Partiamo da qualche dato storico gi noto a chi informato correttamente.
In Istria durante la seconda guerra mondiale furono estratti da una ventina di foibe (cavit carsiche) pi di 200 cadaveri, e altri furono segnalati ma non fu possibile il loro recupero. Ci avvenne dopo il breve e confuso periodo del “potere popolare” (8 settembre – primi di ottobre 1943) subentrato alla disfatta del regime italo fascista sulle regioni a est dell’Adriatico, che non fece in tempo ad organizzarsi stabilmente perch dovette subito opporsi, senza successo, alla “operazione nubifragio”, cio alla travolgente riconquista della regione da parte delle truppe tedesche (i cosiddetti “ribelli” uccisi o fatti prigionieri, secondo una fonte ufficiale di Berlino, furono 13.000; molti di loro erano di nazionalit italiana). Alla luce della ricerca storica successiva l’insieme di quegli episodi di “infoibamento” si pu a ragione definire un eccidio. Ma le cause, le dimensioni e le modalit di esso furono “mostruosamente” ingigantite e distorte ad opera della propaganda nazifascista, allo scopo di giustificare e far dimenticare i crimini e i massacri perpetrati prima dal regime italo/fascista e poi dagli occupanti nazisti e dai loro fiancheggiatori [La foiba...cit., p.27].
Alla fine della guerra si verificarono altri casi nella zona di Trieste e Gorizia. Alcuni (qualche decina) furono accertati o come omicidi politici (esecuzioni sommarie nell’ambito del fenomeno che fu chiamato “la resa dei conti”, che coinvolse tutta l’Alta Italia), o come vendette personali o anche delitti comuni (rapine ecc.); quasi tutti i colpevoli furono individuati, processati e condannati (alcuni dalle stesse autorit militari jugoslave). Ma moltissime furono le segnalazioni di “scomparsi” militari e civili, a seguito sia delle sanguinose battaglie che si svolsero in quelle zone negli ultimi giorni di guerra, sia degli arresti e degli internamenti (alcune migliaia) eseguiti nelle settimane successive da parte della polizia politica jugoslava. La drammatica mancanza di notizie sulla sorte dei propri cari fu un terreno ideale per seminare ancora in grande stile il terrorismo mediatico sulle “foibe” da parte degli ambienti nazionalisti italiani e della stampa legata al CLN anticomunista triestino. Cos crebbe ancora a dismisura il numero dei presunti “infoibati”, e furono diffuse altre mitiche “leggende”, oltre a quelle che circolavano gi dal ‘43, col sostegno di massicce campagne di propaganda.
Quelle angosciose notizie, sebbene quasi mai verificate n verificabili, riuscirono ad esasperare i sentimenti collettivi di terrore e di odio in quegli italiani giuliano dalmati che erano stati classe dominante e privilegiata durante il periodo del “fascismo di frontiera” e che si sentivano minacciati a morte dai tanto disprezzati “s-ciavi”, diventati “demoni slavo comunisti” ed ora perfino vincitori nella guerra che avrebbe invece dovuto sancire il trionfo imperiale dell’Italia e la totale sottomissione (o espulsione) di quei “barbari”. Tutto ci, sommandosi alle reali difficolt della dura situazione postbellica in zone gi povere, port all’esodo di massa, con tutte le note conseguenze (cfr. Sandi Volk, Esuli a Trieste..., KappaVu 2004).
Tuttavia l’obiettivo principale dei neo irredentisti, cio l’assegnazione all’Italia dei territori contesi, non fu raggiunto (salvo che per Trieste e dintorni).
Per un dato di fatto che gi nell’immediato dopoguerra le “sensazionali rivelazioni sulle foibe” gi diffuse dagli agenti nazisti e dalla Xa MAS, opportunamente “aggiornate” e ulteriormente ampliate, furono usate anche al tavolo delle trattative di pace di Parigi dagli esponenti del governo De Gasperi, come argomento “forte” a sostegno delle rivendicazioni di sovranit italiana sulle regioni del “confine orientale”. Esse infatti furono inserite in un dossier dal titolo Trattamento degli italiani da parte jugoslava dopo l’8 settembre 1943, che fu trasmesso dal Ministero Affari Esteri – Divisione Generale Affari Politici – alle ambasciate italiane di Washington, Londra e Parigi il 28 agosto 1946. In esso si afferma in sostanza che gli slavo-comunisti avevano “occupato” l’Istria e parte della Venezia Giulia, e che vi stavano compiendo una vero e proprio “genocidio” (gi iniziato nel ’43) ai danni degli italiani l residenti.
