollars de programmes d´armes nucléaires. Les 38 milliards du financement des ventes d´armes étrangères est compris dans le budget du département d´État (= ministère des Affaires étrangères). L´un des postes cachés les plus importants représente les intérêts des dattes encourues lors des guerres passées : 237 milliards et 390 milliards de dollars. C´est en réalité un subside sans fin aux banques et celles-ci sont étroitement liées aux industries militaires.
Chaque partie de ces budgets goitreux est censée augmenter de 5 à 10 pour cent par an, alors que le financement des États et des villes par le fédéral diminue annuellement de 10 à 15 pour cent, ce qui amène des crises de déficit.
Selon le Bureau de la gestion et du budget, 55 pour cent du budget total américain pour 2010 ira à l´armée. Plus de la moitié ! Pendant ce temps, des pans entiers des dotations fédérales aux États et villes sur le plan des services humains vitaux - écoles, formation des enseignants, programmes de soins à domicile, repas scolaires, entretien des infrastructures de base de la distribution d´eau potable, entretien des égouts, des ponts, des tunnels et des routes - diminuent à vue d´oeil.
Le militarisme nourrit la répression
L´aspect le plus dangereux de la croissance de l´armée est la pénétration insidieuse de son influence politique dans tous les domaines de la société. C´est l´institution la plus éloignée du contrôle populaire et la plus encline à l´aventurisme militaire et à la répression. Des généraux retraités font une tournante dans les conseils d´administration des sociétés, deviennent des vedettes du crachoir dans les principaux organes médiatiques, des lobbyistes, conseillers et hommes politiques grassement payés.
Ce n´est pas une coïncidence si, non contents de posséder la plus importante machine de guerre du monde, les EU ont également la plus importante population carcérale de la planète. Le complexe carcéro-industriel est la seule industrie à connaître une croissance. Selon le Bureau de la statistique du département américain de la Justice, plus de 7,3 millions d´adultes étaient en probation, en liberté sur parole ou incarcérés en 2007. Plus de 70 pour cent des personnes incarcérées sont des Afro- ou Latino-américain(e)s, des Amérindiens et autres personnes de couleur. Les adultes noirs risquent quatre fois plus la prison que leurs homologues blancs.
Exactement comme pour l´armée, avec ses centaines de milliers de contractuels et de mercenaires, la frénésie à vouloir maximiser les profits a abouti à une privatisation croissante du système carcéral.
Le nombre de détenus a augmenté sans relâche. Il y a 2,5 fois plus de gens dans le système carcéral actuel qu´il y a 25 ans. Comme le capitalisme américain est de moins en moins en mesure de procurer des emplois, des formations à l´emploi ou un enseignement tout court, les seules solutions proposées sont les prisons ou l´armée, provoquant ainsi la désolation chez les individus ou au sein des familles et des communautés.
Le poids de l´armée pousse l´appareil répressif de l´État vers toutes les couches de la société. Il y a une augmentation énorme des polices en tous genres et d´innombrables agences de police et de renseignement.
Le budget de 16 agences de renseignement américaines atteignait 49,8 milliards de dollars, pour l´année fiscale 2009 : 80 pour cent de ces agences secrètes de renseignement sont des bras du Pentagone. (Associated Press, 30 octobre 2009). En 1998, ces dépenses étaient de 26,7 milliards de dollars. Mais ces agences ultrasecrètes ne sont pas reprises dans le budget militaire. Pas plus que les agences de répression de l´immigration et de contrôle des frontières.
Les forces armées américaines sont stationnées dans plus de 820 bases militaires disséminées dans le monde entier. Et ce chiffre n´inclut pas les centaines de bases louées, de postes clandestins d´écoute et ainsi que les centaines de navires et de sous-marins.
Mais plus la machine militaire prend de l´ampleur, moins il est possible de contrôler son empire mondial, parce qu´elle n´offre pas de solutions ni n´améliore les niveaux de vie. Les armes high tech du Pentagone peuvent lire une plaque minéralogique de voiture à partir d´un satellite de surveillance, leurs lunettes de lecture nocturne peuvent pénétrer l´obscurité la plus profonde et leurs drones peuvent incendier un village isolé. Mais elles sont incapables de fournir de l´eau potable, des écoles ou la stabilité aux nations qu´elles attaquent.
En dépit de toutes ces armes du Pentagone à la technologie fantastique, la position géopolitique américaine se dégrade d´année en année. En dépit de sa puissance de feu massive et de son armement à la pointe de l´art, l´impérialisme américain a été incapable de reconquérir les marchés mondiaux et la position du capital financier américain. L´économie et l´industrie des EU ont été entraînées vers le gouffre par le simple poids du maintien en état de la machine militaire. Et, comme l'a montré la résistance en Irak et en Afghanistan, cette machine ne peut rivaliser avec la détermination des peuples à vouloir contrôler eux-mêmes leur propre avenir.
Puisque la puissante économie capitaliste américaine n´est capable que de proposer de moins en moins aux travailleurs d´ici, aux EU, il est certain que ce niveau de résistance déterminée va s´enraciner également.
Images: 1- Rencontre de George W. Bush et de Barack Obama dans le bureau ovale de la Maison blanche , le 10 novembre 2008 par Eric Draper 2- Bombardier B52 par USAF 3- Latuff