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#7269 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Sab 11 Feb 2012 10:18 pm
Oggetto: Visnjica broj 884
jugocoord
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MODELLISMO STORICO


... a Renato Schifani l'ANVGD di Trieste ha donato una riproduzione (da essa progettata) della Foiba di Basovizza (vedi foto) ...

http://www.anvgd.it/notizie/12608-11feb12-il-dono-di-anvgd-trieste-al-presidente-del-senato.html


Sulla lapide apposta alla "foiba" di Basovizza - monumento nazionale - si veda:
http://www.cnj.it/FOIBEATRIESTE/Appendici.htm#_Toc28102472
Sulle falsificazioni in merito alla "foiba" di Basovizza si veda più in generale alla nostra pagina tematica: 
http://www.cnj.it/documentazione/IRREDENTE/basovizza.htm

=== * ===


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#7270 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Dom 12 Feb 2012 9:42 am
Oggetto: Porzûs: il più grande processo antipartigiano del dopoguerra
jugocoord
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"E' mia intenzione, in una prossima già programmata visita in Friuli, rendere omaggio alle vittime dell'eccidio di Porzûs."
(dal Saluto del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla celebrazione del "Giorno del Ricordo", Palazzo del Quirinale 09/02/2012
VIDEO: http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Video&key=2129&vKey=2009&fVideo=1 )

In merito al desiderio espresso dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di rendere omaggio alla memoria di alcuni collaborazionisti dei repubblichini della Decima Mas giustiziati a Porzûs dai partigiani nel febbraio 1945, crediamo utile contribuire alla conoscenza dei fatti con questa sintesi di Alessandra Kersevan.


Alessandra Kersevan

Porzûs: il più grande processo antipartigiano del dopoguerra

Appendice dal volume: Foibe. Revisionismo di Stato e amnesie della Repubblica

Atti del Convegno: Foibe: La verità. Contro il revisionismo storico
tenuto a Sesto S. Giovanni (MI), 9 febbraio 2008

Collana di Resistenza Storica / Udine: Editrice KappaVu, 2008

 

Nel 1997 – in anticipo con la concezione della memoria alla 10 febbraio, secondo la quale i fatti storici esistono solo se vengono amplificati dai mass-media – la vicenda di Porzûs divenne di pubblico dominio con la presentazione al festival del cinema di Venezia del film Porzûs di Renzo Martinelli. Nonostante il titolo richiamasse in maniera diretta questa vicenda, il contenuto la riguardava solo a grandi linee, poiché erano inventati o stravolti i caratteri dei personaggi, le motivazioni, i comportamenti, il contesto in cui avvenivano, in linea con la revisione della resistenza che stava emergendo in quegli anni.[1] Negli articoli che apparvero sui principali giornali italiani a commento e critica del film, si disse in un primo tempo – e il regista non solo avvalorò questa tesi, ma ne fece la base del lancio pubblicitario – che finalmente emergeva la verità su Porzûs. In realtà Martinelli si avvalse della penna di Furio Scarpelli – autore di sceneggiature che hanno costruito l’immaginario collettivo dell’Italia del dopoguerra, come La grande guerra e Tutti a casa â€“ per costruire un polpettone confusionario e anche un po’ razzista. In seguito alla querela per diffamazione da parte di Mario Toffanin, “Giaccaâ€, il regista cambiò versione e disse che si trattava di una fiction.

In realtà la vicenda di Porzûs è stata nel dopoguerra trattata in molti giornali e libri a livello nazionale[2], e nel Friuli-Venezia Giulia non è passato anno senza che fosse ricordata in manifestazioni di varia natura, anzi, in questa regione Porzûs è stato uno dei miti fondanti del ceto politico dominante, in gran parte di origine osovana.

Su Porzûs inoltre si è per la prima volta evidenziata quella convergenza destra-sinistra tesa a ricostruire un immaginario condiviso anticomunista. Non è un caso che il film sia stato finanziato dall’allora governo di centro-sinistra, cioè dal ministro della cultura Walter Veltroni, ma apprezzato anche a destra.

In sostanza la tesi che passò – la stessa delle forze dominanti in tutti questi sessant’anni, ma con la differenza che veniva fatta propria anche dagli eredi del PCI – era quella della responsabilità dei comunisti friulani, e del PCI più in generale, presentati come asserviti agli interessi jugoslavi – mentre gli osovani risultarono i patriottici difensori dei confini dalle mire jugoslave.

 

La vicenda

In realtà non si sa ancora con precisione cosa sia successo a Porzûs: nella ricostruzione ufficiale ci sono soltanto certezze, ma se si analizzano i documenti quasi nulla corrisponde a ciò che viene dato per assodato.

Il 7 febbraio 1945 (così secondo la versione ufficiale e processuale, ma alcuni importanti documenti[3] e un ragionamento sui tempi dell’azione, la collocherebbero invece all’8 febbraio) un gruppo di circa un centinaio[4]di gappisti, partendo dal Bosco Romagno, una zona fra Cormons e Cividale in cui avevano la base, comandati da Mario Toffanin – Giacca, si diresse verso le malghe dette, in seguito, di Porzûs, ma in realtà chiamate a quel tempo di Topli Uork[5], dove aveva sede, dall’autunno precedente, il comando del Gruppo Brigate “Osoppo dell’Est†– composto dalla I e dalla VI Brigata, in realtà poche decine di uomini perché la gran parte erano in congedo in attesa della primavera – comandato da un capitano dell’esercito, Francesco De Gregori, “Bollaâ€.

Arrivati nei pressi delle malghe i gappisti finsero di essere un gruppo di sbandati o fuggiti dai convogli per la Germania che volevano aggregarsi ai partigiani. Questo inganno fu reso possibile anche dal fatto che chi li guidava era “Dinamiteâ€, Fortunato Pagnutti, molto conosciuto alle malghe osovane perché in precedenza era stato partigiano dell’â€Osoppo†e vi si recava spesso per prelevare esplosivi per operazioni di sabotaggio[6]. La presenza di Dinamite contribuì – si dice – a non creare sospetti negli osovani, che pur in quei giorni dovevano essere molto sospettosi, giacché Bolla non faceva altro che mandare relazioni ai propri comandi superiori in cui denunciava la presenza oltre al nemico palese (tedeschi e cosacchi) del nemico occulto(sloveni e garibaldini)[7].

A quel punto gli osovani dell’avamposto mandarono a chiamare qualcuno del comando e venne  “Eneaâ€, Gastone Valente, commissario politico della VI Brigata, a vedere di che si trattava. Enea pensò di dividere glisbandati fra coloro che volevano andare con i garibaldini – e quindi  proseguire per un paese vicino, Canebola – e quelli che volevano rimanere con l’â€Osoppoâ€. Ma subito si accorse che c’era qualcosa che non andava nel comportamento di questi sbandati e quindi mandò un biglietto a Bolla, che si trovava in una malga più in alto. Dopo che la “cernitaâ€[8] era già iniziata, Giacca diede ordine di agire ai suoi e gli osovani vennero disarmati, bloccati e costretti ad atteggiarsi in maniera amichevole, per ingannare Bolla che intanto stava arrivando assieme a Aldo  Bricco, “Centinaâ€. Quando i due furono arrivati vicino al gruppo dei gappisti, uno di questi avrebbe colpito Bolla, mentre Centina, con uno scatto, riuscì a fuggire giù per il dirupo, inseguito dai gappisti e dai loro spari, che lo ferirono in più punti. Centina si rifugiò poi nel paese di Robedischis, dove c’era un ospedaletto partigiano sloveno in cui venne curato[9].

A questo punto i gappisti si rivelarono: gli osovani vennero tutti disarmati, Enea e Bolla tenuti nella malga, altri inviati ad aprire i bunker, pieni di alimenti, di armi e di altri materiali.[10] In una delle malghe fu trovata Elda Turchetti, segnalata da Radio Londra come una pericolosa spia, collaboratrice dei tedeschi. Questo, in base alle testimonianze che Giacca diede ad alcuni giornalisti nel dopoguerra, sarebbe stato il fatto che portò alla decisione di uccidere sul posto i comandanti osovani, rei di proteggere una spia.

Infatti Bolla ed Enea, insieme con la Turchetti vennero fucilati nella malga. I bunker vennero svuotati e il materiale portato nella base gappista al Bosco Romagno, dove vennero anche portati gli altri osovani fatti prigionieri[11]. Nella zona delle malghe risulta ucciso anche il giovane Giovanni Comin, che, fuggito il giorno prima dal treno che lo avrebbe portato nei lager in Germania, stava raggiungendo il comando osovano, ma anche la ricostruzione della sua morte non è molto chiara.

Nella base del Bosco Romagno i prigionieri osovani vennero divisi fra i vari battaglioni gappisti e poi uccisi a gruppi nei giorni successivi. Ma due di essi, Leo Patussi, “Tin†e Gaetano Valente,  “Cassinoâ€[12], si aggregarono ai gappisti e sopravvissero: sarebbero diventati poi i principali testimoni d’accusa. L’analisi del loro comportamento nel Bosco Romagno e delle loro dichiarazioni in sede istruttoria e dibattimentale solleva sconcerto, in quanto la gran parte delle loro testimonianze, se sottoposte ad analisi e confronto con altri testi e altri documenti, si rivelano chiaramente mendaci. Non è privo di significato che un personaggio come Tin, Leo Patussi, che in base alla ricostruzione ufficiale ha tradito i suoi compagni passando ai gappisti, sia diventato poi generale dell’esercito italiano.

Fra gli osovani uccisi c’era anche Guido Pasolini, il fratello di Pier Paolo.

Ciò che successe al Bosco Romano è tuttavia molto nebuloso e basato su testimonianze contraddittorie; il riconoscimento dei corpi riesumati è dovuto quasi esclusivamente ad alcuni preti, fra cui don Aldo Moretti[13], il fondatore e la vera mente dell’â€Osoppoâ€.

 

I personaggi

Prima di passare a parlare del contesto in cui questa vicenda avviene e dei complicati intrecci e motivazioni, è necessario analizzare brevemente l’elenco dei nomi che si trovano sulla lapide a Porzûs, un elenco di 20 nomi, alcuni dei quali, come vedremo, sicuramente non centrano con questi fatti:

Comandante Bolla, Francesco De Gregori[14]: insignito di medaglia d’oro al valor militare. Era stato un ufficiale dell’esercito, volontario in Spagna (con i fascisti), combattente nei Balcani, monarchico. Aderì all’â€Osoppo†nella primavera del ’44.  Era il comandante del Gruppo Brigate “Osoppo dell’Estâ€, ma proprio nel giorno dell’eccidio si stava trasferendo in pianura per assumere l’incarico di capo di stato maggiore del gruppo divisioni “Osoppo-Friuliâ€, ma anche per incontrarsi con il federale fascista di Udine, Mario Cabai. Il suo posto al gruppo di Brigate dell’Est doveva essere preso da Centina, Aldo Bricco (scampato all’eccidio fuggendo e curato dalle ferite in un ospedaletto sloveno).

Bolla viene sempre indicato come comandante della I Brigata, ma in realtà non lo era più dall’estate del ’44, quando era diventato vicecomandante della divisione unificata “Osoppo-Garibaldi†e poi, allo scioglimento di questo comando, era diventato comandante appunto del gruppo brigate “Osoppo dell’Estâ€. Dal momento che la I Brigata ha avuto altri comandanti, non si capisce perché questi siano stati oscurati, se non ipotizzando che per la ricostruzione di questa vicenda fosse meglio che i loro nomi non venissero ricordati. Avranno infatti tutti un ruolo importante nelle organizzazioni clandestine anticomuniste sorte in Friuli[15] già prima della fine della guerra e confluite poi in Gladio. Il comandante della I brigata al momento dei fatti di Porzûs era Marino Silvestri, futuro membro di Gladio/Stay Behind, che non fu mai chiamato a testimoniare, sebbene fosse stato fra gli artefici di un accordo con i repubblichini e i nazisti in funzione antigaribaldina noto come il Presidio di Ravosa, di cui si parlò molto al processo di Lucca[16].

Delegato Politico Enea, Gastone Valente: era del Partito d’Azione. Nel dopoguerra, in una sua intervista, Giacca avrebbe dichiarato che l’unica cosa di cui si dispiaceva riguardo all’azione che aveva comandato, era la morte di Enea. Era uno dei non numerosi azionisti rimasti nell’â€Osoppo†dopo il cosiddetto golpe di Pielungo del luglio del ’44, quando la componente militare e democristiana dell’â€Osoppo†con una sorta di putsch aveva allontanato i dirigenti azionisti, troppo inclini al comando unitario con i garibaldini. Tuttavia, secondo la testimonianza al processo di Maria Pasquinelli, agente al servizio della X Mas, a casa di Enea sarebbero avvenuti i primi contatti fra “Osoppo†e X Mas per costituire un fronte unitario antislavocomunista. Ma probabilmente la Pasquinelli si era fatta accogliere in casa con un ricatto.[17] Anche Enea viene di solito indicato con un ruolo sbagliato, come delegato politico[18] della I Brigata “Osoppoâ€, mentre lo era della VI, oppure si dice anche che stava per prendere il posto di Alfredo Berzanti[19] come delegato politico del gruppo Brigate dell’Est, cosa che non risulta dai documenti. È stato insignito della medaglia d’argento al valor militare. Non si capisce il perché di questa discriminazione rispetto a Bolla, medaglia d’oro, dal momento che sono morti nelle stesse circostanze e la storia partigiana di Enea era anche più intensa di quella di Bolla.

 

Sulla lapide poi ci sono i nomi di battaglia degli uccisi in ordine alfabetico; di questo elenco, si può rilevare:

-     il corpo di Egidio Vazzaz, “Adoâ€, non è mai stato trovato, né ci sono altre prove valide perché sia stato inserito fra gli uccisi;

-     “Rinatoâ€, “Mache†e “Vandalo†sono morti in altre circostanze che già al processo di Lucca, nel 1951, erano emerse e non centrano con Porzûs;

-     “Flavioâ€, Erasmo Sparacino, risulta dai documenti presso l’anagrafe di Cividale fucilato dai nazisti il 12/02/45; anche dopo che nel mio libro ho dimostrato questo fatto, il suo nome continua ad essere citato fra le vittime di Giacca;

-     “Gruaroâ€, Comin Giovanni, non era osovano, ma garibaldino e il suo nome da partigiano era “Tigreâ€; non si capisce come mai i dirigenti osovani lo abbiano indicato sia nella lapide sia nel processo con questo nome di battaglia del tutto inventato[20];

-     Di fronte a tanti nomi sbagliati o che non dovrebbero esserci, nella lapide manca invece quello di Elda Turchetti, che pure  nei giorni precedenti all’eccidio era stata arruolata nelle file osovane, con un numero di matricola, 1755, e nome di battaglia, “Liviaâ€. Ciò risulta dallo stesso diario di Bolla e da documenti presenti nell’Archivio “Osoppoâ€.

 

Elda Turchetti – indicata anche con il nome di copertura di Wanda Merlini – nell’estate del ’44 era stata segnalata da Radio Londra su indicazione degli stessi servizi informativi osovani come «spia accertata» al servizio dei nazisti. Nel dicembre del ’44 si consegnò a una formazione partigiana, per dimostrare la sua estraneità alle accuse. Ammetteva di essere stata al servizio dei tedeschi dalla fine di giugno del ’44, ma solo per une mese e di essersi poi accorta dello sbaglio e di aver lasciato l’incarico[21]. Ma a quale formazione partigiana si era consegnata? Al processo si disse, e questa naturalmente è la versione generalmente accettata, che si era consegnata a un garibaldino di nome Paura, il quale poi l’avrebbe passataagli osovani. Questo venne interpretato come uno degli elementi dell’inganno contro il gruppo di Bolla: infatti i garibaldini l’avrebbero consegnata agli osovani proprio per poter accusarli di proteggere una spia e aver il pretesto per l’eccidio. Ebbene, gli stessi documenti stilati da Bolla dicono che invece la Turchetti si consegnò a un osovano di nome “Glosterâ€, Alfonso Linda, e che questi la portò alle malghe. Anche su questo fatto, dunque, la ricostruzione processuale, ispirata dalla parte civile osovana, è falsa. Alle malghe sarebbe stata sottoposta a processo da Bolla e considerata innocente, tanto da essere arruolata nelle file osovane, eppure questo non fu mai detto al processo, né il suo nome è stato inserito nella lapide. Evidentemente la cosa risultava troppo compromettente dal momento che il suo nome come spia era stato ripetutamente fatto proprio da Radio Londra[22].

 

Bisogna ora ricordare chi furono i principali imputati gappisti e garibaldini.

Mario Toffanin, Giacca[23], operaio, originario di Padova, che già nel ’41 era a combattere nelle formazioni di Tito contro i nazifascisti. Arriva in Friuli nel 1944 e prende il comando di formazioni gappiste. Quelli che combatterono con lui gli erano molto affezionati, e nel dopoguerra andavano spesso a trovarlo nel paese vicino a Capodistria in cui era emigrato nel dopoguerra, per sfuggire all’arresto. Invece con alcuni dei comandanti garibaldini ebbe un rapporto conflittuale, specialmente con il commissario politico di tutte le “Garibaldi†friulane, Mario Lizzero – Andrea, e col commissario politico della “Garibaldi-Natisoneâ€, Vanni Padoan, che lo consideravano insubordinato e settario. Nonostante questo – forse per il suo coraggio e determinazione nelle azioni – continuava ad essere comandante della brigata gappista. Dopo i fatti di Porzûs venne però allontanato e il comando della Divisione Gap costituita negli ultimi mesi prima della liberazione, passò a Valerio Stella, “Ferruccioâ€, il quale fu anche coinvolto nel processo per i fatti di Porzûs, incarcerato, ma assolto. Giacca non è mai stato arrestato e non ha mai testimoniato ufficialmente sui fatti. Nel dopoguerra ha rilasciato alcune interviste a giornalisti e una alla radio di Udine “Onde furlaneâ€. Gli sono state attribuite molte dichiarazioni spesso contraddittorie.

Nella versione avallata a suo tempo dal PCI friulano guidato da Mario Lizzero, l’azione di Porzûs sarebbe stata un colpo di testa di Giacca. Secondo un’altra versione Giacca, a causa del suo carattere molto settario e poco riflessivo, avrebbe trasformato in eccidio quello che era solo un ordine di arresto di Bolla a causa delle sue trame con i repubblichini.

 

Degli altri gappisti coinvolti nelle inchieste si può dire che molti erano piuttosto giovani, di estrazione operaia o contadina, ma c’erano anche uno studente, un maestro e un medico. Alcuni  furono incarcerati, anche a lungo, ma poi ritenuti innocenti, molti altri fuggirono, quasi tutti in Jugoslavia per sottrarsi all’arresto; alcuni sono ritornati in Italia solo dopo l’amnistia alla fine degli anni cinquanta, altri sono rimasti in Jugoslavia.

42 furono i condannati a varie pene detentive, fra essi anche alcuni dei maggiori dirigenti della Resistenza friulana, come Ostelio Modesti, “Francoâ€, il segretario della federazione clandestina udinese del PCI e Alfio Tambosso, “Ultraâ€, responsabile organizzativo, considerati i mandanti. Nel processo vennero coinvolti anche i vertici della divisione “Garibaldi-Natisoneâ€, il comandante Mario Fantini, “Sassoâ€, il commissario politico Giovanni Padoan, “Vanniâ€, e il massimo esponente militare garibaldino della resistenza friulana Lino Zocchi, “Ninciâ€, comandante del Gruppo Divisioni “Garibaldi-Friuliâ€. Di questi, Fantini e Zocchi, a lungo incarcerati, vennero assolti; invece Padoan, il maggior obiettivo delle montature osovane, assolto a Lucca venne condannato in appello a Firenze come mandante. Non fu coinvolto nel processo il commissario politico di tutte le formazioni garibaldine friulane, Mario Lizzero, Andrea. Nel dopoguerra sarebbe diventato il maggior esponente comunista, a lungo segretario della federazione e poi deputato al parlamento

 

Il contesto storico-politico

La zona di Porzûs fa parte della Benecija, cioè la Slavia italiana, un territorio abitato da popolazione di origine slovena, inserita nello stato italiano dopo la terza guerra d’indipendenza, nel 1866. Nei confronti di queste popolazioni lo stato italiano già prima del fascismo aveva operato una brutale politica di snazionalizzazione, come poi avrebbe fatto il fascismo con ancor più determinazione nei confronti degli sloveni e dei croati della cosiddetta Venezia Giulia, annessi dopo la prima guerra mondiale. Con l’aggressione nazifascista alla Jugoslavia nell’aprile del 1941 e l’annessione della provincia di Lubiana da parte dello stato italiano, queste regioni, il Friuli e la Venezia Giulia[24] divennero fronte di guerra, ed infatti qui la Resistenza al nazifascismo è iniziata già nel 1942, avendo come riferimento l’esercito di liberazione jugoslavo. Anche nella zona della Benecija furono registrati, da parte delle autorità civili e militari, passaggi di formazioni partigiane slovene già nel 1942 e nella primavera del ’43 si costituì sul Collio un Distaccamento “Garibaldiâ€, formato da italiani[25].

Nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre nella zona di Monfalcone gli operai dei cantieri navali costituirono la Brigata “Proletaria†che combatté nella battaglia in difesa di Gorizia contro l’occupatore tedesco, e nelle settimane seguenti si formarono i primi battaglioni garibaldini.

Nei primi mesi del ’44, per non lasciare il monopolio della resistenza ai comunisti fu creata, da un connubio fra azionisti e cattolici, con la benedizione del vescovo di Udine Giuseppe Nogara[26], la formazione “Osoppoâ€. Si tratta di un nome risorgimentale in quanto Osoppo, un paese a nord di Udine, si era distinto nel 1848 per la resistenza agli austriaci.

Nella primavera del ’44 ci fu un forte afflusso di partigiani, sia nell’â€Osoppo†sia nella “Garibaldiâ€. All’inizio dell’estate fu costituita, con due brigate, la Divisione “Garibaldi-Natisoneâ€, la più grande formazione della resistenza italiana. Già nel giugno del ’44 i garibaldini proposero agli osovani l’unificazione dei comandi, per dare una guida unitaria alla lotta al nazifascismo, ma i dirigenti osovani erano ostili al comando unico, e questa rimase una grande questione irrisolta, praticamente fino al momento dell’insurrezione. Soltanto nell’estate del ’44, anche sotto pressione delle missioni inglesi operanti in zona, che per motivi militari volevano l’unificazione, gli osovani furono costretti ad accettare per qualche mese in diverse zone i comandi unici.  L’esperimento unitario più lungo ed organico fu operato proprio nella zona del Friuli Orientale, con l’unificazione fra le due brigate della “Garibaldi-Natisone†e la I Brigata “Osoppoâ€, che diedero vita alla Divisione “Osoppo-Garibaldiâ€. Del comando fecero parte assieme a Sasso e Vanni, cioè il comandante e il commissario politico della “Natisoneâ€, ambedue di origine operaia, proprio Bolla e il suo delegato politico Alfredo Berzanti- Paolo, allora rispettivamente comandante e delegato politico della I Brigata “Osoppoâ€. In quell’estate la formazione ebbe grossi successi militari, con la costituzione della Zona libera del Friuli Orientale.

Alla fine di settembre ci fu l’attacco nazifascista alla zona libera e il comando unico approntò un piano di ripiegamento, che fu eseguito alla lettera dalle due brigate garibaldine, mentre la brigata osovana ebbe gravi perdite e si disperse. Risulta dalle stesse relazioni stese da Bolla e da altri osovani, che causa di ciò fu il mancato rispetto del piano da parte di alcuni responsabili della I Brigata osovana. Invece il fatto che i garibaldini non avessero avuto perdite e gli osovani sì fu interpretato – da coloro fra gli osovani che non avevano mai digerito il comando unico – come frutto di un complotto garibaldino e sloveno. Questo elemento ebbe poi una grande importanza nel processo di Porzûs, come prova della premeditazione garibaldina contro gli osovani, e costituisce l’argomento principale della famosa lettera, datata novembre del ’44, di Guido Pasolini, “Ermes†al fratello Pier Paolo, lettera che quest’ultimo dichiarò al processo di Lucca di aver ricevuto solo dopo l’eccidio, e che io reputo, per vari motivi, un falso – come del resto molti altri dei documenti presentati dall’â€Osoppo†contro i garibaldini.[27]

Nell’autunno del ’44 molti nodi vennero al pettine: contro la Resistenza in Friuli fu sferrato un attacco generale da parte nazifascista, con l’insediamento dei Cosacchi in Carnia (terra a loro promessa dai nazisti:Kosakenland in Nord Italien, con il beneplacito dei collaborazionisti repubblichini[28]), e lo sbandamento delle formazioni partigiane. In questo momento tragico arrivò il proclama Alexander, che invitava i partigiani atornare a casa in attesa della primavera. L’atteggiamento nei confronti del proclama fu completamente diverso da parte garibaldina e da parte osovana. Questi ultimi furono inclini ad accettarlo e pianurizzarono la gran parte dei combattenti, che furono messi in congedo temporaneo. Soltanto alcuni piccoli gruppi, come quello di Bolla, costituiti soprattutto da partigiani provenienti da altre parti d’Italia e che non potevano tornare a casa, rimasero in montagna, ma senza condurre azioni concrete. I garibaldini, invece, non volevano accettare il proclama, ma si poneva il problema dell’impossibilità di passare l’inverno sulle montagne friulane, piene di cosacchi e troppo esposte ai continui attacchi tedeschi, interessati a tenere sgombre le vie di ritirata. Così la Divisione “Garibaldi-Natisone†decise di passare l’Isonzo, e di insediarsi nella zona slovena, passando sotto il comando operativo del IX Korpus.

Questo è uno degli altri grandi nodi della vicenda processuale di Porzûs, in quanto il passaggio alle dipendenze operative del IX Korpus venne considerato come un tradimento e la dimostrazione che i garibaldini avevano interesse ad eliminare – su ordine degli sloveni – la formazione di Bolla, l’unica  rimasta italiana nella Benecija, rivendicata ormai apertamente dagli jugoslavi.

Anche in questo aspetto della questione i dirigenti osovani operarono grosse manipolazioni, che i giudici in parte fecero proprie.

La prima consiste nel considerare l’esercito di liberazione jugoslavo come fosse un nemico, mentre invece era un alleato. E così infatti lo considerava il CLNAI, il massimo organo della Resistenza italiana, il quale in più documenti aveva invitato i partigiani italiani del Friuli e della Venezia Giulia a collaborare con i resistenti jugoslavi, affidando alle trattative del dopoguerra il problema dei confini.

La seconda consiste nell’affermazione che la “Garibaldi-Natisone†era passata oltre Isonzo senza avvisare il Comitato di Liberazione e che quindi di fatto si era posta fuori dalla resistenza italiana. In realtà, e i documenti sono agli atti del processo, non solo la “Natisone†comunicò il passaggio alle dipendenze operative del IX Korpus, ma il CLNAI continuò sempre a considerarla una formazione della resistenza italiana, e così attestò anche alla fine della guerra.

La terza consiste nel collegamento fra questo passaggio e l’eccidio di Porzûs, presentato appunto come l’esecuzione di un ordine degli sloveni. Per sostenere questo venne presentato al processo dall’accusa un breve documento a firma di Ultra, Alfio Tambosso, il responsabile organizzativo della Federazione clandestina del PCI di Udine. In tale documento indirizzato in modo generico a “cari compagni†e datato 27 gennaio 1945, si chiedeva di mandare in montagna circa 100-150 persone “da porre alle dipendenze della Divisione “Garibaldi Natisoneâ€, operante agli ordini del Maresciallo Titoâ€. Come risulta dall’analisi del documento[29], questo non può essere affatto l’ordine dell’azione di Porzûs, ma i giudici non andarono troppo per il sottile e ancora una volta accettarono le tesi osovane. È importante ricordare un altro fatto: i dirigenti osovani si procurarono questo documento con un furto nella sede dell’ANPI, come l’autore del furto – Giorgio Brusin, futuro membro di Gladio/Stay Behind – avrebbe ammesso anche nel corso del processo. Nello stesso furto si procurarono anche l’altro documento d’accusa fondamentale, e cioè quella che sarebbe la relazione dell’azione, inviata dal triumvirato gappista Marino[30], Marco e Valerio alla Federazione del PCI e al Comando della “Natisoneâ€. Che fosse procurata con un furto all’ANPI da parte di alcuni osovani non turbò i giudici. Ma val la pena di ricordare ciò che disse Mario Fantini – Sasso, l’eroico comandante della divisione “Garibaldi-Natisoneâ€, da dietro le sbarre della gabbia in cui gli imputati erano rinchiusi: “Come hanno rubato i documenti, possono aver rubato anche i timbriâ€, intendendo che potevano aver falsificato i documenti.

Tornando al contesto generale dell’autunno del ’44, bisogna ricordare ancora che in ottobre c’era stata la liberazione di Belgrado e gli Jugoslavi rivendicavano i territori italiani abitati anche da sloveni e croati, in sostanza la Benecija nell’attuale provincia di Udine, e tutta la Venezia Giulia.[31]

In quello stesso autunno si sviluppano i contatti di vari esponenti della Repubblica di Salò, primo fra tutti Junio Valerio Borghese, con esponenti della Resistenza non comunista, per la costituzione di un fronte anticomunista e antislavo. Di questi contatti si ha ampia attestazione, e i documenti relativi si trovano anche agli atti del processo di Lucca. Contatti si ebbero dai massimi vertici dell’â€Osoppo†sia con i nazisti – e non soltanto per scambio di prigionieri, come affermò don Moretti – sia e soprattutto con i fascisti. Questi contatti si infittiscono nel gennaio del ’45, poco prima dell’eccidio di Porzûs, e ricordo in particolare l’incontro di Conegliano fra “Verdiâ€, Candido Grassi, il massimo esponente militare[32] dell’â€Osoppo†e il capitano Morelli della X Mas, a ciò delegato da Junio Valerio Borghese.

Anche il delegato politico di Bolla, Alfredo Berzanti, fu pesantemente coinvolto in trame con i nazifascisti, in particolare per la costituzione del presidio di Ravosa, formato da osovani e repubblichini, ufficialmente in funzione anticosacca (i cosacchi erano alleati dei repubblichini!) ma in realtà in funzione antigaribaldina.[33] Lo stesso Bolla era coinvolto in questi contatti, ed infatti proprio il giorno dell’eccidio avrebbe dovuto incontrarsi con il federale fascista di Udine, Mario Cabai. Da quanto risulta dallo stesso diario di Bolla, nel gennaio del ’45 egli stava mettendo in piedi una formazione di Arditi in funzione antislovena e antigaribaldina.

Tutti questi contatti non sfuggivano ai garibaldini, i quali ne erano grandemente preoccupati. Anche a livello di base c’erano molti sintomi, che si esplicitavano per esempio nel diverso trattamento di tedeschi e fascisti nei confronti dei prigionieri osovani o garibaldini. Nel ricordo dei partigiani garibaldini da me intervistati c’è il fatto che se un arrestato si dichiarava osovano aveva speranza di salvezza. In questo senso ci furono anche testimonianze al processo.

Per completezza del quadro, va ricordata la presenza in regione di molte missioni alleate, inglesi, americane e del governo del sud. Il capo di una di queste, il maggiore inglese Nicholson era al corrente dei contatti fra “Osoppo†e X Mas, e un suo agente, Cino Boccazzi, ne fu il principale mediatore. Dai documenti di queste missioni emergono anche contrasti fra inglesi e americani, che si stavano giocando il controllo dell’area che si sapeva già strategicamente importante nel dopoguerra, come confine non solo con la Jugoslavia, ma con il mondo socialista in generale[34].

Le missioni del governo del Sud tramavano per un accordo fra resistenza non comunista e repubblichini in funzione antislava, e proprio nei giorni in cui si svolgeva la vicenda di Porzûs operarono per provocare una reazione armata congiunta osovano-repubblichina antislava e antigaribaldina.[35]

Per avere un quadro abbastanza completo della situazione precedente all’eccidio, nei rapporti fra garibaldini e osovani, bisogna ricordare ancora che nel gennaio del ’45 i garibaldini avevano raccolto alcune testimonianze di tradimenti da parte degli osovani. In particolare proprio i gappisti di Giacca avevano raccolto la confessione di un certo “Brontoloâ€, Marcon Guido, ex osovano, arrestato dai tedeschi e poi infiltratosi fra i gappisti, ai quali aveva raccontato, facendo anche i nomi fra cui quello di Bolla, non solo dei contatti di questi con i fascisti, ma di uccisioni di garibaldini commesse dagli osovani. Marcon Guido fu poi fucilato come spia.[36]

Al processo di Lucca, sebbene della confessione di Brontolo si parlasse anche nel documento principale presentato dall’accusa – cioè la relazione di Marino-Marco-Valerio -, si affermò semplicemente che questa confessione non esisteva, che era un’invenzione dei gappisti per giustificare l’eccidio. Il testo invece esiste negli archivi e ciò dimostra che gli imputati al processo non avevano affatto mentito. Ma ora naturalmente è troppo tardi ai fini processuali. Sembra lo sia anche a fini politici e storiografici, perché si continuano semplicemente ad accettare le tesi processuali, come se le sentenze non fossero una delle tante fonti della storia, ma la Storia bell’e fatta.

Poiché è risultato che copie del documento si trovano anche fra le carte di esponenti garibaldini[37], si pone il grosso problema di come mai dalla difesa degli imputati il documento non sia mai stato presentato al processo, lasciando che i giudici lo considerassero un’invenzione dei gappisti.

 

Le inchieste e i processi

Un’inchiesta dopo i fatti di Porzûs venne stabilita già nel marzo ’45 dal CLN provinciale, che istituì una commissione, che però non funzionò, a detta degli osovani a causa della componente garibaldina. Risulta evidente invece agli stessi atti del processo, che chi osteggiò questa inchiesta furono gli osovani, nella persona dell’avvocato Gardi, da essi designato a farne parte.[38]

Alla fine della guerra, nel giugno del ’45, gli osovani presentarono una denuncia alla magistratura in cui indicavano come responsabili i dirigenti della Federazione del PCI di Udine, fra cui il segretario Ostelio Modesti[39], indicato come uno dei mandanti. Uno dei suoi principali accusatori fu quel Leo Patussi del gruppo di Bolla infiltratosi fra i gappisti, [40]. Il principale documento d’accusa, inizialmente, fu però unmemoriale di un gappista, Aldo Plaino, “Valerioâ€, uno degli eroici liberatori delle carceri di Udine,[41] il quale sottoposto a torture psicologiche durate mesi nel campo di concentramento di Padova in cui erano stati rinchiusi i primi arrestati, sostenne che Modesti, il segretario provinciale del PCI, avrebbe detto a Giacca la famosa frase “Va, fai e fai beneâ€. Modesti ha affermato sia al processo, sia in seguito, che la riunione in cui avrebbe detto quella frase, era organizzata invece per stabilire gli ultimi dettagli per l’azione della liberazione delle carceri di Udine – azione estremamente difficile e considerata molto importante anche per dare un segnale positivo alla resistenza friulana che aveva subito tanti duri colpi in quei mesi e che avvenne proprio il 7 di febbraio, lo stesso giorno di Porzûs

Le affermazioni di Modesti furono semplicemente ridicolizzate dai giudici, che arrivarono ad affermare che l’azione delle carceri era stata organizzata semplicemente per coprire quella di Porzûs.

Non occorre a questo punto precisare che questa era la tesi osovana, anche se proprio gli osovani in un primo tempo avevano cercato di appropriarsi dei meriti della liberazione delle carceri, in cui non centravano proprio niente[42].

In effetti nel corso dei processi si stravolse letteralmente tutto, per avallare le tesi osovane. I giudici di Lucca però non accettarono quella del tradimento della patria a vantaggio della Jugoslavia, sostenendo che le motivazioni andavano cercate solo nelle beghe fra formazioni partigiane, mentre i giudici d’appello di Firenze, in parte la avallarono, anche se poi confermarono l’assoluzione degli imputati da questa accusa.

 

Tutta la vicenda processuale di Porzûs, fra i tribunali e le corti d’assise e d’appello di Udine, Venezia, Brescia, Lucca, Firenze, Perugia prende quasi 15 anni di storia del dopoguerra. È stata la più grande montatura antipartigiana, con oltre 50 imputati e 40 condanne, fra cui alcuni dei più importanti uomini della resistenza friulana. È stato il più grande attacco al partito comunista, con lo scopo di arrivare a una condanna per tradimento, cosa che nel periodo della guerra fredda sarebbe stata estremamente utile politicamente. Il processo, mastodontico, vide centinaia di testimoni, fra cui importanti uomini politici del dopoguerra, come Enrico Mattei e Luigi Cadorna, e fra gli avvocati della difesa personaggi del calibro di Umberto Terracini. La finalità più grossa contro il PCI non venne raggiunta, ma il processo e le condanne comportarono oltre che grandi sofferenze per tutti gli imputati e i loro famigliari, un grave colpo alla Resistenza friulana, quella che aveva saputo coniugare nel modo più efficace la lotta al tedesco invasore, la solidarietà internazionale e la lotta di classe. Buona parte dei partigiani furono costretti a fuggire o ad emigrare. Con essi se ne andava proprio la meglio gioventù.

In quegli anni in Friuli crebbero le grandi organizzazioni clandestine anticomuniste, il Terzo Corpo Volontari della Libertà, l’organizzazione “O†(da “Osoppoâ€)[43] del generale Olivieri, i cui aderenti sarebbero poi confluiti in Gladio/Stay Behind, costituita nel 1956 con un accordo anticostituzionale all’insaputa del parlamento fra servizi segreti americani e italiani. Tali organizzazioni avrebbero letteralmente avvelenato il clima politico e sociale della regione, in stretta alleanza con la Chiesa udinese dell’arcivescovo Giuseppe Nogara, prima  entusiasta del fascismo, poi collaborazionista dei nazisti e poi organico alla guerra fredda alleata. Gli uomini di queste organizzazioni erano in gran parte osovani, ma anche ex repubblichini riciclati in massa negli ultimi giorni di guerra, come i rastrellatori antipartigiani del Reggimento alpini “Tagliamentoâ€, entrati in massa nella “Osoppo†nell’ultimo giorno di guerra.

Tutto ciò ha segnato e continua a segnare la realtà sociale e politica friulana, che ne è stata letteralmente stravolta, mettendo all’angolo comunisti e partigiani, che furono perseguitati, in gran numero subirono processi e condanne e poi, come ho detto, furono costretti ad emigrare.

Tuttavia, come si capisce dalla vicenda del film di Martinelli, l’operazione propagandistica antiresistenza messa in moto con i processi di Porzûs continua ancora, anche se sui grandi mezzi di comunicazione ha lasciato oggi la stessa funzione alle foibe.

 
 

[1]       L’inizio pubblico di questa nuova impostazione politica si può individuare nell’incontro Violante-Fini avvenuto a Trieste nel 1998, il cui senso principale, espresso anche da un nuovo lessico, con l’espressione i ragazzi di Salò, è che chi aveva combattuto nelle file repubblichine a Trieste e in Istria lo aveva fatto a tutela dei confini orientali.

[2]       Ricordo, fra quelli pubblicati più lontano nel tempo: M. Cesselli, Porzûs. Due volti della Resistenza,Milano, 1975; F. Mautino, Guerra di popolo, Feltrinelli, 1981. Nel 1966 il commissario politico della divisione “Garibaldi-Natisoneâ€, Giovanni Padoan – Vanni, pubblicò Abbiamo lottato assieme. Partigiani italiani e sloveni sul confine orientale, che era in pratica, pochi anni dopo la chiusura dei processi, la versione dei fatti da parte di uno dei principali imputati e condannati. Lo stesso Padoan ha pubblicato nel 1984 Un’epopea partigiana alla frontiera tra due mondi, e nel 2000 Porzus. Strumentalizzazione e realtà storica, in cui riporta la sua ultima tesi sui fatti, peraltro priva di validi riscontri storici.

[3]       Fra cui il principale documento d’accusa: la relazione sull’azione firmata da Marino-Marco-Valerio, iltriumvirato gappista, datata 10 febbraio, parla dell’azione come avvenuta l’8 febbraio. Non è un particolare irrilevante se si tiene presente che questo documento fu procurato dagli avvocati osovani con un furto all’ANPI. In ogni caso, i giudici di Lucca risolsero facilmente il problema dicendo che i gappisti nella loro relazione si erano… sbagliati!

[4]       Anche su questo le testimonianze non concordano, perché si va da circa una ventina di gappisti a oltre cento.

[5]       Porzûs, PorÄinj in sloveno, è un paese a mezza costa sulle Prealpi Giulie, abitato da popolazioni di origine slovena; è frazione del comune di Attimis. Le malghe di Topli Uorch, quelle in cui aveva sede il comando osovano, si trovano invece in comune di Faedis.

[6]       È utile qui ricordare, che alcuni dei gappisti coinvolti nel processo era stati in precedenza osovani.

[7]       Cfr. A. Kersevan, Porzûs. Dialoghi sopra un processo da rifare, Udine, I ed. 1995, II ed. 1997, pp. 18-21.

[8]       “Cernita†è proprio il termine, molto ricercato, usato nella relazione attribuita a Marino-Marco-Valerio. Per un’analisi di questa relazione e dei motivi per cui io la ritengo in parte falsificata, v. A. Kersevan, Porzûs, cit., pp. 83-94, 167-180, 184-185, 197-200, 356-357.

[9]       Anche questo episodio dovrebbe suscitare domande e riflessioni: per esempio, se – com’è la tesi che va per la maggiore, suffragata dall’ultimo libro di Padoan – l’azione gappista fu ordinata dagli sloveni, come mai Centina fu curato in un loro ospedale? Ospedale che fra l’altro in linea d’aria è molto vicino a Porzûs, ed era impossibile che non si fossero sentiti gli spari. A queste obiezioni – rivoltegli dagli avvocati della difesa – Centina rispose che lui agli sloveni disse che erano stati attaccati dai repubblichini – come del resto aveva pensato sul momento –; ma com’è possibile che gli alti comandi sloveni, se avevano ordinato l’azione, non avessero avvisato il loro comando locale più vicino a Porzûs dell’imminenza dell’azione gappista? Semplici domande a cui non vengono date risposte. Fra l’altro bisogna rilevare che Centina una volta guarito per merito degli sloveni continuò ad operare nella zona delle malghe, e il gruppo osovano anzi si irrobustì fino a creare una nuova brigata nelle valli del Natisone, la VII brigata “Osoppo†(che sarebbe poi stata una delle basi della futura Gladio/Stay Behind); eppure si disse che l’azione era stata ordinata per togliere di mezzo l’unica formazione che si opponeva alle mire annessionistiche slave.

[10]       Questo fu uno dei tanti motivi di contrasto fra garibaldini e osovani: l’â€Osoppo†era la destinataria della gran parte dei lanci alleati, ma i materiali ricevuti invece di essere impiegati nella lotta, venivano accumulati nei bunker, in attesa… della fine della guerra. Infatti nell’inverno 1944-45 l’â€Osoppo†era in fase di smobilitazione in ottemperanza al proclama Alexander, che nel novembre del ’44 aveva invitato i partigiani a tornarsene a casa. Durante il processo emerge in maniera molto netta l’importanza che questo elemento ebbe nella vicenda: per i garibaldini era letteralmente scarpe rotte eppur bisogna andar, mentre agli osovani veniva dato addirittura un premio per il congedo. Molti degli ex gappisti da me intervistati in questi anni sono convinti che questo sia stato il motivo vero dell’azione.

[11]       16, secondo la ricostruzione ufficiale, di cui 14 sarebbero stati uccisi. Ma questi numeri non corrispondono ai dati documentali, né alla lapide che c’è alle malghe.

[12]       Da non confondersi con Gastone Valente, Enea.

[13]       La figura di don Aldo Moretti è molto complessa. È interessante qui sapere che fu insignito di medaglia d’oro con una motivazione che è una sorta di revisionismo storico ante litteram: infatti comprende sia i suoi meriti come cappellano dell’esercito fascista in Africa, sia il suo contributo alla Resistenza. (Cfr. Gruppo medaglie d’oro al valor militare d’Italia, vol.II, Roma 1965,  pp.721-723)

[14]       Zio dell’omonimo cantautore.

[15]       Cfr. F. Nazzi-P. Visintin, Come si vincono le elezioni, Udine, 1993, pp. 91-113.

[16]       Il processo in corte d’Assise si svolse in quella città per legittima suspicione fra il 1951 e il 1952, dopo che era stato annullato quello già iniziato a Brescia. A Firenze nel 1954 si ebbe il processo di appello.

[17]       Cfr. Kersevan, cit., pp. 124, 128-129.

[18]       Delegato politico nelle formazioni osovane corrispondeva più o meno al commissario politico dei garibaldini.

[19]       Alfredo Berzanti “Paoloâ€, futuro primo presidente della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia.

[20]       Cfr. Paolo Strazzolini, Comin una tigre in gabbia, “Il Messaggero Venetoâ€, 08/05/1998.

[21]       La documentazione esistente presso l’Archivio “Osoppo†contiene segnalazioni su Wanda Merlini come “spia accertata†ancora nei mesi successivi. Cfr. Kersevan, cit. pp 185-193.

[22]       Le comunicazioni di Radio Londra di nomi di spie di solito venivano considerate dai partigiani come un ordine di eliminazione.

[23]       Ma anche “Marinoâ€, così almeno è firmata quella che viene indicata come la relazione dell’azione alle malghe,  insieme con “Marcoâ€, Vittorio Juri – capo di stato maggiore -  e “Valerioâ€, Aldo Plaino – commissario politico.

[24]       Venezia Giulia è un nome inventato dall’irredentismo italiano. Il termine, che ricorda Roma e Venezia e quindi l’italianità, era funzionale alle rivendicazioni italiane sul confine orientale di una terra in realtà multietnica e plurilingue. Fra le due guerre il suo nome indicava il territorio compreso fra il confine italiano del 1866 e quello del 1920. Oggi indica sostanzialmente la provincia di Trieste e parte di quella di Gorizia.

[25]       Che si può quindi considerare la prima formazione della Resistenza italiana, già prima dell’8 settembre.

[26]       Sulla discussa figura di questo arcivescovo cfr. A. Kersevan, P. Visintin, â€œChe il mondo intero attonito staâ€. Luci e ombre di un arcivesco. Giuseppe Nogara 1928-1945, Udine, 1992.

[27]       Cfr. Kersevan, cit., pp. 306-314

[28]       Che secondo le mistificazione dei loro attuali eredi politici sarebbero stati invece i difensori dell’italianità di quelle terre. Val la pena ricordare che l’attuale territorio della regione Friuli-Venezia Giulia, più l’Istria, Fiume, la Valle dell’Isonzo e tutta quella che era stata la provincia italiana di Lubiana, il 10 settembre 1943 furono in pratica annessi al Terzo Reich, con il nome di Adriatisches Küstenland.

[29]       Cfr. Kersevan,cit., pp. 255-262.

[30]       Marino sarebbe un altro nome di battaglia di Giacca, con cui firmava i documenti del comando.

[31]       È del tutto falso che rivendicassero il confine al Tagliamento, come la propaganda osovana e neoirredentista ha sempre affermato (anche in questo caso contro la documentazione esistente e consultabile).

[32]       Candido Grassi fu destituito e arrestato dal CLN provinciale nell’estate del ’44 in seguito ai fatti di Pielungo, quando il comando dell’â€Osoppoâ€, a causa di gravi omissioni delle più semplici regole militari, venne sorpreso dai tedeschi e la sede del comando incendiata. Nei giorni successivi ci fu un vero e propriogolpe della parte democristiana degli osovani, che liberarono Grassi e minacciarono di morte i nuovi comandanti designati, costretti ad andarsene dal Friuli. In seguito Grassi non fu ufficialmente rimesso al comando dell’â€Osoppoâ€, ma ne fu sempre riconosciuto come il capo. La vicenda di Pielungo, con la vittoria dell’ala più anticomunista dell’â€Osoppoâ€, viene indicata come uno dei fatti che preparano Porzûs (cfr. M. Cesselli, Il Golpe anticomunista 1944 lacera la Resistenza altoadriatica, Quaderni Altoadriatici, Padova, s.d.).

[33]       Cfr. Kersevan, cit. pp.141-152.

[34]            È utile ricordare che negli stessi giorni avviene l’incontro di Yalta, con la spartizione del mondo fra est e ovest, in cui si era già deciso sostanzialmente cosa sarebbe rimasto all’Italia e cosa sarebbe andato alla Jugoslavia.

[35]       Cfr. Kersevan, cit. pp. 333-335.

[36]       La sua storia è stata raccontata anche in una puntata di Chi l’ha visto nel gennaio del 2004. La scrivente era stata in quell’occasione contattata dalla redazione della trasmissione, a cui si era rivolta la sorella di Marcon. L’inchiesta è stata condotta in maniera molto seria ma non ha avuto la collaborazione dell’Associazione Partigiani “Osoppoâ€.

[37]       Archivio  Veneto per la Storia della Resistenza e dell’età contemporanea, b. 52, CVL Comando I Divisione GAP  “13  Martiri di Feletto U.â€, “Copia conforme della deposizione manoscritta dal citt. Marcon Guidoâ€, Zona, li 3 febbraio 1945â€, allegata alla “Lettera di Andrea Lima ai compagni Guerra, Ugo, Mauri, Remo (riservatissima)â€, 18 febbraio 1945.

[38]       Cfr. Kersevan, cit. pp. 181-184.

[39]       Ostelio Modesti, antifascista condannato nel 1934 dal Tribunale Speciale, fu liberato soltanto nell’agosto del ’43. Subito dopo l’8 di settembre era già con la Brigata “Proletaria†degli operai monfalconesi a combattere sul Carso contro i tedeschi e i fascisti. In questa battaglia venne gravemente ferito e perse un occhio. Dopo mesi di cure in rifugi clandestini nella zona del Pordenonese, ritornò alla lotta divenendo segretario della federazione comunista e ispettore delle formazioni “Garibaldiâ€. Per tutto questo periodo tessé in maniera infaticabile i rapporti all’interno della Resistenza friulana, facendo parte anche del CLN provinciale. Venne arrestato nell’aprile del ’48, in piena campagna elettorale, a Benevento, dove lavorava come funzionario del PCI. Venne condannato come mandante dell’eccidio di Porzûs in prima istanza a 30 anni. Rimase in prigione fino al 1953.

[40]       Cfr. Kersevan, cit. pp. 267-269.

[41]       Cfr. P. Visintin, Romano il Mancino e i Diavoli Rossi, Kappa Vu, Udine 2003.

[42]       Radio Londra infatti diede la notizia attribuendo l’azione all’â€Osoppoâ€.

[43]       Su queste e su altre organizzazioni clandestine anticomuniste e antislave sorte nell’immediato dopoguerra nelle regioni del confine orientale v.  F. Nazzi – P. Visintin, Come si vincono le elezioni, Kappa Vu, Udine, 1993.


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#7271 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Dom 12 Feb 2012 6:27 pm
Oggetto: Razgovor sa Vladimirom Krsljaninom
jugocoord
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(italiano / srpskohrvatski)

Intervista a Vladimir Krsljanin / Razgovor sa Vladimirom Krsljaninom

a cura di Ivan per Voce Jugoslava - trasmissione su Radio Città Aperta


--- srpskohrvatski ---

Razgovor sa Vladimirom Krsljaninom u Beogradu

Konac novembra 2011 - predizborna kampanja. 

Vladimir Krsljanin, predsednik Organizacije Pokret za Srbiju, clan Internacionalnog komiteta “S. Milosevicâ€, Pocasni professor Sveucilista u Moskvi, cetvrtog po znacaju u Rusiji.

 
P. - Vlado, za koga glasati. Tko ima najvece verojatnosti da pobedi?

O. -  Eto, velike su predizborne igre u Srbiji. Nazalost zemlja nema jedan svoj nivo potrebne normalne samostalnosti. Sve je kontrolisano od zapadne sluzbe i zapadnog kapitala. Svima je jasno da ta vlada i sva njena politika ne moze da potraje i da je pri krahu. Bilo po ekonomskoj, bilo po drustvenoj krizi. Te zbog povecanih problema u resavanju krize Kosova i Metohije i najzad, i ne zadnje, kriza koja je zahvatila Zapad, t.j. Evropsku zajednicu.
Jer svi znamo da je politika bila sazeta u slogan „Evropa nema alternativu“ i sva  demontaza  ekonomskog, socijalnog sistema u zemlji se skrivala iza tog slogana. Sada je jasno da taj slogan ne donosi Srbiji nista i stvorila se sada jedna nova vazna cinjenica u raspolozenju gradjana koja jos pred nekoliko meseci nije bila tako velika i ocigledna, a to je uz masovno opredelenje protiv NATO pakta i za, istovremeno, neku vrstu saveznistva sa Rusijom.  Sada se stvorila jasna vecina protiv EU. Dakle u vreme  kada je ova vlada dosla na vlast vecina je bila za ulazak Srbije u Europsku uniju, nazalost. Ljudi su u medjuvremenu te iluzije izgubili i sad te tri velike cinjenice zapravo bi trebalo da usmere buducu politiku Srbije, medjutim raspored politickih snaga i opredelenje politickih partija ne daju dovoljno garancije da ce to u potpunosti i biti. Najvise sansi na izborima, po istrazivanjima javnog menja, ima Srpska Napredna Stranka. Medjutim njena linija je nekako mutna i kompromisna  i oni ce u velikoj meri dobiti protestne glasove, da tako kazem. Mnogi ce glasati za njih bez mnogo vere u njihovu sposobnost da pozitivno promene stanje u zemlji samo zato jer u jima vide faktor koji ce najbrze da skine sadasnju garnituru sa vlasti. Ima jos nekoliko stranaka koje su jasnije u opredeljenjima a to su; Demokratska Stranka Srbije i Srpska Radikalna Stranka narocito, ako se govori o toj opstoj drzavnoj politici. A postoje brojne snage i pojedinci, da tako kazem, na tom patriotskom, ukljucujuci levo patriotski deo politickog spektra, koji su  ranijih godina bili jako onemoguceni u svom politickom delovanju i stvaranju neke artikulisane politicke snage.
Mi sad znaci ovde imamo jedno udruzenje, grupu koja pokusava da nadoknadi tu slabost srpskog  politickog zivota, znaci organizaciju koja nastupa pod imenom Pokret za Srbiju i koja nastoji da okupi sve te ljude i grupe, ukljucujuci neke omladinske patriotske organizacije kako bi se u tu politicku bitku, bilo samostalno bilo mozda u saradnji sa nekom od tih krupnih stranaka koje ce lako uci u Parlament dodalo srpskoj politici onaj kvalitetet, ona autenticnost koja nece moci da se kontrolise od zapadnih centara moci, bez obzira na njihov ogroman uticaj u ovom casu u Srbiji. 

P. - Pa najbolji im je primer, ovima koji se predomisljaju, kako ide Evropa u ovom casu?. Svuda protestne manifestacije, u Grckoj, Spaniji...?

O. - Naravno. Pa i u Italiji... Sve se to vise ovde od naroda ne moze da skriva. Pa i gledajuci te izvestaje na velikim TV ovde i nepotpune i bez dovoljno objasnjenja, poredjujuci sa izjavama nasih ministara koji i dalje ponavljaju svoju mantru Evropskoj uniji, znaci i svaki politicki neobrazovani covek moze jasno da vidi da tu nesto ne stima, da ne ide kako treba i da zauzme svoj stav.

P.  - Evo sada u Italiji, sklonili su Berluskonija, nije ni zasjela, tako rekuc ova nova vlada Maria Montia i vec se dizu protesti, ... Zna se tko je Mario Monti i koga predstavlja...       

O. - Citav koncept tog financijskog liberalizma, te jedne oligarkijske diktature koja pocinje po svetu da se ponasa sa mnogim korporativistickim dimenzijama fasizma...evo pogledajmo sta su uradili u Libiji, znaci...uz pretnje Siriji i Iranu, znaci oni, neki od njih su spremni da zapocnu i Svetski rat ili da stvore ogromnu krizu u svetu kako bi mogli na svaki nacin sacuvali svoju nezasluzenu finansijsku dominaciju. Nezasluzenu naravno, jer uvodjenje te vrste spekulativnog finansijskog liberalizma je potpuno nedemokratskim putem nametnut narodu. Nikad ni u jednoj drzavi, ni u SAD, ni u V. Britaniji ni u ostalim vodecim drzavama, narod nije imao prilike da se o tome izjasni niti mu je iko objasnio kakve su posledice tog liberalizma, da bi se i mogao izjasniti. Znaci ogroman je nesklad s obzirom da se boljke citave te stvari pokusavaju leciti tako sto ce narod da plati za njihove grehove i narod koji naravno nije nikad za to pitan  odbija da to cini i zato imamo sto imamo u Grckoj i u drugim zemljama. I taj otpor ce rasti i moze da dovede do ogromnog sloma na Zapadu ukoliko ipak negde ne prevlada realizam da se zakonskim putem taj nastrani sistem promeni.

P. Kad si vec spomeuo ubistvo Gadafija, vidim, narocito na ruskoj TV da se spominje i smrt Slobodan Milosevica. Znaci nije zamro pokret za rehabilitaciju Slobinog imena? Vidim tu Pohvalu koju su ti urucili u Rusiji...?

O. Jeste, ja sam dobio titulu na jednom od najvecih, cetvrtom po znacenju, ruskom Univerzitetu, i u obrazlozenju se navodi i to izmedju ostalog , da se ona dodeluje za koordinaciju rada Medjunarodnog komiteta „Slobodan Milosevic“. Komitet se ranije, dok je on bio ziv, zvao Komitet za odbranu Slobodana Milosevica, sada se zove Medjunarodni komitet „S. Milosevic“ i vecinom ljudi koji su bili aktivni u tom komitetu,   ...on je sacuvao... jos uvek ima tri kopredsednika; Remzi Klarka, V. Zjukanova i S. Baburina i ima jedno opredelenje i nastojanje da sad i na jednom simbolicnom politickom planu afirmise ideje za koje je Slobodan Milosevic ziveo i za koje je i izgubio zivot ..da prikaze njihovu aktuelnost danas, a da sa druge strane pomogne u rasvetlavanju njegovog sudskog ubistva i u tom smislu angazovanje kanadskog advokata Kristofer Bleka, od strane porodice sakupljeno je vec dosta podataka koji ukazuju na nesumnjivu odgovornost Tribunala za njegovu smrt. Medjutim i sam Tribunal a i istrazne vlasti u Holandiji, uprkos zahtevima advokatove porodice ne pokazuju dovoljnu  koperativnost da nam dostave na raspolaganje sve one materijale, dokumente koje su prikupili u njihovim istragama, koje naravno nisu dali nikakav rezultat, koji su samo iskorisceni da zabasure ovaj tragicni dogadjaj. Imamo, i to je satisfakcija za nas u Srbiji da se u Rusiji, za nasu borbu, gleda s postovanjem i u pozitivnom svetlu i nadamo se da ce to pomoci i u mnogim drugim stvarima da to, kako da kazem, zauzme adekvatno mesto i u samoj Srbiji i na nasem prostoru uopste.

P. - I poslednje pitanje, na koje se takorekuc, lome koplja. Situacija na Kosovu i Metohiji. Mislis li da ce Srbi tamo ipak nekako izdrzati, svojim stavom, obranom?

