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#7292 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Mar 6 Mar 2012 11:03 am
Oggetto: 6 marzo 1953 - 2012
jugocoord
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www.resistenze.org - cultura e memoria resistenti - storia - 29-02-12 - n. 398

 

Senato della Repubblica

 

Sandro Pertini commemora Giuseppe Stalin

 

06/03/1953

 

Signor Presidente, onorevoli colleghi il dolore e l'angoscia che sono in noi impediscono ogni frase retorica ed ogni accento polemico. Dinanzi a questa morte non si può rimanere che stupiti e costernati.

 

Stupiti, per la grandezza che questa figura assume nella morte. La morte la pone nella sua giusta luce; sicché uomini di ogni credo politico, amici ed avversari, debbono oggi riconoscere l'immensa statura di Giuseppe Stalin.

 

Egli è un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto. Siamo costernati dinanzi a questa morte per il vuoto che Giuseppe Stalin lascia nel suo popolo e nella umanità intera. Signori, se abbandonate per un istante le vostre ostilità politiche, come le abbandono io in questo momento, dovete riconoscere con me che la vita di quest'uomo coincide per trent'anni con il corso dell'umanità stessa. Quattro tappe, soprattutto, della esistenza di Stalin rappresentano quattro pietre miliari della storia universale.

 

Ottobre 1917: questa data costituisce una svolta decisiva per la storia del mondo, come la costituì il 14 luglio 1789. Il 14 luglio 1789 si affermò e trionfò il Terzo Stato che dette una sua politica, economica e sociale, a tutto il secolo xix. L'ottobre 1917, segna l'affermazione vittoriosa del Quarto Stato, il quale soprattutto da quel giorno diviene da oggetto soggetto di storia. Per opera di quella vittoria l'utopia d'uri tempo diventa realtà e quella che era una speranza a sospingere le masse diseredate ed oppresse verso la mèta suprema diviene una certezza.

 

Altra tappa della vita di Giuseppe Stalin è, a mio avviso, l'edificazione socialista nella sua terra. Allora erano molti i pessimisti, gli scettici che dicevano che non sarebbe stato possibile edificare il socialismo in un paese solo. Invece questo Uomo, ereditando il pensiero e lo insegnamento di Lenin, riuscì a trasformare il suo popolo; riuscì a dargli anche una economia industriale, che sembrava un tempo un sogno ed una pazzia, sfruttando le immense ricchezze che il suolo della sua terra racchiudeva. Portò, così, il lavoratore sovietico, liberato da ogni catena, ad un alto livèllo di vita e di dignità umana. E, badate, signori, è stato questo sforzo gigantesco a costruire ed a consolidare quella cittadella, contro cui più tardi s'infrangerà la valanga nazista.

 

Ed ecco la terza tappa che rappresenta un'altra pietra miliare per l'unità e su cui deve essere scritta la parola « Stalingrado». Signori, voi tutti ricorderete le ore angosciose che abbiamo vissuto quando la valanga nazista si rovesciò sull'Unione Sovietica. Le armate naziste già scorgevano le torri del Cremlino e le vette del Caucaso. Ebbene, noi sentivamo che se, per dannata ipotesi, fosse crollata l'Unione Sovietica, con l'Unione Sovietica - non dimenticatelo voi che mi ascoltate - sarebbero crollate tutte le speranze di un trionfo della libertà sulla dittatura nazifascista. In quel momento sentivamo che uomini di tutti i credi politici trattenevano il respiro consapevoli che la loro sorte era legata alla sorte di Stalingrado. E Stalingrado diventò la Valmy della Rivoluzione d'Ottobre e al mondo attonito offrì il miracolo di una strepitosa vittoria, sotto la guida di Stalin. Allora comprendemmo che da Stalingrado aveva inizio la vittoria delle armi democratiche contro le armi della barbarie !

 

Vi è poi l'ultima tappa, signori; altra pietra miliare sul cammino dell'umanità. Se a me, umile e piccolo uomo di fronte a tanta grandezza, fosse concesso di scoprire su questa pietra dei nomi, tre ne scriverei : «Pace Roosevelt Stalin». Perchè, signori, oggi noi dobbiamo tutti riconoscere che lo sforzo che ha fatto questo uomo in questi ultimi anni è stato quello di gettare le fondamenta di una pace sicura e duratura. Ecco perchè egli si intese subito con un altro uomo che aveva indicato al suo ed agli altri popoli la strada da seguire dopo la guerra, se si voleva veramente avviare il mondo verso la pace e non verso un conflitto mondiale : Roosevelt. Non è vero che Roosevelt sia stato ingannato! Egli ha ascoltato semplicemente la sua coscienza, il suo grande spirito ; e ecco perchè si intese subito con Giuseppe Stalin.

 

E Giuseppe Stalin continuò su questa strada che era la strada della pace.

 

Per quale ragione, o signori, egli ebbe tanto a cuore questo bene prezioso? Vedete, chi come noi è stato nell'Unione Sovietica ha avuto la esatta impressione che i dirigenti della politica dell'Unione Sovietica sentono di doversi preoccupare non soltanto delle sorti del popolo lavoratore sovietico, ma anche delle sorti dei lavoratori di tutta la terra. Ecco perchè, o signori, noi respingiamo sdegnosi e sdegnati l'insinuazione fatta da un'alta autorità politica italiana ed apparsa stamani sui giornali e che cioè Giuseppe Stalin «non abbia avuto comprensione per il popolo lavoratore italiano». Le sorti del popolo lavoratore italiano stavano a cuore a Giuseppe Stalin come gli stavano a cuore le sorti del popolo suo e quelle di tutti i popoli della terra.

 

Egli si è sempre battuto per la pace, consapevole che coloro che pagano il più alto tributo di sangue e di sofferenze, nella guerra, sono i suoi contadini e gli operai. E da buon socialista egli sapeva che non si doveva volere la guerra per distruggere quanto la società attuale ha costruito, bensì si deve tendere a trasformare la vecchia società per edificarne una nuova. Questa è stata la sua volontà ferma ; per questo egli negli ultimi anni si è battuto. Ha sempre respinto ogni provocazione, ha sempre rinunciato ad atti di forza pur di difendere questo bene che appartiene non solo al suo popolo, ma a tutta l'umanità.

 

L'ultimo suo atto come statista fu precisamente un nuovo appello per la pace. Egli ha terminato bene la sua giornata, anche se troppo presto per noi e per le sorti del mondo. L'ultima sua parola è stata di pace. Ebbene, in questa ora per noi così triste, ci auguriamo che questo invito alla pace, che rispecchia la volontà di tutti i lavoratori della terra, non cada nel vuoto, ma venga raccolto da tutti coloro che hanno nelle mani le sorti dei popoli.


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#7293 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Mar 6 Mar 2012 5:28 pm
Oggetto: Il prolungato “Ottantanove†della Jugoslavia
jugocoord
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Andrea Martocchia (*)

Il prolungato “Ottantanove†della Jugoslavia

saggio allegato agli Atti del Convegno "Target" (**)


INDICE:
1 – Tra terremoto ideologico e terremoto geopolitico 
2 – L'idea nazionale jugoslava 
3 – Economia socialista di mercato 
4 - Interpretazioni
5 – L' “insostenibilità geopolitica†della Jugoslavia 
6 – Un prolungato golpe liberista 
7 - Conclusioni 
Scheda: Cronologia jugoslava, 1989-1991 (con Jean Toschi Marazzani Visconti)


SCARICA IN FORMATO PDF: 
http://www.cnj.it/24MARZO99/2009/TARGET/ATTI/dvd_target/docs/martocchia_opuscolo.pdf

(*) segretario, Coord. Naz. Per la Jugoslavia - onlus 
(**) Meeting internazionale nel X Anniversario dei bombardamenti della NATO sulla Repubblica Federale di Jugoslavia - Vicenza 21-22/3/2009. Gli Atti sono online: http://www.cnj.it/24MARZO99/2009/TARGET/ATTI/atti.html


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#7294 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Mar 6 Mar 2012 10:35 pm
Oggetto: FIAT 500L... e gli attacchi ai lavoratori in Serbia si intensificano
jugocoord
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(srpskohrvatski / italiano)


FIAT 500L... e gli attacchi ai lavoratori in Serbia si intensificano


1) Presentata a Ginevra la nuova 500 "Large"
da produrre a Kragujevac nella fabbrica Zastava *requisita a costo zero con tutti gli operai dentro* dalla FIAT nel 2010
2) Devastante de-industrializzazione in Serbia: Valjevo, Smederevo, Trstenik, Kragujevac
informazioni raccolte da Gilberto Vlaic al telefono con Rajko Blagojević della JSO-Zastava il 22/2/2012 e comunicato JSO del 24/2/2012
3) Lavoratori di Kragujevac deprivati dell'assicurazione sanitaria
solo a seguito di recentissimi scioperi hanno diritto al libretto sanitario... fino a giugno 2012. La solidarietà delle associazioni italiane operanti a Kragujevac


ALTRI LINK SEGNALATI:

DVOLIÄŒNOSTI FIAT-A U SRBIJI I SINDIKATI
http://noviplamen.net/2012/02/08/dvolicnosti-fiat-a-u-srbiji-i-sindikati/
(testo originale:  Le ambiguità della Fiat in Serbia - di Enzo Mangini, 26/01/2012
http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Le-ambiguita-della-Fiat-in-Serbia-12392 )

AGLI SMEMORATI RACCOMANDIAMO DI RILEGGERE:
FIAT Serbia. Un caso classico di imperialismo
di Andrea Catone (su L'ERNESTO 3/2010)
http://www.cnj.it/AMICIZIA/sindacale.htm#catone2010


=== 1 ===

Presentata a Ginevra la nuova 500 "Large"

RASSEGNA STAMPA 
sull'annuncio del nuovo modello FIAT 500L, presentato in anteprima mondiale al Motor Show internazionale di Ginevra il 6 marzo 2012, che andrebbe in produzione a Kragujevac:

http://ujedinjeniregionisrbije.rs/2012/01/fijat-sumadinac-bice-fijat-500-l/
http://www.blic.rs/Auto/Noviteti/304987/Srpski-fijat-500L-Prve-zvanicne-fotografije
http://motori.corriere.it/motori/saloni/12_febbraio_02/nuova-fiat-500-l_2640c9b6-4d7f-11e1-bd39-8bec83f04289.shtml
http://www.repubblica.it/motori/attualita/2012/02/02/news/e_la_fiat_500_diventa_large_al_debutto_l_attesa_l-29196145/?ref=HRLV-5

---

http://voiceofserbia.org/it/content/tadic-presentati-la-fiat-e-la-serbia

Tadic: Presentati la FIAT e la Serbia

06. 03. 2012. - 19:30 -- MRS

Alla 82esima Fiera internazionale dell’automobile a Ginevra oggi è stato presentato ufficialmente il nuovo modello della FIAT 500L che sarà prodotto negli stabilimenti della FIAT a Kragujevac in Serbia. Il Presidente serbo ha sottolineato a Ginevra che in questo modo è stata promossa anche l’economia serba. Questo modello sarà venduto in Europa e gli Stati Uniti. I cittadini serbi potranno avere la fiducia nel loro stato. La produzione del modello 500L aumenterà il Prodotto Interno Lordo della Serbia e la sua esportazione di un miliardo e mezzo di euro, ha detto Tadic. Egli ha precisato che durante il suo colloquio con il presidente della FIAT Sergio Marchionne è stato constatato che gli operai della fabbrica a Kragujevac dovranno lottaare per i posti di lavoro con la qualità del lavoro. Marchionne ha detto a Tadic che con la produzione a Kragujevac la FIAT desidera diventare più concorrente al mercato mondiale. Alla cerimonia della presentazione del modello 500L hanno presenziato anche il Ministro dell’Economia della Serbia Nebojsa Ciric, il sindaco di Kragujevac Verko Stefanovic e l’ambasciatore serbo in Svizzera Milan St. Protic. La compagnia FIAT-Chrysler ha comunicato che il prezzo del modello 500L si aggirerà intorno a 16.000 euro e che esso sarà prodotto in due versioni che consumeranno benzina e una che avrà il motore

---

http://www.glassrbije.org/Älanak/tadić-u-ženevi-novi-poÄetak-za-fiat-i-za-srbiju

Tadić u Ženevi: Novi poÄetak za "FIAT" i za Srbiju

Uto, 06/03/2012 - 19:32 -- MRS

Projekat proizvodnje novog "FIAT"-ovog automobila "500-L" u fabrici u Kragujevcu predstavlja novi poÄetak i za tu italijansku kompaniju i za Srbiju - izjavio je predsednik Republike Boris Tadić posle sastanka sa direktorom "FIAT-Krajsler" korporacije SerÄ‘om Markioneom, na Salonu automobila u Ženevi. Imamo odliÄnu saradnju kroz decenije, a sada se vraćamo proverenom partneru - istakao je Tadić. On je naglasio da će kompanija "FIAT-Srbija" i u budućnosti biti pouzdan privredni subjekat. Predsednik Tadić je dodao da sa Markioneom intenzivno razgovara o modalitetima dalje ekonomske saradnje, i to ne samo u autoindustriji.


=== 2 ===

Devastante de-industrializzazione in Serbia

Da Gilberto Vlaic della onlus Non Bombe Ma Solo Caramelle riceviamo e diffondiamo:

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Al telefono con Rajko il 22 febbraio 2012


Ho parlato a lungo con Rajko ieri per discutere problemi connessi alla campagna affidi e nuovi progetti in una scuola primaria.

Mi ha fornito informazioni importanti sulla situazione economica generale e dalla Zastava in particolare, pregandomi di inviarle a tutti. Eccovi un riassunto.


Ci si aspetta un grosso calo (dell’ordine di 40-50 mila addetti) dell’occupazione industriale e dell’indotto in Serbia durante il 2012.

I punti di crisi più grandi sono dati da:


  1. fabbrica metalmeccanica Krusik (produce armi) di Valjevo; ha circa 3500 dipendenti diretti e versa in profonda crisi; il suo ruolo nell’economia della città di Valjevo, che ha circa 60.000 abitanti, è paragonabile a quello della Zastava a Kragujevac.

Ricordo che a Valjevo è stata delocalizzata la produzione di calze della Golden Lady che ha chiuso i propri stabilimenti in Emilia.

A questo riguardo Riccardo Iacona ha appena prodotto una puntata del suo programma Presa Diretta che è andato in onda su Rai 3 domenica scorsa 19 febbraio 2012; se non la avete vista potete usare questo indirizzo:

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-681d9560-8816-4fda-bd7f-553fcdbe4a5d.html#p=0

Ve ne consiglio vivamente la visione dal minuto 57 e 40 per circa mezz’ora; molto interessanti le interviste al Ministro dell’economia Nebojsa Ciric e a un giornalista serbo dal minuto 1:21:40 fino al minuto 1:25:50.


  1. acciaieria di Smederevo, della quale avevo parlato nella relazione sulla situazione economica della Serbia che avevo spedito a tutti il 29 gennaio scorso. La US Steel che aveva comprato lo stabilimento nel 2003 ha appena abbandonato la Serbia; i lavoratori diretti che perderanno il posto sono circa 5.500, mentre le ripercussioni sull’indotto interesseranno almeno 10.000 lavoratori.


Per quanto riguarda Kragujevac, c’è un grave problema nel gruppo Zastava, dove per più di 2000 lavoratori (circa 6000 persone con i loro familiari) non vengono più pagati i contributi sanitari, per cui non hanno più alcun diritto (già ce ne erano pochi...) sul fronte della salute; è il sindacato che cerca di sostenere le spese per i medicinali dei lavoratori. 

I lavoratori di Zastava Armi hanno occupato il 21 gli uffici del servizio di assicurazione sanitaria e ci resteranno fino a che il problema non sarà risolto.

Il Sindacato ha mandato al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio dei Ministri il comunicato che vi allego, sia in serbo che tradotto in Italiano [si veda al punto 3].


Un cordiale saluto a tutte/i

Gilberto Vlaic

Trieste, 23 febbraio 2012


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JEDINSTVENA SINDIKALNA ORGANIZACIJA ZASTAVA
Adresa : Kosovska 4, 34000 Kragujevac
Telefon/Faks : 034/335 367 & 335 762
Elektronska posta : jsozastava @ open.telekom.rs

data: 24/2/2012

La situazione in Serbia è estremamente drammatica. La crisi economica mondiale ha contribuito al peggioramento della situazione economica e sociale. Si prevedono 50.000 licenziamenti nell’anno corrente e secondo alcune analisi se ne prevedono perfino 100.000. La situazione nell’istruzione rappresenterà un problema particolare perchè secondo i dati dell’Unesco la Serbia è tra i paesi europei che investono meno per l’istruzione.
Ufficialmente, due terzi delle scuole non sono in funzione, 40 % delle scuole non hanno acqua. Per i salari dei dipendenti viene speso il 95 % dal budget destinato per l’istruzione mentre dal resto per ogni allievo delle elementari e medie giornalmente vengono impiegati 13 dinari (0,1 euro).

Per quanto riguarda la situazione economica, sono colpite di più le città dove nel passato c’erano le aziende grandi – giganti che erano portatrici dello sviluppo delle città intere. Ecco alcuni esempi :

Kragujevac : All’ epoca nella Zastava di Kragujevac c’erano 36 000 lavoratori e con l’indotto in Serbia e tutta l’ex Jugoslavia il numero arrivava fino ai 200.000 lavoratori.
Dell’ex Zastava oggi sono rimaste 20 imprese con 7000 lavoratori mentre l’ex Zastava Automobili che prima dei bombardamenti aveva 13.500 lavoratori oggi esiste come FIAT AUTO Serbia con 1150 addetti.

Valjevo : Questa città con circa 95.000 abitanti dipendeva dall’azienda ËKrusikË dove lavoravano circa 11.000 lavoratori. Producevano batterie, componenti in plastica, in metallo (fucinati) ed anche il programma per l’industria militare. Prima della privatizzazione questo complesso era composto da 12 fabbriche di cui parecchie privatizzate, la maggiorparte senza successo. Il numero totale degli impiegati in queste 12 fabbriche è ora di 2100 lavoratori. A Valjevo c’è una fabbrica di calze, ËVALIË, il proprietario italiano ha assunto circa 1800 lavoratori con salario medio di 25.000 dinari (pari ai 220 euro). Ha inziato la produzione 6 anni fa. Facciamo presente che in questa fabbrica non esiste il Sindacato.

Trstenik : In questa città con 30000 abitanti c’era all’epoca un gigante ËPRVA PETOLETKAË con reparti anche fuori città con oltre 14 000 lavoratori. Molti lavoratori dai paesi nei dintorni viaggiavano a Trstenik a lavorare. Questa fabbrica, oltre il programma per l’industria militare, più precisamente le componenti per gli aerei, produceva anche componenti idrauliche e freni, servosterzi come pure il materiale idraulico completo. Oggi a ËPRVA PETOLETKAË lavorano 3.500 lavoratori.

Smederevo : Nella città, con 95.000 abitanti, c’era la grande acciaieria ËSARTIDË (produzione acciai e lamiere) che dopo la privatizzazione e vendita alla compagnia americana ha cambiato nome in ËU.S. STEELË. Si riteneva che questa era stata una delle migliori privatizzazioni in Serbia. Verso fine dell’anno passato dopo che era pubblicata la notizia sulla perdita giornaliera di circa mezzo milione di euro, gli americani hanno semplicemente abbandonato l’acciaieria. Ora è a carico del governo serbo con circa 5000 lavoratori ai quali nel periodo prossimo saranno dati i salari dal bilancio della Repubblica della Serbia, tutto con preoccupazione di una catastrofe sociale che potrebbe colpire questa città.


Segretario
Rajko Blagojevic


=== 3 ===

Lavoratori di Kragujevac deprivati dell'assicurazione sanitaria

[Originalni tekst / la versione originale del testo seguente è scaricabile da qui:
http://www.cnj.it/documentazione/EconomiaLavoro/SamostalniKrag220212.pdf ]

Ci rivolgiamo a voi a nome delle nostre aziende e dei nostri 2165 lavoratori, di cui 250 invalidi, e 4500 membri delle loro famiglie a causa dell’irrisolto problema dell’assicurazione sanitaria di quest’anno.

Le nostre fabbriche sono in ristrutturazione già da molto tempo e il lavoro si svolge in condizioni eccezionalmente difficili (per esempio senza riscaldamento e adeguate protezioni individuali); noi abbiamo sempre rispettato gli impegni lavorativi e tutti gli accordi presi con ministeri competenti e abbiamo cosi’ contribuito alla stabilità sia delle nostre fabbriche che più in generale del Paese.

Nonostante i frequenti contatti con i rappresentanti della Repubblica e con i ministeri di competenza la soluzione del problema dell’assicurazione sanitaria è solo all’inizio.

Chiediamo che sia risolto al più tardi entro il 27 di febbraio prossimo.

In caso contrario saremo costretti a radicalizzare la lotta sindacale che comprende il blocco degli istituti della città e dei punti nevralgici del traffico e infine la marcia degli operai a Belgrado.

Aspettiamo che entro la fine di questa settimana che ci convochiate per risolvere in maniera collegiale questo problema scottante.

Kragujevac, 22 febbraio 2012.


---

A seguito delle mobilitazioni, a inizio marzo i lavoratori della Zastava hanno ottenuto il pagamento dell'assicurazione sanitaria fino a giugno prossimo: si legga l'articolo

RADNICIMA "ZASTAVE" OVERENE ZDRAVSTVENE KNJIŽICE DO JUNA
http://www.cnj.it/documentazione/EconomiaLavoro/docu0005.JPG

Si vedano anche le fotografie delle mobilitazioni:
http://www.cnj.it/documentazione/EconomiaLavoro/Photo0195.jpg
http://www.cnj.it/documentazione/EconomiaLavoro/Photo0197.jpg
http://www.cnj.it/documentazione/EconomiaLavoro/Photo0199.jpg
http://www.cnj.it/documentazione/EconomiaLavoro/Photo0202.jpg

Nel frattempo, un messaggio unitario di solidarietà era stato inviato dalle associazioni italiane che da anni operano a Kragujevac:

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Procitaj ovu izjavu na srpskohrvatskom: http://www.cnj.it/documentazione/EconomiaLavoro/comunicato010312.jpg

Comunicato

  1. Al Presidente della Repubblica di Serbia Tadic, al presidente del Consiglio dei MInistri Cvetkovic e al Ministro dell’Economia Ciric
  2. Ai Sindacati dei lavoratori del gruppo Zastava di Kragujevac

Le nostre associazioni agiscono da piu’ di dieci anni in Serbia, cercando di portare solidarieta’ materiale ai lavoratori e agli ex lavoratori del gruppo Zastava di Kragujevac e alle loro famiglie attraverso la forma degli affidi a distanza dei loro figli e piu’ generalmente sviluppando progetti che vadano incontro a reali bisogni sociali della popolazione nel campo della scuola, della salute e del disagio fisico e mentale, in modo da sostenere gli ultimi, quelli che non hanno voce.

Esprimiamo la nostra piu’ convinta solidarieta’ ai lavoratori del gruppo Zastava che sono in lotta per chiedere che a loro e alle loro loro famiglie venga garantito il diritto primario alla salute, attraverso il pagamento dei contributi sanitari.

Non riusciamo a capire come un Governo, cosi’ generoso nel sostenere gli investimenti esteri nel proprio Paese, attraverso la creazione di zone franche, l’esenzione dalle tasse, altissimi contributi economici per la creazione di posti di lavoro che non si sa quanto dureranno, non sia in grado (o non voglia) garantire ai propri cittadini i diritti fondamentali, tra cui quello alla salute.

Da diverse citta’ d’Italia, 1 marzo 2012

A,B,C Solidarieta’ e Pace, ONLUS di Roma
ALJ Aiutiamo la Jugoslavia ONLUS di Bologna
Associazione Adottanti di Torino
Associazione Mir Sada - Progetto per la Pace di Lecco
Associazione Most za Beograd - Un ponte per Belgrado in terra di Bari
Associazione SOS Yugoslavia di Torino
Associazione Zastava Brescia per la Solidarieta’ Internazionale ONLUS
Non bombe ma solo caramelle ONLUS di Trieste
Un ponte per... ONLUS di Roma


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#7295 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Mer 7 Mar 2012 10:18 pm
Oggetto: Roma 10/3: Criminali di guerra italiani nei Balcani
jugocoord
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Roma, sabato 10 marzo 2012
ore 15.30, Museo della via Ostiense a Porta San Paolo

Presentazione della Mostra
Criminali di guerra italiani nei Balcani. Fatti personaggi documenti

Interverranno:
Francesco Polcaro (Presidente ANPI di Roma)
Antonino Intelisano (Procuratore Militare di Roma)
Davide Conti (curatore della mostra - http://www.cnj.it/documentazione/bibliografia.htm#conti2011 )

scarica la locandina in formato PDF: 
http://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2012/03/roma100312.pdf


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#7296 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Gio 8 Mar 2012 7:13 pm
Oggetto: Sretan 8. Mart!
jugocoord
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(Buon 8 Marzo! dal SRP - Partito Socialista dei Lavoratori, Croazia)

http://www.srp.hr/?p=980

Sretan 8. Mart!

U Hrvatskoj se 90tih krenulo putem kolektivnog zaborava i uživaljavanja u matricu nacionalnog i nacionalistiÄkog sistema, te je žena skoro svedena iskljuÄivo na ulogu majke/stub hrvatske obitelji. Takvi svjetonazori ni danas nisu zanemarivi; žene su u pravilu nekoliko postotaka manje plaćene od muÅ¡karaca za isto radno mjesto sa istim stupnjem obrazovanja, na ženama u Hrvatskoj se eksperimentira u okviru zakona o MPO kojim se politiÄke elite poigravaju i kalkuliraju, vjerske organizacije otvoreno pokuÅ¡avaju penetrirati u obrazovni sistem, itd.