Alcuni miti della “foibologia” riuscirono nei decenni successivi (pur con alterne fortune) a conquistare sempre pi l’immaginario collettivo, anche perch qualche storico professionista compiacente (v. p. es. R. Pupo e R. Spazzali nel loro Foibe, B. Mondadori 2003) li accett in quanto informazioni date generalmente per acquisite senza fare alcuna verifica critica, confermando cos la loro presunzione di verit. Ma soprattutto furono i riconoscimenti ufficiali da parte delle autorit statali della “nuova” Repubblica che trasformarono le montature mediatiche in “verit inconfutabili”.
Un esempio emblematico in questo senso quello del pozzo di Basovizza, dichiarato “monumento di interesse nazionale” negli anni ’80, nonostante l’inconsistenza delle presunte “testimonianze”; nonostante le smentite delle stesse autorit alleate; nonostante l’evidenza dei risultati negativi di numerose esplorazioni e svuotamenti; nonostante, infine, che sulla lapide fatta porre dai “foibologi ufficiali” siano state scritte cifre “variabili” sia sulla profondit del pozzo (prima 250, poi 500, infine, nel 1997, 300 metri) sia sulla quantit di “salme di infoibati” (“misurate” addirittura in metri cubi: prima 300 e poi 500), mostrando con evidenza quale fosse il grado di attendibilit delle informazioni. Eppure diversi Presidenti della Repubblica, a partire da Cossiga, andarono a celebrare solennemente, si badi bene, non i caduti nelle sanguinose battaglie che ci furono in quella zona fra le formazioni tedesche in ritirata e quelle jugoslave negli ultimi giorni di guerra (i pochi resti trovati nel pozzo furono infatti di militari di entrambi gli eserciti), ma i “martiri – italiani” che sarebbero stati gettati in quella “foiba” dal “furore slavo-comunista” (per saperne di pi si legga Claudia Cernigoi,Operazione “FOIBE” tra storia e mito, Kappa Vu 2005).
Un altro “mito fondativo” della foibologia quello nato nel 1945/46 con le prime “testimonianze di sopravvissuti”, che furono inserite nel dossier sopra citato e usate durante le trattative di pace a Parigi come “prove” a conferma delle tesi neo irredentiste italiane.
Abbiamo chiamato “Foiba dei miracoli” quella in cui, secondo tali racconti, all’alba di un giorno di maggio 1945 gli slavo-comunisti avrebbero gettato sei militari istriani della Milizia di difesa territoriale (Mdt), dopo averli arrestati nella zona di Pola, imprigionati e trasferiti in diverse localit, sottoposti a una lunga serie di umiliazioni, persecuzioni e torture insieme con molti altri, infine portati sull’orlo della voragine e mitragliati (in alcune versioni si legge anche di una o due bombe a mano scoppiate nell’acqua profonda dove le vittime sarebbero precipitate). Nonostante tutto ci uno degli “infoibaati” (oppure due, la cosa controversa) si sarebbe salvato (ovviamente in modo miracoloso) e avrebbe raccontato la sua avventura alle autorit alleate (di Pola e/o di Trieste).
Il libro che ha questo titolo e che porta la mia firma il risultato di un percorso di ricerca collettiva di tutto il gruppo di Resistenza storica coordinato da Alessandra Kersevan, senza il cui determinante aiuto non avrei potuto nemmeno sperare di condurre a termine un lavoro cos impegnativo. In esso non solo si dimostra la falsit dei fatti raccontati dai presunti “sopravvissuti”, ma si analizzano puntualmente sia l’intreccio delle loro vicende personali, sia i vari passaggi nella costruzione e nella gestione politica (e mediatica) del mito da parte dei soggetti interessati.
Non intendo qui fare una presentazione generale del libro, ma solo prenderne spunto per fare una riflessione sulla delicata questione del metodo e del ruolo degli storici in questo importante e controverso settore di ricerca.
Ebbene: com’è stata presentata questa vicenda negli ultimi anni dagli storici considerati pi autorevoli sull’argomento? Come sono state usate le fonti originarie?