O. - Verujem i nadam se da hoce. Veoma su homogeni, veoma dobro ukorenjeni, ta lokalna rukovodstva sviju 4 opstina za koje govorimo i bez obzira iz kojih su stranaka odbornici u Skupstini ili sami odbornici opstina, oni su sad pokazali jedno neverovatno jedinstvo u zastiti sopstvenih prava bez obzira sto vrhovi njihovih stranaka o tome misle.Tu treba ukazati o nekim cinjenicama;
Prvo region o kome govorimo, sever Kosova i Metohije, mogao bi se pre nazvati Severni Kolasin, ili recimo Juzni Kopaonik. Znaci to je region koji je tek 1966., administrativnom odlukom tadasnjih vlasti prikljucen K i M. Njemu su, t.j. on cak nije bio u sastavu Velike Albanije u 2. svetskom ratu. Dakle to nije ni Kosovo ni Metohija, to su dve velike visoravni koje mozete na karti jasno videti, i na Googlu, sta je Kosovo, sta Metohija, i videt cete naravno da taj deo ne pripada ni jednoj od tih 2 regija, vec je on samo administrativno u sastavu Pokrajine. I u njemu, izuzev Kosovske Mitrovice, koja je zbog sukoba podeljena na 2 dela gde je stanovnistvo bilo pomesano ranije, ali u svim ostalim delovima su iskljucivo uvek ziveli samo Srbi. Znaci bez obzira sto su administrativno pripadali Pokrajini oni se nisu nikad u potpunosti osecali pripadati istoj, vec su bili samo upuceni na normalnu saradnju. A kad granica nije postojala bilo je to sasvim normalno i prirodno sa ostatkom Srbije.        
I to je deo odgovora zasto su oni tako homogeni u svojim zahtevima i tako odlucni.
Medjutim s druge strane oni imaju siroku podrsku Srbije u svim faktorima, pojedincima, grupama, kojima je stalo do integriteta Srbije i koji znaju ako se proces puzajuceg priznavanja nezavisnosti koja je ova oblast upravo ugovorila, t.j. Weekiliks potvrdjuje sa Angloamerikancima da znaci da oni su zapravo izborili formulu koja je Angloamerikancima prihvatljiva. Znaci da Srbija na papiru nikad ne izvrsi to priznanaje, ali de facto priznaje nezavisnost. Dakle da uspostavi sve vrste medjudrzavnog saobracaja sa nekom drzavom koju priznaje a da je to eto tako teoretski ne priznaje. Medjutim naravno ovde se radi i o legalizacije agresije NATO- a i legalizacije pristinske teroristicke narkomafije, dakle nemozemo nikako govoriti o sadasnjim rukovodiocima K i M, odnosno tih albanskih teroristickih grupa. Ja i ne volim da kazem albanskih. Izvinjavam se sto sam i ovog puta upotrebio, jer je i albansko stanovnistvo bilo njihova zrtva i jos uvek njihovih pritisaka. Isto slicno kao u Libiji. Samo je tu radjeno malo temeljnije i na duzi rok a tamo je bas radjeno brutalno. Znaci vi ubacite grupu bandita, date im svu mogucu materijalnu i logisticku propagandnu podrsku i onda ih pretvarate u nekakvu politicku snagu iako oni nemaju nikakvu ukorenjenost u narodu. Znaci ti likovi koji su na celu; Haradinaj, Taci i dr., oni, znaci ta nakomafija pristinska je danas postala vodeca narkomafija u Z. Evropi, zapadnom svetu. Pobedila je italijansku mafiju i ostvaruje godisnji profit, prema ruskim podacima, od 4 milijarde, pardon, preko 3 milijarde eura godisnje, uglavnom na prometu afganistanskog heroina. Znaci sad kad vidite NATO u Afganistanu, gde se proizvodnja heroina povecala za 44 puta vise od kada je  NATO tamo dosao, znaci i profit od preko 3 milijuna eura  sto je vise nego sto je dvostruki budzet K i M, koji ta mafija ostvaruje, prodavajuci drogu pre svega jednoj Evropi i Americi, znaci vidimo koliko je to veliki zlocinacki poduhvat s kojim se  nikako ne smijemo pomiriti.
I poslednji, narocito znacajan faktor, znaci ova kriza na severu je izbila ne zbog upornosti, hrabrosti Srba na severu, koja se pokazala poslednjih 4 meseci vec zbog pretnje da se kopija „Oluje“ iz Krajine sprovede nad tim regionom potpuno po istoj tehnologiji, lokalnim izvrsiocima, ali i ogromnu vojnu logisticku podrsku... Cak 14 â€žApaca“ stiglo je u bazu „Bondstil“. Sve je bilo spremno da se Srbi sa Severa zbrisu vojnim putem. Ali ono nasta se nije racunalo u tom planiranju, bilo je njihovo jedinstvo s jedne strane, a s druge strane podrska koju je Rusija obezbedila u Savetu bezbednosti. Ovog puta ne posredstvom Srpske vlade koja je pokazala prilicnu neodlucnost po tim pitanjima, nego direktno. Dakle znaci oni su na sednicama Saveta bezbednosti, koji su na zahtev zapadnih sila sve bile zatvorene za javnost, kazali Amerikancima da znaju za njihove planove i da ti planovi nece proci, da to Rusija nece dozvoliti. Eto imamo sad tu sdituaciju koja traje , koja je napeta i dalje i koja mora da se razresi, ali verujem da ce ta odlucnost Rusa i Srba tamo ipak obezbediti da se stvari dalje ne pogorsavaju.

P. – Pa kako se moze pregovarati sa onima koji su optuzeni za trgovinu ljudskim organima? Zna se da Zapad, t.j. Amerika, zataskuje sudjenje.

O. – Naravno, da, kako da kazem, pa videli ste kako je Zapad hladno priznao da su eto pogresili, da nije bilo oruzja za masovno unistavanje u Iraku, mozda ce nesto priznati u vezi Libije, oko Afganistana je svo vreme bilo jasno. Nekakvi teroristi navodno organizuju sve ono u Nju Jorku, 11. septembra. Pri tom su svi  poreklom iz Saudijske Arabije.
Sta ima logicnije posle svega toga nego da napadnete Afganistan? Znate...

P. – Prije toga je Bin Laden bio njihov prijatelj...

O. – Naravno, naravno! Medjutim sve te stvari su mnogo vise prodrle u javnost nego pozadina agresije na Jugoslaviju i situacije na K i M, i ocigledno je da je kolicina njihovog prljavog vesa, zapadnog, tamo tako velika i kompromitujuca a  i pozicija koju oni tamo drze sa svojom najvecom vojnom bazom, neki kazu na svetu, u Evropi svakako im je toliko vazna da oni ne dozvoljavaju zasad da istina gromoglasno izadje na videlo. To je nesto oko cega se svi moramo truditi i sto je bitno za razumevanje sadasnje krize i sadasnjeg ponasanja zapadnih faktora na globalnoj sceni. Znaci mora se i istina o K i M do kraja izneti na videlo. 

P. – Hvala Vlado!


--- italiano ---

Intervista a Vladimir Krsljanin

Fine novembre 2011 - nella prossimità delle elezioni in Serbia.

Vladimir Krsljanin è Presidente dell’Associazione Pokret za Srbiju (Movimento per la Serbia), membro del Comitato internazionale “S. Milosevic†(già ICDSM). Recentemente insignito della nomina a professore benemerito all’ Università di Mosca (quarta per importanza in Russia).

 
D. - Vlado, per chi votare? Chi ha più probabilita di vincere, secondo te?

R. - Ecco vedi, grandi sono i giochi preelettorali in Serbia. Purtroppo il Paese non ha un suo livello di sovranità normale, necessario. Tutto viene controllato dai servizi occidentali e dal capitale occidentale. A tutti è chiaro che questo governo non può durare e che anche tutta la sua politica è arrivata alla fine. Sia a causa della crisi economica che di quella sociale, a causa dei problemi crescenti per la soluzione della crisi del Kosovo e Metohija, e infine, ma non ultima, la crisi che ha preso l’Occidente, cioè l’ Unione Europea...
Perchè tutti sappiamo che la politica è stata riassunta nello slogan “Non c'è alternativa all’ Unione Europea†e tutto lo smantellamento statale del sistema economico e sociale nel Paese si è nascosto dietro questo slogan. Ora è chiaro che questo slogan non porta alla Serbia niente, e che si è verificato un nuovo fatto molto importante nell’umore dei cittadini, fatto che ancora alcuni mesi fa non era cosi grande ed evidente, e cioè il grande schieramento contro il patto NATO ed in qualche modo un riavvicinamento all’alleanza con la Russia. Si è formata una chiara maggioranza contraria all'Unione Europea.
Dunque nel periodo in cui questo governo è venuto al potere la maggioranza era per l’adesione della Serbia all’ UE, purtroppo. Ora queste illusioni nella gente sono svanite. Questi tre fatti dovrebbero indirizzare la politica della Serbia. Ma lo schieramento delle forze politiche e lo schieramento dei partiti, purtroppo, non fornisce una sicura garanzia di questo. Le maggiori chance alle elezioni, secondo i sondaggi dell’opinione pubblica, vanno alla Srpska Napredna Stranka [Partito Progressista Serbo], però la sua linea interna è in qualche modo nebulosa, fatta di compromessi. A loro però, andranno, credo, in grande misura i voti di protesta, per così dire, perchè sono ritenuti un fattore che quanto prima riuscirà ad abbattere questo governo. Ci sono alcuni partiti che sono molto più espliciti nel loro schieramento e questi sono in particolare la Demokratska Stranka Srbije [Partito Democratico di Serbia] e il Partito Radicale Serbo, se parliamo di politica statale in generale. Esistono inoltre numerose forze, anche individuali, per così dire, patriottiche, inclusi gli orientamenti patriottici di sinistra in questo spettro politico, i quali negli anni passati erano impossibilitati nelle loro azioni politiche e nella costruzione di forze politiche articolate.
Noi ora qui abbiamo un’associazione di gruppi che tentano di compensare la debolezza nella vita politica. Dunque l’organizzazione che avanza sotto il nome Pokret za Srbiju [Movimento per la Serbia] e che si adopera per riunire tutta questa gente e gruppi, comprese anche alcune organizzazioni patriottiche giovanili, perchè individualmente o in cooperazione con alcuni partiti più grandi, che hanno maggiore possibilità di entrare a far parte del Parlamento, si inseriscano nella comune lotta politica. Dando così alla politica serba quella qualità, quella autenticità, che non potrà esser controllata da parte di poteri occidentali estranei, malgrado la loro grande influenza finora nella politica serba.

D. - Dunque in tanti si sono ricreduti sulla politica di adesione all’UE, vedendo la crisi che dilaga in vari Stati europei - si vedano le manifestazioni in Grecia, Spagna, ecc. - e non solo?

R. - Naturalmente, anche in Italia. Tutto questo non si puo più nascondere, malgrado le notizie che ci propalano, incomplete, qui sulle grandi TV, senza  spiegazioni sufficienti, comparandole con le dichiarazioni dei nostri ministri che continuano a ripetere la loro ammirazione per l’Unione Europea. Ogni persona di media levatura comprende che qualcosa non quadra e che non va come dovrebbe andare.

D. - Ecco, in Italia: hanno cacciato Berlusconi, ma il nuovo governo eletto già viene contestato con manifestazioni... Sa qualcosa su Mario Monti...?

R. - Certo, certo. Tutto questo concetto di liberalismo finanziario, questa nomenclatura, che sta attraversando il mondo e si manifesta nel mondo, si esplica in larga misura con concezioni corporativistiche tipiche del fascismo.  Guardate cosa hanno fatto in Libia, le minacce alla Siria, all’Iran... Alcuni di loro sono intenti ad iniziare una nuova guerra Mondiale, a provocare una grande crisi mondiale, per conservare il loro immeritato dominio finanziario, immeritato naturalmente, perche l’introduzione di tale liberalismo speculativo è imposta al popolo con la forza. Mai, in nessuno Stato, nemmeno negli USA, in Gran Bretagna, né nei maggiori stati dell’ UE, il popolo ha avuto l’ occasione di esprimersi su questo. E nemmeno è stato informato delle conseguenze di questo liberalismo, perchè si potesse esprimere. Dunque grande è la discordia... rispetto a tutti questi malanni ed ai loro errori, che si vorrebbero risolvere facendoli pagare al popolo. Il popolo naturalmente, non viene interpellato, il popolo si rifiuta di pagare, si ribella, perciò le manifestazioni in Grecia, ed in altri paesi. Questa resistenza aumenterà e può portare ad un grande crack in Occidente se non prevarrà il realismo da qualche parte, perchè questo singolare sistema sia cambiato per vie legali.

D. - Visto che accenniamo all'assassinio di Gheddafi, ho visto che alla TV russa parlano anche della morte di Slobodan Milosevic. Dunque non è andata ancora nel dimenticatoio la verità sulla morte di Milosevic, la volontà di riabilitare il suo nome? Ed in merito all’onorificenza conferitati honoris causa, da una delle più prestigiose Università statale russe... 

R. - Si mi hanno conferito il titolo honoris causa in una delle più prestigiose Università statali russe, la quarta in ordine d’ importanza. Nella motivazione tra l’ altro è scritto che viene assegnata per la coordinazione del lavoro del Comitato Internazionale per Slobodan Milosevic. Il Comitato  prima, fintantoché era in vita S. Milosevic, si chiamava Comitato Internazionale per la Difesa di S. Milosevic - ICDSM - mentre ora è il Comitato Slobodan Milosevic, nel quale sono impegnate la maggioranza delle persone che erano già attive allora nell' ICDSM ed ha anche mantenuto i tre vicepresidenti: Ramsey Clark, Velko Valkanov e Sergej Baburin, con l’impegno attuale che sul piano politico-simbolico si continui la attività per affermare le idee per le quali S. Milosevic ha vissuto e per le quali ha perso la vita, si dimostri la sua attualità odierna e, allo stesso tempo, si cerchi di chiarire le circostanze del suo assassinio giudiziario. In questo senso l’ impegno dell’ Avvocato canadese Cristopher Black... mentre da parte dei familiari si sono raccolti molti dati che dimostrano senza alcun dubbio la responsabilità del Tribunale per la sua morte. Lo stesso Tribunale e gli organi investigativi in Olanda, malgrado le richieste dell’ Avvocato e della famiglia, non dimostrano sufficiente cooperazione per metterci a disposizione tutto quel materiale e documentazione raccolta nelle loro investigazioni. Le quali, naturalmente, non hanno dato nessun risultato, essendo servite soltanto a nascondere questo tragico evento. Dunque anche questa è una soddisfazione per noi in Serbia, il sapere che in Russia si guarda con grande stima ed in una luce positiva a questa nostra lotta. E speriamo che ci aiuteranno anche in altro modo, come dire, a prendere una posizione adeguata nella stessa Serbia e sul nostro suolo in generale.

D -  Una ultima domanda. Il punto dolente, sul quale, come si usa dire, si spezzano le lance. La situazione in Kosovo e Metohija. Pensi che i serbi resisteranno in qualche modo, nella loro posizione, con la loro difesa?

R. - Credo e spero di si. Sono molto coesi, molto bene radicata è la loro dirigenza. Tutti i quattro comuni locali, dei quali parliamo, senza curarsi di a quali partiti del Parlamento appartengano i rappresentanti, o a quali partiti appartengano i loro stessi consiglieri comunali, hanno dimostrato un’incredibile unità nella difesa dei loro diritti, noncuranti di che cosa pensino i loro partiti. In proposito bisogna citare alcuni fatti.
Innanzitutto, la regione della quale parliamo: il Nord del Kosovo e Metohija si potrebbe chiamare piuttosto Nord Kolasin, oppure Sud Kopaonik, dunque questa è la regione che solo nel 1966 è stata aggregata al Kosovo e Metohija, con una decisione amministrativa del governo di allora. Ed essa non faceva nemmeno parte della Grande Albania nella II Guerra Mondiale. Dunque questo non è né Kosovo né Metohija - sono due altipiani che si possono ben distinguere sulla carta geografica, oppure su Google, da quello che è il Kosovo e da quello che è Metohija e potrete vedere, naturalmente, che questa parte non fa parte né dell'una né dell’altra regione, ma si trova a far parte soltanto amministrativamente della Regione del Kosovo-Metohija. Ed in essa, eccetto Kosovska Mitrovica, che a causa degli scontri è ora divisa in due, la popolazione era mista. Però nelle altre parti vivevano esclusivamente i serbi. Dunque, malgrado che siano appartenuti amministrativamente alla Regione, mai i suoi abitanti si sono sentiti fino in fondo di far parte del Kosovo-Metohija. Erano indirizzati ad una cooperazione normale, ed era una cosa normale e naturale quando non c’erano le frontiere. E questo è una parte della risposta alla domanda sul perchè loro sono così compatti nelle loro rivendicazioni e così determinati.
D’altra parte essi godono di un largo appoggio in Serbia, presso tutti gli attori, gli individui, i gruppi, le organizzazioni che quali hanno a cuore l’integrità della Serbia e sanno che se nel processo di riconoscimento dell’indipendenza strisciante - che questo governo ha in verità accordato... Perchè Wikileaks dimostra che essi [i responsabili governativi] hanno scelto la formula che per gli anglo-americani era accettabile... Vale a dire che la Serbia sulla carta non firmerà mai l’indipendenza, ma di fatto riconosce l’indipendenza del Kosovo.
Dunque, installare tutta una fattispecie di relazioni inter-statuali con uno "Stato" che riconosce anche se, per così dire, in teoria non lo riconosce. Naturalmente si tratta così anche di legalizzare l’aggressione NATO e la narcomafia terroristica di Pristina - ma noi non possiamo assolutamente parlare coi cosiddetti governatori odierni del Kosovo e Metohija, cioè con questi gruppi albanesi. E mi scuso perchè anche questa volta ho usato l’espressione "albanesi", benché anche la popolazione albanese sia stata ed è tuttora vittima della loro repressione.
La stessa cosa è accaduta in Libia. Soltanto che qui [nel Kosovo e Metohija] è stato fatto più radicalmente, a lunga scadenza, mentre in Libia hanno agito proprio in maniera brutale. Vale a dire: voi buttate là un gruppo di banditi, dategli tutto il sostegno materiale, logistico, propagandistico, possibile e poi formateli per farne una forza politica, anche se essi non sono minimamente radicati nella popolazione. Significa dunque che questi personaggi - come Ceku, Haradinaj, Thaci ed altri... significa che questa narcomafia di Pristina oggi è diventata la mafia vincente nell’ Europa occidentale, nel mondo occidentale. Ha vinto contro la mafia italiana e realizza un profitto, secondo i dati russi, di quattro, o comunque ben oltre i tre miliardi di euro all’anno, in particolare con il commercio dell’eroina dall'Afghanistan.
Dunque ora vedete la NATO in Afganistan, dove la produzione di eroina è aumentata di 44 volte da quando la NATO si trova lì, e dunque il profitto di oltre i tre miliardi di euro (che è più del doppio del budget del Kosovo-Metohija) che la mafia realizza, vendendo droga, innanzitutto in Europa e America. Dunque vediamo quanto è delittuosa questa impresa con la quale non dobbiamo pacificarci.
E da ultimo, un fattore particolarmente importante di questa crisi che si è manifestata negli ultimi mesi, a parte la tenacia, il coraggio dei serbi del Nord del Kosovo, cosicché il copione della “Operazione Tempesta†nelle Krajine non si manifestasse in questa regione, con la stessa tecnologia, con gli esecutori locali, con il grande sostegno militare e logistico... Sono arrivati addirittura 14 “Apache†nella base di Bondsteel. Tutto era pronto perchè i serbi del Nord fossero cancellati con l’intervento militare. Ma nella pianificazione in quel momento non avevano fatto i conti con l’unità dei serbi da una parte e dall’altra il sostegno che la Russia ha assicurato nel Consiglio di Sicurezza ONU. Questa volta non tramite il governo Serbo, che ha dimostrato molta indecisione nella questione. Nelle sedute del Consiglio di Sicurezza, che su richiesta dei paesi occidentali erano chiuse al pubblico, i russi hanno detto agli americani di conoscere i loro piani e che questi piani non sarebbero passati perchè la Russia non lo avrebbe permesso.
Ecco: ora abbiamo questa situazione che persiste ed è abbastanza tesa e deve essere risolta. Ma credo che, con la risolutezza dei russi ed anche dei serbi lì rimasti possiamo star sicuri che la situazione non peggiorerà.

D. – Ma come si potrebbe mai dialogare con gente implicata nel traffico di organi umani?! Si sa che gli USA ostacolano l’arresto di certi personaggi incriminati.

O. – Eh, si! Che dire... avete visto come l'Occidente ha freddamente confermato, si, di aver sbagliato: che non c’erano armi di distruzione di massa in Irak; forse ammetteranno qualcosa anche in relazione alla Libia. Per quanto riguarda l’ Afganistan era tutto verosimilmente chiaro. Alcuni terroristi, si dice, organizzano tutto a New York l’ 11 Settembre, ma tutti sono originariamente dell’ Arabia Saudita. Cosa può essere più logico che attaccare l’ Afganistan?!...

D. - Non dimenticando che Bin Laden era a suo tempo amico degli USA...

R. - Certo, certo, però tutto questo è passato in primo piano nei media mondiali, invece quello che riguarda i retroscena dell’aggressione alla Jugoslavia e la situazione nel Kosovo e Metohija no. E' evidente che per gli occidentali la quantità dei loro panni sporchi qui è tale e così compromettente, ed anche la posizione che essi detengono con la loro base militare - qualcuno dice sia la più grande al mondo, ma senz’altro lo è in Europa - è tanto importante che non permettono, per ora, che la verità esploda ed esca alla luce. Questo è qualcosa per cui noi tutti dobbiamo adoperarci, ed è essenziale per capire la crisi odierna e il comportamento odierno degli attori occidentali sulla scena globale. Dunque si deve andare fino in fondo anche con la verità sul Kosovo e Metohija.

D. - Grazie Vlada.

O. – Grazie a voi.

 
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#7272 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Lun 13 Feb 2012 10:12 pm
Oggetto: A. Kersevan ADESSO a Porta a Porta, DOMANI su Voce Jugoslava
jugocoord
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Lunedì 13 febbraio 2012

ALESSANDRA KERSEVAN

 

storica e titolare

della casa editrice Kappa Vu di Udine

INTERVERRA’

alla trasmissione televisiva “PORTA A PORTAâ€

RAI 1 ore 23 e 15

Argomento della puntata: FOIBE e LAGER FASCISTI



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                   * Jugoslavenski glas - Voce jugoslava *

            "Od Triglava do Vardara..." "Dal monte Triglav al fiume Vardar..."


Svakog drugog utorka od 13,00 do 13,30 na Radio Città Aperta, valu FM 88.9 za regiju Lazio,
                             *JUGOSLAVENSKI GLAS*
Moze se pratiti i preko Interneta: http://www.radiocittaperta.it/stream.htm
Pisite nam na jugocoord @ tiscali.it


Ogni due martedì dalle ore 13,00 alle 13,30 su Radio Città Aperta, FM 88.9 per il Lazio:                              
*VOCE JUGOSLAVA*
La trasmissione si può seguire, come del resto anche le altre della Radio, via Internet:
http://www.radiocittaperta.it/stream.htm
Scriveteci all'indirizzo email: jugocoord @ tiscali.it

La trasmissione è bilingue (a seconda del tempo disponibile e della necessità).
Brevi interventi durante la trasmissione al 06 4393512.


                      Program - utorak 14.II. 2012 martedì - Programma

- Dan sjecanja. Telefonski sa Aleksandrom Kersevan, goscom jucerasnje TV emisije RAI 1 (13.2.).
- Tu i tamo neke vijesti sa bivsih Jugo prostora...

- Giorno del ricordo. Telefonicamente con Alessandra Kersevan, ospite a "Porta a Porta" di ieri sera 13 febbraio.
- Qui e li, qualche notizia dagli ex territori jugoslavi...

In studio Ivan e Eleonora


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#7273 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Mar 14 Feb 2012 7:47 am
Oggetto: Claudia Cernigoi sul Giorno del Ricordo 2012
jugocoord
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Claudia Cernigoi sul Giorno del Ricordo 2012

1) Foibe, la verità compromessa. Intervista alla studiosa Claudia Cernigoi
2) GIORNO DEL RICORDO O GIORNO DELLA MISTIFICAZIONE STORICA? di CLAUDIA CERNIGOI
3) POLEMICA A PARMA (P. Bocchi, Comitato antifascista e per la memoria storica, C. Cernigoi)
4) LE PERLE NERE DI RUSTIA SULLE FOIBE E SUI CRIMINI DI GUERRA ITALIANI, di CLAUDIA CERNIGOI


=== 1 ===

http://baronemarco.blogspot.com/2012/02/foibe-la-verita-compromessa-intervista.html


Il 10 febbraio si celebra il Giorno del ricordo, istituito con la legge n. 92 del 30 marzo 2004, concede anche un riconoscimento ai congiunti degli infoibati. Cosa sono state realmente le foibe? Cosa è accaduto nella terra di Confine? Quale è la verità sul caso foibe? Esiste un caso foibe? Esiste un processo di revisionismo storico? Di tutto ciò ne parleremo con la giornalista e studiosa Claudia Cernigoi.

1) Come posso presentarti?

Sono una giornalista che dopo avere indagato sulla strategia della tensione (neofascismo, stragismo, “misteri d’Italiaâ€), ad un certo punto ha iniziato a dedicarsi alla ricerca storica sulla seconda guerra mondiale, Resistenza, collaborazionismo e poi, di conseguenza, anche le “foibeâ€. In effetti sono diventata “famosa†proprio per via delle mie ricerche sulle foibe, anche se, voglio precisare, non ho studiato solo le foibe.

2) Il giorno del ricordo, così come strutturato, rientra nell'intento del processo di revisionismo storico? Come si può definire il revisionismo storico?

Revisionismo storico, di per se stesso, non dovrebbe avere un significato negativo. Ovvio che se si scoprono nuovi documenti che permettono di leggere in ottica diversa fatti prima interpretati in un certo modo, “rivedere†le interpretazioni storiche è doveroso e non negativo. Il fatto è che una parte della storiografia, che più che storia fa politica, anzi, propaganda politica, ad un certo punto ha deciso di dimostrare, storicamente, la negatività politica del movimento di liberazione comunista e non nazionalista, e pertanto si è iniziato a leggere i fatti storici in un’ottica che storica non èma politica. Ne consegue che si è iniziato anche a dare valutazioni politiche (e morali, cosa per me inaccettabile quando si parla di storia) sugli eventi storici. Faccio un esempio: quando si condannano le esecuzioni (sommarie o no) di oppositori politici da parte delle forze della Resistenza, senza considerare che tali eventi si sono svolti durante una guerra mondiale che causò milioni di morti, la maggior parte civili, si perde di vista ogni ricostruzione storica, pretendendo di valutare con i nostri valori morali del tempo di pace (“voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide caseâ€, scriveva Primo Levi) le azioni avvenute in un periodo in cui, come diceva una canzone partigiana “pietà l’è mortaâ€. Dove la guerra non l’avevano iniziata i partigiani, né i comunisti, né, dalle nostre parti, la Jugoslavia, ma l’aveva iniziata il nazifascismo. Non ci fosse stato il nazifascismo a dichiarare guerra al mondo intero, gli aggrediti non si sarebbero difesi e non avrebbero avuto bisogno di ammazzare nessuno. Non riconoscere questo semplice dato di fatto è revisionismo storico in senso negativo.
Quanto al giorno del ricordo, è una ricorrenza voluta da una lobby trasversale che vuole negare i crimini fascisti cercando di trasmettere l’idea che la Resistenza, soprattutto quella jugoslava, è stata una cosa negativa e non una lotta popolare di liberazione.

 3) Cosa sono state realmente le foibe? Numeri reali di infoibati?

Gli storici Pupo e Spazzali scrivono che...Quando si parla di foibe ci si riferisce alle violenze di massa a danno di militari e civili, in larga prevalenza italiani, scatenatesi nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945 in diverse aree della Venezia Giulia e che nel loro insieme procurarono alcune migliaia di vittime. È questo un uso del termine consolidatosi ormai, oltre che nel linguaggio comune, anche in quello storiografico, e che quindi va accolto, purché si tenga conto del suo significato simbolico e non letterale.
Questo è un altro esempio di revisionismo storico in senso negativo. Come può uno storico serio parlare di “significato simbolico e non letterale†relativamente a dei fatti storici? Se una persona è stata fucilata non è stata infoibata, e quindi perché parlarne in modo “simbolico†se non per creare confusione in chi cerca di comprendere questi eventi?
Sintetizzando, possiamo distinguere due periodi storici. Il primo è quello immediatamente successivo all’8 settembre 43, in Istria, quando una sorta di jacquerie seguita al tracollo dell’esercito italiano causò circa 200 morti (effettivamente gettati nelle foibe), che coinvolsero esponenti del fascismo, vittime di rese dei conti e di vendette personali. Considerando che fonti nazifasciste sostennero che per ripristinare “l’ordine†in Istria dopo l’8 settembre vi furono circa 10.000 morti con devastazione di villaggi e campagne, esce spontanea la domanda di quale fu il vero martirio del popolo istriano.
Invece nel maggio 1945 a Gorizia, Trieste e Fiume, dove l’Esercito jugoslavo (che era un esercito alleato e non “cobelligerante†come era l’esercito del Sud italiano) prese il controllo del territorio, vi furono moltissimi arresti di membri delle forze armate (che, ricordiamo, essendo il Litorale Adriatico staccato addirittura dalla Repubblica di Salò per essere annesso al Reich germanico, avevano giurato fedeltà direttamente a Hitler) e di civili collaborazionisti. In tutto scomparvero da Trieste meno di 500 persone, 550 da Gorizia, circa 300 da Fiume. La maggior parte furono militari internati nei campi di prigionia e morti di malattia; da Gorizia e Trieste circa 200 furono i prigionieri condotti a Lubiana o nei posti ove avevano operato e processati per crimini di guerra (tra essi rastrellatori, torturatori, l’ex prefetto di Zara Serrentino che come Presidente del Tribunale speciale per la Dalmazia aveva comminato moltissime condanne a morte di antifascisti…); infine vi furono le vittime di esecuzioni sommarie e vendette personali,ma dalle “foibe†triestine furono riesumate in tutto una cinquantina di salme, 18 delle quali dall’abisso Plutone, dove gli assassini erano criminali comuni e membri della Decima Mas infiltrati nella Guardia del popolo, che a causa di ciò furono arrestati dalle autorità jugoslave (che li condannarono a varie pene). Per questo motivo io non ritengo storicamente valido il concetto di “foibeâ€, perché in esso vi è una tale diversità di casistiche da non poter rappresentare un “fenomeno†a sé stante, se si esclude la teoria che va per la maggiore sull’argomento, e cioè che queste furono le “vittime†della “ferocia slavo comunistaâ€, teoria che non ha alcun valore storiografico.

4) Cosa voleva dire essere partigiani a Trieste? Cosa voleva dire vivere le persecuzioni nazi-fasciste in Città?

I partigiani a Trieste facevano parte dell’organizzazione Unità Operaia-Delavska Enotnost e lavoravano in clandestinità nelle fabbriche o facendo opera di propaganda e qualche azione specifica in città. Non si sa molto del loro lavoro, purtroppo, su questo la ricerca storica è stata carente. Le repressioni furono ferocissime, coinvolsero non solo i militanti ma anche i loro familiari, le persone arrestate venivano torturate con ferocia, inviate nei campi germanici, uccise in Risiera, molti morivano cercando di scappare o sotto le torture. Cito soltanto le esecuzioni di maggiore entità avvenute nel 1944: 71 ostaggi fucilati ad Opicina il 3 aprile, 51 impiccati il 23 aprile nell’attuale Conservatorio, 11 impiccati a Prosecco il 29 maggio, 19 fucilati ad Opicina il 15 settembre, i 5 membri della missione alleata Molina il 21 settembre…

5) Perchè è importante contestualizzare gli eventi nella questione foibe?

A questa domanda penso di avere già in parte risposto prima. Quando, in sede di dibattito pubblico, il professor Raoul Pupo, alla mia affermazione che parte del CVL di Trieste fu arrestata dagli Jugoslavi perché si erano rifiutati di consegnare loro le armi, come prevedevano gli accordi firmati dal CLNAI con gli Alleati (e la Jugoslavia era un Paese alleato, come Usa e Gran Bretagna), asserì che io ragiono come nel 1945, penso che in realtà mi abbia fatto un complimento come ricercatrice, al di là delle sue reali intenzioni. Per capire cosa accadeva nel 1945 dobbiamo considerare la situazione del 1945, cioè il fatto che l’Europa intera, e non solo Trieste, usciva da una guerra mondiale che aveva causato stragi, fame, distruzione e disperazione; che nella nostra zona le autorità italiane avevano cercato di annullare le minoranze slovena e croata, non solo impedendo loro di parlare nella propria lingua, ma anche con la violenza, bruciando villaggi e deportando civili, vecchi, donne e bambini, che per la maggior parte morirono di stenti nei campi di prigionia come Arbe e Gonars. Ed in una situazione simile a me viene in mente la poesia di Brecht, “noi che volevamo apprestare il terreno alla gentilezza, noi non si poté essere gentiliâ€.

6) La visita prevista di Alemanno alle foibe di Basovizza, può essere considerata provocatoria verso la Resistenza ?

Non credo particolarmente. È da anni che tutti (dalle istituzioni statali e locali ai naziskin di varia estrazione, a Padania Cristiana, alle organizzazioni degli esuli…) vengono in pellegrinaggio sulla foiba di Basovizza. Escludendo le istituzioni, che semplicemente hanno fatto propria la teoria degli “opposti estremismiâ€, cioè vi sono stati sia i crimini dei nazifascisti che quelli dei partigiani (“accostamento aberranteâ€, lo definì più di trent’anni fa il professor Miccoli dell’Università di Trieste), in genere si tratta di un segno fideista di anticomunismo e di apologia del fascismo, con dovizia di saluti romani e grida “camerati presentiâ€. Alemanno non può certamente fare peggio di questi qua.

7) Quanto possono essere educative o diseducative le visite scolaresche alle foibe, che puntualmente ogni anno vengono organizzate per e nel Giorno del ricordo?

Sarebbero educative se si contestualizzasse e si spiegasse la reale entità del “fenomenoâ€. Ma dato che la visita alla foiba di Basovizza è vista normalmente come il contraltare a quella alla Risiera di San Sabba, ciò che rimane ai ragazzi è che vi furono appunto i due “opposti estremismiâ€, le due “ideologie†che provocarono i drammi in Europa, con il sottinteso elogio della “zona grigiaâ€, del qualunquismo di coloro che non si schierarono e lasciarono che gli altri prendessero le decisioni (e le armi) aspettando che qualcuno vincesse.
Così come sono, in effetti, sono molto diseducative.

8) Giungono voci di una tua nuova opera...puoi dare qualche anticipazione?

Sì, si tratta di uno studio sull’Ispettorato Speciale di PS, la cosiddetta “banda Collottiâ€, nel quale oltre a raccontare l’operato di questo corpo di repressione nazifascista, finisco col parlare della Resistenza nella nostra zona ed anche delle ripercussioni che nel dopoguerra ebbero questi eventi.

Marco Barone


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http://www.nuovaalabarda.org/leggi-articolo-giorno_del_ricordo_2012%3A_giorno_della_mistificazione_storica..php
http://www.diecifebbraio.info/2012/02/giorno-del-ricordo-o-giorno-della-mistificazione-storica/

GIORNO DEL RICORDO O GIORNO DELLA MISTIFICAZIONE STORICA?

di CLAUDIA CERNIGOI

Dopo avere seguito interventi ufficiali, comunicati stampa, esternazioni varie e soprattutto avere visto il “documentario†di Roberto Olla sulle “foibeâ€, trasmesso dalla Rai la sera del 10 febbraio (e, da quanto si legge nel sito http://www.bellariafilmfestival.org/evento-2011-144.html â€œin proiezione permanente†presso il Museo della “foiba†di Basovizza), ho pensato che sarebbe il caso di cambiare l’intitolazione della ricorrenza del 10 febbraio da “Giorno del Ricordo†a “Giorno della Mistificazione Storicaâ€.

 

Vorrei citare solo alcuni dei punti più significativi.

Il sindaco di Trieste Roberto Cosolini (centrosinistra) ha ripreso le (purtroppo infelici) posizioni del presidente Napolitano che aveva parlato, già anni fa, di “volontà espansionistica del nazionalismo jugoslavoâ€.

Parlare di “nazionalismo jugoslavo†è già di per se stesso falsificante, dato che il concetto di Jugoslavia era nato come concetto sovranazionale e non nazionalista, ma il fatto più grave è il voler attribuire alla Jugoslavia una “volontà espansionistica†che essa non ha mai avuto, né quando, Regno di Jugoslavia, fu invasa da Germania e Italia, smembrata ed annessa in parte ai due stati aggressori, né quando, riconosciuta come Stato alleato nella coalizione antinazifascista, sotto la guida del Maresciallo Tito, liberò il proprio territorio dagli occupatori e giunse fino a Trieste e Gorizia. Per liberarle, non per “occuparleâ€, come recita il filmato di Olla, perché la Jugoslavia faceva parte della coalizione alleata (e ricordiamo che l’Italia, il Regno del Sud, era solo cobelligerante).

Nessuno parla mai della volontà espansionistica italiana, che nel 1918 aveva conquistato militarmente Trieste, Gorizia, l’Istria e parte della Slovenia (dove nella zona di Postumia non c’era neppure una piccola comunità italiana, ciononostante divenne parte integrante dello stato italiano): dunque perché scandalizzarsi quando la Jugoslavia, dopo avere conquistato militarmente dei territori interamente sloveni e croati o mistilingue, ha mantenuto la sovranità neppure su tutti questi territori misti, restituendo Trieste e Gorizia all’Italia?

È poi scandaloso che si continui a parlare di “migliaia†di persone “inghiottite dalle foibeâ€, quando si sa che dalle foibe istriane dopo l’8 settembre del 1943 furono estratte 210 salme, e che nel 1945 gli “infoibati†nel senso letterale del termine furono meno di un centinaio mentre la maggior parte degli scomparsi (da Trieste meno di 500, da Gorizia circa 550, da Fiume circa 350), escludendo i militari fatti prigionieri e morti nei campi, furono arrestati dalle autorità jugoslave perché accusati di crimini di guerra, e probabilmente condannati a morte, se non morti in prigionia.

Particolarmente grave ed agghiacciante l’affermazione fatta (l’Ansa non dice da chi) nel corso della presentazione di una mostra dedicata alle “foibe e all’esodo†a Trieste, dove si sarebbe “sottolineato il ruolo che svolse personalmente il maresciallo Tito nell’organizzazione delle attività terroristiche contro la popolazione inerme, culminate nelle Foibe, che sono state determinanti nel costringere all’esodo 350 mila italianiâ€. Come se Tito, nel corso della guerra, non avesse altre gatte da pelare che prendersela con gli istriani di etnia italiana.

Ma qui troviamo la novità di quest’anno: dopo anni ed anni di divulgazione di dati storici risultanti dalle ricerche di un manipolo di volonterosi (spesso non considerati dalla storiografia ufficiale), che hanno messo dei punti fermi su alcuni “miti†in tema di foibe, da quest’anno i toni sono cambiati: dando per assodato un “esodo†di 350.000 persone, è logico che per motivare un esodo di questa entità era necessario un fattore a monte, e cioè il “terrore†diffuso dalle “foibeâ€.

Il primo punto è che ad esodare non furono 350.000 persone, ma molte di meno. I dati più attendibili parlano di circa 200.000, il che è comunque una cifra piuttosto consistente, ma se consideriamo che questo “esodo†durò dal 1943 al 1960 più o meno (quindi in fasi storiche diverse), ci si aprono altri orizzonti di dubbio.

Ad esempio: perché la famiglia di Norma Cossetto, che era stata uccisa dai partigiani, scappò in Italia (RSI) quando l’Istria era sotto controllo nazifascista e non jugoslavo, e come i Cossetto anche i Cernecca, altra famiglia che nel dopoguerra diede vita alla propaganda sulle foibe, avendo avuto dei familiari uccisi dai partigiani, si trasferirono nel Veneto già alla fine del 1943?

Nel 1945, subito alla fine della guerra lasciarono l’Istria alcune categorie di persone che sicuramente non potevano rimanere lì date le circostanze, e non solo la nomenklatura fascista, gli squadristi ed i gerarchi, ma gli stessi impiegati statali, poliziotti, militari, che erano arrivati in Istria dall’Italia e una volta cambiato stato e governo avrebbero avuto difficoltà a reinserirsi.

Questo il primo “esodoâ€: ma dobbiamo poi ricordare la propaganda che veniva fatta dall’Italia per invitare gli italiani a lasciare la Jugoslavia, che prometteva loro mari e monti, salvo poi sistemarli nei campi profughi di fortuna. Molti istriani vennero via per amore di patria, perché non volevano essere cittadini jugoslavi, molti perché erano anticomunisti, la maggior parte perché erano convinti che in Italia sarebbero stati meglio. Le foibe in tutto questo c’entrano poco: c’entra molto invece la propaganda sulle foibe, quella che fa dire a Licia Cossetto “mezza Istria è stata infoibataâ€: e dalla mezza Istria rimasta sarebbero venuti via ancora 350.000 abitanti? Se consideriamo che i dati del censimento del 1936 danno come abitanti (compresi sloveni e croati) per Istria, Fiume, isole del Quarnero e Zara 378.000 persone, i conti non tornano proprio.

Lasciando da parte l’esodo torniamo ad esaminare la propaganda di questi giorni, che ci presenta i “titini†come feroci criminali assetati di sangue, che non considera che il periodo storico di cui si parla corrisponde ad una guerra mondiale che fece milioni di morti, che la guerra non fu iniziata dalla Jugoslavia, che l’Italia deportò popolazioni intere dai territori che aveva occupato in Slovenia e Croazia, che appoggiò il regime fantoccio di Pavelic in Croazia (che operò una pulizia etnica nei confronti della popolazione serba), che l’Italia stessa commise in Jugoslavia (ma anche in Grecia e in Albania, per non parlare delle precedenti guerre d’Africa) crimini di guerra per cui fu denunciata alle Nazioni unite ma nessun responsabile fu mai punito, anzi, il gasatore di africani Pietro Badoglio fu colui che traghettò l’Italia fino alla fine della guerra dopo che il “duce†fu deposto il 25 luglio 1943.

È questa la storia che non è conosciuta nel nostro Paese dall’opinione pubblica, né viene insegnata nelle scuole, e sulla quale gli storici accademici , così come i divulgatori (salvo alcune ammirevoli eccezioni) tendono a glissare. È per cancellare questa storia, per impedire che criminali di guerra fossero processati e condannati che il Ministero degli Affari Esteri (MAE) diede alle stampe nel 1947, in prossimità della firma del Trattato di pace, una sorta di “libro bianco†intitolato “Trattamento degli italiani da parte jugoslava dopo l’8 settembre 1943â€, che voleva dimostrare come gli jugoslavi avessero operato violenze ed esecuzioni sommarie (le “foibeâ€) sui militari prigionieri e sui civili italiani. Peccato che questo testo è ricco di “bufale†e di scritti apocrifi, ricordiamo la famosa “relazione Chelleriâ€, quella su cui si sarebbero basati tutti gli storici per parlare degli “infoibamenti†di Basovizza e del “sopravvissuto alle foibeâ€, quello che i telespettatori sanno essere Graziano Udovisi, il quale asserisce anche di avere “salvato un italianoâ€, ma che da altri documenti risulta essere invece Giovanni Radeticchio, il quale aveva dichiarato, già nel luglio del 1945, di essersi salvato da un “infoibamento†nel quale invece aveva trovato la morte Udovisi (su questo si veda il testo di Pol Vice “La foiba dei miracoliâ€, Kappa Vu 2008). A domanda dello storico Spazzali, il capitano Carlo Chelleri ha negato di avere scritto questa relazione (R. Spazzali, “Foibe un dibattito ancora apertoâ€, Lega Nazionale 1990): quale attendibilità può avere? Poi nel testo c’è anche una testimonianza attribuita ad un “sottocapo meccanico†di nome Federico Vincenti, che parla di atrocità commesse dagli Jugoslavi nei confronti dei prigionieri italiani a Lissa: dove Federico Vincenti, partigiano combattente friulano, negò di essere mai stato prigioniero degli Jugoslavi e di avere fatto le dichiarazioni citate nel “libro bianco†(su questo si veda l’intervento di Luciano Marcolin dell’Anpi di Cividale in http://www.storiastoriepn.it/blog/?p=3617).

Ed infine in questo “libro bianco†troviamo una serie di fotografie che documentano atti di violenza commessi contro serbi… da parte ustascia, cioè fascista, spacciati per “violenza jugoslava contro jugoslaviâ€, eliminando del tutto la questione politica ma esacerbando la questione etnica.

Perché mi sono dilungata tanto su questo libro? Perché è stato ripubblicato nel 2009, anastaticamente, e perché la Regione Lazio lo vuole diffondere nelle scuole. E la diffusione di falsità negli istituti scolastici è uno scandalo che si dovrebbe impedire.

Ecco, queste alcune riflessioni “a caldo†(nonostante le temperature polari di questi giorni di febbraio) sul Giorno del Ricordo 2012. Nella prima edizione del mio studio sulle foibe, “Operazione foibe a Trieste†pubblicato nel 1997, citavo in apertura alcuni versi di una canzone degli Africa Unite: “Ruggine, penna di velluto, lecca il livido inchiostro, fango rapido, colpire la memoria, riscrivere la storia…â€.

Lo hanno fatto, lo stanno facendo. È come un fiume in piena, melmoso, velenoso, che ci sta soffocando. E nonostante tutti gli sforzi di questi anni, sembra sempre più difficile correre ai ripari.

Claudia CERNIGOI

 

Febbraio 2012


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POLEMICA A PARMA

Da:  Comitato antifascista e per la memoria storica - Parma <comitatoantifasc_pr @ alice.it>

Oggetto:  replica, sulle foibe, a P. Bocchi candidato sindaco di Parma per "La Destra"

Data:  12 febbraio 2012 00.56.12 GMT+01.00


da  la Repubblica Parma (on line)

Priamo Bocchi scrive:

Dopo oltre 60 anni di colpevole oblio la storia sembra riconsegnare una giusta memoria della drammatica vicenda delle Foibe e delle migliaia di civili italiani (fra i quali donne, bambini ed anziani) torturati ed uccisi dai partigiani di Tito (nonché di Togliatti), in nome del comunismo e della pulizia etnica. Oggi, finalmente si possono commemorare la morte ed il barbaro eccidio di tanti nostri connazionali, nonché le sofferenze di quei profughi che, rientrati in Italia, venivano insultati e minacciati secondo l’equazione, diffusa e propagandata dal partito comunista, per cui italiani = fascisti. Oggi, giornata nazionale del ricordo di questo ignobile genocidio, possiamo finalmente pensare alle foibe, non solo come erano descritte fino ad oggi nei libri scolastici , “varietà di doline ed anfratti frequenti in Istriaâ€, ma come luoghi di martirio per tanti compatrioti (fascisti e non) e di bestiale sfogo anti italiano.
E’ triste, però, constatare come questa vicenda storica non sia ancora parte di una memoria nazionale condivisa. A Parma il Comitato Antifascista organizza in tale giornata il solito convegno negazionista nel quale si sostiene che le Foibe Titine sono solo (come quella di Bassovizza per esempio) una creazione mitologica e leggendaria. Probabilmente 60 anni di menzogne e di propaganda camuffata da Storia, non sono stati sufficienti a placare gli animi dei seguaci di quell’ideologia che si nutre di odio e intolleranza, che ieri voleva “sovietizzare†l’Italia e che oggi vorrebbe ancora “infoibare†la verità.
Ed allora mi si lasci ricordare qualcosa che difficilmente si sentirà in questo od altri convegni. Mi lasci ricordare che il comandante Oskar Pikulic (cittadino italiano), meglio conosciuto come il “boia di Pisino†(dove fece infoibare più di 100 persone) e condannato a 2 ergastoli per strage, fu graziato da quel simpatico “nonnetto†di Pertini e omaggiato di medaglia al valore e pensione per meriti patriottici. Mi lasci ricordare che un altro criminale, Mario Toffanin (detto “Giacca†e condannato all’ergastolo per omicidio plurimo), responsabile della strage di Porzus, e di altri crimini “comuni†fu aiutato dal PCI a fuggire all’estero ed ottenne medesimi onori (grazie alla legge Mosca), grazia e pensione ( di 700 mila lire e percepita fino alla morte).
Anche questa è stata l’Italia del dopoguerra. Occorre ricordarlo ai nostri giovani e a quelli un po’ smemorati che oggi ricordano sì ma parzialmente, omettendo di nominare l’ideologia comunista quale vera responsabile di questa ed altre tragedie del novecento.

Priamo Bocchi
(candidato sindaco “La Destra†Parma)


da  la Repubblica Parma (on line)

Comitato antifascista e per la memoria storica-Parma scrive:

OLTRE 700 CRIMINALI DI GUERRA ITALIANI FASCISTI,  E IL SIGNOR UDOVISI

Il sig. Bocchi, rappresentante de “La Destraâ€, una destra non liberale o gollista ma una destra fascista, pensa di cavarsela riportando qualche fatto tragico della lotta partigiana (Porzus), qualche “neo†presente nella parte giusta. Chè, com’è noto, la guerra abbruttisce un pò anche la parte giusta e bella. E, da questo punto di vista, è successo anche di peggio altrove, p.e. in Francia per i prigionieri tedeschi degli angloamericani e per i collaborazionisti francesi di Vichy. Dimentica appena, il rappresentante della destra fascista, che in Jugoslavia hanno operato oltre 700 (settecento) criminali di guerra italiani fascisti. A cominciare dai generali Roatta e Robotti, che ordinavano “testa per dente!†e “si ammazza troppo poco in Jugoslavia!â€. Il dato dei criminali di guerra italiani non è inventato ma è della Commissione per i crimini di guerra della Nazioni Unite. E nessuno di costoro è mai stato processato, estradato e consegnato alle autorità jugoslave che ne avevano fatto richiesta; fosse stata soddisfatta tale richiesta, probabilmente ai militari italiani catturati e imprigionati dagli jugoslavi sarebbe andata meglio. Nessuno dei 700 criminali fascisti ha mai scontato un solo giorno di galera diversamente dai criminali nazisti che sono stati processati e condannati a Norimberga. Ma se anche fossero stati 70 anziché 700, se anche fossero stati 7 anziché 70, resta il fatto che è stata questa loro parte, è stata l’Italia fascista che ha intrapreso la guerra in Jugoslavia e nei Balcani, non viceversa. Non è la Jugoslavia che ha aggredito l’Italia, è l’Italia fascista che ha aggredito e occupato duramente la Jugoslavia, p.e. facendo di Lubiana (terra slovena dove nessuno parla italiano) una provincia d’Italia. E’ Mussolini che già nel 1920 a Pola affermava “Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino ma quella del bastoneâ€. Non risulta che da parte slava vi sia stata un’affermazione simile nei confronti degli italiani, o mire espansionistiche o imperialiste. Non si possono scambiare o confondere cause e effetti, pena la falsificazione della storia: la causa prima è stata il fascismo, le foibe sono una conseguenza. E sul numero dei morti delle foibe è del tutto non dimostrato il dato delle decine di migliaia o degli oltre diecimila che riporta in questi giorni lo spot televisivo – sì spot, propaganda!- in onda sulle reti nazionali pubbliche statali. Tale spot cita il sig. Graziano Udovisi quale scampato a una foiba. Bisognerebbe dire anche che il tale Udovisi, lungi dall’essere persona “super partesâ€, era nel 1945 tenente della fascista (della Repubblica di Salò) Milizia Difesa Territoriale, forza sottoposta direttamente ai tedeschi, e rastrellatore di partigiani in Istria. Il suo racconto è apertamente messo in discussione dal libro “La foiba dei miracoli†scritto da Pol Vice (Paolo Consolaro) pubblicato dalla casa editrice Kappa Vu di Udine nel 2008.
Se nell’Italia liberata dal fascismo si può esprimere liberamente, il sig. Bocchi ringrazi anche i comunisti italiani e Togliatti che hanno contribuito in prima persona a scrivere una Costituzione, la Costituzione della Repubblica nata dalla Resistenza, fra le più democratiche e socialmente avanzate del mondo.


Da:  Claudia Cernigoi <nuovaalabarda @ yahoo.it>

Oggetto: I: replica, sulle foibe, a P. Bocchi candidato sindaco di Parma per "La Destra"

Data: 12 febbraio 2012 09.30.08 GMT+01.00


Alla Repubblica

Edizione di PARMA


Non entro nel merito di tutto il discorso del signor Priamo Bocchi, ma voglio rilevare, da quanto egli stesso scrive, quanto poco siano conosciute le vicende storiche relative al periodo sul quale egli disserta.

Quando scrive che “il comandante Oskar Pikulic (cittadino italiano), meglio conosciuto come il “boia di Pisino†(dove fece infoibare più di 100 persone) e condannato a 2 ergastoli per strage, fu graziato da quel simpatico “nonnetto†di Pertini e omaggiato di medaglia al valore e pensione per meriti patriotticiâ€, riesce quasi difficile credere come sia riuscito ad infilare tante falsità in una unica frase.

Oskar Piskulic (non Pikulic) NON era cittadino italiano, NON era conosciuto come “boia di Pisino†(era di Fiume e combattè in quella zona), a Pisino NON furono infoibate più di 100 persone (dalle foibe di Pisino e Gimino, località vicina, furono recuperate in tutto 55 salme), NON fu condannato a nessun ergastolo, né per strage né per altro, in quanto la magistratura italiana rilevò la non competenza territoriale per giudicare i tre omicidi di cui Piskulic era accusato e ciò avvenne nel 2005, quindi Sandro Pertini, molto difficilmente avrebbe potuto graziare una persona non condannata, addirittura 15 anni dopo la propria morte. Infine, Piskulic non ha avuto alcuna medaglia né onorificenza.

Ecco, questo dimostra la conoscenza storica di tante persone che pur non avendo competenza in materia pretendono di pontificare, accusando gli altri di “infoibare†la verità. Ma se per “verità†intendono le menzogne che propagano a piene mani, è meglio che tacciano e la smettano di attaccare chi invece cerca di fare conoscere le vicende storiche così come si sono svolte-


Claudia Cernigoi

Trieste, Casella Postale 57

nuova alabarda@....



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Per chi volesse saperne di più sulla preparazione storica e la posizione politica di Rustia:

http://www.nuovaalabarda.org/leggi-articolo-le_ricerche_del_dottor_rustia_sulle_foibe.php
http://www.nuovaalabarda.org/leggi-articolo-sui_fatti_della_sapienza_di_roma%2C_maggio_2008.php
http://www.nuovaalabarda.org/leggi-articolo-le_foibe_e_le_tette%3A_lettera_aperta_a_giorgio_rustia.php

---

http://www.nuovaalabarda.org/leggi-articolo-le_perle_nere_di_giorgio_rustia_sulle_foibe..php

http://www.diecifebbraio.info/2012/02/le-perle-nere-di-rustia-sulle-foibe-e-sui-crimini-di-guerra-italiani/

LE PERLE NERE DI RUSTIA SULLE FOIBE E SUI CRIMINI DI GUERRA ITALIANI.



Sabato 11 febbraio 2012 a Trieste, presso il Museo della civiltà istriana, fiumana e dalmata (finanziato con fondi pubblici), il dottore in biologia Giorgio Rustia ha fatto due brevi interventi che secondo lui e secondo chi lo aveva invitato (il Comitato 10 febbraio di Trieste, rappresentato da Daniele Mosetti), ma anche secondo chi lo ospitava, cioè il Museo stesso, rappresentato da Piero Del Bello, avrebbero dovuto essere di inquadramento storico. In realtà il sedicente ricercatore storico (che già in altre occasioni ha avuto modo ditoppare in modo clamoroso) ha fatto delle affermazioni che di storico non hanno nulla, vediamole in breve.

Rustia ha sostenuto in sintesi che la guerra in Jugoslavia fu combattuta non da un esercito ma da partigiani, che come tali venivano considerati “franchi tiratori†e “terroristi†dall’esercito regolare e come tali le leggi di guerra dell’epoca autorizzavano a metterli al muro senza processo, e che (testuale) “quando vi dicono che il nostro esercito ha commesso crimini in Jugoslavia rispondete che il nostro esercito ha applicato le leggi di guerra dell’epoca e nessuno potrà smentirviâ€.

Senza approfondire l’argomento (che richiederebbe decine di pagine), va detto che Rustia non ha tenuto conto di alcuni “piccoli†particolari:

1) l’Italia e la Germania avevano invaso la Jugoslavia senza dichiarazione di guerra;

2) di conseguenza erano un esercito invasore e non “regolareâ€;

3) la convenzione di Ginevra del 1929 considerava parificati a soldati regolari i volontari che si riconoscevano in un comando unico ed erano distinguibili da un simbolo o una divisa (cosa che i partigiani jugoslavi erano, in quanto si costituirono quasi subito come Esercito popolare di liberazione, riconosciuto dagli Alleati);

4) che nessuna legge di guerra prevede l’incendio ed il saccheggio dei villaggi, la deportazione ed il massacro di civili, bambini compresi: ricordiamo i campi di Arbe e di Gonars dove morirono di freddo e di fame centinaia di civili e lo sconcio delle affermazioni del generale Gambara che scrisse di suo pugno “Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d’ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquilloâ€.

Rustia ha poi detto che lo storico Del Boca, che ora è di sinistra, a suo tempo firmò l’appello degli intellettuali contro gli ebrei: considerando che Angelo Del Boca è nato nel 1925, a meno che non fosse un ragazzo precocissimo la cosa risulta quantomeno improbabile.

Relativamente al numero degli “infoibatiâ€, Rustia ha poi citato un documento di richiesta notizie di “deportati†dagli jugoslavi redatto nel dicembre del 1945 ed inviato al Pubblico accusatore di Trieste, per un totale di 939 persone. Vediamo già qui che se a dicembre 1945 mancavano all’appello 939 persone, non si può parlare di “migliaia di infoibati†(come in altre sedi Rustia fa), considerando che in questo elenco non sono compresi solo triestini ma anche goriziani ed istriani. L’intestazione di questo documento (che è conservato presso l’archivio dell’Ozna di Lubiana, AS 1584 zks ae 459) riporta questo chiarimento:

“L’elenco del Comitato è formato di 939 nomi, molti di meno quindi di quanti parla la propaganda avversaria. Di questi inoltre alcuni sono stati giudicati dalla Corte Straordinaria d’Assise, altri si trovano in libertà a Trieste o in altri posti, altri, infine, sono Partigiani Giuliani di cui le famiglie chiedono notizie. Da mettere in rilievo il fatto che molti nominativi risultano essere stati arrestati o fatti prigionieri durante azioni belliche e altri spariti durante ancora la dominazione tedesca e la cui sparizione dovrebbe imputarsi alle forze armate tedesche e non a quelle jugoslaveâ€.

Naturalmente Rustia non ha citato questa introduzione, ed ha poi affermato che a questo elenco sarebbe stata data risposta solo per 138 nominativi, in quanto per gli altri erano in corso verifiche, attribuendo il motivo al fatto che i prigionieri non erano stati registrati. In realtà, leggendo i documenti collegati a quello da lui citato, risultano anche altre risposte per i nominativi residuali, e del resto, se una persona non era stata arrestata dalle autorità jugoslave, ben difficilmente poteva risultare dai registri carcerari.