 

Danas se slobodnije prisjećamo MeÄ‘unarodnog dana žena, sada se po tom pitanju rijetko priÅ¡iva etiketa koja ga posve krivo tumaÄi; s obzirom je rijeÄ o datumu kojeg su UN proglasile meÄ‘unarodnim praznikom, pod jakim utjecajem feministiÄkih pokreta iz 70tih godina proÅ¡log (20.)stoljeća. Osmi ožujka /marta simbolizira emancipaciju žena s poÄetka XX stoljeća; u vremenu industrijske ekspanzije i proizvodnje u vrlo teÅ¡kim uvjetima rada, kada je iscprljenost ili Äak ugrožen život bio svakodnevnica. Tako se prisjećamo i požara u tekstilnoj tvornici u New Yorku, kada je poginulo 140 radnica, kao Å¡to se sjećamo i prvog obilježavanja Dana žena koji je organizirala SocijalistiÄka partija Amerike 1909. godine, Å¡to je dvije godine kasnije potvrdila i SocijalistiÄka Internacionala, na prijedlog Klare Zetkin.

 

Dvadeseto stoljeće je ženi omogućilo obrazovanje, pravo glasa, ohrabrilo smjelost da nosi hlaÄe, moderan kupaći kostim i ostale modne detalje po svom izboru, gradi karijeru i sudjeluje u javnom životu, od showbusiness do politike ili obavljanja vojne službe. No, u nekim djelovima svijeta žene se sakati, brutalno kažnjava ili Äak ubija za prijestupe koji su u drugom dijelu svijeta prihvatljiv naÄin života. Svijet ne funkcionira po jednakim pravilima, iako su ljudi svugdje jednako sretni ili nesretni, karakterno dobri ili pokvareni,razlika je jedino u tome koliko ih sistemi uspjevaju držati pokornima; bilo preko radne ovisnosti ili silom.

 

Potpuna jednakost ljudi u smislu rodne, vjerske, rasne, nacionalne pripadnosti ili temeljem spolne orijentacije nije ni naÅ¡a stvarnost, iako tzv zapadna civilizacija baÅ¡tini mnoge demokratske odredbe i vrednote. Istinska je nejednakost uzidana u temelje te iste Zapadne civilizacije, koja iako bogatija od nerazvijenog i gladnog svijeta, bilježi veliko raslojavanje, osiromaÅ¡enje i Äak elemente postupnog raspada. U naÅ¡em neposrednom okruženju su žene koje rade za “minimalac†u velikim trgovaÄkim lancima, opis radnog mjesta zahtjeva ljubaznost i koncentraciju – trgovina je ipak joÅ¡ jedina preostala cvjetajuća grana u ovoj zemlji; zatim prosvjetne radnice koje se srame javno izgovoriti koliki im je iznos mirovine kada je strpljivo zarade, službenice/Äinovnice, lijeÄnice, novinarke itd Te veliki broj nezaposlenih žena koje miomilazi ovaj segment potplaćenost ili općenitog nezadovoljstva uvjetima rada.

 

Ako smo svojevremeno zaboravili i ovaj MeÄ‘unarodni dan žena, dobivÅ¡i nove vjerske praznike ili one koje nameće politiÄka elita, možda smo -kao druÅ¡tvo- zaboravili i da je pravedniji život moguć i da ga možemo ostvariti ako o njemu razmiÅ¡ljamo, razgovaramo i na njega se pripremamo kroz politiÄki rad.

 

Dan žena je nekome prilika da supruzi, djevojci, sestri, majci, kolegici..pokloni cvijet, a drugome možda podsjetnik i na druÅ¡tvo u kojem moramo biti jednaki pred zakonom – ljudska bića koja se nadopunjuju i obogaćuju zajednicu u svojoj razliÄitosti.


SOCIJALISTIÄŒKA RADNIÄŒKA PARTIJA HRVATSKE za ekonomsku, socijalnu i politiÄku demokraciju

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Vijest koju Slobodna Dalmacija nije htjela objaviti : 


SocijalistiÄka radniÄka partija Hrvatske
Gradska organizacija Split
Zvonimirova 35 Split

 
Predmet: Izjava za javnost povodom 8. marta, MeÄ‘unarodnog dana Å¾ena

 
Bunom tekstilnih radnica, u New Yorku 8. marta 1857. godine, Å¾ene pokreću nezaustavljivu borbu za svoja prava i druÅ¡tveni položaj, a od kada je SocijalistiÄka partija Amerike prva obilježila Dan žena, on sve viÅ¡e dobiva planetarni znaÄaj. Kako od poÄetka ovaj datum predstavlja i klasnu borbu, da bi otupio njegov znaÄaj, razvijeni kapitalistiÄki Zapad mu je, svodeći ženu na majku i ljubavnicu, suprotstavio dva konzumeristiÄka dana - MajÄin dan i Valentinovo. 

Danas možemo reći da borba žena nije bila uzaludna i da se mnogo toga promijenilo, posebno na formalnoj, zakonodavnoj razini. Å ta se naÅ¡e zemlje tiÄe, formalna ravnopravnost je uglavnom zadovoljena, ali dnevna praksa, posebno na nižim druÅ¡tvenim razinama govori o mnogim problemima. Dok u visokoj politici ima 20-25% žena, na lokalnoj razini je to 5-6%; Äest je sluÄaj da je za isti posao žena manje plaćena; meÄ‘u nezaposlenima prednjaće žene, kao i u radu na crno; žrtve nasilja većinom su žene... Danas se težiÅ¡te borbe sa zakonodavnog plana mora seliti u sferu primjene zakona, organizacije druÅ¡tva, edukacije i u porodicu. I koliko god da je žena de facto jaÄi spol, uÄinimo sve da  ne mora i dalje nositi tri kantuna kuće!

SocijalistiÄka radniÄka partija svim ženama Äestita 8. mart, MeÄ‘unarodni dan žena!
 

                                                                                PresjedniÅ¡tvo Gradske organizacije Split

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#7297 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Ven 9 Mar 2012 10:00 am
Oggetto: Un nomadismo forzato - ed altri libri sui rom in Italia
jugocoord
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rom in italia

IL POPOLO CHE NON SEGUE PIÙ IL SOLE


Tre libri, tre sguardi sui rom e sinti residenti in Italia: a Torino, a Firenze, a Roma. 

Il volume Una storia da raccontare, a cura di Gabriele Guccione e Carla Osella, riassume il lavoro dell'associazione Aizo con i rom del Piemonte. Il cammino di Aizo (Associazione italiana zingari oggi) comincia 40 anni fa quando, seduti intorno al fuoco con l'immancabile tazza di caffè in mano, alcuni sinti chiedono a Carla Osella <<Perché non facciamo un'associazione, un sindacato per difendere i nostri diritti?>>. Dopo averci pensato a lungo, Carla accetta e da allora quello diventa l'impegno della sua vita. Un impegno senza riserve, sulle orme del Cristo delle origini, capace di sedersi insieme agli ultimi senza chiedere nulla in cambio. Aizo nasce nel 1971, da un gruppo misto di sinti e gagè (i non zingari): 431 famiglie provenienti da tutto il Piemonte. Da allora - spiega in un'intervista Osella - le condizioni di vita di rom e sinti sono cambiate. Il nomadismo è quasi scomparso. Sul territorio italiano solo il 10% delle comunità è attualmente nomade.è finita <<sotto una montagna di semplificazioni che ne hanno esaltato gli aspetti scomodi e fastidiosi e cancellato quelli importanti e gloriosi>>. Un popolo invisibile che, per la scrittrice, ha gli occhi ancora infantili di Carmen, la zingara conosciuta a un semaforo che diventerà un'amica. L'ignoranza delle straordinarie risorse della cultura romanì - dice in un'altra intervista la studiosa Marcella Delle Donne - <<è la prima causa dell'ostilità nei confronti dei rom da parte della nostra società. E il pregiudizio è talmente radicato che è stato elevato a categoria metafisica>>.

Per Adem Bejzak, autore insieme a Kristin Jenkins del volume Un nomadismo forzatoraccontare è una <<forma di lotta>>. Nato a Pristina nel 1957, Adem è un attivista rom impegnato da anni nella difesa dei diritti umani del suo popolo. Dal '93 lavora come meccanico a Firenze, dove l'ha raggiunto la sua famiglia, in fuga dalla guerra in Kosovo. I racconti di Adem e dei suoi parenti nascono nel campo dell'Olmatello, a Firenze, dove tutti hanno vissuto prima che il comune assegnasse loro una casa, nel 2006. Sullo sfondo, la guerra <<umanitaria>>, le bombe della Nato, <<la devastazione provocata dall'Uck 
(Esercito di liberazione nazionale del Kosovo) in seguito ai 78 giorni di 
bombardamenti, la disperata fuga verso l'Italia attraverso il mare Adriatico, nel '99>>. Poi, una volta arrivati a Firenze, lo shock di trovarsi a vivere fra i topi nei campi Fiorentini e sotto il peso dei pregiudizi. Ma Adem non si lascia schiacciare. In una foto del libro, lo vediamo mentre partecipa a una manifestazione contro la guerra, ad Aviano, nel 1999: 
<<Il popolo rom vuole vivere insieme senza oppressione>>, recita il suo cartello. In un'altra istantanea, partecipa alla giornata della memoria, per ricordare <<l'olocausto degli zingari>> nei campi di concentramento nazisti. In altre pagine, Adem mostra con orgoglio a Jenkins (ricercatrice che ora vive a Bristol) la sua casa di 
prima, e qualche libro scampato al disastro. Alle pareti della sua 
abitazione, c'è una foto del maresciallo Tito e una di Che Guevara. Prima, racconta Aden, i rom vivevano in pace e con dignità. Poi, 
<<la guerra ha portato povertà, razzismo, xenofobia e nomadismo>>. Oggi, nell'ex-Jugoslavia sono stati creati 
nuovi stati <<e i rom storici rimasti lì non hanno avuto nessun riconoscimento>>. Il nomadismo dei rom - dice in sintesi il libro - molto spesso è di natura forzata: come quello di Adem, <<che nasce dalla guerra>>.

Nel campo di via Salone, uno dei più grandi e popolosi di Roma, si svolge invece la ricerca di Nicola Valentino, I ghetti per i rom (postfazione di Carlo De Angelis). Uno <<spazio di parola condiviso>> che prende il nome di <<cantiere di socioanalisi narrativa>> e che evidenzia, attraverso i racconti dei residenti e degli operatori, i dispositivi istituzionali che organizzano la vita sociale del campo e le relazioni di potere all'interno. Meccanismi che presentano, fatte le debite differenze, <<una stringente analogia con il ghetto per gli ebrei voluto nel 1500 
dalla Repubblica di Venezia>>. Allora come oggi, ai rom è imposto uno spazio sorvegliato, secondo logiche securitarie dettate dal pregiudizio etnico. Il testo unico per la gestione dei campi rom dell'area romana, messo a punto dal Prefetto nella sua veste di Commissario per l'emergenza nomadi, impone regole ferree, e sanzioni pesanti per chi sgarra. Per entrare, bisogna farsi identificare: tutti gli abitanti, compresi i bambini, devono esibire una tessera munita di fotografia e dati anagrafici: <<Queste tessere sono come un tatuaggio>>, dice un residente. Una situazione difficile anche per gli operatori - come quelli della cooperativa Ermes, che ha partecipato alla ricerca - impotenti di fronte al ripetersi dei controlli, ai trasferimenti forzati, allo snaturamento del loro ruolo: <<La Polizia municipale si è presentata il lunedì mattina all'alba, bussando alle case e intimando ai residenti di abbandonarle - raccontano - Sembrava un'operazione militare in grande stile>>. Difficile svolgere un lavoro sociale se il dispositivo vigente nel campo è quello del controllo. Un conflitto simile - dice Valentino - ha portato alla chiusura dei manicomi tra gli anni '60 e '70: a un certo punto, Franco Basaglia afferma con chiarezza che nel manicomio - istituzione che genera sofferenza 
e malattia - non è possibile svolgere alcuna attività curativa e perciò la sofferenza psichica potrà essere curata solo fuori dal manicomio. Nel ghetto, invece, i rom sentono che la propria vita è completamente in balia dell'istituzione, e che non hanno certezze per il futuro. <<Il lavoro sociale - afferma nella postfazione Carlo De Angelis, presidente per il Lazio del Coordinamento comunità di accoglienza, - proprio perché centrato sulla relazione tra persone, stimola il cambiamento e non può certo essere ingabbiato in un sistema di sospensione del tempo, sospensione dei diritti, in un non luogo in cui non esistono e non sono date possibilità di cambiamento, vie di fuga e d'uscita>>. Di fronte all'involuzione autoritaria delle politiche capitoline e alle chiusure istituzionali, la scommessa da giocare - dice allora De Angelis - è probabilmente quella di costruire in tempi brevi <<una nuova rappresentanza credibile per il popolo rom>>.


Geraldina Colotti

Fonte: Le Monde diplomatique il manifesto febbraio 2012
http://www.monde-diplomatique.it/lemonde-archivio/ultimo/pagina.php



Una storia da raccontare - Gabriele Guccione, Carla Osella 
(a cura di), AIZO , 2011 - aizoonlus@...

Un nomadismo forzato 
...di guerra in guerra... Racconti rom dal Kosovo all'Italia
di Adem Bejzak e Kristin Jenkins
Edizioni Archeoares, 2011
7 euro, 180 p., ISBN 978-88-96889-22-0
per ordinare il libro: http://www.edizioniarcheoares.it/unnomadismoforzato - edizioniarcheoares@...
copertina: http://www.cnj.it/immagini/cover_bejzak.jpg
Indice 1: http://www.cnj.it/immagini/bejzak1.jpg
Indice 2: http://www.cnj.it/immagini/bejzak2.jpg

I ghetti per i rom - Nicola Valentino (a cura di), Sensibili alle foglie, 2011 - sensibiliallefoglie@...


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#7298 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Ven 9 Mar 2012 12:29 pm
Oggetto: Skup omladinskih komunistickih organizacija u Kijevu
jugocoord
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(Sul recente incontro delle organizzazioni giovanili comuniste degli ex paesi socialisti europei e dell'URSS)


Kijev (Ukrajina), 18.-19. februara 2012.

Održan skup omladinskih komunistiÄkih organizacija s prostora bivÅ¡ih socijalistiÄkih zemalja Evrope i SSSR-a    


U Kijevu, Ukrajina, je 18. i 19. februara održan skup omladinskih komunistiÄkih organizacija iz bivÅ¡ih socijalistiÄkih zemalja pod radnim naslovom â€žBorba se nastavlja – i posle 20 godina omladina se bori za socijalizam“. Skupu je prisustvovalo oko 20 delegata iz 11 organizacija: omladina BKPT (Beloruska komunistiÄka radniÄka partija) – Belorusija, KSM (KomunistiÄki savez omladine) – ÄŒeÅ¡ka, Mladi socijalisti – Hrvatska, LASSA (Letonski savez radniÄke i studentske omladine) – Letonija, Narodni otpor – Moldavija,  FDJ (Slobodna nemaÄka omladina) – NemaÄka, KMP (KomunistiÄka omladina Poljske) – Poljska,  RKSM(b) (Revolucionarni savez komunistiÄke omladine boljÅ¡evika) – Rusija, RdeÄi radikali (Crveni radikali) – Slovenija, SKOJ (Savez komunistiÄke omladine Jugoslavije) – Srbija, Iskra – omladina SKU (Savez komunista Ukrajine) – Ukrajina. 
Organizacioni komitet za pripremu i realizaciju ovog skupa saÄinjavali su predtsavnici 3 organizacije: KSM iz ÄŒeÅ¡ke, RKSM(b) iz Rusije i  naÅ¡e organizacije - SKOJ. Ideja o ovakvoj vrsti skupa, koji je po prvi put održan od kontrarevolucija koje su nastupile u naÅ¡im zemljama pre dve decenije, plod je intenzivne saradnje naÅ¡ih organizacija na meÄ‘unarodnom nivou, ponajpre pod okriljem Svetske federacije demokratske omladine (WFDY). Otud je od izuzetnog znaÄaja bilo prisustvo skupu novoizabranog presednika WFDY druga Dimitrisa Palmirisa jer i borba koja će se dalje razviti iz ove inicijative koja predstavlja samo prvi korak u konsolidaciji omladinskog komunistiÄkog pokreta sa prostora bivÅ¡ih socijalistiÄkih zemalja predstavlja i predstavljaće integralni deo borbe omladine protiv imperijalizma koju na globalnom nivou vodi WFDY. Skup je bio prilika da se sve prisutne organizacije podrobnije upoznaju s borbom WFDY,  posebno one organizacije koje formlano nisu, ili nisu joÅ¡ uvek punopravni Älanovi WFDY.
Za mesto održavanja skupa iz Äisto pragmatiÄnih-geografskih razloga izabran je Kijev, a kao domaćini Iskra, omladinsko krilo SKU iz Ukrajine. Treba napomenuti da je cilj bio da se na ovom prvom skupu  okupe revolucionarne omladinske organizacije s kojima inaÄe postoji najteÅ¡nja saradnja inicijatora, bilo da je u pitanju prostor bivÅ¡eg Sovjetskog Saveza, Centralne Evrope ili Balkana. Otud skupu nije prisustvovao izvestan broj omladinskih marksistiÄko-lenjinistiÄkih organizacija, a treba dodati i da su mnoge organizacije iz objektvnih i tehniÄkih razloga bile spreÄene da skupu prisustvuju. Sigurno je da će inicijativa koja je pokreuta imati tendenciju daljeg omasovljenja i organizacionog razvitka.
Može se slobodno konstatovati da kao prvi ovakvog tipa, skup u Kijevu je bio od istorijskog znaÄaja  za dalji razvoj komunistiÄkog pokreta kao i klasne borbe uopÅ¡te na  spomenutom prostoru. Već sama Äinjenica da je do njega doÅ¡lo predstavlja znaÄajan pomak i organizacioni i ideoloÅ¡ki posle 20 ili viÅ¡e godina od trijumfa kontrarevolucija na prostoru bivÅ¡ih socijalistiÄkih zemalja Evrope i SSSR-a. SuÅ¡tina karaktera borbi koju naÅ¡e organizacije vode je neminovno nametnula nužnost održavanja skupa na kom je bilo moguće oceniti zajedniÄke sadržatelje posledica koje je za sobom ostavio varvarski kontrerevolucionarni Äin u naÅ¡im druÅ¡tvima, ideoloÅ¡ki i propagandni karakter antikomunizma sa svim svojim sliÄnostima i razlikama u svim naÅ¡im druÅ¡tvima, kao i odgovor naÅ¡ih organizacija i komunistiÄkog pokreta uopÅ¡te. U uslovima krize kapitalizma kada je kristalno jasna neophodnost organizacionog i ideoloÅ¡kog uÄvršćivanja naÅ¡eg pokreta neophodan je iskorak iz primarno defanzione strategije odbrane nasleÄ‘a socijalistiÄkog perioda koju su naÅ¡e omladine bez izuzetka vodile, a koje će razume se i nadalje voditi. Okupljene organizacije na skupu nisu u celosti uporedive u organizacionom smislu baÅ¡ kao ni u rezultatima koje su naÅ¡e borbe do sada ostvarile, iako u približno istom trenutku otpoÄinje potpuna restauracija kapitalizma u svim ponaosob druÅ¡tvima i državama. To je i normalno s obzrom na logiku kapitala i kapitalistiÄkih procesa koji se neravnomerno razvijaju. MeÄ‘u okupljenim organizacijama je bilo onih koje postoje tek neÅ¡to viÅ¡e od godinu dana kao i onih koje su nastale odmah po kontrarevoluciji. Bilo je organizacija koje su se odavno organizaciono povezale sa sindikalnim, studentskim i uopÅ¡te proleterskim pokretom u svojim zemljama, kao i internacionalno, a bilo je i onih koje tek Äine svoje prve poroÄ‘ajne korake u tom smeru. MeÄ‘utim svima su nam zajedniÄki zahtevi za Å¡to hitnijom obnovom socijalizma kao i priliÄno uporedivo istorijsko iskustvo iz kog je moguće izneti niz zakljuÄaka o strategijama nastavka naÅ¡e borbe i po mogućstvu njenog združivanja u jedinstvenu silu. Iz tih razloga su tokom dvodnevnog skupa bili organizovani seminari o „IdeoloÅ¡koj borbi protiv antikomunistiÄkih kliÅ¡ea“, „Korišćenju socijalistiÄke proÅ¡losti u propagandne svrhe“ i „Razmeni iskustava izgradnji organizacija“. Pored dragocene razmene iskustava, informisanja o borbi i uslovima borbe o kojima su svi delegati govorili u svojim istupanjima, ustanovljena su „goreća pitanja“ koja će predstavljati bazu za naÅ¡u dalju saradnju. Tu najpre ubrajamo strategiju kontrapropagande histeriÄnom antikomunizmu uz uÄvršćivanje meÄ‘usobne solidarnosti, unapreÄ‘enja koordinacije i korišćenje savremenim propagandnim sredstvima kao i razumljivim jezikom za najÅ¡ire narodne slojeve, a poglavito omladinu.  Izdvajamo kao izuzetno znaÄajnu zajedniÄku osudu  „levog oportunizma i revizionizma“.
Skup je usvojio dve važne zajedniÄke rezolucije: Rezolucija o naÅ¡oj saradnji s ocenama znaÄaja sprovedenog skupa, i rezolucija podrÅ¡ke antikapitalistiÄkoj borbi naroda GrÄke Å¡to predstavlja najzanÄajniju aktuelnost klasne borbe na Å¡irem meÄ‘unarodnom planu Äime je Äitav skup izrazio pravilanu i potpunu internacionalistiÄku orijentaciju naÅ¡e inicijative koju bi s obirom na karakter procesa i borbe  bilo nemoguće hermetiÄki zatvoriti samo na prostor bivÅ¡ih socijalistiÄkih zemalja Evrope i SSSR-a.
Tokom prvog dana skupa delegatima se ispred rukovodstva SKU obratila liderka SKU i glavna urednica Äasopisa „Marksizam i savremenost“ drugarica Tamila Jabrova, a drugog dana je usledila poseta važnim spomenicima u „gradu heroju“ iz vremena Velikog otadžbinskog rata.
SKOJ se ponosi time Å¡to je bio u mogućnosti da pruži svoj organizacioni doprinos kreiranju ovakve inicijative revolucionarne komunistiÄke omladine koji je u skladu s naÅ¡om dolsednom internacionalistiÄkom revolucionarnom orijentacijom. Ponavljamo da je ovo bio smao prvi korak u „buÄ‘enju istoka“ i razbuktavanju zajedniÄke klasne i revolucionarne borbe.
Samo zajedno možemo pobediti!
Pobeda će biti naša!


ZAJEDNIÄŒKA REZOLUCIJA „BORBA SE NASTAVLJA – I POSLE 20 GODINA OMLADINA SE BORI ZA SOCIJALIZAM“    

Mi, mladi komunisti iz bivÅ¡ih socijalistiÄkih zemalja, okupljeni u Kijevu pod sloganom„Borba se nastavlja – i posle 20 godina omladina se bori za socijalizam“, usvajamo sledeću rezoluciju o saradnji.
Posle dvadesetogodiÅ¡njeg perioda restauracije kapitalizma iznikla je neophodnost objedinjavanja borbi omladina naroda koje ujedinjuje istorijsko iskustvo. Pre 20 godina naÅ¡i narodi su izgubili sigurnost u sutraÅ¡njicu, dostojan život, budućnost. Sve to je ljudima istrgao kapitalizam. S novim razvitkom krize kapitalizma postaje oÄigledan njegov karakter, katastrofalan za ÄoveÄanstvo. U vreme krize kapitalizam se stara da osnaži svoju uzdrmanu poziciju, prebacujući svoj teret na pleća radnika i reÅ¡avajući svoje probleme cenom novih ratova. TakoÄ‘e on se koristi pritom razliÄitim propagandnim metodama, podrÅ¡kom reakcionarnoj politici, represijom, cenzurom. Glavna meta buržoaske propagande je omladina – socijalno najnezaÅ¡tićeniji deo druÅ¡tva. Omladina koja nema vlastitog iskustva života u socijalizmu je najpodložnija toj propagandi.
DoÅ¡lo je vreme kada je nophodno da se ujedinimo kako bi se suprotstavili i odbacili kapitalistiÄko varvarstvo. NaÅ¡a zajedniÄka socijalistiÄka proÅ¡lost se može uspeÅ¡no iskoristiti za ovu svrhu. Mi nismo živeli u toj proÅ¡losti, ali nas njeno neprocenjivo iskustvo okružuje i dalje u kulturi, umetnosti, mnogo Äemu Å¡to vidimo oko nas. Istorija socijalistiÄke izgradnje pruža nam snažno oružje – istinu pred kojom se u prah raspada kompletna koncepcija buržoaske propagande. Mnogi leviÄari i pseudo- komunisti koji pokuÅ¡avaju da spekuliÅ¡u istorijskim iskustvom socijalizma u stvari samo pomažu buržoasku propagandu.
Mladi komunisti, okupljeni na skupu u Kijevu, bavili su se pitanjima ideoloÅ¡ke borbe s antikomunistiÄkim kliÅ¡eima, korišćenjem socijalistiÄkih dostignuća za svrhe propagande, razmenom iskustava izgradnje organizacija.
Imperijalisti u cilju koÄenja narodnog pokreta, odavno već deluju združeno. Oni imaju meÄ‘usobnu solidarnost. Primer tome su nedavna ubistva radnika Å¡trajkaÄa u Zapadnom Kazahstanu, kada su razne pristalice buržoazije, ukljuÄujući takozvanu „levicu“ na svaki naÄin podržali ovaj krvavi masakr. KomunistiÄki pokret bivÅ¡ih socijalistiÄkih zemalja i dalje deluje odvojeno. Takvu situaciju je nemoguće dalje trpeti: ne može nam biti dovoljna spontana klasna borba, mi smo dužni da je vodimo organizovano. Dužni smo da pokažemo omladini protivreÄnosti savremene epohe, naoružavajući je teorijom za praktiÄnu borbu. Zato je naÅ¡a obaveza prema budućnosti naÅ¡ih naroda da udružimo sopstvene sile.
Na ovaj skup su bile pozvane omladinske komunistiÄke organizacije zajedniÄke praktiÄne borbe. NaÅ¡a borba je neodvojivi deo antiimperijalistiÄke borbe koju na meÄ‘unarodnom planu vodi Svetska federacija demokratkse omladine. Mi ne želimo i nećemo se ograniÄavati deklaracijama, ovo je samo prvi korak naÅ¡eg zajedniÄkog rada. Nadalje ćemo voditi zajedniÄku borbu s imperijalizmom.