Gianni Oliva all’inizio del suo libro Foibe, le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria [2002, pp. 17-18] riport una dopo l’altra due “testimonianze dirette di sopravvissuti”. Il nome (impreciso) del primo testimone, “originario da Sissano” (vicno a Pola), era Giovanni Radetticchio [recte Radeticchio; altre volte compare “Radeticchi”, “Raddeticchio” ecc.; nel suo Genocidio... Il “grande foibologo” Marco Pirina loreinvent: lo chiam “Antonio” e lo fece apparire come “unico superstite” nientemeno che dalla foiba di Vines, nel settembre del 1943!]. Di lui Oliva non dice nient’altro; si sa (da altre fonti) che nel 1944-45 era “milite del presidio di Marzana” e che “dopo aver lasciato la sua deposizione emigr in Australia”. L’altro, invece, l’ormai mitico protagonista di questa vicenda, da qualche anno giunto alla celebrit per essere l’unico “sopravvissuto alle foibe” ancora in vita: Graziano Udovisi (premiato nel 2005 con l’Oscar tv come “uomo dell’anno”, sull’onda delle celebrazioni ufficiali dei “martiri delle foibe”). Oliva scrive solo che era un “insegnante istriano”, tacendo ci che lo stesso Udovisi dichiara con orgoglio, cio che aveva aderito da sbito alla Milizia fascista dopo l’8 settembre ’43 diventando ufficiale della Mdt e comandante di presidio a soli 19 anni.
I brevi racconti riportati da Oliva parlano di due “prodigi” diversi avvenuti in due foibe separate: Radetticchio fu portato “in direzione di Arsia” e cadde “nell’acqua profonda”, Udovisi nei pressi di “Fianona” si salv aggrappandosi a “un alberello sporgente” [Arsia/Raŝa e Fianona/Plomin sono due paesi nella zona di Albona/Labin, distanti fra loro circa 15 km]. Le fonti citate sono diverse. Vediamo la prima in ordine di tempo: “L’eccezionale testimonianza di Giovanni Radetticchio – scrive Oliva – stata pubblicata per la prima volta il 26 gennaio del 1946 sul periodico della Democrazia cristiana di Trieste La Prora, e in seguito frequentemente utilizzata dalla pubblicistica del dopoguerra”. Anche Raoul Pupo e Roberto Spazzali nel loro Foibe [cit., pp.98-100] presentano lo stesso testo (con lievi differenze), indicando come fonte La Prora, e anch’essi attribuiscono il racconto a Radeticchio.
Solo i lettori pignoli notano che la fonte diretta di entrambe le citazioni il fascicolo Foibe ed esodo [allegato al n.3/1998 della rivista Tempi&Cultura]. Ma in realt anche qui la “testimonianza di un sopravvissuto all’infoibamento ... relativa ad un fatto accaduto nel maggio 1945” non ripresa direttamente da La Prora, bens da un opuscolo che il “Cln dell’Istria” pubblic fra la fine del ‘46 e l’inizio del ‘47 col titolo Foibe, la tragedia dell’Istria, su cui quel racconto “venne riportato integralmente” [cos si legge su Tempi&Cultura]. Nel 1990 Roberto Spazzali l’aveva scritto nel suo Foibe, un dibattito ancora aperto [p.186]: “L’articolo pubblicato da La Prora e la vicenda narrata nell’occasione (comparve) pure su una pubblicazione curata dal Cln d’Istria sulle Foibe ... per divulgare lo stato politico presente nei territori occupati dalle forze militari jugoslave”.
Si dir: a che servono queste “pignolerie”?
Il fatto che il recupero della fonte primaria ci ha permesso di scoprire alcune “strane” cose che si sono rivelate di estremo interesse.
Primo: il Cln Istria dichiar palesemente il falso: la “testimonianza” pubblicata da La Prora non fu affattoriportata integralmente in quell’opuscolo di propaganda. Il racconto l inserito e presentato come quello “pubblicato dal giornale di Trieste La Prora, che ne garantisce l’autenticit, il 26 gennaio 1946”, in realt ne una drastica riduzione (poco pi della met), con ulteriori variazioni. Le omissioni e le modifiche pi importanti riguardano la localizzazione della foiba: “da Fianona in direzione di Pozzo Littorio” (oggi Podlabin, un sobborgo di Albona, costruito dal regime fascista) [cfr. La Prora] divent “in direzione di Arsia”, senza alcuna indicazione precedente [Cln Istria]. E’ notevole che G. Oliva attribuisca le due foibe (di Fianona e di Arsia) separatamente ai “due sopravvissuti”, mentre nel 1946 l’episodio raccontato era lo stesso, solo con diverse indicazioni di luogo!