Va infine considerato che molti dei nominativi che appaiono in questo elenco sono di persone che furono rilasciate nei mesi successivi, e che, da risultanze anagrafiche mai smentite (pubblicate nel mio “Operazione foibe tra storia e mito†Kappa Vu 2005) risultano scomparse da Trieste meno di 500 persone.

In conclusione Rustia ha sostenuto che “lo sloveno†non si è “mai messo l’anima in pace†di non poter occupare territori italiani, infatti (testuale) “con la famosa storia della lotta contro il fascismo in realtà contrabbanderanno anche nel futuro di voler arrivare male che vada per loro all’Isonzoâ€.

Ora, possiamo anche considerare Rustia un “caso umano†(ricorderemo sempre la sua teoria su come la legge di tutela per la minoranza slovena avrebbe “slavizzato†Trieste, esposta in una conferenza pubblica il 12/12/98: in seguito alla legge di tutela a Trieste ci sarà bisogno di circa 250/300 interpreti che dovranno giocoforza venire qui da oltre confine perché “a Trieste non ci sono sloveni disoccupatiâ€; questi interpreti si porteranno dietro la propria famiglia (“moglie, due figli, genitori, fratelliâ€), cosicché in men che non si dica a Trieste ci saranno un migliaio di sloveni in più, dal che nascerà un ulteriore bisogno di interpreti, che dovranno nuovamente venire “importati†da oltre confine e via di seguito, si svilupperà una “catena di Sant’Antonio†per cui Trieste si riempirà di sloveni e gli italiani saranno costretti ad emigrare), ma se si limitasse a parlare in occasioni come quella citata, alla quale hanno partecipato meno di cento persone, non sarebbe un grosso problema. Il fatto è che Rustia dovrebbe andare a propagare queste sue posizioni antistoriche e razziste nelle scuole, da quanto è stato detto nel corso dell’incontro, e questo ci sembra gravissimo.

Ci chiediamo pertanto se vi sia qualche istituto preposto a vigilare su chi si reca a parlare nelle scuole e se vengano fatte delle verifiche per evitare che il primo sedicente storico, che in realtà fa propaganda politica e xenofoba, possa diffondere falsità di questo livello agli studenti.

Claudia CERNIGOI



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#7274 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Mar 14 Feb 2012 10:24 pm
Oggetto: Guerra mediatica contro la Siria laica e sovrana
jugocoord
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http://www.forumpalestina.org/news/2012/Febbraio12/10-02-12GuerraMediatica.htm

SIRIA. Guerra mediatica (1°Puntata)

di Marinella Correggia

 
Come si usano i neonati di Homs. Domani la seconda puntata della controinchiesta.

La tempesta mediatica imperversa sulla Siria. I cosiddetti Comitati di coordinamento locale (Lcc), appartenenti all’opposizione, hanno detto alla tivù del Qatar Al Jazeera che almeno 18 neonati sarebbero morti nelle incubatrici dell’ospedale pediatrico al Walid perché i colpi di artiglieria pesante dell’esercito siriano contro il centro di Homs avrebbero causato un black-out elettrico, togliendo l’alimentazione agli apparecchi. Il governo nega e sostiene che gli ospedali funzionano correttamente; anzi insieme a molte altre denunce circa atti di violenza e sabotaggio compiuti da gruppi armati, riferisce che l’ospedale al Naimi in provincia è stato preso di mira da gruppi armati che l’hanno saccheggiato.

La notizia sui 384 bambini uccisi in Siria era già stata diffusa dall’agenzia Reuters il 27 gennaio (http://blogs.reuters.com/stephanienebehay) ma – curiosamente - è esplosa sui massa media solo il 7 febbraio, cioè dodici giorni dopo, ovvero quando l’escalation politico-mediatica sulla Siria aveva trovato una doppia difficoltà con l’occultamento del rapporto degli Osservatori della Lega Araba che era venuto alla luce e con Russia e Cina che avevano posto il veto al Consiglio di Sicurezza sulla risoluzione contro la Siria. Inoltre nel report ufficiale delle Nazioni Unite, la responsabile dell’Unicef Marixie Mercado riporta testualmente qual è la fonte delle sue informazioni e cioè che "secondo le organizzazioni siriane dei diritti umani oltre 400 bambini sono stati uccisi e altri 400 sono in custodia". Vedi:(http://www.unog.ch/unog/website/news_media.nsf/%28httpNewsByYear_en%29/36191A0CEBA1AED2C125799D0037EF1F?OpenDocument)

Ma la notizia dei neonati di Homs ha avuto grande risonanza soprattutto in Italia. E’ lecito sollevare più di un dubbio. E non solo perché nemmeno i regimi più brutali avrebbero interesse a colpire neonati e ospedali (per la verità ad eccezione di Israele che gli ospedali palestinesi o libanesi li ha sempre colpiti e sempre ne è uscita impunita)-

La fonte (gli Lcc) è di parte e non dà alcuna prova. Oltretutto, tutti gli ospedali hanno generatori; se c’è un black-out elettrico funzionano quelli. Succedeva perfino nell’Iraq e nella Libia sotto le bombe, dove l’elettricità andava a singhiozzo.

Poi l’accusa di tagliare la spina alle incubatrici ha più di un precedente e non solo in Siria. Sempre smentito. La scorsa estate i social network (twitter a partire dal 30 luglio) diffondono l’atroce notizia: tutti i bambini prematuri sono morti nelle incubatrici ad Hama perché gli shabiba (milizie di stato) hanno tagliato l’elettricità durante l’assalto alla città. Si parla di qaranta in un solo ospedale; senza precisare quanti sarebbero negli altri. Il 7 agosto la Cnn riferisce: l’Osservatorio siriano per i diritti umani di Londra (sempre quello) denuncia l’assassinio di otto bambini prematuri, “martiri†nell’ospedale al Hurani, sempre a causa dei black-out. Ovviamente nessuna notizia circa il lavoro dei generatori….Una foto corredava la denuncia: un gruppo di neonati, arrossati, tutti insieme in un unico lettuccio. Dopo qualche tempo viene fuori che la foto era stata pubblicata mesi prima sul giornale egiziano al Badil al Jadid e si riferiva a un problema meno grave, ed egiziano: un ospedale sovraffollato di Alessandria. I bambini erano rossi e vivi, anche se in spazi ristretti.

Del resto, chi non ricorda l’altro falso, datato 1990? Gli invasori iracheni avevano rubato le incubatrici negli ospedali pediatrici, causando la morte di diversi bambini prematuri. Venne poi fuori che il tutto era stato orchestrato dall’ambasciata kuwaitiana negli Usa, che agiva sotto le mentite spoglie del Comitato “Citizens for a Free Kuwait†e con l’assistenza da parte dell’agenzia di public relations Hill & Knowlton - per la modica cifra di 1 milione di dollari.

Del resto anche l’ultima denuncia dell’Unicef riguardo alla Siria (400 fra i minori – in inglese children) è molto vaga quanto alle fonti; si riferisce a “media presenti a Homs†e a “rapporti†(all'Unicef internazionale abbiamo chiesto più dettagli, finora invano). Il non avere avuto riscontro ci fa supporre, e ovviamente sperare, che la notizia sia falsa. Ma la sua diffusione sarà utilizzata per convince tanti pacifisti della giustezza di un’azione di guerra che di vittime bambine ne vedrà ben più di 400.



http://www.forumpalestina.org/news/2012/Febbraio12/11-02-12GuerraMediatica2.htm

SIRIA. Guerra mediatica (2°Puntata)

di Marinella Correggia

 

Notizie sulla fonte principale delle notizie (anche recenti) sui morti in Siria: L’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani. Due "Osservatori" in contrasto tra loro . Una decostruzione dei dati della prima settimana di febbraio.

Le ultime denunce diffuse da tutti i media sono provenienti come sempre da fonti dell’opposizione siriana (la Reuters almeno dice di non poter verificare): l’Osservatorio siriano per i diritti umani di Londra (Sohr), i Comitati di coordinamento locale, il Cns (Consiglio nazionale siriano) e i Fratelli musulmani parlano di un “massacro di civili†a Homs venerdì sera, con oltre duecento morti e centinaia di feriti, vittime dei colpi di artiglieria e mortaio dell’esercito nei quartieri presi dagli insorti, soprattutto Khalidya; si riportano le voci di alcuni “residentiâ€. L’agenzia nazionale Sana nega i bombardamenti e afferma che i video di corpi morti sono di gente uccisa dalle squadre armate, le stesse che compiono rapimenti di civili e attentati contro infrastrutture civili.

Il fatto certo sono gli scontri fra armati dell’opposizione e l’esercito. Un contesto di guerriglia urbana dove certamente la popolazione è esposta. In conferenza stampa il capo degli osservatori della Lega Araba, il generale sudanese al-Dhabi, ha affermato che soprattutto a Homs “la violenza delle forze dell’ordine è una risposta agli attacchi dell’opposizioneâ€.

Ma quel che è interessante è la lotta intestina nel principale informatore dei media occidentali e arabi in materia di morti in Siria: il già citato Sohr di Londra.

Un’inchiesta pubblicata sulla versione inglese di Al Akhbar rivela l’inattendibilità di quella che è la fonte principale dei media rispetto alla “conta dei morti e degli assassini†in Siria. Il famoso Osservatorio siriano per i diritti umani Sohr ha infatti due teste ora platealmente in lotta fra loro e due siti con “notizie†divergenti. I due siti sono www.syriahr.org e www.syriahr.net (o anche syriahr.com). Il primo si definisce “sito ufficiale dell’Osservatorioâ€. Il secondo…anche, precisando di essere “l’unico sito ufficialeâ€.

Su www.syriahr.org è in bella evidenza dal 17 gennaio una lettera collettiva firmata da siriani dell’opposizione che “sconfessa†Rami Abdul Rahman (alias Osama Ali Suleiman), “direttore†dell’Osservatorio stesso, con accuse anche piuttosto classiste (è “poco istruitoâ€). Scusandosi con i lettori per la possibile “confusioneâ€, i firmatari capitanati da un medico residente a Londra, Azzawi, affermano di aver chiesto tempo fa allo stesso “direttore†di lasciare perché egli scriveva anche di vittime fra le forze di sicurezza nazionali e altre notizie “non verificabili†oltre a non dare i nomi dei morti. Hanno poi aperto un loro sito, il syriahr.org.

Dietro la rottura c’è il fatto che Suleiman è vicino all’opposizione del Ncb (National Coordination Body for Democratic Change in Syria) di al-Manna che vuole una soluzione interna e negoziale alla crisi e condanna la lotta armata, mentre gli altri sono del Cns di Gharioun, filo-Occidente, finanziati dai paesi del Golfo e collaboratori del cosiddetto Esercito libero siriano che conta parecchi arruolati da altri paesi. Ovviamente i media e i governi occidentali e arabi danno molta più eco al Cns.

Suleiman ha denunciato le pressioni da parte degli altri membri (quelli pro-Cns) i quali gli hanno intimato di schierarsi per un intervento Nato e di non parlare dei morti fra i soldati siriani. Entrambi gli “Osservatorio siriano†sostengono di avere centinaia di “attivisti†in Siria dai quali ricevono video e notizie. Ma le verifiche?

Le notizie più efficaci propagate dalle due teste del Sohr sono quelle sui “martiri bambini†e sulle famiglie massacrate. Mère Agnès-Mariam de la Croix, superiora palestinese del monastero siriano di San Giacomo, che sta diffondendo dal canto suo liste di vittime delle bande armate, ha fatto ricerche su caso recente che ha fatto il giro del mondo: la mattanza nel quartiere Nasihine di Homs di dodici membri della famiglia Bahadour fra cui vari bambini. Gli assassini, ha raccontato a Le Monde un vicino che avrebbe visto tutto…praticando un buco fra i muri, sarebbero “sette uomini in divisa, lealisti del regime, che poi protetti dai cecchini dell’esercito sono saliti su un blindatoâ€. Giorni dopo la storia è ripetuta dalla Cnn. Ma la religiosa si è messa in contatto con la famiglia: “Abdel Ghani Bahader era fratello di Ghazouan Bahader, autista dell’ufficio del governatore di Homs. Egli ci ha riferito quanto segue: ‘Siamo una famiglia sunnita che lavora per lo stato. Vogliamo essere neutri. Ma gli insorti ci hanno attaccati più volte tanto che mio fratello voleva spostarsi altrove dopo aver rifiutato l’invito a unirsi all’Esercito siriano libero. Ma non ha fatto in tempoâ€.



http://www.forumpalestina.org/news/2012/Febbraio12/12-02-12GuerraMediatica3.htm

SIRIA. Guerra mediatica (3°Puntata)

di Marinella Correggia

 

La conta dei morti che nessuno fa: gli uccisi da bande armate (metà gennaio). Domani la quarta puntata.


Il monastero di San Giacomo di Qara sta diffondendo le liste di “civili morti e feriti per opera di bande armate e non nel corso di protesteâ€, frutto della “violenza cieca di un’insurrezione sempre più manipolataâ€. Nomi, cognomi, età, indirizzo e circostanze. Le fonti sono gli ospedali, le famiglie e la Mezzaluna siriana (il cui segretario generale Abd al-Razzaq Jbeiro è stato ucciso mercoledì scorso). Ecco i numeri. Fra marzo e inizi di ottobre, la lista dei morti civili comprende 372 nomi, fra cui diversi bambini (il più piccolo era Moutasim al-Yusef di tre anni, morto ad Haslah il 6 settembre), donne (fra le quali Sama Omar, incinta, uccisa a Tiftenaz il settembre). La lista dei feriti per il solo mese di ottobre e per la sola provincia di Homs vede 390 nomi fra cui diversi bambini; il più piccolo, Ala Al Sheikh di Qosseir aveva un anno e mezzo). Fra gli ultimi uccisi, il curato greco ortodosso del villaggio di Kafarbohom. I cristiani starebbero abbandonando interi quartieri soprattutto a Homs e Hama.

Fra la pittura delle icone per la sopravvivenza del monastero, l’aiuto a famiglie in difficoltà e le preghiere quotidiane, la superiora madre Agnès-Mariam de la Croix sta pensando a un “bollettino settimanale che risponda con fatti e nomi di vittime alle false liste di propaganda dell’Osservatorio siriano dei diritti umani basato a Londraâ€. Quest’ultimo per la conta dei morti è - insieme ai Cosiddetti Comitati di coordinamento locale - la fonte quasi unica della stampa internazionale e dello stesso Commissariato Onu per i diritti umani, che diffonde la cifra di cinquemila morti attribuendoli alla repressione governativa. Qualcuno comincia a dubitare dell’Osservatorio londinese che, dice la Madre, “spesso non dà nomi e quando li dà non precisa che si tratta di uccisi da bande armateâ€. Secondo le cifre governative, sono stati uccisi duemila fra poliziotti e soldati.

Palestinese di nazionalità libanese, Agnès-Mariam de la Croix si è attirata gli strali della stampa francese (lei è francofona) che la accusa di essere pro-regime. Vede l’urgenza della verità, per contrastare “un piano di destabilizzazione che vuole portare a uno scontro confessionale e alla guerra civile, gli uni contro gli altri, in un paese che è sempre andato fiero della convivenzaâ€. Nei mesi, il conflitto sembra essere passato “da una rivendicazione popolare di riforme e democrazia a una rivoluzione islamista con bande armate†(sostenuta dall’esterno, petromonarchie, Occidente, Turchia). La Madre ha ospitato nel monastero una riunione di oppositori disponibili a un dialogo nazionale, e ha anche mediato con l’esercito perché allentasse la pressione sugli abitanti di un villaggio.

Un gruppo di giovani siriani ha iniziato un analogo lavoro di indagine e “controinformazioneâ€. Hanno creato un “Osservatorio siriano sulle vittime della violenza e del terrorismo†(Sovvt) e faranno indagini sul campo per preparare dossier e documenti.

Fanno strage, oltre ai colpi di arma da fuoco, gli ordigni esplosivi. Come quello che tra Ariha e Al Mastouma (provincia di Idlib) ha ucciso sei operi tessili ferendone altre sedici mentre viaggiavano sull’autobus aziendale. Vari altri cittadini sono rimasti vittime di un ordigno vicino a Majarez. Colpita alla testa su un altro bus aziendale una ingegnere di Maharda è morta per le ferite. Undici passeggeri sono morti e tre sono rimasti feriti su un autobus civile a Homs, attaccato da armati.

L’agenzia stampa ufficiale Sana riferisce quotidianamente di agenti uccisi o feriti, rapimenti, esplosioni di ordigni che prendono di mira infrastrutture pubbliche (treni, linee elettriche, strade), disinnesco di esplosivi e sequestri di armi pesanti.



http://www.forumpalestina.org/news/2012/Febbraio12/13-02-12GuerraMediatica4.htm

SIRIA. Guerra mediatica (4°Puntata)

di Marinella Correggia

 

Le violenze su civili e militari. Il Cns (Consiglio Nazionale Siriano) organizza una manifestazione del 19 febbraio a Roma) con l’appoggio dei pacifisti con l’elmetto.

E’ stato il nuovo governo della Libia, frutto della guerra della Nato, il primo a riconoscere già lo scorso ottobre come “legittimo rappresentante del popolo siriano†il Consiglio nazionale siriano (Cns), in inglese Syrian National Council

(http://latimesblogs.latimes.com/world_now/2011/10/syria-libya-opposition.html). Il Cns a sua volta aveva riconosciuto il Cnt libico già prima della conquista di Tripoli.

Del resto, come ricorda Mustafa el Ayoubi su Confronti, nel 2011 “nell’ambito della Lega araba, la Siria aveva votato contro l’intervento militare in Libia. Era insomma un regime scomodo, non per il fatto che fosse anti-democratico ma perché anti-americanoâ€. Così poco dopo, puntualmente scoppia una rivolta in Siria, “il 17 marzo a Daraa, una piccola città di 75mila abitanti. Non è stata una rivolta pacifica in quanto molti insorti erano armati e non esitavano a sparare sui civili e sulle forze dell’ordineâ€.

Il Cns, basato in Turchia (ma il suo leader Bhuran Ghalioun vive a Parigi da decenni; sostiene però di rappresentare l’80% dei siriani), il Cns, attraverso i suoi “osservatori sui diritti umani†da Londra e i cosiddetti “Comitati di coordinamento localeâ€, è la fonte quasi esclusiva delle notizie pubblicate sui media che accreditano la versione di una “rivolta a mani nude contro il dittatoreâ€. Peraltro c’è uno scontro interno fra “attivisti†che si accusano reciprocamente (vedi la Seconda puntata di questa serie).

A differenza dell’altra opposizione che vuole il negoziato e non accetta la lotta armata né l’ingerenza, il Cns rifiuta ogni possibile negoziato e mediazione (come il Cnt libico, a suo tempo). Non ne ha bisogno, perché ha trovato molti alleati fra i paesi occidentali e petromonarchici, ai quali ha chiesto da tempo l’imposizione di una no-fly zone “per la protezione dei civili†(per esempio in ottobre: http://globalpublicsquare.blogs.cnn.com/2011/10/11/time-to-impose-a-no-fly-zone-over-syria/; e in gennaio: http://www.wallstreetitalia.com/article/1307700/siria-opposizione-invoca-intervento-onu-serve-no-fly-zone.aspx). Del resto come vari analisti hanno spiegato, anche nel caso siriano la no-fly zone non avrebbe senso e dovrebbe piuttosto sfociare in un vero e proprio sostegno aereo anti-governativo o Cas (close air support).

Il Cns ha stretto in dicembre un patto di collaborazione con il cd Esercito siriano libero (Free Syrian Army-Fsa). (http://www.nytimes.com/2011/12/09/world/middleeast/factional-splits-hinder-drive-to-topple-syrias-assad.html?_r=1&;pagewanted=all)

Il rappresentante del Cns in Italia e organizzatore della manifestazione a Roma del prossimo 19 febbraio (che ha già avuto diverse adesioni di associazioni italiane) è Mohammed Noor Dachan. Sul sito del Syrian National Council risulta affiliato come appartenente alla Muslim Brotherhood Alliance (http://www.syriancouncil.org/en/members/item/241-mohammad-nour-dachan.html). Egli sostiene che la Fsa è formata da “soldati, sottufficiali e ufficiali che hanno scelto di rifiutare di sparare alla gente comune disarmata e non è un esercito di guerra, ma ha solo l'obiettivo di difendere le manifestazioniâ€. La realtà appare molto diversa.

Il cd Esercito libero appare responsabile di uccisioni di soldati e civili siriani (ci sono elenchi nominativi documentati, vedi puntata 3 di questo dossier) e atti di sabotaggio e terrorismo. Anche a Homs nella fase attuale (http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/7707-homs-un-testimone-racconta-il-terrore-gruppi-armati-non-damasco.html). Lo stesso il giornalista francese Jacquier è stato ucciso da gruppi armati dell’opposizione, secondo quanto raccolto da Le Figaro presso gli stessi osservatori della Lega Araba. Venerdì 10 febbraio, decine di morti in esplosioni ad Aleppo: la Fsa prima rivendica (“una risposta ai bombardamenti di Homs†dichiarava all’agenzia spagnola Efe il colonnello Riad Assad) poi smentisce e infine costruisce un’altra narrazione: surrealmente dichiarando ad Al Jazeera che effettivamente il gruppo ha attaccato Aleppo e le due basi militari con razzi e altro per “proteggere i civili che sarebbero scesi in piazzaâ€, ma che gli attentati sono avvenuti dopo il ritiro dei suoi uomini. Secondo il McClatchi Newspaper, dietro i terroristi ad Aleppo c’è Al Qaeda. Del resto, leggiamo su TMNews, il leader di al Qaida, Ayman al-Zawahiri, ha espresso il suo sostegno alla ribellione siriana contro un regime definito antislamico, in un messaggio video diffuso su alcuni siti internet islamici: lo ha reso noto il centro di sorveglianza informatica Site. La stessa solidarietà a suo tempo espressa ai“ribelli†libici.

Alla tivù satellitare saudita pro.opposizione al-Arabyiya, Ammar Alwani della Fsa dichiara: “Ogni soldato e ufficiale sono nostro obiettivoâ€; e “colpiremo Damascoâ€; poi l’inviato della tivù lo corregge e imbocca: “Vuol dire che colpirete obiettivi militari, non civili, vero?â€.

Il cd Esercito libero non è solo siriano perché è anche formato da elementi esterni, non è un esercito perché vari gruppi agirebbero in autonomia e non è libero perché dipende da apporti esterni in armi, denaro e uomini. Accanto all’Esercito siriano libero, l’intervento armato occidentale e petromonarchico c’è già e da tempo. Non sotto forma di bombardamenti ma di finanziamenti e invio di armi, consiglieri e mercenari. In appoggio a gruppi armati anti-Assad. Che il Cns avalla e con i quali collabora.

Mentre la Turchia offre la base logistica alla Free Syrian Army, Qatar e altri paesi non fanno mistero del loro appoggio “diplomatico†e finanziario e in armi; a metà gennaio lo sceicco Bin Khalifa Thani ha dichiarato la volontà di mandare truppe. Inglesi e francesi hanno confermato di aver mandato unità ad assistere i rivoltosi. Sono state scoperte armi inglesi avviate clandestinamente. suolo siriano sono già operativi commandos e forze speciali. L’obiettivo è di creare delle“zone liberate†così da rendere legittimo l’intervento “umanitario†esterno.

Da tempo l’opposizione siriana ottiene quotidianamente partite di armi (http://rt.com/news/syria-opposition-weapon-smuggling-843/). Obama chiede apertamente di sostenere gli armati anti-Assad e pensa di replicare i successi libici: nessun uomo, nessun morto, ma consiglieri e molti soldi. Fonti americane rivelano al Times un piano in fase di elaborazione da parte di Stati Uniti e alleati per armare i ribelli. Indiscrezioni che si incrociano con quelle del Guardian sulla presunta presenza di reparti speciali britannici e americani al fianco degli insorti, così come quella del sito israeliano Debka su una infiltrazione sul terreno, a Homs. A Homs truppe inglesi e qatariote dirigono l’arrivo di armi ai ribelli e consigliano sulle tattiche della battaglia, secondo il sito israeliano Debka file (ne riferisce la RT, Russian Tv).

A queste indiscrezioni la Russia ha reagito affermando che si tratta di informazioni ''allarmanti'', secondo il portavoce del ministero degli Esteri, Aleksandr Lukashevich (http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/siria-homs-strage-senza-fine-times-piano-1113360/www.peacelink.it).

Poi ci sono i mercenari libici. A dicembre il presidente del Consiglio nazionale siriano Burhan Ghalioun incontra a Tripoli i nuovi dirigenti. E scatta il piano che porta diverse centinaia di volontari libici in Siria, sparpagliati tra Homs, Idlib e Rastan (http://www.corriere.it/esteri/12_febbraio_10/olimpio-siria-insorti_a9528996-53da-11e1-a1a9-e74b7d5bd021.shtml). La missione è coordinata dall’ex qaedista Abdelhakeem Belhaj, figura di spicco della nuova Libia, e dal suo vice Mahdi Al Harati.

Intanto il sito di petizioni Avaaz, dopo aver diffuso per la Libia notizie di bombardamenti su civili (http://www.avaaz.org/it/libya_stop_the_crackdown_eu) in seguito ampiamente smentite, invita alla "battaglia mondiale" per la Siria dicendo: "Questo è il culmine della primavera araba e della battaglia mondiale contro i despoti sanguinari.

In conclusione, ecco quanto denuncia la stessa opposizione non armata (nelle parole di un esponente che preferiamo non citare per tutelarlo) “il Cns sembra fare il gioco degli sceicchi e del petrolio, sono in maggioranza fratelli musulmani che se ne fregano della democrazia e sanno benissimo che la Siria è abbastanza laica per poter arrivare al potere in modo democratico, non arriveranno senza armi, perciò stanno facendo di tutto per armare la rivoluzione, da altro canto, c'è la Turchia che si sente la nostalgia attraverso il partito di Erdogan per ottomanizzare la regione contro un'Europa ancora ostile nei suoi confronti. Non dimentichiamo che la rivoluzione siriana è la più importante in assoluto nel caso un probabile successo. Gli sceicchi del Golfo Persico temono per il futuro della loro monarchie basate comunque sulla dittatura e sull'ingiustiziaâ€.



http://www.forumpalestina.org/news/2012/Febbraio12/14-02-12GuerraMediatica5.htm

SIRIA. Guerra mediatica (5° Puntata)

di Marinella Correggia

 

Le risposte dell’Unicef alle nostre domande sui “384 bambini uccisi†dal regime. Le fonti sono sempre le stesse e si alimentano a vicenda. In Siria si muore ma non da una sola parte.

Il 7 febbraio tutti i media danno grande risonanza a un “rapporto†dell’Unicef secondo il quale in Siria almeno 384 bambini sarebbero stati uccisi nei mesi di violenze e almeno altrettanti sarebbero imprigionati. L’Unicef è l’organismo delle Nazioni Unite per l’infanzia. Il suo attuale direttore è Anthony Lake, ex consigliere per la sicurezza di Clinton. In inglese il termine utilizzato è children; i media italiani traducono “bambini†per maggiore impatto mediatico, anche se in realtà nei rapporti dell’Onu children sono i “minori di 18 anniâ€. Perciò d’ora in poi useremo il termine “internazionale†children.

La notizia del “rapporto Unicef†passa subito come ennesima conferma del fatto che il regime uccide e incarcera bambini in quantità. In realtà a) l’Unicef non ha stilato di suo nessun rapporto, bensì ha utilizzato come fonti gli “attivisti per i diritti umani†b) la denuncia Unicef è di molti giorni prima (http://www.contropiano.org/it/esteri/item/6675-siria-guerra-mediatica-prima-puntata). In effetti la notizia sui 384 bambini uccisi in Siria era già stata diffusa dall’agenzia Reuters il 27 gennaio (http://blogs.reuters.com/stephanienebehay) ma è esplosa sui massa media solo il 7 febbraio, dodici giorni dopo, ovvero quando l’escalation politico-mediatica sulla Siria aveva trovato una doppia difficoltà con l’occultamento del rapporto degli Osservatori della Lega Araba che era venuto alla luce e con Russia e Cina che avevano posto il veto al Consiglio di Sicurezza sulla risoluzione contro la Siria.

Un primo problema è che non c’è un rapporto dell’Unicef:, la quale non ha condotto alcuna ricerca autonoma, bensì riporta quanto denunciano gli “attivistiâ€. Nel routinario briefing per la stampa da parte dell’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra, la responsabile dell’organizzazione Marixie Mercado è citata così: "Secondo le organizzazioni siriane dei diritti umani oltre 400 children sono stati uccisi e altri 400 sono in custodia, torturati e abusati sessualmenteâ€

(http://www.unog.ch/unog/website/news_media.nsf/%28httpNewsByYear_en%29/36191A0CEBA1AED2C125799D0037EF1F?OpenDocument ). Marixie Mercado ha anche parlato della città di Homs, affermando che l’Unicef non ha accesso alle aree interessate di Homs e non può confermare l’impatto degli attacchi sui children, ma che “ci sono rapporti credibili, anche da parte di media internazionali presenti, sul fatto che i children sono vittime della violenzaâ€:

Il 27 gennaio l‘Unicef aveva riferito alla Reuters la cifra di 384 children uccisi alla Reuters e 380 detenuti e seviziati (“alcuni con meno di 14 anniâ€) precisando “le cifre vengono da organizzazioni per i diritti umani che riteniamo credibili perché si basano su rapporti degli ospedali e racconti delle famiglieâ€. Niente che sia stato raccolto di prima mano, dunque. Ci si fida degli “attivisti†(sulle cui performances a senso unico e prive di conferme, vedi puntate 1, 2 e 3).

In dicembre la Commissaria Onu per i diritti umani Navi Pillai aveva parlato di 307 children uccisi nella “repressione da parte delle forze sirianeâ€. Quali sono le fonti del rapporto della “Commissione d’inchiesta indipendente†del Consiglio per i diritti umani? Interviste con “attivisti†e “disertori†(un approfondimento su questi è in cantiere per la settima puntata). Negli ultimi giorni Pillay ha così denunciato la “repressione a Homs†attribuendola al “fallimento del Consiglio di Sicurezzaâ€: “Secondo fonti locali e rapporti di media indipendenti l’esercito siriano attacca in modo indiscriminato con carri armati, elicotteri, mortai aree civili di Homsâ€. Non ci sono verifiche, e testimoni da Homs attribuiscono la responsabilità all’opposizione armata (vedi la prossima sesta puntata), ma non sono stati presi in considerazione.

Nel “chi uccide chi e quantiâ€, il ruolo delle bande armate non è contemplato. Né ci si chiede se i numeri siano esatti. Allo stesso modo, i media, il rapporto dell’Onu di dicembre e le Ong, che hanno sempre come fonti “gli attivistiâ€, lanciano cifre non confermate sul numero totale di uccisi (5mila, poi seimila), e non indicano mai le responsabilità di bande armate dell’opposizione; eppure in diversi casi i nomi sono risultati falsi; e/o children e adulti uccisi erano membri di famiglie filogovernative e in altri i genitori stessi hanno affermato che se l’esercito fosse stato presente, i loro figli sarebbero ancora vivi. Emblematico ilo caso della piccola Afef Saraqibi, morta a 4 mesi. Indignazione e orrore: per gli “attivisti†era, incredibilmente, “la più piccola detenuta politica siriana, incarcerata con il padre e morta per le tortureâ€. Finché la madre stessa ha dichiarato pubblicamente che Afef è morta in ospedale e di malattia.

Sono poi numerosi i video e le foto mistificanti. Un esempio: questa foto con il titolo “strage di bambini†(http://www.facebook.com/photo.php?fbid=10150588879226827&;set=p.10150588879226827&type=1&theater) è una delle foto del World Press Photo 2012 (mostra di fotogiornalismo internazionale) e non arriva dalla Siria,è stata scattata a Kabul dal fotografo afghano Massoud Hossaini http://www.facebook.com/massoud.hossaini?sk=info.

Le ultime dichiarazioni dell’Unicef, così tempisticamente riprese come “rapportoâ€, suonano approssimative: “Ci sono rapporti di children uccisi e detenutiâ€; “Ci sono rapporti di bombardamenti a Homsâ€. Abbiamo dunque chiesto qualche chiarimento sulle fonti al portavoce Unicef da New York Peter Smerdon. Quando dite “Ci sono rapporti di children arrestati e torturatiâ€, a quali fonti vi riferite? Risposta: “A organizzazioni credibili, si veda il recente rapporto sulla Siria di Human Rights Watch e il rapporto dei tre esperti della Commissione Onu per i diritti umani. Quanto al rapporto di Human Rights Watch di metà dicembre: è stato redatto sulla base di interviste ad attivisti dell’opposizione e a “disertoriâ€. L’organizzazione statunitense non si pronuncia sui gruppi armati e lancia anche denunce poco credibili, come: “C’è un eccidio di bambini e i campi sportivi sono stati trasformati in lagerâ€.

Poniamo allora un’altra nostra domanda all’Unicef relativa al fatto che il governo siriano accusa la Free Syrian Army di distruggere le case in aree pro-governative. Risposta: “Ci sono molte accuse che circolano sulla violenza in Siriaâ€. Ma come mai non fate mai riferimento alle violenze dell’opposizione armata, indicate anche dal rapporto degli Osservatori della Lega araba, unica fonte che è stata presente nel paese? Risposta: “Ci sono molti rapporti da varie fonti. Non possiamo citarli tuttiâ€. Dunque non si cita il rapporto degli Osservatori (boicottato dal Qatar e dall’Arabia Saudita) in cui la natura non pacifica dell’opposizione è evidenziata. E su Homs, quali fonti indipendenti avete? Risposta Unicef: la Bbc che riferisce di bombardamenti che colpiscono i childrenâ€. Così, la Bbc che fa riferimento alle stesse fonti dell’opposizione, diventa essa stessa una fonte indipendente.

Il 31maggio dell’anno scorso l’Unicef pareva più neutrale e chiedeva a “tutte le parti coinvolte†di risparmiare i civili, soprattutto children e donne. Riconoscendo dunque le violenze dell’opposizione. E aggiungeva: “non possiamo verificare i rapporti, ma chiediamo al governo di aprire un’inchiesta sui video di children detenuti e torturatiâ€.

( Fonte: Contropiano.org )



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#7275 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Gio 16 Feb 2012 11:48 am
Oggetto: ALTRE INIZIATIVE SEGNALATE E AGGIORNAMENTI
jugocoord
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ALTRE INIZIATIVE SEGNALATE E AGGIORNAMENTI

* Roma - Borghesiana 17 febbraio: GUERRA, NAZIONALISMI, MASSACRI ETNICI E POLITICI IN VENEZIA GIULIA, SLOVENIA, CROAZIA 1941-1945
* Montereale Valcellina (PN) 18 febbraio: INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA "QUANDO MORI' MIO PADRE" - esposizione fino al 4 marzo 2012
* Ventimiglia (IM) 18 febbraio: dopo l'irruzione squadristica alla mostra su "Foibe e Crimini Fascisti in Jugoslavia" PRESIDIO PARTIGIANO ANTIFASCISTA - la mostra è visitabile ancora per alcuni giorni! 
* Roma 23 febbraio: Davide Conti presenta il libro e la mostra sui CRIMINALI DI GUERRA ITALIANI
* Reggio Emilia 25 febbraio: RICORDIAMO. Pubblico dibattito con Davide Conti e Alessandra Kersevan

NB. Il sito di CNJ-onlus - www.cnj.it - sarà aggiornato con le necessarie rettifiche nei prossimi giorni.


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SULLA INIZIATIVA DELLA BIBLIOTECA BORGHESIANA - ROMA - GIA' ANNUNCIATA AGGIUNGIAMO I SEGUENTI DETTAGLI:



Jugoslavia e Venezia-Giulia: "Giornata del Ricordo" in biblioteca
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Jugoslavia e Venezia-Giulia: "Giornata del Ricordo" in biblioteca


Conferenza con relazioni di storici mercoledì nei locali di largo Monreale a Borghesiana. Dalle 17,30 : "Guerra, nazionalismi, massacri etnici e politici in Venezia Giulia, Slovenia a Croazia"

di Mauro Cifelli 13/02/2012
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Potrebbe interessarti:http://torri.romatoday.it/borghesiana/giornata-del-ricordo-foibe-biblioteca-largo-monreale.html
Seguici su Facebook:http://www.facebook.com/pages/RomaToday/41916963809


Jugoslavia e Venezia-Giulia: "Giornata del Ricordo" in biblioteca
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"Giornata del Ricordo". Questo il nome dell'iniziativa che si terrà mercoledì 17 febbraio nella biblioteca Borghesiana di largo Monreale. "Guerra, nazionalismi, massacri etnici e politici in Venezia Giulia, Slovenia, Croazia: 1941-1945", questa la conferenza che si terrà a partire dalle 17,30.“

Potrebbe interessarti:http://torri.romatoday.it/borghesiana/giornata-del-ricordo-foibe-biblioteca-largo-monreale.html
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Jugoslavia e Venezia-Giulia: "Giornata del Ricordo" in biblioteca
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INTERVENTI: Promossa dalla biblioteca Borghesina la conferenza vedrà la partecipazione di alcuni storici come Davide Conti, che dibatterà in relazione "all'occupazione italiana della Jugoslavia e la Resistenza 1941-45". Alberto Becherelli: "Rapporti tra Italia e Stato Indipendente Croato, 1941-1943". Giancarlo Bertuzzi: "Resistenza italiana e movimento di liberazione sloveno e croato nella Venezia Giulia". E Sandi Volk con : "La documentazione esistente sulle foibe".

LEGGI LA RISPOSTA SCOMPOSTA DELLA DESTRA NAZIONALISTA:
http://torri.romatoday.it/borghesiana/attacco-marsilio-giornata-del-ricordo-foibe-biblioteca-largo-monreale.html


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http://www.diecifebbraio.info/2012/02/montereale-valcellina-pn-dal-182-al-432012-quando-mori-mio-padre/

Montereale Valcellina
gennaio/marzo 2012

“GIORNO DELLA MEMORIAâ€
 
A cura del Circolo ARCI “Tina Merlinâ€
con il patrocinio del Comune di Montereale Valcellina
 


Sabato 18 febbraio 2012 alle ore 18:00
Sala Roveredo – Palazzo Toffoli
 
inaugurazione della mostra intitolata:
 
“Quando morì mio padreâ€
disegni e testimonianze dei bambini dai campi di concentramento del confine orientale (1942-43)
 
presentano:
 
-  Mag. Metka Gombac (Archivio di Stato Repubblica di Slovenia)
-  Dr. Boris M. Gombac (Museo Nazionale Repubblica di Slovenia)
-  Sigfrido Cescut (ANPI Pordenone)
-  Alessandra Kersevan (storica)
 
Seguirà un rinfresco presso i locali del Circolo ARCI con musica d’intrattenimento.
 


La mostra sarà visitabile durante gli orari di apertura della biblioteca:
martedì, mercoledì e giovedì dalle 17.00 alle 19.00, venerdì dalle 9.00 alle 12.00, sabato dalle 15.00 alle 18.00 e alla domenica dalle 10.00 alle 12.00 fino al giorno 04 marzo.
Per le scolaresche è possibile prenotare al numero
 
Collaborano: Centro Isontino di Ricerca e Documentazione Storica e Sociale â€Leopoldo Gasparini†Gradisca d’Isonzo (GO), ANPI PN, Istilib Pordenone, Biblioteca Civica di Montereale Valcellina, Circolo Culturale Menocchio, Università della Terza Età delle Valli del Cellina e del Colvera.
 
Per informazioni:  www.arcitinamerlin.it

“Quando morì mio padre. Disegni e testimonianze di bambini dai campi di concentramento del confine orientale (1942-1943)†, preparata dall’Istituto Gasparini di Gorizia. La mostra illustra i i crimini fascisti italiani contro la comunita’ slovena e croata al confine orientale italiano. Nello specifico descrive le condizioni di vita nel campo di concentramento nell’isola di Rab, attraverso le testimanianze di bambini internati nel campo, raccolte tra il 1944 e il 1945. Si articola in 26 grandi pannelli in italiano e in serbo.
La mostra è nata così: Metka Gombac, nel suo lavoro all’Archivio di stato sloveno, dirige il reparto dedicato alla resistenza. E’ uno degli archivi piu’ ricchi di documentazione su questo fenomeno in Europa. Proprio collaborando con le colleghe di Venezia (scrivevano un articolo sulle donne e sui bambini nella seconda guerra mondiale) si e’ riusciti a rintracciare una cinquantina di disegni e scritti datati nel 1944 e scritti da bambini sopravvissuti ai campi di concentramento che, tornati a casa, dovevano frequentare i corsi delle scuole riaperte dai partigiani. Il ‘direttore’ didattico, informato dalle maestre “che i bambini rimpatriati rivivevano i drammi trascorsi stando molto irrequieti e depressi e che bisognava fare qualcosa per rimuovere i patimenti patitiâ€, imparti’ alle maestre il consiglio di fare una specie di gara dove dovevano riscrivere e disegnare quello che avevano provato nei “campiâ€, affinche’ “dessero fuori il loro patimentoâ€. E’ chiaro che si pensava a sanare il PTS (Post traumatic sindrom) e oggi i colleghi psicologi direbbero proprio cosi’, ma allora si penso’ solo di alleviare loro il peso del ricordo.
Ecco, alla mostra organizzata a Ljubljana sono stati invitati all’apertura quasi tutti i bambini sopravvissuti. Allora avevano l’eta’ dai sette ai dieci anni e oggi ne contano settanta in piu’. Gli organizzatori sono riusciti a creare un ambiente incredibile. I bambini di allora rivedevano i propri compiti dopo decine di anni e rivivevano l’ambiente e la situazione di allora. I sopravvissuti hanno rivisto per la prima volta i propri compiti di scuola di 70 anni prima . Non potevano credere che la storia si fosse ricordata di loro, dei loro patimenti e della loro gioventu’ provata dall’esperienza del lager.
La mostra indaga l’odissea dei bambini sloveni deportati nei campi di Gonars, Visco, Arbe-Rab e Monigo (Treviso) tra il 1942 ed il 1943. Disegni e scritti dei bambini vennero composti durante i corsi di terapia post traumatica avviati in strutture mediche partigiane dopo la liberazione dai campi, successiva all’8 settembre 1943. Ai tentativi di terapia, attuati stimolando i bambini a far riemergere la memoria delle sofferenze patite per poterle elaborare, ed ai temi svolti nelle scuole elementari organizzate dalle forze partigiane, dobbiamo la conservazione di questi materiali che costituiscono oggi una delle testimonianze più preziose e drammatiche di una delle pagine più buie della nostra storia.
 

SCARICA IL VOLANTINO IN FORMATO PDF: http://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2012/02/monterealev180212.pdf



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IRRUZIONE FASCISTA E RISPOSTA ANTIFASCISTA E ANTINAZIONALISTA A VENTIMIGLIA:

info sulla mostra: http://www.sanremonews.it/2012/02/07/leggi-notizia/argomenti/eventi-1/articolo/ventimiglia-al-chiostro-di-santagostino-prosegue-con-successo-la-mostra-foibe-e-crimini-in-jugosl.html
reazioni scomposte della lobby neo-irredentista e dei nazionalisti:
comunicato sul sito ANVGD: http://www.anvgd.it/notizie/12597-07feb12-negazionismo-che-serpeggia-anche-al-confine-occidentale.html
comunicato ANVGD sul sito Riviera24.it: http://www.riviera24.it/articoli/2012/02/08/126706/associazione-nazionale-venezia-giulia-e-dalmazia-mostra-a-ventimiglia-e-giustificazionista
* azione di disturbo dei militanti de La Destra: 
su SanremoNews: http://www.rivieranews.it/2012/02/12/leggi-notizia/argomenti/ventimiglia-vallecrosia-bordighera/articolo/ventimiglia-giovani-de-la-destra-contestano-mostra-sulle-foibe-allestita-dallassociazione-inteme.html
su Riviera24.it: http://www.riviera24.it/articoli/2012/02/12/126981/gioventu-italiana-e-la-destra-contestano-la-mostra-foibe-e-crimini-fascisti-in-jugoslavia



Presidio Partigiano Antifà. ★ Contro il Revisionismo. Per la Memoria.


    • sabato 18 febbraio 2012
    • 10.30 fino a 16.30
  • Mostra sui Crimini Fascisti in Jugoslavia. Via Cavour, 65. Ventimiglia.
  • Nella scorsa Mattinata si è verificata a Ventimiglia una grave provocazione squadrista da parte dei fascisti di "Gioventù Italiana" e de La Destra di Storace.
    Approfittando del fatto che la mostra su Fojbe e Crimini Fascisti in Jugoslavia fosse presidiata soltanto da un paio di anziani compagni ultrasettantenni, i fascisti venuti da Sanremo e Imperia hanno iniziato a inveire e minacciare i presenti, fare saluti romani e insultare la memoria dei partigiani caduti.
    Dopodichè si sono pure rivendicati l'azione a mezzo stampa con tanto di comunicato e di foto:
    http://www.rivieranews.it/2012/02/12/leggi-notizia/argomenti/politica-1/articolo/ventimiglia-giovani-de-la-destra-contestano-mostra-sulle-foibe-allestita-dallassociazione-inteme.html
    Come antifascisti del Ponente Ligure non possiamo accettare questo genere di insulti alla nostra città, Medaglia d'Argento alla Resistenza. ★
    Invitiamo pertanto compagni e cittadini alla vigilanza e convochiamo nella mattinata di Sabato un Presidio Antifascista e Partigiano davanti alla Mostra sui Crimini Fascisti, in Via Cavour 65.
    Durante l'iniziativa saranno letti brani del libro "Operazione Foibe a Trieste" (potete scaricarlo gratuitamente a questo link: 
    http://www.cnj.it/foibeatrieste/) della studiosa e storica Claudia Cernigoi, che rivela la mistificazione politica sulla vicenda delle Fojbe utilizzata dai fascisti e dalla destra come arma di propaganda anticomunista e antipartigiana.
    Vi Aspettiamo!


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ROMA
Giovedì 23 febbraio ore 16:30 

Università La Sapienza - Facoltà di Fisica

Davide Conti presenta il libro e la mostra sui 
CRIMINALI DI GUERRA ITALIANI

E' previsto che la mostra sarà esposta a cura dell'ANPI presso il Museo del Risorgimento di Porta San Pancrazio, probabilmente dal 27 febbraio alla fine di marzo 2012. SEGUIRANNO DETTAGLI.



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http://www.diecifebbraio.info/2012/02/reggio-emilia-2522012-ricordiamo/


Reggio Emilia, sabato 25 febbraio 2012

ore 15:00, presso la Sala polivalente del centro sociale Rosta Nuova

in Via Medaglie d’Oro della Resistenza 6

RICORDIAMO

Pubblico dibattito con Davide Conti e Alessandra Kersevan


SCARICA LA LOCANDINA: http://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2012/02/reggioemilia250212.jpg


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#7276 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Gio 16 Feb 2012 10:50 pm
Oggetto: Attacchi alla cultura anche in Slovenia
jugocoord
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http://www.lucidamente.com/13239-in-slovenia-la-cultura-resiste/

In Slovenia gli artisti resistono


10 febbraio 2012


La testimonianza di uno scrittore. Anche nel paese limitrofo al nostro comincia a imperare il “liberismo anticulturaâ€. Ma, a differenza dell’Italia...


Un popolo a volte dimostra la propria mancanza di rassegnazione anche senza mettersi a bestemmiare o a sfasciare vetrine in piazza. Testimonianza ne sia la manifestazione pacifica che circa trecento scrittori e intellettuali hanno tenuto il pomeriggio del 7 febbraio 2012 nel centro di Lubiana, con l’intenzione di aggiungere una nota polemica alla cerimonia ufficiale di premiazione del Premio PreÅ¡eren 2012, che si teneva la medesima sera in una sala congressi del grande Cankarjiev dom (palazzo destinato a incontri culturali, spettacoli, ecc. Ogni anno a novembre vi si tiene anche la fiera del libro nazionale).

Cosí quei trecento – dopo aver firmato, con altri cinquemila operatori culturali, una petizione che esprimeva la loro posizione rispetto al problema – si sono radunati all’aperto (il termometro segnava dieci sotto zero) e hanno discusso assieme, scandito tranquilli slogan, acceso lumini e... bruciato simbolicamente un violoncello autentico e funzionante. Perché? Qual era il “problema†che univa musicisti, scrittori e redattori, uomini di spettacolo e traduttori?

Semplice: il problema era che il governo ha deciso di eliminare il Ministero della Cultura, accorpandone le funzioni (e i funzionari) a quello dell’Istruzione. Prevedendone le probabilissime (io direi le ovvie) ricadute negative sul mondo dell’editoria e della cultura in genere, tutti si sono alquanto arrabbiati. La televisione nazionale ha dedicato servizi alla protesta sul primo canale. I giornali ne parlano tuttora (e anch’io, pur essendo un italiano vivente a Lubiana, faccio il mio dovere divulgando la faccenda, che dovrebbe far profondamente vergognare l’attuale governo sloveno). La cosa, insomma, non è restata incastrata nel “vuoto pneumatico†dell’omertà massmediatica – che invece in Italia funziona tanto bene quando c’è da annullare un evento “minoritario†sgradito al potere. Esempio: tu, cittadino, o tu piccolo coordinamento, scrivi alla Rai per dirle che il servizio fa schifo e spieghi con civiltà le tue ragioni? Nessuno ti risponde. È il “vuoto pneumaticoâ€, il silenzio del potere che ti isola e ti uccide in quanto cittadino o piccola aggregazione di cittadini.

Ebbene, in Slovenia questo silenzio (nonostante un certo imbarbarimento evidente anche qui) è considerato immorale: se tu scrivi e spieghi civilmente le tue ragioni, esiste un funzionario che ti risponde, alla tv come in qualsiasi altro ente pubblico. E della cultura nessuno oserebbe addirittura dire, come il nostro Tremonti, che «non si mangia». E se anche qualche imbecille lo dice, c’è chi gli risponde a tono. E brucia i violoncelli sotto lo Cankarjiev dom.

Dunque, ovunque in Europa, davanti ai liberisti e ai liberomercatisti culturali, ai darwinisti sociali della cultura, agli ottusi nonlettori o lettori danbrowniani: resistere! Resistere! Resistere! Solidarietà alla lotta degli operatori culturali sloveni. E ai politici italiani: tagliassero le proprie scorte, non il bilancio della cultura, che già è uno dei piú bassi dell’Unione Europea!

L’immagine: il violoncello arso nel corso della manifestazione di Lubiana dello scorso 7 febbraio.

Sergio Sozi

(LM MAGAZINE n. 22, 14 febbraio 2012, supplemento a LucidaMente, anno VII, n. 74, febbraio 2012)

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#7277 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Sab 18 Feb 2012 12:11 pm
Oggetto: Orwell e la Siria / 1
jugocoord
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(english / italiano)

Orwell e la Siria / 1

1) Road to Damascus... and on to Armageddon? - by Diana Johnstone  
2) A House of Sand and Fog - by Nebojsa Malic
3) PSY...OPS! Quando la guerra si fa con le parole - di Ermete Ferraro


=== 1 ===

http://www.en.beoforum.rs/comments-belgrade-forum-for-the-world-of-equals/235-diana-johnstone-road-to-damascus-and-on-to-armageddon.html

Wednesday, 15 February 2012

by DIANA JOHNSTONE  

What if pollsters put this question to citizens of the United States and the European Union :

“Which is more important, ensuring disgruntled Islamists freedom to overthrow the secular regime in Syria, or avoiding World War Three?â€

I’ll bet that there might be a majority for avoiding World War III.

But of course, the question is never framed like that.

That would be a “realistic†question, and we Westerners from the heights of our moral superiority have no time for vulgar “realism†in foreign policy (except the eccentric Ron Paul, crying out in the wilderness of Republican primaries).

Because, in the minds of our political ruling class, the United States has the power to “make realityâ€, we need pay no attention to the remnants of whatever reality we didn’t invent ourselves.

Our artificial reality is coming into collision with the reality perceived by most or at least much of the rest of the world.  The tenants of these conflicting views of reality are armed to the teeth, including with nuclear weapons capable of leaving the planet to insects.

Theoretically, there is a way to deal with this dangerous situation, which has the potential of leading to World War.  It is called diplomacy.  People capable of grasping unfamiliar ideas and understanding viewpoints other than their own, examine the issues underlying conflict and use their intelligence to work out solutions that may not be ideal but will at least prevent things from getting worse.

There was even an organizational structure created for this: the United Nations.

But the United States has decided that as sole superpower it doesn’t really need to stoop to diplomacy to get what it wants, and the United Nations has been turned into the instrument of US policy. The clearest evidence of this was the failure of the UN Security Council to block the NATO powers’ abuse of the ambiguous and contested Responsibility to Protect (“R2Pâ€) doctrine to overthrow the Libyan government by force.

Early this year, UN Secretary General Ban Ki-moon rejoiced that: “The world has embraced the Responsibility to Protect – not because it is easy, but because it is right. We therefore have a moral responsibility to push ahead.† Morality trumps the basic UN principle of national sovereignty. Ban Ki-moon suggests that pushing ahead with R2P is no less than the “next test of our common humanityâ€, and announces: “That test is here – in Syria.â€

So, the Secretary General of the UN considers the “moral responsibility†of R2P his main guideline to the crisis in Syria.

In case there was any doubt, the Libyan example demonstrated what that means.

A country whose rulers do not belong to the Western club made up of NATO countries, Israel, the emirs of the Gulf states and the ruling family of Saudi Arabia, is wracked by opposition demonstrations and armed rebellion, with the mix of the two making it difficult to sort out which is which.  Western mainstream media hasten to tell the story according to a standard template:

The ruler of the country is a “dictatorâ€.  Therefore, the rebels want to get rid of him simply in order to enjoy Western-style democracy.  Therefore, the people must all be on the side of the rebels. Therefore, when the armed forces proceed to repress the armed rebellion, what is [foolscrusadejohnstone] happening is that “the dictator is killing his own peopleâ€.  Therefore, it is the Responsibility 2 Protect of the international community (i.e. NATO) to help the rebels in order to destroy the country’s armed forces and get rid of (or kill) the dictator.

The happy ending comes when Hillary Clinton can shout gleefully, “We came, we saw, he died!â€

Thereupon, the country sinks into chaos, as armed bands rove, prisoners are tortured, women are put in their place, salaries are unpaid, education and social welfare are neglected, but oil is pumped and the West is encouraged by its success to go on to liberate another country.

That at least was the Libyan model.

Except that in the case of Syria, things are more complicated.

Unlike Libya, Syria has a fairly strong army.  Unlike Libya, Syria has a few significant friends in the world. Unlike Libya, Syria is next door to Israel. And above all, the diversity of religious communities within Syria is much greater and more potentially explosive than the tribal divisions of Libya.  The notion that “the people†of Syria are unanimously united in the desire for instant regime change is even more preposterous.

Electoral democracy is a game played on the basis of a social contract, a general consensus to accept the rule that whoever gets the most votes gets to run the country.  But there are societies where that consensus simply does not exist, where distrust is too great between different sectors of the population. That could very well be the case in Syria, where certain minorities, including notably the Christians and Alawites, have reason to fear a Sunni majority that could be led by Islamists who make no secret of their hostility to other religions.  Still, perhaps the time has come to overcome that distrust and build an electoral democracy with safeguards for minorities.  However, the one sure way to set back such a move toward democracy is a civil war, which is certain to revive and exacerbate hatred and distrust between communities.

Last month, on this site Aisling Byrne called attention to results of a public opinion poll funded by no less than the Qatar Foundation, which cannot be suspected of working for the Assad regime, given the Qatar royal family’s lead position in favor of overthrowing that regime. The key finding was that “while most Arabs outside Syria feel the president should resign, attitudes in the country are different. Some 55% of Syrians want Assad to stay, motivated by fear of civil war – a specter that is not theoretical as it is for those who live outside Syria’s borders. What is less good news for the Assad regime is that the poll also found that half the Syrians who accept him staying in power believe he must usher in free elections in the near future.â€

This indicates a very complex situation.  Syrians want free elections, but they prefer to have Assad stay in power to organize them.  This being the case, the Russian diplomatic efforts to try to urge the Assad regime to speed up its reforms appear to be roughly in harmony with Syrian public opinion.

While the Russians are urging President Assad to speed up reforms, the West is ordering him to stop the violence (that is, order his armed forces to give up) and resign.  Neither of these exhortations is likely to be obeyed.  The Russians would almost certainly like to stop the escalation of violence, for their own good reasons, but that does not mean they have the power to do so.  Their attempts to broker a compromise, decried and sabotaged by Western support to the opposition, merely put them in line to be blamed for the bloodshed they want to avoid.  In a deepening civil war situation, the regime, any regime, is most likely to figure it has to restore order before doing anything else.  And restoring order, under these circumstances, means more violence, not less.

The order to “stop killing your own people†implies a situation in which the dictator, like an ogre in a fairy tale, is busily devouring passive innocents.  He should stop, and then all the people would peacefully go about their business while awaiting the free elections that will bring the blessings of harmony and human rights. In reality, if the armed forces withdraw from areas where there are armed rebels, that means turning those areas over to the rebels.

And who are these rebels?  We simply do not know.  Someone who may know better than we do is Osama bin Laden’s successor as head of al Qaeda, Ayman al-Zawahiri, who is seen on a video urging Muslims in Turkey and neighboring Arab states to back the Syrian rebels.

With uncontrolled armed groups fighting for control, the insistent Western demand that “Assad must step down†is not really even a call for “regime changeâ€.  It is a call for regime self-destruction.

As in Libya, the country would de facto be turned over to rival armed groups, with those groups that are being armed covertly by NATO via Turkey and Qatar having an advantage in hardware.  However, the likely result would be a multi-sided civil war much more horrific than the chaos in Libya, thanks to the country’s multiple religious differences.  But for the West, however chaotic, regime self-destruction would have the immediate advantage of depriving Iran of its potential ally on the eve of an Israeli attack.  With both Iraq and Syria neutralized by internal religious conflict, the strangulation of Iran would be that much easier – or so the Western strategists obviously assume.

At least initially, the drive to destroy the Assad regime relies on subversion rather than outright military attack as in Libya.  A combination of drastic economic sanctions and support to armed rebels, including fighters from outside, notably Libya (whoever they are), reportedly already helped by special forces from the UK and Qatar, is expected to so weaken the country that the Assad regime will collapse.  But a third weapon in this assault is propaganda, carried on by the mainstream media, by now accustomed to reporting events according to the pattern: evil dictator killing his own people.  Some of the propaganda must be true, some of it is false, but all of it is selective.  The victims are all victims of the regime, never of the rebels.  The many Syrians who fear the rebels more than the present government are of course ignored by the mainstream media, although their protests can be found on the internet. A particular oddity of this Syrian crisis is the way the West, so proud of its “Judeo-Christian†heritage, is actively favoring the total elimination of the ancient Christian communities in the Middle East.  The cries of protest that Syrian Christians rely for protection on the secular government of Assad, in which Christians participate, and that they and other minorities such as the Alawites may be forced to flee if the West gets its way, fall on deaf ears.

The story line of dictators killing their own people is intended primarily to justify harsh Western measures against Syria. As in Bosnia, the media are arousing public indignation to force the US government to do what it is in fact already doing: arm Muslim rebels, all in the name of “protecting civiliansâ€.