U toj solidarnosti je zalog naše pobede!

 

DEKLARACIJA PODRÅ KE ANTIKAPITALISTIÄŒKOJBORBI GRÄŒKOG NARODA  

Mi, delegati skupa komunistiÄkih omladina bivÅ¡ih socijalistiÄkih zemalja, održanog u Kijevu 18. i 19. februara 2012. izražavmo naÅ¡u solidarnost i pružamo podrÅ¡ku hrabroj borbi najÅ¡irih narodnih slojeva u GrÄkoj, radniÄke klase, komunista i militantnih sindikalista.
SkoraÅ¡nji dogovor izmeÄ‘u grÄke vlade i EU pod voÄ‘stvom nemaÄkog imperijalizma osigurava interese kreditora i drugih kapitalista, napadjoÅ¡ viÅ¡e radniÄka prava, spuÅ¡ta nivo minimalnih zarada i vodi radni narod, poglavito omladinu ka sve većoj nezaposlenosti i životu bede i siromaÅ¡tva. DrastiÄan pad prihoda, destrukcija elementarnih prava, rastuća eksploatacija, gubitak bilo kakve sigurnosti “EU memorandumon†– sve to je samo test procedure koje će biti implementirana i drugim narodima Evrope.
Uzroci ovih pojava leže u trenutnoj krizi kapitalizma. To dokazuje da je nemoguće imati dugoroÄan izbalansiran razvitak unutar kapitalistiÄkog sistema proizvodnje. To dokazuje da nema drugih reÅ¡enja do odbacivanja kapitalizma i izgradnje novog sveta – socijalizma i komunizma. Javni dug koji je stvorila kapitalistiÄka klasa a ne radni narod je integralni deo kapitlistiÄke akumulacije u uslovima opadajuće profitabilnosti kapitala. Kriza se manifestuje Å¡irom sveta, dok u ovom trenutku najsnažnije pogaÄ‘a narod GrÄke. 
GrÄka je postala glavno bojno polje evropske klasne borbe dobrim delom zahvaljujući iskusnoj i organizovanoj radniÄkoj klasi i intenzivnim aktivnostima njene avangarde – KomunistiÄke partije GrÄke (KKE). Svojom revolucionarnom orijentacijom, KKE je uspela da stvori front anti-monopolskih snaga: radnika, siromaÅ¡nih seljaka, samozaposlenih, omladine, žena i drugih. Ona predvodi uspeÅ¡nu borbu i protiv kapitalistiÄkog varvarstva i unutraÅ¡njeg oportunizma unutar komunistiÄkog pokreta. Tokom krize meÄ‘unarodnog komunistiÄkog pokreta, ona je imala važnu ulogu pokretaÄke sile rekonstrukcije evropskog i svetskog komunistiÄkog pokreta. Revolucionarna klasna borba KKE i KomunistiÄke omladine GrÄke (KNE) se dokazala suÅ¡tinskim ideoloÅ¡kim i organizacionim faktorom koji do danas predstavlja borbenu silu i kapacitet za mobilizacija najÅ¡irih narodnih slojeva GrÄke i dokazuje da samo revolucionarna teorija i praksa pružaju mogućnosti za revolucionarnu borbu koja će trijumfovati nad kapitalistiÄkim tlaÄenjem.
GrÄka je primer pokuÅ¡aja vladajuće kapitalistiÄke klase da prebrodi krizu prebacujući je na pleća naroda. Ali je takoÄ‘e i primer organizovane borbe narodnih masa predvoÄ‘enih organizovanom radniÄkom klasom protiv mera kapitalistiÄkog sistema. Mobilizovani Å¡iroki narodni slojevi GrÄke koji su izaÅ¡li na ulice i masovno poruÄili da odbijaju da budu žrtva profita kapitalista pokazuju put narodima Evrope.
Mi smo svesni da je svaka pobeda radniÄke klase GrÄke takoÄ‘e i naÅ¡a pobeda, kao i da je i svaki poraz takoÄ‘e i naÅ¡ poraz. Mi u potpunosti izražavamo solidarnost sa zahtevima za narodnu vlast, za svrgavanje vladavine monopola i njihovih saveznika, za svrgavanje kapitalistiÄke vlasti. Mi pozdravljamo borbeni narod GrÄke i izražavamo naÅ¡u podrÅ¡ku KomunistiÄkoj partiji GrÄke, naÅ¡oj sestrinskoj KomunistiÄkoj omladini GrÄke i sim Älanovima i sledbenicima klasno orijentisanog sindikata PAME koji se bori na Äelu klasne borbe evropske radniÄke klase.
Dole sa diktaturom monopola! Dole imperijalistiÄka EU!
GrÄka je samo poÄetak, proÅ¡irimo antikapitalistiÄki otpor Å¡irom Evrope!

Kiev, 18.-19. februara 2012.god.



Intervencija delegata SRP-a na konferenciji u Kijevu:


Skup omladinskih komunistiÄkih organizacija iz bivÅ¡ih socijalistiÄkih zemalja, Kijev, veljaÄa 2012

Razmišljanja hrvatske delegacije


Uvod
Prvo u ime Mladih Socijalista SocijalistiÄke RadniÄke Partije Hrvatske želim zahvaliti organizatorima Å¡to su nas pozvali na ovaj važan i do sada jedinstven susret i svima koji su prisutni ovdje. Revolucionarna borba u cijeloj bivÅ¡oj socijalistiÄkoj Jugoslaviji bila je i jest iznimno težak, a ponekad i opasan podvig. Kao tokom kontrarevolucije nacionalistiÄke i profaÅ¡istiÄke politiÄke snage, vjerske organizacije, kapitalistiÄke snage itd. preuzele su masovnie medije komunikacije i cijeli javni diskurs, sav lijevo orijentirani klasni diskurs, bio on  revolucionarni ili reformistiÄki, bio je potisnut. Režimi, ali posebno lumpenproleterski kontrarevolucionari napadali su sve one koji su kritizirali ekstremne nacionalistiÄke politike. Kao rezultat toga većina druÅ¡tva postaje radikalno antikomunistiÄko i to je posebno vidljivo danas u mladoj populaciji. U sadaÅ¡njem hrvatskom druÅ¡tvu postoji oko 20% ljudi koji su ekstremne nacionalistiÄke i antikomunistiÄke orijentacije, to je dio stanovniÅ¡tva koji živi ili misli da živi bolje nego u socijalizmu. Ovaj dio druÅ¡tva koji se sastoji od veterana graÄ‘anskog rata, novih bogataÅ¡a, dio javnih službenika, dio umirovljenika, neki "povlaÅ¡teni" privatni zaposlenici i sl. tjera cijelu zemlju da ostane u nekim granicama javne debate, i potiskuje sve revolucionarne glasove. U tom stalnom kontrarevolucionarnom stanju vladajuća ideologija je pridobila gotovo sve intelektualce i gotovo sve borce iz 2. svjetskog rata, koji su bili temelj revolucije i socijalistiÄkog razvoja naÅ¡e zemlje.Najvažnije od svega je Äinjenica da je radniÄka klasa duboko reakcionarna i bez minimalne volje za obavljanje klasne borbe, Äak i kada je oÄito da kapitalizam uniÅ¡tava njihove živote. U poÄetku kontrarevolucije zakoni o socijalistiÄkom radu uniÅ¡teni su uz gotovo plebiscitarno odobrenje od strane radnika koji su mislili da će u kapitalizmu dobiti plaće jednake onima u Zapadnoj NjemaÄkoj. Sve u svemu, možemo reći da velika većina hrvatskoga druÅ¡tva ima duboko konzervativan seljaÄki mentalitet u kome su privatno vlasniÅ¡tvo, religija i nacionalnost nedodirljive dogme. Iz tih razloga smatramo da je opstanak naÅ¡e stranke na politiÄkoj sceni u posljednjih 15 godina i njeno sudjelovanje na svim izborima od 2000. godine kada su sve ostale ljeviÄarske stranke nestale veliki je uspjeh po sebi usprkos tome Å¡to nismo zadovoljni s ovom situacijom i ne odustajemo od revolucionarne borbe.

O idejnoj borbi protiv antikomunistiÄkih kliÅ¡ea
KapitalistiÄka ideologija uspjela je ispuniti neka vrlo važna obećanja Å¡to je napravila na poÄetku kontrarevolucije u Hrvatskoj: ona je obnovila apsolutnu nedodirljivost privatne imovine, ona je vratila KatoliÄkoj crkvi politiÄku i ekonomsku moć koju je imala u davnoj proÅ¡losti,  uspjela je dati tzv "Nezavisnost" Hrvatskoj, donijela srpsku manjinu do politiÄke, ekonomske, demografske i kulturne nemoći, uvela je Hrvatsku u civilizaciju "Zapada" i "Europe" odvojivÅ¡i je od "azijskih Srba" i "azijske komunistiÄke ideologije", ona je otvorila granice za sve vrste uvoza tako da nema viÅ¡e nestaÅ¡ica bilo kojih vrsta roba, otvorila je vrata i za ekstremne faÅ¡istiÄke iseljenike, vezala je valutu za njemaÄku marku, a nakon toga za euru tako da viÅ¡e nema vidljive inflacije itd. 
Nije lako odgovoriti na ovu vrstu "dostignuća", Äak i ako su postignuta po cijeni razornog graÄ‘anskog rata, osiromaÅ¡enja 80 posto graÄ‘ana
, neto demografskog gubitka od cca. pola milijuna graÄ‘ana i daljnjeg pada broja stanovnika, približno 30% nezaposlenosti, omjer gotovo 1:1 izmeÄ‘u radnika i umirovljenika, gotovo potpuni gubitak industrijske baze, inozemnim dugom 20 puta većim nego u socijalizmu, uvozom stabilno dvostrukim od izvoza, gotovo kompletne prodaje najvažnijih poduzeća (viÅ¡e od 90% banaka je u rukama stranih vlasnika), odustajući od životnoga standarda koji je bio u 1990 veći nego u Irskoj, Portugalu i GrÄkoj, i približno isti kao u Å panjolskoj ili na jugu Italije, od razine zaÅ¡tite zakona o radu koji danas izgleda kao znanstvena fantastika s gotovo osiguranim poslom za cijeli radni vijek, besplatnim stanovima, besplatnim obrazovanjem na svim razinama, besplatne zdravstvene zaÅ¡tite, besplatnih godiÅ¡njih odmora u radniÄkim i omladinskim odmaraliÅ¡tima, i općenito odustajanja od privrede srednje razvijene industrijske zemlje u zamjenu za privredu nerazvijene zemlje trećeg svijeta i stvaranja bezakonja neÄuvenoga u proÅ¡losti.
Na sve te nepobitne Äinjenice kapitalistiÄka ideologija odgovara da je povratak u socijalizam nezamislivo ludilo jer: a) revolucija / socijalizam / komunizam su nasilne pojave i takvi su režimi diktatorski i tlaÄe slobodu pojedinca, oni su "totalitarni" i ne dopuÅ¡taju bilo koji oblik prosvjeda / neslaganja. b) da socijalizam "krade" pojedincu njegovu privatnu imovinu Å¡to je najgori zamislivi zloÄin. c) socijalizam uniÅ¡tava vjeru i zabranjuje ljudima religiju. d) da je socijalizam neuÄinkovit ekonomski model i da pogoduje neefikasnosti. e) da u socijalizmu postoje nestaÅ¡ice roba. f) u socijalizmu je visoka inflacija. g) u socijalizmu vladaju manjine. h) u socijalizmu nema slobode putovanja. i) socijalistiÄki režimi su duboko konzervativni. l) svatko tko misli da se socijalizam može sprovesti u budućnosti nazadan je jer "živi u 20. stoljeću", dok u 21. stoljeću svi vole liberalizam i viÅ¡estranaÄki politiÄki sistem. m) socijalizam je militaristiÄki i državocentriÄan. n) da su bogati su neophodni za napredak gospodarstva.
Kao marksisti moramo biti kritiÄni prema drugima i samokritiÄni prema sebi. U svim ovim tezama postoji neÅ¡to istine, ali, mi imamo metode razmiÅ¡ljanja koje Äesto zaboravljamo, a to su historijski i dijalektiÄki materijalizam. KoriÅ¡tenjem ovih metoda je lako pobiti neke od ovih teza i za druge dokazali da su to isto tako problemi visoko razvijenih kapitalistiÄkih zemalja i druÅ¡tava. 
Za prebroditi te teze nova meÄ‘unarodna politiÄka platforma mora biti napisana radi pobijanja ovih kliÅ¡eja. N
aglaÅ¡avati kolektivno osloboÄ‘enje, ali i individualnu slobodu i u tom kontekstu dati revolucionarne odgovore na pitanja koja sada postavljaju znanost i druÅ¡tvo: eutanazija, medicinski potpomognuta oplodnja, ozakonjenje opojnih droga, intelektualno vlasniÅ¡tvo, netradicionalne seksualne zajednice, sloboda informiranja i komuniciranja , privatnost, itd., ali i dati odgovore na nedostatak energenata, ekoloÅ¡ke probleme, ograniÄenja znanstvenog istraživanja i eksperimentiranja, demografskim neravnomjernostima, sporog nestanka fiziÄkoga rada i eksponencijalnog porasta nezaposlenosti.
Za sva ova pitanja revolucionarne partije nisu dale do sada jasan i nedvosmislen odgovor, a važno je snažno reafirmirati marksistiÄke studije meÄ‘u Älanovima naÅ¡ih partija, ali i druÅ¡tva kako bi ljudi postali svjesni suvremenih problema i da pokuÅ¡aju dati odgovore na njih. Na taj naÄin moći ćemo stajati na kraj sve agresivnijem nametanju lažnih ljeviÄarskih pokreta koji privlaÄe svakodnevno sve viÅ¡e mladih ljudi, ali i dati jaÄi odgovor na probleme radnika i ostatka naÅ¡e tradicionalne baze podrÅ¡ke.

O koriÅ¡tenju socijalistiÄke proÅ¡losti radi propagande
Moram reći da ono Å¡to najviÅ¡e cijenim u mom narodu i mojoj zemlji je Narodno oslobodilaÄka borba, revolucija i socijalistiÄki razvoj. Veliki dio kulturnih dobara poput spomenika, muzeja, kulturnih ustanova, knjižnica, itd. danas uniÅ¡tenih ili u zapuÅ¡tenom stanju poÅ¡to je kontrarevolucija bila vrlo pedantna u uniÅ¡tavanju sjećanja na
revolucionarnu proÅ¡lost moje zemlje. Iz ove pozicije moramo obnoviti svijest mladih o tome Å¡to se doista dogodilo u toj proÅ¡losti distribuirajući propagandne materijale, stvaranjem studijskih grupa, prodajom knjiga, filmova, itd. Grupnim posjetama povijesnim mjestima, izdavanjem materijala s povijesnim temama i sl. Sve to uvijek imajući na umu da to može biti potpuno novo za mnoge ljude ili da mnogi imaju u svojim glavama negativnu propagandu kapitalistiÄke ideologije.


O razmjeni iskustva o organiziranju
U ovim posljednjim godinama Mladi Socijalisti imali su puno naglaÅ¡eniju meÄ‘unarodnu suradnju nego prije. To je razlog zbog Äega smo uvijek otvoreni za sve kontakte i sastanke. Postoje dva kljuÄna problema s kojima se sada suoÄavaju naÅ¡e stranke to su nedostatak financijskih sredstava i nedostatak dovoljno kadrova. ÄŒini nam se da moramo poÄeti od baze sa izgradnjom nove generacije revolucionarnih kadrova, ali to nije lako poÅ¡to vladajuća ideologija plaÅ¡i i pasivizira potencijalne nove Älanove.
Ova dva problema stalno usporavaju naÅ¡e akcije i Äine nas ranjivima. Shvatili smo da su internet i socijalne mreže su vrlo dobri instrumenti propagande, Äak i ako je reakcija javnosti spora.
U svakom sluÄaju mi ​​smo spremni raditi sa svima za rjeÅ¡avanje problema te da bi, ako netko to traži od nas u pomogli koliko možemo.

Hvala Vam.



U ime Mladih Socijalista SocijalistiÄke radniÄke partije Hrvatske
Koordinator


Davor Rakić


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#7299 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Lun 12 Mar 2012 8:14 pm
Oggetto: Riconoscimenti per gli infoibati ai criminali di guerra italiani
jugocoord
Invia email Invia email
 

http://www.diecifebbraio.info/2012/03/i-riconoscimenti-per-gli-infoibati-ai-criminali-di-guerra-italiani/

I RICONOSCIMENTI PER GLI INFOIBATI AI CRIMINALI DI GUERRA ITALIANI

di Milovan Pisarri
 
 

Ormai da otto anni, com’è noto, la Repubblica italiana ricorda ogni 10 febbraio le vittime italiane delle foibe e l’esodo degli italiani d’Istria e Dalmazia dalle loro terre d’origine. Nonostante vari studi abbiano nel corso di questi anni dimostrato quanto sia necessaria un’approfondita conoscenza delle vicende belliche e postbelliche di quelle regioni prima di istituire celebrazioni politicamente rischiose, ogni anno le istituzioni fanno letteralmente a gara per organizzare eventi che possano restituire alla memoria collettiva momenti di storia dimenticata.  Tra essi, il più importante e carico di significato è certamente la consegna di medaglie al ricordo di persone che persero la vita nelle foibe.

Già da tempo Sandi Volk attraverso pazienti ricerche e confronti, ha dimostrato il senso di questa cerimonia. Nel suo bell’intervento chiarificatore intitolato Che cosa ricorda la Repubblica? pubblicato nel volume Foibe. Revisionismo di Stato e amnesie della Repubblica (Kappavù, Udine 2008), pagine 143-178, ha fatto un’inequivocabile luce sulla legge 92 del 30 marzo 2004 con cui venne istituita la Giornata del Ricordo e soprattutto su chi viene effettivamente ricordato. Dalle sue analisi, condotte soprattutto grazie al confronto delle stesse fonti utilizzate per concedere i riconoscimenti e di altre liberamente disponibili (Albo d’oro di Luigi Papo, Elenco caduti RSI), è emerso chiaramente il quadro di quello che si ricorda: non civili italiani dell’Istria infoibati perché italiani, ma militari italiani inquadrati nelle formazioni repubblichine al servizio dei nazisti in Istria, spesso provenienti da regioni troppo distanti dall’Istria stessa per poter essere considerati istriani, uccisi dai loro nemici partigiani. Infatti, la maggior parte degli oltre duecento premiati al gennaio 2012 sono membri delle forze armate e di polizia morti in varie circostanze nel \biennio 1943-45: nel periodo cioè in cui nell’Istria, a Trieste e a Gorizia i tedeschi avevano instaurato l’Adriatische Kunsterland e dove i militari italiani, arruolati esclusivamente su base volontaria, prestavano giuramento direttamente alle autorità naziste. Carabinieri, membri della Guardia di Finanza, poliziotti ma anche numerosi militi della Milizia della Difesa territoriale, di quella milizia cioè che porta enormi responsabilità nella lotta antipartigiana e nei crimini commessi contro civili inermi, inclusa la consegna ai nazisti di numerose persone finite a S. Sabba o nei campi di concentramento in Germania. Numerosi, anzi troppi, anche i cosiddetti civili premiati ex appartenenti alle stesse formazioni armate; diversi anche gli scomparsi, cioè coloro di cui non si è mai saputa la causa di morte (presunta), e di quelli morti addirittura in combattimento; non mancano infine anche persone che hanno ricevuto due volte lo stesso riconoscimento, in anni diversi.

Già questo è di per sé una questione allarmante, paradossale; si ricordano di fatto caduti italiani nazifascisti, ponendo ancora una volta in continuità, verrebbe da dire, l’Italia repubblicana a quella fascista e poi repubblichina. Probabilmente ciò è possibile soprattutto a causa dell’oblio che ancora oggi avvolge i territori istriani, e più in generale di tutti quelli jugoslavi occupati dagli italiani, durante il secondo conflitto mondiale; un oblio che permette l’affermazione politica della peggiore retorica politica, ingombrante e prevaricante nei confronti della sana ricerca storica. Alla decostruzione di tali affermazioni politiche messa in atto da Sandi Volk, ci permettiamo quindi di aggiungere un ulteriore tassello.

Il problema dei riconoscimenti è infatti reso molto più grave dal fatto che tra i vari caduti ricordati dalla Repubblica ci sono anche alcuni criminali di guerra sui quali negli archivi jugoslavi esiste un dossier con capi d’accusa e prove, spesso schiaccianti. Un caso già conosciuto è quello di Vincenzo Serrentino, ultimo prefetto di Zara (nel 1944, si badi bene) fucilato dopo regolare sentenza dalle autorità jugoslave nel 1947. Ai familiari di Serrentino è stato consegnato il riconoscimento nel 2007, senza accennare (ma loro forse lo sapevano, sono tutti gli altri che non lo sanno) al fatto che lo stesso Serrentino ebbe a Zara e Sebenico un ruolo di primo piano nella guerra contro gli antifascisti e nei crimini contro la popolazione civile croata.

Oltre a lui, è stato possibile accertare che altri cinque criminali di guerra sono stati onorati dalle medaglie della Repubblica; cinque nomi di persone i cui dati sono stati verificati prima di essere qui di seguito pubblicati. I dossier originali in lingua serbocroata o slovena sono liberamente consultabili da tutti presso l’Archivio di Jugoslavia, nel fondo numero 110 “Commissione di Stato per l’accertamento dei crimini di guerra degli occupanti e dei collaborazionistiâ€. Qui si trovano ben ordinati i dossier dei 3.693 criminali di guerra italiani identificati dalle autorità jugoslave nell’immediato dopoguerra. (Urge una precisazione. Come è risaputo, e purtroppo mai abbastanza ripetuto, alla fine della guerra la Jugoslavia cercò l’estradizione di circa 750 criminali di guerra italiani, cosa che naturalmente non avvenne; quello che è però importante sottolineare è che quelli richiesti erano coloro i quali si erano macchiati dei crimini più gravi e dei principali in ordine gerarchico: Roatta, Robotti, il prefetto Testa e così via. In realtà la Commissione jugoslava per l’accertamento dei crimini degli occupanti e dei collaborazionisti accertò grazie ad un minuzioso lavoro di numerose sottocommissioni la responsabilità di 3.693 italiani).

Chi sono dunque i criminali di guerra premiati dalla Repubblica italiana e di cosa sono stati accusati dalle autorità jugoslave? Pubblichiamo alcuni estratti dai loro dossier. Tra parentesi è indicata la collocazione di ogni singolo dossier, per chiunque volesse approfondire o verificare la veridicità di quanto scritto.

1)    Bergognini Giacomo. Riconoscimento ricevuto nel 2009

Nel suo dossier (Archivio di Jugoslavia, fondo 110, busta 234, f. br. 24978), è scritto:

Come membro della compagnia di carabinieri di Ajdovšćina nel corso della guerra ha partecipato ai seguenti crimini:

-       Durante la guerra, nel comune di AjdovÅ¡Äina furono arrestati, torturati e dopo oltre un mese di carcere internati 11 uomini: Bajc Matija, Kete Alojz, Zigon Anton, Berlot Anton, Lokar Marijan e Poniz Rihard (…)

-       I carabinieri insieme ai fascisti e alla polizia arrestarono nelle frazioni del comune di Ajdovšćina 120 giovani arruolandoli in battaglioni speciali, dai quali ancora non tutti hanno fatto ritorno.

-       I carabinieri insieme ai fascisti, alla polizia e alla guarnigione italiana organizzarono il giorno 8 agosto1942 una spedizione criminale a Ustje. I carabinieri avevano istruzioni ben precise, e anche se il maresciallo Marrone era stato ucciso per vendetta dai soldati del reggimento alpino, nonostante ciò guidarono l’azione e bruciarono il giorno suddetto l’intero abitato di Ustje, mettendo a fuoco tutti i beni di 67 proprietari (…). Oltre a ciò radunarono tutta la gente al cimitero, picchiandoli e li minacciandoli di morte. Presero poi 8 uomini, li torturanono di fronte a tutti e poi li uccisero con i coltelli o con il fucile. I nomi dei morti sono: Podgornik Avgust, Evstahi Podgornik, Strancer Metod, Stibil Milan e Anton, Vrtovec Anton, Kante Maks e UrÅ¡iÄ Ivan. (…).

2)    Cucè Luigi, riconoscimento ricevuto nel 2011.