Ma ecco la seconda “stranezza”: sia l’articolo de La Prora, sia la sua riduzione del Clni sono rigorosamente anonimi! In essi non appare affatto il nome del “testimone sopravvissuto” (nel primo scritto solo che “l’originale, regolarmente firmato, si trova in nostro possesso”). Dunque gli storici Oliva, Pupo e Spazzali hanno “forzato” l’attribuzione di quel racconto a Radeticchio, senza fornire alcuna spiegazione.
Quanto al maestro ex tenente Udovisi, egli va sostenendo da decenni in pubblico la sua “verità”, con crescente successo, anche se, oltre che decisamente incredibile, essa in contrasto sia con gli storici citati, sia col racconto anonimo de La Prora, sia infine, e soprattutto, coi primi documenti riservati del 1945 (riprodotti integralmente e commentati nel nostro libro) dove appare la firma di Radeticchio (peraltro anche qui storpiata, perci di dubbia autenticit), dove chi racconta afferma di essersi salvato da solo, e dove Graziano Udovisi appare addirittura deceduto nella foiba con gli altri!
Egli invece in sostanza afferma che lui e “un altro” si salvarono insieme, o pi precisamente che lui aiut“l’amico” ad arrampicarsi dopo averlo fortunosamente “abbrancato per i capelli”...
Siamo riusciti a risalire anche all’origine della “versione Udovisi”. Nell’agosto 1945 il giovane ufficiale collaborazionista dei nazisti fu arrestato a Padova, dov’era fuggito con documenti falsi. Al processo (tenuto a Trieste nel settembre 1946) dovette difendersi da accuse di delazione, maltrattamento ed omicidio di prigionieri. Fu allora che present una dichiarazione, inserita dal giudice nella sentenza (riportata nel libro): l si legge che “nel maggio 1945 presentatosi ai comandi jugoslavi, come prescritto dai bandi, venne arrestato, deportato ed infine assieme ad altri cinque compagni portato dinanzi una foiba istriana per essere giustiziato. Per egli ed un altro compagno, riuscirono, svincolandosi dai ceppi, a gettarsi nella foiba incolumi, uscendone miracolosamente salvi”. Forse anche per questo la condanna fu lieve (“anni due, mesi undici, giorni 16 di reclusione”). Dopo di allora questa “memoria” del “sopravvissuto” Udovisi rimase sepolta negli archivi, insieme con gli atti del processo, per molti decenni senza che lui o qualche “storico accreditato delle foibe” ne abbia mai fatto cenno (vi lascio immaginare perch).
Come si vede, questa vicenda un enorme “pasticcio”. Siamo certi che esso non fu generato da una serie di “errori di memoria” o di incomprensioni in buona fede, ma il risultato di una serie di depistaggi creati ad arte fin dall’inizio per motivi precisi (che analizziamo puntualmente nel libro). Comunque una cosa chiara: evidentemente non ci si pu fidare della storiografia prodotta fino ad ora su questo argomento, per quanto “autorevole” essa sia: sembra che anche gli storici pi competenti e seri si lascino “menare per il naso” dai “foibologi”, o ne siano complici (per qualche ragione che qui non commentiamo).
Insomma, ai risultati di ricerche e studi rigorosi, che pure esistono, continua a sovrapporsi la propaganda politica, funzionale ad obiettivi nazionali(sti). Solo che nel dopoguerra l’ambiente politico di appoggio al neo irredentismo ex fascista era quello dei democristiani anticomunisti; oggi anche quello degli ex comunisti. Lascio a voi le riflessioni sulle cause di questo sorprendente “passaggio di consegne”. Dico solo che a mio avviso anche oggi, come allora, gli obiettivi nazionali della “operazione foibe” non sembrano limitarsi alla riabilitazione del fascismo di Sal, ma si inquadrano nel rilancio “bipartisan” della politica imperialista italiana, proiettata in particolare proprio verso i Balcani, come indicano le cronache recenti: si vedano la partecipazione diretta alla disgregazione della ex Jugoslavia, l’impegno militare e di penetrazione economica in Albania, ed ora il tentativo di avere un ruolo primario nella creazione del nuovo “protettorato” NATO in Kossovo.
Per questi gravi motivi probabilmente anche questo libro sul mito dei “sopravvissuti” avr vita difficile. Ne siamo coscienti, ma non abbiamo rinunciato a farlo, perch siamo convinti che lavorare per far emergere la verit pu essere difficile e pericoloso, ma non mai inutile. [pag. 45].
Pol Vice Maggio 2008
*: LA FOIBA DEI MIRACOLI, indagine sul mito dei “sopravvissuti”, ed. KappaVu Udine 2008