Last December, US National Security Advisor Tom Donilon said that the “end of the Assad regime would constitute Iran’s greatest setback in the region yet – a strategic blow that will further shift the balance of power in the region against Iranâ€.  The “protection of civilians†is not the only concern on the minds of US officials.  They do think of such things as the balance of power, in between their prayer breakfasts and human rights speeches.  However, concern with the balance of power is a luxury denied less virtuous powers such as Russia and China. Surely the shift in the balance of power in the region cannot be limited to a single country, Iran.  It is meant to increase the power of Israel, of course, but also the United States and NATO.  And to decrease the influence of Russia.  Thrusting Syria into helpless chaos is part of the war against Iran, but it is also implicitly part of a drive to reduce the influence of Russia and, eventually, China.  In short, the current campaign against Syria, is clearly in preparation for an eventual future war against Iran, but also, obscurely, a form of long term aggression against Russia and China.

The recent Russian and Chinese veto in the Security Council was a polite attempt to put a brake on this process. The cause of the veto was the determination of the West to push through a resolution that would have demanded withdrawal of Syrian government forces from contested areas without taking into consideration the presence of armed rebel groups poised to take over. Where the Western resolution called on the Assad regime to “withdraw all Syrian military and armed forces from cities and towns, and return them to their original home barracksâ€, the Russians wished to add: “in conjunction with the end of attacks by armed groups against State institutions and quarters and towns.† The purpose was to prevent armed groups from taking advantage of the vacuum to occupy evacuated areas (as had happened in similar circumstances in Yugoslavia during the 1990s).  Western refusal to rein in armed rebels was followed by the Russian and Chinese veto on Febuary 4.

The veto unleashed a torrent of insults from the Western self-styled “humanitariansâ€.  In an obvious attempt to foster division between the two recalcitrant powers, US spokespersons stressed that the main villain was Russia, guilty of friendship with the Assad regime.

Russia is currently the target of an extraordinary propaganda campaign centered on demonizing Vladimir Putin as he faces an lively campaign for election as President.  A prominent New York Times columnist attributed Russian support to Syria to an alleged similarity between Putin and Assad.  As we saw in Yugoslavia, a leader elected in free multi-party elections is a “dictator†when his policies displease the West. The pathetically alcoholic Yeltsin was a Western favorite despite shooting at his parliament.  The reason was obvious: he was weak and easily manipulated.  The reason the West hates Putin is equally and symmetrically obvious: he seems determined to defend his country’s interests against Western pressure.

The European Union has become the lapdog of the United States. This week the European Union is continuing to impoverish the Greek people in order to squeeze out money, among other things, lent by German and French banks to pay for expensive modern weaponry sold to Greece by Germany and France.  Democracy in Europe is being undermined by subservience to a dogmatic monetary policy.  Unemployment and poverty threaten to destabilize more and more member states.  But what is the topic of the European Parliament’s main monthly political debate this week?  “The situation in Russia.† One can count on orators in Strasbourg to lecture the Russians on “democracyâ€.

American pundits and cartoonists have totally interiorized their double standards, so that Russia’s comparatively modest arms deliveries to Syria can be denounced as cynical support to dictatorship, whereas gigantic US arms sales to Saudi Arabia and the Gulf States are never seen as relevant to the autocratic nature of those regimes (at most they may be criticized on the totally fictitious grounds of being a threat to Israel).  To be “democraticâ€, Russia is supposed to cooperate in its own subservience to Washington, as the United States pursues construction of a missile shield which would theoretically give it a first-strike nuclear capability against Russia, arms Georgia for a return war against Russia over South Ossetia, and continues to encircle Russia with military bases and hostile alliances.

Western politicians and media are not yet fighting World War III, but they are talking themselves into it. And their actions speak even louder than words... notably to those who are able to understand where those actions are leading.  Such as the Russians. The West’s collective delusion of grandeur, the illusion of the power to “make realityâ€, has a momentum that is leading the world toward major catastrophe.  And what can stop it?

A meteor from outer space, perhaps?


=== 2 ===

http://original.antiwar.com/malic/2012/02/10/a-house-of-sand-and-fog/

A House of Sand and Fog


Lies, Revolutions and Wars

by , February 11, 2012

Last summer, as the Sandstorm mistakenly dubbed the “Arab Spring†swept across North Africa, a cadre of professional revolutionaries the Empire created in Serbia bragged about their role in the revolts to some European videographers. Sure, the revolts in Tunisia and Egypt may have begun spontaneously, but Empire-trained activists soon took control and channeled the rage into “regime change.†It’s what they get paid for.

Staging revolts and coups to replace foreign governments with more pliable ones is nothing new; only the techniques have changed, with “democracy activists†replacing Agency assets as the executors. But with the acceleration of information dispersal in the digital age came the shortening of the blowback window as well. It took twenty-six years for Persian resentment at the 1953 ousting of Mossadegh to manifest itself as Khomeini’s Islamic Revolution. Now mere months are enough.

“The Cairo 19â€

Last week, the military government in Cairo – caretakers of the country until the Muslim Brotherhood takes over - arrested some forty-odd “democracy activists,†including 19 Americans. Reactions in Washington ranged from shock to outrage: how dare these foreigners touch the sacred missionaries of Democracy? Sure, these young people get paid big money by the unwitting American taxpayers, to foment unrest and subvert governments the world over, but isn’t that the prerogative of Empire? Isn’t it, like, oppressive and stuff, to prevent Serbian sellouts and sons of American government officials to earn their own private islands?

Even though foreign activism in the electoral process is strictly illegal in America itself, the rest of the world objecting to America interfering in their elections is just, well, “illiberalâ€! That’s what passes for logic in the Empire these days.

Furthermore, the revolution business is booming, quickly becoming the Empire’s major export. Granted, successful businesses are supposed to bring in profit, and the coups around the world are only sowing anti-American resentment – but what’s logic got to do with the thrill of fame and power?

Julija Belej Bakovic, described by the Washington Post as a “former student activist in Serbiaâ€, now heads a regional office of the International Republican Institute (IRI) for Asia. She still believes what happened in Serbia is a “light at the end of the tunnel†for people everywhere. It certainly worked out well for her: she parlayed her “activism†into a well-paid international career. Most of her colleagues are lucky if they have jobs at all, in the “democratic†Serbia turned into a corrupt hellhole by Julija’s revolution that wasn’t.

It brings to mind a saying from Serbia, “What a wise man is ashamed of, the fool parades with pride.â€

By The Numbers

Bolstered by the alleged success of the “Arab Spring,†the Empire set its crosshairs on Moscow. In December last year, “activists†began organizing protest marches and claiming that elections for the Russian federal legislature were stolen. This is a trope right out of the handbook, by the way – and easily disproved by doing actual math and statistics.

While shaken initially, the government of Vladimir Putin has rallied and charged the demonstrators with being foreign mercenaries. Trite but true, the charge resonated in a country stripped to the bone in the 1990s by a quisling regime beholden to the Empire. Nor does it help the Empire’s cause that Russians remember all too well the 2004 “Orange Revolution†in nearby Ukraine.

On February 4, as Empire’s activists rallied in freezing weather at Moscow’s Bolotnaya Square, a much larger crowd gathered to support the government at Poklonnaya Hill. The Western media promptly lied about the size of the demonstrations, but in Russia the difference was clear to anyone with eyes to see: the pro-government demonstrators vastly outnumbered the astroturfers. According to some observers, this may have taken the wind out of the revolutionaries’ sails, at least for now.

The Road to Damascus

Last weekend, Russia and China vetoed a resolution at the UN Security Council that would have backed “regime change†in Syria. Imperial officials predictably denounced this as a “travesty.†But was it?

Back in March 2011, both countries agreed to a resolution (UNSCR 1973) authorizing the no-fly zone over Libya, allegedly to protect innocent civilians. Supposedly, these civilians – or rather, the armed rebellion in Cyrenaica – were threatened by the Libyan air force. Within hours, the resolution became a fig leaf for a massive air campaign and special forces intervention on behalf of an Empire-backed rebellion. The Emperor argued it wasn’t a war but a “kinetic military action.†Is there another kind?

In Libya, the Bosnia scenario played out in fast-forward. Something similar began taking shape in Syria. However, a designated propaganda star of the Syrian revolt was exposed as a hoax early on, while the Libyan expedition took much longer than expected. For a while it seemed the Empire’s next target might be Iran, but currently the war drumline is beating a march to Damascus.

Empire’s moral outrage at Russia and China is hypocrisy at its finest. The warmongers in Washington and London are already bringing up Bosnia and Kosovo - two celebrated “successful†interventions that were nothing of the sort. There is definitely a pattern of aggression at work, but its source is not Assad.

Faced with a belligerent American Empire prone to attacking other countries with flimsy justification (or none at all), conducting drone wars worldwide, and organizing Astroturf revolutions in countries it finds too difficult to invade, it is honestly a miracle that Moscow and Beijing have waited this long.

Trouble in Paradise

Odds are the Chinese and Russian governments hardly think that a UN veto would keep the Empire in check; after all, lack of UN authorization didn’t stop the 1999 Kosovo War, or the 2003 invasion of Iraq. A Russian Navy task force anchored in Syria, however, just might.

Simply put, it is no longer 1999. Actions have consequences, and the Empire has lied, stolen, killed and cheated enough over the past two decades for the rest of the world to take notice and take action. Worst of all, the Imperial officials are actually convinced their actions have created a favorable reality on the ground – where in actuality, they’ve build a house of sand and fog that’s already falling apart.

Last April, the Maldives government – which came to power thanks to the efforts of professional revolutionaries – rewarded the activists with their very own tropical island. But that government is collapsing now, while angry mobs of militant Muslims destroy priceless statues in the museums. An AFP report from the islands includes this aside: “Islam is the official religion of the Maldives and open practice of any other religion is forbidden and liable to prosecution.â€

Some “democracy,†indeed.


=== 3 ===

http://ermeteferraro.wordpress.com/2012/02/04/psy-ops-quando-la-guerra-si-fa-con-le-parole/

PSY...OPS! Quando la guerra si fa con le parole.

=== * ===



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#7278 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Sab 18 Feb 2012 11:35 pm
Oggetto: Orwell e la Siria / 2
jugocoord
Invia email Invia email
 

http://www.disarmiamoli.org/

Perchè non aderiamo alla manifestazione del 19 febbraio sulla Siria

  

Lettera aperta alla Cgil, alla Tavola della Pace e alle associazioni che aderiscono alla manifestazione del 19 febbraio indetta dal Consiglio Nazionale Siriano a Roma.

 

Con questa lettera aperta intendiamo dissociarci nettamente dalla manifestazione indetta dal CNS a Roma per il 19 febbraio e non possiamo condividere le ragioni di quanti aderiscono a quella piattaforma.

Ciò perché non vogliamo assolutamente un'altra guerra “umanitaria†che, come è avvenuto in Libia, sotto la pretesa di proteggere i civili ha scatenato invece la ferocia dei bombardamenti e dell'intervento NATO ed ha aggiunto alla guerra civile, in corso sul terreno, un altro bagno di sangue molto, molto più grande. Crediamo perciò che grazie al veto di Russia e Cina la minaccia di un "intervento umanitario" solo per il momento sia stata scongiurata.

Pensiamo però che sia necessaria una piattaforma di pace alternativa che ,a partire dalla cessazione delle violenze da entrambe le parti (governo e bande armate della cosiddetta opposizione), rivendichi un vero negoziato di pace. Ciò perché il massacro dei civili in corso sul terreno in Siria è frutto di una guerra civile tra due entità armate, come ha dimostrato il rapporto degli osservatori della Lega Araba-censurato dal Qatar- e come dimostrano numerose violenze sui civili, gli attentati terroristici, il cecchinaggio e numerose efferatezze compiute proprio dall'Esercito Siriano di Liberazione di cui è alleato il CNS.

Questo ultimo attribuisce le violenze solo all'esercito governativo e invoca nel volantino del 19 febbraio (e nella piattaforma su cui chiede le adesioni ) “le dimissioni di Assad e del suo staff†e inoltre “la difesa internazionale dei civili secondo lo Statuto dell'ONUâ€, il che equivale a chiedere nei fatti il cambio di regime a mano armata e nuovamente quell'intervento militare internazionale che è stato momentaneamente fermato dal veto in Consiglio di sicurezza dell'ONU. Questa strada porta direttamente alla guerraâ€umanitaria†della NATO contro la Siria ed a legittimare l'intervento militare già in atto in Siria con truppe della Turchia, del Qatar, della Libia, dell'Arabia Saudita e di tutte le petrolmonarchie del Golfo che stanno da tempo fomentando la guerra, appoggiando con mezzi militari e mediatici l'opposizione armata in Siria.

L'esperienza delle cosiddette guerre umanitarie dell'ultimo quindicennio ci ha insegnato che nessuna retorica dei diritti umani o di “contingenti necessità†può mascherare la realtà della guerra con i suoi lutti e le sue devastazioni senza fine. L'unica strada per fermare il massacro di civili è quella di fermare le violenze, non di amplificarle invocando l'intervento occidentale.

Invitiamo pertanto tutte le associazioni che ripudiano la guerra a dissociarsi apertamente dal CNS e dalla sua piattaforma.

 

Alleghiamo alla presente lettera:
a) una scheda informativa sul CNS con l'indicazione delle fonti;
b) un estratto in italiano del rapporto degli osservatori della Lega Araba;
c) la piattaforma di pace da noi proposta.

 

FIRME:

 

RETE NOWAR, PEACELINK, WILPFITALIA, UNPONTEPER, STATUNITENSI CONTRO LA GUERRA FIRENZE, U.S. CITIZENS FOR PEACE AND JUSTICE, RETE DISARMIAMOLI, CONTROPIANO, ASSOCIAZIONE NAZIONALE DI AMICIZIA ITALIA-CUBA circolo di Roma, ASSOCIAZIONE AMICI DELLA MEZZALUNA ROSSA PALESTINESE.

 

 


a)

SIRIA. l Cns (Consiglio nazionale siriano organizzatore della manifestazione del 19 febbraio a Roma) e le violenze su civili e militari


 

Marinella Correggia

 

E’ stato il nuovo governo della Libia, frutto della guerra della Nato, il primo a riconoscere già lo scorso ottobre come “legittimo rappresentante del popolo siriano†il Consiglio nazionale siriano (Cns), in inglese Syrian National Council (http://latimesblogs.latimes.com/world_now/2011/10/syria-libya-opposition.html). Il Cns a sua volta aveva riconosciuto il Cnt libico già prima della conquista di Tripoli.

Del resto, come ricorda Mustafa el Ayoubi su Confronti, nel 2011 “nell’ambito della Lega araba, la Siria aveva votato contro l’intervento militare in Libia. Era insomma un regime scomodo, non per il fatto che fosse anti-democratico ma perché anti-americanoâ€. Così poco dopo, puntualmente scoppia una rivolta in Siria, “il 17 marzo a Daraa, una piccola città di 75mila abitanti. Non è stata una rivolta pacifica in quanto molti insorti erano armati e non esitavano a sparare sui civili e sulle forze dell’ordineâ€.

Il Cns, basato in Turchia (ma il suo leader Bhuran Ghalioun vive a Parigi da decenni; sostiene però di rappresentare l’80% dei siriani), il Cns, attraverso i suoi “osservatori sui diritti umani†da Londra e i cosiddetti “Comitati di coordinamento localeâ€, è la fonte quasi esclusiva delle notizie pubblicate sui media che accreditano la versione di una “rivolta a mani nude contro il dittatoreâ€. Peraltro c’è uno scontro interno fra “attivisti†che si accusano reciprocamente (vedi la Seconda puntata di questa serie).

A differenza dell’altra opposizione che vuole il negoziato e non accetta la lotta armata né l’ingerenza, il Cns rifiuta ogni possibile negoziato e mediazione (come il Cnt libico, a suo tempo). Non ne ha bisogno, perché ha trovato molti alleati fra i paesi occidentali e petromonarchici, ai quali ha chiesto da tempo l’imposizione di una no-fly zone “per la protezione dei civili†(per esempio in ottobre: http://globalpublicsquare.blogs.cnn.com/2011/10/11/time-to-impose-a-no-fly-zone-over-syria/; e in gennaio: http://www.wallstreetitalia.com/article/1307700/siria-opposizione-invoca-intervento-onu-serve-no-fly-zone.aspx). Del resto come vari analisti hanno spiegato, anche nel caso siriano la no-fly zone non avrebbe senso e dovrebbe piuttosto sfociare in un vero e proprio sostegno aereo anti-governativo o Cas (close air support).

Il Cns ha stretto in dicembre un patto di collaborazione (http://www.nytimes.com/2011/12/09/world/middleeast/factional-splits-hinder-drive-to-topple-syrias-assad.html?_r=1&pagewanted=all) con il cd Esercito siriano libero (Free Syrian Army-Fsa).

Il rappresentante del Cns in Italia e organizzatore della manifestazione a Roma del prossimo 19 febbraio (che ha già avuto diverse adesioni di associazioni italiane) è Mohammed Noor Dachan. Sul sito del Syrian National Council risulta affiliato come appartenente alla Muslim Brotherhood Alliance (http://www.syriancouncil.org/en/members/item/241-mohammad-nour-dachan.html). Egli sostiene che la Fsa è formata da “soldati, sottufficiali e ufficiali che hanno scelto di rifiutare di sparare alla gente comune disarmata e non è un esercito di guerra, ma ha solo l'obiettivo di difendere le manifestazioniâ€. La realtà appare molto diversa.

Il cd Esercito libero appare responsabile di uccisioni di soldati e civili siriani (ci sono elenchi nominativi documentati, vedi puntata 3 di questo dossier) e atti di sabotaggio e terrorismo. Anche a Homs nella fase attuale (http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/7707-homs-un-testimone-racconta-il-terrore-gruppi-armati-non-damasco.html). Lo stesso il giornalista francese Jacquier è stato ucciso da gruppi armati dell’opposizione, secondo quanto raccolto da Le Figaro presso gli stessi osservatori della Lega Araba. Venerdì 10 febbraio, decine di morti in esplosioni ad Aleppo: la Fsa prima rivendica (“una risposta ai bombardamenti di Homs†dichiarava all’agenzia spagnola Efe il colonnello Riad Assad) poi smentisce e infine costruisce un’altra narrazione: surrealmente dichiarando ad Al Jazeera che effettivamente il gruppo ha attaccato Aleppo e le due basi militari con razzi e altro per “proteggere i civili che sarebbero scesi in piazzaâ€, ma che gli attentati sono avvenuti dopo il ritiro dei suoi uomini. Secondo il McClatchi Newspaper, dietro i terroristi ad Aleppo c’è Al Qaeda. Del resto, leggiamo su TMNews, il leader di al Qaida, Ayman al-Zawahiri, ha espresso il suo sostegno alla ribellione siriana contro un regime definito antislamico, in un messaggio video diffuso su alcuni siti internet islamici: lo ha reso noto il centro di sorveglianza informatica Site. La stessa solidarietà a suo tempo espressa ai “ribelli†libici.

E il Ministro degli Interni dell’Iraq ha annunciato all’Agence France Press che molti jihadisti iracheni stanno andando in Siria. Nelle stesse ore la Lega Araba di cui l’Iraq fa parte ha deciso di chiedere alla “comunità internazionale†più sostegno per l’opposizione (che è armata).

Alla tivù satellitare saudita pro.opposizione al-Arabyiya, Ammar Alwani della Fsa dichiara: “Ogni soldato e ufficiale sono nostro obiettivoâ€; e “colpiremo Damascoâ€; poi l’inviato della tivù lo corregge e imbocca: “Vuol dire che colpirete obiettivi militari, non civili, vero?â€.

 
Mentre la Turchia offre la base logistica alla Free Syrian Army, Qatar, Gran Bretagna e altri paesi non fanno mistero del loro appoggio “diplomatico†e finanziario e in armi; a metà gennaio lo sceicco Bin Khalifa Thani ha dichiarato la volontà di mandare truppe. E un video darebbe atto di una conversazione fra un militare israeliano e un armato della Fsa. Inglesi e francesi hanno confermato di aver mandato unità ad assistere i rivoltosi. Sono state scoperte armi inglesi avviate clandestinamente. Sul suolo siriano sono già operativi commandos e forze speciali. L’obiettivo è di creare delle “zone liberate†così da rendere legittimo l’intervento “umanitario†esterno. Uno scenario di destabilizzazione.


Da tempo l’opposizione siriana ottiene quotidianamente partite di armi (http://rt.com/news/syria-opposition-weapon-smuggling-843/). Obama chiede apertamente di sostenere gli armati anti-Assad e pensa di replicare i successi libici: nessun uomo, nessun morto, ma consiglieri e molti soldi. Fonti americane rivelano al Times un piano in fase di elaborazione da parte di Stati Uniti e alleati per armare i ribelli. Indiscrezioni che si incrociano con quelle del Guardian sulla presunta presenza di reparti speciali britannici e americani al fianco degli insorti. A Homs truppe inglesi e qatariote dirigono l’arrivo di armi ai ribelli e consigliano sulle tattiche della battaglia, secondo il sito israeliano Debka file (ne riferisce la RT, Russian Tv).

Del resto l’estate scorsa John Negroponte è arrivato all’ambasciata Usa a Damasco; quello stesso Negroponte che organizzò le squadre della morte in San Salvador che uccisero il Vescovo Oscar Romero; e che a Bagdad organizzò squadre della morte a danno degli iracheni.

A queste indiscrezioni la Russia ha reagito affermando che si tratta di informazioni ''allarmanti'', secondo il portavoce del ministero degli Esteri, Aleksandr Lukashevich (http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/siria-homs-strage-senza-fine-times-piano-1113360/www.peacelink.it).


Poi ci sono i mercenari libici. A dicembre il presidente del Consiglio nazionale siriano Burhan Ghalioun incontra a Tripoli i nuovi dirigenti. E scatta il piano che porta diverse centinaia di volontari libici in Siria, sparpagliati tra Homs, Idlib e Rastan (http://www.corriere.it/esteri/12_febbraio_10/olimpio-siria-insorti_a9528996-53da-11e1-a1a9-e74b7d5bd021.shtml). La missione è coordinata dall’ex qaedista Abdelhakeem Belhaj, figura di spicco della nuova Libia, e dal suo vice Mahdi Al Harati.
 

Intanto il sito di petizioni Avaaz, dopo aver diffuso per la Libia notizie di bombardamenti su civili (http://www.avaaz.org/it/libya_stop_the_crackdown_eu) in seguito ampiamente smentite, invita alla "battaglia mondiale" per la Siria dicendo: "Questo è il culmine della primavera araba e della battaglia mondiale contro i despoti sanguinari.

In conclusione, ecco quanto denuncia la stessa opposizione non armata (nelle parole di un esponente che preferiamo non citare per tutelarlo) “il Cns sembra fare il gioco degli sceicchi e del petrolio, sono in maggioranza fratelli musulmani che se ne fregano della democrazia e sanno benissimo che la Siria è abbastanza laica per poter arrivare al potere in modo democratico, non arriveranno senza armi, perciò stanno facendo di tutto per armare la rivoluzione, da altro canto, c'è la Turchia che si sente la nostalgia attraverso il partito di Erdogan per ottomanizzare la regione contro un'Europa ancora ostile nei suoi confronti. Non dimentichiamo che la rivoluzione siriana è la più importante in assoluto nel caso un probabile successo. Gli sceicchi del Golfo Persico temono per il futuro della loro monarchie basate comunque sulla dittatura e sull'ingiustiziaâ€.

 


b) 

Oggetto: Rapporto degli Osservatori della Lega Araba in Siria (alcuni estratti)

 
 

La traduzione completa è disponibile al link http://www.peacelink.it/conflitti/a/35517.html.

Fonte: Il Rapporto in lingua inglese è qui http://www.innercitypress.com/LASomSyria.pdf

 


VI. L'attuazione del mandato della Missione nell'ambito del protocollo

24. Il capo della missione sottolinea che la valutazione in termini di disposizioni del protocollo riassume i risultati dei gruppi, come trasmesso dai leader del gruppo in occasione della riunione con il capo della Missione il 17 gennaio 2012.

A. Monitoraggio e osservazione della cessazione di ogni violenza da tutte le parti in città e residenziali aree

25. All’assegnazione delle loro zone di lavoro e come punto di partenza, gli osservatori sono stati testimoni di atti di violenza perpetrati da forze governative e ad uno scambio di fuoco con elementi armati a Homs e Hama. Come risultato delle insistenze della missione per una totale fine della violenza e il ritiro di veicoli e attrezzature dell'esercito, questi sono stati ritirati. I rapporti più recenti della missione indicano una situazione considerevolmente più calma su entrambe le parti in campo.

26. A Dera'a e Homs, la Missione ha visto gruppi armati commettere atti di violenza contro le forze governative, causando morti e feriti nelle loro file. In certe situazioni, le forze governative hanno risposto agli attacchi condotti con forza contro di loro. Gli osservatori hanno notato che alcuni dei gruppi armati stavano usando razzi e proiettili perforanti.

27. A Homs, Hama e Idlib, le missioni degli osservatori hanno assistito ad atti di violenza commessi contro Forze governative e civili, che hanno causato diversi morti e feriti. Esempi di tali atti includono il bombardamento di un autobus di civili, che ha  ucciso otto persone e ferito altri, tra cui donne e bambini, e il bombardamento di un treno che trasportava gasolio. In un altro incidente a Homs, un autobus della polizia è stato fatto saltare in aria, uccidendo due ufficiali di polizia. Sono stati bombardati anche una conduttura di carburante e alcuni piccoli ponti. 

28. La Missione ha osservato che molti partiti hanno riferito falsamente di esplosioni o di violenze si erano verificate in diverse località. Quando gli osservatori sono andati in quei luoghi, hanno scoperto che quei rapporti erano infondati.

29. La Missione ha inoltre osservato che, secondo le squadre in campo, i media hanno esagerato la natura degli incidenti,  il numero di persone uccise in incidenti e le  proteste in alcune città.

B. Si sta controllando che i servizi di sicurezza siriani e i così chiamati “shabiha gangs†non ostacolino le manifestazioni pacifiche

30. Secondo gli ultimi rapporti ed incontri della “Head of the Mission†il 17 gennaio 2012 durante la preparazione di questa relazione, i leader del gruppo hanno testimoniato manifestazioni pacifiche sia da parte dei sostenitori del governo, sia dall’opposizione in numerosi luoghi.
Nessuna delle manifestazioni è stata interrotta, a eccezione di alcuni scontri minori con la Mission e tra i conservatori e l’opposizione. Questi non hanno avuto conseguenze fatali dall’ultima presentazione prima dell’incontro dell’8 gennaio 2012 della Commissione Ministeriale Araba sulla situazione in Siria.

31. Le relazioni e gli incontri dei leader del gruppo affermano che i cittadini affini all’opposizione circondano la Mission al suo arrivo e usano l’incontro come barriera contro i servizi della sicurezza. Comunque, tali incidenti sono gradualmente diminuiti.

32. La Missione ha ricevuto alcune richieste dai sostenitori dell’opposizione a Homs e Deraa affinché rimanga sul luogo e non parta, qualcosa che potrebbe essere attribuito alla paura dell’attacco dopo la partenza della Missione.


C. Si sta verificando la liberazione dei trattenuti durante gli eventi attuali

33. La Missione ha ricevuto relazioni dai partiti esterni alla Siria indicando che il numero di trattenuti era di 16.237. Si ricevono anche informazioni dall’opposizione interna al paese secondo cui il numero dei trattenuti era 12.005. Convalidando i numeri, le squadre sul campo hanno scoperto che c’erano alcune discrepanze fra le liste, che le informazioni erano errate e inaccurate, e che i nomi erano ripetuti. La Missione sta comunicando con le agenzie del Governo interessate per confermare tali numeri.

34. La Mission ha inviato al governo siriano tutte le liste ricevute dall’opposizione siriana interna ed esterna alla Siria. Secondo il protocollo, è stato richiesto il rilascio dei trattenuti.

35. Il 15 gennaio 2012, il presidente Bashar Al-Assad ha emesso un decreto legislativo che garantisce un’amnistia generale per i crimini commessi nel contesto degli eventi dal 15 marzo 2011 tramite l’emissione del decreto. Durante l’attuazione dell’amnistia, le autorità governative competenti si stanno periodicamente liberando dei trattenuti nelle varie regioni fintanto che essi non sono ricercati per altri crimini. La Missione sta supervisionando i rilasci  e sta monitorando il processo insieme all’ attiva e piena coordinazione del Governo.

36. Il 19 gennaio 2012, il governo siriano ha affermato che 3.569 prigionieri sono stati liberati dai servizi di persecuzione militari e civili. La Missione ha verificato che 1.669 di quei trattenuti finora sono stati liberati. Si continua ad esaminare ulteriormente insieme al Governo e all’opposizione, facendo notare al Governo che i trattenuti dovrebbero essere liberati alla presenza di osservatori così che l’evento possa essere documentato.

37. La Missione ha convalidato i seguenti numeri per un numero totale di trattenuti che il governo Siriano ha finora affermato di aver liberato:
-    Prima dell’amnistia: 4.035
-    Dopo l’amnistia: 3.569
Il Governo ha perciò sostenuto che 7,604 prigionieri sono stati liberati.

38. La Missione ha verificato il corretto numero di prigionieri liberati, e si è arrivati ai seguenti numeri:
- Prima dell’amnistia: 3.483
- Dopo l’amnistia: 1.669
Il numero totale dei rilasciati confermati è perciò 5.152. La Missione sta continuando a monitorare il processo e a comunicare con il Governo Siriano per il rilascio dei prigionieri rimasti.

D. Si conferma il ritiro della presenza militare dai quartieri residenziali in cui ci sono e ci sono state manifestazioni e proteste

39. Sulla base delle relazioni dei leader del team sul campo e dall’incontro tenutosi il 17 gennaio 2012 con tutti i team-leader, la Missione ha confermato che i veicoli militari, i carri armati e armi pesanti sono stati ritirati dalle città e dai centri residenziali. Sebbene ci siano ancora alcune esistenti misure di sicurezza sotto forma di argini e barriere di fronte ai palazzi più importanti e nelle piazze, tutto ciò non ha effetto sui cittadini. Si deve notare che il Ministero della Difesa Siriano, in un incontro con “The Head of the Mission†che si è svolto il 5 gennaio 2012, ha affermato la sua prontezza nell’accompagnare “The Head of the Mission†in tutti i luoghi e città designate da questi ultimi e nei luoghi in cui secondo la Missione si sospetta che la presenza militare non sia ancora sparita, in vista dell’invio degli ordini sul campo e rettificando ogni violazione immediatamente.

40. Veicoli blindati (truppe militari) sono presenti in alcune barriere. Una di queste barriere si trova a Homs e anche a Madaya, Zabadani e Rif Damascus. La presenza di questi veicoli è stata riferita e di conseguenza sono stati ritirati da Homs. E’ stato confermato che i residenti di Zabadani e Madaya hanno raggiunto un accordo bilaterale con il governo in modo che direzioni la rimozione di tali barriere e veicoli.

E. Si conferma il riconoscimento da parte del governo siriano delle organizzazioni internazionali e arabe dei media e che a tali organizzazioni è permesso di muoversi liberamente ovunque in Siria

41. Parlando a nome del Governo, il Ministero Siriano dell’Informazione ha confermato che, dall’inizio di dicembre 2011 al 15 gennaio 2012, il Governo ha autorizzato 147 organizzazioni mediatiche arabe e straniere. Alcune di queste 112 organizzazioni sono entrate in territorio siriano, unendosi alle altre 90 accreditate organizzazioni che operano in Siria tramite i corrispondenti a tempo pieno.

42. La Missione ha esaminato questo problema. Sono stati identificati 36 organizzazioni mediatiche arabe e straniere e diversi giornalisti dislocati in un gran numero di città siriane. Sono state ricevute anche lamentele secondo cui il Governo siriano ha concesso ad alcune organizzazioni mediatiche l’autorizzazione ad operare per 4 giorni soltanto, tempo non sufficiente, soprattutto secondo le organizzazioni. Inoltre, per impedire che essi entrino nel paese fintanto che le loro destinazioni non vengono accertate, ai giornalisti è stato richiesto di ottenere ulteriori autorizzazioni una volta entrati nel paese e gli è stato impedito di raggiungere determinate zone. Il Governo Siriano ha confermato che garantirà alle organizzazioni mediatiche sul campo dei permessi validi per 10 giorni, con la possibilità di rinnovo.

43. Relazioni ed informazioni da alcuni settori (gruppi) indicano che il Governo ha imposto restrizioni sul movimento dei media nelle zone dell’opposizione. In molti casi, tali restrizioni hanno causato ai giornalisti ritardi nello svolgimento del proprio lavoro.

44. A Homs, un giornalista francese che lavorava per il canale 2 francese è stato ucciso e un giornalista belga è stato ferito. Il Governo e l’opposizione si accusano a vicenda della responsabilità per gli incidenti, e da entrambi i lati vengono pubblicate dichiarazioni di condanna.  Il Governo ha istituito una commissione investigativa in modo da determinare la causa dell’incidente.Si può notare nelle relazioni della Missione da Homs, che il giornalista francese è stato ucciso da una bomba da mortaio dell’esercito dell’opposizione.




c)

PIATTAFORMA DI PACE

1. Cessate il fuoco e fine di ogni violenza da entrambe le parti in conflitto.

 

2. Condanna di ogni ingerenza militare esterna, diretta e indiretta, o minaccia dell'uso della forza e rispetto della sovranità nazionale della Siria nelle forme garantite dalla Carta dell'Onu. 

 

3. Rinnovo della missione degli osservatori internazionali che comprenda mediatori neutrali di alto profilo etico nonché attivisti per la pace e i diritti umani, con compiti di verifica delle informazioni sulle violenze, di individuazione dei responsabili delle violenze e di risoluzione nonviolenta dei conflitti

 

4. Richiesta di una commissione indipendente nominata dalla Assemblea Generale dell'ONU per l'accertamento delle reponsabilità dlle violenze-da qualunque parte siano provenute-al fine di applicare le norme delle Convenzioni internazionali a tutela dei diritti umani.

 

5. Sostegno al progetto di referendum e libere elezionicon la presenza di osservatori internazionali accettati dalle parti.

 

6. Il Governo e il Parlamento d'Italia agiscano come ponte di pace e come fautori di mediazione in piena conformità con l'art.11 della Costituzione italiana e secondo il principio di trasparenza del dibattito parlamentare.

 

Riteniamo necessario che tutte le associazioni pacifiste e della società civile che appoggiano la pace e la riconciliazione per il popolo siriano siano realmente neutrali tra le parti e non affianchino organizzazioni come il CNS che in questo momento approvano l'insurrezione armata in Siria.


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#7279 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Lun 20 Feb 2012 11:50 am
Oggetto: Visnjica broj 885
jugocoord
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(srpskohrvatski / english)

GERMAN COLONIAL GOUVERNEUR TEACHES N.A.T.O. LANGUAGE TO SERBS


[Nel corso di una conferenza sulla annessione della Serbia alla NATO, tenuta a Belgrado alla fine dello scorso ottobre, il governatore coloniale tedesco, Wolfram Maas, ha esortato la popolazione serba a parlare la lingua della NATO. Per esempio, d'ora in poi i bombardamenti della NATO non dovrebbero più essere definiti "bombardamenti della NATO" perché i bambini potrebbero farsi delle idee sulla stessa NATO ed il suo ruolo passato e presente. Questo non è consentito in un paese-colonia quale è oggi la Serbia, tantomeno in previsione della sua formale annessione alla NATO. (IS)]



13 years since the start of the NATO aggression against Serbia (FRY)(SRY)!!!

Germany's ambassador to Serbia, Wolfram Maas:

Serbs must explain to their children that 78 days of the NATO bombardment in 1999 was justified, so that they would not hate the Atlantic Alliance. ...

At a press conference in Belgrade regarding NATO, Germany's ambassador to Serbia, Wolfram Maas, said Serbs must explain to their children that the bombardment [78 days in 1999] was justified, so that they won't hate the Atlantic Alliance. "I must criticize government figures in Belgrade who continue to use expressions like 'NATO bombing'. "

Imagine you are walking down Knez Milosh street and your child asks you 'Daddy, who did this?' You answer him 'NATO'. And what do you expect that child to think about NATO? "

"That's not," Maas explained, "like when I was a boy in Germany and looked at the ruins in my city. I did not hate the one who had done that, because there were people who could tell me why he did that."

Besides, he insisted, "this country is much different than three years ago, when hooligans attacked my embassy.

"For me It was heart-warming to see the Democratic Party, the Serbian National Party, the Socialist Party of Serbia, G17 and Liberal Democratic Party assembled with Guido Westerwelle and declare in solidarity that integration in the EU is priority Number One."

"That," declared Ambassador Maas, " is fantastic progress in comparison to three years ago." He stressed that the questions of the EU and NATO are connected.

"In the case of Serbia, it is logical that she should first become a member of the EU, then in stages become a NATO member. And it is logical, after a given period of time, that an EU member should become a member of NATO. Serbia's NATO membership is not a question of 'if', but 'when'," according to the ambassador.

Maas attended a conference "Serbia, the Western Balkans and NATO -- by 2020," convening leading pro-NATO forces in Serbia, as well as the ambassadors of the US, Germany and the head of the EU delegation to Serbia, Vincent Degert. (October 28th, 2011.)



http://www.beoforum.rs/forum-prenosi-beogradski-forum-za-svet-ravnopravnih/303-volfram-mas-wolfram-maas-uoci-13-e-godisnjice-pocetka-agresije-nato-protiv-srbije.html

Уочи 13-е годишњице почетка агреÑије ÐÐТО против Србије (СРЈ)!!!

ÐемаÄки амбаÑадор у Србији Волфрам МаÑ:

Срби морају Ñвојој деци да објаÑне да је бомбардовање ÐÐТО 1999. било иÑправно

 

Ðемачки амбаÑадор у Србији Волфрам ÐœÐ°Ñ Ð¸Ð·Ñ˜Ð°Ð²Ð¸Ð¾ је на конференцији о ÐÐТО у Београду да Срби морају Ñвојој деци да објаÑне да је бомбардовање било иÑправно, како она у будућноÑти не би мрзела ÐтлантÑку алијанÑу.

“Морам да критикујем влаÑти у Србији што и Ñаме још увек кориÑте термине попут “ÐÐТО бомбардовањаâ€. ЗамиÑлите да шетате улицом Кнеза Милоша и да Ð²Ð°Ñ Ð²Ð°ÑˆÐµ дете упита: “Тата, ко је ово урадио?â€. Ви ћете му одговорити: “ÐÐТОâ€. И шта онда очекујете од тог детета да миÑли о ÐÐТО? За разлику од тога, ја Ñам као младић у Ðемачкој гледао рушевине у мом граду, али ја ниÑам мрзео оног ко је ту учинио јер је било оних који Ñу могли да ми кажу заÑшо је то учиниоâ€, изјавио је МаÑ.

Он је иÑтакао да је, и поред тога, “ова земља много другачија него пре три године, када Ñу хулигани напали моју амбаÑадуâ€.

“Било ми је топло око Ñрца када Ñам видео Ð”ССÐССПСГ17 Ð¸ Ð›Ð”П Ð½Ð° ÑаÑтанку Ñа Гвидом ВеÑтервелеом како Ñложно изјављују да им је интеграција у ЕвропÑку унију приоритет број један. То је фантаÑтичан напредак у одноÑу на пре три годинеâ€, иÑтакао је МаÑ.

Он је инÑиÑтирао на томе да Ñу питања ЕУ и ÐÐТО повезана.

“У Ñлучају Србије, логично је да прво поÑтане чланица ЕУ, па тек онда на Ñредње и дуже Ñтазе поÑтане чланица ÐÐТО. Логично је да једна чланица ЕУ поÑле одређеног времена поÑтане чланица ÐÐТО. Питање чланÑтва Србије у ÐÐТО није “да ли†него “кадаâ€, оценио је немачки амбаÑадор.

ÐœÐ°Ñ Ñ˜Ðµ учеÑтвовао на конференцији “Србија, Западни Балкан и ÐÐТО – ка 2020. години†која је окупила водеће про-ÐÐТО Ñнаге у Србији, амбаÑадоре СÐД и Ðемачке и шефа делегације ЕУ у Србији ВенÑана Дежера. (28. октобар 2011.)


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#7280 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Lun 20 Feb 2012 7:26 pm
Oggetto: Da Gene Sharp ad Avaaz, come si aggrediscono i paesi sovrani
jugocoord
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Da Gene Sharp ad Avaaz, come si aggrediscono i paesi sovrani

1) Come si abbattono i regimi - di Giulietto Chiesa
2) Sostenere il governo USA senza saperlo: il grave esempio di “Avaaz†- dal sito sinistra.ch


=== 1 ===

http://www.megachip.info/tematiche/democrazia-nella-comunicazione/7755-come-si-abbattono-i-regimi.html


Come si abbattono i regimi


Raramente scrivo recensioni. In genere, quando non sono costretto a farlo da ragioni di convenienza, o per soddisfare le pretese di autori molto insistenti, scrivo di libri che mi piacciono, o che intendo proporre ad altri lettori perchè li ritengo utili, o perchè offrono angoli visuali originali. 
In questo caso il libro in questione non mi è piaciuto per niente. Anzi l’ho trovato irritante. Il suo autore è sostanzialmente un poveraccio (intellettualmente parlando s’intende), che esce come un pulcino inzuppato di ideologia – intesa come falsa coscienza – dalla lavatrice del pensiero unico. Un esegeta, dunque, della Matrix in cui ha vissuto, del tutto incapace di vedere i suoi confini. Una specie di protagonista da “Truman showâ€, ma privato di ogni possibilità di redenzione.

Perchè ne scrivo, dunque? Perchè – come avrebbe detto Leonardo Sciascia – il contesto che rappresenta è straordinariamente interessante, ricco di informazioni su come si pensa, cosa si pensa, come si agisce nei centri della sovversione, quei posti dove vengono elaborate le vere strategie e tattiche rivoluzionarie dei tempi moderni. Tempi in cui, per essere precisi, le rivoluzioni le fa il Potere, non i rivoluzionari d’un tempo, non i mitici anarchici, non i popoli, non i partiti, non i soviet, o comunque si siano chiamati in passato, fino al secolo XX incluso.

E qui è subito opportuna una serie di notazioni non a margine. Forse utile per quei lettori che ancora pensano, appunto, con le categorie dei tempi andati; di quelli che, non essendosi aggiornati, non avendo fatto alcuno sforzo per capire quali cambiamenti sono intervenuti nei rapporti di forza, nelle dinamiche economiche e sociali, nei sistemi di informazione e comunicazione, nelle tecnologie della manipolazione, continuano ad applicare le teorie rivoluzionarie dell’epoca delle lotte di classe così come fu descritta, e creata, a partire dalla rivoluzione francese. 
Ma queste note a margine, che sono la ragione vera per cui scrivo queste righe, potrebbero forse servire anche per coloro che rivoluzionari non sono, e non intendono essere, ma che semplicemente non hanno mai provato a cimentarsi intellettualmente con il problema del Potere. E, essendo totalmente impreparati a farlo, non sono capaci di capire come il Potere agisce per mantenere se stesso. Con quale ferocia, un Potere – ferocia tanto più grande quanto più grande è questo potere – usa gli strumenti dei quali dispone. Il Potere non è mai “dilettanteâ€. E’ un mestiere. E agisce sempre per la vita o per la morte.

Ora gl’intellettuali sono spesso inclini a ragionare proiettando sugli altri la loro visione del mondo. Quando lo fanno sulle persone prive di potere commettono sempre dei guai, ma talvolta questi guai sono di secondaria importanza, perchè  le persone normali non hanno potere. Ma quando questa proiezione si esercita nei confronti del Potere, essa può divenire esiziale, sia per chi la fa (cioè per gl’intellettuali stessi), sia per chi ci crede, cioè per i lettori dei loro libri, dei loro scritti, dei loro articoli, delle loro conferenze.

Se dunque tu cercherai di descrivere una lotta politica del Potere contro i suoi antagonisti come se fosse una partita di scopone, probabilmente finirai male (soprattutto se sei dalla parte degli oppositori al Potere). Il quale non gioca a carte, se si sente in pericolo: liquida, squalifica, esclude, se necessario uccide. Questo dettaglio sfugge alla gran parte degl’intellettuali e a quasi tutti i giornalisti. Quelli, tra questi ultimi, cui non sfugge, di regola si mettono dalla parte del Potere e così smettono di giocare a carte anche loro. Gli altri, i maggiormente stupidi, continuano a giocare a carte, essendo spesso utili a impedire a tutti gli altri di capire cosa fa il Potere. Questo spiega perfettamente perchè il libro di Gene Sharp è stato scritto: per loro.

Ovvio che con quelle categorie interpretative autoreferenti, non solo non si può vincere niente, ma non è più nemmeno possibile capire chi attacca e chi si difende, dov’è il campo di battaglia, chi sono i contendenti. Quando si discute con questi orfani della ragion politica non è difficile rendersi conto, per esempio, che questo vacuum quasi assoluto di analisi porta spesso costoro a pensare di essere all’offensiva su inesistenti tenzoni, mentre stanno subendo sconfitte clamorose nei campi reali dove la battaglia è in corso, ma dove loro non ci sono. Appunto perché sono altrove. I mulini a vento sono ciò che vedono questi Don Chisciotte modernissimi. La differenza tra loro e il loro prototipo consiste in un solo, enorme dettaglio. Quello della Mancia sognava per conto proprio. Questi sono stati ipnotizzati dal Potere, e vengono condotti per mano dove questo vuole.

Il libro è, in sostanza, la descrizione di come l’Impero, morente, diventa sovversivo per difendersi. E’ un manuale della “rivoluzione regressivaâ€: l’unica rivoluzione esistente, che segnerà gli ultimi decenni che precedono il crash finale di questo sistema. Il quale, non avendo più futuro, è costretto a pensare a ritroso. E lo fa utilizzando l’ultimo strumento che ha a disposizione: le tecnologie. E’ per questo che riesce ad apparire moderno agli occhi di milioni di giovani, che – immersi come sono nella Grande Piscina dei Sogni e delle Menzogne  – non riescono a guardare “fuori†e a vedere la complessità della manipolazione cui sono soggetti.

 

L’autore si chiama Gene Sharp e non è un ragazzino, visto che è classe 1928. Come abbia vissuto fino ai giorni nostri è faccenda non misteriosa. Basta guardare su Wikipedia la sua modesta carriera di sovversivo.

In questa specialità emerge al termine di una lunga vita nell’ombra, pubblicando un libro il cui titolo originale – â€œFrom Dictatorship to Democracy†– richiama subito alla memoria Francis Fukuyama, quello della “fine della storiaâ€. L’editore italiano è Chiarelettere, per altri aspetti benemerito, ma in questo caso completamente abbacinato anch’esso dall’ideologia imperiale.

I confini di Matrix, come sappiamo, sono vasti e appiccicosi. Nell’ultima di copertina l’editore italiano ci informa che Sharp “è ritenuto tra i principali ispiratori delle rivoluzioni che stanno sconvolgendo il mondo araboâ€. Definizione riduttiva. In realtà Gene Sharp (diciamo la sua scuola di pensiero, sebbene chiamarla in questo modo faccia correre qualche brivido nella schiena) è l’ispiratore di tutte le esportazioni della democrazia americano-occidentale dell’ultimo trentennio. Di quelle innescate e vinte, come di quelle tentate e perse. E’ bene ricordarlo, perchè nonostante il Potere sia l’unico rivoluzionario esistente, non è detto che le rivoluzioni che tenta le vinca tutte. Qualche volta le perde. Comunque Sharp è  il profeta, appunto, delle “rivoluzioni regressiveâ€. Per questo merita tutta l’attenzione da parte nostra, di noi che siamo le sue vittime, i suoi bersagli.

Lui, di sè, dice: “Ero a Tien an men quando i carri armati ci sono venuti addosso†(La Repubblica, 17 febbraio 2011). Capito dove stava? Forse era lui quel giovanotto che fermò la colonna dei carri armati sotto l’Hotel Pechino. A quanto pare fu dappertutto. C’era lui dovunque sorgessero le rivoluzioni , come i funghi, specie dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Sicuramente Gene Sharp era anche quel rude picconatore che sgretolava a martellate il famoso Muro di Berlino. E’ stata la sua tavolozza a fornire i colori delle varie rivoluzioni del ventennio passato, da Belgrado a Tirana, a Pristina a Kiev, a Tbilisi. Quando Gene Sharp non era presente di persona, sembra di capire che “ispirava†da lontano.

Il libro risulta tradotto in quasi trenta lingue, sicuramente in arabo, in russo e in cinese. E si capisce il perché, leggendolo. Perché le centrali sovversive guardano già a Mosca e  San Pietroburgo, a Pechino e Shanghai. Si capisce anche che contenga qualche contraddizione, come accade a tutti i bestsellers. La tesi centrale  del libro è che ogni dittatura può essere abbattuta, “purchè la ribellione nasca dall’internoâ€. Ovvero: purchè sembri che essa nasca dall’interno.

Viene in mente subito la Libia. E, ai giorni nostri, la Siria, o anche la Russia.

Infatti Gene Sharp spiega subito che, per nascere dall’interno, se non ci arriva da sola, la ribellione, deve “essere ispirata†da qualcuno. Ecco: il libro di Sharp è un manuale per formare gli “ispiratoriâ€. Per questo – ma Sharp non lo dice â€“ è sufficiente avere molti soldi, a decine e centinaia di milioni. Infatti, queste ribellioni avvengono di regola – così è stato fino ad ora – nei luoghi dove i redditi sono bassi, più bassi, e dove il denaro è l’arma principale per “ispirareâ€. Senza questo “differenziale†di ricchezza, non c’è ispirazione che tenga. E il primo suggerimento da dare agl’ingenui che non conoscono il Potere è proprio quello di chiedersi: come mai gl’«ispirati» che Gene Sharp cerca sono tutti nei paesi che soffrono di quel differenziale?

Non sarà che, ad essere «ispirati», sono gl’intellettuali dei paesi più poveri? Con i proventi di quel differenziale  si possono finanziare centinaia e migliaia di borse di studio, di grants per professori universitari, che accorreranno nelle università britanniche, americane, francesi, tedesche, nei think-tank occidentali, dove verranno educati in piena libertà ad amare solo i valori occidentali, e dove vedranno aprirsi autostrade per le loro carriere future. In patria dopo la vittoria, all’estero in caso di sconfitta. E’ così che si delinea il provvidenziale aiuto dall’esterno. C’è, per questo, e opera da decenni, una possente rete di istituzioni specificamente ad esso destinate, costruite, finanziate. Da “Giornalisti senza frontiereâ€, solo per fare qualche esempio, ai vari Carnegie Endowment for International Peace, agli Avaaz che raccolgono firme a tutto spiano, e che a volte sembrano davvero delle centrali missionarie, moralizzatrici, libertarie, ecologiche, verdi, comunque molto colorate. Ci sono, per questa bisogna, radio come Free EuropeRadio LibertyDeutsche Welle e via elencando. Ci sono televisioni satellitari, una marea di siti web, che sono impinguate di piccoli eserciti di “ispiratori†dall’esterno, che trasmettono incessantemente, foraggiano, spingono, descrivono le lotte per i diritti umani, per la democrazia; che fissano le scadenze delle rivoluzioni, delle “primavereâ€, degli aneliti alla libertà d’impresa, al mercato.

Se, per esempio – com’è accaduto recentemente – il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite deve votare una risoluzione di condanna del governo siriano che troverà il veto di Russia e Cina, ecco che l’â€ispirazione†giungerà puntuale a muovere tutti i media occidentali perchè annuncino stragi in diverse città siriane. Mancheranno fonti attendibili e conferme, ma basterà per questo pubblicare i dati forniti da Avaaz, non si sa come raccolti, oppure quelli di Al Jazeera e di Al Arabiya, la cui attendibilità è ormai pari a quella della CNN, cioè uguale a zero. Non insisterei su tutti questi noiosi dettagli se non avessi assistito di persona alle modalità con cui sono state finanziate e organizzate le rivoluzioni colorate in Jugoslavia, in Ucraina, in Georgia, in Cecoslovacchia, e prima ancora con il meraviglioso prototipo di Solidarność in Polonia, che ebbe come “ispiratore†principale, sotto il profilo ideologico e finanziario, niente meno che il Vaticano del – per questo – beatificato Karol WojtyÅ‚a.

Operazioni che, nel centro d’Europa, continuano tutt’ora attorno all’â€ultima dittaturaâ€, quella di Aleksandr LukaÅ¡enko in Bielorussia, accerchiata dalle radio e dalle televisioni che, pagate dall’Unione Europea, trasmettono dai territori appena conquistati del Prebaltico e della Polonia.

Naturalmente – sarà opportuno ricordarlo per prevenire le geremiadi di coloro che mi accuseranno di sostenere i dittatori  più o meno sanguinari – in molti di questi casi le repressioni sono esistite ed esistono. Naturalmente la corruzione e la palese assenza di democrazia di alcuni di quei regimi esistono e sono esistite. Naturalmente esistono e sono esistite forme di resistenza dei diritti umani che meritano tutta la nostra solidarietà. Esse esistono, combattono in condizioni impari contro un Potere che è più forte di loro. Ed è appunto su di esse che si esercita l’â€ispirazione†di cui scrive Gene Sharp. Ed essa può fare conto sulla potenza sterminata del denaro, quando è sterminato; ma anche sull’ingenuità dei destinatari. I quali, costretti come sono sulla difensiva, sono straordinariamente penetrabili alle forme più sottili, più innocenti, più “giustificabiliâ€, di corruzione. E’  appunto maneggiando questa trappola che agiscono gl’â€ispiratori†come Gene Sharp e i finanziatori che sono appollaiati sulle sue spalle.


Dunque la prima cosa che occorre fare, per capire cosa è successo e succede in tutti i paesi che si trovano dalla parte bassa del differenziale di ricchezza, è osservare l’evoluzione che si verifica proprio nei movimenti di ribellione: cioè come essi sono prima della cura cui vengono sen’altro sottoposti dagl’â€ispiratoriâ€, e poi dopo. Questa analisi rivelerebbe curiose somiglianze tra la trasformazione che fu subita, per esempio, da movimenti come “Otporâ€, a Belgrado e nella ex Jugoslavia, e la  rinomata e ormai defunta “Rivoluzione Aarancione†in Ucraina. Si parte da qualche vecchio ciclostile, e si arriva con un contratto di insegnamento magari a Harvard. Resistere è difficile, per non dire impossibile. All’inizio sono “ispirazioniâ€, poi diventano ordini, ai quali è impossibile resistere. E più il differenziale è alto, più è facile trovare decine, poi centinaia, poi migliaia di sinceri, sincerissimi “ispiratiâ€.

Hic Rhodus, hic salta. E’ qui che bisogna avere il coraggio e la forza di distinguere i diritti sacrosanti che vengono violati, dai profittatori politici esterni (o anche interni) che li utilizzano per fini di conquista. C’è un criterio abbastanza semplice per distinguere. Basta conoscere chi finanzia. Se, per esempio, ci sono buone ragioni per pensare che sia l’Arabia Saudita a comprare armi e a assoldare eserciti, ecco che si può stare certi che, appoggiando una data rivolta, non si lavora al servizio della democrazia e dei diritti, bensì si sostiene la barbarie e l’oppressione.

Ti mostreranno il contrario, naturalmente. E’ il loro mestiere. Lavorano per questo, ben pagati, 24 ore al giorno, tutti i giorni. Esempi preclari di questa circostanza sono l’UCK del Kosovo  e la rivolta siriana. Nel primo caso fu un intero esercito a essere organizzato, finanziato, istruito, appoggiato da  fiumi di denaro provenienti da RiyÄd, da Washington, da Berlino, dalla Nato. E non è un caso se il governo di Pristina che ne è emerso è un covo di criminali, le cui mani insanguinate vengono strette ora con calore a Bruxelles, in pieno ludibrio di ogni diritto umano e di ogni principio europeo di libertà e di rispetto dei diritti umani.


L’altro esempio è ora sotto i nostri occhi in Siria, dove l’evidenza mostra un intreccio complesso ma trasparente di aiuti esterni, ai ribelli provenienti da Israele, dalla Turchia, dall’Arabia Saudita, dagli Stati Uniti d’America. Non sono singole unità, sono centinaia, e poi migliaia di stipendi, di prebende, di consiglieri, di esperti. E poi, quando non bastassero i consigli e si dovesse fare ricorso alla forza, è la volta degli eserciti mercenari. E, quando essi vanno al potere e vincono, segue una lunga scia di sangue, di violenze, di vendette, di illegalità e di soprusi.  E, dunque, si può essere certi che, in caso di caduta del regime di Bashar el-Assad, quello che verrà dopo non sarà certamente il trionfo della libertà e dei diritti umani. Si veda il caso, di nuovo, della Libia appena liberata dal “sanguinario†dittatore Gheddafi e in preda amasnade criminali che erano già tali prima che il conflitto cominciasse e che ora sono divenute padrone.

Insomma basta applicare l’antica regola del cui prodest. Che non è criterio certo al 100%, ma che funziona, in politica, quasi sempre. Ovviamente usando norme di cautela elementari, come quella di stare sempre attenti che gli organizzatori delle provocazioni le costruiscono sempre utilizzando alla rovescia proprio il principio del cui prodest. Così, quando vi capiterà di trovarvi di fronte a un attentato terroristico qualunque, basterà che analizziate bene – per disinnescarlo - il cui prodest che vi viene offerto su un piatto d’argento. Per esempio quando qualcuno assassinasse  Vittorio Arrigoni, e voi sentiste da tutti i mass media, all’unisono, la rivendicazione di un non meglio identificato “gruppo salafitaâ€, con tanto di sito internet e musichetta rivoluzionaria araba, dovreste immediatamente pensare che gl’ispiratori sono stati – faccio un esempio a caso -  i servizi segreti israeliani.

L’edizione italiana di Gene Sharp mette in caratteri minori il titolo inglese e offre una nuova titolazione: “Come abbattere un regimeâ€, e come sottotitolo offre un condensato ideologico da cento tonnellate di peso: “Manuale di liberazione non violentaâ€. Come non applaudire? Qui, sommersi nella melassa libertaria, si possono intravvedere diversi contenuti complementari. Il primo è chiarissimo: noi siamo la democrazia, la libertà e la verità. Dunque abbiamo il diritto, se non addirittura il dovere, si insufflarla sugli altri. Meglio se negli altri. Chiunque si opponga al trionfo dei nostri ideali è parte del “Maleâ€.

I dittatori sono tutti brutti e cattivi, e sono tutti gli altri: quelli che contrastano il Bene. Chi non li combatte con sufficiente convinzione è un alleato del Male.

Perchè esistano i dittatori, da dove vengano, come si siano formati, se abbiano qualche legittimità, se siano stati un prodotto della storia, chi li ha portati al potere, se siano stati nostri amici e alleati, se siano capi di stato o di governo riconosciuti dalle Nazioni Unite, se abbiano quindi diritti riconosciuti dalla comunità internazionale, se abbiano ragioni da rivendicare, di carattere storico o di emergenza, tutte queste sono questioni che non meritano di essere neppure prese in considerazione. Essi infatti sono “oppressori di popoliâ€. I quali popoli, ipso facto, vengono sussunti all’interno del nostro sistema di valori. Essi, cioè, hanno i nostri desideri, i nostri impulsi, i nostri bisogni, le nostre aspirazioni. La storia, le diverse storie dei popoli vengono, come per incanto, cancellate. E, come passo successivo immediato, occorre immaginare per loro conto quale dovrà essere la forma di governo che essi devono avere.