Dal suo dossier (AJ, fondo 110, busta 128, f. br. 5724):

Il criminale Cucè Luigi, in quanto brigadiere della Guardia di Finanza sull’isola di PaÅ¡man durante l’occupazione italiana nel 1943, anche se non rientrava nei suoi doveri, su propria iniziativa ricopriva una carica di polizia superiore alle sue funzioni previste dalla sua professione di capo della Guardia di Finanza locale. Indagava costantemente, denunciava e pereguitava tutti gli antifascisti. Su sua proposta e su sue informazioni venivano effettuati arresti, – invii al Tribunale speciale, invii ai campi di concentramento e fucilazioni di diversi patrioti antifascisti (…)

Il giorno 17 luglio 1943, dalla guarnigione di Sali a Dugi otok giunse sull’isola di PaÅ¡man una spedizione punitiva comandata dal famoso criminale, capitano Malocchi Ernesto, composto da soldati del primo battaglione “Granatieri di Sardegna“. Appena sbarcati a PaÅ¡man si unì loro il criminale Cucè Luigi, e da lui guidati irruppero nelle case e arrestarono diversi contadini tra i quali: PediÅ¡ić Anastasije Å imin, Kraljev Augustin Matin, PeÅ¡ić Toma Krstin, Kraljev Dragica moglie di Ante, PediÅ¡ić Božo Matin, Kraljev Mate figlio del defunto Mate, vecchio di 75 anni. Tutti gli arrestati vennero condotti in barca nel paese di PaÅ¡man. Qui vennero rinchiusi nella caserma della Guardia di Finanza, dove i criminali Malocchi e Cucè li interrogarono e li maltrattarono pesantemente fino alle due di pomeriggio, costringendoli ad ammettere la loro collaborazione con i partigiani (…). Dopo essere stati torturati, verso le due di pomeriggio vennero portati fuori dalla caserma e diretti di fronte ad una casa non terminata senza tetto.  Lì il criminale Vladković Boris li portò ad uno ad uno all’interno e li uccise con un colpo di pistola; dopodiché i soldati gettarono i corpi dalla finestra, e fuori altri soldati spararono sulle vittime un’altra raffica (…).

3)    Luciani Bruno, riconoscimento ricevuto nel 2007.

Dal suo dossier (AJ, fondo 110, busta 231, f. br. 24206):

Il giorno 31 dicembre 1944 gli agenti della polizia di Collotti arrestarono il ventenne KavÄiÄ Bruno di Trieste. All’arresto parteciparono gli agenti Ciarlenco, Luciani, Nussak e Sorenzio. KavÄiÄ Bruno fu portato alla caserma in via Cologna, dove fu interrogato e torturato. Le torture durarono fino al 15 aprile 1945, quando venne trasportato al Coroneo dove venne interrogato e torturato dalle SS. Il giorno 28 aprile 1945 venne trasportato a Opicina dove venne fucilato dalle SS (…).

Il giorno 27 novembre 1944 venne arrestata Varich Wilma dagli agenti Ciarlenco e Luciani, membri della polizia di Collotti, e venne portata nel carcere in via Bellosguardo. Qui venne interrogata. Venne legata al tavolo, picchiata e presa a pugni; questo venne fatto dal brigadiere Ciarlenco. Vedendo i torturatori che non aveva intenzione di dire nulla, cominciarono a bruciarle le mani, le gambe e le guance con l’elettricità. Dopo un’ora fu portata in cella. Il giorno successivo fu trasportata nel carcere presso i Gesuiti. Dopo ottanta giorni fu nuovamente interrogata e torturata nel carcere in via Cologna, poi trasferita al Coroneo e dopo due mesi fu internata in Germania.

Il giorno 26 novembre 1944 la polizia speciale per il Litorale adriatico il cui capo era Collotti, arrestò il funzionario ventenne Battich Ferruccio. L’ordine di arresto, che venne effettuato da tre agenti della sopranominata polizia, fu dato dal brigadiere Ciarlenco. Battich venne portato presso la sede di questa polizia in via Bellosguardo. Qui venne interrogato e picchiato brutalmente dagli agenti Ciarlenco, Codegli e Luciani. Poi venne trasportato nel carcere dei Gesuiti con l’accusa di essere un collaboratore dei partigiani (…).

4)    Privileggi Iginio, riconoscimento ricevuto nel 2007.

Dal suo dossier (AJ, fondo 110, busta 214, f. br. 21168):

Un giorno imprecisato del gennaio 1944 i fascisti si recarono nel villaggio di Bujić guidati dal fascista Privileggi Iginio e KovaÄiÄ Mario. Qui arrestarono Jelovac Ivan, che venne portato a Parenzo, picchiato e torturato e lasciato senza cibo per otto giorni. Poi fu portato in un bosco e ucciso.

(…)

Il giorno 2 febbraio 1944 arrestarono Pribetić Ivan, che venne portato in carcere, maltrattato e picchiato; venne picchiato in particolare dal fascista Privileggi. Lo stresso giorno si recarono a Nova Vasi e arrestarono Viggintin Petar, che venne portato a Parenzo e ucciso con una mitragliatrice poco distante dall’abitazione di Mate VlaÅ¡ić. Nel corso di questa esecuzione vennero riconosciuti i fascisti KovaÄiÄ Mario e Destilatis Ennio. In quell’occasione diedero fuoco alla casa di VlaÅ¡ić Mate, e quando VlaÅ¡ić Petar tentò di spegnere l’incendio, i fascisti lo presero e lo portarono al cimitero, dove venne ucciso con una raffica di mitragliatrice. A quest’esecuzione parteciparono Privileggi Iginio e Ramarro Luigi. Allo stesso modo uccisero sempre a Nova Vasi Brnobić Ivan e sua moglie Vitkorija, Orahovac Antun, Jerovac Mate, Radin GaÅ¡pare, SorÄiÄ Bruno (…).

Il criminale sopraindicato è stato liquidato dalle nostre autorità come risulta dal rapporto della Commissione per i crimini di guerra in Istria numero 389.

5)    Stefanutti Romeo, riconoscimento ricevuto nel 2006 e nel 2007.

Dal suo dossier (AJ, fondo 110, busta 230, f. br. 24016):

I fascisti di diverse guarnigioni, e in particolare di quella di Oprtalj, commisero nel corso del 1944 nel territorio di Buzet una serie di crimini nei confronti della pacifica popolazione locale, con lo scopo di annientarla e di appropriarsi dei loro beni. La Commissione per i crimini di guerra in Istria ha accertato che in quel periodo critico, il milite Stefanutti Romeo partecipò personalmente ai crimini di seguito descritti (…).

Dalla fine del gennaio 1944 fino alla fine del giugno dello stesso anno, nel territorio di Buzet, senza alcun motivo vennero uccisi i seguenti civili: GrizanÄić Mate, GrizanÄić Andjelo (questi venne portato al cimitero nel paese di Salež dove gli vennero cavati gli occhi, tagliate le orecchie, mentre il suo corpo venne martoriato con il coltello; poi fu fucilato), Zonta Miha, Zonta Antun, una certa Ana di Zrenja il cui cognome non si conosce (venne sgozzata), Pruhar Ivan, MuÅ¡ković Antuna (venne ucciso mentre badava ai suoi tacchini, che vennero poi rubati dai fascisti), Kodelij Antun e Prodan Antun; inoltre, saccheggiarono e incendiarono 14 abitazioni, mentre arrestarono due persone e li mandarono nei campi in Germania (…).

6)    Serrentino Vincenzo, riconoscimento ricevuto nel 2007.

Dal suo dossier (AJ, fondo 110, busta 76, f. br. 80):

Nel corso del 1941 venne formato in fretta e furia a Å ibenik il Tribunale straordinario, che condannò a morte delle persone senza nemmeno provare la loro colpevolezza.

Tra l’altro, vennero condannati a morte da questo tribunale:

-       13 ottobre 1941 vennero fucilati: Junaković Drago Stipin, Lazić Ivan Antin, Vrljević DuÅ¡ko MiloÅ¡ev, Bujas Mate Antin, ViÅ¡ić Blaž Stipin e Belamarić Ante figlio del defunto Vlada, anche se erano del tutto innocenti.

-       Il 29 ottobre 1941 vennero fucilati a Vodice, nei pressi di Å ibenik: Skroza Milivoj Ambrozijev, Antulov Ivan Matin, Kursar Fridrih Enrika, Jurić Ivan Vicin, Belan Å ime Ivanov, UdoviÄić Ante Grgin, Greblja Petar Krstin, Mijat Ante figlio del defunto Luka, Mijat Cvitko Blažev, Skroza Jozo Rokov, Skroza del defunto Toma, Skroza Å tire figlio del defunto Duje, anche se non avevano commesso nulla per cui poter essere condannati a morte.

Come giudice responsabile di aver emesso tali sentenze di morte ingiuste, Serrentino Vincenzo è responsabile di crimini commessi da parte dell’occupante nei confronti dei nostri popoli.

Leggendo questi estratti, viene da chiedersi come mai sia stata possibile una così grave defaillance.

Volendo essere comprensivi, potremmo rispondere che i membri della commissione che stabilisce a chi assegnare le medaglie non abbiano preso in considerazione una tale eventualità; il che la direbbe comunque tutta sulla serietà del lavoro che svolgono. D’altra parte, se teniamo presente la difficoltà di consegnare medaglie a civili realmente morti nelle foibe e la facilità con cui vengono assegnate a fascisti veri e propri, forse dovremmo ripensare bene a tutta la Giornata del Ricordo.

Ci riserviamo di aggiornare l’elenco dei criminali di guerra che hanno ricevuto il riconoscimento dalla Repubblica italiana qualora emergessero nuovi nominativi.



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#7300 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Mar 13 Mar 2012 10:26 pm
Oggetto: Visnjica broj 886
jugocoord
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IL PD ONORA L'AVIATORE MUSSOLINI


di Manlio Dinucci | da il Manifesto - 13 marzo 2012

Che emozione quando, il 25 marzo a Forte dei Marmi, il sindaco Pd Umberto Buratti scoprirà la statua dedicata a «L’aviatore». A rappresentare gli aviatori italiani apparirà il figlio del Duce, Bruno Mussolini, in tuta di volo, maschio e fiero come il suo augusto genitore. 

La grande statua fu commissionata nel 1943 dallo stesso Benito Mussolini allo scultore Arturo Dazzi, artista molto apprezzato dal regime, per onorare Bruno, morto in un incidente aereo due anni prima, agli inizi della Seconda guerra mondiale. Il Duce lo ricorda, nel libro a lui dedicato, come «aviatore di tre guerre, già volontario in Africa e in Spagna, che servì in pace e in guerra l'Italia», dando «nobiltà imperitura al nome dei Mussolini» e ispirando i giovani con la sua «vita esemplare».

A tale proposito, il sindaco Buratti e la sua giunta faranno bene a organizzare visite guidate delle scuole per spiegare agli alunni, di fronte alla statua, quale fu la «vita esemplare» di Bruno Mussolini. 

Nel 1935 partecipò con il fratello Vittorio, anche lui aviatore, alla guerra di conquista coloniale dell’Etiopia. Le loro gesta sono così descritte da Vittorio: «Le bombette incendiarie davano soddisfazione: era un lavoro divertentissimo. Bisognava centrare bene il tetto di paglia. Questi disgraziati che si vedevano bruciare il tetto saltavano fuori scappando come indemoniati. Una bella sventagliata e l’abissino era a terra». 

E anche in Etiopia, come già avvenuto in Libia, l’aviazione italiana usò, non solo contro le formazioni armate ma contro le popolazioni inermi, gas soffocanti (fosgene), vescicatori (iprite) e tossici (benzolo). 

A questo punto sarà bene spiegare alle scolaresche, basandosi su un libro di F. Pedriali edito nel 1997 dall’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’aeronautica, che la guerra fu provocata dalla «manifesta avversione dell’imperatore Hailè Selassiè ad accettare anche una semplice tutela economica italiana» e che furono gli etiopi a «violare le convenzioni internazionali usando pallottole dum-dum», il che costrinse gli italiani a ricorrere alle armi chimiche. 

Si potranno poi illustrare le gesta di Bruno nella guerra di Spagna nel 1937-38, quando l’aviazione di Mussolini intervenne a fianco della Luftwaffe di Hitler. E per questo Bruno fu insignito dal fascista Franco con la Cruz por la Unidad Nacional Española. 

Oggi la sua statua, che nel 1998 l’allora sindaco di Forza Italia non riuscì a esporre a causa delle proteste, sarà resa «visibile a tutti» da un sindaco Pd per rendere «omaggio all’Aeronautica militare». 

Un messaggio politico per affermare che il Partito democratico riconosce quello che l’Aeronautica militare definisce il «continuum di valori che impreziosisce il corso della sua storia», da quando nel 1911 l’Italia usò per la prima volta al mondo aerei a scopo militare nella guerra coloniale di Libia a quando, nel 2011, è tornata a bombardare la ex colonia. 

Un messaggio anche agli elettori in vista delle amministrative del prossimo maggio. Con il fascistissimo figlio del Duce come testimonial del fatto che il Pd ha ormai superato il vetero antifascismo. 

E dopo l’inaugurazione del «Monumento all’Aviatore», con tanto di corteo e fanfara, tutti a mangiare gli italianissimi spaghetti. Il sindaco Pd ha infatti vietato i ristoranti di kebab.



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#7301 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Mer 14 Mar 2012 2:15 pm
Oggetto: Pula 15/3: Javni skup SRP-a
jugocoord
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(Assemblea pubblica sul tema: "Dove ci porta il capitalismo neoliberista")

http://www.facebook.com/events/322866947778182/


Pula 15/3: Javni skup SRP-a


Javni skup na temu: 

Kuda nas vodi neoliberalni kapitalizam

giovedì 15/3/2012 Äetvrtak
ore 17.00 sati
Dom antifašista, ulica Gabriele Emo 1, Pula

... DoÄ‘ite na skup svi i pozovite svoje poznanike i sve zainteresirane ...


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#7302 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Gio 15 Mar 2012 10:18 pm
Oggetto: Kosovo – beware triumphalism
jugocoord
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http://www.en.beoforum.rs/comments-belgrade-forum-for-the-world-of-equals/241-kosovo-beware-triumphalism.html

Posted on March 6th, 2012 in the category Kosovo by TransConflict


The EU seems bent on using the leverage of the still-to-be-granted accession date to press Belgrade for more concessions, particularly concerning north Kosovo, thereby risking an escalation of tensions.

By Gerard M. Gallucci


After squeezing everything it could from Serbia’s president, Boris Tadic, on Kosovo, the EU agreed last week to grant Serbia candidacy without a date to begin accession talks. To win that prize, Belgrade agreed to last minute deals with Pristina to informally recognize Kosovo as an independent entity and to work with it to transform the northern boundary into a functional border. These steps are, in the end, an inevitable bow to reality. Serbia has lost Kosovo – at least from the Ibar south – and nothing practical is gained pretending otherwise. The EU, however, seems bent on using the leverage of the still-to-be-granted accession date to press Belgrade for more concessions. Beware triumphalism.

It’s not clear how many Serbians focus on the meaning of candidacy without a date. The Tadic government will understandably highlight the fact that the decision in Brussels puts Serbia on the path into the EU. How long that path will be and when Serbians will begin seeing the practical benefits of being on it will perhaps be left to others to discuss. The government will continue to deny that it is giving, or will give, anything away on Kosovo. How this plays in the upcoming election remains to be seen.

However, it is clear that despite an expected election lull in talks between Belgrade and Pristina, the EU will continue its pressure on north Kosovo and for further concessions from Serbia. Various EU officials are making clear that to get a date for accession talks to begin – could be this year or whenever – Belgrade will have to reach deals on telecoms and energy and allow EULEX to establish “rule of law’ in north Kosovo.

Telecoms and energy are two big pieces of the set of property issues between Serbia and Kosovo that so far have been barely touched. Pristina has – with EU and EULEX assistance – either appropriated or dismantled energy and telecoms facilities south of the Ibar. These have included the telephone systems, the Obilić power stations and the coal mines. Ownership of these and former socially-owned or publicly-owned properties and the fate of funds gained through “privatization†is disputed between the two sides. Companies from some EU members have benefited directly from these seizures and privatizations. Energy and telecoms are not the only outstanding issues of this sort – they include Trepca and the former Jugopetrol – but backing Serbia down from maintaining its property claims would be a big win for Pristina and the EU. The same would be Belgrade’s agreement to allow Kosovo to have its own country code and international phone links.

The rule of law concessions sought by the EU include making the new border management system work – which means somehow making sure the northern Kosovo Serbs use the official crossings and remove their blockades – and somehow introducing a “Kosovo†court into the north. It may also include Belgrade finding a way to dismantle “parallel†local institutions – perhaps through not holding elections there, placing them under administration and even arresting leaders. Meanwhile, EULEX will continue testing the northern Serbs for “freedom of movement†and by closing alternative routes, and may yet take the Kosovo Albanian officials being flown to the northern Gates out of their container and into public sight. Whether springtime weather brings more direct action by Pristina, EULEX and KFOR cannot be ruled out as it would be wrong to assume the Quint would hold everything back just to help Tadic.

Quint haste and impatience over the north still runs the risk of provoking crisis. Belgrade cannot simply deliver the north, no matter how much Tadic or Nikolic might want to bring home the bigger prize of a date. If Tadic could have done it, he would have by now. Anything which smacks of a full-fledged northern border between Serbia and Kosovo – one which forces locals to pay customs to Pristina or subjects them to “control†by Kosovo Albanians – is likely to be rejected. Any effort to impose a Kosovo court with Kosovo Albanian judges and officials in north Mitrovica will likely provoke resistance. Whether it is Belgrade, EULEX or KFOR that seeks to force these, violence is possible.

It was unwise and petty of the EU to give Serbian candidacy without a date just to try to pry north Kosovo into the hands of Pristina. It would have been more mature to either withhold candidacy or to have given it with a date, and allow the remaining Kosovo issues to be resolved gradually as tensions decreased over the next few years. A dash of practical sense and continued focus on peacekeeping would have been nice.


Gerard M. Gallucci is a retired US diplomat and UN peacekeeper. He worked as part of US efforts to resolve the conflicts in Angola, South Africa and Sudan and as Director for Inter-American Affairs at the National Security Council. He served as UN Regional Representative in Mitrovica, Kosovo from July 2005 until October 2008 and as Chief of Staff for the UN mission in East Timor from November 2008 until June 2010. Gerard is also a member of TransConflict’s Advisory Board.


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#7303 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Ven 16 Mar 2012 1:45 pm
Oggetto: Vetralla (VT) 18/3: DRUG GOJKO
jugocoord
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Nell’ambito delle iniziative
"Salvate Davide Ghaleb Il Santo Editore"


18 MARZO ORE 18.00
MUSEO DELLA CITTÀ E DEL TERRITORIO
Via di Porta Marchetta, 2 - VETRALLA


PIETRO BENEDETTI
IN

DRUG

GOJKO

REGIA DI
ELENA MOZZETTA

UNO SPETTACOLO 
PRODOTTO DAL CP ANPI VITERBO
TRATTO DAI RACCONTI DEL PARTIGIANO NELLO MARIGNOLI
IDEATO DA GIULIANO CALISTI E SILVIO ANTONINI
TESTI TEATRALI - PIETRO BENEDETTI
CONSULENZA LETTERARIA - ANTONELLO RICCI
MUSICHE - BEVANO QUARTET E FIORE BENIGNI
FOTO - DANIELE VITA
UN RINGRAZIAMENTO PARTICOLARE A NELLO MARIGNOLI
SI RINGRAZIANO INOLTRE: * I RAGAZZI DEL CENTRO SOCIALE EX VALLE FAUL * DAVIDE BONINSEGNA * ARCI VITERBO

Biglietto d'ingresso:
ogni partecipante acquisterà 
un libro dal catalogo di Davide Ghaleb editore

 
«QUELLO CHE DICO, DICO POCO»

Note di Antonello Ricci sullo spettacolo Drug Gojko di Pietro Benedetti

L’inizio è sul dragamine Rovigno: una croce uncinata issata al posto del tricolore. Il finale è l’abbraccio tra madre e figlio, finalmente ritrovati, nella città in macerie.
Così vuole l’
epos popolare. Così dispiega la sua odissea di guerra un bravo narratore: secondo il più convenzionale degli schemi, in ordine cronologico.
Ma mulinelli si aprono, di continuo, nel flusso del racconto. Rompono la superficie dello schema complessivo, lo increspano, lo fanno singhiozzare magari fino a contraddirlo: parentesi, divagazioni, digressioni, precisazioni, correzioni, rettifiche, commenti, esempi, sentenze, morali.
Così, proprio così Nello racconta il suo racconto di guerra. Nello Marignoli da Viterbo: gommista in tempo di pace; in guerra, invece, prima soldato della Regia Marina italica e poi radiotelegrafista nella resistenza jugoslava.
Nello è narratore di straordinaria intensità. Tesse trame per dettagli e per figure, una dopo l’altra, una più bella dell’altra: la ricezione in cuffia, l’8 settembre, dell’armistizio; il disprezzo tedesco di fronte al tricolore ammainato; l’idea di segare nottetempo le catene al dragamine e tentare la fuga in mare aperto; il barbiere nel campo di prigionia: 
«un ometto insignificante» che si rivela ufficiale della Decima Brigata Herzegovaska; le piastrine degli italiani trucidati dai nazisti: poveri figli col cranio sfondato e quelle misere giacchette a -20°; il cadavere del soldato tedesco con la foto di sua moglie stretta nel pugno; lo zoccolo pietoso del cavallo che risparmia i corpi senza vita sul sentiero; il lasciapassare partigiano e la picara«locomotiva umana», tutta muscoli e nervi e barba lunga, che percorre a piedi l’Italia, da Trieste a Viterbo; la stella rossa sul berretto che indispettisce i camion anglo-americani e non li fa fermare; la visione infine, terribile, assoluta, della città in macerie.
Ma soprattutto un’idea ferma: la certezza che le parole non ce la faranno a tener dietro, ad accogliere e contenere, a garantire forma compiuta e un senso permanente all’immane sciagura scampata dal superstite (e testimone). 
«Quello che dico, dico poco».
Da qui riparte Pietro Benedetti col suo spettacolo 
Drug Gojko. Da questa soglia affacciata su ciò che non si potrà ridire. Da un atto di fedeltà incondizionata al raffinato artigianato del ricordo ad alta voce di Nello Marignoli. Il racconto di Nello è ripreso da Pietro pressoché alla lettera, con tutti gli stigmi e i protocolli peculiari di una oralità “genuina†e filologica, formulaica e improvvisata al tempo stesso. Pausa per pausa, tono per tono, espressione per espressione. Pietro stila il proprio copione con puntiglio notarile, stillandolo dalla viva voce di Nello.
Questa la scommessa (che è anche ipotesi critica) di Benedetti: ricondurre i modi di un canovaccio popolare entro il canone del copione recitato, serbando però, al massimo grado, fisicità verace del narrare e verità delle sue forme.
Anche per questo la scena è scarna. Così da rendere presente e tangibile il doppio piano temporale su cui racconto e spettacolo si fondano (quello dei fatti e quello dei ricordi): sul fondo un manifesto antipartigiano firmato Casa Pound, che accoglie al suo ingresso Nello-Pietro in tuta da lavoro; sulla sinistra un pneumatico da TIR in riparazione; al centro il bussolotto della ricetrasmittente.
Andiamo a cominciare.


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SCARICA LA LOCANDINA: http://www.cnj.it/INIZIATIVE/volantini/vetralla180312.jpg

Sulla testimonianza di Nello Marignoli, partigiano italiano in Jugoslavia, si vedano anche:
* il libro "Diario di guerra" (Com. prov. ANPI, Viterbo 2004)
* il documentario-intervista "Mio fratello Gojko" (di Giuliano Calisti e Francesco Giuliani - DVD_60’_italia_2007) 

Per info e contatti: anpi.vt@...


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#7304 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Sab 17 Mar 2012 10:18 am
Oggetto: BELGRADE 24.3.1999-2012: THEY STARTED IT WITH A LIE
jugocoord
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(srpskohrvatski / english / deutsch / italiano)

Belgrade 24 March 1999-2012: THEY STARTED IT WITH A LIE

1) COMMEMORATIVE EVENTS ON THE 13TH ANNIVERSARY OF THE NATO AGGRESSION 
Комеморативне активноÑти поводом 13 година агреÑије ÐÐТО / Programma iniziative a Belgrado per il 13.mo dell'aggressione NÐТО

2) ES BEGANN MIT EINER LUEGE / IT STARTED WITH A LIE
"NATO bombed Serbia because of lies", former German member of OSCE mission says 
* Link to the Deutsche TV NDR reportage (program "Zeitreise")
* Links to the docu-film ES BEGANN MIT EINER LUEGE (2001)


LINKS:


DOCUMENTAZIONE COMPLETA sulla aggressione della NATO contro la Repubblica Federale di Jugoslavia
24 marzo - 6 giugno 1999
http://www.cnj.it/24MARZO99/index.htm


VIDEO: Michael Parenti - The U.S. War on Yugoslavia
talk given May 16, 1999 in Seattle, WA
http://www.youtube.com/watch?v=GEzOgpMWnVs


WHITE BOOKS about NATO aggression against the Federal Republic of Yugoslavia 


NATO Crimes in Yugoslavia - Documentary Evidence 
24 March - 24 April 1999 - Part One 
Belgrade, Federal Ministry of Foreign Affairs, 1999
Preface Zivadin Jovanovic - ISBN 86-7549-124-7

HTML: http://www.cnj.it/24MARZO99/dvd_target/docs/wb1/index.htm

PDF: http://www.beoforum.rs/download/white-books-nato-aggression/ISBN-86-7549-124-7.html


NATO Crimes in Yugoslavia - Documentary Evidence 
25 April - 10 June 1999 - Part Two 
Belgrade, Federal Ministry of Foreign Affairs, 1999
ISBN 86-7549-134-4

HTML: http://www.cnj.it/24MARZO99/dvd_target/docs/wb2/sadrzaj.htm

PDF: http://www.beoforum.rs/download/white-books-nato-aggression/ISBN-86-7549-134-4.html


NATO AGGRESSION AGAINST THE FEDERAL REPUBLIC OF YUGOSLAVIA - Documents Part One

PDF: http://www.beoforum.rs/download/white-books-nato-aggression/ISBN-86-7549-178-6-Part-One.html


NATO AGGRESSION AGAINST THE FEDERAL REPUBLIC OF YUGOSLAVIA - Documents Part Two

PDF: http://www.beoforum.rs/download/white-books-nato-aggression/ISBN-86-7549-178-6-Part-Two.html


=== 1 ===

Programma iniziative a Belgrado per il 13.mo dell'aggressione NÐТО


venerdi 23/3: tavola rotonda sul Kosmet / prima del film "Da Belgrado a Bagdad"
sabato 24/3: deposizione corona di fiori al monumento delle vittime



Комеморативне активноÑти поводом 13 година агреÑије ÐÐТО

Поштовани,

ÐезавиÑна, неÑтраначка удружења – БеоградÑки форум за Ñвет равноправних, Савез удружења бораца народнооÑлободилачког рата (СУБÐОР) Србије и Клуб генерала и адмирала Србије и ове године организују комеморативне активноÑти поводом 13. годишњице од почетка агреÑије ÐÐТО пакта против Србије (СРЈ).

У петак, 23 марта 2012. године, у 11 чаÑова одржаће Ñе Округли Ñто на тему „КоÑово и Метохија – 13 година поÑле агреÑије ÐÐТО“.
ИÑтог дана у 13:30 чаÑова, одржаће Ñе премијера филма “Од Београда до Багдадаâ€, канадÑких аутора РадоÑлава Огњеновића, редитеља и  Скота Тејлора, новинара и публициÑте.
Оба ова догађаја одржаће Ñе у Ðмфитеатру Сава Центра, Ðови Београд, улаз из улице Милентија Поповића бр.9.

У Ñуботу, 24 марта 2012. године, у 12 чаÑова, организатори, друга удружења грађана и појединци, положиће венце и цвеће на Ñпоменик жртвама агреÑије, на Ушћу, Ðови Београд.

ЧаÑÑ‚ нам је да Ð’Ð°Ñ Ð¿Ð¾Ð·Ð¾Ð²ÐµÐ¼Ð¾ да приÑуÑтвујете овим комеморативним догађајима како би Ñмо на тај начин заједнички иÑказали поштовање према многобројним људÑким жртвама ÐÐТО агреÑора и поÑлали поруку мира.


С поштовањем,

КЛУБ ГЕÐЕРÐЛРИ ÐДМИРÐЛРСРБИЈЕ
Љубиша Стојимировић

СУБÐОР СРБИЈЕ
Проф. Др Миодраг Зечевић

БЕОГРÐДСКИ ФОРУМ ЗРСВЕТ РÐÐ’ÐОПРÐÐ’ÐИХ
Живадин Јовановић



Inizio messaggio inoltrato:

Da: "Zivadin Jovanovic" 
Data: 08 marzo 2012 09.27.06 GMT+01.00
 
 
Živadin Jovanović
Chairman
Belgrade Forum for a World of Equals

Belgrade, March 7th, 2012


COMMEMORATIVE EVENTS ON THE 13TH ANNIVERSARY OF THE NATO AGGRESSION


Independent, nonparty civic associations – The Belgrade Forum for a World of Equals, The League of Veterans of the People’s Liberation Struggle of Serbia and the Club of Generals and Admirals of Serbia are organizing traditional commemorative activities on the occasion of 13th anniversary of the NATO 1999 aggression against Serbia (FR Yugoslavia). The aggression has caused over 3.500 deaths, over 10.000 wounded, two thirds of whom were civilians and over 100 billion US dollars economic damage. During 78 days of constant bombings NATO has used missiles with the depleted uranium causing lasting pollution of the soil, water and food and malignant deceases and deaths.

On Friday, March 23rd, 2012, at 11 a.m. there will be held the round table “Kosovo and Metohija 13 years after NATO Aggressionâ€, in the Sava Conference Center (Amphitheater), Main entrance, Street Milentije Popovic No.9. The Round table will be followed by the documentary film “From Belgrade to Baghdadâ€, of Canadian authors Radoslav Ognjenovic, Director, and Scott Taylor, journalist and publicist. Free Entrance.

On Saturday, March 24rth, 2012, at 11 a.m. delegations will lay flowers at the Monument to the children victims in the Tasmajdan Park and at 12 noon to the Monument of Eternal Flame at Usce, New Belgrade

The public is welcome to attend these events to pay respect to the victims and send common message of peace.


LVPLSS Prof. Miodrag Zecevic Chairman


CLUB OF GENERALS AND ADMIRALS Ljubisa Stojimirovic Chairman


BELGRADE FORUM Zivadin Jovanovic Chairman



[links:
http://www.en.beoforum.rs/press-releases-belgrade-forum-for-the-world-of-equals/240-commemoratiev-events-on-the-13th-anyverssary-of-the-nato-aggression.html
http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=29664 ]


=== 2 ===

http://www.b92.net/eng/news/politics-article.php?yyyy=2012&mm=02&dd=28&nav_id=79007

B92 - February 28, 2012

"NATO bombed Serbia because of lies"


VIDEO: http://www.youtube.com/watch?v=sy9JZk8GBlw


BELGRADE: NATO launched its 1999 war against Serbia "because of German Defense Minister Rudolf Scharping's lies", claims a former member of an OSCE mission in Kosovo.
Belgrade-based Blic newspaper writes, quoting the Vestionline website, that ahead of the start of the war, Scharping falsely presented members of the ethnic Albanian KLA "rebels" as civilian victims.
The Serbian authorities considered the KLA to be a terrorist group. 
Scharping was accused by former German police official Henning Hensch, an OSCE observer in Kosovo before the war, who spoke for Germany's NDR television. 
This OSCE observer was personally present during the investigation of the scene in Rugovo in Kosovo in January 1999, where Serbian police units fought against KLA members. 
The German television program featuring an interview with Hensch also showed Scharping in a news conference in early 1999, where he presented photographs from Rugovo of KLA members killed in battle, claiming they depicted massacred civilians. 
Furthermore, the German minister told reporters that the OSCE photos of the scene were made "secretly by a German officer", and that he would have "gladly presented him (to reporters)", but that the officer is question was "receiving medical treatment because of the traumatic experiences" that he underwent in Kosovo. 
13 years later, NDR journalists asked the German Defense Ministry to confirm that "a German officer" was in the area at the time secretly taking photoraphs, to after several weeks receive a reply that this was not the case. 
Scharping himself, said the television, could not be reached for comment. 
NATO's aerial war lasted for 78 days in the spring of 1999, and ended with the signing of the Kumanovo Agreement, and the adoption of Resolution 1244 at the UN Security Council. 

---

VIDEO: http://www.youtube.com/watch?v=sy9JZk8GBlw

Istina o razlozima napada NATO na Srbiju 1999-te i glavnom krivcu tadaÅ¡njem ministru odbrane NemaÄke Rudolfu Å arpingu.
U ovom prilogu ćete videte svedoÄenje gospodina Heninga koji je tada na Kosovu bio posmatraÄ OEBS-a i liÄno je prisustvovao uviÄ‘aju u Rugovu, gde se desila borba izmeÄ‘u srpskih policijskih jedinica i UÄŒK pobunjenika.
TadaÅ¡nji ministar Rudolf Å arping je zloupotrebio Äitavu situaciju i predstavio UÄŒK pobunjenike kao civilne žrtve, Å¡to je dovelo i opravdavalo vojni napad na Srbiju.

---

DOKU-FILM:

Es begann mit einer Lüge
[It started with a lie / Cominciò con una bugia]
Deutschland im Kosovo 99

Dieser Film zeigt, wie schon vom ersten Tag des Kosovokrieges an die Bevölkerung getäuscht wurde. Dieser Film zeigt auf, wie Tatsachen verfälscht und Fakten erfunden, wie manipuliert und auch gelogen wurde. Dieser Film zeigt, weshalb Bomben auf Belgrad fielen.
Documentary about the lies of German officials during the Nato war against Yugoslavia

ARD (Germany), 8/2/2011 - 43:02
http://video.google.com/videoplay?docid=-5884882720546967347

PoÄelo je sa jednom laži / Почело је Ñа једном лажи
 
1 od 5 
http://www.youtube.com/watch?v=gIdSm5ZkS5M
 2 od 5 
http://www.youtube.com/watch?v=vpb8rMhocHE
http://www.youtube.com/watch?v=JQvbaRXfW7s
 4 od 5 
http://www.youtube.com/watch?v=iheHfPGQyao
 5 od 5
http://www.youtube.com/watch?v=uqCs-9-RVbI


Fernsehreportage widerlegt rot-grüne Propaganda während des Balkankrieges
Von Dietmar Henning - 23. Februar 2001
http://wsws.org/de/2001/feb2001/koso-f23.shtml


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#7305 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Dom 18 Mar 2012 2:30 pm
Oggetto: Stati teocratici
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http://www.noidonne.org/articolo.php?ID=03913

Israele


Export - import di coppie miste


Ogni anno migliaia di coppie israeliane di diversa religione si sposano all’estero perché nel loro paese non esistono le unioni civili. Ne parliamo con la giornalista italo-marocchina Anna Mahjar-Barducci



Nel giugno del 2011 la piazza centrale di Larnaca, a Cipro, divenne per un giorno teatro di un vero e proprio matrimonio di massa. 170 coppie arrivate da Israele per dire sì al loro amore. Non un evento eccezionale perché le statistiche parlano chiaro: ogni anno almeno 1000 coppie di futuri sposi israeliani si recano a Cipro perché nello Stato ebraico “formalizzare†il proprio amore é impossibile se i promessi sposi appartengono a due fedi religiose diverse o semplicemente qualora uno dei due non abbia alcun credo. La legislazione attualmente in vigore consente infatti di sposarsi solamente all’interno di una delle dodici comunità religiose riconosciute (ebraica, musulmana, drusa e nove diverse confessioni cristiane). Non essendo contemplato il matrimonio civile (riconosciuto dalla Corte Suprema israeliana se registrato in un paese estero) migliaia di coppie â€œmiste†sono costrette ogni anno a spendere soldi per sposarsi fuori, lontano dalle loro famiglie, e a sottoporsi ad una lunga trafila burocratica perché il loro matrimonio sia poi formalmente riconosciuto dal Ministero degli Interni. Tanto che il matrimonio a Cipro è diventato una delle opzioni offerte dai pacchetti turistici delle agenzie di viaggio israeliane. Un articolo apparso la scorsa estate sul quotidiano israeliano Haaretz mette in luce come la mancanza di una legislazione sulle nozze civili sia legata alla cosiddetta haredizzazione della società israeliana, vale a dire alla crescente influenza dell’establishment dell’ebraismo ortodosso, che detiene anche la gestione di tematiche della sfera civile, quali il matrimonio e la famiglia. Con l’appoggio palese dei vertici politici. Nel luglio 2011 il parlamento israeliano, la Knesset, ha bocciato la proposta di legge per consentire i matrimoni civili, una sconfitta in termini di libertà che si deve, secondo le parole del deputato Nitzan Horowitz (del partito Meretz, promotore del disegno), alle comunità ultra-ortodosse. A riprova che lo Stato di Israele si “va sempre più trasformando in una fortezza ebraica†citando il giornalista Johnatan Cook. “È un paese che si va sempre più richiudendo in se stesso†dice Anna Mahjar-Barducci, giornalista e scrittrice italo-marocchina autrice di due libri, “Italo-marocchina†edito da Diabasis e “Pakistan Express†uscito per Lindau. La sua storia è l’emblema delle difficoltà che ogni anno le coppie “miste†e i loro figli incontrano in Israele. Cresciuta tra la Versilia, il Marocco, la Tunisia e il Pakistan, anche Anna, che non è ebrea, ha dovuto recarsi a Cipro per sposare quello che è diventato suo marito, un ebreo israeliano. Dopo un anno (durante il quale sulla carta di identità di suo marito è apparsa la scritta â€œsotto investigazioneâ€) lo Stato di Israele ha finalmente riconosciuto la loro unione. E fino a qui tutto bene. I due coniugi, affinché Anna abbia il suo permesso di soggiorno regolarmente rinnovato, devono sottoporsi a interrogatori separati condotti dal Ministero degli Interni e presentare ogni volta lettere di “raccomandazione†scritte da amici e parenti. Le complicazioni burocratiche, da vero teatro beckettiano, sono nate però quando i due coniugi hanno avuto una bambina, Hili, nell’agosto del 2009. “Non essendo io né israeliana e neppure di fede ebraica, lo Stato di Israele non ha voluto che mia figlia avesse il cognome paterno, nonostante mio marito avesse già riconosciuto la bimba e noi fossimo regolarmente sposati, ci hanno obbligati a sottoporci ad un test del DNA. Il primo certificato di nascita di Hili non riportava né il nome del padre né la nazionalità, ma soltanto il mio cognome. Per otto mesi, Hili è stata apolide e non abbiamo potuto lasciare il paeseâ€. Quando suo marito - che tra l’altro è anche stato consigliere del premier Yitzhak Rabin e ha ricoperto alti ruoli nell’Esercito - si è lamentato con il Ministero degli Interni, si è sentito rispondere dall’impiegata responsabile che era "una vergogna che lui portasse degli stranieri in Israele". “Il test lo abbiamo dovuto fare a nostre spese - racconta Anna - spendendo 1000 euro, a cui si aggiungono le spese legali di quasi 2000 euro per il Tribunale della Famiglia. Soltanto dopo otto mesi dalla sua nascita, Hili ha avuto un nuovo certificato di nascita con il cognome paterno e il passaportoâ€. Ovviamente le voci “religione†e “nazionalitàâ€sul suo documento sono vuote. “Ogni giorno, quando porto al parco mia figlia nel parco a Gerusalemme incontro decine di donne i cui figli sono nella stessa situazione. Questi bimbi sono cittadini israeliani a tutti gli effetti, un giorno saranno uomini e donne, pagheranno i contributi allo Stato e saranno obbligati - così vuole la legge - a fare il servizio militare; eppure non potranno godere del diritto a sposarsi nel loro paeseâ€. Negli anni ’60 il caso di Benjamin Shalit, sposato ad una donna cristiana, fece scalpore. Quando tentò di registrare suo figlio come â€œsenza religioneâ€, ovvero appartenente al popolo ebraico ma non alla religione, fu costretto a rivolgersi alla Corte Suprema, che alla fine gli diede ragione. Una decisione che scatenò polemiche tali da parte degli ortodossi che negli anni ’70 un emendamento approvato dal Parlamento decretò che solo chi si dichiara â€œreligiosamente†ebreo secondo l’halakha (ovvero la tradizione giuridica dell’ebraismo di cui il Gran Rabbinato è l’autorità) può essere anche considerato parte del popolo ebraico. “Anche la legge approvata nel 2010 sulle unioni civili di persone non religiose, non risolve il problema - afferma Anna -. Ancora una volta si ghettizza, trattandosi di una riforma di facciataâ€. Il matrimonio civile, infatti, è attualmente consentito ma solo nel caso in cui entrambi i coniugi abbiano certificati di nascita sui quali è indicato “senza affiliazione religiosa. La sinistra israeliana non porta avanti alcuna battaglia per i diritti civili. E a destra è ancora peggio. Anche durante l’enorme ondata di protesta sociale che ha interessato il paese la scorsa estate, sono stati dimenticati i diritti civili, come se poi lo sviluppo economico e quello della società fossero due elementi separati. Viene negato un diritto fondamentale, quello di sposare liberamente chi si ama. In questo senso Israele viola apertamente l’articolo 16 della Dichiarazione Universale per i Diritti Umani (ndr secondo cui uomini e donne, senza limitazioni relative a razza, nazionalità o religione, hanno il diritto di sposarsi e formare una famiglia)â€. Anna conclude con il racconto amaro di un commento di cui è stata testimone, mentre frequentava il corso di ebraico a Gerusalemme. La sua insegnante israeliana, in jeans attillatissimi, ha candidamente ammesso “non vorrei mai che mio figlio sposasse una ragazza non ebreaâ€. “Se una madre ‘bianca’ affermasse che non vuole che sua figlia sposi un ‘nero’ - dice Anna - sarebbe accusata di razzismo. Negli Stati Uniti puoi essere denunciato per una frase simileâ€.

(12 Marzo 2012)


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#7306 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Dom 18 Mar 2012 3:32 pm
Oggetto: Zoran Djindjic
jugocoord
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(srpskohrvatski / english.
Nei giorni scorsi a Belgrado veniva commemorato l'anniversario dell'assassinio dell'ex premier serbo Djindjic, mentre l'anniversario dell'assassinio dell'ex presidente Milosevic nella galera dell'Aia passava in sordina. Con un duro comunicato la SKOJ - organizzazione giovanile del Nuovo Partito Comunista di Jugoslavia / NKPJ - ha contestato il martirologio della figura di Djindjic, che è stato tra i principali artefici del golpe del 2000, dello scioglimento della RF di Jugoslavia e della svendita della Serbia all'imperialismo straniero, ed in quanto tale fu già criticato a suo tempo persino dalle pagine del Guardian...)

Zoran Djindjic

1) The quisling of Belgrade (Neil Clark, 2003)
2) TragiÄna smrt ne abolira faÅ¡istiÄka dela (SKOJ, 2012)


=== 1 ===


Comment

The quisling of Belgrade


The murdered Serbian prime minister was a reviled western stooge whose economic reforms brought misery

Tributes to Zoran Djindjic, the assassinated prime minister of Serbia, have been pouring in. President Bush led the way, praising his "strong leadership", while the Canadian government's spokesman extolled a "heralder of democracy" and Tony Blair spoke of the energy Djindjic had devoted to "reforming Serbia".

In western newspaper obituaries Djindjic has been almost universally acclaimed as an ex-student agititator who bravely led a popular uprising against a tyrannical dictator and endeavoured to steer his country into a new democratic era.

But beyond the CNN version of world history, the career of Zoran Djindjic looks rather different. Those who rail against the doctrine of regime change should remember that Iraq is far from being the first country where the US and other western governments have tried to engineer the removal of a government that did not suit their strategic interests. Three years ago it was the turn of Slobodan Milosevic's Yugoslavia.

In his recent biography of Milosevic, Adam LeBor reveals how the US poured $70m into the coffers of the Serb opposition in its efforts to oust the Yugoslav leader in 2000. On the orders of Secretary of State Madeleine Albright, a covert US Office of Yugoslav Affairs was set up to help organise the uprising that would sweep the autocratic Milosevic from power.

At the same time, there is evidence that underworld groups, controlled by Zoran Djindjic and linked to US intelligence, carried out a series of assassinations of key supporters of the Milosevic regime, including Defence Minister Pavle Bulatovic and Zika Petrovic, head of Yugoslav Airlines.

With Slobo and his socialist party finally toppled, the US got the "reforming" government in Belgrade it desired. The new President Vojislav Kostunica received the bouquets, but it was the State Department's man, Zoran Djindjic, who held the levers of power - and he certainly did not let his Washington sponsors down.

The first priority was to embark on a programme of "economic reform" - new-world-order-speak for the selling of state assets at knockdown prices to western multinationals. Over 700,000 Yugoslav enterprises remained in social ownership and most were still controlled by employee-management committees, with only 5% of capital privately owned. Companies could only be sold if 60% of the shares were allocated to workers.

Djindjic moved swiftly to change the law and the great sell-off could now begin. After two years in which thousands of socially owned enterprises have been sold (many to companies from countries which took part in the 1999 bombing of Yugoslavia), last month's World Bank report was lavish in its praise of the Djindjic government and its "engagement of international banks in the privatisation process".

But it wasn't just state assets that Djindjic was under orders to sell. Milosevic had to go too, for a promised $100m, even if it effectively meant kidnapping him in contravention of Yugoslav law, and sending him by RAF jet to a US-financed show trial at the Hague. When a man has sold his country's assets, its ex-president and his main political rivals, what else is there to sell? Only the country itself. And in January this year Djindjic did just that. Despite the opposition of most of its citizens, the "heralder of democracy" followed the requirements of the "international community" and after 74 years the name of Yugoslavia disappeared off the political map. The strategic goal of its replacement with a series of weak and divided protectorates had finally been achieved.

Sometimes, though, even the best executed plans go awry. Despite the western eulogies, Djindjic will be mourned by few in Serbia. For the great majority of Serbs, he will be remembered as a quisling who enriched himself by selling his country to those who had waged war against it so mercilessly only a few years earlier. Djindjic's much lauded reforms have led to soaring utility prices, unemployment has risen sharply to over 30%, real wages have fallen by up to 20% and over two-thirds of Serbs now live below the poverty line.

It is still unclear who fired the shots that killed Zoran Djindjic. The likelihood is that it was an underworld operation, his links to organised crime finally catching up with him. But, harsh though it sounds, there are many in Serbia who would willingly have pulled the trigger. On a recent visit to Belgrade, I was struck not only by the level of economic hardship, but by the hatred almost everyone I met felt towards their prime minister, whose poll ratings had fallen below 10%.

The lesson from Serbia for today's serial regime changers is a simple one. You can try to subjugate a people by sanctions, subversion and bombs. You can, if you wish, overthrow governments you dislike and seek to impose your will by installing a Hamid Karzai, General Tommy Franks or a Zoran Djindjic to act as imperial consul. But do not imagine that you can then force a humiliated people to pay homage to them.

· Neil Clark is writing a book about the recent history of Yugoslavia

neil.clark@...


=== 2 ===

http://www.skoj.org.rs/67.html

TRAGIÄŒNA SMRT NE ABOLIRA FAÅ ISTIÄŒKA DELA

TragiÄno preminuli neofaÅ¡istiÄki premijer ÄinÄ‘ić ne prestaje da bude predmet radikalne idealizacije i obožavanja buržoaskih partija u Srbiji. Ovih dana uoÄi datuma njegove smrti smo ponovo bili svedoci razliÄitih propagandnih manifestacija poput Å¡etnji za Zorana, tribina za Zorana, koncerata za Zorana... Svi ti sletovi na koje se troÅ¡e ogromne sume naÅ¡ih para buržuji koriste kako bi dalje raspirivali mit o njegovom vizionarstvu kojim pokuÅ¡avaju da doÄaraju sliku ojaÄ‘enim i izgladnelim graÄ‘anima naÅ¡e zemlje o tome da je san bio tako lako ostvariv i moguć, samo da ga njegovi kerovi na lancu koji su ga u puÄistiÄkom prevratu 5. okobra doveli na vlast nisu rastrgli. Niko ne krije njegovu duboku upletenost u prljave mafijaÅ¡ke rabote dojuÄeraÅ¡njih najbližih saradnika Željka Ražnatovića Arkana, a i kako bi kada se sećamo Älanaka iz naÅ¡e Å¡tampe u kojima je sam ÄinÄ‘ić govorio o Legiji kao svom velikom prijatelju, kom je uostalom imao da zahvali za lojalnost kad mu je bila najpotrebnija, bez koje ne bi oborio MiloÅ¡evića, pa ga potom i uhapsio i isporuÄio imperialstiÄkom oruÄ‘u, sudu u Hagu.

MeÄ‘utim kakav je to san koji smo bespovratni ispustili da dosanjamo tom ogromnom brzinom koju nam je njegov besprekorni tempo rada bio omogućio? PromoviÅ¡ući taj san buržuji žele da sakriju koÅ¡mar bede u kojoj naÅ¡e druÅ¡tvo svakodnevno grca, a nikakav vizionar, istinski vizionar, ne može da je previdi. Dobronamerni ljudi svesni istorijske uloge i dela ubijenog premijera, u najboljem bi sluÄaju za ÄinÄ‘ića rekli da je on bio samo jedan naivni idealista koji nije shvatio kakav nam se zapravo koÅ¡mar s njegovim snom sprema. MeÄ‘utim, mi kao marksisti-lenjinisti, revolucionari, ne možemo biti dobronamerni prema klasnom neprijatelju, a ÄinÄ‘ić je bio egzamplarni model klasnog neprijatelja radnog naroda naÅ¡e zemlje.