Il secondo contenuto implicito è questo: loro, i dittatori, sono violenti; noi, i democratici, dobbiamo essere non violenti. Purchè, naturalmente, il dittatore non riesca a mantenere soggetto il suo popolo. Nel caso ci riesca, poichè noi abbiamo deciso che può farlo solo grazie alla violenza, allora saremo autorizzati a esercitare a nostra volta la violenza. O, per meglio dire, saremo autorizzati a “ispirare†l’uso della violenza da parte degli oppressi contro il “dittatore†che, nel frattempo avremo già definito “sanguinarioâ€, autore di “massacri indiscriminatiâ€. E, giovandoci del differenziale a nostro favore, incluso quello mediatico, saremo riusciti a far diventare dominante la nostra narrazione degli eventi in tutto il mondo esterno.

Dunque, se vi sarà violenza, questa sarà interamente da attribuire alla “sacrosanta†reazione popolare alla “repressione†del dittatore. S’intende che questa “sacrosanta†reazione popolare sarà armata e organizzata mediante il differenziale di armi, munizioni, organizzazione, informazione, tecnologia. Ma saranno comunque i pacifici manifestanti per la libertà a usare le armi contro il sanguinario dittatore e i suoi scherani. E i morti saranno tutti, indistintamente pacifici cittadini, la popolazione civile innocente. Va da sé, inutile ricordarlo, che effettivamente la popolazione civile morirà in grande quantità. L’essenziale è che i racconti e i filmati assegnino la responsabilità degli eccidi esclusivamente al dittatore sanguinario e ai suoi scherani. Che magari sono effettivamente scherani e sanguinari, ma che avranno la malasorte di essere considerati gli unici criminali che agiscono sul terreno.

Sarà utile non dimenticare che, mentre noi - che stiamo sulla parte alta del differenziale, e che leggiamo le cronache dalle nostre alture - applaudiremo alla rivolta pacifica dei popoli oppressi presi di mira dai dittatori efferati che abbiamo preso di mira, altri dittatori, proprio lì a fianco, insieme ai loro scherani sanguinari, saranno lasciati in piena tranquillità a opprimere i rispettivi popoli, godendo, nel fare ciò, del nostro più cordiale appoggio e sostegno. Questo dettaglio – lo ricordo di passaggio – viene sempre dimenticato dagl’intellettuali amanti dei diritti umani che ci stanno intorno e a fianco. E, se glielo fai ricordare, si irritano accusandoti di cambiare discorso. Infatti uscire dalla narrazione del mainstream significa, per loro “cambiare discorsoâ€. E, a pensarci bene, per chi conosce solo la narrazione del mainstream, uscirne anche solo per un attimo significa cambiare discorso.

Ma procediamo oltre. A questo punto il paese astratto che stiamo considerando si trova già in piena guerra civile. Il movimento di protesta ha già ricevuto le necessarie istruzioni per l’uso per colpire i “talloni d’Achille†di quel determinato regime. Perchè Gene Sharp sa perfettamente che ogni regime ha i suoi talloni d’Achille che, se bene individuati e colpiti, potranno farlo crollare di schianto.  Da qualche parte, possibilmente in un paese confinante, si trova già un’avanguardia bene organizzata, bene collegata con l’interno, bene integrata con il sistema informativo occidentale, capace di usare al meglio i social networks (tutti sotto il controllo e la guida dei centri di analisi occidentali). Non sarà mica stato casuale se,all’inizio del 2011, poco dopo l’avvio della cosiddetta “primavera arabaâ€, Obama e Hillary Clinton convocarono proprio i chief executive officers dei principali social network, di Google, Facebook, Yahoo and companies?  Per la verità quest’ultima è una evoluzione tecnologica che Gene Sharp non include nel suo manuale. Il libro è stato scritto prima che essa diventasse utilizzabile su larga scala e, sotto questo profilo, appare datato.

Ma il manuale di Sharp ha un pregio indubbio, quello di aiutarci a capire bene i meccanismi tradizionali, quelli che sono stati usati negli ultimi decenni e che – si può essere certi - non usciranno di moda. Adesso in Siria, superata la fase dell’innesco della guerra civile, non c’è più nemmeno bisogno di fingere che, a combattere, siano solo i pacifici dimostranti armati oppositori del regime di Bashar el-Assad. Ora si dice apertamente che centinaia di agenti americani, sotto la guida diDavid Petraeus, attuale direttore della Cia, sono impegnati a reclutare, in Iraq, miliziani delle tribù di confine perchè vadano a combattere in Siria. La stessa cosa avviene attraverso la frontiera turca, dove agiscono i contingenti militari provenienti da Bengasi di Libia, comandati dai leader fondamentalisti islamici che, con l’aiuto della Nato, hanno abbattuto il regime libico. E, dalla frontiera libanese, agiscono le bande del deputato di Beirut Jamal Jarrah, reclutatore di mercenari per conto dell’Arabia Saudita, uomo che fa da cerniera tra il pincipe Bandar, da un lato, e dall’altro – attraverso il nipote Ali Jarah – i servizi segreti israeliani.

Come dire: da un lato i dollari a camionate, dall’altro i migliori consiglieri militari e i più evoluti sistemi di  intelligence di tutto il Medio Oriente. Si aggiungano le bande di commandos che già da mesi operano dentro i confini siriani, con l’obiettivo specifico di uccidere Bashar e i suoi più stretti collaboratori, di collocare bombe, di far saltare gli oleodotti.

Sarebbe evidente, il tutto, se i pubblici occidentali lo sapessero. Ma non lo sanno, perchè la cronaca è scritta all’incontrario. E i “diritti umani†della popolazione siriana sono giù stati avvolti nello stesso sudario in cui è imbavagliata ogni verità. Ma gl’intellettuali occidentali, insieme ai giornalisti, e assieme a una certa dose omeopatica di pacifisti, credono di sapere. L’esistenza del sudario non riescono nemmeno a immaginarla. Sentenziano con l’aria di farci sapere che “a loro non la si faâ€. Pensano di essere più intelligenti – avendo letto qualche romanzo giallo, o perfino avendolo scritto – dei professionisti che lavorano a tempo pieno per conto di un Potere che non sta giocando a carte.

Così, m’è venuto in mente, usando un altro gioco, di provare una mossa del cavallo. Cioè di andare a vedere, in retrospettiva, cosa avvenne, una ventina d’anni fa, in Lituania. Anche lassù, molto lontano dal Medio Oriente, ci fu un inizio di guerra civile, quando l’Unione Sovietica stava per crollare. I lituani volevano l’indipendenza, e avevano diritto di chiederla. C’era un genuino movimento popolare che si batteva per questo. Fu sufficiente un inizio. Poi tutto si concluse con la sconfitta dell’Impero del Male. Ci furono una ventina di morti a Vilnius, quando le truppe russe e il KGB occuparono la torre della televisione. L’accusa cadde su Gorbaciov, sui russi, i cattivi di turno, che furono accusati di avere sparato a sangue freddo sulla folla.

Quell’episodio è diventato il momento fondante della Repubblica indipendente di Lituania, ora uno dei 27 paesi dell’Unione Europea. Ma adesso sappiamo che tutta quella storia fu scritta da altre mani, ben diverse da quelle del “popolo lituanoâ€.

Lo racconta ora Audrius ButkeviÄius, che divenne poi ministro della difesa della repubblica, e che, quel 15 gennaio 1991, organizzò la sparatoria.

Fu una operazione da servizi segreti, predisposta, a sangue freddo, con l’obiettivo di sollevare la popolazione contro gli occupanti.

Chiedo al lettore di sopportare la lunga citazione dell’intervista che venne pubblicata nel maggio-giugno 2000 dalla rivista “Obzor†e che è stata recentemente ripubblicata sul giornale lituano “Pensionerâ€. Sarà una fatica non inutile, perchè coronata da una preziosa scoperta, che ci aiuterà a capire diverse cose del libro di cui stiamo parlando.

«Non posso giustificare il mio operato di fronte ai familiari delle vittime â€“ dice ButkeviÄius, che allora aveva 31 anni – madavanti alla storia io posso. Perchè quei morti inflissero un doppio colpo violento contro due cruciali bastioni del potere sovietico, l’esercito e il KGB. Fu così che li screditammo. Lo dico chiaramente: sì, sono stato io a progettare tutto ciò che avvenne. Avevo lavorato a lungo all’Istituto Einstein, insieme al professor Gene Sharp, che allora si occupava di quella che veniva definita la difesa civile. In altri termini si occupava di guerra psicologica. Sì, io progettai il modo con cui porre in situazione difficile l’esercito russo, in una situazione così scomoda da costringere ogni ufficiale russo a vergognarsi. Fu guerra psicologica. In quel conflitto noi non avremmo potuto vincere con l’uso della forza. Questo lo avevamo molto chiaro. Per questo io feci in modo di trasferire la battaglia su un altro piano, quello del confronto psicologico. E vinsi». 

Spararono dai tetti vicini, con fucili da caccia, sulla folla inerme. Come hanno fatto in Libia, come hanno fatto in Egitto, come stanno facendo in Siria.

Adesso avete capito. Gene Sharp era là, in spirito. Fu lui che insegnò a ButkeviÄius come vincere, “trasferendo la lotta sul piano psicologicoâ€. Peccato che, lungo la strada, morirono 22 persone innocenti. Ma, “di fronte alla storiaâ€, cosa pretenderanno i nostri difensori dei diritti umani?

Il libro di Sharp va dunque letto sotto un’altra luce. Ed è, sotto questa luce, un’opera geniale. E’ stato scritto proprio per le giovani generazioni, che sono ormai totalmente prive di ogni memoria storica, già omologate dalle televisioni, ora intrappolate nei social network, che non hanno mai fatto politica, che sono digiune di ogni forma di organizzazione. Per questo è scritto con sconcertante semplicità, per essere compreso da un ragazzo o una ragazza della scuola media: per introdurli nella lotta politica e psicologica rese possibili dai tempi moderni, ma in modo tale che siano strumenti non in grado di capire ciò che fanno e per chi lavoreranno. E’ un manuale per organizzare la “sovversione dall’internoâ€, di tutti i paesi “altri†rispetto all’America e all’Europa; per armare, con la “non violenza†le quinte colonne che devono far cadere tutti i regimi che sono esterni al “consenso washingtonianoâ€.

Questa operazione ha un solo “tallone d’Achilleâ€. Che si potrebbe vedere, come fosse fosforescente, non appena si strappasse il tendaggio principale: l’assioma indiscutibile che “noi siamo la democraziaâ€. Perché capiremmo tutti che la ribellione “non violentaâ€, che suggerisce Sharp, può essere diretta contro i nostri oppressori “democraticiâ€, che hanno trasformato la democrazia in una cerimonia manipolatoria e senza senso. Potremmo anche noi attuare tutti i suggerimenti di Sharp: dileggiare i funzionari del regime, fare marce, boicottare certi consumi, esercitare la non collaborazione generalizzata, attuare la disobbedienza civile.

In realtà, a ben pensarci, grazie professor Sharp, lo stiamo già facendo. Solo che non abbiamo, a sostenerci, i mercenari pagati con i denari dell’America. E possiamo anche noi citare, come fa Sharp, il deputato irlandese Charles Stewart Parnell (1846-1891) : “Unitevi, rafforzate i deboli tra voi, organizzatevi in gruppi. E vincereteâ€.

Solo che questa nostra democrazia è molto più subdola delle dittature. E dobbiamo sapere che, quando cominceremo ad abbatterla, per costruirne una vera, magari tornando alla nostra Costituzione, non avremo nessun aiuto dall’esterno.


=== 2 ===


Sostenere il governo USA senza saperlo: il grave esempio di “Avaazâ€

Una ONG schierata coi potenti

“Avaaz†è infatti una ONG creata da Ricken Patel, personaggio politicamente ben schierato a destra che gode del sostegno finanziario del patron della multinazionale informatica “Microsoft†Bill Gates e della Fondazione Rockefeller (il cui ruolo a favore dei governi americani è ben spiegato in quest’altro articolo). Non è tutto: “Avaaz†collabora strettamente con la famosa Fondazione Soros, una struttura vicina all’attuale governo statunitense e ai suoi servizi segreti che viene utilizzata per organizzare disordini e golpi nei paesi che in qualche modo non ubbidiscono ai diktat di Washington oppure che non autorizzano le grandi aziende occidentali a entrare nel loro mercato nazionale. Non a caso la Cina, che dispone di un mercato ancora fortemente controllato dallo Stato, è una delle vittime preferite di Soros e della ONG di cui stiamo parlando. Naturalmente “Avaaz†non parla di “libertà economica mancante†ma attacca la Cina in altro modo, ad esempio strumentalizzando la questione della pena di morte o del separatismo feudale del Dalai Lama in Tibet. Secondo altre fonti dietro “Avaaz†vi sarebbero mandanti di ben più alta caratura come si evince ad esempio da Indymedia Barcellona, dalla discussione interna a PeaceLink, oppure da questo blog molto dettagliato. Proponiamo ora alcuni dei tanti esempi che rendono perlomeno poco credibile “Avaaz†per chi, come la nostra redazione, si dichiara di sinistra.

Avaaz truffa gli ecologisti

A fine 2011 dichiarazioni, articoli, lettere circolano su Internet chiedendo la fine della “distruzione dell’Amazzoniaâ€: “Avaaz†si tinge insomma di verde per ingannare gli attivisti ecologisti che mai si sognerebbero di sostenere i veri mandanti della campagna. 
 L’obiettivo che queste iniziative si pongono, infatti, non è certo quello di colpire le corporazioni transnazionali o i potenti governi filo-americani che le appoggiano, ma il governo popolare del primo presidente indigeno della Bolivia, Evo Morales. Al centro del dibattito c’è la controversa proposta di Morales di costruire un’autostrada attraverso il Territorio Indigeno del Parco Nazionale Isidoro Sécure (TIPNIS).

 Quest’ultimo, che copre una superficie di più di 1 milione di ettari di foresta, ha ottenuto lo statuto di territorio indigeno dal governo di Evo Morales nel 2009. Circa 2’000 persone vivono in 64 comunità all’interno del TIPNIS.

 Il 15 agosto, rappresentanti di tali comunità hanno iniziato una marcia verso la capitale, La Paz, per protestare contro il piano dell’autostrada.

 Sono subito partite petizioni internazionali da parte, naturalmente, di “Avaaz†che solidarizzando con gli indigeni, condannano il governo boliviano per avere indebolito i diritti indigeni.

 La gente del TIPNIS ha preoccupazioni legittime sull’impatto dell’autostrada. 

Disgraziatamente, però, la campagna di “Avaaz†strumentalizza queste preoccupazioni per indebolire politicamente Morales, il cui sentimento ostile al capitalismo americano non piace ai padroni di “Avaazâ€. Con una lettera aperta firmata da più di 60 gruppi ecologisti, in maggioranza però fuori dalla Bolivia, “Avaaz†distorce i fatti e con una retorica progressista afferma “che le imprese straniere si spartiscano l’Amazzonia… e si scatenerà una febbre depredatrice su una delle selve più importanti del mondoâ€. Ma non menziona il fatto che la distruzione ha già luogo nell’area e che proprio il governo di Morales sta promuovendo una legge per aggiungere nuove norme protettive del parco nazionale. 

La legge proposta comminerebbe pene detentive tra i 10 e i 20 anni di carcere per insediamenti illegali, la coltivazione della coca o il taglio degli alberi nel parco nazionale.

 Avaaz questo non lo dice, ma trasmette l’idea alla sinistra e agli ecologisti che Morales (che è di sinistra e pure ecologista) non vada sostenuto. Al resto ci penseranno poi i “dissidenti†interni alla Bolivia.

Dalla Bolivia all’Iran: il caso Sakineh

A fine 2010 parte un appello mediatico globale che chiede di salvare dalla condanna a morte per lapidazione una donna iraniana, Sakineh Ashtiani. In quello stesso periodo l’Iran era il nemico numero uno dell’amministrazione Obama, si stava preparando una possibile guerra e occorreva che l’opinione pubblica avesse un’immagine demoniaca del paese. Ecco allora che “Avaaz†entra in gioco e inventa il caso Sakineh, subito dato in pasto ai giornalisti occidentali (sì, perché i giornalsti latinoamericani e orientali, invece, hanno evitato questa figuraccia andando a verificare le informazioni!). Sakineh sarebbe condannata alla “lapidazione†perché “adulteraâ€. In realtà si verrà a sapere che Sakineh è stata condannata per aver assassinato il marito, non per averlo tradito; e in ogni caso la lapidazione nel codice penale iraniano non esiste più da decenni. Queste confutazioni sono state documentate non solo da siti di approfondimento come quello di “Come Don Chisciotte“, ma ha suscitato qualche dubbio infine anche ai giornalisti dei quotidiani italiani come “La Stampaâ€. Insomma “Avaaz†ha strumentalizzato politicamente questa vicenda e pochissimi media occidentali, dopo aver demonizzato l’Ira, raccontando notizie non verificate, hanno però avuto l’etica professionale di scusarsi e di rettificare, cosa che peraltro non ha fatto nemmeno l’ONG stessa, a dimostrazione che non si è trattato di un errore in buona fede.

Pacifisti che preparano la guerra

Di recente di fronte alle rivolte di alcune tribù feudali contro il governo della Libia Popolare, “Avaaz†– sempre con la scusa dei diritti umani – ha sostenuto e diffuso la rivendicazione di una “Non-Fly-Zone†contro la Libia, la quale altro non era che il primo passo per l’invasione militare del paese nordafricano da parte delle truppe della NATO che, con bombardamenti a tappeto, hanno ucciso migliaia di civili e hanno permesso ai rivoltosi di assumere il controllo del Paese e di uccidere Muammar Gheddafi. Una scelta duramente condannata, ad esempio, dal gruppo anti-militarista di Alicante (leggi). Va ricordato che oggi in Libia il governo “democratico†sostenuto da “Avaaz† e dalle diplomazie occidentali è di carattere liberista (vedi filmato), ha riabilitato non solo la figura del dittatore fascista Benito Mussolini, ma ha pure definito quale “periodo fiorente†l’epoca in cui il fascismo italiano aveva colonizzato e saccheggiato la Libia. Sul fronte dei diritti umani, inoltre, la Libia odierna si caratterizza per violenza di vario genere spesso di tipo razziale contro i neri accusati di essere  tutti “mercenari al soldo di Gheddafiâ€, come documentato dai video pubblicati dal sito di “Fortresse Europe“. Stranamente, però, “Avaaz†ora della Libia non si occupa più, evidentemente ha raggiunto il suo vero scopo.

Esportare la democrazia e rubare il petrolio

“Normalizzata†la situazione libica al volere delle multinazionali occidentali, ora “Avaaz†si è spostata su altri fronti: anzitutto inventare notizie false su quanto accade in Siria. Secondo l’ONG il governo siriano guidato dal presidente Assad (e composto – guarda caso – da socialisti e comunisti particolarmente invisi a Washington e a Bruxelles) starebbe massacrando la popolazione civile e la starebbe opprimendo. Una falsità smentita non solo dallo stesso ex-cancelliere statunitense Henry Kissinger che anzi ha espresso stupore (e rammarico) per il fatto che il popolo siriano sia fortemente schierato a favore di Assad, ma anche da altre fonti, come il sito d’inchiesta indipendente “Informare per resistere†e come la Federazione Sindacale Mondiale, la quale parla di diritti sociali a favore dei lavoratori molto avanzati grazie al governo siriano che cerca di frenare il capitalismo europeo ed americano. “Avaaz†queste cose non le dice, così come non dice che i ribelli siriani hanno già promesso petrolio gratis alla Francia se invaderà il paese come abbiamo scritto qualche mese fa su questo stesso sito. Al contrario, “Avaaz†impropriamente si fa passare per paladina dei diritti umani, quando i suoi promotori non sono affatto dei benefattori. Il lavoro di “Avaaz†in Siria è molto pericoloso poiché qualora si scatenasse una guerra dell’Unione Europea, di Israele e degli USA contro questo paese mediorientale, molto probabilmente la Cina e la Russia dichiarerebbero guerra per impedire agli occidentali di colonizzare il bacino mediorientale e asiatico. Ognuno, soprattutto chi si dichiara a favore della pace e dei diritti umani, dovrebbe operare non per riscaldare gli animi, ma per disinnescare l’odio fra i popoli. Invece in una situazione esplosiva come questa “Avaaz†ha il compito ideologico di far passare come una lotta per la democrazia e la libertà nella mente dei cittadini dei paesi occidentali e nella sinistra europea e americana, così che non si mobiliti contro la guerra.


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#7281 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Mar 21 Feb 2012 8:59 pm
Oggetto: Visnjica broj 855 BIS
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DISCENDENZA II


http://www.anvgd.it/notizie/12633-21feb12-marchionne-tra-gli-esuli-a-torino.html

21feb12 - Marchionne tra gli Esuli a Torino

Sorpresa tra gli Esuli giuliano-dalmati di Torino: l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne (madre istriana) ha partecipato ad una delle celebrazioni organizzate dalla ANVGD nel capoluogo piemontese. Si trattava dell'omaggio alla Targa commemorativa distrutta lo scorso anno dai vandali e poi ripristinata. Nelle foto de La Stampa alcune istantanee del suo intervento. Al microfono è il presidente della Consulta ANVGD del Piemonte, Antonio Vatta.
In corso Cincinnato, lì dove una lapide di marmo su un muro di mattoni rossi ricorda i «350 mila istriani fiumani e dalmati» costretti ad abbandonare la «loro terra e i loro morti», Sergio Marchionne è arrivato senza preavviso. Barba bianca, maglioncino nero e qualche uomo della scorta. Un sorriso appena abbozzato, qualche stretta di mano: «Vi porto i saluti della mia mamma». 
All'invito alla cerimonia per il «Giorno del Ricordo» al Villaggio Santa Caterina di Lucento hanno risposto quasi trecento persone. Anziani fuggiti all’odio dei titini, le ultime generazioni delle famiglie dell’esodo e l’ospite dell'ultima ora. «E’ stata una sorpresa - dice Fulvio Aquilante, presidente dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia - è venuto a rendere omaggio alle radici famigliari di sua madre».
Prima di allontanarsi l'ad Fiat ha trovato il tempo per scambiare qualche parola in dialetto istriano. «La prossima auto che producete chiamala Istria...», gli ha proposto un anziano esule.

 

(fonte La Stampa)

GALLERIA FOTOGRAFICA: http://www.anvgd.it/notizie/12633-21feb12-marchionne-tra-gli-esuli-a-torino.html

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La messa Fiat nell’acquario per annullare la dignità operaia

Pomigliano: autoflagellazione e delazione

di Antonio Di Luca* *operaio a Pomigliano ed ex delegato Fiom, quindi cassintegrato


da “il Manifesto†del 21 febbraio 2012

rubrica: “insindacabileâ€, p.4


Sono poco più di 2000 dipendenti, e solo 1750 gli operai finora richiamati a Pomigliano. In linea con il 40% dichiarato all’esame congiunto di Roma dalla Fiat nel luglio 2011. Passaggio necessario, per rinnovare di un altro anno la cassa integrazione per cessazione di attività per i restanti 3200 operai ancora fuori dal processo produttivo.

A oggi lo stabilimento produce 800 vetture al giorno su due turni per cinque giorni alla settimana. Dalle 6 alle 14 e dalle 14 alle 22. Il turno di notte è saltato, compromettendo anche quel poco di aumento salariale portato dall'indennità notturna. Questo significa concentrare l'innalzamento della salita produttiva solo su due turni anziché tre, e aumentare lo sfruttamento intensivo psicofisico degli operai, costretti a ritmi massacranti oltre ogni limite di ragionevolezza.

La salita produttiva nei prossimi giorni porterà a produrre 420 vetture a turno, una macchina al minuto. Meno di una margherita nel forno di una pizzeria. Una follia, mentre diversi capannoni sono in disuso e oltre 3000 operai in cassa integrazione.

Ma è questo il punto: non poteva essere altrimenti. Quando si produce una sola vettura, per quanto bella ma con un bassissimo valore aggiunto, comprimere i costi per l'azienda diventa necessario. Ed è in questo quadro che i delatori diventano essenziali per annientare la dignità degli operai.


Le testimonianze che ci giungono quotidianamente hanno dell'inverosimile, spesso accompagnate da pianti. Ecco il motivo umano, prima che sindacale o legale che ci spinge a svelare questo abominio.


Da quando è partita la produzione della nuova Panda le pause saltano, senza avvisi, scuse o particolare rispetto delle relazioni minime sindacali: «La pausa dalle 18 alle 18,10 salta», è il freddo ordine del capo.

Per chi aspetta quella pausa, già scelleratamente ridimensionata da «accordi» imposti dal «manager dei due mondi», per riposarsi dalla fatica di una catena che corre all'impazzata, è il baratro. Lavorare ancora due ore in quelle condizioni: con la schiena a pezzi, le gambe pesanti, la bocca secca e dolori alle articolazioni, ti sembra di impazzire.

Ma è a fine turno che si compie l'atto drammaturgico più grave, Sheakespeare e Brecht a confronto sembrerebbero dei dilettanti: «la messa nell'acquario».

Vi ricordate la lettera scritta al Corsera del prof. Ichino su Pomigliano?: « gli uffici con le pareti di cristallo collocati in mezzo al percorso del montaggio, quasi a sottolineare il superamento di ogni distinzione tra operai e impiegati».

Bene, quelle pareti di cristallo, che gli operai chiamano acquario, sono gli uffici che alla fine di ogni turno sono adibiti alla pièce. C'è un microfono, c'è il direttore con tutti i preposti aziendali al cui cospetto sono convocati gli operai.

La riunione si apre con la dettagliata delazione dei capi e/o dei team leader sugli errori commessi durante il turno dagli inconsapevoli operai, tralasciando naturalmente errori e ritardi provocati dal processo o dal prodotto.

L'audizione è obbligatoria per gli operai e lo spettacolo viene rappresentato nella pausa mensa. Quindi senza mangiare, dopo che quei poveracci hanno trascorso 10-11 ore lontano da casa, e dopo un turno massacrante di lavoro. Per espiare i propri peccati, il povero operaio messo in mezzo dalle gerarchie di fabbrica è costretto, al microfono, a scusarsi dinanzi a tutti magari di errori che neanche ricorda, vista la densità delle operazioni cui è stato sottoposto. Deve fornire convincenti prove del suo pentimento, nella speranza che la sua esibizione sia accolta con benevolenza dai capi e dal direttore e che scongiuri l'inevitabile contestazione e la multa.

Provvedimenti che scatteranno comunque in automatico dopo tre «messe», fino a provocare il licenziamento del malcapitato dopo alcune contestazioni disciplinari.

Molti obietteranno che è normale in una grande azienda effettuare un brainstorming, o un semplice feedback della giornata; senza scomodare Marx, credo sia inconcepibile imporlo in queste forme a operai già provati da una giornata alla catena per poche decine di euro al giorno e in un quadro di delazioni tipiche solo in un «universo concentrazionario», dove l'unico obiettivo è l'annullamento della persona umana, prima ancora che dell'operaio.


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Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" 
Data: 13 gennaio 2011 23.56.06 GMT+01.00
Oggetto: [JUGOINFO] Visnjica broj 855



DISCENDENZA

<< Il padre Concezio fu un maresciallo dei Carabinieri d'origine abruzzese trasferitosi in Istria negli anni trenta, dove risiedette e prestò servizio fino al termine della II guerra mondiale quando venne occupata dalla Jugoslavia. Ivi conobbe la madre, Maria Zuccon, istriana del luogo. Negli anni della guerra la famiglia materna fu colpita da due tragici lutti: nel settembre del 1943 il nonno di Sergio, Giacomo Zuccon, fu sequestrato e infoibato da partigiani titini (i suoi resti verranno in seguito recuperati, assieme ad altri, nella foiba di Terli dai Vigili del Fuoco e riconosciuti dall'altra figlia Anna). Alcune settimane dopo, anche lo zio Giuseppe, fratello della madre, messosi alla ricerca del padre di cui non si avevano più notizie, cadde in un rastrellamento dei militari tedeschi che, scambiandolo per un partigiano o disertore, lo passarono per le armi.
A seguito di questi fatti e della seguente occupazione dell'intera regione da parte delle milizie iugoslave, i genitori di Sergio decisero di rifugiarsi presso i familiari del futuro marito a Chieti, dove subito dopo si sposano e dove nascerà nel 1952, Sergio. Quando Sergio aveva 14 anni, la famiglia Marchionne si sposta ancora, emigrando in OntarioCanada, dove si era già stabilita, esule dall'Istria, Anna Zuccon, zia materna di Sergio. >>


(credits: Serena M.)

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#7282 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Mar 21 Feb 2012 10:10 pm
Oggetto: Figli della FIAT e della OMSA
jugocoord
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SEGNALIAMO DUE IMPORTANTI REPORTAGE DELLA RAI: L'UNO RECENTISSIMO, L'ALTRO DELLO SCORSO AUTUNNO.
ESSI DESCRIVONO LA COLONIZZAZIONE DEL CAPITALISMO ITALIANO A VALJEVO - ZRENJANIN - KRAGUJEVAC ...
E CHIARISCONO LO SCOPO DEI BOMBARDAMENTI DI MASSIMO D'ALEMA SULLA SERBIA.

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Recessione. Che fine faranno le operaie della Omsa?

Era veramente necessario spostare gli stabilimenti in Serbia? E i lavoratori dell’ azienda farmaceutica Sigma Tau che stanno lottando per salvare il posto di lavoro ci riusciranno? Alcuni imprenditori sono schiacciati tra lo Stato che non onora in tempo i debiti e le banche che non prestano soldi. Stiamo andando dritti verso la deindustrializzazione? Cosa si potrebbe fare? Esistono ancora soluzioni possibili? Il ministero dello sviluppo ha messo in atto un vero e proprio pronto soccorso per risolvere le questioni più spinose e noi stiamo seguendo le trattative tra le imprese, i sindacati e i lavoratori con la mediazione dei tecnici del ministero.
“Presadiretta†entra nel cuore di due vicende molto calde (la Omsa e la Sigma Tau) il cui epilogo si chiarirà proprio in questi giorni.
Nella puntata “Recessione†ci sarà anche una vicenda finita bene: quella dello stabilimento della Saint Gobain a Pisa, che è stato recuperato e salvato… Come ha fatto la dirigenza italiana a convincere la grande multinazionale francese a investire e a credere ancora alla possibilità di produrre nel nostro paese?

“Recessione†è un racconto di Francesca Barzini,Vincenzo Guerrizio, Raffaella Pusceddu e Rebeca Samonà.

RaiTre - Presa Diretta - puntata di domenica 19 febbraio 2012 ore 21.30

SI VEDANO IN PARTICOLARE LE RIPRESE DALLA SERBIA - dal minuto 01:15:40 al minuto 01:26:05

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Figli della Fiat

Nel 2011 inizia il piano di allargamento all'Est Europa della FIAT, guidata da Sergio Marchionne: dopo anni di trattative, i vertici aziendali italiani decidono di "azzerare" il comparto auto della storica Zastava di Kragujevac in Serbia, la "Torino dei Balcani", duramente provata dai bombardamenti NATO del 1999, assumere solo alcuni operai in una "nuova azienda", una NewCo sul modello di Pomigliano, sostenuti da soldi pubblici dello stato serbo, molti altri invece vanno a cassa integrazione.

di Danilo Licciardello, Simone Ciani e Bruno Federico. Traduzioni a cura di Carlotta Caldonazzo 

RaiNews24 - 27 ottobre 2011

VIDEO: http://www.rainews24.rai.it/it/canale-tv.php?id=24899

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#7283 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Mer 22 Feb 2012 10:44 pm
Oggetto: Der Konsenspräsident
jugocoord
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[Il presidente designato della Germania, Joachim Gauck, si è reso noto alle cronache in anni recenti per alcune sue posizioni esplicite: l'apprezzamento per le dichiarazioni pubbliche di Thilo Sarrazin contro gli immigrati musulmani; la retorica pietista sugli esuli tedeschi della Slesia, e viceversa la relativizzazione dell'Olocausto commesso dai nazisti; la messa sullo stesso piano dei sistemi fascisti da una parte e socialisti dall'altra - d'altronde per un periodo è stato proprio Gauck a sovraintendere all'uso degli archivi della Stasi; la messa in discussione dell'attuale confine orientale con la Polonia; l'incitamento ai tedeschi a ritornare dai sensi di colpa al patriottismo... Costui può adesso contare sull'accordo di tutte le forze politiche parlamentari per la sua elezione, ma, in particolare, delle lodi entusiastiche dei quotidiani della destra estrema.]

http://www.german-foreign-policy.com/de/fulltext/58273

Der Konsenspräsident
 
21.02.2012

BERLIN
 
(Eigener Bericht) - Eine Zeitung der äußersten Rechten feiert die Einigung auf Joachim Gauck als nächsten Bundespräsidenten. Während der bisherige Amtsinhaber Christian Wulff mit "Worthülsen von der 'bunten Republik'" Schlagzeilen gemacht habe, seien von Gauck "nüchterne Äußerungen" unter anderem zum Thema "Migration" bekannt, heißt es lobend in der ultrarechten Wochenzeitung Junge Freiheit. In der Tat hat Gauck durchaus positiv zu dem SPD-Politiker Thilo Sarrazin Stellung bezogen, der für rassistische Äußerungen über "Türken und Araber" bekannt ist. Der zukünftige Bundespräsident hat außerdem mit Aussagen über die deutsch-polnische Grenze, über die Umsiedlung der Deutschen und über die Shoah von sich reden gemacht. So vertritt er die Auffassung, die "Überhöhung" des "deutschen Judenmordes in eine Einzigartigkeit" nehme zuweilen eine quasireligiöse "Dimension der Absolutheit" an, die abzulehnen sei. Joachim Gauck soll in gut vier Wochen von den Abgeordneten beinahe sämtlicher Bundestagsparteien zum elften Präsidenten der Bundesrepublik Deutschland gewählt werden - in parteiübergreifendem Konsens.

Parteiübergreifend

Nach dem Rücktritt von Bundespräsident Christian Wulff haben sich fast sämtliche Parteien, die im Deutschen Bundestag vertreten sind, darauf geeinigt, den evangelischen Pastor und ehemaligen Leiter der Stasi-Unterlagen-Behörde Joachim Gauck zu seinem Nachfolger zu wählen. Gauck kann damit auf 90 Prozent der Stimmen zählen, wenn die Bundesversammlung am 18. März im Berliner Reichstag zusammenkommen wird, um über den künftigen Bundespräsidenten zu entscheiden. Das künftige deutsche Staatsoberhaupt unterscheidet sich dabei in mancherlei Hinsicht von dem letzte Woche zurückgetretenen Amtsinhaber.

Political Correctness: "Unbeliebt"

In direkten Gegensatz zu seinem Amtsvorgänger Christian Wulff stellte sich Gauck in der Debatte um rassistische Thesen des Sozialdemokraten Thilo Sarrazin. Dieser hatte im Herbst 2010 in einer Buchpublikation lautstark gegen "Türken und Araber" gewettert: Migrantische Teile der deutschen Unterschichten, behauptete er, kosteten den deutschen Staat viel Geld, brächten ihm aber zu wenig Nutzen. Der antimuslimischen Agitation, die daraufhin Wellen schlug, widersprach Wulff in seiner Rede zum 3. Oktober 2010 mit der Feststellung, der Islam gehöre zu Deutschland. Noch seine Rücktrittserklärung leitete Wulff mit dem Bekenntnis ein, ihm sei es "ein Herzensanliegen", dass sich alle, "die hier bei uns in Deutschland leben", der Republik "zugehörig" fühlten - "ganz gleich, welche Wurzeln sie haben".[1] Gauck hingegen hatte Sarrazin attestiert, "Mut bewiesen" zu haben: "Er hat über ein Problem, das in der Gesellschaft besteht, offener gesprochen als die Politik." "Die politische Klasse" könne aus seinem Erfolg lernen, dass "ihre Sprache der politischen Korrektheit" bei der Mehrheit der Bevölkerung keine Zustimmung finde.[2]

Die Schuld ad acta legen

Bekannt geworden ist Gauck vor allem als Kämpfer gegen "totalitäre Systeme". Unter diesem Begriff fasst der künftige Bundespräsident sowohl rassistisch fundierte Politikansätze der extremen Rechten als auch kommunistische Gleichheitsvorstellungen der Linken zusammen und setzt den Nationalsozialismus mit seinen Menschheitsverbrechen und die realsozialistischen Staaten, darunter die DDR, weitgehend in eins. So wird er mit der Aussage zitiert, es gebe Ähnlichkeiten bei den "Folgen staatsterroristischer Herrschaft auf die Bürger".[3] In einer "Prager Erklärung" vom 3. Juni 2008, zu deren Erstunterzeichnern Gauck gehörte, heißt es, es gebe "substanzielle Ähnlichkeiten zwischen dem Nazismus und dem Kommunismus" mit Blick auf ihre "Verbrechen gegen die Menschheit".[4] Die "Prager Erklärung" ist von jüdischen Verbänden entschieden kritisiert worden, weil sie die Menschheitsverbrechen der Shoah relativiere. Es gebe "gewisse osteuropäische Kreise, die eine Art 'Holocaust-Neid' entwickelt" hätten, wird der Direktor des Jerusalemer Simon Wiesenthal Centers, Efraim Zuroff, zitiert: "Sie sähen es gerne, wenn kommunistische Verbrechen ebenso scharf geahndet würden wie die Verbrechen der Nazis." Damit aber werde eine gänzlich unangemessene Parallele hergestellt, die letztlich nur dazu führen werde, die Deutschen zu entlasten: "Denn wenn jeder schuldig ist, dann ist eben auch keiner schuldig."[5] Dann könne man "das Ganze ad acta legen".

Die "Holocaust-Religion"

Tatsächlich ist der zukünftige Bundespräsident bereits im Jahr 2006 mit einer bemerkenswerten Stellungnahme zur Shoah an die Öffentlichkeit getreten. Demnach gebe es "eine Tendenz der Entweltlichung des Holocausts", die sich zeige, "wenn das Geschehen des deutschen Judenmordes in eine Einzigartigkeit überhöht wird, die letztlich dem Verstehen und der Analyse entzogen ist".[6] Offenkundig suchten "bestimmte Milieus postreligiöser Gesellschaften nach der Dimension der Absolutheit, nach dem Element des Erschauerns vor dem Unsagbaren"; dieses "Erschauern" jedoch könne auch durch "das absolute Böse" ausgelöst werden und sei "paradoxerweise ein psychischer Gewinn". An die Behauptung, das Gedenken an die Shoah enthalte religiöse Elemente, knüpft auch die äußerste deutsche Rechte an. Als Anfang 2009 ein Bischof der katholischen Piusbruderschaft in der öffentlichen Debatte heftig kritisiert wurde, weil er den Holocaust in Frage stellte, da hieß es in der ultrarechten Wochenzeitung Junge Freiheit, "der mächtigste Dämon der Gegenwart" sei "die Zivilreligion, in der Auschwitz an die Stelle Gottes" trete; der Holocaust werde "seiner Konkretheit und seines Kontextes entkleidet" und "auf die Höhe eines Mysteriums gestemmt, das priesterlicher Vermittlung" bedürfe.[7] Wenig später erklärte es der Autor eines anderen ultrarechten Mediums im Hinblick auf Kritik an antisemitischen Tendenzen in der katholischen Kirche [8] für "bedenklich", wenn "vom Oberhaupt der katholischen Kirche ein Kniefall vor dem negativen Heiligtum des Holocaust erwartet wird".[9] Der Autor gehört heute der Redaktion einer Zeitschrift an, die in offiziellem Auftrag an der Münchener Bundeswehr-Universität herausgegeben wird (german-foreign-policy.com berichtete [10]).

Wannseekonferenz und Stasizentrale

Öffentlich exponiert hat sich Gauck nicht zuletzt mit Äußerungen, die geeignet sind, das Verhältnis zwischen Deutschland und Polen beträchtlich zu belasten. So schrieb Gauck über die Anerkennung der polnischen Westgrenze durch die DDR im Jahr 1950, "die Kommunisten" hätten, indem sie die "Westverschiebung Polens und damit den Verlust der deutschen Ostgebiete guthießen", nur "Stalins Territorialforderungen" nachgegeben: "Einheimischen wie Vertriebenen galt der Verlust der Heimat als grobes Unrecht, das die Kommunisten noch zementierten, als sie 1950 die Oder-Neiße-Grenze als neue deutsch-polnische Staatsgrenze anerkannten."[11] Noch vor wenigen Jahren hat Gauck im Streit um die Präsidentin des Bundes der Vertriebenen (BdV), Erika Steinbach, und ihre Planungen für ein "Zentrum gegen Vertreibungen", die in Polen auf heftigen Protest stießen, sich ganz offiziell auf Steinbachs Seite geschlagen. Ein "Zentrum gegen Vertreibungen" sei in Berlin, "am Ort verschiedener 'Topografien des Terrors', dem Ort der Wannseekonferenz und der Stasizentrale, dem einstigen Regierungssitz brauner und roter Despoten", am richtigen Ort.[12]

Reifes Deutschland

Gauck hat mehrfach erklärt, "die Deutschen" täten gut daran, ihren Umgang mit der Vergangenheit ihres Landes zu ändern. "Ich frage mich, wie lange wir Deutschen unsere Kultur des Verdrusses noch pflegen wollen", urteilte er im Herbst 2010.[13] Bereits zuvor hatte er auf die Interviewfrage, ob "die Mehrheit der Deutschen" heute "reif" sei für eine "Hinwendung zu den eigenen Opfern, die Hinwendung zum Patriotischen": "So sehe ich das."[14] Tatsächlich findet der Konsenskandidat, der in Kürze ins Amt des Bundespräsidenten gewählt werden wird, auch Zustimmung in Kreisen der äußersten Rechten. "Im Gegensatz zu den Worthülsen von der 'bunten Republik', mit denen Wulff die drängenden Probleme der Zuwanderung und Integration von Ausländern verharmloste, sind von Gauck nüchterne Äußerungen bekannt" [15], heißt es zum Beispiel in der Wochenzeitung Junge Freiheit: "Der überfällige Rücktritt Wulffs und die Nominierung von Gauck als neuer Bundespräsident" seien "zwei gute politische Entscheidungen".


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#7284 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Dom 26 Feb 2012 5:46 pm
Oggetto: INTELEKTUALIRIJAT
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INTELEKTUALIRIJAT
Nakon Å¡to je Parlament odobrio zakon Gelmini (ime tadaÅ¡nje talijanskeministarke obrazovanja) o Univerzitetima, ova se analiza bavi stanjem i sasjecanjem procesa obrazovanja i znanstvenog istraživanja.

piÅ¡e: Andrea Martocchia - 14/1/2011
Skraćena verzija ovog eseja je na broju 3/2010 online-Äasopisa MenodiZero: http://www.menodizero.eu/
Prijevod: Jasna Tkalec za Novi Plamen (http://noviplamen.net/). Originalni tekst na talijanskom: http://digilander.libero.it/andreamartocchia/intellettuariato.pdf .

PDF: http://www.cnj.it/CULTURA/intelektualirijat.pdf

[L'articolo originale: 
INTELLETTUARIATO. 
Dopo l'approvazione della Legge “Gelmini†sull'Università, il punto sullo stato dell'analisi attorno ai tagli a Formazione e Ricerca.
di Andrea Martocchia - 14/1/2011
Una sintesi di questo saggio appare sul numero 3/2010 della rivista online MenodiZero: http://www.menodizero.eu/
per scaricare il PDF: http://digilander.libero.it/andreamartocchia/intellettuariato.pdf ]

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#7285 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Dom 26 Feb 2012 10:50 pm
Oggetto: Revisione storiografica e uso politico ...
jugocoord
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http://www.diecifebbraio.info/2012/02/revisione-storiografica-e-uso-politico-della-questione-delle-foibe/

http://www.marx21.it/storia-teoria-e-scienza/storia/984-revisione-storiografica-e-uso-politico-della-questione-delle-foibe.html


Revisione storiografica e uso politico della questione delle foibe*

di Marco Delle Rose**

fonte: Marx21


Introduzione


L’altopiano calcareo compreso tra Slovenia e Italia (chiamato Kras in sloveno e Carso in Italiano) è denominato dagli studiosi di scienze della Terra “Classic Karst†per aver dato il nome ai “paesaggi carsiciâ€. Doline, caverne, acquitrini, sprofondamenti, dirupi, forre, voragini, abissi sono gli ambienti principali del territorio carsico e ne hanno condizionato le forme di antropizzazione. In merito a strategie belliche, i paesaggi carsici si rivelano particolarmente adatti per operazioni di guerriglia. Attraversamenti obbligati e angusti, cavità quasi inaccessibili, offrono infatti singolari vantaggi a piccole e mobili unità locali, mentre pongono problemi tattici e logistici a truppe allogene non adeguatamente addestrate ed equipaggiate. Gli usi difensivi delle grotte da parte della guerriglia comprendono, tra gli altri, rifugio per combattenti e civili in fuga e posizionamento di postazioni armate. Vari usi offensivi sono altresì favoriti, ossia: intrappolamento, agguato, nascondiglio, spazio per addestramento e schieramento, deposito di munizioni, luogo per detenzioni ed esecuzioni(Day e Kuney, 2004).


Nel corso della seconda guerra mondiale, il Carso e altri territori carsici dei Balcani settentrionali sono stati teatro di battaglie tra nazi-fascisti e partigiani, il cui epilogo è riferito dall’attuale storiografia “ufficiale†italiana alla cosiddetta tragedia delle “foibeâ€. Di pochi episodi bellici relativi a siti ipogei si conserva però una certa memoria. Tra questi, l’acquartieramento di truppe jugoslave nelle grotte bosniache di Drvar e la distruzione di munizioni germaniche nelle grotte slovene di Postojna (Kempe, 1988). Eserciti convenzionali e partigiani, soprattutto questi ultimi, sono ritenuti responsabili di aver trucidato migliaia di nemici negli abissi carsici. In Slovenia, come in Croazia e nella Venezia Giulia, l’immediato dopoguerra fu “particolarmente cruento, giacché vi giunsero molte formazioni militari avversarie del Movimento di Liberazione Nazionale†sospinte dalle avanzate partigiane e senza possibilità di fuga (Ferenc, 2005). Esplorazioni speleologiche eseguite dagli anni ‘80, al fine di censire le cavità usate come “cimiteri di massaâ€, hanno fornito riscontri parziali (Mihevc, 1995). Del resto, il numero di persone uccise o occultate nelle cavità è realisticamente impossibile da stabilire e, dunque, materia di interminabili controversie storiche e politiche. Le forme carsiche a sviluppo verticale dell’area nord-balcanica si contano a migliaia e ciascuna di esse potrebbe essere stata utilizzata più volte per “infoibareâ€, con inversioni dei ruoli vittime-esecutori in relazione alle alterne vicende della guerra.


In Italia, il termine friulano “foibeâ€, che significa doline, abissi, è impiegato per indicare “violenze di massa a danno di militari e civili, in larga prevalenza italiani, scatenatesi nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945 in diverse aree della Venezia Giulia e che nel loro insieme procurarono alcune migliaia di vittimeâ€. Un doppio mutamento semantico è intercorso rispetto all’originario significato geomorfologico di “foibeâ€, che ha perduto anche il legame con l’azione di “infoibamentoâ€, ossia di uccisione per mezzo di armi o per caduta violentemente indotta dai bordi delle cavità, oppure di “semplice†occultamento di cadaveri nelle medesime. Secondo la tendenza storiografica “ufficializzata†dallo stato, è “questo un uso del termine consolidatosi ormai, oltre che nel linguaggio comune, anche in quello storiografico, e che quindi va accolto, purché si tenga conto del suo significato simbolico e non letterale†(Pupo e Spazzali, 2003). Tale assunto costituisce però una gabbia epistemologica che limita e condiziona l’analisi storiografica. Scorporate dalla complessità reale del contesto bellico, le “violenze di massa†richiedono una pianificazione strategica dell’Osvobodilna Frontadi tipo ideologico. Ingabbiata da questa matrice disciplinare, la ricerca storiografica è vincolata al banale dualismo interpretativo tra l’ipotesi di “pulizia etnica†e quella di “eliminazione sistematica†degli avversari politici. Il presente scritto vuole essere un contributo per il superamento di questo paradigma.


Cenni storici


Dopo il primo conflitto mondiale, l’Italia attuò un programma di “snazionalizzazione†dell’Istria appena annessa, chiudendo le scuole slovene e croate e italianizzando i cognomi “stranieriâ€. Tra il 1919 e il 1922 le camicie nere compirono sistematicamente azioni squadriste, incendiando e distruggendo sedi di associazioni, redazioni di giornali, seviziando e uccidendo avversari politici. Contemporaneamente i dipendenti sloveni, croati e tedeschi furono licenziati o trasferiti di forza in altre parti del Regno d’Italia. Negli anni ‘30, l’immigrazione in massa di contadini “regnicoli†provenienti soprattutto dal Friuli e dal Veneto, costrinse gli istriani non italiani ad abbandonare le proprie terre. Molti contadini ingrossarono le fila del proletariato che si andava sviluppando nelle aree industriali di Pola e Arsia, come pure a Trieste e Monfalcone. In questi luoghi le idee marxiste trovarono terreno fertile e forgiarono quella cultura di lotta di classe che si rivelò poi un baluardo nella guerra contro il nazi-fascismo (Di Gianantonio, 2006).


Con la feroce invasione subita nell’aprile 1941 da Italia, Germania, Ungheria e Bulgaria, il Regno di Jugoslavia venne smembrato. La Croazia fu posta sotto la dittatura di Ante Pavelic, imposto da Mussolini con la benedizione del Vaticano; la Dalmazia e il Montenegro divennero governatorati italiani; la Slovenia fu ripartita tra Italia e Germania. In questi territori gli italiani si resero responsabili dei crimini più efferati: bombardamenti e incendi di villaggi; sevizie, torture, prelevamento e uccisione di civili per rappresaglia; esecuzione indiscriminata di partigiani; deportazione in massa in campi di concentramento e di sterminio (Conti, 2008). Non si trattò di episodi isolati o eccessi di singoli, ma di comportamenti sistematici, funzionali alla strategia di dominio imperialista dell’Italia monarchica e fascista applicata anche in Libia, Etiopia, Grecia.


Già nel settembre 1941, le autorità italiane di occupazione in Jugoslavia, riportarono episodi di “infoibamento†perpetrati da UstaÅ¡a ai danni di cristiano-ortodossi a Livno (Bosnia). Le stesse autorità, per fronteggiare la Resistenza jugoslava che si organizzava sotto la guida del partito comunista, assoldarono collaborazionisti “rispondendo con una serie di operazioni di guerra […] Nella provincia di Ljubljana durante i 29 mesi di occupazione, su 340.000 persone, 25.000 furono internate e 13.000 uccise. Un cittadino su cinque fu imprigionato†(Pirjevec, 2009). Voragini e abissi carsici vennero usati come “cimiteri a cielo aperto†per seppellire rapidamente le vittime di battaglie, rappresaglie e bombardamenti, specie nella necessità di prevenire il diffondersi di epidemie.


L’Armistizio dell’8 settembre 1943 causò un vuoto di potere nella Venezia Giulia mentre, quasi in ogni centro abitato, insurrezioni spontanee determinavano la formazione di comitati di governo locale. Il potere popolare fu stroncato all’inizio di ottobre dall’occupazione nazista e la costituzione della Operationszone Adriatisches Küstenland, aggregata al III Reich. Secondo la predominante storiografia italiana, durante questo periodo di trapasso di potere furono commesse, dagli insorti slavi, numerose uccisioni di massa di italiani (le “foibe istrianeâ€). Tuttavia, un numero non precisato di salme esumate era stato inumato in voragini e abissi carsici dopo decessi causati da conflitti armati o incursioni aeree, con fini antiepidemici. Altre salme esumate appartenevano a vittime di rappresaglie nazi-fasciste, mentre altre ancora a persone uccise per fatti di criminalità comune o vendette personali non-politiche.


Anche i partigiani usavano infoibare i propri nemici; è noto un documento con il quale Luigi Frausin, segretario del PCd’I di Trieste, pur raccomandando un’azione politica piuttosto che repressiva, disponeva di non rinunciare “alla tattica delle foibe, quando si scovano fuori fascisti responsabili di azioni contro la popolazione [...] collaboratori aperti, decisi e attivi dei tedeschi, spie†(cit. in Pirjevec, 2009). Questa tattica terroristica di eliminazione dei nemici in circostanze favorevoli per la guerriglia era conforme a quella attuata dalla Resistenza in ogni parte d’Europa (Michel, 1973) e agevolata, nel territorio carsico, dalla possibilità di rapido occultamento dei cadaveri in anfratti sotterranei inaccessibili e sconosciuti agli occupanti.


Con l’approssimarsi della fine della guerra, nel complesso e mutevole contesto di giochi di potere del confine orientale italiano, il Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste rifiutò l’alleanza con i partigiani jugoslavi, provocando la fuoriuscita della componente comunista. Lo stesso CLN (considerato semplicisticamente soggetto “democratico†dall’odierna storiografia) tramò con la X MAS di Julio Valerio Borghese in chiave anticomunista (Novak, 1973). Ciò è confermato da archivi angloamericani, dai quali è emerso che le formazioni partigiane della Osoppo idearono un fronte unico con la X MAS contro l’ Osvobodilna Fronta(Bajc, 2006). Altre trame antijugoslave erano state già approntante sia dal Governo del Sud (il “piano De Courtenâ€) che dagli angloamericani (il progetto “antiscorchâ€), anche al fine di prevenire disordini sociali che avrebbero avvantaggiato i comunisti alla fine del conflitto.


Il 30 aprile 1945, il giorno dell’insurrezione di Trieste e dell’arrivo dei partigiani jugoslavi, scontri armati, fortuiti o intenzionali, si verificarono tra unità del CLN e dell’ Osvobodilna Fronta. Significativo fu il contributo delle unità armate di operai italiani e slavi, organizzate dalle formazioni marxiste “Delavska Enotnost – Unità Operaiaâ€, per il contenimento di truppe naziste. Gli jugoslavi liberarono Trieste, spingendosi poi nelle provincie di Gorizia e Udine. Questo territorio, in cui cercavano scampo centinaia o migliaia di fascisti e collaborazionisti sloveni e croati, fu investito da un’ondata di esecuzioni sommarie, sanguinose vendette e crimini comuni. Tali vicende sono inquadrate dalla storiografia italiana in un secondo periodo di uccisioni di massa di italiani (le c.d. “foibe triestineâ€). Dopo 40 giorni di occupazione jugoslava, il controllo civile e militare della Venezia Giulia occidentale passò all’ Allied Military Government.


Esumazioni e mancati processi


Gran parte degli esumati dalle foibe della Venezia Giulia non sono stati identificati, né si hanno informazioni essenziali quali le loro attività sociali e politiche, le circostanze dei decessi o l’identità degli esecutori. Solo una parte delle salme riconosciute – peraltro quantificabile mediante analisi dei documenti – si può attribuire a esecuzioni sommarie compiute da partigiani. Il maggior numero appartiene invece a soldati (soprattutto tedeschi) uccisi durante la guerra, come nel caso del monumento nazionaledella Foiba di Basovizza. Una frazione significativa delle salme doveva appartenere a civili di varie nazionalità uccisi dai nazi-fascisti negli eccidi, e “deposti†nelle voragini dai sopravvissuti (parenti, amici, compagni) per fronteggiare la diffusione di epidemie. Altre vittime sono da ascrivere alla criminalità comune e a varie vicende quali vendette personali.


Le esumazioni dalle foibe avvennero principalmente durante due distinte operazioni di recupero. La prima subito dopo la costituzione dellaOperationszone Adriatisches Küstenland, riguardò le “foibe istriane†e venne riportata nella cosiddetta “Relazione Harzarichâ€. La seconda riguardò le “foibe triestineâ€, fu svolta sotto l’amministrazione angloamericana e descritta nella cosiddetta “Relazione De Giorgiâ€. Purtroppo tali relazioni, ampiamente citate nella letteratura storica e pubblicistica, non sono disponibili nella loro forma originale (Cernigoi, 2005), a detrimento delle potenzialità della ricerca.


Nella zona di Trieste, una cifra non precisabile di “infoibamenti†avvenne, durante il periodo bellico, per mano di poliziotti dell’Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza di Trieste; si trattava di persone morte a causa di sevizie e torture. Emblematica è poi la vicenda dell’Abisso Plutone presso Trieste, dove gli infoibatori furono fascisti della X Mas infiltrati nelle file partigiane (Cernigoi, 2005). Rilevante ai fini delle metodologie storiografiche è invece la vicenda di un presunto sopravvissuto ad un episodio di infoibamento in Istria, presso Plomin (Croazia) che ebbe, pochi anni or sono, grande clamore mediatico. Recenti ricerche hanno dimostrato infatti la sua inattendibilità al fine del processo di revisione storiografica (Pol Vice, 2008). Un elenco delle “foibe†completo e attendibile per la ricostruzione delle vicende storiche è quindi problematico da realizzare. Per fini comparativisti si consideri che in Slovenia sono stati censiti, per mezzo di esplorazioni speleologiche, circa 100 abissi carsici contenenti resti umani (Ferenc, 2005).


Quasi nessun criminale di guerra italiano venne giudicato dai tribunali internazionali. Molti furono riciclati, già a partire dall’Armistizio, negli apparati statali del Governo del Sud, e poi in quelli della nascente Repubblica Italiana, almeno sino al 1948. Lo stesso Badoglio era accusato, a giusta ragione, di crimini in Libia e soprattutto in Etiopia. Tra i casi eclatanti si può ricordare quello del generale dei carabinieri Taddeo Orlando, artefice del grande rastrellamento di Ljubljana che provocò migliaia di vittime. Egli compariva al numero 149 della lista dei criminali di guerra delle Nazioni Unite ma venne nominato segretario generale del Ministero della Difesa da De Gasperi nel 1947. Lo stato italiano favorì l’impunità dei criminali di guerra anche proteggendone la clandestinità. E’ questo il caso del generale Mario Roatta, responsabile dei massacri avvenuti in Slovenia e Dalmazia. Arrestato a Roma nel novembre 1944, fu poi fatto fuggire in Spagna dove visse agiatamente per un ventennio, per tornare infine indisturbato in Italia (Di Sante, 2005).


L’omertà degli apparati dello stato in cui si riciclavano i fascisti vanificò le richieste di estradizione dei criminali di guerra che il governo jugoslavo preparò dal 1944. Si trattò di una vera e propria “azione di salvataggio†organizzata dalle massime cariche della nascente repubblica. Le mancate estradizioni fecero aumentare il livore che gli slavi nutrivano nei confronti degli italiani. La tensione tra le popolazioni continuò a crescere per tutto il 1946 e anche dopo la firma del Trattato di Pace di Parigi. Vi furono vendette e uccisioni sommarie, nelle quali alle questioni ideologiche e nazionalistiche si sovrapponevano vecchi e nuovi rancori personali e familiari, nelle generali condizioni di miseria e nella lotta per la sopravvivenza generate dalla guerra. Altre cause geo-politiche contribuirono a oscurare la questione dell’ esodogiuliano-dalmata. In particolare la rottura tra i regimi comunisti di Jugoslavia e Unione Sovietica, e di conseguenza tra il PCI e il PCJ, nonché il contestuale consolidarsi dei rapporti tra Jugoslavia e Stati Uniti d’America.