Mi skojevci ćemo uvek izmeÄ‘u antikomunizma i faÅ¡izma podvlaÄiti znak jednakosti. Zoran ÄinÄ‘ić je bio ostrašćeni antikomunista. To potvrÄ‘uje bezbroj njegovih izjava, Älanaka i knjiga u kojima se on koristi autentiÄnom faÅ¡istiÄkom argumentacijom kojom komunizam naziva „bolešću“, a svoju politiÄku misiju vidi u nalaženju „leka“ za istu. Taj svoj lek on nam je prepisao na najbrutalniji naÄin dolaskom na vlast, munjevito odstranjujući milion zaposlenih, odstranjujući besplatno obrazovanje, državno vlasniÅ¡tvo nad preduzećima u mnogim granama privrede, odstranjujući 50 do 70 % stoÄnog fonda, udvostruÄavanjem pa kasnije i utostruÄavanjem spoljnog duga, a za kasnije, sovojim naslednicima je ostavio u amanet i odstranjivanje Kosova i Metohije iz Srbije. Sve to je bio njegov lek za teÅ¡ko izleÄive „bolesti komunizma“ koje smo spomenuli. Antikomunizam Zorana ÄinÄ‘ića je logiÄna reakcija kojom su bila odgajana mnoga deca titovih oficira poput njega u revizionistiÄkom titoizmu u Jugoslaviji, u kom su bile podsticane razliÄite reakcionarne i antikomunistiÄke devijantne buržoaske ideje. Tako je mladi Zoki za sebe tvrdio da je anarhista, ludo zagriženi kropotkinovac, Å¡to je samo izdigao na viÅ¡i nivo odlaskom na postdiplomske studije u Saveznu Republiku NemaÄku (neće sigurno iz titove Jugoslavije da ide na studije u Demokratsku Republiku NemaÄku) gde je mogao da dodatno unapredi svoja reakcionarna i nenauÄna anarhistiÄka glediÅ¡ta koja ga konaÄno vode do onoga do Äega svaki napredni anarhista na kraju svog „revolucionarnog“ puta stiže – liberalzam, i to „neo“! Takav nam se Zoki vraća u domovinu zaglibanu u nasleÄ‘ene „bolesti komunizma“ i njegove radikalne titoistiÄke reakcije i „pravilno“ shvata da sve ono Äega su ga nauÄili anarhizam i neoliberalizam može da postigne samo raspirivanjem histeriÄnog antikomunizma kom je najbolji saveznik oduvek bio malograÄ‘anski i Å¡ovinistiÄki nacionalizam. Ne sedi Zoran skrÅ¡tenih ruku, i kako imperijalisti otpoÄinju sa ruÅ¡enjem naÅ¡e domovine SFRJ formira stranku istoÄnik buržoaske i proimerijalistiÄke misli i organizacija u Srbiji, otpoÄinje i rat, te on organizuje ultrancionalistiÄke paravojne formacije, peÄe vola na Palama s Radovanom Karadžićem, tokom NATO agresije na SR Jugoslaviju odlazi na zapad da ih moli da dodatno intenziviraju napade kako bi on Å¡to pre doÅ¡ao na vlast, a na kraju svoj prljavi malograÄ‘anski pir zaokružuje uvoÄ‘enjem veronauke u Å¡kole pravdajući to „visoko demokratskim Äinom“. MeÄ‘utim, malograÄ‘anski nacionalizam koji je ÄinÄ‘ić tokom devedesetih jednako raspirivao kao i njegovi saborci i tobožnji protivnici iz buržoaskih partija u Srbiji pokazo se samo maskom brutalnog klasnog tlaÄenja koje je njegova osnovna suÅ¡tina i koje postaje viÅ¡e nego oÄigledno kako ÄinÄ‘ić preuzima apsolutnu vlast u Srbiji. Ovaj apsolutista vlada kratko i umire kako bi mit mogao da živi.

Danas, u toku predizborne kampanje bržoaskih partija kada se u Srbiji sprovodi brutalna klasna eksploatacija radnog naroda, kada nezaposlenost, spoljni dug, inflacija i Å¡kolarine strmoglavo rastu, mit o ÄinÄ‘iću je jedino za Å¡ta se buržuji mogu Ävrsto držati u svojoj propagandi laži. Slika svakodnevice radnog naroda Srbije taj mit rastura u paran parÄad, a neće joÅ¡ mnogo vremena proći kada ćemo jednom zauvek strgnuti tu ljagu s naÅ¡e istorije u novim pobedama radnog naroda u klasnom ratu.

Savez komunistiÄke omladine Jugoslavije

Beograd, 12. mart 2012. godine


=== * ===


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#7307 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Lun 19 Mar 2012 9:53 pm
Oggetto: Bad results of humanitarian intervention practice
jugocoord
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Yugoslavia-Iraq-Libya-Syria: 
Bad results of humanitarian intervention practice

1) Fact and Propaganda: Yugoslavia and The "Politics of Genocide"
a review of the book “The Politics of Genocide†by Edward Herman and David Peterson
Stanko Stojilkjovic - January 22, 2011 
2) Libya overshadowed by "Kosovo model"  
Wu Liming - May 23, 2011
3) 2011' Yugoslavia anniversary highlights parallels with Libya
Russia Today - March 24, 2011
4) Bad results of humanitarian intervention practice
Alexey Pilko - March 8, 2012


Source of the following documents in english language is the Stop NATO e-mail list 
Archives and search engine:
http://groups.yahoo.com/group/stopnato/messages
Website and articles:
http://rickrozoff.wordpress.com


=== 1 ===

http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=22909

Global Research/Politika Daily - January 22, 2011 

Fact and Propaganda: Yugoslavia and The "Politics of Genocide"

by Stanko Stojilkjovic 


Is it possible that the prevailing current usage of the word genocide is “an insult to the memory of the Nazi regime's victimsâ€? 

This incisive thought of Noam Chomsky was taken from the preface he wrote to an astonishing book titled “The Politics of Genocide†by Edward Herman and David Peterson, published in Belgrade in 2010 by Vesna info. 

Edward Herman is a professor emeritus teaching finance at the University of Pennsylvania and David Peterson is a free-lance journalist. What an unusual match, you might think at first. However, if you check the exhaustive list of references you will find out that they have worked on at least two more published books, both dedicated to the former Yugoslavia and its disintegration. David Peterson is author of another dozen published books, either alone or in cooperation with other authors.  

According to Noam Chomsky, the end of the Cold War “opened an era of Holocaust denial,†in which the humanitarian bombing of Yugoslavia (read: Serbia) is far from being the last piece of the puzzle.  

According to “Counter-Revolutionary Violence: Bloodbaths in Fact and Propaganda,†written by Edward Herman and Noam Chomsky, in the period between 1945 and 2009 the USA organized “major†military interventions in as many as 29 countries. “Thanks to its dominant position and its global counter-revolutionary efforts, the US has been the key single instigator, organizer and provider of moral and material support for some of the heaviest bloodshed that took place after the World War Two.  

"US officials, supported by the media and intellectuals close to the administration (“genocide intellectualsâ€), have mastered the skills of “crime management†used to draw the attention of the public away from the violence instigated and endorsed by the leading global super-power and direct the public eye towards the violence perpetrated by US enemies."

In line with this the authors [Herman and Peterson] have come up with an unusual classification of the bloodbaths into four categories: constructive, benign, criminal and mythical. 

“The largest genocidal act undertaken in the last thirty years was the economic sanctions imposed on Iraq following the invasion of Kuwait in 1990, both in respect of the number of victims and in respect of full awareness of the impact of this policy among its creators,†reads the introductory section of the book. 

The New York Times revealed that “in the long run, Iraq has been pushed back into pre-industrial times, though it still suffers from post-industrial dependence on energy and technology.†And the Washington Post, quoting a reliable source, stated that “the bombs… were targeted at everything that was vital for survival of the country.†Sounds familiar, doesn't it? 

Denis Halliday, the leading UN humanitarian coordinator in Iraq, resigned, issuing a statement that the overall effects of the sanctions were comparable to that of genocide. And Eleanor Robinson, lecturer at the Old Soul College in Oxford (England), added: â€You will have to go back in time as far as the Mongol invasion of Baghdad in 1258 to find an example of pillage of comparable magnitude.†You can guess who was doing the pillage! 

Edward Herman and David Peterson have exposed the ill doings of politicians, intellectuals and reporters who used the word genocide in their reports on the most deadly world crisis since the end of the World War Two (5.4 million dead between 1998 and 2007 in DR Congo) only 17 times, while the killing of 4,000 Albanians in Kosovo and Metohija was qualified as genocide as many as 323 times! 

George Robertson, British Defense Minister, admitted during a hearing before Parliament: “Before RaÄak this year (24 March 1999), the KLA was responsible for more deaths in Kosovo than the authorities of Yugoslaviaâ€. The number of killings since 1998 was estimated at 2,000, and 500 of these killings were attributed to Serbian forces.  

“During the civil wars in the wake of the disintegration of the former SFR Yugoslavia in the nineties, the USA, Germany, NATO and EU supported national minorities which insisted on breaking away from the federal state and acted against the national group of Serbs who persisted in their efforts to save the former Yugoslavia. That is why the Western powers strongly supported first Croats and Slovenes, later Bosnian Muslims, and finally Kosovo Albanians,†explained Edward Herman and David Peterson, quoting a number of critically acclaimed works. 

We are also informed that the NATO forces supported, “even coordinated war operations, and as there were numerous cases of ethnic cleansing and ethnically motivated killings, it was only natural that expressions such as ethnic cleansing, massacre and genocide were applied primarily to the war acts of the Serbs.†Regarding the “Srebrenica massacreâ€, they say that there is no proof that Serbian forces killed anyone but “Muslim men capable of army service,†taking care to evacuate all children, women and the elderly by buses.  

“If RaÄak was a contrived crime, and we believe that it was, then the war sold to the world on the strength of this crime was based on a lie, and therefore any claims that the war was waged on humanitarian grounds must be disputed, if for no other reason then on account of this fact alone,†said Edward Herman and David Peterson, referring to their own article “CNN: Sale of a NATO War on a Global Scale†from 2009.  

“The RaÄak massacre†perfectly suited the needs of Bill Clinton's administration and NATO and provided them with an excuse to launch the air attacks against Yugoslavia (Serbia), which had been prepared for a long time, soon after the failure of the negotiations in Rambouillet, “one of the greatest staged deceptions in recent history.†

When Madeleine Albright was first informed that the attacks had been launched, she commented with delight: “Spring has come early to Kosovo this year.†

This valuable book meticulously reveals the double standards applied to war acts in Darfur (Sudan), Rwanda, Iraq, Lebanon, Afghanistan, Indonesia, Guatemala, El Salvador, and so on.                 


=== 2 ===

http://news.xinhuanet.com/english2010/world/2011-05/24/c_13890288.htm

Xinhua News Agency - May 23, 2011

Commentary: Libya overshadowed by "Kosovo model"  

Wu Liming


BEIJING: The latest moves by Western allies against Libya have shown marked similarities to "strategies" they adopted in Kosovo in the 1990s.

Catherine Ashton, EU's foreign policy chief, opened the bloc's office on Sunday in Benghazi,the Libyan opposition's base camp when he visited the city on Sunday.

Earlier last Monday, the prosecutor of the International Criminal Court (ICC) requested arrest warrants for Libyan leader Muammar Gaddafi, his son Saif Al-Islam Gaddafi and his brother-in-law Abdullah Al-Sanousi who is Libya's head of intelligence.

In retrospect, NATO adopted a three-step strategy in the Kosovo war back in 1999.

NATO first supported the Kosovo authority and launched 78-day bombings against former Yugoslavia, forcing the late Yugoslav leader Slobodan Milosevic to withdraw his forces.

The West then stirred up political unrest in Serbia, leading to the downfall of Milosevic.

The last step was to send Milosevic to The Hague to face trial at the International Criminal Tribunal for Former Yugoslavia. Later on, Milosevic died in custody.

Twelve years later, the Western allies again resorted to a similar three-step strategy in Libya.

NATO is launching continuous air strikes against Gaddafi's forces, while the Western allies are heaping political and psychological pressures on Gaddafi and openly supporting the opposition, in a bid to force Gaddafi to give up power. This was followed by ICC's issuance of an arrest warrant to bring Gaddafi to The Hague.

Yet, there are some differences between the two scenarios.

In 1999, the West unleashed the bombings without bothering to ask for a UN Security Council mandate, while 12 years later the West launched airstrikes on Libya by overstepping the authorization of UN Resolution 1973 to impose a "non-fly" zone supposedly to protect the civilians in Libya.

In addition, NATO has expanded its military actions from Europe, the defense area defined by the North Atlantic Treaty, to Africa, which is far beyond NATO's traditional legitimate defense area.

Ironically, the West has claimed to seek a "political solution" while continuing its airstrikes in Libya, but what it really means by "political solution" is something quite different from what is understood by the international community.

Since March 19 when several Western nations started air raids, the West has organized a so-called "Contact Group" on Libya and held several meetings to coordinate actions, claiming to "seek a political solution to resolving the Libya crisis."

However, the "Contact Group" has openly urged support for the Libya opposition on several occasions.

In short, what happened in Kosovo and Libya may well serve as perfect examples of the so-call "neo-interventionism" pursued by some Western powers.

Under the pretext of "human rights above sovereignty," they try to interfere in the domestic affairs of sovereign states, even to resort to military means to split them.

The strategies of these neo-interventionists are, more often than not, deceptive.

On the Libya issue, for instance, the Western powers seemed to have complied with international procedures and norms: they first tried to push UN Security Council resolutions and then seek an ICC arrest warrant to bring Libyan leader Gaddafi to justice.

These strategies, however, are merely employed on a selective basis to get rid of political figures the West dislikes, including Gaddafi and Milosevic. The West would turn a blind eye to similar cases in countries which are considered its own allies.

To put it clearly, some forces in the West are using just procedures of the international laws to serve their own political purposes.

In the 21st century, some Western countries take "neo-interventionism" as their standard practice and even try to apply the so-called "Kosovo model" elsewhere in the world. This should ring an alarm bell to the international community. 


=== 3 ===

http://rt.com/usa/news/usa-libya-yugoslavia-anniversary-war/

RT - March 24, 2011

Yugoslavia anniversary highlights parallels with Libya


In March the seasons change and sunshine falls on America. In March American politicians venture to foreign counties – to drop bombs. 

March 1999 – the United States entered Yugoslavia. 

“Our armed forces joined our NATO allies in air strikes against Serbian forces responsible for the brutality in Kosovo,†said US President Bill Clinton. 

March 2011 – the United States entered Libya. 

“The UN Security Council passed a strong resolution that demands an end to the violence against [Libyan] citizens. It authorizes the use of force,†US President Barack Obama said. 

From one democratic president to another, bombing commences. The US and coalition forces reign down on Libya over the anniversary of the Yugoslavia bombings. 

The attack on Libya was sanctioned by the UN Security Council, in contrast to the bombings in Yugoslavia. Without approval in 1999, NATO took the lead in the first time the alliance attacked an independent and sovereign nation which posed no threat to the organization’s members. Similarly, Libya poses no threat to the nations leading the campaign of aggressive attacks. 

There are many sticking parallels between the two wars.

The enemy in 1999 was Slobodan and “The New Hitler†– Milosevic. Today it is Moammar Ghadafi who has been in power in Libya for over 40 years. 

“As much as Ghadafi is this John Galliano-dressed freak show, he modernized Libya for a while,†said Pepe Escobar, a correspondent from the Asia Times. 

Nevertheless, America seeks regime change and a nation friendlier to US interests. 

“Ghadafi needs to step down and leave,†Obama stated. 

“What we are seeing is a full-fledged war, including attempting evidently to kill the head of state of the targeted country. That again is a page from a Yugoslav book from 12 years ago,†said Rick Rozoff of Stop NATO. “What has the world learned? Evidently, not much.†

Officially, the US and allied intervention is one of humanitarian concern – the same rational argued in 1999 when bombings commenced in Yugoslavia. 

“You can bomb a country because you are coming to save its people, and essentially that was what the rationale behind the war in Yugoslavia,†explained Michel Chossudovsky, the director of the Centre for Research on Globalization in Montréal. “You don’t come to the rescue of civilians with bombs and missiles, ok? Bombs and missiles are part of a killing machine, and they inevitable will kill civilians.†

Like Yugoslavia, a no-fly zone has ignited the engine of the war machine – a green light to use bombing and airstrikes. 

The UN agreement on Libya created the no-fly zone and went further to allow “all means necessary†which opens the doors for nearly any type of assault. 

In Yugoslavia thousands of people were killed and millions displaced. 

“After the war, when they did a count, they found that US and NATO bombs had destroyed 14 tanks in Serbia. But, they had also bombed 473 schools,†said Sara Flounders from the International Action Center.

Experts are predicting a similar outcome in Obama’s war in Libya. 

The White House is promising the conflict will last only days, not week – just days. Initially, the same guarantee was given for the war in Yugoslavia. That conflict lasted two and a half months. 

“They think that a quick bit of bombing will sort the matter out, but in fact, I think they will find that it will last far longer than they’ve gambled for,†remarked journalist John Laughland. 

12 years on Serbia still remembers the losses it suffered at the hands of US led NATO bombings and the US is now entering its fourth set of attacks on foreign soil in the past 12 years.

Gerald Celente, the director of the Trends Research Institute argued that the first great war of the 21st century has now begun – in Libya. 

“Any excuse that the United States has to attack another county, they just make up,†said Celente. 

It’s all hypocrisy, he argued. The US invaded Libya over supposed humanitarian concerns, but as governments in Yemen, Somali and other nations continue to kill their people, the US is not talking about intervention and invasion there. 

“All this is the United States doing what it has become accustom to do, and that is attack any country it wants to at any time for any reason it can make up. And the new reason they made up is perfectly Orwellian – humanitarian crisis. So, you kill people to solve a humanitarian crisis and you take dictators out that you don’t like,†Celente said. 

He argued the drive to war is oil and other resources. If the major export was anything less significant, like vegetables, the US would not have invaded, Celente contended. 


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http://rickrozoff.wordpress.com/2012/03/08/fruits-of-humanitarian-intervention-destruction-of-states-huge-civilian-casualties-destabilization-of-countries/

Fruits Of “Humanitarian Interventionâ€: Destruction Of States, Huge Civilian Casualties, Destabilization Of Countries
  
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[W]e cannot rule out that Washington is preparing to launch a military campaign against Syria. McCain’s statement is intended to prepare world opinion for an inevitable war.
In other words, the U.S. is seriously considering staging a “humanitarian intervention†in the Middle East.
 
The decision taken in Dayton [in regards to Bosnia] in fact created a protectorate controlled by NATO, the EU and the U.S., a kind of modern colony almost in the center of Europe. The solution was in the spirit of Lloyd George and Clemenceau. Thus, we can assume that the entire military operation in the former Yugoslav republic had a single goal, i.e. to strengthen the position of Western powers in the Balkans.
 
The air campaign in Yugoslavia led to the formation of a de facto independent Kosovo, where ethnic minorities live behind barbed wire and cannot even go to the store without armed guards. Another result is the appearance on Kosovo territory of Europe’s largest U.S. military base, Camp Bondsteel…
 
The Libyan tragedy began in February 2011. It has passed through all stages, from the systematic military destruction of an independent state to the unleashing of chaos and lawlessness.
 
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Voice of Russia - March 8, 2012
 
Bad results of humanitarian intervention practice

Alexey Pilko*

Republican Senator John McCain this week called for air strikes against Damascus. According to AFP, he said that it is necessary to disable the Syrian air defense system, at least in some parts of the country, to “establish and defend safe havens in Syriaâ€. 
 
McCain makes no attempt to conceal the purpose of these “safe zonesâ€. They could be used by an armed opposition to “organize and plan political and military activitiesâ€. The American politician openly advocated providing military assistance to the militants, “including weapons and ammunition.â€
 
Of course, McCain is not the U.S. president. He lost the battle for the post to Barack Obama in 2008, and this time around he is not even standing for election. Nonetheless, the Senator has a clear influence on the formation of U.S. foreign policy. We recall that his proposal to launch an operation to oust Muammar Gaddafi received a warm response at the White House. John McCain even visited the rebel stronghold of Benghazi to show U.S. support for Libyan opposition fighters. Thus, we cannot rule out that Washington is preparing to launch a military campaign against Syria. McCain’s statement is intended to prepare world opinion for an inevitable war.
 
In other words, the U.S. is seriously considering staging a “humanitarian intervention†in the Middle East. In the American political establishment, we can find many supporters of using military force for humanitarian purposes. If necessary, they are prepared to act (and have acted before) without the sanction of the United Nations. However, the success of such operations is highly relative. They often result in a high number of victims and significantly worsen the situation in the country under the banner of “intervention with noble aspirations.â€
 
Examples are easy to find. In 1995, NATO forces launched an air campaign against Bosnian Serbs, thereby getting involved in the civil war in Bosnia. 
 
In this case, NATO armed forces appeared to be intervening in the conflict on the side of Bosnian Muslims and Croats. According to eyewitnesses of those events, the Serbs’ adversaries would attack after massive NATO air raids. As a result, a very original state appeared on the political map of Europe, consisting of two parts: the Muslim-Croat Federation of Bosnia and Herzegovina and the Serb Republic. The decision taken in Dayton in fact created a protectorate controlled by NATO, the EU and the U.S., a kind of modern colony almost in the center of Europe. The solution was in the spirit of Lloyd George and Clemenceau. Thus, we can assume that the entire military operation in the former Yugoslav republic had a single goal, i.e. to strengthen the position of Western powers in the Balkans.
 
Proof of who is actually the master of the situation in Bosnia can be found in the Brcko District, which, in violation of Article 5 of the Dayton Agreement of 1999, has been given an autonomous status. This area, which has great strategic importance, is out of the control of both the Federation and the Serb Republic. The real power is in the hands of an administrator, American diplomat Roderick Moore, who has been in the position since 2010. Does he not resemble a colonial governor-general?
 
In 1999, Kosovo was the scene of dramatic events that until recently were considered a classic example of “humanitarian interventionâ€. The U.S. and its NATO allies actually intervened in the internal conflict (bypassing the UN Security Council) in Yugoslavia and incited armed rebellion in a Serbian province. During the three-month air campaign, the strikes hit more than just military targets. Industrial facilities, infrastructure, hospitals, schools and homes were destroyed. At the time of the Kosovo campaign, NATO waged war against the press for the first time. On the night of 22 to 23 April 1999, NATO aircraft launched a missile strike on the building of Radio Television Serbia, killing 16 journalists.
Why not draw direct parallels with the current situation in Syria? Of course, the death of Marie Colvin and Remi Ochlik in Homs is a tragedy, and the international media quite rightly put this issue at center stage. However, they were war correspondents who had been in the besieged city for a long time and entered it illegally, and they were fully aware of the inevitable risks. The killing in Belgrade in 1999, however, involved Yugoslav journalists working in their own country and city and at their workplace. They were killed deliberately, and no one took responsibility for this crime. It simply disappeared from the world’s mainstream media.
 
The air campaign in Yugoslavia led to the formation of a de facto independent Kosovo, where ethnic minorities live behind barbed wire and cannot even go to the store without armed guards. Another result is the appearance on Kosovo territory of Europe’s largest U.S. military base, Camp Bondsteel, named after an American sergeant and hero of the Vietnam War. In fact, in Europe there has appeared a second enclave (after the one in Bosnia) under the control of NATO and the European Union. Based on available information, Kosovo is now ruled by organized crime. The region has become a nexus for drug trafficking from Afghanistan and Africa to European consumers.
 
Finally, the most recent example of “humanitarian intervention†was the regime change in Libya carried out by NATO allies. Formally, it was sanctioned by a UN Security Council resolution, though the latter was completely turned on its head. It dealt with the establishment on Libyan territory of a useless zone. Let me remind you that John McCain has called for the same actions in Syria. Thus, we can guess what he has in mind for the Syrian government.
 
The Libyan tragedy began in February 2011. It has passed through all stages, from the systematic military destruction of an independent state to the unleashing of chaos and lawlessness. At present, Libya is in a state of low-intensity civil war, and the situation in the country is not completely clear. Even the countries that supported the rebels in 2011 cannot build any effective dialogue. There is a total loss of control processes in Libya. If this happens in Syria, which is one of the key states of the Arab world, the consequences for the entire Middle East would be hard to imagine.
 
These examples show that the doctrine of “humanitarian intervention†espoused by politicians like McCain only leads to one thing: the destruction of statehood, huge civilian casualties, and the complete destabilization of the country being intervened in. 
Of course, it is not a foregone conclusion that Washington will adopt Senator McCain’s proposed approach in Syria. However, statements by influential American hawks suggest it is at least being considered by the political leadership of the United States. This is quite worrying. 
 
Therefore, Russia should closely monitor the mood on Capitol Hill. And if necessary, together with countries that share the same positions as Moscow, take diplomatic and other measures to prevent armed action against Syria in defiance of the UN Security Council. In the end, has nothing in the world changed since 1999?
 

*Alexey Pilko, Associate Professor at the Moscow State University Faculty of History 


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#7308 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Mar 20 Mar 2012 1:39 pm
Oggetto: FUGA NEI BALCANI, SINDACATI SPALLE AL MURO
jugocoord
Invia email Invia email
 

"La Repubblica" con un ampio dossier multimediale ci descrive per filo e per segno lo sfruttamento neo-coloniale praticato dalle imprese italiane in Serbia - dalla FIAT a GOLDEN LADY passando per BENETTON e tutte le grandi banche. "Bassi salari, sovvenzioni e partecipazioni... Sindacato spalle al muro". 
A pagare a caro prezzo questa "Eldorado delle aziende" non sono solo i lavoratori serbi, ma anche quelli italiani vittime delle delocalizzazioni: devono ringraziare Massimo D'Alema e la furibonda campagna anti-Milosevic che mirava in realtà all'imposizione manu militari di questo "capitalismo reale" in tutte le repubbliche jugoslave, contribuendo così alla riscrittura delle regole del mercato del lavoro. 

Ben prima di Repubblica, ovviamente, tutto questo era stato detto e scritto, non solo da noi. Si vedano ad esempio:
* il video FIGLI DELLA FIAT (RaiNews24 - 27 ottobre 2011)
http://www.rainews24.rai.it/it/canale-tv.php?id=24899
oppure http://www.insutv.it/blog/2011/10/30/figli-di-fiat/ oppure http://www.youtube.com/watch?v=OzM6crVRQXM
* il reportage dal programma PRESA DIRETTA (Rai 3 - 19 febbraio 2012, con particolare riferimento alle riprese dalla Serbia dal minuto 57 e 40 per circa mezz’ora)
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-681d9560-8816-4fda-bd7f-553fcdbe4a5d.html#p=0
* tutta la documentazione raccolta alla nostra pagina dedicata alle questioni economiche e sindacali: http://www.cnj.it/AMICIZIA/sindacale.htm
Tra gli aggiornamenti di quest'ultima segnaliamo in particolare il documento pervenuto attraverso la Onlus Non Bombe Ma Solo Caramelle, con la spiegazione del recente contenzioso in merito alla negazione del diritto all'assistenza sanitaria per molti lavoratori di Kragujevac: http://www.cnj.it/AMICIZIA/sindacale.htm knjizice2012

(a cura di Italo Slavo)


=== http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2012/03/12/news/industria_fuga_nei_balcani-31250164/ ===


INDUSTRIA, FUGA NEI BALCANI


Due miliardi di euro negli ultimi dieci anni. E' il bilancio degli investimenti delle aziende italiane in Serbia, nuovo Eldorado della nostra imprenditoria. Sull'altra sponda dell'Adriatico trova sovvenzioni, un regime fiscale vantaggioso e un costo del lavoro quasi dimezzato rispetto a quello italiano. Dal tessile alle assicurazioni, fino a colossi come Fiat, ecco perché conviene 'internazionalizzare' a Belgrado

levostreinchieste@...