Giorno della Memoria Vs . Giorno del Ricordo


Il calendario delle celebrazioni ufficiali della Repubblica Italiana si è arricchito negli ultimi anni di due nuove date: il Giorno della Memoria (27 gennaio) e il Giorno del Ricordo (10 febbraio). Le commemorazioni avvengono in tutto il territorio nazionale con cerimonie ufficiali, dibattiti pubblici, convegni di studio e altre iniziative. Molto frequenti sono i viaggi di scolaresche presso i rispettivi luoghi simbolo. L’impatto delle due ricorrenze sulla collettività è differente: mentre il Giorno della Memoria si svolge, forse troppo artificiosamente, nel commosso ricordo della Shoah, il Giorno del Ricordo è sistematicamente “turbato†da manifestazioni e contestazioni.


La legge n. 32 del 30 marzo 2004 “Istituzione del Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibatiâ€, è apparsa subito come la risposta politica alla legge n. 211 del 20 luglio 2000, che aveva istituito il Giorno della Memoria in ricordo “dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazistiâ€. Si tratta di due leggi promulgate da governi di segno politico opposto: il Giorno della Memoria dal governo Amato II (centrosinistra – XIII legislatura) quello del Ricordo dal Berlusconi II (centrodestra – XIV legislatura).


Le date scelte per le commemorazioni hanno un differente valore simbolico. Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa entrò ad Auschwitz, liberando gli internati sopravvissuti allo sterminio nazista. Il regime comunista sovietico fu percepito dal mondo intero come il liberatore dei popoli oppressi dal nazi-fascismo. Nel promulgare la 211/2000, il legislatore italiano si era adeguato a una volontà sovranazionale. Era stata la Germania, nel 1996, ad adottare per prima questa data per commemorare le vittime del nazismo, seguita poi anche da Regno Unito e Polonia. L’assemblea generale dell’ONU ha quindi ratificato questa data per “ the international holocaust remembrance dayâ€. La 211/2000 ha introdotto una serie di questioni, a partire dalla discriminazione degli altri gruppi umani deportati e sterminati, quali rom, omosessuali e (si direbbe oggi) diversamente abili. Considera solo i campi nazisti, dimenticando quelli fascisti che pur erano disseminati in Italia (19 dei quali riservarti alla deportazione di slavi) e nella Penisola Balcanica (dove morirono decine di migliaia di deportati). Conduce alla rimozione delle vittime del fascismo e alla selezione memonica di quelle del nazismo, pur riguardando formalmente anche deportati militari e politici. La maggior parte di questi ultimi erano però comunisti. Pertanto, la commemorazione avrebbe potuto trasformarsi in una sorta di “giornata dell’orgoglio comunistaâ€, dieci anni dopo la fine dell’Unione Sovietica e la “demolizione†del Muro di Berlino. Infatti, nonostante le abiure di molti ex-comunisti con ripudio della vecchia fede politica, i partiti comunisti sorti dopo la dissoluzione del PCI, godevano ancora di ampio credito ed erano rappresentati in parlamento. Oggi, quindi, appare non casuale il sostanziale monopolio del ricordo della Shoahnelle celebrazioni del 27 gennaio, bensì approdo di un processo decennale di rimozione selettiva.


La promulgazione della legge 32/2004 ha avuto ben altre premesse. Negli anni ‘90 le questioni delle “foibe†e del cosiddetto esodogiuliano-dalmata, erano riemerse dopo decenni di generale disinteresse, con lo smembramento della Jugoslavia. Le foibe di Monrupino e di Basovizza furono contestualmente elevate a luoghi simbolo e designati “monumenti nazionaliâ€. Episodi di giustizia sommaria partigiana e riesumazioni di salme dagli abissi carsici erano stati, già dagli anni ‘40, strumentalmente legati alla migrazione in massa degli italiani dai territori jugoslavi riconquistati dall’Armata Popolare di Liberazione. Negli anni delle contese territoriali con la Jugoslavia, l’inizio della diasporafu fatto coincidere “ufficialmente†con il Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947. Successivamente però lo stato, per nascondere le proprie inconfessabili colpe e in virtù dei nuovi equilibri geo-politici, contribuì all’oblio della questione. La data del 10 febbraio fu scelta anche dal legislatore della 32/2004, che avallò così rivendicazioni patriottarde sostenute dall’irredentismo più irriducibile. Tra l’altro occorre rilevare che, con sospetta coincidenza temporale, erano in corso i lavori della “commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazistiâ€. Più grevi sono le ripercussioni socio-politiche di questa legge. L’accostamento di “foibe†ed esodo, indica subdolamente gli episodi di “infoibamento†quale causa, unica e diretta, della diaspora. È questo un malcelato modo di condizionare la ricerca storica. Nondimeno, pur celebrando la ricorrenza di un atto di pace, il 10 febbraio è usato per seminare rancore tra italiani, sloveni e croati, riattizzare odi etnici faticosamente sopiti e praticare scellerate politiche razziste. Si descrivono le genti balcaniche come popoli rozzi, primitivi, assetati di sangue e di vendetta, invasati da odio etnico e dall’ideologia comunista (cfr., ad es., articolo di M. Sacchi su Il Giornale del 13 maggio 2010). Si rimarca una sedicente superiorità etica e morale degli italiani, preparando così la strada per nuove guerre. Il significato e la potenza di questo apparato ideologico sono espressi dalla sintesi: “ evocations of the ‘Slav other’ and of the terrors of the foibe made by state institutions, academics, amateur historians, journalists and the memorial landscape of everyday life [are] the backdrop to the post-war renegotiation of Italian national identity†(Sluga, 1999).


Un esempio di uso politico


L’uso politico della questione delle foibe può essere trattato analiticamente. L’esempio riguarda la comunicazione politica di “un viaggio di studio sui luoghi dell’oppressione comunistaâ€, organizzato nel 2011 dalla Provincia di Lecce. La stampa locale, ricalcando i comunicati dell’ente amministrativo, ha sottolineato la necessità di sensibilizzare i “giovani sui crimini di guerra, che i regimi del Novecento perpetrarono in Italia nei confronti dell’Umanitàâ€. La “spedizione didattica [era diretta] nelle terre del Friuli Venezia Giulia e della Dalmazia, dove vennero torturati e uccisi quasi 11mila italiani, per mano dei partigiani jugoslavi di Tito. […] Gli studenti [hanno visitato] la Foiba di Basovizza e la risiera di San Sabba, unico campo di concentramento[corsivo nostro, MdR] in Italia. Nello stesso periodo delle vicende di Basovizza – hanno spiegato gli organizzatori – il regime nazista individuò in quella risiera un campo di torture, dove persero la vita 5mila persone.†( Corriere del Mezzogiorno, 15 gennaio 2011, pag. 7).


Bisogna rilevare varie manipolazioni e inesattezze, come l’assenza di riferimenti diretti al fascismo, al cui operato risalgono le cause remote delle “foibe†e dell’ esodo. L’inesattezza più grave è l’indicazione di San Sabba come “unico campo di concentramentoâ€; in realtà esso fu un campo di sterminio, mentre in Italia operarono decine di campi di concentramento (Capogreco, 2006). Falsa e fuorviante è la contestualizzazione geografica e storica degli episodi richiamati. Pretestuosa la comparazione della stima massima delle vittime di nazionalità italiana nella Venezia Giulia con quelle assassinate nel Lager della Risiera di San Sabba. Il risultato numerico è funzionale alla strumentalizzazione politica: le vittime del regime comunista jugoslavo appaiono più del doppio di quelle del regime nazista. Con amara ironia si può immaginare che il passo propagandistico successivo, descriverà l’occupazione della Jugoslavia come una guerra preventiva e umanitaria per salvare le genti slave (oppure l’umanità intera) dal comunismo. Più concretamente, la comunicazione politica ha giocato sordidamente coi numeri: le quasi 11mila vittime per mano jugoslava comprendono le salme recuperate dalle foibe (circa un migliaio), i morti nei campi di concentramento jugoslavi (qualche migliaio) e un’altra frazione di presunti “infoibatiâ€. Le 5mila vittime perite nel lager della risiera di San Sabba rappresentano, per contro, solo una parte infinitesima di quelle causate dall’occupazione nazi-fascista del Regno di Jugoslavia.


Occorre altresì evidenziare come il paradigma del totalitarismo costituisca un elemento portante della comunicazione. Le potenziali conseguenze ideologiche sono evidenti, a cominciare “dalla possibilità di scagionare le popolazioni civili da ogni corresponsabilità con le politiche seguite dalle istituzioni che le hanno governate†(Cfr. AA.VV, 2002). L’impatto socio-culturale dell’uso reale di questo paradigma sarà ovviamente determinato dalle forze culturalmente egemoni. È appena il caso di accennare che per il regime di Tito potrebbe essere più efficace la verifica del concetto di autoritarismo (cfr. Linz, 2000).


Due ulteriori appunti. Le salme riesumate dalla Foiba di Basovizza appartenevano a soldati tedeschi uccisi durante bombardamenti alleati. Sarebbe quindi opportuno che gli studenti accompagnati presso i luoghi della memoria apprendessero la reale identità dei poveri resti in essa rinvenuti. Così pure, che dai processi fatti nel dopoguerra, solo un italiano risulterebbe “infoibato†a Basovizza, il triestino Mario Fabian, volontario del citato Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza (Cernigoi, 2005).


Politica e riscrittura della storia


Citando Jaques de La Palice, la storia contemporanea è oggetto di revisioni condizionate dall’inevitabile uso politico. Emblematica è la riscrittura della Resistenza che inizia dagli anni ‘90 con la fine del primo regime partitocratico repubblicano e lo “sdoganamento†delle forze politiche eredi del fascismo. Per tale processo, la Destra ha riproposto proprie vecchie argomentazioni, tra cui il genocidio degli italiani della Venezia Giulia programmato dal regime comunista jugoslavo. La gabbia epistemologica del corrente significato di “foibe†ne è un risultato.


Ciò tuttavia non sarebbe bastato per far diventare senso comune (inteso come accettazione di posizioni pregiudiziali non meditate e assunzione acritica di opinioni e saperi che hanno solo il merito di essere diffusi) tale propaganda. È stato necessario il pentimento strumentale della Sinistra, peraltro costellato da una lunga serie di episodi di autocommiserazione. Così W. Veltroni ha affermato che “fu un odio alimentato dall’ideologia comunista a determinare la tragedia delle foibeâ€. Posizione “politicamente corretta†nell’ottica dei transfughi dal PCI. O W. Bordon, già sindaco comunista di Muggia e quindi deputato della Margherita, che usando il frasario neo-irredentista ha parlato di “15.000 italiani morti nelle foibe†nel corso di lavori parlamentari.


Si deve quindi rilevare la congruenza tra esternazioni politiche e limiti imposti dal paradigma delle “foibeâ€. Nel suo spazio ristretto, gli studiosi poi si dividono sulle motivazioni delle “violenze di massa†perpetrate dagli slavi sugli italiani, ammettendo comunque, con poche eccezioni, la pianificazione strategica di un genocidio. La tesi è sostenuta dalla constatazione “logica†che la riduzione della popolazione italiana e l’eliminazione degli avversari politici (compresi gli appartenenti a organizzazioni non comuniste o “democraticheâ€), avrebbero agevolato i piani politici della nascente Repubblica Socialista Federale. In tale prospettiva, e superando persino la questione della pianificazione, il senatore di Rifondazione Comunista L. Malabarba ha sostenuto che “i comunisti jugoslavi avevano assimilato a fondo il recupero del nazionalismo che stava dietro al Socialismo in un Solo Paese e tutta l’impostazione dei fronti popolari. […] La guerra, iniziata come antifascista, divenne antigermanica e antiitaliana, analogamente a quanto avveniva su scala maggiore con la Grande Guerra Patriottica†(Senato della Repubblica, 11 marzo 2004, p. 52). Tale assunto costituiva un’elaborazione del pensiero del segretario F. Bertinotti che, attingendo dal lessico marxista, aveva dichiarato che accanto al “furore popolare non si riesce a non vedere anche una volontà politica organizzata, legata ad una storica idea di conquista del potere, di costruzione dello stato attraverso l’annientamento dei nemici†(PRC, 2003). Questa linea di pensiero è sostanzialmente condivisa dall’attuale storiografia “ufficiale†slovena (cfr. Pirjevec, 2009, pag. XII).


Considerazioni conclusive


L’accettazione in ambito storiografico del significato comune di “foibe†vincola le analisi possibili del “fenomenoâ€, predeterminandone gli esiti. Si conferma quindi una necessità “scientifica†di rifiutare tale assunto (cfr. Cernigoi, 2005). Oltre alla verifica delle fonti dell’apparato interpretativo esposto, il processo di revisione storiografica della tragedia delle “foibe†richiede l’analisi di ciascun episodio documentato, o comunque “testimoniatoâ€, di uccisione per mezzo di armi o per caduta violentemente indotta dai bordi delle cavità, e di occultamento di cadaveri nelle medesime. Studi di strategia militare appaiono quindi necessari, meglio se eseguiti in relazione alle caratteristiche geomorfologiche dei luoghi (cfr. Pol Vice, 2008). Nell’ambito di questo approccio, occorre indagare sia le cause generali che quelle contestuali degli eccidi. Plausibili appaiono l’odio etnico e la vendetta bellica. La cattura di prigionieri seguita dal trasferimento e dall’uccisione in massa comportano tuttavia non poche difficoltà operative per unità guerrigliere. Rispetto a tale questione tattica, le situazioni materiali delle “foibe istriane†erano senz’altro diverse da quelle delle “foibe triestineâ€.


L’analisi marxista può avere un ruolo determinate per il superamento del paradigma. La funzione della lotta di classe nelle vicende del confine italiano nord-orientale, la presa di coscienza del proletariato quale soggetto storico, i processi di formazione e trasformazione dei partiti comunisti, le sintesi operate tra nazionalismi e internazionalismo, sono alcuni dei possibili spunti per questo lavoro. Non ultima l’analisi del soggetto politico “democratico†(in cui viene inserito il CLN triestino) che nelle revisioni storiografiche e negli usi politici della tragedia delle “foibe†è in genere privo di ambiguità e contraddizioni e quindi strumentalmente adeguato e conforme alla rinegoziazione dell’identità nazionale.


Bibliografia


AA.VV., 2002, Totalitarismo, lager e modernità, Bruno Mondadori, Milano.

Bajc G., 2006, Operacija Julijska Krajina, Zolozba Annales, Koper.

Capogreco C.S., 2006, I campi del Duce, Einaudi, Torino.

Cernigoi C., 2005, Operazione “Foibe†tra storia e mito, Kappavu, Trieste.

Conti D., 2008, L’occupazione italiana dei Balcani, Odradek, Roma.

Day M.J., Kueny J.A., 2004, Military uses of caves. In: The Encyclopedia of Caves and Karst Science, Taylor and Francis.

Di Gianantonio A., 2006, L’arco lungo della Resistenza. Formazione, attese e pratiche politiche di una generazione tra guerra e dopoguerra. Il caso di Monfalcone. In: (a cura di Celletti D., Novelli E.) La Memoria che resiste, Memorie, 1, Cierre edizioni.

Di Sante C., Italiani senza onore, i crimini in Jugoslavia e i processi negati, Ombre corte, Verona.

Ferenc M., 2005, Absent from Public Memory. Hidden grave sites in Slovenia 60 years after the end of the World War Two. In: 1945 – A break with the past, Institute for Contemporary History, Ljubljana.

Kempe D.R., 1988, Living underground: A History of cave and cliff dwelling, Herbert Press, London.

Linz J., 2000, Totalitarian and Authoritarian Regimes, Boulder, Rienner.

Michel H., 1973, La guerra dell’ombra, Mursia, Milano.

Mihevc A., 1995, Caves as mass-graveyards in Slovenia. In: Acta Carsologica, n. 24.

Novak B., 1973, Trieste 1941-1954, Mursia, Milano.

Pirjevec C., 2009, Foibe. Una storia Italiana, Einaudi, Torino.

Pol Vice, 2008, La foiba dei miracoli, Kappavu, Trieste.

PRC, 2003, Atti del convegno sul problema storico e politico delle foibe, Venezia.

Pupo R., Spazzali R., 2003, Foibe, Bruno Mondadori, Milano.

Sluga G., 1999, Italian National Memory, National Identity and Fascism. In: Bosworth R.J.B. & Dogliani P. (ed.), Italian fascism: history, memory and representation, Palgrave, New York.

 


 

* Relazione esposta all’incontro pubblico promosso dall’ANPI “Il Giorno del Ricordo per la pace tra i popoliâ€, Lecce, 10 febbraio 2011. Ricerca presentata nella sessione “La Geografia e la Geologia Militare: una nuova prospettiva per gli studi storico-militari†di Geoitalia 2011, Torino, 22 settembre 2011.

 

** Consiglio Nazionale delle Ricerche – marco.dellerose@...

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#7286 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Lun 27 Feb 2012 8:29 pm
Oggetto: Sulla "giustizia del linciaggio"
jugocoord
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(To read the english version of this article: 
What do the killings of Milosevic, Saddam Hussein and Gaddafi have in common?
Hannes Hofbauer - Strategic culture foundation, 27. 10. 2011
http://www.nspm.rs/nspm-in-english/what-do-the-killings-of-milosevic-saddam-hussein-and-gaddafi-have-in-common-q.html
or http://www.en.beoforum.rs/comments-belgrade-forum-for-the-world-of-equals/230-who-decides-on-waging-wars.html
or http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/7201 

Um die deutsche Fassung dieses Artikels zu lesen:
Milosevic, Saddam, Gaddafi: Lynchjustiz und Geopolitik
von Hannes Hofbauer - veroeffentlicht in Zeit-Fragen u. COMPACT
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/7233 )


MILOSEVIC, SADDAM, GHEDDAFI: GIUSTIZIA DEL LINCIAGGIO E GEOPOLITICA

 

di Hannes Hofbauer

  

A partire dal crollo dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia nel 1991 tre capi di Stato e di governo sgraditi all’Occidente sono stati assassinati dalle istituzioni del triumvirato globale Usa – Unione Europea – Nato o sono morti sotto la loro responsabilità. Un tale sviluppo è inquietante. L’11 maggio 2006 l’ex Presidente jugoslavo Slobodan Milosevic venne trovato morto nella sua cella a Scheveningen, dopo che gli era stato negato dal tribunale dell’Aja  il richiesto aiuto medico. Il 30 dicembre 2006 è morto sul patibolo ad al-Kadhimija a nord-est di Baghdad il Presidente iracheno Saddam Hussein in precedenza abbattuto dalla guerra di bombardamento e dall’invasione militare. E il 20 ottobre 2011 ribelli libici colpirono e trascinarono a morte Gheddafi. Che cosa hanno in comune questi tre capi di stato morti? Anzi tutto e visibilmente la forma brutale della loro eliminazione. Nessun tribunale serio ha mai indagato sulle loro colpe, nessuna assise internazionale ha stabilito la loro responsabilità per eventuali crimini di guerra. Le condanne si ebbero senza eccezione ad opera dei media occidentali sulla base di corrispondenti istruzioni dei vertici di circoli politici e militari dell’ambito Nato. Al momento della loro eliminazione figuravano tutti e tre senz’altro come la personificazione del male; e come tali, nel caso di Gheddafi, di Saddam Hussein e dei figli di questo i loro cadaveri sfigurati sono stati esposti al pubblico. I fruitori dei media dovevano essere sicuri: qui giacciono diavoli, non uomini. L’assassinio politico con connessa ostensione del nemico addita a un lontano passato della civiltà.

Milosevic, Saddam Hussein e Gheddafi sono stati eliminati come nemici, non come criminali. E sicuramente hanno compiuto crimini, con responsabilità per una intera serie di misfatti. Ma questi loro misfatti, che andavano dallo schiacciamento di forze di opposizione sino alla repressione di minoranze etniche, hanno rappresentato solo il pretesto per gli interventi militari dell’Occidente. Qualunque altra interpretazione resta esclusa a fronte del fatto che oppressione politica ha luogo anche altrove in forme molteplici mentre nessuna “comunità internazionale†pensa ad intervenire militarmente a tal proposito. Dall’Arabia Saudita alla Spagna-terra dei Baschi, dalla Nigeria all’Indonesia la Nato avrebbe ben da fare per mandare in campo per i diritti dell’uomo la sua Armada.

Solo in casi ben precisi l’Alleanza occidentale entra in campo al fine – viene asserito – di  proteggere i civili. Quando e dove ciò viene fatto? E quali motivi vi si celano?

Gli alleati occidentali hanno dato la caccia fino alla morte a Milosevic, Saddam Hussein e Gheddafi non a causa della cattiva politica di questi, ma in ragione della loro buona politica. Tutti e tre erano simboli di forme diverse di “dittatura dello sviluppoâ€. Una tale consistente politica sociale per la massa del popolo, cure per un equilibrio regionale e sforzi in direzione di una modernizzazione economica. Ciò li differenziava da coloro che in prima linea si consideravano e si considerano come rappresentanti di investitori stranieri o di interessi geopolitici estranei. In Jugoslavia, Iraq e Libia gli investitori stranieri avevano accesso solo limitato ai mercati nazionali, basi militari estranee erano indesiderate. Questo è stato uno dei motivi principali per cui Milosevic, Saddam Hussein e Gheddafi apparivano sospetti alla troika costituita da Nato, Usa ed Unione Europea.

Ma anche la situazione geopolitica dei loro paesi rendeva questi oggetto di cupidigia occidentale. Tutti e tre giacciono alla periferia della zona di influenza occidentale, sia storicamente che attualmente. Durante la guerra fredda Jugoslavia, Iraq e Libia erano paesi cerniera fra i due blocchi, che in base alla propria forza politica ed economica non vedevano ragione alcuna per consegnare la loro indipendenza agli accaparramenti occidentali o alle ambizioni orientali. Mosca e Washington garantivano ciascuna la metà di quell’indipendenza, ciò che fece anche accrescere il sentimento nazionale. Dopo la fine dell’Unione Sovietica questo restò sospeso nell’aria e in mancanza di copertura da parte di Mosca condusse direttamente alla catastrofe. Sembra che i Paesi collocati fra i blocchi siano quelli che avessero ed abbiano più da soffrire davanti all’avanzata della nuova strategia imperiale. È ciò accaduto perché essi potenzialmente erano nella situazione di effettuare un’integrazione nel mercato globale diversa da quella dettata da Unione Europea, usa e Nato? La troika imperiale si è sentita minacciata da tutto ciò?

Jugoslavia, Iraq e Libia potevano rimandare a una lunga storia di partnership con il Consiglio di Cooperazione economica, il corrispondente sovietico dell’Unione europea. Fino ai tardi anni ’80 è fiorito il commercio di beni di investimento, di consumo e armi. Tale commercio veniva sviluppato tanto attraverso valute forti quanto anche nella forma del baratto, e cioè attraverso scambio diretto di beni: ciò che era proibito nel mondo dell’egemonia del dollaro. Triangolazioni con Stati africani o con l’India erano all’ordine del giorno. All’inizio degli anni ’90, gli Usa e l’Unione Europea hanno profittato della debolezza della dirigenza post-sovietica per imporre contro questi tre Stati di relativa potenza e operanti in spirito di indipendenza gli embarghi economici. Uno di questi colpì nell’agosto 1990 l’Iraq, le cui truppe avevano invaso in precedenza in Kuwait. Due anni dopo, nel 1992, il Consiglio di sicurezza delle NU irrogò sanzioni contro la Jugoslavia (30 maggio) e la Libia (31 maggio). Nel caso di Belgrado queste vennero motivate con la presa di posizione “sbagliata†nella guerra civile jugoslava, nel caso di Tripoli con l’asserita responsabilità per l’esplosione di un aereo Pan-Am nei cieli di Lockerbie, che era avvenuta anni prima. L’Iraq, la Jugoslavia e la Libia sono stati gli unici Paesi paralizzati da blocchi economici annosi. Ciò che non colpì solo loro, ma anche i loro partner commerciali tradizionali dell’Est: Russia, Bulgaria, Romania… Questo proprio in un momento in cui le economie post-comunista in sfacelo dovevano assumere nuovi orientamenti. Esse avrebbero avuto urgentemente bisogno di partner forti che potessero scambiare con loro prodotti su base diversa dal dollaro. Gli embarghi contro l’Iraq, la Jugoslavia e la Libia lo hanno impedito. All’inizio si irritarono quadri non epurati dell’epoca sovietica di fronte alle perdite imposte: “nei primi sei mesi dall’inizio dell’embargo commerciale contro l’Iraq l’Unione Sovietica ha perduto quattro miliardi di dollari Usaâ€, dichiarò Igor Mordvinov, portavoce del Ministero per il Commercio estero. Oggi sappiamo che la successiva Federazione russa ha perduto molto di più: la possibilità di un’integrazione economica alternativa rispetto al mercato mondiale dominato dagli Usa.

Milosevic e Saddam Hussein erano stati già abbattuti quando la Libia di Gheddafi scorse una piccola occasione di sopravvivere alla grossa svolta epocale senza doversi arrendere ai diktat di Washington e di Bruxelles. Dopo che Tripoli nel 2004 ebbe pagato somme di risarcimento agli eredi delle vittime di Lockerbie senza con ciò riconoscere una propria colpa, il Consiglio di sicurezza delle NU abrogò l’embargo. Sino ad allora Gheddafi è stato l’unico fra i tre paria ad esser sopravvissuto fisicamente alle sanzioni economiche. Vennero sottoscritti accordi internazionali con la Gran Bretagna, la Francia e l’Italia. Ma Gheddafi si ricordò anche delle buone relazioni tradizionali con Mosca e cominciò a riattivarle. All’ombra dei contatti con l’Occidente, Mosca e Tripoli cercarono di annodare stretti legami economici. Nel 2007 il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha visitato la Libia, poco dopo è arrivato personalmente Vladimir Putin per perfezionare il trattato relativo alla costruzione di una linea ferroviaria di 550 chilometri fra Bengasi e Sirte. Ancor più interessanti sono stati i colloqui sulla costruzione di un metanodotto che avrebbe dovuto arrivare in europa attraverso il Mediterraneo e ciò sotto la direzione tecnica di Gazprom. Allorché anche il più potente uomo di Russia, il capo di Gazprom Alexej Miller arrivò nell’aprile 2008 da Gheddafi, in Occidente suonò l’allarme. La sua offerta a Tripoli fu equivalente ad una bomba geopolitica. Gazprom avrebbe in futuro acquistato dalla Libia “l’intero gas naturale estratto come pure quello liquefatto ai prezzi del mercato mondialeâ€, come annunciato dall’agenzia Interfax il 9 luglio 2008. L’Occidente si sentì minacciato. Se si fosse arrivati al trattato, Gazprom avrebbe portato ampiamente sotto il proprio controllo il mercato del gas dell’Europa occidentale attraverso la pipeline “North Strem†del Mar Baltico inaugurata nel novembre 2011 e quella da costruirsi nel Mediterraneo. Oggi sappiamo che le cose sono andate diversamente. Da settimane le direzioni dei monopoli occidentali del petrolio, del gas e dell’acqua fanno la caccia alla Libia per concludere accordi di sfruttamento e di estrazione con un cosiddetto “governo di transizione†nelle condizioni di uno Stato inesistente, ciò che rende la questione estremamente appetibile. Dopo una guerra di otto mesi la coalizione dei volenterosi, in prima linea monopoli francesi, britannici e degli Usa, possono servirsi a buon prezzo. Il presidente in servizio del Consiglio di transizione, Abdel Rahim el-Kib, adempirà i suoi doveri amministrativi nei confronti degli investitori occidentali assolutamente senza contrasto proprio come i suoi colleghi Boris Tadic e Nuri al-Maliki fanno ciò a Belgrado e Baghdad.


Zeit-Fragen, 3.1.2012

Fonte: COMPACT 12/2011.

(trad. di AB, che ringraziamo)


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#7287 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Mer 29 Feb 2012 10:02 am
Oggetto: L'URLO DEL KOSOVO
jugocoord
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(english / francais / italiano)

L'URLO DEL KOSOVO

1) Pisa 1/3: presentazione de L'Urlo del Kosovo
2) Haradinaj trial: scared witnesses continue to refuse to testimony
3) NEWS
- 15/1: Kosovo police, pan-albanian protesters clash near Serbian border
- 15/1: Albanian crime gangs top list of most feared foreign gangsters
- 31/1: Serb homes robbed, set on fire in Kosovo
- 15/2: Référendum : 99,74% des Serbes du nord du Kosovo disent « non » à Pristina
- 16/2: Lavrov: Kosovo referendum results “a signal to global communityâ€
- 19/2: Démantèlement de barricades, blocage de routes et reprise du dialogue
3) Kosovo settentrionale: barricata di "no" contro Pristina - Tatjana Lazarević (OBC, 21 febbraio 2012)
4) Kosovo Serbs between Pristina, Belgrade and Brussels - Pyotr Iskanderov (VoR, 14 February 2012)


LINKS:

VIDEO: KOSOVO, LA DANZA DEGLI ANGELI
documentazione di Alessandro Di Meo (Un Ponte per...) divisa in 2 parti, sull'ultimo viaggio in Kosovo e Metohija a gennaio 2012
http://www.youtube.com/watch?v=fAeR9cW5olw
http://www.youtube.com/watch?v=UhcnbuU581g

Sui diritti umani dei serbi nella provincia del Kosovo e Metohija - di Zivadin Jovanovic
http://www.resistenze.org/sito/te/po/se/poseca31-010399.htm
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/7262

JUGOINFO POSTS ON KOSOVO-SERBS DEMONSTRATIONS AGAINST NATO (2011):
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/7119
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/7151
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/7157
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/7175
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/7196
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/7199

50.000 Kosovo Serbs applying for Russian citizenship
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/7217

What, really, is very bad in Kosovo?
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/7231

La nostra pagina sulla questione dell'irredentismo pan-albanese oggi:
http://www.cnj.it/documentazione/kosova.htm

La nostra galleria fotografica sulla storia della Grande Albania nazifascista:
http://www.cnj.it/documentazione/KOSMET/foto.htm


=== 1 ===

(Per maggiori informazioni sul film e il libro L'URLO DEL KOSOVO si veda anche:
http://www.cnj.it/INIZIATIVE/urlokosovo.htm )


Programma iniziativa L'Urlo del Kosovo. Proiezione e dibattito.

1 mar Pisa, Cinema Arsenale, Vicolo Scaramucci 4 

ArsenaleNetwork propone:

L’urlo del Kosovo
di Alessandro di Meo

Giovedi 1 marzo alle 18.30 


Partecipano alla presentazione del dvd e del libro, l’autore e Martina Pignatti, Un ponte per...

Storie vere da cui è impossibili fuggire. L'urlo che la propaganda non riesce a coprire. Voci che spezzano il coro allineato del pregiudizio che è letale per le persone tanto quanto le scorie della "guerra umanitaria".

Il libro vuole essere una denuncia del dramma vissuto da migliaia di persone, in prevalenza serbe, cacciate da quella terra, il Kosovo e Metohija, dove hanno da sempre vissuto e convissuto con altre etnie.

Il documentario è un viaggio tra le conseguenze dei bombardamenti che nel 1999, per 78 giorni, hanno colpito quel che rimaneva della Jugoslavia. A oltre 10 anni di distanza, i problemi e le contraddizioni che la cosiddetta “guerra umanitaria†voleva risolvere si sono, in realtà, moltiplicate.


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IWPR’S ICTY TRIBUNAL UPDATE No. 729, February 24, 2012 
http://iwpr.net/

COURTSIDE

KEY WITNESS ABSENT FROM HARADINAJ TRIAL

Defence objects to suggestion evidence is heard through video link.

By Rachel Irwin

The conclusion of the prosecution’s case against ex-Kosovo prime
minister Ramush Haradinaj hung in the balance this week as a key
witness failed to show up and apparently refused to testify.

Witness 80, as he is called, failed to give testimony this week. The
same witness had refused to testify in the original 2007 proceedings
against Haradinaj, a former commander in the Kosovo Liberation Army,
KLA, and his two co-defendants Lahi Brahimaj and Idriz Balaj, also
ex-KLA members.

In 2008, Haradinaj was acquitted of all 37 counts against him, which
included the murder and torture of Serb civilians as well as of
suspected Albanian and Roma collaborators during the late nineties
conflict in Kosovo.

Balaj was acquitted, while Brahimaj was found guilty of cruel
treatment and torture and sentenced to six years in prison.

Prosecutors appealed against the acquittals, claiming that the trial
had been “infected†by witness intimidation. As a result, they said,
they were unable to secure the testimony of two key witnesses, one of
them being Witness 80.

The other witness, Shefqet Kabashi, was recently convicted of contempt
and could face further charges for once again refusing to answer
questions when he appeared in August as a witness in the retrial. (For
more, see Witness Refuses to Testify in Haradinaj Trial.)

The current partial retrial of the case stems from a July 2010 appeals
judgement which found that trial judges “failed to appreciate the
gravity of the threat that witness intimidation posed to the trial’s
integrityâ€, and that they placed too much emphasis “on ensuring that
the prosecution took no more than its pre-allotted time... irrespective
of the possibility of securing potentially important testimonyâ€.

Appeals judges ruled that Haradinaj and Balaj should be retried on six
counts of murder, cruel treatment and torture, and Brahimaj retried on
four of those counts.

After a two-and-a-half month hiatus, the retrial convened this week
specifically to hear Witness 80 testify, but when the hearing began on
February 13, he was not there.

Prosecuting lawyer Paul Rogers alluded to a delay in “legal
proceedings†taking place in the country where the witness lives. As a
result, the witness was unable to travel to The Hague and might not be
available again until May.

This prompted a sharply-worded debate among the parties on how exactly
to proceed, given that the retrial has already lasted several months
and the three defendants have a right to be tried in a reasonable
amount of time.

Rogers alluded to the fact that the bench has already indicated it
wants to have Witness 80 appear in person in The Hague. But since this
would not possible any time soon, he said he had asked the defence to
“reconsider their objections to other methods of hearing evidenceâ€
such as a video link.

Haradinaj’s lawyer, Ben Emmerson, completely rejected this suggestion
as “second-class justiceâ€, and said that if Witness 80 could not
testify according to the current schedule, the prosecution should
close its case.

He also noted the effect of live confrontation on another protected
witness in the retrial, known by the number 81. [For more on his
testimony, see Tense Testimony In Haradinaj Trial.)

“Having seen the effect of live confrontation and cross-examination on
Witness 81, which, as we submit, has destroyed any scrap of
credibility that the witness may have entered courtroom with, to then
to proceed to a trial where a form of second-class justice is meted
out in respect of Witness 80, who gives evidence on the same counts...
and in circumstances where similar credibility challenges are to be
made, would be... grossly prejudicial to the accused,†Emmerson said.

In addition, he noted that in March, it would be seven years since
Haradinaj was indicted, and that “a surprising amount of the time that
has elapsed since then has been, in one way or another, attributable
to the refusal of this particular witness to testify, both in the
first trial ... and in these proceedingsâ€.

Emmerson stressed that “nothing mentioned in private session
concerning the position in the country in which [Witness 80] resides,
in any sense justifies his unwillingness to attend and testify
voluntarilyâ€. In fact, Emmerson said, “it demonstrates a resolute
commitment to non-cooperation†and “he is still saying that whatever
happens, he will not give evidenceâ€.

The only option that would be fair, Emmerson said, would be to travel
to where the witness resided and attempt to hear his evidence there.

“I venture to suggest that the trial chamber would hesitate long and
hard before ordering that effort and expense for a witness who for
seven years has messed the tribunal about,†Emmerson continued, adding
later that these concerns were still “not good enough†a reason to
resort to video link testimony.

“We are dealing with a witness upon whom the case against my client
entirely hinges,†he concluded. “Where credibility is an issue, it’s
simply not enough to say a video link is as good... because it isn’t
and everyone knows it isn’t.â€

Prosecuting lawyer Rogers disagreed, saying, “It has repeatedly been
held that this method of video conferencing does meet the interests of
justice and the rights of the accused.â€

Presiding Judge Bakone Justice Moloto said a decision on the matter
would be delivered at a “later stageâ€.

Rachel Irwin is an IWPR reporter in The Hague.


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Source of most following documents in english language is the Stop NATO e-mail list 
Archives and search engine: http://groups.yahoo.com/group/stopnato/messages
Website and articles: http://rickrozoff.wordpress.com

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http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5iHacmMO074ZK0G4nWRQTjfKipdeA?docId=CNG.5ac8cc19445558189357128508908e39.8c1

Agence France-Presse - January 15, 2012

Kosovo police, protesters clash near Serbian border

By Ismet Hajdari 

PODUJEVO: Police used tear gas and a water cannon to disperse hundreds of Kosovo Albanians who tried to blockade the border with "enemy" Serbia, arresting 146 protesters.
At least 52 people, including 31 police officers, were injured in clashes at two border crossings, police said in a statement released in Pristina.
They said they were "forced to react" after being pelted with stones and metal objects by members of the Kosovo Albanian Self-Determination movement, which opposes any contact with Serbia.
Self-Determination, led by hardline opposition leader Albin Kurti, had announced plans to temporarily block the border in order to bar Serb products from entering the breakaway territory.
Kurti joined protesters waving Albanian flags, saying: "Serbia is an enemy country for Kosovo, that is why our motto is 'Serbia will not pass through'."
After an hours-long confrontation, police managed to disperse the protest and restore traffic on the road leading from the border to Pristina, allowing two trucks from Serbia across under police escort.
Police had earlier cordoned off the road outside the northern town of Podujevo, some six kilometers (four miles) from the border with Serbia, to prevent the movement from blocking two border posts.
In an initial clash, security forces pushed the crowd back with batons and pepper spray.
Later in the day police and protesters clashed also near another border post, Konculj, some 70 kilometers east of Pristina.
...

At a border post on the frontier with Albania, Kosovo police earlier stopped several busloads of Albanians on their way to join the protest, a spokesman told reporters in Pristina.
But, according to local media in Tirana, dozens of protesters nevertheless managed to break through and take part in the protest.
Belgrade and Pristina have been at loggerheads over bilateral trade ever since Kosovo, which has an ethnic Albanian majority, unilaterally proclaimed independence from Serbia in 2008.
However in September, after months of EU-mediated negotiations, the two sides agreed to implement a free trade agreement.
Neither Kosovo's minority Serbs nor Belgrade recognise Pristina's 2008 declaration of independence, accepted by most of the European Union and many other countries, considering Kosovo still to be a province of Serbia and the cradle of its nation and religion.

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http://www.deadlinenews.co.uk/2012/01/15/albanian-crime-gangs-top-list-of-most-feared-foreign-gangsters/

Deadline News - January 15, 2012

Albanian crime gangs top list of most feared foreign gangsters

By Peter Laing

AT least 25 foreign crime gangs are operating in Scotland, according to investigations by the country’s equivalent of the FBI.
Detectives are said to be particularly concerned about the arrival of the “ultra-violent†Albanian mafia.
Gangsters from the impoverished Balkan state have muscled in to Scotland’s drug and vice trades, according to the Scottish Crime and Drug Enforcement Agency (SCDEA).
The crime-fighting body ranks ethnic Albanian groups as among the “non-indigenous†gangsters posing the greatest threat.
Foreign gangs now make up almost 10% of all crime groups operating north of the border, according to work by the SCDEA.
They have identified 267 organised crime groups, of which at least 25 are from abroad.
Other nationalities include Chinese gangs behind cannabis farms and bootleg DVDs, Bangladeshis and Czechs involved in people smuggling, and Yardies from the Caribbean who specialise in selling crack and running prostitutes.
But it is Albanian gangs – known as the Mafia Shqiptare – that are causing particular concern.
The gangs are said to have been brutalised by the conflicts in the Balkans in the 1990s and sit on worldwide trade routes for guns, drugs and women.
The Mafia Shqiptare are believed to have taken over the sex trade in London’s Soho district and even reduced the power of the feared Italian Mafia in their own areas.
Stephen Whitelock, a Detective Chief Superintendent with the SCDEA, said: “We are noting the emergence of a number of crime groups from other countries operating in Scotland.
“This includes gangs from eastern Europe, southeast Asia – particularly Vietnam and China – as well as African countries.
“The Albanians are here now. Some of the individuals concerned are known to be capable of extreme violence.

Prostitution
“Albanian serious and organised crime groups have been know to be involved in prostitution, arms and drugs. They have been flagged up in our mapping exercise.â€
He added: “We have a list of the top 20% most serious organised crime groups and, each of which is in the ownership of one of the forces or the agency. The Albanians are on that list.â€
It is thought Albanian crime families arrived in the UK in the aftermath of the 1999 Kosovo war. The families are relatively small but strongly bonded by a code of honour and blood feuds.
As long ago as 2003, Luan Plakici, an Albanian from Montenegro, was jailed in Scotland for 10 years for trafficking women from Moldova.
Former SCDEA boss Graeme Pearson, now a Labour MSP, said: “The Albanians are a bit of a challenge because they have a military background in their homelands and their criminal elements have a very violent history. They are very difficult groups to penetrate.â€

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http://www.b92.net/eng/news/crimes-article.php?yyyy=2012&mm=01&dd=31&nav_id=78556

Tanjug News Agency - January 31, 2012

Serb homes robbed, set on fire in Kosovo

GNJILANE: Two houses owned by Serbis in the village of Cernica near Gnjilane were robbed and set on fire last night, it has been confirmed.
A Kosovo police (KPS) spokesperson told Tanjug news agency that nobody was inside the buildings during the incident.
But Ismet Hasani "could not say what caused the fire", adding that it was promptly put out by firemen. 
The spokesperson however noted that KPS units investigated the scene "and opened the case". 
Local Serb media in that part of the province are reporting that the homes belonged to LjubiÅ¡a Spasić and Stanko Stanojević, who currently live and work in Switzerland along with their families. 
Cernica resident SrÄ‘an Menković said the homes were first robbed, while the fire "most likely came later and was the work of arsonists". 
"Almost everything was taken from the houses, they stole everything. It is getting worse by the day, robberies are ever more frequent, while police either cannot or will not do anything about it," said Milenković. 
Some 150 Serb families lived in the village prior to the war in 1999, while only about 30 remain today.

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http://balkans.courriers.info/article19254.html

Le Courrier des Balkans

Référendum : 99,74% des Serbes du nord du Kosovo disent « non » à Pristina

De notre envoyé spécial à Mitrovica
Mise en ligne : mercredi 15 février 2012

Les communes serbes du nord du Kosovo peuvent se féliciter d’avoir remporté leur pari. Malgré le froid, la neige et le désaveu de Belgrade, 75,28% des électeurs se sont rendus aux urnes, et ils ont été 99,74% à voter « non » aux institutions du Kosovo. En réponse, le Parlement du Kosovo avait déclaré mercredi que ce référendum était « illégal et anticonstitutionnel ». Par Jean-Arnault Dérens

Selon les premiers résultats annoncés peu après 23 heures mercredi soir, seuls 69 bulletins « oui » ont été déposés dans les urnes. Les résultats définitifs seront publiés dimanche.
Les communes serbes du nord du Kosovo ont donc remporté leur pari, et l’influence de Belgrade sur la région est sérieusement remise en cause. Tel est le principal enseignement du référendum organisé mardi et mercredi.
Le maire de Mitrovica, Krstimir Pantić, a expliqué que ce vote n’aurait effectivement « aucune conséquence légale », car il ne faisait que « confirmer les dispositions de la Constitution de la Serbie », mais qu’il constituait un « message clair » envoyé à la communauté internationale.
La participation a été particulièrement élevée dans la ville de Mitrovica, un peu plus faible dans les zones rurales, où la neige rendait très difficile tout accès à certains villages. Elle était aussi nettement plus faible à Leposavić, la seule commune dirigée par le Parti démocratique (DS), où le référendum n’était organisé que la seule journée de mercredi.
Aucun incident notable n’a été relevé, selon Ljubomir Radović, porte-parole des communes serbes. Aucune mission internationale n’est venue observer le référendum, seuls quelques observateurs de l’International Crisis Group se sont rendus dans deux bureaux de vote de ZveÄan.
Le Parlement du Kosovo a adopté mercredi après-midi une résolution déclarant que le référendum était « illégal et anticonstitutionnel ».

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http://english.ruvr.ru/2012_02_16/66235369/

Russian Information Agency Novosti - February 16, 2012

Lavrov: Kosovo referendum results “a signal to global communityâ€

The results of the referendum held on February 14-15 in Kosovo are “a signal to the international community†and to the parties in the Kosovo talks, which cannot be ignored, Russia’s Foreign Minister Sergey Lavrov said in Vienna on Thursday.
The referendum on the legitimacy Kosovo’s Albanian authorities was held in four Serbian communities in the north of the region on the initiative of the local authorities. The local residents were asked the following question “Do you accept the institutions of the so-called Republic of Kosovo?†According to the preliminary results, more than 99.5% of the voters said “Noâ€.
“This was a signal to Pristina, Belgrade, a signal to those who wants the international involvement in the settlement of the numerous aspects of this problem to continueâ€, Lavrov said.

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http://balkans.courriers.info/article19285.html

Nord du Kosovo : démantèlement de barricades, blocage de routes et reprise du dialogue

B92 - 19 février 2012

Les troupes de la KFOR ont démantelé les barrages routiers de Jarinje et de Brnjak samedi dernier. Mais les Serbes du Kosovo ont érigé de nouvelles barricades, cette fois en Serbie centrale. Les négociations entre Belgrade et Pristina reprennent mardi à Bruxelles. Elles porteront sur la représentation du Kosovo dans les initiatives régionales.

« Nous avons nettoyé les routes conduisant aux carrefours de Jarinje et de Brnjak. Ces routes sont à présent ouvertes à la circulation », a annoncé samedi à Beta le porte-parole de la KFOR Uwe Nowitzki. Celui-ci a démenti les déclaration des Serbes de Leposavić qui ont affirmé que les routes de Rudnica à Jarinje et de Ribariće à Brnjak étaient bloquées et que les véhicules devaient toujours emprunter des routes alternatives. Celles-ci restent toutefois impraticables à cause de la neige.
Selon B92, les deux barricades démantelées ont été déplacées en Serbie centrale. La première, entre RaÅ¡ka et Leposavić, a été installée avant Jarinje ; la seconde, entre Ribariće et Zubin Potok, avant Brnjak.
À Bruxelles, la prochaine session du dialogue entre Belgrade et Pristina mené sous les auspices de l’Union européenne aura lieu mardi 21 février. Les pourparlers porteront sur la représentation du Kosovo dans les initiatives régionales. Une « pierre d’achoppemement », selon le chef de l’équipe serbe Borislav Stefanović, mais aussi l’une des conditions pour que la Serbie obtienne son statut de candidat à l’UE. Les négociateurs serbes, qui s’opposent à l’appellation « République du Kosovo », espèrent conclure un accord qui respecte la résolution 1244 du Conseil de sécurité des Nations unies, ainsi que la Constitution serbe.
Dimanche, le Premier ministre du Kosovo Hashim Thaçi a affirmé que le Kosovo serait représenté en tant qu’État indépendant et souverain, conformément à la déclaration d’indépendance, à la décision de la Cour internationale de Justice et à la résolution 1244. « Une grossière erreur », a commenté Borislav Stefanović.


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http://www.balcanicaucaso.org/aree/Kosovo/Kosovo-settentrionale-barricata-di-no-contro-Pristina-112518


Kosovo settentrionale: barricata di "no" contro Pristina

Il referendum organizzato dalle municipalità serbe del Nord del Kosovo ha confermato il rifiuto ad accettare le autorità di Pristina. Il voto, dichiarato nullo da governo kosovaro e autorità internazionali, segna però soprattutto un momento di rottura della comunità serba del nord con Belgrado, che temendo ripercussioni sul percorso di integrazione UE ha osteggiato il voto

Secondo dati ancora preliminari, il 99.74% dei votanti ha detto “no†nel referendum organizzato in quattro municipalità del Nord del Kosovo. Il quesito su cui dovevano esprimersi era così formulato: “accettate le istituzioni della cosiddetta Repubblica del Kosovo?â€
Nonostante il maltempo e la contrarietà di Belgrado, l’alta affluenza alle urne è stata evidente, ed ha raggiunto il 75.28% degli aventi diritto. Proprio nel giorno in cui si festeggiavano l’amore e il vino [San Valentino e Sveti Trifun], le strade deserte e da giorni piene di neve, sono state irraggiate dal sole, e la gente è andata a votare di buon mattino.
Tuttavia, i voti dei circa 26.500 cittadini, che senza sorpresa hanno votato “no†alle istituzioni kosovare, sono stati dichiarati nulli sia dalle istituzioni del Kosovo che dai rappresentanti della comunità internazionale, ma anche dal governo serbo. Questi tre soggetti, dalla fine dello scorso anno, quando i leader del nord del Kosovo hanno indetto il referendum per il 14 e 15 febbraio, festa nazionale della Serbia, si sono sempre opposti alla sua organizzazione, dichiarandolo incostituzionale e minimizzandone l’importanza. “Il referendum è nulloâ€, hanno detto quasi all’unisono i tre soggetti di cui sopra.
Anche il giorno prima del referendum, i più severi sono stati il presidente Boris Tadić e il governo kosovaro. Ma, nonostante il presidente serbo sia stato deciso nel sottolineare il danno arrecato dal referendum agli interessi nazionali serbi, il governo del Kosovo ha accusato Belgrado di aver organizzato il referendum, dichiarando in un comunicato stampa che “questa presa di posizione indica chiaramente le ambizioni malate e le pretese territoriali della Serbia verso la repubblica del Kosovoâ€.


Un peso per la Serbia


Dopo il voto, ai rappresentanti internazionali che da anni tramite Belgrado cercano di influire sui serbi del Nord del Kosovo, è oramai chiaro che il nord si è de facto â€œsottratto†all’influenza politica delle autorità serbe.
“In questo momento la situazione al nord del Kosovo è tale che Belgrado non ha più molti mezzi efficaci per influire sulle decisioni che vengono prese laggiù, anche se ciò non significa che non abbia potuto farlo in passato. Credo che la Serbia non debba essere ostaggio dei serbi del nord Kosovo e che assegnarle lo status di paese candidato sia l’aiuto migliore non solo alla Serbia, ma anche ai paesi vicini, Kosovo compreso, e quindi anche ai serbi che vivono a sud e a nord del fiume Ibarâ€, ha dichiarato a Radio Free Europe alla vigilia del referendum il rapporteur per la Serbia al Parlamento europeo Jelko Kacin.
Le accuse che i serbi rimasti in Kosovo siano ormai da tempo la zavorra della Serbia nella sua controversa strada verso l’Unione europea sono diventate più frequenti dallo scorso autunno, quando si è surriscaldata la questione relativa all’ottenimento dello status di paese candidato. L'iniziale sostegno emotivo fornito dai funzionari di Belgrado alle barricate serbe nel nord del Kosovo è andato velocemente smorzando, rivelando così falle nella comunicazione tra Belgrado e il nord del Kosovo.


I voti lontano dai riflettori


Il referendum, come un corpo estraneo, si è infilato simbolicamente tra due festività nazionali, rispettivamente della Serbia e del Kosovo: il giorno della Repubblica, 15 febbraio, che si celebra dal 2001 a commemorazione della prima insurrezione serba contro i turchi nel 1804 e la prima costituzione serba del 1835, e il 17 febbraio, quarto anniversario della dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo.
I 26.500 voti di un nord barricato e coperto di neve sono sembrati insignificanti rispetto alla sfilata d’alte uniformi, picchetti d’onore e decoro delle due capitali, che per l’ennesima volta hanno giurato di proteggere il proprio stato e la sua integrità territoriale.
Il referendum si è tenuto anche senza la presenza di osservatori, visto che le organizzazioni internazionali non hanno risposto alla richiesta di monitoraggio del voto, e OSCE e UNMIK avevano già detto che il referendum non è valido, e che non avrà alcuna conseguenza legale.
Dall' “indesiderato neonato†hanno preso le distanze anche i due funzionari statali che per Belgrado sono i due autentici rappresentanti dei serbi del Kosovo. Il ministro e il segretario di stato per il Kosovo, entrambi originari del nord, hanno ripetutamente suggerito che non ha senso che i cittadini vadano contro il proprio governo. L’alta affluenza, invece, l’hanno spiegata con la paura dei cittadini dei leader locali nel caso non fossero andati a votare.
“La gente si trova davanti ad un enorme dilemma e sotto forti pressioni psicologiche, perché non andare al referendum per i leader locali avrebbe significato automaticamente essere a favore dell’allargamento delle istituzioni di Pristina, ma per quanto ne so io quello è stato un voto a favore o contro il governo della Serbiaâ€, ha precisato all’agenzia Tanjug Oliver Ivanović, segretario di stato per il Kosovo.
Prima del referendum si era parlato di brogli. Alcuni funzionari governativi hanno sperato fino all’ultimo che la percentuale di affluenza non sarebbe stata così alta. Molti serbi del nord, che finanziariamente dipendono da Belgrado, temevano di votare, per paura di perdere il posto di lavoro. Dall’altra parte, fin quasi il giorno del voto, è stata evidente la mancanza di una vera campagna elettorale. Qualche banchetto e manifesto è comparso solo pochi giorni prima del voto. Il cuore della campagna era un fuoristrada che, come nei migliori film locali, percorreva le strade innevate, invitando tutti al voto da un megafono.
Che la situazione sarebbe stata diversa da quello che avevano sperato i funzionari di governo era già evidente dal comportamento della più settentrionale delle municipalità, Leposavić, sotto forte influenza del ministro per il Kosovo Goran Bogdanović, originario di quel comune. Questa volta, però, l’influenza del ministro non è stata sufficiente per far sì che l’amministrazione locale bloccasse il referendum e a Leposavić i risultati non si discostano in percentuale dagli altri comuni.


Chi è andato a votare?


L’alta affluenza indica che l’appartenenza al partito e l’influenza politica dei leader sono state messe da parte. I quattro comuni del nord del Kosovo sono amministrati da sindaci di partiti che a livello nazionale sono sia al governo che all’opposizione. Dalla cosiddetta crisi di luglio, tutte le amministrazioni locali, con a capo i rispettivi leader, sono sempre state unite nelle decisioni, incluse quelle che contrariavano Belgrado. E anche se le segreterie dei partiti del governo centrale hanno esercitato una certa influenza sui rappresentanti locali, quanto meno per rimandare il referendum, molti simpatizzanti e membri di questi partiti si sono recati alle urne.
“Siamo stati costretti a prendere una decisione con questo referendum, per dire ancora una volta all’opinione pubblica internazionale che non permetteremo che ai serbi del nord del Kosovo venga imposta una soluzioneâ€, ha precisato il sindaco del comune di Kosovska Mitrovica, Krstimir Pantić, all’emittente locale KiM radio.
C’erano votanti che non erano sicuri di cosa scegliere. Hanno votato su indicazione della famiglia, oppure hanno votato perché la maggioranza è andata a votare.
“Ho sempre creduto nel mio paese, anche quando Slobo ci ha difeso, e poi sono rimasta senza casa... Ma adesso? Ha ragione Tadić che non dovremmo votare? Non lo so figliola, ma ti dico, ascolto mia nipote, lei mi ha portato a votareâ€, ha dichiarato a OBC l’anziana Vera P. fuggita dal sud del Kosovo, mostrandomi la fragile e silenziosa ragazza che la sorregge.
La sensazione generale è che i cittadini abbiano votato per paura di vedersi imposta la demolizione del sistema statale serbo e l’introduzione di quello di kosovaro. Per la maggior parte dei serbi questo voto è stato di vitale importanza. Ponendo di contro l’alternativa: chiudere le istituzioni serbe e integrarsi con quelle kosovare.
“Non importa se ci spingeranno a forza nelle istituzioni di Pristina fra sei mesi o un anno o fra cinque. Non vogliamo un sistema che ci è innaturale, che è altrui. Il diritto fondamentale di ogni uomo è difendere il suo sistema e di contrastare più che può l’imposizione di valori e cultura altrui se non riconosciuti come propriâ€, afferma la diciannovenne Maja V., che per la prima volta è andata a votare.


"Quando la primavera tarda"


Un antico detto serbo dice: “La neve non cade per coprire la collina, ma per svelare le tracceâ€. I serbi del nord hanno cementato una nuova barricata: il voto popolare del referendum contro l’integrazione nella società kosovara. Molti politici di Belgrado vorrebbero lasciare da parte il fardello kosovaro, sperando che la neve rimanga alta almeno fino a maggio, data delle prossime elezioni politiche in Serbia.   


=== 4 ===

http://english.ruvr.ru/2012/02/14/66061383.html

Voice of Russia - February 14, 2014

Kosovo Serbs between Pristina, Belgrade and Brussels

Pyotr Iskanderov
   

The referendum held on 14-15 February in four northern Kosovo municipalities on non-recognition of the Albanian authorities in Pristina might escalate the situation in the region still further.

The major point though is not the final results of the plebiscite. They were predictable and will prove the Serb’s firm stance on the self-proclaimed Republic of Kosovo. Besides, according to the current Serbian constitution, Kosovo remains an “integral part of Serbia’s territory.†

However, the geopolitical essence of the plebiscite is far more important and is tantamount to the final transformation of Kosovo’s Serbs into an independent factor in Balkan policy. That is basically a direct challenge posed not only to Pristina, but also to the European Union and even Belgrade.

Data acquired by the German press agency Deutsche Presse-Agentur show that about 35 thousand Kosovo Serbs have already expressed their will to take part in the vote. The overall population of Serbs in northern Kosovo regions, according to various estimates, ranges from 80 to 100 thousand.

The current plebiscite is by far not the first attempt by Kosovo Serbs to give a legal response to Kosovo’s Albanian separatists. In May 2008 – three months after the unilateral declaration of Kosovo’s independence – Serbs from northern municipalities voted in favor of establishing the Union of Serbian Districts and District Units of Kosovo and Metohija, based on the Serbian constitution.  Until recently its activities have been fully supported and funded by the Serbian authorities.

However, in autumn 2011 the situation started to develop under the influence of two new circumstances. First, Kosovo’s Serbs used force to prevent the implementation of EU-mediated agreements reached by Belgrade and Pristina on joint control of border crossings. Second, the European Commission for the first time accepted Serbia’s bid to join the EU. At the EU summit held in December, this matter was postponed till March, leaving Belgrade with no choice: Serbia had either to urgently normalize its relationship with the Pristina authorities or abandon its plans to join the  EU. At the same time there was Germany, which had emerged from the crisis as an unofficial leader of the “United States of Europe.†Germany did not only demand from Serbia to allow Kosovo to freely participate in international forums, but also to provide assistance in eliminating Serbian institutions in the nothern Kosovo municipalities. 

Judging by the information coming from Belgrade, Serbian authorities have not yet reached a final decision on the implementation of the actual ultimatum of Brussels and Berlin. The ruling coalition split. The head of Foreign Affairs Vuk Jeremic looks as if he is taking a tougher stance in the talks with the EU, whereas the Minister for Kosovo-Metohija Goran Bogdanovic is reluctant to provide support for Kosovo’s Serbs. He has already said in a statement that “holding a referendum would undermine our credibility and capacity in the talks with the international communityâ€, while Serbia’s Persident Boris Tadic openly advised the visiting delegation of Kosovan Serbs that they should not hamper the implementation of agreements between Belgrade and Pristina that are widely considered by Serbian leaders as anti-constitutional and even treacherous. 

As confirmed by Alexander Karasev, an expert from The Institute of Slavonic Studies of the Russian Academy of Sciences, in an interview with the Voice of Russia:

“Most northern Kosovo’s Serbs believe that the Belgrade authorities are not proactive enough in securing their interests and enter into illegal deals with Albanian separatists behind their backs.

"The Serbs’ persistence is caused chiefly by the fact that their people have been subjected to a moral insult. It’s incredibly hard to take for them. Hence the firm resistance they show in this issue. As far as Serbia itself is concerned, at the moment it cannot afford to strain relations with the EU once again. Most Serbian leaders believe that the country will only be able to defend the interests of Kosovo’s Serbs more efficiently if it joins the EU, and the crisis-stricken EU does not need a renewed escalation of tensions in Kosovo either. Thus the current referendum will only prove the existing well-known stances of the parties.â€

Kosovo Forces Commander, Major General Erhard Drews, has warned ahead of the referendum against the threat it may pose for Kosovo Serbs living outside northern municipalities in isolated enclaves and other Kosovo regions. In an interview to the German magazine Focus he said that the plebiscite “may provoke Albanian nationalists into attacks on the Serbian minority in the southâ€. However, the unresolved issue of Kosovo Serbs is becoming a more serious challenge for Pristina as well as for Belgrade and Brussels. Locked in this geopolitical triangle, they have no one else to turn to but themselves.


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#7288 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Mer 29 Feb 2012 6:52 pm
Oggetto: Anghiari (AR) 4/3: CRIMINI DI GUERRA DELL’ITALIA FASCISTA
jugocoord
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http://www.cnj.it/INIZIATIVE/index.htm#anghiari040312
http://www.diecifebbraio.info/2012/02/anghiari-ar-432012-crimini-di-guerra-dellitalia-fascista/

 
Sala Audiovisivi, Piazza del Popolo, ANGHIARI (AR)
domenica 4 marzo 2012 ore 17.30

CRIMINI DI GUERRA DELL’ITALIA FASCISTA

ne parliamo con
DAVIDE CONTI
Storico della Fondazione Lelio Basso
Autore del libro: CRIMINALI DI GUERRA ITALIANI. ACCUSE, PROCESSI E IMPUNITA’ NEL SECONDO DOPOGUERRA

Durante l’iniziativa:
Esposizione della mostra “Testa per Denteâ€
http://www.cnj.it/INIZIATIVE/TESTA_PER_DENTE/testaperdente.htm
http://www.diecifebbraio.info/testa-per-dente/
Proiezione della mostra sul libro “Criminali di guerra italianiâ€
http://WWW.CNJ.it/documentazione/bibliografia.htm#conti2011
http://www.diecifebbraio.info/2012/01/criminali-di-guerra-italiani-un-libro-di-davide-conti/


Promuovono:

ANPI AREZZO
COMUNE DI ANGHIARI
COORDINAMENTO NAZIONALE PER LA JUGOSLAVIA – ONLUS
COORDINAMENTO ANTIFASCISTA ANTIRAZZISTA ARETINO

http://www.facebook.com/events/119495101509686/

scarica la locandina:
http://www.cnj.it/INIZIATIVE/volantini/anghiari040312.jpg
http://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2012/02/anghiari040312.jpg


=== * ===



E' nata indoona : chiama, videochiama e messaggia Gratis.
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#7289 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Sab 3 Mar 2012 11:14 am
Oggetto: Nuove segnalazioni su 10 Febbraio e dintorni
jugocoord
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(slovenscina / italiano)

Nuove segnalazioni su 10 Febbraio e dintorni

1) ROMA 3 MARZO: LA VERITA’ STORICA SULLE FOIBE
2) DELIRIO 2012. Rassegna di nuove "ciliegine" su "foibe" e confine orientale
3) RAI manipuliral s fotografijo slovenskih talcev
Reazioni in Slovenia a seguito del delirio revanscista di Bruno Vespa che Alessandra Kersevan ha osato "disturbare"
4) FARE RICERCA ONESTA. STORIA O “FOIBOLOGIA DI STATOâ€?
Nota a margine del libro "La Foiba dei miracoli" (Pol Vice)
5) Foibe: quale storia insegnare a scuola? (M. Barone)


LINK CONSIGLIATI:

CARTOGRAFIA PER PRINCIPIANTI
Per chi ignora, o vuole ignorare, “la complessa vicenda del confine orientaleâ€, una selezione cartografica, da testi originali, per valutare l’evoluzione del confine orientale italiano tra occupazioni e guerre, con pubblicazioni sia dell’era fascista che relative alla guerra di liberazione nazionale jugoslava...
http://www.diecifebbraio.info/2012/02/cartografia-per-principianti/

DIECI FEBBRAIO MILLENOVECENTOQUARANTASETTE
Materiali di resistenza storica antifascista e internazionalista sulle questioni del confine orientale italiano
http://www.diecifebbraio.info/

LA PAGINA DI CNJ-ONLUS SULLA DISINFORMAZIONE STRATEGICA A PROPOSITO DI "FOIBE" E CONFINE ORIENTALE
http://www.cnj.it/documentazione/paginafoibe.htm


=== 1 ===

http://www.diecifebbraio.info/2012/03/roma-332012-la-verita-storica-sulle-foibe-contro-il-revisionismo-storico/

Sabato 3 Marzo 2012

alle ore 17.00

Via della Penitenza, 35 Roma

 
ASSOCIAZIONE ABITANTI IN TRASTEVERE

promuove:
 

LA VERITA’ STORICA SULLE FOIBE CONTRO IL REVISIONISMO STORICO  

Interverrà:

Lo Storico  Davide Conti della Fondazione Lelio Basso

che presenterà il suo libro: â€œL’occupazione italiana dei Balcaniâ€

 

A finire, cena e canti partigiani.



=== 2 ===

DELIRIO 2012. Rassegna di nuove "ciliegine" su "foibe" e confine orientale

---

Cerimonia del Quirinale, 10 febbraio 2012: la II G.M. in Istria descritta come sequela di "aggressioni contro italiani inermi da parte di jugoslavi solo perché erano italiani"

<< ... L'intervento del ministro per la Cooperazione internazionale e lo sviluppo, Andrea Riccardi, che ha sottolineato quell’amnesia nata “dalle passioni e dalle lotte della Guerra fredda, ma oggi quel tempo è finito". Ed aggiunge: "Fu una storia terribile tra italiani d'Oriente e slavi d'Occidente in una terra con una complessa stratificazione etnica". Una storia, "ripetutasi fino a ieri nei Balcani", ha continuato. Negli anni della Seconda guerra mondiale si trattò di "aggressioni contro italiani inermi [SIC] da parte di jugoslavi solo perché erano italiani [SIC] e mettevano in discussione il controllo titoista - ha ribadito il ministro - oggi sappiamo del disegno stalinista [SIC] che usava le etnie per affermarsi" [SIC - sicuramente il ministro si riferiva al disegno nazifascista - quello si, "usava le etnie per affermarsi"]. >>
Secondo Raoul Pupo << â€œIl fascismo si è impegnato a realizzare la bonifica etnica, ma quel che ha ottenuto, è stato di decapitare, impoverire ed umiliare le comunità slovene e croate che nella loro maggioranza sono rimaste salde sul territorio. Il regime di Tito invece ha proclamato la fratellanza italo-slava, ma gli italiani sono stati costretti [SIC] ad andarsene al 90%â€. >> Chiosa la commentatrice, legata alla lobby neoirredentista: "Lo stesso metodo ma con risultati ben diversi". E si sbaglia, sia sul metodo (pulizia etnica da una parte, fratellanza dall'altra) sia sui risultati (esiste tuttora una comunità italiana in Istria così come una comunità slovena in Friuli-Venezia Giulia).

Fonte: Giorno del Ricordo: la cerimonia del Quirinale - 10 febbraio 2012
http://www.anvgd.it/notizie/12602-10feb12-giorno-del-ricordo-la-cerimonia-del-quirinale.html

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Miracolosa moltiplicazione degli "infoibati" a Trieste

Da:  Claudia Cernigoi 
Oggetto:  la moltiplicazione degli infoibati tramite la proliferazione delle onorificenze
Data:  11 febbraio 2012 10.29.23 GMT+01.00

Nel corso delle celebrazioni per il Giorno del Ricordo a Trieste sono state conferite 5 onorificenze a discendenti di "infoibati", come previsto dalla legge. Si consideri che di questi 5 nominativi i seguenti erano già stati insigniti.
ANTONINI Antonino, avvocato, già insignito nel 2011 a Trieste. sempre tramite la figlia Antonini Maria Novella-
GHERSA Giulio, militare, già insignito a Trieste nel 2009 e nel 2011, nel 2011 tramite Ghersa Giulio, nel 2012 tramite le figlie Ghersa Onorina e Mirella e la nipote Beatrice.
Non è la prima volta che le onorificenze vengono conferite più volte alla stessa persona. Forse è anche per questo che è così difficile risalire ai nominativi.
 
Claudia Cernigoi

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Sul Piccolo la città di Novigrad viene italianizzata in "Novegradi"

Da:  Giorgio Ellero 
Oggetto: Miracoli dalmati: moltiplicazione di esuli e pesci - (fwd) Re: prosegue il delirio sul 10 febbraio...
Data: 9 febbraio 2012 22.14.00 GMT+01.00

Certe cose si possono leggere soltanto su Il Piccolo alla vigilia del pianto istriano. 
Succede che sulle rive dell'isola dalmata di Pag (ovviamente sulla pagina della provincia perduta Fiume Istria Dalmazia si scrive Pago, cioè pago domàn) causa il maltempo sono spiaggiati una quantità notevole di pesci morti, tipo miracolo dell nozze di Caanan. Vicino Zara, inoltre, hanno ritrovato pure una tartaruga 'caretta caretta', tanto caretta al giornalista estensore e firmatario dell'articolo che qui trova occasione di far bella figura chiamando la località 'Novegradi (Novigrad)' - così testuale sta scritto nall'articolo-, rivelando finalmente la reale origine toponomastica del luogo, ovviamente quindi italianissima terra perduta. Non sto smaltendo una brutta sbornia: potete verificare su Il Piccolo di oggi. Ripeto: l'articolo è correttamente firmato... 

Jure

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Finalmente dei numeri attendibili! (seee magari...)


Video di "destra razionale" (pensate se fossero "irrazionali...")
 
http://www.youtube.com/watch?v=4a9X1ft4wso
 
scrivono:
 
il genocidio italiano in Istria:
350.000 esuli
200.000 infoibati (tutti civili, eh!)
TOTALE 550.000 persone
 
quanti abitanti aveva l'Istria?
 
Secondo il censimento del 1936, in Istria c'era un totale di 296.460 abitanti, a Zara 25.302 e a Fiume ed isole quarnerine 56.249, per un totale di 378.011.
(censimento riservato Perselli, da quanto ho trovato in rete, che comprende in ogni caso anche sloveni e croati, e altre minoranze, non solo gli italofoni).
 
Claudia


=== 3 ===

RAIUNO 13 febbraio 2012: ALESSANDRA KERSEVAN A “PORTA A PORTA†SMONTA LA PROPAGANDA REVANSCISTA

RASSEGNA STAMPA:
http://www.primorski.eu/stories/alpejadran/202925/
http://www.siol.net/novice/slovenija/2012/02/manipulacija_s_fotografijo_streljanja_tudi_na_rai.aspx#disqus_thread
http://www.sta.si/vest.php?id=1726191
http://www.dnevnik.si/novice/svet/1042509739
http://www.slomedia.it/nezaslisano-italijansko-fasisticno-okupacijsko-vojsko-zamenjali-za-partizane

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http://www.rtvslo.si/svet/rai-manipuliral-s-fotografijo-slovenskih-talcev/276815

RAI manipuliral s fotografijo slovenskih talcev


Zgodovinarka Kersevan: ''V Italiji nihÄe ne ve niÄ o agresiji Italijanov nad Slovenci

14. februar 2012 ob 13:50,
zadnji poseg: 14. februar 2012 ob 17:25
Rim, Ljubljana - MMC RTV SLO


V oddaji italijanske televizije RAI so objavili fotografijo, na kateri piÅ¡e Obsojeni na smrt, ker so bili Italijani, a na njej dejansko italijanski vojaki streljajo na slovenske talce.

Ob dnevu spominjanja na fojbe in eksodus Italijanov iz Istre so na italijanski televizijski mreži RAI posvetili celotno oddajo Porta a Porta temu dogodku, oddajo pa so naslovili ''Trst je naÅ¡''.

Med samo razpravo v oddaji je bila dolgo Äasa v ozadju sporna fotografija, ki pa v resnici prikazuje streljanje na slovenske talce v vasi Dane v LoÅ¡ki dolini 31. julija 1942.

V oddaji je bila med gosti tudi zgodovinarka iz Vidma Alessandra Kersevan, ki je voditelja oddaje Bruna Vespo veÄkrat opozorila na neskladje objavljene fotografije, a jo je ta glasno utiÅ¡al z besedami: ''Lahko vi vodite oddajo in grem jaz iz studia'' in ''Äe ne verjame, da je ta fotografija pristna, za njeno objavo nisem odgovoren jaz''.

Kot je pisal Primorski dnevnik, so omenjeno fotografijo zasledili tudi na spletni strani desniÄarske Azione Universitaria. Sicer pa je lani plakat objavila obÄina Bastia Umbra, pojavil pa se je celo na strani italijanskega notranjega ministrstva. Takrat je zunanje ministrstvo Republike Slovenije poslalo uradno protestno noto takratnemu italijanskemu veleposlaniku Alessandru Pietromarchiju.

V Uniji Istranov, ki je bila lani povabljena na spominsko slovesnost v italijansko obÄino Bastia Umbria pri Assisiju, so za napako izvedli, ko je bil plakat že natisnjen. Zagotovili so tudi, da pri njeni objavi niso sodelovali.

Skrajna desnica skuÅ¡a vplivati na prepriÄanje ljudi
Zakaj je znova priÅ¡lo do neljubega incidenta, smo na MMC-ju povpraÅ¡ali kar zgodovinarko, ki je sodelovala v oddaji, Alessandro Kersevan. Na vpraÅ¡anja, zakaj so v oddaji sploh uporabili fotografijo, ki je v preteklosti že zanetila toliko prahu, je odgovorila, da je to delo skrajne desnice v Italiji, ki želi med ljudmi povzroÄiti zmedo in vplivati na njihovo prepriÄanje.

''V Italiji nihÄe ne ve niÄ o agresiji Italijanov nad Slovenci. Ne želijo, da bi ljudje izvedeli resnico in ne želijo, da bi govorili o tem, kar se je dogajalo v Jugoslaviji v Å¡tiridesetih letih prejÅ¡njega stoletja. Govorijo le o nasilju, ki so ga povzroÄili partizani, ne pa tudi o nasilju, ki so ga nad partizani izvajali faÅ¡istiÄni vojaki.''

Nad reakcijo voditelja Bruna Vespe, ki jo je ob njenem opozorilu, da je fotografija neustrezna, nadrl, ni bila preseneÄena. ''Bruna Vespo je že tako dolgo televizijski voditelj, da se zna izvleÄi iz takÅ¡nih situacij. Dejal je, da so vzeli fotografijo iz slovenskih knjig. A to ni pravi odgovor, saj je sliko v javnost plasiralo italijansko zunanje ministrstvo. Z njim so želeli razÅ¡iriti napaÄne podatke, ÄeÅ¡ da so nasilje povzroÄili Slovenci in ne Italijani.''

Po besedah Kersevanove je fotografija le del propagande zunanjega ministrstva o tem, kaj se je dogajalo v fojbah v Å¡tiridesetih letih prejÅ¡njega stoletja, ''v italijansko javno mnenje želijo vnesti le veliko zmede''.

Kje je slovenska vlada?
Sogovornica je izpostavila tudi to, da je zanimivo, da se na predvajano oddajo ni odzvala uradna slovenska politika. Alessandra Kersevan je za MMC dejala, da je oddaja vsebovala veliko netoÄnega gradiva - poleg omenjene fotografije, so predvajali tudi kratke filme, ki so vsebovali napaÄne podatke, ti pa so bili podani v nezgodovinskem kontekstu.

''Slovenska vlada bi lahko naredila veÄ, da bi ljudje stvari razumeli. Morala bi poslati protestno noto na italijansko televizijo RAI, da bi ta popravila storjene napake in ne bi zavajala ljudi o tem, kaj se je v tistem Äasu dogajalo med Slovenijo in Italijo,'' je Å¡e dodala Kersevanova.

Na MMC-ju smo vprašanje o morebitnem ukrepanju glede manipulacije s fotografijo poslali na slovensko ministrstvo za zunanje zadeve, kjer so nam obljubili, da nam bodo odgovor posredovali v sredo.

Katja Å tok, Enej ÄŒesnik


=== 4 ===

http://www.diecifebbraio.info/2012/02/fare-ricerca-onesta/

FARE RICERCA ONESTA. STORIA O “FOIBOLOGIA DI STATOâ€?

Nota a margine del libro La Foiba dei miracoli*

 

Partiamo da qualche dato storico già noto a chi è informato correttamente.

In Istria durante la seconda guerra mondiale furono estratti da una ventina di foibe (cavità carsiche) più di 200 cadaveri, e altri furono segnalati ma non fu possibile il loro recupero. Ciò avvenne dopo il breve e confuso periodo del “potere popolare†(8 settembre – primi di ottobre 1943) subentrato alla disfatta del regime italo fascista sulle regioni a est dell’Adriatico, che non fece in tempo ad organizzarsi stabilmente perché dovette subito opporsi, senza successo, alla “operazione nubifragioâ€, cioè alla travolgente riconquista della regione da parte delle truppe tedesche (i cosiddetti “ribelli†uccisi o fatti prigionieri, secondo una fonte ufficiale di Berlino, furono 13.000; molti di loro erano di nazionalità italiana). Alla luce della ricerca storica successiva  «l’insieme di quegli episodi di “infoibamento†si può a ragione definire un eccidio. Ma le cause, le dimensioni e le modalità di esso furono “mostruosamente†ingigantite e distorte ad opera della propaganda nazifascista, allo scopo di giustificare e far dimenticare i crimini e i massacri perpetrati prima dal regime italo/fascista e poi dagli occupanti nazisti e dai loro fiancheggiatori» [La foiba...cit., p.27].

Alla fine della guerra si verificarono altri casi nella zona di Trieste e Gorizia. Alcuni (qualche decina) furono accertati o come omicidi politici (esecuzioni sommarie nell’ambito del fenomeno che fu chiamato “la resa dei contiâ€, che coinvolse tutta l’Alta Italia), o come vendette personali o anche delitti comuni (rapine ecc.); quasi tutti i colpevoli furono individuati, processati  e condannati (alcuni dalle stesse autorità militari jugoslave).  Ma moltissime furono le segnalazioni di “scomparsi†militari e civili, a seguito sia delle sanguinose battaglie che si svolsero in quelle zone negli ultimi giorni di guerra, sia degli arresti e degli internamenti (alcune migliaia) eseguiti nelle settimane successive da parte della polizia politica jugoslava. La drammatica mancanza di notizie sulla sorte dei propri cari fu un terreno ideale per seminare ancora in grande stile il terrorismo mediatico sulle “foibe†da parte degli ambienti nazionalisti italiani e della stampa legata al CLN anticomunista triestino. Così crebbe ancora a dismisura il numero dei presunti “infoibatiâ€, e furono diffuse altre mitiche “leggendeâ€, oltre a quelle che circolavano già dal ‘43, col sostegno di massicce campagne di propaganda.

Quelle angosciose notizie, sebbene quasi mai verificate né verificabili, riuscirono ad esasperare i sentimenti collettivi di terrore e di odio in quegli italiani giuliano dalmati che erano stati classe dominante e privilegiata durante il periodo del “fascismo di frontiera†e che si sentivano minacciati a morte dai tanto disprezzati “s-ciaviâ€, diventati “demoni slavo comunisti† ed ora perfino vincitori nella guerra che avrebbe invece dovuto sancire il trionfo imperiale dell’Italia e la totale sottomissione (o espulsione) di quei “barbariâ€. Tutto ciò, sommandosi alle reali difficoltà della dura situazione postbellica in zone già povere, portò all’esodo di massa, con tutte le note conseguenze (cfr. Sandi Volk, Esuli a Trieste..., KappaVu 2004).

Tuttavia l’obiettivo principale dei neo irredentisti, cioè l’assegnazione all’Italia dei territori contesi, non fu raggiunto (salvo che per Trieste e dintorni).

Però è un dato di fatto che già nell’immediato dopoguerra le “sensazionali rivelazioni sulle foibe†già diffuse dagli agenti nazisti e dalla Xa MAS, opportunamente “aggiornate†e ulteriormente ampliate, furono usate anche al tavolo delle trattative di pace di Parigi dagli esponenti del  governo De Gasperi, come argomento “forte†a sostegno delle rivendicazioni di sovranità italiana sulle regioni del “confine orientaleâ€. Esse infatti furono inserite in un dossier dal titolo Trattamento degli italiani da parte jugoslava dopo l’8 settembre 1943, che fu trasmesso dal Ministero Affari Esteri – Divisione Generale Affari Politici – alle ambasciate italiane di Washington, Londra e Parigi il 28 agosto 1946. In esso si afferma in sostanza che gli slavo-comunisti avevano “occupato†l’Istria e parte della Venezia Giulia, e che vi stavano compiendo una vero e proprio “genocidio†(già iniziato nel ’43) ai danni degli italiani là residenti.

Alcuni miti della “foibologia†riuscirono nei decenni successivi (pur con alterne fortune) a conquistare sempre più l’immaginario collettivo, anche perché qualche storico professionista compiacente (v. p. es. R. Pupo e R. Spazzali nel loro Foibe, B. Mondadori 2003) li accettò in quanto «informazioni date generalmente per acquisite» senza fare alcuna verifica critica, confermando così la loro presunzione di verità. Ma soprattutto furono i riconoscimenti ufficiali da parte delle autorità statali della “nuova†Repubblica che trasformarono le montature mediatiche in “verità inconfutabiliâ€.

Un esempio emblematico in questo senso è quello del pozzo di Basovizza, dichiarato “monumento di interesse nazionale†negli anni ’80, nonostante  l’inconsistenza delle presunte “testimonianzeâ€; nonostante le smentite delle stesse autorità alleate; nonostante l’evidenza dei risultati negativi di numerose esplorazioni e svuotamenti; nonostante, infine, che sulla lapide fatta porre dai “foibologi ufficiali†siano state scritte cifre “variabili†sia sulla profondità del pozzo (prima 250, poi 500, infine, nel 1997, 300 metri)  sia sulla quantità di “salme di infoibati†(“misurate†addirittura in metri cubi: prima 300 e poi 500), mostrando con evidenza quale fosse il grado di attendibilità delle informazioni. Eppure diversi Presidenti della Repubblica, a partire da Cossiga, andarono a celebrare solennemente, si badi bene, non i caduti nelle sanguinose battaglie  che ci furono in quella zona fra le formazioni tedesche in ritirata e quelle jugoslave negli ultimi giorni di guerra (i pochi resti trovati  nel pozzo furono infatti di militari di entrambi gli eserciti), ma i “martiri – italiani†che sarebbero stati gettati in quella “foiba†dal “furore slavo-comunista†(per saperne di più si legga Claudia Cernigoi,Operazione “FOIBE†tra storia e mito, Kappa Vu 2005).

Un altro “mito fondativo†della foibologia è quello nato nel 1945/46 con le prime “testimonianze di sopravvissutiâ€, che furono inserite nel dossier sopra citato e usate durante le trattative di pace a Parigi come “prove†a conferma delle tesi neo irredentiste italiane.

Abbiamo chiamato “Foiba dei miracoli†quella in cui, secondo tali racconti, all’alba di un giorno di maggio 1945 gli slavo-comunisti avrebbero gettato sei militari istriani della Milizia di difesa territoriale (Mdt), dopo averli arrestati nella zona di Pola, imprigionati e trasferiti in diverse località, sottoposti a una lunga serie di umiliazioni, persecuzioni e torture insieme con molti altri, infine portati sull’orlo della voragine e mitragliati (in alcune versioni si legge anche di una o due bombe a mano scoppiate nell’acqua profonda dove le vittime sarebbero precipitate). Nonostante tutto ciò uno degli “infoibaati†(oppure due, la cosa è controversa) si sarebbe salvato (ovviamente in modo miracoloso) e avrebbe raccontato la sua avventura alle autorità alleate (di Pola e/o di Trieste).

Il libro che ha questo titolo e che porta la mia firma  è il risultato di un percorso di ricerca collettiva di tutto il gruppo di Resistenza storica coordinato da Alessandra Kersevan, senza il cui determinante aiuto non avrei potuto nemmeno sperare di condurre a termine un lavoro così impegnativo. In esso non solo si dimostra la falsità dei fatti raccontati dai presunti “sopravvissutiâ€, ma si analizzano puntualmente sia l’intreccio delle loro vicende personali, sia i vari passaggi nella costruzione e nella gestione politica (e mediatica) del mito da parte dei soggetti interessati.

Non intendo qui fare una presentazione generale del libro, ma solo prenderne spunto per fare una riflessione sulla delicata questione del metodo e del ruolo degli storici in questo importante e controverso settore di ricerca.

Ebbene: com’è stata presentata questa vicenda negli ultimi anni dagli storici considerati più autorevoli sull’argomento? Come  sono state usate le fonti originarie?

Gianni Oliva all’inizio del suo libro Foibe, le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria [2002, pp. 17-18] riportò una dopo l’altra due “testimonianze dirette di sopravvissutiâ€. Il nome (impreciso) del primo testimone, “originario da Sissano†(vicno a Pola), era Giovanni Radetticchio [recte Radeticchio; altre volte compare “Radeticchiâ€, “Raddeticchio†ecc.; nel suo Genocidio... Il “grande foibologo†Marco Pirina loreinventò: lo chiamò “Antonio†e lo fece apparire come “unico superstite†nientemeno che dalla foiba di Vines, nel settembre del 1943!]. Di lui Oliva non dice nient’altro; si sa (da altre fonti) che nel 1944-45 era “milite del presidio di Marzana†e che “dopo aver lasciato la sua deposizione emigrò in Australiaâ€. L’altro, invece, è l’ormai mitico protagonista di questa vicenda, da qualche anno giunto alla celebrità per essere l’unico “sopravvissuto alle foibe†ancora in vita: Graziano Udovisi (premiato nel 2005 con l’Oscar tv come “uomo dell’annoâ€, sull’onda delle celebrazioni ufficiali dei “martiri delle foibeâ€). Oliva scrive solo che era un “insegnante istrianoâ€, tacendo ciò che lo stesso Udovisi dichiara con orgoglio, cioè che aveva aderito da sùbito alla Milizia fascista dopo l’8 settembre ’43 diventando ufficiale della Mdt e comandante di presidio a soli 19 anni.

I brevi racconti riportati da Oliva parlano  di due “prodigi†diversi avvenuti in due foibe separate: Radetticchio fu portato “in direzione di Arsia†e cadde “nell’acqua profondaâ€, Udovisi nei pressi di “Fianona†si salvò aggrappandosi a “un alberello sporgente†[Arsia/RaÅa e Fianona/Plomin sono due paesi nella zona di Albona/Labin, distanti fra loro circa 15 km]. Le fonti citate sono diverse. Vediamo la prima  in ordine di tempo: “L’eccezionale testimonianza di Giovanni Radetticchio – scrive Oliva – è stata pubblicata per la prima volta il 26 gennaio del 1946 sul periodico della Democrazia cristiana di Trieste La Prora, e in seguito frequentemente utilizzata dalla pubblicistica del dopoguerraâ€. Anche Raoul Pupo e Roberto Spazzali nel loro Foibe [cit., pp.98-100] presentano lo stesso testo (con lievi differenze), indicando come fonte La Prora, e anch’essi attribuiscono il racconto a Radeticchio.

Solo i lettori pignoli notano che la fonte diretta di entrambe le citazioni è il fascicolo Foibe ed esodo [allegato al n.3/1998 della rivista Tempi&Cultura]. Ma in realtà anche qui la “testimonianza di un sopravvissuto all’infoibamento ... relativa ad un fatto accaduto nel maggio 1945†non è ripresa direttamente da La Prora, bensì da un opuscolo che il “Cln dell’Istria†pubblicò fra la fine del ‘46 e l’inizio del ‘47 col titolo Foibe, la tragedia dell’Istria, su cui quel racconto “venne riportato integralmente†[così si legge su Tempi&Cultura]. Nel 1990 Roberto Spazzali l’aveva scritto nel suo Foibe, un dibattito ancora aperto [p.186]: “L’articolo pubblicato da La Prora e la vicenda narrata nell’occasione (comparve) pure su una pubblicazione curata dal Cln d’Istria sulle Foibe ... per divulgare lo stato politico presente nei territori occupati dalle forze militari jugoslaveâ€.

Si diràa che servono queste “pignolerieâ€?

Il fatto è che il recupero della fonte primaria ci ha permesso di scoprire alcune “strane†cose che si sono rivelate di estremo interesse.

Primo: il Cln Istria dichiarò palesemente il falsola “testimonianza†pubblicata da La Prora non fu affattoriportata integralmente in quell’opuscolo di propaganda. Il racconto là inserito e presentato come quello “pubblicato dal giornale di Trieste La Prora, che ne garantisce l’autenticità, il 26 gennaio 1946â€, in realtà ne è una drastica riduzione (poco più della metà), con ulteriori variazioni. Le omissioni e le modifiche più importanti riguardano la localizzazione della foiba: “da Fianona in direzione di Pozzo Littorio†(oggi Podlabin, è un sobborgo di Albona, costruito dal regime fascista) [cfr. La Prora] diventò “in direzione di Arsiaâ€, senza alcuna indicazione precedente [Cln Istria]. E’ notevole che G. Oliva attribuisca le due foibe (di Fianona e di Arsia) separatamente ai “due sopravvissutiâ€, mentre nel 1946 l’episodio raccontato era lo stesso, solo con diverse indicazioni di luogo!

Ma ecco la seconda “stranezzaâ€: sia l’articolo de La Prora, sia la sua riduzione del Clni  sono rigorosamente anonimi! In essi non appare affatto il nome del “testimone sopravvissuto†(nel primo è scritto solo che “l’originale, regolarmente firmato, si trova in nostro possessoâ€). Dunque gli storici Oliva, Pupo e Spazzali hanno “forzato†l’attribuzione di quel racconto a Radeticchio, senza fornire alcuna spiegazione.

Quanto al maestro ex tenente Udovisi, egli va sostenendo da decenni  in pubblico la sua â€œveritàâ€, con crescente successo, anche se, oltre che decisamente incredibile, essa è in contrasto sia con gli storici citati, sia col racconto anonimo de La Prora, sia infine, e soprattutto, coi primi documenti riservati del 1945 (riprodotti integralmente e commentati nel nostro libro) dove appare la firma di Radeticchio  (peraltro anche qui storpiata, perciò di dubbia autenticità), dove chi racconta afferma di essersi salvato da solo, e dove Graziano Udovisi appare addirittura deceduto  nella foiba con gli altri!

Egli invece in sostanza afferma che lui e “un altro†si salvarono insieme, o più precisamente che lui aiutò“l’amico†ad arrampicarsi dopo averlo fortunosamente “abbrancato per i capelliâ€...

Siamo riusciti a risalire anche all’origine della “versione Udovisiâ€.  Nell’agosto 1945 il giovane ufficiale collaborazionista dei nazisti fu arrestato a Padova, dov’era fuggito con documenti falsi. Al processo (tenuto a Trieste  nel settembre 1946)  dovette difendersi da accuse di delazione, maltrattamento ed omicidio di prigionieri. Fu allora che presentò una dichiarazione, inserita dal giudice nella sentenza  (riportata nel libro): lì si legge che “nel maggio 1945 presentatosi ai comandi jugoslavi, come prescritto dai bandi, venne arrestato, deportato ed infine assieme ad altri cinque compagni portato dinanzi una foiba istriana per essere giustiziato. Però egli ed un altro compagno, riuscirono, svincolandosi dai ceppi, a gettarsi nella foiba incolumi, uscendone miracolosamente salviâ€. Forse anche per questo la condanna fu lieve (“anni due, mesi undici, giorni 16 di reclusioneâ€). Dopo di allora questa “memoria†del “sopravvissuto†Udovisi rimase sepolta  negli archivi, insieme con gli atti del processo, per molti decenni senza che lui o qualche “storico accreditato delle foibe†ne abbia mai fatto cenno (vi lascio immaginare perché).

Come si vede, questa vicenda è un enorme “pasticcioâ€. Siamo certi che esso non fu generato da una serie di “errori di memoria†o di incomprensioni in buona fede, ma è il risultato di una serie di depistaggi creati ad arte fin dall’inizio per motivi precisi (che analizziamo puntualmente nel libro). Comunque una cosa è chiara: evidentemente non ci si può fidare della storiografia prodotta fino ad ora su questo argomento, per quanto “autorevole†essa sia: sembra che anche gli storici più competenti e seri si lascino “menare per il naso†dai “foibologiâ€, o ne siano complici (per qualche ragione che qui non commentiamo).

Insomma, ai risultati di ricerche e studi rigorosi, che pure esistono, continua a sovrapporsi la propaganda politica, funzionale ad obiettivi nazionali(sti).  Solo che nel dopoguerra l’ambiente politico di appoggio al neo irredentismo ex fascista era quello dei democristiani anticomunisti; oggi è anche quello degli ex comunisti. Lascio a voi le riflessioni sulle cause di questo sorprendente “passaggio di consegneâ€. Dico solo che a mio avviso anche oggi, come allora, gli obiettivi nazionali della “operazione foibe†non sembrano limitarsi alla riabilitazione del fascismo di Salò, ma si inquadrano nel rilancio “bipartisan†della politica imperialista italiana, proiettata in particolare proprio verso i Balcani, come indicano le cronache recenti: si vedano la partecipazione diretta alla disgregazione della ex Jugoslavia, l’impegno militare e di penetrazione economica in Albania, ed ora il tentativo di avere un ruolo primario nella creazione del nuovo “protettorato†NATO in Kossovo.

Per questi gravi motivi probabilmente anche questo libro sul mito dei “sopravvissuti†avrà vita difficile. Ne siamo coscienti, ma non abbiamo rinunciato a farlo, perché siamo «convinti che lavorare per far emergere la verità può essere difficile e pericoloso, ma non è mai inutile.» [pag. 45].

Pol Vice                                                                               Maggio 2008

 

*: LA FOIBA DEI MIRACOLI, indagine sul mito dei “sopravvissutiâ€, ed. KappaVu Udine 2008


=== 5 ===

----- Messaggio inoltrato -----
Da: Marco Barone
Inviato:
 Mercoledì 15 Febbraio 2012 0:02
Oggetto: Foibe: quale storia insegnare a scuola?

L'argomento foibe è e deve essere sempre attuale.
E' compito dello studioso quello di andare alla ricerca della via che conduce alla fonte della verità, in modo libero, indipendente ed incondizionato, per dissetare quella sete di sapere che non deve trovar mai fine. Ma specialmente quello che deve fare lo studioso, a parer mio, è contestualizzare gli eventi, le tragedie, nel momento storico in cui queste trovano,ahimè, affermazione.
La vita umana deve essere rispettata, la dignità umana deve essere rispettata, la storia ha il compito e la funzione di determinare, prima di ogni cosa, quel senso di rispetto per la vita umana, che oggi viene meno.
In prossimità del Giorno del Ricordo avevo pubblicato una intervista realizzata alla studiosa Claudia Cernigoi , che ovviamente ha fatto discutere. Liquidare come negazionista o infoibatore chi vuole andare alla ricerca della verità è atto a dir poco figlio della peggior ignoranza.
In questi giorni a Trieste sono in corso delle iniziative pubbliche proprio sulla tematica foibe, una di queste è realizzata e promossa direttamente dal Ministero dell'Istruzione Università e Ricerca.
Andando per ordine cronologico. Sabato 11 febbraio scorso a Trieste, presso il Museo della civiltà istriana, fiumana e dalmata, il dottore in biologia Giorgio Rustia  ha effettuato una breve relazione  in una iniziativa che avrebbe dovuto mantenere i connotati di mero inquadramento storico. Tale Giorgio Rustia , da quello che si legge in rete, - nel  1998 si sarebbe avvicinato a Forza Nuova ,dopo aver fondato un "Comitato Spontaneo di triestini che non parlano sloveno", nel 1999  sarebbe diventato referente locale del "Progetto Contropotere", emanazione di FN.
E la studiosa Claudia Cernigoi, che ha deciso di assitere al dibattito  denuncia che 
Rustia ha sostenuto in sintesi che la guerra in Jugoslavia fu combattuta non da un esercito ma da partigiani, che come tali venivano considerati “franchi tiratori†e “terroristi†dall’esercito regolare e come tali le leggi di guerra dell’epoca autorizzavano a metterli al muro senza processo, e che (testuale) “quando vi dicono che il nostro esercito ha commesso crimini in Jugoslavia rispondete che il nostro esercito ha applicato le leggi di guerra dell’epoca e nessuno potrà smentirviâ€.
Senza approfondire l’argomento (che richiederebbe decine di pagine), va detto che Rustia non ha tenuto conto di alcuni “piccoli†particolari:
1) l’Italia e la Germania avevano invaso la Jugoslavia senza dichiarazione di guerra;
2) di conseguenza erano un esercito invasore e non “regolareâ€;
3) la convenzione di Ginevra del 1929 considerava parificati a soldati regolari i volontari che si riconoscevano in un comando unico ed erano distinguibili da un simbolo o una divisa (cosa che i partigiani jugoslavi erano, in quanto si costituirono quasi subito come Esercito popolare di liberazione, riconosciuto dagli Alleati);
4) che nessuna legge di guerra prevede l’incendio ed il saccheggio dei villaggi, la deportazione ed il massacro di civili, bambini compresi: ricordiamo i campi di Arbe e di Gonars dove morirono di freddo e di fame centinaia di civili e lo sconcio delle affermazioni del generale Gambara che scrisse di suo pugno “Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d\'ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquilloâ€.
 In conclusione Rustia, secondo quanto riporta la Cernigoi,  avrebbe sostenuto che â€œlo sloveno†non si è “mai messo l’anima in pace†di non poter occupare territori italiani, infatti (testuale) “con la famosa storia della lotta contro il fascismo in realtà contrabbanderanno anche nel futuro di voler arrivare male che vada per loro all’Isonzoâ€.
Ora, il punto della situazione è il seguente. In quella sede, Rustia avrebbe rese note le sue intenzioni, consistenti in sostanza di condurre questi contenuti nelle Scuole.Di incontrare gli studenti, di parlare nelle scuole di tali problematiche.
Quanto è oggettiva come forma sostanziale di educazione per le nuove generazioni?
La problematica foibe è calda e controversa. Deve emergere, con cognizione di causa il confronto, con dati, con la contestualizzazione delle giornate controverse della terra di confine. E contestualizzare non vuol dire negare. Ed è ovviamente discutibile che un soggetto attivo o simpatizzante per una forza politica di estrema destra si possa recare nelle scuole cittadine o del resto del paese per parlare di foibe, perchè la "verità" da tal soggetto diffusa sarà solo ed unicamente di parte.Ovviamente mi auguro che le sue intenzioni non trovino riscontro alcuno nella realtà e che chi dovere proceda a diffidare gli organismi competenti perchè tali posizioni non possano trovare affermazione almeno nelle scuole pubbliche statali.
Il MIUR sembra correre in una direzione discutibile.
Ovvero quella di conferire una verità condizionata.
Infatti,  il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca - Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici e per l’Autonomia Scolastica, in collaborazione con le Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati e con la Direzione Generale del FVG, ha deciso di organizzare per la prima volta a Trieste, nei giorni 22 e 23 febbraio 2012 il III Seminario nazionale dal titolo:“Le vicende del Confine orientale ed il mondo della scuola – Il contributo dei Giuliano-Dalmati alla storia e alla cultura nazionaleâ€,dedicato a conservare la memoria della tragedia degli Italiani e di tutte le vittime delle foibe e dell’esodo degli Istriani, Fiumani e Dalmati dalle loro terre. L’intento, a detta loro, sarebbe quello  di consentire approfondite riflessioni sui contributi culturali dei Giuliano - Dalmati al profilo storico della Nazione.
 La partecipazione al Seminario è consentita a due rappresentanti per ciascuna Istituzione scolastica.È completamente gratuita per il personale della scuola poichè le spese sono sostenute dal Ministero.
Vi sarà quindi, un seminario, realizzato con i soldi pubblici, dove tra saluti recati alle Associazioni degli esuli istriani, fiumani, dalmati, ed interventi di studiosi noti come  Roberto Spazzali e  Fulvio Salimbeni si discuterà solo di determinati aspetti della storia che hanno complessivamente riguardato la questione foibe.
Sarebbe stato auspicabile invece, organizzare un dibattito od un seminario volto al confronto tra le due tesi, quella che collega il fenomeno foibe ad una sorta di punizione comunista per il rifiuto di assoggettamento al volere titino,  con lo scopo unico e reale di compromettere i valori della Resistenza antifascista, e quella che contestualizza ilfenomeno foibe senza negare l'esistenza delle stesse. Perchè chi ha contestualizzato tale evento storico non ha mai negato l'esistenza dello stesso. Eppure la cronaca "ufficiale" sia triestina che italiana tende a liquidare i ricercatori, gli storici della contestualizzazione come semplici negazionisti. Sorge il dubbio che il MIUR continui nell' intento, manifesto dello Stato vigente delle cose, di voler sostenere il processo di revisionismo storico, volto a conferire una verità parziale di una storia disumana divenuta ancor più disumana.Anche se a dire il vero, se per revisionismo formale si intende il rivedere le posizioni ufficiali alla luce di nuove fonti e ricerche reali e non ipotetiche, allora forse i revisionisti formali, nell'essenza buona di tale termine, sono tutti quelli che cercano di riportare la questione foibe alla loro effettiva consistenza. Sarebbe stato auspicabile collegare tale seminario a delle visite per esempio al campo di concentramento italiano di Gonars, Monigo, Chiesanuova , Renicci  e Visco od a quello di  Arbe, per non parlare della Risiera.Ciò sarebbe stato utile per contestualizzare e capire concretamente anche il "fenomeno" tragico delle foibe.
In tempo di guerra si diviene tutti disumani specialmente quando si subiscono violenze, abusi, negazioni di ogni status, genere ed essenza, specialmente quando si esce dalla gabbia della dittatura. Ma in sostanza si è ancora in tempo di guerra. Fuggito da tale gabbia a volte prevale il senso della giustizia non scritta e non normata da alcuna legge formale, una giustizia figlia del sentimento di vendetta per le persecuzioni subite,atrocità patite, per essere stati spogliati dalla propria identità sociale e culturale, per essere stati spogliati dalla propria dignità esistenziale.  L'uomo in quel momento non è più uomo. Così come non è stato uomo in tempo di guerra.
Così come era ancora guerra. La guerra non deve giustificare nessun tipo di violenza. 
Ma non esiste e non può esistere una guerra senza violenza.
Ciò che è accaduto dal processo storico e sociale della Risiera, del 1976, in poi è una sorta di operazione volta ad equiparare la Resistenza in tempo di guerra al c.d fenomeno disumano delle foibe, equiparare vittime e carnefici con il solo fine di conseguire, tramite la via dell'ignoranza, della verità di parte divenuta verità ufficiale, l'oblio dei valori fondanti la Resistenza antifascista. Per raggiungere la meta della verità, si devono confrontare i fatti, le storie, le fonti, e nelle scuole si deve insegnare a maturare uno stato di coscienza critica oggettiva e non parziale.
Violenza chiama violenza.
Ogni effetto è determinato da una causa.
La storia è complessa ma la verità storica non può e non deve essere nè parziale nè di parte.Dunque quale storia insegnare a scuola?

Marco Barone


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#7290 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Sab 3 Mar 2012 4:40 pm
Oggetto: 4 e 8 marzo, altre iniziative... zingare!
jugocoord
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ROMA Domenica, 4 marzo 2012
ore 18:00-21:00

Teatro Valle Occupato

Domenica 4 marzo siete invitati al Teatro Valle Occupato, dalle 18: 
"Porrajmos! Sterminio e resistenza del popolo rom".
Racconti, ritmi e vite.
Con le comunità rom e sinte per la prima volta sul palco, musiche di Assalti Frontali e Jovica Jovic (con i Muzikanti di Balval), le Chejà Chelen, Antun Blazevic (Theatre rom), Simonetta Salacone e tanti altri in arrivo!

Promuovono Associazione 21 luglio e Popica. 

L’ingresso è libero.
Per informazioni vai su www.21luglio.com 

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MILANO Giovedi, 8 marzo 2012
ore 20:45

dall'Associazione La Conta per la "Festa delle donne":

Desideriamo invitarvi a partecipare alla serata 
“ROMNIA' E SINTE - Le donne 'zingare' tra pregiudizio e marginalità" 
in occasione della ricorrenza dell’8 MARZO 2012, giovedì 8/03/2012 alle ore 20,45, con ingresso libero e gratuito, alla CGIL Salone di Vittorio in Piazza Segesta 4, con ingresso da Via Albertinelli 14 (discesa passo carraio) a Milano

In particolare la serata sarà dedicata donne Rom e Sinti attraverso i racconti, le storie, le testimonianze di Dijana Pavlovic, attrice e mediatrice culturale, e di altre donne Rom e Sinti. Sarà serata di unità multiculturale ed inclusiva dei Rom e dei Sinti della nostra città e non solo, per conoscere meglio le loro passioni, la loro condizione e la loro cultura e per contribuire ad annullare il pregiudizio e la marginalità. La serata si concluderà con un buffet offerto a tutti i presenti.


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#7291 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Dom 4 Mar 2012 10:37 pm
Oggetto: Romanian workers fight cuts, prefer socialism
jugocoord
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(francais / english)

1) Romanian workers fight cuts, prefer socialism
2) Roumanie : manifestations contre les privatisations


=== 1 ===

http://www.workers.org/2012/world/romania_0223/

Romanian workers fight cuts, prefer socialism

Published Feb 20, 2012 10:26 AM

As imperialism emerged as a system, a few countries began to dominate and exploit the rest of the world. Among the first to be subjugated were the peoples of Eastern Europe. The vast natural resources and human labor to be found there have long been used to enrich capitalists elsewhere, while the people of Eastern Europe have lived in poverty.

The first and second world wars were caused by what V.I. Lenin called “inter-imperialist rivalries.†The ruling classes of Britain, France, Germany, Austria, Italy, Japan and the United States battled each other for the ability to exploit the peoples of the colonies and turn their labor and resources into profits.

In World War II, German imperialism invaded Eastern Europe and the Soviet Union, but Hitler’s armies were finally beaten back after enormous sacrifice and losses by the Soviet people. As the Red Army fought its way west, it liberated much of Eastern Europe from fascist regimes.

Romania embarks on socialist road

One of those countries, Romania, had been under fascist rule since 1940. Almost all Romanian socialists and communists in that period were either murdered, sent to concentration camps or fled to the USSR. In 1944, with Germany in retreat, the bourgeoisie of Romania defected from the Axis, brought back the monarchy and joined the Allies. But Soviet troops were occupying Romania. For two years it became a “people’s democracy,†in which the surviving communists attempted to share power with the anti-fascist capitalists and social-democrats. The monarchy remained, though stripped of its power.

However, this alliance was short-lived and unstable. By 1947, King Michael, a puppet of Western capitalists, was forced to flee. The banks, natural resources, factories, land and all other commanding heights of the economy were confiscated. The Romanian Workers Party, later renamed the Communist Party, abolished capitalism and began the struggle to construct socialism.

Even U.S. government sources have to admit that the Communist-led government immediately addressed the needs of the people. “Romania: A Country Study,†published by the Federal Research Division of the Library of Congress, confirms the many advances made during this period.

Between 1950 and 1971, the number of hospital beds per 1,000 people more than doubled in Romania. The number of doctors per 1,000 people increased by 25 percent. The infant mortality rate was reduced by more than 75 percent from 1950 to 1984.

In 1945, only 27 percent of the people were able to read and write. However, by 1966, “illiteracy was eradicated,†according to the Country Study.

By 1970, the number of teachers had tripled and the number of university professors in Romania had gone from only 2,000 before World War II to 13,000.

None of this was accomplished while foreign imperialists and capitalism dominated the country. Only when planning for human needs replaced capitalism were the Romanian working people able to advance so rapidly. The working-class government was able to mobilize the people to combat societal ills and create a better life, no longer restricted by the profit system.

However, in 1989 the Romanian working class suffered an extreme attack. After a right-wing coup d’etat and the execution of President Nicolae Ceausescu, a pro-Western capitalist government was created. The mines and factories of Romania were one by one sold off to the foreign imperialists.

There had no doubt been many problems and contradictions within the Romanian workers’ state that contributed to its eventual demise. The Ceausescu government was not consistently anti-imperialist, even entering into agreements with imperialist countries against other workers’ states. The government wound up heavily in debt to Western banks. It then cut the standard of living drastically in order to repay the debt, putting a heavy burden on the people. However, these departures from socialist development were not caused by the system but by the poverty and underdevelopment of Romania in a world dominated by imperialism.

When, after 1989, the capitalist profit system returned to Romania, unemployment, homelessness and attacks on social services returned with it.

The workers fight back

Some 48.7 percent of the youth in Romania today are at risk of poverty — the highest level in the European Union. (EUobserver.com, Feb. 8)

The health care system in Romania has been “on the verge of collapse.†The country’s hospitals are deeply in debt and routinely run out of basic supplies, such as stitches and antibiotics. (BBC News, Aug. 11, 2010)

Many Romanians have fled the country due to economic hardship. The population of Romania has actually decreased by 12 percent since 2002. (Daily Mail, Feb. 4)

As the global economic crisis unfolds, the capitalist government there, a tool of Western corporations, has responded with “austerity.†The wages of public sector workers have been cut by 25 percent. (Wall Street Journal Blog, Jan. 19)

Today, the revolutionary spirit that drove out the fascists and pushed socialist construction is re-emerging.

A law that would further privatize the health care system sparked uprisings throughout the country. Youth fought police in huge numbers and the controversial bill was scrapped.

Prime Minister Emil Boc, who led the push for cuts in social spending, had to resign on Feb. 6. The leadership of the growing revolt is unclear, but the sentiments are not. Austerity is being opposed by mass resistance.

A poll taken by the Center for the Study of Market and Opinion is quite fascinating. (See balkananalysis.com.) Although commissioned by an anti-communist foundation, the poll, taken in 2011, showed that “half the country†agreed that “life was better in Romania before 1989.†In addition, 61 percent said “communism is a good idea.â€

An overwhelming 72 percent of respondents felt the state should provide employment — which the workers’ government did during the period of socialist construction, but the current government does not.

At this moment, Romania is once again a neocolony, owned and controlled by Western capitalists. It is saddled with $150 billion in foreign debt and austerity imposed from above. The polls and the massive upsurge and demonstrations show that many Romanian workers are clearly thinking about breaking their chains once again.





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#7292 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Mar 6 Mar 2012 11:03 am
Oggetto: 6 marzo 1953 - 2012
jugocoord
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www.resistenze.org - cultura e memoria resistenti - storia - 29-02-12 - n. 398

 

Senato della Repubblica

 

Sandro Pertini commemora Giuseppe Stalin

 

06/03/1953

 

Signor Presidente, onorevoli colleghi il dolore e l'angoscia che sono in noi impediscono ogni frase retorica ed ogni accento polemico. Dinanzi a questa morte non si può rimanere che stupiti e costernati.

 

Stupiti, per la grandezza che questa figura assume nella morte. La morte la pone nella sua giusta luce; sicché uomini di ogni credo politico, amici ed avversari, debbono oggi riconoscere l'immensa statura di Giuseppe Stalin.

 

Egli è un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto. Siamo costernati dinanzi a questa morte per il vuoto che Giuseppe Stalin lascia nel suo popolo e nella umanità intera. Signori, se abbandonate per un istante le vostre ostilità politiche, come le abbandono io in questo momento, dovete riconoscere con me che la vita di quest'uomo coincide per trent'anni con il corso dell'umanità stessa. Quattro tappe, soprattutto, della esistenza di Stalin rappresentano quattro pietre miliari della storia universale.

 

Ottobre 1917: questa data costituisce una svolta decisiva per la storia del mondo, come la costituì il 14 luglio 1789. Il 14 luglio 1789 si affermò e trionfò il Terzo Stato che dette una sua politica, economica e sociale, a tutto il secolo xix. L'ottobre 1917, segna l'affermazione vittoriosa del Quarto Stato, il quale soprattutto da quel giorno diviene da oggetto soggetto di storia. Per opera di quella vittoria l'utopia d'uri tempo diventa realtà e quella che era una speranza a sospingere le masse diseredate ed oppresse verso la mèta suprema diviene una certezza.

 

Altra tappa della vita di Giuseppe Stalin è, a mio avviso, l'edificazione socialista nella sua terra. Allora erano molti i pessimisti, gli scettici che dicevano che non sarebbe stato possibile edificare il socialismo in un paese solo. Invece questo Uomo, ereditando il pensiero e lo insegnamento di Lenin, riuscì a trasformare il suo popolo; riuscì a dargli anche una economia industriale, che sembrava un tempo un sogno ed una pazzia, sfruttando le immense ricchezze che il suolo della sua terra racchiudeva. Portò, così, il lavoratore sovietico, liberato da ogni catena, ad un alto livèllo di vita e di dignità umana. E, badate, signori, è stato questo sforzo gigantesco a costruire ed a consolidare quella cittadella, contro cui più tardi s'infrangerà la valanga nazista.

 

Ed ecco la terza tappa che rappresenta un'altra pietra miliare per l'unità e su cui deve essere scritta la parola « Stalingrado». Signori, voi tutti ricorderete le ore angosciose che abbiamo vissuto quando la valanga nazista si rovesciò sull'Unione Sovietica. Le armate naziste già scorgevano le torri del Cremlino e le vette del Caucaso. Ebbene, noi sentivamo che se, per dannata ipotesi, fosse crollata l'Unione Sovietica, con l'Unione Sovietica - non dimenticatelo voi che mi ascoltate - sarebbero crollate tutte le speranze di un trionfo della libertà sulla dittatura nazifascista. In quel momento sentivamo che uomini di tutti i credi politici trattenevano il respiro consapevoli che la loro sorte era legata alla sorte di Stalingrado. E Stalingrado diventò la Valmy della Rivoluzione d'Ottobre e al mondo attonito offrì il miracolo di una strepitosa vittoria, sotto la guida di Stalin. Allora comprendemmo che da Stalingrado aveva inizio la vittoria delle armi democratiche contro le armi della barbarie !

 

Vi è poi l'ultima tappa, signori; altra pietra miliare sul cammino dell'umanità. Se a me, umile e piccolo uomo di fronte a tanta grandezza, fosse concesso di scoprire su questa pietra dei nomi, tre ne scriverei : «Pace Roosevelt Stalin». Perchè, signori, oggi noi dobbiamo tutti riconoscere che lo sforzo che ha fatto questo uomo in questi ultimi anni è stato quello di gettare le fondamenta di una pace sicura e duratura. Ecco perchè egli si intese subito con un altro uomo che aveva indicato al suo ed agli altri popoli la strada da seguire dopo la guerra, se si voleva veramente avviare il mondo verso la pace e non verso un conflitto mondiale : Roosevelt. Non è vero che Roosevelt sia stato ingannato! Egli ha ascoltato semplicemente la sua coscienza, il suo grande spirito ; e ecco perchè si intese subito con Giuseppe Stalin.

 

E Giuseppe Stalin continuò su questa strada che era la strada della pace.

 

Per quale ragione, o signori, egli ebbe tanto a cuore questo bene prezioso? Vedete, chi come noi è stato nell'Unione Sovietica ha avuto la esatta impressione che i dirigenti della politica dell'Unione Sovietica sentono di doversi preoccupare non soltanto delle sorti del popolo lavoratore sovietico, ma anche delle sorti dei lavoratori di tutta la terra. Ecco perchè, o signori, noi respingiamo sdegnosi e sdegnati l'insinuazione fatta da un'alta autorità politica italiana ed apparsa stamani sui giornali e che cioè Giuseppe Stalin «non abbia avuto comprensione per il popolo lavoratore italiano». Le sorti del popolo lavoratore italiano stavano a cuore a Giuseppe Stalin come gli stavano a cuore le sorti del popolo suo e quelle di tutti i popoli della terra.

 

Egli si è sempre battuto per la pace, consapevole che coloro che pagano il più alto tributo di sangue e di sofferenze, nella guerra, sono i suoi contadini e gli operai. E da buon socialista egli sapeva che non si doveva volere la guerra per distruggere quanto la società attuale ha costruito, bensì si deve tendere a trasformare la vecchia società per edificarne una nuova. Questa è stata la sua volontà ferma ; per questo egli negli ultimi anni si è battuto. Ha sempre respinto ogni provocazione, ha sempre rinunciato ad atti di forza pur di difendere questo bene che appartiene non solo al suo popolo, ma a tutta l'umanità.

 

L'ultimo suo atto come statista fu precisamente un nuovo appello per la pace. Egli ha terminato bene la sua giornata, anche se troppo presto per noi e per le sorti del mondo. L'ultima sua parola è stata di pace. Ebbene, in questa ora per noi così triste, ci auguriamo che questo invito alla pace, che rispecchia la volontà di tutti i lavoratori della terra, non cada nel vuoto, ma venga raccolto da tutti coloro che hanno nelle mani le sorti dei popoli.