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IL REPORTAGE 1 di PASQUALE NOTARGIACOMO e PIETRO CALVISI

La Serbia fa il pieno di imprese italiane
investimenti per due miliardi in 10 anni


Fiat, Intesa San Paolo, Generali e Fondiaria. Sono i quattro principali big player italiani che fanno affari dall'altra parte dell'Adriatico. Ma le nostre aziende che operano nei Balcani sono oltre 400. Le fonti non ufficiali parlano addirittura di 1.100. I settori più in espansione sono l'automobilistico, il bancario, il tessile e l'assicurativo. Il business impiega 20mila i dipendenti e muove 2,5 miliardi di euro annui


BELGRADO -
 "Un censimento ufficiale delle aziende italiane presenti in Serbia non esiste". Le istituzioni del nostro Paese che operano nella zona (ex Ice - Camera di Commercio Italo-Serba) lo ammettono con grande onestà. Anche perché, ci dicono, stilare una statistica del genere competerebbe agli omologhi serbi. E la conferma arriva sfogliando i bollettini del settore, che oscillano sensibilmente tra un minimo di 200 e un massimo di 500 compagnie italiane attive in Serbia...

continua: http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2012/03/12/news/investimenti_italiani_in_serbia-31234386/?inchiesta=%2Fit%2Frepubblica%2Frep%2Dit%2F2012%2F03%2F12%2Fnews%2Findustria_fuga_nei_balcani%2D31250164%2F


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Serbia, il nuovo Eldorado dell'imprenditoria straniera


Salari bassi, un regime fiscale vantaggioso e sostanziosi aiuti di stato. Così la Serbia attira sul suo territorio sempre più aziende da tutta Europa. L'Italia è tra i protagonisti di questa 'migrazione', con 400 imprese arrivate nei blacani negli ultimi anni. Tra queste soprattutto banche e assciurazioni, industrie tessili e colossi come Fiat, che dello Stato serbo è divntato persino socio in affari (di Pietro Calvisi e Pasquale Notargiacomo; traduzioni e il doppiaggio  Sara Polidoro e Maria Virginia Tomassi)


VIDEO: http://inchieste.repubblica.it/static/rep-locali/inchieste/includes/inchieste-nav.html?iframeUrl=http%3A%2F%2Fvideo.repubblica.it%2Fle%2Dinchieste%2Fil%2Dmade%2Din%2Ditaly%2De%2Dserbo%2F90342%3Fvideo&inchiesta=%2Fit%2Frepubblica%2Frep%2Dit%2F2012%2F03%2F12%2Fnews%2Findustria_fuga_nei_balcani%2D31250164%2F

(anche in home: IL VIDEO 2
Bassi salari, sovvenzioni e partecipazioni. Così nasce l'Eldorado delle aziende

Agevolazioni per chi assume in Serbia, sgravi fiscali e vere e proprie alleanze strategiche con capitale pubblico. Ma anche l'accesso a nuovi mercati come Russia, Bielorussia e Kazakistan. Per le nostre imprese, internazionalizzare nei balcani è diventata una ghiotta opportunità di affari. E la popolazione sembra apprezzare le scelte del governo: "Manca il lavoro, l'unica possibilità è attirare capitali stranieri"

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2012/03/12/news/industria_fuga_nei_balcani-31250164/ )


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REPORTAGE / 2 di PIETRO CALVISI e PASQUALE NOTARGIACOMO

Fiat e Benetton alla conquista dei balcani
Viaggio nei distretti del "made in Serbia"


A Kragujevac, nella Mirafiori della ex Jugoslavia dove si produceva la Zastava, la Fiat scommette sulla rinascita del settore automobilistico dando vita a una joint venture con lo Stato, che ha messo sul piatto oltre un miliardo di euro. A Nis, l’area industriale più importante della Serbia meridionale, sbarca Benetton acquistando gli stabilimenti della Nitex


... L’ex azienda tessile Nitex, dove sorgerà la fabbrica del gruppo veneto, si trova fra la via Pantelejska e il fiume Nisava, in pieno centro abitato...

continua:  http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2012/03/12/news/lavori_in_corso_per_i_colossi_fiat_e_benetton_viaggio_nei_distretti_industriali_made_in_italy-31392681/?inchiesta=%2Fit%2Frepubblica%2Frep%2Dit%2F2012%2F03%2F12%2Fnews%2Findustria_fuga_nei_balcani%2D31250164%2F

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FOCUS di PASQUALE NOTARGIACOMO e PIETRO CALVISI

Contratti milionari per l'energia verde
così investiamo nel pubblico, ma in Serbia


La MX Group spa costruirà in Serbia il più grande parco fotovoltaico del mondo. Un progetto da 1,755 miliardi di euro. La Italferr, del gruppo Fs, ha vinto importanti appalti per il rinnovo della rete ferroviaria. E aumentano gli strumenti finanziari pubblici per chi vuole internazionalizzare: in primis Sace, Simest, Finest


L'ultima notizia è del 23 febbraio. Un'azienda italiana, MX Group spa, costruirà in Serbia il più grande parco fotovoltaico del mondo: cento impianti da 10 mw ciascuno, installati tra il 2013 e il 2015. Valore della commessa, affidata in esclusiva dal fondo lussemburghese Securum Equity Partners: 1,755 miliardi di euro... 

continua: 
http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2012/03/12/news/serbia_infrastrutture-31234192/?inchiesta=%2Fit%2Frepubblica%2Frep%2Dit%2F2012%2F03%2F12%2Fnews%2Findustria_fuga_nei_balcani%2D31250164%2F


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L'INTERVISTA di PIETRO CALVISI e PASQUALE NOTARGIACOMO

Fino a diecimila euro per assunto
Così Belgrado diventa una calamita


Bojan Jankovic,  vicedirettore della Siepa, l'agenzia del governo che dal 2001 promuove gli investimenti: "Fino ad ora abbiamo raccolto 20miliardi di euro. L'Italia è tra i principali paesi per numero di progetti". Le agevolazioni principali: sovvenzioni per le assunzioni e un regime fiscale vantaggioso per Iva e tasse su utili e lavoro dipendente, ma anche un costo del lavoro particolarmente basso e l'accesso privilegiato al mercato russo. Eppure solo il 5% delle aziende ha beneficiato dei sussidi. E il possibile ingresso nell'Unione europea non fa paura

BELGRADO - Per capire cosa abbia trasformato la Serbia in un paese con condizioni uniche per gli investimenti stranieri, la visita a Via Vlajkovicèva 3, Belgrado, è una tappa obbligata. La moquette rossa dell'ascensore di legno ci accompagna fino al quinto piano di un palazzo a due passi dal Parlamento. Qui la nota cromatica vira su un fondo azzurro, pervasivo eppure rassicurante. A caratteri bianchi si legge dovunque: Siepa, che sta per Serbia Investiment and Export Promotion Agency...

continua: http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2012/03/12/news/sovvenzioni_e_agevolazioni_fiscali_ecco_cosa_offre_la_serbia-31392968/?inchiesta=%2Fit%2Frepubblica%2Frep%2Dit%2F2012%2F03%2F12%2Fnews%2Findustria_fuga_nei_balcani%2D31250164%2F


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VERSO LE URNE di PIETRO CALVISI e PASQUALE NOTARGIACOMO

Tra sogni europeisti e capitali stranieri
un Paese diviso in vista delle elezioni


In attesa del voto politico di aprile-maggio, in Serbia sono ancora tanti i nodi da sciogliere per il governo in carica. Dalle aperture al libero mercato, fino all'avvicinamento a Bruxelles, passando per la questione Kosovo e l'alta disoccupazione. Ecco gli scogli principali che deve affrontare il presidente Tadic, sfavorito nei sondaggi

BELGRADO  -  È fresca di rientro la delegazione italiana di sei ministri, guidata dal premier Mario Monti, che lo scorso 8 marzo ha incontrato nella capitale serba il presidente Boris Tadic e mezzo esecutivo, nel secondo vertice bilaterale fra i due paesi...

continua: http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2012/03/12/news/la_lunga_transizione_serba_fra_sogni_europeisti_apertura_ai_capitali_stranieri_e_rigurgiti_nazionalisti-31392537/?inchiesta=%2Fit%2Frepubblica%2Frep%2Dit%2F2012%2F03%2F12%2Fnews%2Findustria_fuga_nei_balcani%2D31250164%2F


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IL RACCONTO di PASQUALE NOTARGIACOMO e PIETRO CALVISI

Vojvodina, il "Nord-Est" serbo
ma un lavoratore costa 600 euro al mese


Viaggio nella provincia più ricca del Paese, al confine con Ungheria, Croazia e Romania e ben collegata con Italia e Germania. Miniera d'oro per le nostre imprese, nonostante i salari più alti rispetto ad altre aree della Serbia, con 680 milioni di euro di investimenti. "Arriva almeno un'azienda a settimana", spiega l'agenzia incaricata di attrarre capitali stranieri. E le condizioni vantaggiose alimentano la delocalizzazione anche da Timisoara 


...
 Nel nostro giro visitiamo lo stabilimento di Progetti a Sombor e quello di Calzedonia poco lontano. Il calzaturificio delle grandi griffe del made in Italy (almeno tre dei primi cinque marchi, ammette Romano Rossi, uno dei titolari) e poco distante la fabbrica di Intimissimi... 

continua: http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2012/03/12/news/vojvodina-31234002/?inchiesta=%2Fit%2Frepubblica%2Frep%2Dit%2F2012%2F03%2F12%2Fnews%2Findustria_fuga_nei_balcani%2D31250164%2F



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IL SINDACALISTA di PIETRO CALVISI e PASQUALE NOTARGIACOMO

"Meno diritti in cambio di più lavoro"
ma il sindacato tenta la sua battaglia


Con una disoccupazione al 24%, è facile mantenere bassi i salari e non rispettare i lavoratori. Sebbene gli investitori stranieri tentino una riduzione dei diritti, le organizzazioni provano a difenderli. L'opinione del sindacalista Zoran Mihailovic, cresciuto fra le catene di montaggio della Zastava

BELGRADO - "Per il governo sarebbe tutto più facile se in Serbia non ci fossero i sindacati". Lo ha detto Zoran Mihailovic, il Landini in versione serba...

continua: http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2012/03/12/news/l_apertura_agli_investimenti_stranieri_meno_diritti_in_cambio_di_pi_lavoro-31392609/?inchiesta=%2Fit%2Frepubblica%2Frep%2Dit%2F2012%2F03%2F12%2Fnews%2Findustria_fuga_nei_balcani%2D31250164%2F


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VIDEO

Il made in Italy? È serbo


Due imprenditori aprono i cancelli dello loro fabbriche e raccontano perché hanno investito lontano dall'Italia. Il patron di "Calzedonia", Sandro Veronesi, spiega: "Non è più economico produrre reggiseni". Il fondatore di "Progetti", a cui tre delle cinque maggiori firme dell'alta moda italiana hanno affidato la produzione delle loro scarpe, racconta: "Il costo del lavoro serbo ci permette di realizzare i prodotti con maggior qualità"


(di Pietro Calvisi e Pasquale Notargiacomo; traduzioni e il doppiaggio  Sara Polidoro e Maria Virginia Tomassi)


VIDEO: http://inchieste.repubblica.it/static/rep-locali/inchieste/includes/inchieste-nav.html?iframeUrl=http%3A%2F%2Fvideo.repubblica.it%2Fle%2Dinchieste%2Fil%2Dmade%2Din%2Ditaly%2De%2Dserbo%2F90342%3Fvideo&inchiesta=%2Fit%2Frepubblica%2Frep%2Dit%2F2012%2F03%2F12%2Fnews%2Findustria_fuga_nei_balcani%2D31250164%2F


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IL REPORTAGE foto di P. CALVISI , P. NOTARGIACOMO color correction A. RUGGERI
13 marzo 2012 © Riproduzione riservata


Banca intesa, Intimissimi, Fiat. Sono solo alcuni dei cartelloni pubblicitari che affollano le strade della città serba. Sembra quasi di essere in Italia ma siamo tra le nevi di Belgrado


FOTO: http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2012/03/13/foto/serbia_le_citt_il_reportage-31469420/1/?inchiesta=%2Fit%2Frepubblica%2Frep%2Dit%2F2012%2F03%2F12%2Fnews%2Findustria_fuga_nei_balcani%2D31250164%2F#1


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IL FOTOREPORTAGE 2 foto di P. CALVISI , P. NOTARGIACOMO color correction A. RUGGERI
13 marzo 2012 © Riproduzione riservata


Entrano ed escono dalle fabbriche, gli operai serbi costano poco. In media 600 euro lordi al mese. Nel reportage è evidente il proliferare del made in italy. Tra tutti lo stabilimento Fiat dove RE le inchieste è stato allontanato


FOTO: http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2012/03/13/foto/fiat_co_lavoratori_serbi_per_marchi_italiani-31470756/1/?inchiesta=%2Fit%2Frepubblica%2Frep%2Dit%2F2012%2F03%2F12%2Fnews%2Findustria_fuga_nei_balcani%2D31250164%2F#1


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L'INTERVISTA di PIETRO CALVISI e PASQUALE NOTARGIACOMO

Oliver, un consulente sempre pronto
meglio la Serbia che la Cina o l'India


Il segretario della Camera di Commercio italo-serba, che collabora da più di quindici anni con le imprese che internazionalizzano nella ex Jugoslavia. "Il processo di apertura ricorda quello che è successo negli anni passati nell'Europa dell'Est".  E, secondo una sua stima, sono almeno 1.100 le società con partecipazione di capitale italiano

BELGRADO - Quando un'azienda italiana prende in considerazione di investire in Serbia, c'è da scommettere che uno dei primi telefoni a squillare sarà quello di Oliver Lepori. E anche nel tempo che trascorriamo con il giovane (classe '75) segretario generale della Camera di Commercio italo-serba, il flusso di chiamate si interrompe solo in rari momenti...

continua: http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2012/03/12/news/oliver_cuore_a_met_tra_italia_e_serbia_il_mio_lavoro_per_le_aziende_italiane-31392781/?inchiesta=%2Fit%2Frepubblica%2Frep%2Dit%2F2012%2F03%2F12%2Fnews%2Findustria_fuga_nei_balcani%2D31250164%2F

 
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IL RACCONTO di PIETRO CALVISI e PASQUALE NOTARGIACOMO

Sara, a Belgrado come interprete
"Qui lavoro e mi sento accolta"


La storia di una giovane traduttrice abruzzese che, dopo gli studi nel nostro Paese e la difficoltà a trovare un impiego, ha scelto di trasferirsi in Serbia dove ormai si sente a casa. "Ero demotivata, ecco perché ho fatto i bagagli per vivere questa nuova avventura"

BELGRADO - La comunità italiana in Serbia non è composta solo da imprenditori arrivati in questi ultimi anni, ma c'è anche chi ha deciso di venirci a vivere fresco di laurea. È la storia di Sara Polidoro, classe 1984

continua: http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2012/03/12/news/l_altra_italia_a_cui_piace_la_serbia-31392465/?inchiesta=%2Fit%2Frepubblica%2Frep%2Dit%2F2012%2F03%2F12%2Fnews%2Findustria_fuga_nei_balcani%2D31250164%2F


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#7309 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Mer 21 Mar 2012 10:41 pm
Oggetto: Bürgerliche Qualitätszeitungen als Kriegshetzer
jugocoord
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(Kurt Gritsch, saggista autore di ricerche sulla manipolazione del consenso in occasione della aggressione alla Jugoslavia, spiega perché da anni ha smesso di credere a quello che scrivono i "grandi quotidiani" - in realtà puri amplificatori di propaganda guerrafondaia.)

http://derstandard.at/1331207267450/Kurt-Gritsch-Gut-inszeniert-die-Mainstream-Meinung

KURT GRITSCH


Gut inszeniert, die Mainstream-Meinung


LESER-KOMMENTAR | 14. März 2012 09:15

Sind bürgerliche Qualitätszeitungen Kriegshetzer? Medienkritik aus Sicht eines Konfliktforschers


Lesen Sie gerne Zeitung? Und wenn ja, gehören auch Sie zu jenen, die bürgerlichen Qualitätsblättern wie "FAZ", "NZZ", "Süddeutscher Zeitung" oder "Die Zeit" die Stange halten? Ich bekenne: Ich gehöre nicht dazu. Nicht mehr, seit ich über viele Jahre feststellen musste, dass die publizistische Vorbereitung von Krieg dort Methode hat. Starker Tobak, meinen Sie?

Sachlage scheint "objektiv" und eindeutig

Als Student las ich 1998 von gewaltsamen Übergriffen von Polizeieinheiten auf Zivilisten im Kosovo. Die Sachlage schien eindeutig, so gut wie niemand wäre ohne Sympathie für die verfolgten Albaner gewesen. Zugleich fanden wir alle, dass man Serbien mit seinem "neuen Hitler" Slobodan Milosevic, der nicht auf diplomatische Verhandlungen reagierte und "seine eigenen Bürger" ermordete, zur Räson bringen musste, notfalls auch mit Gewalt. Der Krieg sollte mit Krieg gestoppt werden. Dass dadurch die Zahl der Toten am Ende mehr als verzehnfacht würden, konnten wir uns nicht vorstellen.
Im Frühjahr 1999 schickte die NATO Kampfflugzeuge, die ausschließlich serbische Militäreinrichtungen bombardierten (von den planvoll getroffenen Schulen und Krankenhäusern erfuhr ich erst viel später), was die Albaner vor einem "neuen Auschwitz" (Joschka Fischer) retten sollte. Doch als die Massenbombardements auf Serben überraschenderweise doch keine Menschenrechte schützten, sondern zur Massenvertreibung der Albaner führten, kam plötzlich Skepsis auf. Irgendetwas konnte da nicht stimmen, auch wenn alle maßgeblichen deutschsprachigen Massenmedien weiterhin behaupteten, dass die Luftschläge (das Wort "Krieg" wurde tunlichst vermieden) erfolgreich seien.

Wurden Fakten einfach unterschlagen?

Die Mainstream-Meinung sprach nur von zwei Alternativen: eingreifen oder zusehen, wobei letzteres mit dem Vorwurf ergänzt wurde, dass man so niemals Krieg gegen Hitler hätte führen können. Ein dritter Weg schien nicht zu existieren (die schon 1998 vorhandenen Lösungsvorschläge der Friedensforscher schafften es nämlich erst gegen Kriegsende in die großen Medien), Fakten wurden einfach unterschlagen, wie z. B. die Strategie der albanischen Terroreinheit UCK, einen Bürgerkrieg anzufachen, die eigenen Leute zu opfern und dadurch die NATO zum Eingreifen zu bewegen (von wegen Holocaust!).
Nichts zu hören war auch von politischen, ökonomischen und geostrategischen Interessen der Interventionsstaaten. Das Ziel der NATO war nämlich in Wirklichkeit die Wandlung des Bündnisses vom Verteidigungspakt zur globalen Eingreiftruppe gewesen. Und der Krieg hatte nicht geführt werden müssen, weil die Diplomatie gescheitert war, sondern weil die USA und ihre Verbündeten die Verhandlungen hatten scheitern lassen, um einen Vorwand für den längst entschiedenen Krieg zu bekommen. In den etablierten deutschsprachigen Massenmedien war dies 1998/99 (mit Ausnahme des sozialistischen Spektrums) allerdings nirgendwo zu lesen.

Meinung versus Fakten

So viel zum Unterschied zwischen Meinung und Fakten. Bittere Erkenntnis dabei: Was ich, was wir 1998 für unsere Meinung gehalten hatten, war kaum mehr gewesen als ein Wiederkäuen der gängigen Positionen bürgerlicher Medien. Wenn "FAZ", "Süddeutsche" und "NZZ" unisono vor "ethnischen Säuberungen" und einem "Genozid" an den Albanern warnten, musste Serbien doch gestoppt werden. Was lag also näher, als die Forderung nach einer militärischen Intervention zu unterstützen, weil die UNO zu schwach war?
Die Fakten sahen anders aus: Während UN-Generalsekretär Kofi Annan eine "politische Lösung" forderte und Serbien und die UCK gleichermaßen für die Eskalation verantwortlich machte, sinnierte z. B. "Die Zeit" nur noch darüber, ob Deutschland bei einem NATO-Einsatz (das Wort "Krieg" wurde tunlichst vermieden) mitmachen sollte oder nicht. Damit rief das wohl angesehenste deutsche Wochenblatt zum Verfassungsbruch auf und half tatkräftig mit, den ersten deutschen Krieg seit 1945 vorzubereiten. Im Mai 1999 rechtfertigte es dann nochmals diese Entscheidung in einem langen Fischer-Interview unter dem völlig ironiefrei gewählten Titel "Wie Deutschland in den Krieg geriet".

Blick zu aktuellen Brennpunkten

Wozu dieser ellenlange Blick in die Vergangenheit? Erstens, weil wir Historiker am liebsten sowieso immer bei Adam und Eva anfangen würden. Und zweitens, weil sich die Geschichte zwar nie wiederholt, aber häufig ähnelt. Eine dieser Ähnlichkeiten ließ sich an den "Arabischen Revolutionen" feststellen: Sobald in einem Staat bürgerkriegsähnliche Unruhen entbrannten, waren die bürgerlichen Medien zur Stelle, um als Lösung für das publizistisch mit entfachte Krisenfeuer was anzubieten? Sie erraten es schon: einen NATO-Einsatz (das Wort "Krieg" wurde tunlichst vermieden).
Als die BRD sich im UN-Sicherheitsrat der Stimme enthielt und jene Resolution 1973, die zur Grundlage der Bombardierung und Zerstörung Libyens wurde, nicht mittrug, kritisierte "Die Zeit", Deutschland könne sich Isolationismus nicht leisten. Will heißen: Bitteschön in erster Reihe marschieren und bombardieren. Der Kriegseinsatz gegen Gaddafi sei "richtig und gerecht", er verliere erst dann seine Legitimität, "wenn der Feldzug zum Fehlschlag wird". Will heißen: Erfolgreiche Kriege sind automatisch legitim. Will weiters heißen: Wenn sich die NATO als das mit Abstand stärkste Militärbündnis der Welt einen schwachen Staat als Gegner auswählt, dann ist das immer legitim, weil sie nämlich erfolgreich ist.

Sprache schafft Wirklichkeit

Und dann, wenig später, Syrien: Wieder lässt ein böser Diktator unbewaffnete Zivilisten erschießen. Um nicht missverstanden zu werden: Es steht außer Frage, dass das Assad-Regime schwerste Menschenrechtsverletzungen begeht. Die entscheidende Frage ist aber, wie man die Gewaltspirale stoppt. Und die Vergangenheit zeigt ganz klar: Bombardierungen im Rahmen sogenannter "humanitärer Interventionen" machen alles nur noch schlimmer. Weniger Gewalt ist allenfalls durch Verhandlungen und Kompromisse, selbst mit einem Diktator, zu erreichen.

Wann und wie geraten internationalen Ereignisse in den medialen Fokus?

Dass unter den laut UN im Februar 2012 geschätzten 5.000 Toten rund 2.000 Soldaten und Sicherheitskräfte sind, wird allerdings in den meisten bürgerlichen Printmedien kaum erwähnt. Kein Wort davon, dass "der Westen" einen Regimewechsel erzwingen will wie in Libyen, damit das strategisch wichtige Syrien sich von Russland weg und zu den USA und der EU hin orientiert. Oder wussten Sie, dass das Assad-Regime 2011 mit Reformen begonnen hat? Dass der seit 1963 geltende Ausnahmezustand aufgehoben, Gefangene freigelassen, korrupte Gouverneure abgesetzt und die alleinigen Herrschaftsansprüche der Regierungspartei aufgegeben wurden? Wo stand zu lesen, dass Teile der innersyrischen Opposition einen Machtkompromiss mit Assad einzugehen bereit sind, während die u. a. von den USA mit Geld unterstützte Exilopposition zu keinem Entgegenkommen bereit ist?

Reflexion über Recherquellen

Ist dieses Verschweigen von Fakten Zufall oder Methode? Vielleicht ist die Frage zu hart: Auch Journalisten können nicht alles wissen. Immerhin versorgen in den USA geschulte Kampagnenaktivisten die Massenmedien mit täglichen 'Nachrichten', Videos und Telefonaten unklarer Herkunft, immerhin gibt die verbotene Muslimbruderschaft mit der in Schweden erstellten Internetseite 'Syrische Revolution 2011' ihre Ziele (Sturz Assads und Flugverbotszone - das Wort "Krieg" wird, Sie haben richtig geraten, tunlichst vermieden) als jene des "syrischen Volkes" aus.
Auch Journalisten können politischen und medialen Manipulationen wie der Anti-Assad-Kampagne (u. a. im Internet von AVAAZ) von EU, USA und den arabischen Verbündeten (Katar, Saudi-Arabien, Jordanien) auf den Leim gehen. Doch halt: Sollten Journalisten nicht einen geschulten Umgang in Konfliktberichterstattung haben? Müssten ihnen nicht Manipulationsversuche bekannt sein, müssten sie nicht darüber Bescheid wissen, dass eine gewaltsame Einmischung in einen Bürgerkrieg nur zu noch mehr Gewalt und Toten führt? Und woher plötzlich dieser Glaube an das Gute "der militärischen Mission Menschenrechte", wo doch im selben Atemzug NATO-Verbündete wie das als überaus demokratisch bekannte Saudi Arabien oder Katar, das seine eigenen Demonstrationen mithilfe saudischer Soldaten niedergeschlagen hat, erwähnt werden? Und ein Letztes: Müsste Qualitätsjournalismus nicht zumindest ein paar Grundkenntnisse darüber haben, dass alle Staaten, auch die unsrigen, Interessen haben und dafür notfalls auch bereit sind, über Leichen zu gehen?