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#7293 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Mar 6 Mar 2012 5:28 pm
Oggetto: Il prolungato “Ottantanove†della Jugoslavia
jugocoord
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Andrea Martocchia (*)

Il prolungato “Ottantanove†della Jugoslavia

saggio allegato agli Atti del Convegno "Target" (**)


INDICE:
1 – Tra terremoto ideologico e terremoto geopolitico 
2 – L'idea nazionale jugoslava 
3 – Economia socialista di mercato 
4 - Interpretazioni
5 – L' “insostenibilità geopolitica†della Jugoslavia 
6 – Un prolungato golpe liberista 
7 - Conclusioni 
Scheda: Cronologia jugoslava, 1989-1991 (con Jean Toschi Marazzani Visconti)


SCARICA IN FORMATO PDF: 
http://www.cnj.it/24MARZO99/2009/TARGET/ATTI/dvd_target/docs/martocchia_opuscolo.pdf

(*) segretario, Coord. Naz. Per la Jugoslavia - onlus 
(**) Meeting internazionale nel X Anniversario dei bombardamenti della NATO sulla Repubblica Federale di Jugoslavia - Vicenza 21-22/3/2009. Gli Atti sono online: http://www.cnj.it/24MARZO99/2009/TARGET/ATTI/atti.html


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#7294 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Mar 6 Mar 2012 10:35 pm
Oggetto: FIAT 500L... e gli attacchi ai lavoratori in Serbia si intensificano
jugocoord
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(srpskohrvatski / italiano)


FIAT 500L... e gli attacchi ai lavoratori in Serbia si intensificano


1) Presentata a Ginevra la nuova 500 "Large"
da produrre a Kragujevac nella fabbrica Zastava *requisita a costo zero con tutti gli operai dentro* dalla FIAT nel 2010
2) Devastante de-industrializzazione in Serbia: Valjevo, Smederevo, Trstenik, Kragujevac
informazioni raccolte da Gilberto Vlaic al telefono con Rajko Blagojević della JSO-Zastava il 22/2/2012 e comunicato JSO del 24/2/2012
3) Lavoratori di Kragujevac deprivati dell'assicurazione sanitaria
solo a seguito di recentissimi scioperi hanno diritto al libretto sanitario... fino a giugno 2012. La solidarietà delle associazioni italiane operanti a Kragujevac


ALTRI LINK SEGNALATI:

DVOLIÄŒNOSTI FIAT-A U SRBIJI I SINDIKATI
http://noviplamen.net/2012/02/08/dvolicnosti-fiat-a-u-srbiji-i-sindikati/
(testo originale:  Le ambiguità della Fiat in Serbia - di Enzo Mangini, 26/01/2012
http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Le-ambiguita-della-Fiat-in-Serbia-12392 )

AGLI SMEMORATI RACCOMANDIAMO DI RILEGGERE:
FIAT Serbia. Un caso classico di imperialismo
di Andrea Catone (su L'ERNESTO 3/2010)
http://www.cnj.it/AMICIZIA/sindacale.htm#catone2010


=== 1 ===

Presentata a Ginevra la nuova 500 "Large"

RASSEGNA STAMPA 
sull'annuncio del nuovo modello FIAT 500L, presentato in anteprima mondiale al Motor Show internazionale di Ginevra il 6 marzo 2012, che andrebbe in produzione a Kragujevac:

http://ujedinjeniregionisrbije.rs/2012/01/fijat-sumadinac-bice-fijat-500-l/
http://www.blic.rs/Auto/Noviteti/304987/Srpski-fijat-500L-Prve-zvanicne-fotografije
http://motori.corriere.it/motori/saloni/12_febbraio_02/nuova-fiat-500-l_2640c9b6-4d7f-11e1-bd39-8bec83f04289.shtml
http://www.repubblica.it/motori/attualita/2012/02/02/news/e_la_fiat_500_diventa_large_al_debutto_l_attesa_l-29196145/?ref=HRLV-5

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http://voiceofserbia.org/it/content/tadic-presentati-la-fiat-e-la-serbia

Tadic: Presentati la FIAT e la Serbia

06. 03. 2012. - 19:30 -- MRS

Alla 82esima Fiera internazionale dell’automobile a Ginevra oggi è stato presentato ufficialmente il nuovo modello della FIAT 500L che sarà prodotto negli stabilimenti della FIAT a Kragujevac in Serbia. Il Presidente serbo ha sottolineato a Ginevra che in questo modo è stata promossa anche l’economia serba. Questo modello sarà venduto in Europa e gli Stati Uniti. I cittadini serbi potranno avere la fiducia nel loro stato. La produzione del modello 500L aumenterà il Prodotto Interno Lordo della Serbia e la sua esportazione di un miliardo e mezzo di euro, ha detto Tadic. Egli ha precisato che durante il suo colloquio con il presidente della FIAT Sergio Marchionne è stato constatato che gli operai della fabbrica a Kragujevac dovranno lottaare per i posti di lavoro con la qualità del lavoro. Marchionne ha detto a Tadic che con la produzione a Kragujevac la FIAT desidera diventare più concorrente al mercato mondiale. Alla cerimonia della presentazione del modello 500L hanno presenziato anche il Ministro dell’Economia della Serbia Nebojsa Ciric, il sindaco di Kragujevac Verko Stefanovic e l’ambasciatore serbo in Svizzera Milan St. Protic. La compagnia FIAT-Chrysler ha comunicato che il prezzo del modello 500L si aggirerà intorno a 16.000 euro e che esso sarà prodotto in due versioni che consumeranno benzina e una che avrà il motore

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http://www.glassrbije.org/Älanak/tadić-u-ženevi-novi-poÄetak-za-fiat-i-za-srbiju

Tadić u Ženevi: Novi poÄetak za "FIAT" i za Srbiju

Uto, 06/03/2012 - 19:32 -- MRS

Projekat proizvodnje novog "FIAT"-ovog automobila "500-L" u fabrici u Kragujevcu predstavlja novi poÄetak i za tu italijansku kompaniju i za Srbiju - izjavio je predsednik Republike Boris Tadić posle sastanka sa direktorom "FIAT-Krajsler" korporacije SerÄ‘om Markioneom, na Salonu automobila u Ženevi. Imamo odliÄnu saradnju kroz decenije, a sada se vraćamo proverenom partneru - istakao je Tadić. On je naglasio da će kompanija "FIAT-Srbija" i u budućnosti biti pouzdan privredni subjekat. Predsednik Tadić je dodao da sa Markioneom intenzivno razgovara o modalitetima dalje ekonomske saradnje, i to ne samo u autoindustriji.


=== 2 ===

Devastante de-industrializzazione in Serbia

Da Gilberto Vlaic della onlus Non Bombe Ma Solo Caramelle riceviamo e diffondiamo:

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Al telefono con Rajko il 22 febbraio 2012


Ho parlato a lungo con Rajko ieri per discutere problemi connessi alla campagna affidi e nuovi progetti in una scuola primaria.

Mi ha fornito informazioni importanti sulla situazione economica generale e dalla Zastava in particolare, pregandomi di inviarle a tutti. Eccovi un riassunto.


Ci si aspetta un grosso calo (dell’ordine di 40-50 mila addetti) dell’occupazione industriale e dell’indotto in Serbia durante il 2012.

I punti di crisi più grandi sono dati da:


  1. fabbrica metalmeccanica Krusik (produce armi) di Valjevo; ha circa 3500 dipendenti diretti e versa in profonda crisi; il suo ruolo nell’economia della città di Valjevo, che ha circa 60.000 abitanti, è paragonabile a quello della Zastava a Kragujevac.

Ricordo che a Valjevo è stata delocalizzata la produzione di calze della Golden Lady che ha chiuso i propri stabilimenti in Emilia.

A questo riguardo Riccardo Iacona ha appena prodotto una puntata del suo programma Presa Diretta che è andato in onda su Rai 3 domenica scorsa 19 febbraio 2012; se non la avete vista potete usare questo indirizzo:

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-681d9560-8816-4fda-bd7f-553fcdbe4a5d.html#p=0

Ve ne consiglio vivamente la visione dal minuto 57 e 40 per circa mezz’ora; molto interessanti le interviste al Ministro dell’economia Nebojsa Ciric e a un giornalista serbo dal minuto 1:21:40 fino al minuto 1:25:50.


  1. acciaieria di Smederevo, della quale avevo parlato nella relazione sulla situazione economica della Serbia che avevo spedito a tutti il 29 gennaio scorso. La US Steel che aveva comprato lo stabilimento nel 2003 ha appena abbandonato la Serbia; i lavoratori diretti che perderanno il posto sono circa 5.500, mentre le ripercussioni sull’indotto interesseranno almeno 10.000 lavoratori.


Per quanto riguarda Kragujevac, c’è un grave problema nel gruppo Zastava, dove per più di 2000 lavoratori (circa 6000 persone con i loro familiari) non vengono più pagati i contributi sanitari, per cui non hanno più alcun diritto (già ce ne erano pochi...) sul fronte della salute; è il sindacato che cerca di sostenere le spese per i medicinali dei lavoratori. 

I lavoratori di Zastava Armi hanno occupato il 21 gli uffici del servizio di assicurazione sanitaria e ci resteranno fino a che il problema non sarà risolto.

Il Sindacato ha mandato al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio dei Ministri il comunicato che vi allego, sia in serbo che tradotto in Italiano [si veda al punto 3].


Un cordiale saluto a tutte/i

Gilberto Vlaic

Trieste, 23 febbraio 2012


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JEDINSTVENA SINDIKALNA ORGANIZACIJA ZASTAVA
Adresa : Kosovska 4, 34000 Kragujevac
Telefon/Faks : 034/335 367 & 335 762
Elektronska posta : jsozastava @ open.telekom.rs

data: 24/2/2012

La situazione in Serbia è estremamente drammatica. La crisi economica mondiale ha contribuito al peggioramento della situazione economica e sociale. Si prevedono 50.000 licenziamenti nell’anno corrente e secondo alcune analisi se ne prevedono perfino 100.000. La situazione nell’istruzione rappresenterà un problema particolare perchè secondo i dati dell’Unesco la Serbia è tra i paesi europei che investono meno per l’istruzione.
Ufficialmente, due terzi delle scuole non sono in funzione, 40 % delle scuole non hanno acqua. Per i salari dei dipendenti viene speso il 95 % dal budget destinato per l’istruzione mentre dal resto per ogni allievo delle elementari e medie giornalmente vengono impiegati 13 dinari (0,1 euro).

Per quanto riguarda la situazione economica, sono colpite di più le città dove nel passato c’erano le aziende grandi – giganti che erano portatrici dello sviluppo delle città intere. Ecco alcuni esempi :

Kragujevac : All’ epoca nella Zastava di Kragujevac c’erano 36 000 lavoratori e con l’indotto in Serbia e tutta l’ex Jugoslavia il numero arrivava fino ai 200.000 lavoratori.
Dell’ex Zastava oggi sono rimaste 20 imprese con 7000 lavoratori mentre l’ex Zastava Automobili che prima dei bombardamenti aveva 13.500 lavoratori oggi esiste come FIAT AUTO Serbia con 1150 addetti.

Valjevo : Questa città con circa 95.000 abitanti dipendeva dall’azienda ËKrusikË dove lavoravano circa 11.000 lavoratori. Producevano batterie, componenti in plastica, in metallo (fucinati) ed anche il programma per l’industria militare. Prima della privatizzazione questo complesso era composto da 12 fabbriche di cui parecchie privatizzate, la maggiorparte senza successo. Il numero totale degli impiegati in queste 12 fabbriche è ora di 2100 lavoratori. A Valjevo c’è una fabbrica di calze, ËVALIË, il proprietario italiano ha assunto circa 1800 lavoratori con salario medio di 25.000 dinari (pari ai 220 euro). Ha inziato la produzione 6 anni fa. Facciamo presente che in questa fabbrica non esiste il Sindacato.

Trstenik : In questa città con 30000 abitanti c’era all’epoca un gigante ËPRVA PETOLETKAË con reparti anche fuori città con oltre 14 000 lavoratori. Molti lavoratori dai paesi nei dintorni viaggiavano a Trstenik a lavorare. Questa fabbrica, oltre il programma per l’industria militare, più precisamente le componenti per gli aerei, produceva anche componenti idrauliche e freni, servosterzi come pure il materiale idraulico completo. Oggi a ËPRVA PETOLETKAË lavorano 3.500 lavoratori.

Smederevo : Nella città, con 95.000 abitanti, c’era la grande acciaieria ËSARTIDË (produzione acciai e lamiere) che dopo la privatizzazione e vendita alla compagnia americana ha cambiato nome in ËU.S. STEELË. Si riteneva che questa era stata una delle migliori privatizzazioni in Serbia. Verso fine dell’anno passato dopo che era pubblicata la notizia sulla perdita giornaliera di circa mezzo milione di euro, gli americani hanno semplicemente abbandonato l’acciaieria. Ora è a carico del governo serbo con circa 5000 lavoratori ai quali nel periodo prossimo saranno dati i salari dal bilancio della Repubblica della Serbia, tutto con preoccupazione di una catastrofe sociale che potrebbe colpire questa città.


Segretario
Rajko Blagojevic


=== 3 ===

Lavoratori di Kragujevac deprivati dell'assicurazione sanitaria

[Originalni tekst / la versione originale del testo seguente è scaricabile da qui:
http://www.cnj.it/documentazione/EconomiaLavoro/SamostalniKrag220212.pdf ]

Ci rivolgiamo a voi a nome delle nostre aziende e dei nostri 2165 lavoratori, di cui 250 invalidi, e 4500 membri delle loro famiglie a causa dell’irrisolto problema dell’assicurazione sanitaria di quest’anno.

Le nostre fabbriche sono in ristrutturazione già da molto tempo e il lavoro si svolge in condizioni eccezionalmente difficili (per esempio senza riscaldamento e adeguate protezioni individuali); noi abbiamo sempre rispettato gli impegni lavorativi e tutti gli accordi presi con ministeri competenti e abbiamo cosi’ contribuito alla stabilità sia delle nostre fabbriche che più in generale del Paese.

Nonostante i frequenti contatti con i rappresentanti della Repubblica e con i ministeri di competenza la soluzione del problema dell’assicurazione sanitaria è solo all’inizio.

Chiediamo che sia risolto al più tardi entro il 27 di febbraio prossimo.

In caso contrario saremo costretti a radicalizzare la lotta sindacale che comprende il blocco degli istituti della città e dei punti nevralgici del traffico e infine la marcia degli operai a Belgrado.

Aspettiamo che entro la fine di questa settimana che ci convochiate per risolvere in maniera collegiale questo problema scottante.

Kragujevac, 22 febbraio 2012.


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A seguito delle mobilitazioni, a inizio marzo i lavoratori della Zastava hanno ottenuto il pagamento dell'assicurazione sanitaria fino a giugno prossimo: si legga l'articolo

RADNICIMA "ZASTAVE" OVERENE ZDRAVSTVENE KNJIŽICE DO JUNA
http://www.cnj.it/documentazione/EconomiaLavoro/docu0005.JPG

Si vedano anche le fotografie delle mobilitazioni:
http://www.cnj.it/documentazione/EconomiaLavoro/Photo0195.jpg
http://www.cnj.it/documentazione/EconomiaLavoro/Photo0197.jpg
http://www.cnj.it/documentazione/EconomiaLavoro/Photo0199.jpg
http://www.cnj.it/documentazione/EconomiaLavoro/Photo0202.jpg

Nel frattempo, un messaggio unitario di solidarietà era stato inviato dalle associazioni italiane che da anni operano a Kragujevac:

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Procitaj ovu izjavu na srpskohrvatskom: http://www.cnj.it/documentazione/EconomiaLavoro/comunicato010312.jpg

Comunicato

  1. Al Presidente della Repubblica di Serbia Tadic, al presidente del Consiglio dei MInistri Cvetkovic e al Ministro dell’Economia Ciric
  2. Ai Sindacati dei lavoratori del gruppo Zastava di Kragujevac

Le nostre associazioni agiscono da piu’ di dieci anni in Serbia, cercando di portare solidarieta’ materiale ai lavoratori e agli ex lavoratori del gruppo Zastava di Kragujevac e alle loro famiglie attraverso la forma degli affidi a distanza dei loro figli e piu’ generalmente sviluppando progetti che vadano incontro a reali bisogni sociali della popolazione nel campo della scuola, della salute e del disagio fisico e mentale, in modo da sostenere gli ultimi, quelli che non hanno voce.

Esprimiamo la nostra piu’ convinta solidarieta’ ai lavoratori del gruppo Zastava che sono in lotta per chiedere che a loro e alle loro loro famiglie venga garantito il diritto primario alla salute, attraverso il pagamento dei contributi sanitari.

Non riusciamo a capire come un Governo, cosi’ generoso nel sostenere gli investimenti esteri nel proprio Paese, attraverso la creazione di zone franche, l’esenzione dalle tasse, altissimi contributi economici per la creazione di posti di lavoro che non si sa quanto dureranno, non sia in grado (o non voglia) garantire ai propri cittadini i diritti fondamentali, tra cui quello alla salute.

Da diverse citta’ d’Italia, 1 marzo 2012

A,B,C Solidarieta’ e Pace, ONLUS di Roma
ALJ Aiutiamo la Jugoslavia ONLUS di Bologna
Associazione Adottanti di Torino
Associazione Mir Sada - Progetto per la Pace di Lecco
Associazione Most za Beograd - Un ponte per Belgrado in terra di Bari
Associazione SOS Yugoslavia di Torino
Associazione Zastava Brescia per la Solidarieta’ Internazionale ONLUS
Non bombe ma solo caramelle ONLUS di Trieste
Un ponte per... ONLUS di Roma


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#7295 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Mer 7 Mar 2012 10:18 pm
Oggetto: Roma 10/3: Criminali di guerra italiani nei Balcani
jugocoord
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Roma, sabato 10 marzo 2012
ore 15.30, Museo della via Ostiense a Porta San Paolo

Presentazione della Mostra
Criminali di guerra italiani nei Balcani. Fatti personaggi documenti

Interverranno:
Francesco Polcaro (Presidente ANPI di Roma)
Antonino Intelisano (Procuratore Militare di Roma)
Davide Conti (curatore della mostra - http://www.cnj.it/documentazione/bibliografia.htm#conti2011 )

scarica la locandina in formato PDF: 
http://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2012/03/roma100312.pdf


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#7296 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Gio 8 Mar 2012 7:13 pm
Oggetto: Sretan 8. Mart!
jugocoord
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(Buon 8 Marzo! dal SRP - Partito Socialista dei Lavoratori, Croazia)

http://www.srp.hr/?p=980

Sretan 8. Mart!

U Hrvatskoj se 90tih krenulo putem kolektivnog zaborava i uživaljavanja u matricu nacionalnog i nacionalistiÄkog sistema, te je žena skoro svedena iskljuÄivo na ulogu majke/stub hrvatske obitelji. Takvi svjetonazori ni danas nisu zanemarivi; žene su u pravilu nekoliko postotaka manje plaćene od muÅ¡karaca za isto radno mjesto sa istim stupnjem obrazovanja, na ženama u Hrvatskoj se eksperimentira u okviru zakona o MPO kojim se politiÄke elite poigravaju i kalkuliraju, vjerske organizacije otvoreno pokuÅ¡avaju penetrirati u obrazovni sistem, itd.

 

Danas se slobodnije prisjećamo MeÄ‘unarodnog dana žena, sada se po tom pitanju rijetko priÅ¡iva etiketa koja ga posve krivo tumaÄi; s obzirom je rijeÄ o datumu kojeg su UN proglasile meÄ‘unarodnim praznikom, pod jakim utjecajem feministiÄkih pokreta iz 70tih godina proÅ¡log (20.)stoljeća. Osmi ožujka /marta simbolizira emancipaciju žena s poÄetka XX stoljeća; u vremenu industrijske ekspanzije i proizvodnje u vrlo teÅ¡kim uvjetima rada, kada je iscprljenost ili Äak ugrožen život bio svakodnevnica. Tako se prisjećamo i požara u tekstilnoj tvornici u New Yorku, kada je poginulo 140 radnica, kao Å¡to se sjećamo i prvog obilježavanja Dana žena koji je organizirala SocijalistiÄka partija Amerike 1909. godine, Å¡to je dvije godine kasnije potvrdila i SocijalistiÄka Internacionala, na prijedlog Klare Zetkin.

 

Dvadeseto stoljeće je ženi omogućilo obrazovanje, pravo glasa, ohrabrilo smjelost da nosi hlaÄe, moderan kupaći kostim i ostale modne detalje po svom izboru, gradi karijeru i sudjeluje u javnom životu, od showbusiness do politike ili obavljanja vojne službe. No, u nekim djelovima svijeta žene se sakati, brutalno kažnjava ili Äak ubija za prijestupe koji su u drugom dijelu svijeta prihvatljiv naÄin života. Svijet ne funkcionira po jednakim pravilima, iako su ljudi svugdje jednako sretni ili nesretni, karakterno dobri ili pokvareni,razlika je jedino u tome koliko ih sistemi uspjevaju držati pokornima; bilo preko radne ovisnosti ili silom.

 

Potpuna jednakost ljudi u smislu rodne, vjerske, rasne, nacionalne pripadnosti ili temeljem spolne orijentacije nije ni naÅ¡a stvarnost, iako tzv zapadna civilizacija baÅ¡tini mnoge demokratske odredbe i vrednote. Istinska je nejednakost uzidana u temelje te iste Zapadne civilizacije, koja iako bogatija od nerazvijenog i gladnog svijeta, bilježi veliko raslojavanje, osiromaÅ¡enje i Äak elemente postupnog raspada. U naÅ¡em neposrednom okruženju su žene koje rade za “minimalac†u velikim trgovaÄkim lancima, opis radnog mjesta zahtjeva ljubaznost i koncentraciju – trgovina je ipak joÅ¡ jedina preostala cvjetajuća grana u ovoj zemlji; zatim prosvjetne radnice koje se srame javno izgovoriti koliki im je iznos mirovine kada je strpljivo zarade, službenice/Äinovnice, lijeÄnice, novinarke itd Te veliki broj nezaposlenih žena koje miomilazi ovaj segment potplaćenost ili općenitog nezadovoljstva uvjetima rada.

 

Ako smo svojevremeno zaboravili i ovaj MeÄ‘unarodni dan žena, dobivÅ¡i nove vjerske praznike ili one koje nameće politiÄka elita, možda smo -kao druÅ¡tvo- zaboravili i da je pravedniji život moguć i da ga možemo ostvariti ako o njemu razmiÅ¡ljamo, razgovaramo i na njega se pripremamo kroz politiÄki rad.

 

Dan žena je nekome prilika da supruzi, djevojci, sestri, majci, kolegici..pokloni cvijet, a drugome možda podsjetnik i na druÅ¡tvo u kojem moramo biti jednaki pred zakonom – ljudska bića koja se nadopunjuju i obogaćuju zajednicu u svojoj razliÄitosti.


SOCIJALISTIÄŒKA RADNIÄŒKA PARTIJA HRVATSKE za ekonomsku, socijalnu i politiÄku demokraciju

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Vijest koju Slobodna Dalmacija nije htjela objaviti : 


SocijalistiÄka radniÄka partija Hrvatske
Gradska organizacija Split
Zvonimirova 35 Split

 
Predmet: Izjava za javnost povodom 8. marta, MeÄ‘unarodnog dana Å¾ena

 
Bunom tekstilnih radnica, u New Yorku 8. marta 1857. godine, Å¾ene pokreću nezaustavljivu borbu za svoja prava i druÅ¡tveni položaj, a od kada je SocijalistiÄka partija Amerike prva obilježila Dan žena, on sve viÅ¡e dobiva planetarni znaÄaj. Kako od poÄetka ovaj datum predstavlja i klasnu borbu, da bi otupio njegov znaÄaj, razvijeni kapitalistiÄki Zapad mu je, svodeći ženu na majku i ljubavnicu, suprotstavio dva konzumeristiÄka dana - MajÄin dan i Valentinovo. 

Danas možemo reći da borba žena nije bila uzaludna i da se mnogo toga promijenilo, posebno na formalnoj, zakonodavnoj razini. Å ta se naÅ¡e zemlje tiÄe, formalna ravnopravnost je uglavnom zadovoljena, ali dnevna praksa, posebno na nižim druÅ¡tvenim razinama govori o mnogim problemima. Dok u visokoj politici ima 20-25% žena, na lokalnoj razini je to 5-6%; Äest je sluÄaj da je za isti posao žena manje plaćena; meÄ‘u nezaposlenima prednjaće žene, kao i u radu na crno; žrtve nasilja većinom su žene... Danas se težiÅ¡te borbe sa zakonodavnog plana mora seliti u sferu primjene zakona, organizacije druÅ¡tva, edukacije i u porodicu. I koliko god da je žena de facto jaÄi spol, uÄinimo sve da  ne mora i dalje nositi tri kantuna kuće!

SocijalistiÄka radniÄka partija svim ženama Äestita 8. mart, MeÄ‘unarodni dan žena!
 

                                                                                PresjedniÅ¡tvo Gradske organizacije Split

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#7297 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Ven 9 Mar 2012 10:00 am
Oggetto: Un nomadismo forzato - ed altri libri sui rom in Italia
jugocoord
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rom in italia

IL POPOLO CHE NON SEGUE PIÙ IL SOLE


Tre libri, tre sguardi sui rom e sinti residenti in Italia: a Torino, a Firenze, a Roma. 

Il volume Una storia da raccontare, a cura di Gabriele Guccione e Carla Osella, riassume il lavoro dell'associazione Aizo con i rom del Piemonte. Il cammino di Aizo (Associazione italiana zingari oggi) comincia 40 anni fa quando, seduti intorno al fuoco con l'immancabile tazza di caffè in mano, alcuni sinti chiedono a Carla Osella <<Perché non facciamo un'associazione, un sindacato per difendere i nostri diritti?>>. Dopo averci pensato a lungo, Carla accetta e da allora quello diventa l'impegno della sua vita. Un impegno senza riserve, sulle orme del Cristo delle origini, capace di sedersi insieme agli ultimi senza chiedere nulla in cambio. Aizo nasce nel 1971, da un gruppo misto di sinti e gagè (i non zingari): 431 famiglie provenienti da tutto il Piemonte. Da allora - spiega in un'intervista Osella - le condizioni di vita di rom e sinti sono cambiate. Il nomadismo è quasi scomparso. Sul territorio italiano solo il 10% delle comunità è attualmente nomade.è finita <<sotto una montagna di semplificazioni che ne hanno esaltato gli aspetti scomodi e fastidiosi e cancellato quelli importanti e gloriosi>>. Un popolo invisibile che, per la scrittrice, ha gli occhi ancora infantili di Carmen, la zingara conosciuta a un semaforo che diventerà un'amica. L'ignoranza delle straordinarie risorse della cultura romanì - dice in un'altra intervista la studiosa Marcella Delle Donne - <<è la prima causa dell'ostilità nei confronti dei rom da parte della nostra società. E il pregiudizio è talmente radicato che è stato elevato a categoria metafisica>>.

Per Adem Bejzak, autore insieme a Kristin Jenkins del volume Un nomadismo forzatoraccontare è una <<forma di lotta>>. Nato a Pristina nel 1957, Adem è un attivista rom impegnato da anni nella difesa dei diritti umani del suo popolo. Dal '93 lavora come meccanico a Firenze, dove l'ha raggiunto la sua famiglia, in fuga dalla guerra in Kosovo. I racconti di Adem e dei suoi parenti nascono nel campo dell'Olmatello, a Firenze, dove tutti hanno vissuto prima che il comune assegnasse loro una casa, nel 2006. Sullo sfondo, la guerra <<umanitaria>>, le bombe della Nato, <<la devastazione provocata dall'Uck 
(Esercito di liberazione nazionale del Kosovo) in seguito ai 78 giorni di 
bombardamenti, la disperata fuga verso l'Italia attraverso il mare Adriatico, nel '99>>. Poi, una volta arrivati a Firenze, lo shock di trovarsi a vivere fra i topi nei campi Fiorentini e sotto il peso dei pregiudizi. Ma Adem non si lascia schiacciare. In una foto del libro, lo vediamo mentre partecipa a una manifestazione contro la guerra, ad Aviano, nel 1999: 
<<Il popolo rom vuole vivere insieme senza oppressione>>, recita il suo cartello. In un'altra istantanea, partecipa alla giornata della memoria, per ricordare <<l'olocausto degli zingari>> nei campi di concentramento nazisti. In altre pagine, Adem mostra con orgoglio a Jenkins (ricercatrice che ora vive a Bristol) la sua casa di 
prima, e qualche libro scampato al disastro. Alle pareti della sua 
abitazione, c'è una foto del maresciallo Tito e una di Che Guevara. Prima, racconta Aden, i rom vivevano in pace e con dignità. Poi, 
<<la guerra ha portato povertà, razzismo, xenofobia e nomadismo>>. Oggi, nell'ex-Jugoslavia sono stati creati 
nuovi stati <<e i rom storici rimasti lì non hanno avuto nessun riconoscimento>>. Il nomadismo dei rom - dice in sintesi il libro - molto spesso è di natura forzata: come quello di Adem, <<che nasce dalla guerra>>.

Nel campo di via Salone, uno dei più grandi e popolosi di Roma, si svolge invece la ricerca di Nicola Valentino, I ghetti per i rom (postfazione di Carlo De Angelis). Uno <<spazio di parola condiviso>> che prende il nome di <<cantiere di socioanalisi narrativa>> e che evidenzia, attraverso i racconti dei residenti e degli operatori, i dispositivi istituzionali che organizzano la vita sociale del campo e le relazioni di potere all'interno. Meccanismi che presentano, fatte le debite differenze, <<una stringente analogia con il ghetto per gli ebrei voluto nel 1500 
dalla Repubblica di Venezia>>. Allora come oggi, ai rom è imposto uno spazio sorvegliato, secondo logiche securitarie dettate dal pregiudizio etnico. Il testo unico per la gestione dei campi rom dell'area romana, messo a punto dal Prefetto nella sua veste di Commissario per l'emergenza nomadi, impone regole ferree, e sanzioni pesanti per chi sgarra. Per entrare, bisogna farsi identificare: tutti gli abitanti, compresi i bambini, devono esibire una tessera munita di fotografia e dati anagrafici: <<Queste tessere sono come un tatuaggio>>, dice un residente. Una situazione difficile anche per gli operatori - come quelli della cooperativa Ermes, che ha partecipato alla ricerca - impotenti di fronte al ripetersi dei controlli, ai trasferimenti forzati, allo snaturamento del loro ruolo: <<La Polizia municipale si è presentata il lunedì mattina all'alba, bussando alle case e intimando ai residenti di abbandonarle - raccontano - Sembrava un'operazione militare in grande stile>>. Difficile svolgere un lavoro sociale se il dispositivo vigente nel campo è quello del controllo. Un conflitto simile - dice Valentino - ha portato alla chiusura dei manicomi tra gli anni '60 e '70: a un certo punto, Franco Basaglia afferma con chiarezza che nel manicomio - istituzione che genera sofferenza 
e malattia - non è possibile svolgere alcuna attività curativa e perciò la sofferenza psichica potrà essere curata solo fuori dal manicomio. Nel ghetto, invece, i rom sentono che la propria vita è completamente in balia dell'istituzione, e che non hanno certezze per il futuro. <<Il lavoro sociale - afferma nella postfazione Carlo De Angelis, presidente per il Lazio del Coordinamento comunità di accoglienza, - proprio perché centrato sulla relazione tra persone, stimola il cambiamento e non può certo essere ingabbiato in un sistema di sospensione del tempo, sospensione dei diritti, in un non luogo in cui non esistono e non sono date possibilità di cambiamento, vie di fuga e d'uscita>>. Di fronte all'involuzione autoritaria delle politiche capitoline e alle chiusure istituzionali, la scommessa da giocare - dice allora De Angelis - è probabilmente quella di costruire in tempi brevi <<una nuova rappresentanza credibile per il popolo rom>>.


Geraldina Colotti

Fonte: Le Monde diplomatique il manifesto febbraio 2012
http://www.monde-diplomatique.it/lemonde-archivio/ultimo/pagina.php



Una storia da raccontare - Gabriele Guccione, Carla Osella 
(a cura di), AIZO , 2011 - aizoonlus@...

Un nomadismo forzato 
...di guerra in guerra... Racconti rom dal Kosovo all'Italia
di Adem Bejzak e Kristin Jenkins
Edizioni Archeoares, 2011
7 euro, 180 p., ISBN 978-88-96889-22-0
per ordinare il libro: http://www.edizioniarcheoares.it/unnomadismoforzato - edizioniarcheoares@...
copertina: http://www.cnj.it/immagini/cover_bejzak.jpg
Indice 1: http://www.cnj.it/immagini/bejzak1.jpg
Indice 2: http://www.cnj.it/immagini/bejzak2.jpg

I ghetti per i rom - Nicola Valentino (a cura di), Sensibili alle foglie, 2011 - sensibiliallefoglie@...


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#7298 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Ven 9 Mar 2012 12:29 pm
Oggetto: Skup omladinskih komunistickih organizacija u Kijevu
jugocoord
Invia email Invia email
 
(Sul recente incontro delle organizzazioni giovanili comuniste degli ex paesi socialisti europei e dell'URSS)


Kijev (Ukrajina), 18.-19. februara 2012.

Održan skup omladinskih komunistiÄkih organizacija s prostora bivÅ¡ih socijalistiÄkih zemalja Evrope i SSSR-a    


U Kijevu, Ukrajina, je 18. i 19. februara održan skup omladinskih komunistiÄkih organizacija iz bivÅ¡ih socijalistiÄkih zemalja pod radnim naslovom â€žBorba se nastavlja – i posle 20 godina omladina se bori za socijalizam“. Skupu je prisustvovalo oko 20 delegata iz 11 organizacija: omladina BKPT (Beloruska komunistiÄka radniÄka partija) – Belorusija, KSM (KomunistiÄki savez omladine) – ÄŒeÅ¡ka, Mladi socijalisti – Hrvatska, LASSA (Letonski savez radniÄke i studentske omladine) – Letonija, Narodni otpor – Moldavija,  FDJ (Slobodna nemaÄka omladina) – NemaÄka, KMP (KomunistiÄka omladina Poljske) – Poljska,  RKSM(b) (Revolucionarni savez komunistiÄke omladine boljÅ¡evika) – Rusija, RdeÄi radikali (Crveni radikali) – Slovenija, SKOJ (Savez komunistiÄke omladine Jugoslavije) – Srbija, Iskra – omladina SKU (Savez komunista Ukrajine) – Ukrajina. 
Organizacioni komitet za pripremu i realizaciju ovog skupa saÄinjavali su predtsavnici 3 organizacije: KSM iz ÄŒeÅ¡ke, RKSM(b) iz Rusije i  naÅ¡e organizacije - SKOJ. Ideja o ovakvoj vrsti skupa, koji je po prvi put održan od kontrarevolucija koje su nastupile u naÅ¡im zemljama pre dve decenije, plod je intenzivne saradnje naÅ¡ih organizacija na meÄ‘unarodnom nivou, ponajpre pod okriljem Svetske federacije demokratske omladine (WFDY). Otud je od izuzetnog znaÄaja bilo prisustvo skupu novoizabranog presednika WFDY druga Dimitrisa Palmirisa jer i borba koja će se dalje razviti iz ove inicijative koja predstavlja samo prvi korak u konsolidaciji omladinskog komunistiÄkog pokreta sa prostora bivÅ¡ih socijalistiÄkih zemalja predstavlja i predstavljaće integralni deo borbe omladine protiv imperijalizma koju na globalnom nivou vodi WFDY. Skup je bio prilika da se sve prisutne organizacije podrobnije upoznaju s borbom WFDY,  posebno one organizacije koje formlano nisu, ili nisu joÅ¡ uvek punopravni Älanovi WFDY.
Za mesto održavanja skupa iz Äisto pragmatiÄnih-geografskih razloga izabran je Kijev, a kao domaćini Iskra, omladinsko krilo SKU iz Ukrajine. Treba napomenuti da je cilj bio da se na ovom prvom skupu  okupe revolucionarne omladinske organizacije s kojima inaÄe postoji najteÅ¡nja saradnja inicijatora, bilo da je u pitanju prostor bivÅ¡eg Sovjetskog Saveza, Centralne Evrope ili Balkana. Otud skupu nije prisustvovao izvestan broj omladinskih marksistiÄko-lenjinistiÄkih organizacija, a treba dodati i da su mnoge organizacije iz objektvnih i tehniÄkih razloga bile spreÄene da skupu prisustvuju. Sigurno je da će inicijativa koja je pokreuta imati tendenciju daljeg omasovljenja i organizacionog razvitka.
Može se slobodno konstatovati da kao prvi ovakvog tipa, skup u Kijevu je bio od istorijskog znaÄaja  za dalji razvoj komunistiÄkog pokreta kao i klasne borbe uopÅ¡te na  spomenutom prostoru. Već sama Äinjenica da je do njega doÅ¡lo predstavlja znaÄajan pomak i organizacioni i ideoloÅ¡ki posle 20 ili viÅ¡e godina od trijumfa kontrarevolucija na prostoru bivÅ¡ih socijalistiÄkih zemalja Evrope i SSSR-a. SuÅ¡tina karaktera borbi koju naÅ¡e organizacije vode je neminovno nametnula nužnost održavanja skupa na kom je bilo moguće oceniti zajedniÄke sadržatelje posledica koje je za sobom ostavio varvarski kontrerevolucionarni Äin u naÅ¡im druÅ¡tvima, ideoloÅ¡ki i propagandni karakter antikomunizma sa svim svojim sliÄnostima i razlikama u svim naÅ¡im druÅ¡tvima, kao i odgovor naÅ¡ih organizacija i komunistiÄkog pokreta uopÅ¡te. U uslovima krize kapitalizma kada je kristalno jasna neophodnost organizacionog i ideoloÅ¡kog uÄvršćivanja naÅ¡eg pokreta neophodan je iskorak iz primarno defanzione strategije odbrane nasleÄ‘a socijalistiÄkog perioda koju su naÅ¡e omladine bez izuzetka vodile, a koje će razume se i nadalje voditi. Okupljene organizacije na skupu nisu u celosti uporedive u organizacionom smislu baÅ¡ kao ni u rezultatima koje su naÅ¡e borbe do sada ostvarile, iako u približno istom trenutku otpoÄinje potpuna restauracija kapitalizma u svim ponaosob druÅ¡tvima i državama. To je i normalno s obzrom na logiku kapitala i kapitalistiÄkih procesa koji se neravnomerno razvijaju. MeÄ‘u okupljenim organizacijama je bilo onih koje postoje tek neÅ¡to viÅ¡e od godinu dana kao i onih koje su nastale odmah po kontrarevoluciji. Bilo je organizacija koje su se odavno organizaciono povezale sa sindikalnim, studentskim i uopÅ¡te proleterskim pokretom u svojim zemljama, kao i internacionalno, a bilo je i onih koje tek Äine svoje prve poroÄ‘ajne korake u tom smeru. MeÄ‘utim svima su nam zajedniÄki zahtevi za Å¡to hitnijom obnovom socijalizma kao i priliÄno uporedivo istorijsko iskustvo iz kog je moguće izneti niz zakljuÄaka o strategijama nastavka naÅ¡e borbe i po mogućstvu njenog združivanja u jedinstvenu silu. Iz tih razloga su tokom dvodnevnog skupa bili organizovani seminari o „IdeoloÅ¡koj borbi protiv antikomunistiÄkih kliÅ¡ea“, „Korišćenju socijalistiÄke proÅ¡losti u propagandne svrhe“ i „Razmeni iskustava izgradnji organizacija“. Pored dragocene razmene iskustava, informisanja o borbi i uslovima borbe o kojima su svi delegati govorili u svojim istupanjima, ustanovljena su „goreća pitanja“ koja će predstavljati bazu za naÅ¡u dalju saradnju. Tu najpre ubrajamo strategiju kontrapropagande histeriÄnom antikomunizmu uz uÄvršćivanje meÄ‘usobne solidarnosti, unapreÄ‘enja koordinacije i korišćenje savremenim propagandnim sredstvima kao i razumljivim jezikom za najÅ¡ire narodne slojeve, a poglavito omladinu.  Izdvajamo kao izuzetno znaÄajnu zajedniÄku osudu  „levog oportunizma i revizionizma“.
Skup je usvojio dve važne zajedniÄke rezolucije: Rezolucija o naÅ¡oj saradnji s ocenama znaÄaja sprovedenog skupa, i rezolucija podrÅ¡ke antikapitalistiÄkoj borbi naroda GrÄke Å¡to predstavlja najzanÄajniju aktuelnost klasne borbe na Å¡irem meÄ‘unarodnom planu Äime je Äitav skup izrazio pravilanu i potpunu internacionalistiÄku orijentaciju naÅ¡e inicijative koju bi s obirom na karakter procesa i borbe  bilo nemoguće hermetiÄki zatvoriti samo na prostor bivÅ¡ih socijalistiÄkih zemalja Evrope i SSSR-a.
Tokom prvog dana skupa delegatima se ispred rukovodstva SKU obratila liderka SKU i glavna urednica Äasopisa „Marksizam i savremenost“ drugarica Tamila Jabrova, a drugog dana je usledila poseta važnim spomenicima u „gradu heroju“ iz vremena Velikog otadžbinskog rata.
SKOJ se ponosi time Å¡to je bio u mogućnosti da pruži svoj organizacioni doprinos kreiranju ovakve inicijative revolucionarne komunistiÄke omladine koji je u skladu s naÅ¡om dolsednom internacionalistiÄkom revolucionarnom orijentacijom. Ponavljamo da je ovo bio smao prvi korak u „buÄ‘enju istoka“ i razbuktavanju zajedniÄke klasne i revolucionarne borbe.
Samo zajedno možemo pobediti!
Pobeda će biti naša!


ZAJEDNIÄŒKA REZOLUCIJA „BORBA SE NASTAVLJA – I POSLE 20 GODINA OMLADINA SE BORI ZA SOCIJALIZAM“    

Mi, mladi komunisti iz bivÅ¡ih socijalistiÄkih zemalja, okupljeni u Kijevu pod sloganom„Borba se nastavlja – i posle 20 godina omladina se bori za socijalizam“, usvajamo sledeću rezoluciju o saradnji.
Posle dvadesetogodiÅ¡njeg perioda restauracije kapitalizma iznikla je neophodnost objedinjavanja borbi omladina naroda koje ujedinjuje istorijsko iskustvo. Pre 20 godina naÅ¡i narodi su izgubili sigurnost u sutraÅ¡njicu, dostojan život, budućnost. Sve to je ljudima istrgao kapitalizam. S novim razvitkom krize kapitalizma postaje oÄigledan njegov karakter, katastrofalan za ÄoveÄanstvo. U vreme krize kapitalizam se stara da osnaži svoju uzdrmanu poziciju, prebacujući svoj teret na pleća radnika i reÅ¡avajući svoje probleme cenom novih ratova. TakoÄ‘e on se koristi pritom razliÄitim propagandnim metodama, podrÅ¡kom reakcionarnoj politici, represijom, cenzurom. Glavna meta buržoaske propagande je omladina – socijalno najnezaÅ¡tićeniji deo druÅ¡tva. Omladina koja nema vlastitog iskustva života u socijalizmu je najpodložnija toj propagandi.
DoÅ¡lo je vreme kada je nophodno da se ujedinimo kako bi se suprotstavili i odbacili kapitalistiÄko varvarstvo. NaÅ¡a zajedniÄka socijalistiÄka proÅ¡lost se može uspeÅ¡no iskoristiti za ovu svrhu. Mi nismo živeli u toj proÅ¡losti, ali nas njeno neprocenjivo iskustvo okružuje i dalje u kulturi, umetnosti, mnogo Äemu Å¡to vidimo oko nas. Istorija socijalistiÄke izgradnje pruža nam snažno oružje – istinu pred kojom se u prah raspada kompletna koncepcija buržoaske propagande. Mnogi leviÄari i pseudo- komunisti koji pokuÅ¡avaju da spekuliÅ¡u istorijskim iskustvom socijalizma u stvari samo pomažu buržoasku propagandu.
Mladi komunisti, okupljeni na skupu u Kijevu, bavili su se pitanjima ideoloÅ¡ke borbe s antikomunistiÄkim kliÅ¡eima, korišćenjem socijalistiÄkih dostignuća za svrhe propagande, razmenom iskustava izgradnje organizacija.
Imperijalisti u cilju koÄenja narodnog pokreta, odavno već deluju združeno. Oni imaju meÄ‘usobnu solidarnost. Primer tome su nedavna ubistva radnika Å¡trajkaÄa u Zapadnom Kazahstanu, kada su razne pristalice buržoazije, ukljuÄujući takozvanu „levicu“ na svaki naÄin podržali ovaj krvavi masakr. KomunistiÄki pokret bivÅ¡ih socijalistiÄkih zemalja i dalje deluje odvojeno. Takvu situaciju je nemoguće dalje trpeti: ne može nam biti dovoljna spontana klasna borba, mi smo dužni da je vodimo organizovano. Dužni smo da pokažemo omladini protivreÄnosti savremene epohe, naoružavajući je teorijom za praktiÄnu borbu. Zato je naÅ¡a obaveza prema budućnosti naÅ¡ih naroda da udružimo sopstvene sile.
Na ovaj skup su bile pozvane omladinske komunistiÄke organizacije zajedniÄke praktiÄne borbe. NaÅ¡a borba je neodvojivi deo antiimperijalistiÄke borbe koju na meÄ‘unarodnom planu vodi Svetska federacija demokratkse omladine. Mi ne želimo i nećemo se ograniÄavati deklaracijama, ovo je samo prvi korak naÅ¡eg zajedniÄkog rada. Nadalje ćemo voditi zajedniÄku borbu s imperijalizmom.

U toj solidarnosti je zalog naše pobede!

 

DEKLARACIJA PODRÅ KE ANTIKAPITALISTIÄŒKOJBORBI GRÄŒKOG NARODA  

Mi, delegati skupa komunistiÄkih omladina bivÅ¡ih socijalistiÄkih zemalja, održanog u Kijevu 18. i 19. februara 2012. izražavmo naÅ¡u solidarnost i pružamo podrÅ¡ku hrabroj borbi najÅ¡irih narodnih slojeva u GrÄkoj, radniÄke klase, komunista i militantnih sindikalista.
SkoraÅ¡nji dogovor izmeÄ‘u grÄke vlade i EU pod voÄ‘stvom nemaÄkog imperijalizma osigurava interese kreditora i drugih kapitalista, napadjoÅ¡ viÅ¡e radniÄka prava, spuÅ¡ta nivo minimalnih zarada i vodi radni narod, poglavito omladinu ka sve većoj nezaposlenosti i životu bede i siromaÅ¡tva. DrastiÄan pad prihoda, destrukcija elementarnih prava, rastuća eksploatacija, gubitak bilo kakve sigurnosti “EU memorandumon†– sve to je samo test procedure koje će biti implementirana i drugim narodima Evrope.
Uzroci ovih pojava leže u trenutnoj krizi kapitalizma. To dokazuje da je nemoguće imati dugoroÄan izbalansiran razvitak unutar kapitalistiÄkog sistema proizvodnje. To dokazuje da nema drugih reÅ¡enja do odbacivanja kapitalizma i izgradnje novog sveta – socijalizma i komunizma. Javni dug koji je stvorila kapitalistiÄka klasa a ne radni narod je integralni deo kapitlistiÄke akumulacije u uslovima opadajuće profitabilnosti kapitala. Kriza se manifestuje Å¡irom sveta, dok u ovom trenutku najsnažnije pogaÄ‘a narod GrÄke. 
GrÄka je postala glavno bojno polje evropske klasne borbe dobrim delom zahvaljujući iskusnoj i organizovanoj radniÄkoj klasi i intenzivnim aktivnostima njene avangarde – KomunistiÄke partije GrÄke (KKE). Svojom revolucionarnom orijentacijom, KKE je uspela da stvori front anti-monopolskih snaga: radnika, siromaÅ¡nih seljaka, samozaposlenih, omladine, žena i drugih. Ona predvodi uspeÅ¡nu borbu i protiv kapitalistiÄkog varvarstva i unutraÅ¡njeg oportunizma unutar komunistiÄkog pokreta. Tokom krize meÄ‘unarodnog komunistiÄkog pokreta, ona je imala važnu ulogu pokretaÄke sile rekonstrukcije evropskog i svetskog komunistiÄkog pokreta. Revolucionarna klasna borba KKE i KomunistiÄke omladine GrÄke (KNE) se dokazala suÅ¡tinskim ideoloÅ¡kim i organizacionim faktorom koji do danas predstavlja borbenu silu i kapacitet za mobilizacija najÅ¡irih narodnih slojeva GrÄke i dokazuje da samo revolucionarna teorija i praksa pružaju mogućnosti za revolucionarnu borbu koja će trijumfovati nad kapitalistiÄkim tlaÄenjem.
GrÄka je primer pokuÅ¡aja vladajuće kapitalistiÄke klase da prebrodi krizu prebacujući je na pleća naroda. Ali je takoÄ‘e i primer organizovane borbe narodnih masa predvoÄ‘enih organizovanom radniÄkom klasom protiv mera kapitalistiÄkog sistema. Mobilizovani Å¡iroki narodni slojevi GrÄke koji su izaÅ¡li na ulice i masovno poruÄili da odbijaju da budu žrtva profita kapitalista pokazuju put narodima Evrope.
Mi smo svesni da je svaka pobeda radniÄke klase GrÄke takoÄ‘e i naÅ¡a pobeda, kao i da je i svaki poraz takoÄ‘e i naÅ¡ poraz. Mi u potpunosti izražavamo solidarnost sa zahtevima za narodnu vlast, za svrgavanje vladavine monopola i njihovih saveznika, za svrgavanje kapitalistiÄke vlasti. Mi pozdravljamo borbeni narod GrÄke i izražavamo naÅ¡u podrÅ¡ku KomunistiÄkoj partiji GrÄke, naÅ¡oj sestrinskoj KomunistiÄkoj omladini GrÄke i sim Älanovima i sledbenicima klasno orijentisanog sindikata PAME koji se bori na Äelu klasne borbe evropske radniÄke klase.
Dole sa diktaturom monopola! Dole imperijalistiÄka EU!
GrÄka je samo poÄetak, proÅ¡irimo antikapitalistiÄki otpor Å¡irom Evrope!

Kiev, 18.-19. februara 2012.god.



Intervencija delegata SRP-a na konferenciji u Kijevu:


Skup omladinskih komunistiÄkih organizacija iz bivÅ¡ih socijalistiÄkih zemalja, Kijev, veljaÄa 2012

Razmišljanja hrvatske delegacije


Uvod
Prvo u ime Mladih Socijalista SocijalistiÄke RadniÄke Partije Hrvatske želim zahvaliti organizatorima Å¡to su nas pozvali na ovaj važan i do sada jedinstven susret i svima koji su prisutni ovdje. Revolucionarna borba u cijeloj bivÅ¡oj socijalistiÄkoj Jugoslaviji bila je i jest iznimno težak, a ponekad i opasan podvig. Kao tokom kontrarevolucije nacionalistiÄke i profaÅ¡istiÄke politiÄke snage, vjerske organizacije, kapitalistiÄke snage itd. preuzele su masovnie medije komunikacije i cijeli javni diskurs, sav lijevo orijentirani klasni diskurs, bio on  revolucionarni ili reformistiÄki, bio je potisnut. Režimi, ali posebno lumpenproleterski kontrarevolucionari napadali su sve one koji su kritizirali ekstremne nacionalistiÄke politike. Kao rezultat toga većina druÅ¡tva postaje radikalno antikomunistiÄko i to je posebno vidljivo danas u mladoj populaciji. U sadaÅ¡njem hrvatskom druÅ¡tvu postoji oko 20% ljudi koji su ekstremne nacionalistiÄke i antikomunistiÄke orijentacije, to je dio stanovniÅ¡tva koji živi ili misli da živi bolje nego u socijalizmu. Ovaj dio druÅ¡tva koji se sastoji od veterana graÄ‘anskog rata, novih bogataÅ¡a, dio javnih službenika, dio umirovljenika, neki "povlaÅ¡teni" privatni zaposlenici i sl. tjera cijelu zemlju da ostane u nekim granicama javne debate, i potiskuje sve revolucionarne glasove. U tom stalnom kontrarevolucionarnom stanju vladajuća ideologija je pridobila gotovo sve intelektualce i gotovo sve borce iz 2. svjetskog rata, koji su bili temelj revolucije i socijalistiÄkog razvoja naÅ¡e zemlje.Najvažnije od svega je Äinjenica da je radniÄka klasa duboko reakcionarna i bez minimalne volje za obavljanje klasne borbe, Äak i kada je oÄito da kapitalizam uniÅ¡tava njihove živote. U poÄetku kontrarevolucije zakoni o socijalistiÄkom radu uniÅ¡teni su uz gotovo plebiscitarno odobrenje od strane radnika koji su mislili da će u kapitalizmu dobiti plaće jednake onima u Zapadnoj NjemaÄkoj. Sve u svemu, možemo reći da velika većina hrvatskoga druÅ¡tva ima duboko konzervativan seljaÄki mentalitet u kome su privatno vlasniÅ¡tvo, religija i nacionalnost nedodirljive dogme. Iz tih razloga smatramo da je opstanak naÅ¡e stranke na politiÄkoj sceni u posljednjih 15 godina i njeno sudjelovanje na svim izborima od 2000. godine kada su sve ostale ljeviÄarske stranke nestale veliki je uspjeh po sebi usprkos tome Å¡to nismo zadovoljni s ovom situacijom i ne odustajemo od revolucionarne borbe.

O idejnoj borbi protiv antikomunistiÄkih kliÅ¡ea
KapitalistiÄka ideologija uspjela je ispuniti neka vrlo važna obećanja Å¡to je napravila na poÄetku kontrarevolucije u Hrvatskoj: ona je obnovila apsolutnu nedodirljivost privatne imovine, ona je vratila KatoliÄkoj crkvi politiÄku i ekonomsku moć koju je imala u davnoj proÅ¡losti,  uspjela je dati tzv "Nezavisnost" Hrvatskoj, donijela srpsku manjinu do politiÄke, ekonomske, demografske i kulturne nemoći, uvela je Hrvatsku u civilizaciju "Zapada" i "Europe" odvojivÅ¡i je od "azijskih Srba" i "azijske komunistiÄke ideologije", ona je otvorila granice za sve vrste uvoza tako da nema viÅ¡e nestaÅ¡ica bilo kojih vrsta roba, otvorila je vrata i za ekstremne faÅ¡istiÄke iseljenike, vezala je valutu za njemaÄku marku, a nakon toga za euru tako da viÅ¡e nema vidljive inflacije itd. 
Nije lako odgovoriti na ovu vrstu "dostignuća", Äak i ako su postignuta po cijeni razornog graÄ‘anskog rata, osiromaÅ¡enja 80 posto graÄ‘ana
, neto demografskog gubitka od cca. pola milijuna graÄ‘ana i daljnjeg pada broja stanovnika, približno 30% nezaposlenosti, omjer gotovo 1:1 izmeÄ‘u radnika i umirovljenika, gotovo potpuni gubitak industrijske baze, inozemnim dugom 20 puta većim nego u socijalizmu, uvozom stabilno dvostrukim od izvoza, gotovo kompletne prodaje najvažnijih poduzeća (viÅ¡e od 90% banaka je u rukama stranih vlasnika), odustajući od životnoga standarda koji je bio u 1990 veći nego u Irskoj, Portugalu i GrÄkoj, i približno isti kao u Å panjolskoj ili na jugu Italije, od razine zaÅ¡tite zakona o radu koji danas izgleda kao znanstvena fantastika s gotovo osiguranim poslom za cijeli radni vijek, besplatnim stanovima, besplatnim obrazovanjem na svim razinama, besplatne zdravstvene zaÅ¡tite, besplatnih godiÅ¡njih odmora u radniÄkim i omladinskim odmaraliÅ¡tima, i općenito odustajanja od privrede srednje razvijene industrijske zemlje u zamjenu za privredu nerazvijene zemlje trećeg svijeta i stvaranja bezakonja neÄuvenoga u proÅ¡losti.
Na sve te nepobitne Äinjenice kapitalistiÄka ideologija odgovara da je povratak u socijalizam nezamislivo ludilo jer: a) revolucija / socijalizam / komunizam su nasilne pojave i takvi su režimi diktatorski i tlaÄe slobodu pojedinca, oni su "totalitarni" i ne dopuÅ¡taju bilo koji oblik prosvjeda / neslaganja. b) da socijalizam "krade" pojedincu njegovu privatnu imovinu Å¡to je najgori zamislivi zloÄin. c) socijalizam uniÅ¡tava vjeru i zabranjuje ljudima religiju. d) da je socijalizam neuÄinkovit ekonomski model i da pogoduje neefikasnosti. e) da u socijalizmu postoje nestaÅ¡ice roba. f) u socijalizmu je visoka inflacija. g) u socijalizmu vladaju manjine. h) u socijalizmu nema slobode putovanja. i) socijalistiÄki režimi su duboko konzervativni. l) svatko tko misli da se socijalizam može sprovesti u budućnosti nazadan je jer "živi u 20. stoljeću", dok u 21. stoljeću svi vole liberalizam i viÅ¡estranaÄki politiÄki sistem. m) socijalizam je militaristiÄki i državocentriÄan. n) da su bogati su neophodni za napredak gospodarstva.
Kao marksisti moramo biti kritiÄni prema drugima i samokritiÄni prema sebi. U svim ovim tezama postoji neÅ¡to istine, ali, mi imamo metode razmiÅ¡ljanja koje Äesto zaboravljamo, a to su historijski i dijalektiÄki materijalizam. KoriÅ¡tenjem ovih metoda je lako pobiti neke od ovih teza i za druge dokazali da su to isto tako problemi visoko razvijenih kapitalistiÄkih zemalja i druÅ¡tava. 
Za prebroditi te teze nova meÄ‘unarodna politiÄka platforma mora biti napisana radi pobijanja ovih kliÅ¡eja. N
aglaÅ¡avati kolektivno osloboÄ‘enje, ali i individualnu slobodu i u tom kontekstu dati revolucionarne odgovore na pitanja koja sada postavljaju znanost i druÅ¡tvo: eutanazija, medicinski potpomognuta oplodnja, ozakonjenje opojnih droga, intelektualno vlasniÅ¡tvo, netradicionalne seksualne zajednice, sloboda informiranja i komuniciranja , privatnost, itd., ali i dati odgovore na nedostatak energenata, ekoloÅ¡ke probleme, ograniÄenja znanstvenog istraživanja i eksperimentiranja, demografskim neravnomjernostima, sporog nestanka fiziÄkoga rada i eksponencijalnog porasta nezaposlenosti.
Za sva ova pitanja revolucionarne partije nisu dale do sada jasan i nedvosmislen odgovor, a važno je snažno reafirmirati marksistiÄke studije meÄ‘u Älanovima naÅ¡ih partija, ali i druÅ¡tva kako bi ljudi postali svjesni suvremenih problema i da pokuÅ¡aju dati odgovore na njih. Na taj naÄin moći ćemo stajati na kraj sve agresivnijem nametanju lažnih ljeviÄarskih pokreta koji privlaÄe svakodnevno sve viÅ¡e mladih ljudi, ali i dati jaÄi odgovor na probleme radnika i ostatka naÅ¡e tradicionalne baze podrÅ¡ke.

O koriÅ¡tenju socijalistiÄke proÅ¡losti radi propagande
Moram reći da ono Å¡to najviÅ¡e cijenim u mom narodu i mojoj zemlji je Narodno oslobodilaÄka borba, revolucija i socijalistiÄki razvoj. Veliki dio kulturnih dobara poput spomenika, muzeja, kulturnih ustanova, knjižnica, itd. danas uniÅ¡tenih ili u zapuÅ¡tenom stanju poÅ¡to je kontrarevolucija bila vrlo pedantna u uniÅ¡tavanju sjećanja na
revolucionarnu proÅ¡lost moje zemlje. Iz ove pozicije moramo obnoviti svijest mladih o tome Å¡to se doista dogodilo u toj proÅ¡losti distribuirajući propagandne materijale, stvaranjem studijskih grupa, prodajom knjiga, filmova, itd. Grupnim posjetama povijesnim mjestima, izdavanjem materijala s povijesnim temama i sl. Sve to uvijek imajući na umu da to može biti potpuno novo za mnoge ljude ili da mnogi imaju u svojim glavama negativnu propagandu kapitalistiÄke ideologije.


O razmjeni iskustva o organiziranju
U ovim posljednjim godinama Mladi Socijalisti imali su puno naglaÅ¡eniju meÄ‘unarodnu suradnju nego prije. To je razlog zbog Äega smo uvijek otvoreni za sve kontakte i sastanke. Postoje dva kljuÄna problema s kojima se sada suoÄavaju naÅ¡e stranke to su nedostatak financijskih sredstava i nedostatak dovoljno kadrova. ÄŒini nam se da moramo poÄeti od baze sa izgradnjom nove generacije revolucionarnih kadrova, ali to nije lako poÅ¡to vladajuća ideologija plaÅ¡i i pasivizira potencijalne nove Älanove.
Ova dva problema stalno usporavaju naÅ¡e akcije i Äine nas ranjivima. Shvatili smo da su internet i socijalne mreže su vrlo dobri instrumenti propagande, Äak i ako je reakcija javnosti spora.
U svakom sluÄaju mi ​​smo spremni raditi sa svima za rjeÅ¡avanje problema te da bi, ako netko to traži od nas u pomogli koliko možemo.

Hvala Vam.



U ime Mladih Socijalista SocijalistiÄke radniÄke partije Hrvatske
Koordinator


Davor Rakić


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