Voreilige Stigmatisierung?

Stattdessen werden Russland und China, die mit ihrem Veto im Sicherheitsrat gegen eine militärische Eskalation stimmten, als "Helfer des Mörders" Assad diffamiert ("Die Zeit"), der "gegen das eigene Volk" kämpft. Assad, so weiß es ein Kommentar in der Süddeutschen Mitte Februar 2012, "löscht das Feuer der Rebellion mit Blut". Nur konsequent fordert das bürgerliche Spektrum nun also auch für Syrien die militärische Intervention, pardon: Es spielt den objektiven Beobachter: "Die Forderung, die internationale Staatengemeinschaft müsse eingreifen, wird immer lauter" ("Süddeutsche"). Die Frage, die dabei die "NZZ" beunruhigt, ist nicht etwa jene nach den Folgen der Eskalation, sondern danach, wer schlussendlich bereit ist, die Drecksarbeit zu übernehmen und Truppen nach Syrien zu schicken.
Das ist Kriegstreiberei und gehört auch als solche bezeichnet. Es gibt nämlich noch einen anderen Weg, wie der Bundesausschuss Friedensratschlag der deutschen Friedensforscher Ende Jänner 2012 in seiner Pressemitteilung klar gemacht hat: "Wer es also wirklich ehrlich meint mit dem Wunsch nach mehr Demokratie und Partizipation der Menschen (...), muss sich jeglichem gewaltsamen Einmischungsversuch von Außen widersetzen."
Von bürgerlichen Qualitätszeitungen sollte erwartet werden dürfen, dass sie sich zum Thema Kriege und Konflikte an die diesbezüglichen Spezialisten wenden, an die Friedens- und Konfliktforscher. Denn, wie Jürgen Todenhöfer in der "FAZ" im Dezember 2011 klargestellt hat: "Jeder hat ein Recht auf eigene Meinung, aber keiner auf eigene Fakten." 

(Leserkommentar, Kurt Gritsch, derStandard.at, 14.3.2012)

Autor
Kurt Gritsch, Historiker und Konfliktforscher. Forschungsschwerpunkte: Jugoslawien, vergleichende Konfliktforschung der Arabischen Revolutionen. Zuletzt erschienen: "Inszenierung eines gerechten Krieges? Intellektuelle, Medien und der Kosovo-Krieg", Georg Olms Verlag 1999.



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#7310 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Gio 22 Mar 2012 9:13 am
Oggetto: NATO in the Balkans... more and more
jugocoord
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(Proprio alla vigilia del XIII Anniversario della aggressione del 1999, i rappresentanti della NATO intensificano le pressioni per la annessione completa delle repubbliche jugoslave nella alleanza imperialista ed il loro coinvolgimento in nuove operazioni di devastazione coloniale in paesi vicini e lontani. Le classi dirigenti locali, tutte indistintamente, si piegano al volere dei padroni.)


NATO in the Balkans... more and more

1) flashback 2011: Ambassador Konuzin: "Serbia in NATO would represent threat to Russia"
2) NATO COM NHQSA MEETS WITH CHAIRMAN OF BIH COUNCIL OF MINISTERS
3) Senator Lugar's NATO Enlargement Bill
4) NATO in the Balkans: Appetite comes with eating
5) Montenegro on track to NATO membership: NATO commander / Visit to NATO by the Prime Minister of Montenegro
6) Visit to NATO by Minister of Foreign Affairs of Croatia
7) Visit to NATO by Minister of Defence of the Republic of Slovenia


Source of the following documents in english language is the Stop NATO e-mail list 
Archives and search engine:
http://groups.yahoo.com/group/stopnato/messages
Website and articles:
http://rickrozoff.wordpress.com


=== 1 ===

http://www.b92.net/eng/insight/tvshows.php?yyyy=2011&mm=03&nav_id=73523

Danas - March 30, 2011

"Serbia in NATO would represent threat to Russia"

Jelena Tasić 


Russian Ambassador to Serbia Aleksandr Vasilyevich Konuzin told the Belgrade-based daily Danas in an interview that Russian Prime Minister Vladimir Putin’s visit last week had "completely met the principal expectations".

It went in an atmosphere of close friendship and talks about trade and economic cooperation were very concrete and pragmatic, said the diplomat. 

According to the Russian ambassador, Putin did not talk about relations between official Belgrade and NATO with Serbian President Boris Tadić and Prime Minister Mirko Cvetković. The issue, as he said, was launched by heads of parliamentary groups in the Serbian parliament who showed Putin that they were not united in their stance regarding the possibility of Serbia joining the western military alliance. 

“In that situation, Prime Minister Putin clearly presented the Russian position – Serbs should solve the issue by themselves, but Russia thinks that it is necessary to present its opinion about NATO's expansion, which is jeopardizing its security.†

Stating a concrete example, he said that nobody asked small countries in the NATO for their opinion, but that that instead decisions were made which these countries then had to fulfill. 

“Any possible decision about missile deployment in Serbia’s territory would be a threat to Russia’s security and Russia would be forced to take military actions in order to remove that military threat. Those measures would not be aimed against Serbia but against the missiles,†the Russian ambassador explained. 

Q: Is this statement of Prime Minister Putin a “warning†to the Serbian authorities? 

A: Serbia has the right to join any organization. We will respect the decision you make on your own, but we are counting on Belgrade to respectfully approach our thoughts that NATO accession would pose a threat to Russia’s security. I personally think that it is necessary to explain to Serbia what would happen if there was a threat to Russia’s security from its territory. We have been cooperating for 800 years and such a question never appeared. On the contrary, we fought wars against joint enemies and it is not quite clear for what reason weapons pointed against Russia could be deployed in Serbia.†

Q: The NATO forces in Kosovo and Metohija are effectively already in a part of the Serbian territory. How does Moscow assess their presence after Kosovo’s self-proclaimed independence? 

A: The Kosovo territory is a part of Serbia in accordance with the UN Security Council Resolution 1244. NATO's military base is there despite Belgrade’s wishes. This means contrary to international law, and unlawfully. Russia sees it that way. 
....


=== 2 ===

http://www.aco.nato.int/com-nhqsa-meets-with-chairman-of-bih-council-of-ministers-.aspx

North Atlantic Treaty Organization - Allied Command Operations - March 8, 2012

COM NHQSA MEETS WITH CHAIRMAN OF BIH COUNCIL OF MINISTERS


Chairman of the Bosnia and Herzegovina (BiH) Council of Ministers Vjekoslav Bevanda had an initial meeting with NATO Headquarters Sarajevo (NHQSa) Commander Brigadier General Gary Huffman and discussed BiH's path to NATO.

Chairman Bevanda said that the BiH Council of Ministers was committed to BiH becoming a full-fledged NATO member as soon as possible...Bevanda said that priorities on this path are resolving the issue of prospective immovable defense property and ensuring funds in the BiH budget for further modernization of the Armed Forces of Bosnia and Herzegovina in line with NATO standards.

General Huffman supported BiH's ambitions regarding NATO. He said that he appreciated the recent decision of the BiH Presidency to strengthen the role of Bosnia and Herzegovina in the ISAF mission in Afghanistan. General Huffman said it was an important message that BiH sent to NATO partners because BiH made a step forward and instead of being a security consumer it turned into a state that actively contributes to peace building and stability in the world.

The joint conclusion of Chairman Bevanda and Brigadier General Huffman is that the issue of the prospective immovable defense property should be resolved as soon as possible which would mean a step forward towards full-fledged NATO membership. The issue of destruction of surplus ammunition and weapons, and future cooperation between the BiH institutions and NATO Headquarters Sarajevo were also discussed at the meeting.


=== 3 ===

http://www.civil.ge/eng/article.php?id=24538

Civil Georgia - March 10, 2012

Georgia in Senator Lugar's NATO Enlargement Bill


Tbilisi: U.S. Republican Senator Richard Lugar has introduced the NATO Enlargement Bill, calling on President Obama to provide “a clear roadmap†for the accession of Bosnia and Herzegovina, Georgia, Macedonia, and Montenegro to NATO at the Chicago summit in late May.

“I am hopeful that the Senate will pass this measure before the NATO Summit in Chicago this May,†said Lugar, who is the top Republican on the Senate Foreign Relations committee.

The bill, which he says aims at encouraging further enlargement of NATO, declares “for the first time in U.S. legislationâ€, that Bosnia and Herzegovina, Georgia, Macedonia, and Montenegro, which currently aspire to join the Alliance, are to be considered NATO “aspirants.â€

Georgia has been referred to as “aspirant†country in a final statement of NATO foreign ministerial meeting in Brussels on December 7, 2011, which triggered Russia’s protest with its Foreign Minister Sergey Lavrov saying that he had “openly warned†his counterparts from the Alliance that such statements might serve as an encouragement for President Saakashvili to undertake “an adventure similar to the one of August, 2008.â€

Senator Lugar’s bill, if approved, will require reports to the Congress on U.S. efforts towards further NATO enlargement and on the readiness of Bosnia and Herzegovina, Georgia, Macedonia and Montenegro to join the Alliance, as well as a report on “U.S. policies to uphold Georgia’s sovereignty and territorial integrity.â€

If approved the bill will make Bosnia and Herzegovina and Montenegro eligible to receive U.S. assistance for NATO accession under the 1994 NATO Participation Act and will reauthorize assistance under the same act for Georgia and Macedonia.


=== 4 ===

http://english.ruvr.ru/2012_03_12/68221391/

Voice of Russia - March 12, 2012

NATO in the Balkans: Appetite comes with eating


A bill on NATO enlargement that is aimed at speeding up the accession of Bosnia and Herzegovina, Macedonia, Montenegro, and also Georgia to NATO was submitted to the U.S. Congress on Friday, March 9th. Its author is a well-known Republican Senator from the State of Indiana Richard Lugar. The above-mentioned bill says that the USA “continues to support the open door policy for NATO candidate countriesâ€. 

The document that was prepared by Senator Lugar urges U.S. President Barack Obama to present a “clear-cut roadmap on NATO†– meaning the membership of countries that were mentioned for the NATO summit in May of this year. This document reflects America’s interests. 

Asked how much the Balkan states are interested in it, an influential Russian Balkan studies expert, Georgi Engelgardt, says:

"The authorities of Macedonia and Montenegro are seriously interested in the integration of their countries into NATO. And as regards Bosnia and Herzegovina, this is really a very difficult question because opinions on that score differ. The EU High Representative for Bosnia and Herzegovina has always defended the Euro-Atlantic integration. Both the Bosnian Muslims and the Bosnian Croats have also favoured this idea while the Serbs and their political autonomous entity - the Serb Republic - are strongly opposed to Bosnia’s joining NATO. So it is not clear for the time being how Bosnia as a single whole will pass a decision on and take steps toward its integration into NATO."

According to information available, a separate chapter of the previously mentioned bill is dedicated to U.S. nuclear forces in Europe. Among other things, it says that at the upcoming talks “it will be necessary to convince the Russian Federation of the necessity to strengthen transparency in issues dealing with non-strategic nuclear weapons in Europe and to withdraw all these weapons from the borders of the territories of NATO member-states.†

Russian Balkan studies expert Georgi Engelgardt has certain doubts on that matter.

"Of course, of great importance for the USA here would be the support by all countries of the NATO enlargement policy on the development of anti-missile defence. It would also be good for all governments to come to the defence of this project in international and European forums. And in case of need they should offer their territories for basing missile defence elements there. As it appears, the governments of Macedonia and Montenegro will be ready to do that...However, as regards Bosnia and Herzegovina, if the Muslims and the Croats favour this too, the Serbs, despite the fact that the Bosnian Serbs were also subjected to NATO bombing 18 years ago, will disapprove granting the above-mentioned territories for military facilities. As a result, many questions will arise."

However, the biggest question is this: is it accidental that the bill on NATO enlargement has been submitted for consideration shortly before the next anniversary of NATO’s aggression against former Yugoslavia? There’s reason to believe that it will remain unanswered. Well, when it comes to big money, uncomfortable questions are ignored.


=== 5 ===

http://news.xinhuanet.com/english/world/2012-03/15/c_122835574.htm

Xinhua News Agency - March 14, 2012

Montenegro on track to NATO membership: NATO commander


BELGRADE: Montenegro is on track for NATO membership, the military alliance's supreme allied commander for Europe Admiral James Stavridis said on Wednesday.

Stavridis made the comment during a visit to Montenegro's capital Podgorica, reported the Montenegrin news agency MINA.

"Continue to implement reforms and meet commitments and I believe that this will be recognized and rewarded with membership in NATO," Stavridis said after his meeting with Montenegrin President Filip Vujanovic.

Stavridis commended Montenegro's contribution to the ISAF peacekeeping mission in Afghanistan, and highlighted cooperation between NATO and Montenegro...

Montenegrin Parliamentary Speaker Ranko Krivokapic also told Stavridis that Montenegro could contribute significantly to NATO's security priorities.

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http://www.nato.int/cps/en/natolive/news_85240.htm?mode=pressrelease

North Atlantic Treaty Organization - March 20, 2012

Visit to NATO by the Prime Minister of Montenegro


The Prime Minister of Montenegro, Mr. Igor LukÅ¡ić will visit NATO Headquarters on Wednesday 21 March 2012. He will meet with the NATO Secretary General, Mr. Anders Fogh Rasmussen and will attend the North Atlantic Council.


=== 6 ===

http://www.nato.int/cps/en/natolive/news_85267.htm?mode=pressrelease

North Atlantic Treaty Organization - March 21, 2012

Visit to NATO by Minister of Foreign Affairs of Croatia


The Minister of Foreign Affairs of Croatia, Mrs. Vesna Pusić will visit NATO Headquarters on Thursday 22 March 2012. She will meet with NATO Secretary General, Mr. Anders Fogh Rasmussen.


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http://www.nato.int/cps/en/natolive/news_85266.htm?mode=pressrelease

North Atlantic Treaty Organization - March 21, 2012

Visit to NATO by Minister of Defence of the Republic of Slovenia


The Minister of Defence of the Republic of Slovenia, Mr. AleÅ¡ Hojs will visit NATO Headquarters on Thursday 22 March 2012. He will meet with NATO Secretary General, Mr. Anders Fogh Rasmussen.


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#7311 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Gio 22 Mar 2012 12:58 pm
Oggetto: Il Brasile d'Europa
jugocoord
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http://tuttomoltobello.wordpress.com/2012/03/22/la-nazionale-che-non-ce-piu/

LA NAZIONALE CHE NON C’È PIÙ

22 marzo 2012

C’era un tempo dove si poteva sentir parlare di “Brasile d’Europaâ€, una squadra piena zeppa di fantasia dove non era complicato trovare numeri dieci che fan sognare le platee. Una nazionale che ad Italia ‘90 presentò al mondo del calcio ragazzi destinati a formare un collettivo che quell’appellativo di “Brasile d’Europa†pareva avercelo cucito addosso. Due anni dopo una terribile guerra civile distrusse in mille pezzi una nazione e con essa la Jugoslavia del calcio, dividendo per sempre un gruppo pronto a far sognare negli stadi di tutto il mondo.
Nel 1960 si gioca la prima edizione dei campionati europei. La Jugoslavia arriva in finale contro l’URSS (altra nazione che conoscerà divisioni epocali) perdendo 2-1, e nel 1962 ai mondiali in Cile si ferma in semifinale. Di quel primo gruppo erano soprattutto attaccanti e registi a farla da padrone: Dragan DžajićMilan Galić attaccante che vinse l’Oro alle Olimpiadi di Roma nel 1960 chiudendo da capocannoniere, e il regista Ivica Osim, che poi divenne l’ultimo allenatore della Jugoslavia unita. Nel 1976 la Jugoslavia giocò in casa gli europei chiudendo al quarto posto. Dopo quell’edizione la nuova generazione non portò grandi talenti in campo, e la nazionale conobbe un periodo nerissimo non riuscendo addirittura a qualificarsi per i mondiali nel 1978 e ai successivi europei. Gli anni Ottanta furono un periodo di rifondazione calcistica dove però cominciarono a crescere campioni indiscussi. A livello di club la nuova generazione si impose con la Stella Rossa di Belgrado, che a metà decennio era uno squadrone quasi interamente composto da giocatori jugoslavi, che sbocciarono nella nazionale dei mondiali di Italia ’90. In quell’edizione la Jugoslavia presentò in campo un gruppo di giovani terribili: Robert Prosinecki, Dejan Savicevic, Alen Boksic, Davor Suker, Dragan Stojković (che con l’Olympique Marsiglia vinse la Coppa Campioni contro il Milan). Venne eliminata solo ai calci di rigori dall’Argentina di Maradona campione del mondo, che poi perse in finale. Le basi per una squadra formidabile erano state poste, e campioni ne sarebbero arrivati altri. Ma nell’estate del 1991 leader politici cominciarono a tuonare dichiarazioni di indipendenza che portarono ad una guerra civile dai drammi immensi, dove dopo cinquant’anni di distanza si risentì parlare di pulizia etnica e crimini contro l’umanità.
Dopo la divisione avvenuta nel 1992, la Serbia [*] fu considerata dalla FIFA erede naturale della Nazionale della Jugoslavia, ed infatti mantenne quel nome fino al 2003. Tutt’ora bomber della nazionale è Savo Milosevic, che giocò anche a Parma per un breve periodo. Nella nazionale serba hanno giocato Savicevic, Sinisa Mihajlovic, Pedrag Mijatovic e Darko Kovacevic. Oggi gioca il talento della Fiorentina Adem Ljajic e il capitano sempreverde Dejan Stankovic. Dopo la divisione la nazionale che ha fatto meglio è stata la Croazia, quarta ad Euro ’96 e poi terza ai mondiali di Francia ’98. Bomber è stato per parecchi anni Davor Suker, diventando anche capocannoniere ai mondiali francesi. Giocatori del gruppo storico sono stati Robert Prosinescky, Goran Vlaovic, Alen Boksic e Mario Stanic. A dettare i tempi poi c’era il talento di Zvonimir Boban. La Slovenia può schierare a centrocampo la fantasia di Ilicic, in Italia a Palermo, e in porta la sicurezza di Handanovic dell’Udinese. C’è poi la Macedonia di Goran Pandev e la Bosnia-Erzegovina, che schiera in attacco la punta del City di Mancini Edin Dzeko e a centrocampo i due “romani†Pjanic e Lulic. Il Montenegro di Vucinic e Jovetic è invece la nazionale più giovane, nata nel 2006.
Oggi a mettere questi nomi tutti insieme fa impressione. Ideologie etniche invece hanno ridotto a brandelli una nazione, un territorio e una squadra di calcio. Quella che, ancora oggi e forse più che nel passato, sarebbe stata il “Brasile d’Europaâ€.

(Alberto Lucchini)

[*] In realtà il riferimento è alla federazione tra Serbia e Montenegro (ndCNJ).


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#7312 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Ven 23 Mar 2012 9:22 pm
Oggetto: Crimini di guerra NATO. ATTI del convegno TARGET
jugocoord
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Il 24 marzo 2012 cade il tredicesimo anniversario dall'inizio dei bombardamenti della NATO sulla Repubblica Federale di Jugoslavia.

Quella aggressione causò circa 500 civili uccisi "sul colpo", alcune migliaia di morti considerando anche le vittime militari, e molte decine di migliaia di decessi successivi, dovuti alle ferite ed alle modalità stragiste con cui i bombardamenti furono concepiti ed effettuati. La NATO scatenò infatti una guerra - benché non ebbe nemmeno la onestà di dichiararla in quanto tale - che fu allo stesso tempo una guerra chimica - ricordiamo ad esempio la distruzione deliberata dei serbatoi di cloruro di vinile monomero (VCM) del petrolchimico di Pancevo - ed una guerra nucleare "a bassa intensità" - poiché il territorio fu contaminato con uranio "impoverito" (U238) assieme a molti altri metalli pesanti -, causando una spaventosa impennata dei casi di tumore tra la popolazione civile negli anni successivi e fino ad oggi. 

La documentazione in merito ai crimini di guerra commessi dalla NATO e dai singoli responsabili governativi dei paesi occidentali è raccolta al nostro sito: http://www.cnj.it/24MARZO99/
Di seguito riportiamo invece l'annuncio della disponibilità degli Atti della conferenza TARGET, da noi organizzata in occasione del X Anniversario (2009) di quella stessa aggressione.

Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia - onlus

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La conferenza: http://www.cnj.it/24MARZO99/2009/TARGET/ 
Gli Atti: http://www.cnj.it/24MARZO99/2009/TARGET/ATTI/atti.html
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Gli Atti del Convegno sono accessibili online, assieme a molti altri documenti multimediali sui temi collegati, dalla URL:




Tutti gli interventi al convegno sono attualmente scaricabili come files audio in formato MP3. Tra gli altri materiali salienti (elencati di seguito) segnaliamo: la copia integrale PDF del libro "Menzogne di guerra" di J. Elsaesser; una versione navigabile dello "White Book" della RFSJ sui crimini commessi nel 1999; ben tre dossier ricchi di articoli; alcuni saggi, incluso uno importante di Ramsey Clark e l'inedito "Il prolungato 'Ottantanove' della Jugoslavia" di Andrea Martocchia.


RINGRAZIAMENTI

Sia per l'organizzazione del meeting internazionale TARGET, tenuto a Vicenza nel X anniversario dei bombardamenti NATO sulla RF di Jugoslavia (21-22 marzo 2009), che per la realizzazione della presente pubblicazione multimediale, sono stati necessari l'impegno volontario e la disponibilità generosa di molte persone.

Il principale contributo tecnico per questa pubblicazione è stato fornito da D. KovaÄević. I materiali fotografici e video della iniziativa sono stati procurati da A. Martocchia, D. De Berardinis e I.                 KereÄki.

La documentazione video sulla distruzione della Jugoslavia, sui bombardamenti della NATO e sulla occupazione del Kosovo è stata raccolta e selezionata a cura del Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia - onlus. Un particolare ringraziamento va a Carlo Pona per la fondamentale opera di digitalizzazione dei documenti VHS. Tra le opere da cui abbiamo attinto figurano:
The avoidable war (G. Bogdanich e M. Lettmayer, USA/Germany 1999-2001)
De zaak Milosevic (VPRO, Olanda 2004)
La guerra umanitaria della NATO (Cobas Alfa Romeo, 1999)
I nemici della NATO (Comitato Jugoslavia Torino e Coord. Romano per la Jugoslavia, 1999)
Papa gde ćemo spavamo (D. Stojanovski, Duke production 1999)
PanÄevo - Mrtav grad (Antonio Martino, 2007)
Sedìci persone (Corrado Veneziano, Besa edizioni 2005)
Kosovo - mesto zloÄina (Bane Milosevic, 2000)
videoclip de "Il mio nome è mai più" di Ligabue - Jovanotti - Piero Pelù (1999)
I dannati del Kosovo (V. Stojiljković e M. Collon, ed. italiana a cura di SOS Yugoslavia)
Stralci di trasmissioni dalla TV della Repubblica Serba di Bosnia, da RaiTre, dalla TV della Serbia, da Canale 5, da Russia Today
(per maggiori informazioni sulle opere si veda ad esempio http://www.cnj.it/documentazione/bibliografia2.htm#audiovideo ). 
Tra gli autori ringraziamo in particolare Riccardo Iacona e Antonio Martino, per la disponibilità esplicitamente accordata al nostro utilizzo di alcune sequenze delle loro opere ai fini della iniziativa di Vicenza e della presente pubblicazione. 
Rispetto ad eventuali diritti degli autori dei video qui presentati in brevi stralci, precisiamo comunque che la nostra divulgazione di tali stralci non risponde ad altro interesse che al desiderio e necessità di informazione del pubblico. Restiamo ovviamente a disposizione dei possibili detentori di copyright, con i quali non fossimo potuti entrare preventivamente in contatto, in caso di legittimi reclami spec. ai fini della rimozione di materiali la cui pubblicizzazione fosse indesiderata agli autori stessi.

Per la due-giorni di Vicenza è stato fondamentale il contributo dei militanti del locale sindacato RdB-CUB e di Paolo Consolaro in particolare. Ringraziamo di cuore la Fileo onlus per la disponibilità a provvedere ai pasti senza alcun ritorno in termini economici. Straordinariamente gradito è stato l'intervento dei musicisti della famiglia Milenkovich, assieme agli altri artisti che ci hanno fatto compagnia il sabato sera: Mario Mantilli con il suo Atto scenico tratto dallo spettacolo "Target - Belgrado 1999", l'Orchestra serba di Vicenza, i NeMaPrObLeMa! Orkestar.

Per ulteriori informazioni sulle tematiche legate alla aggressione N.A.T.O. contro la Repubblica Federale di Jugoslavia, alle vicende internazionali e alle attività del movimento che si oppone alla guerra e alle basi militari, nonchè per ogni aggiornamento sulla pubblicazione degli Atti del Meeting si faccia riferimento ai siti degli organizzatori - Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia onlus e Rete Disarmiamoli! . 
Per maggiori informazioni e contatti scrivere a:
jugocoord @ tiscali.it
oppure: 
disarmiamoli @ libero.it

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I n d i c e



sabato 21 marzo 2009

INTRODUZIONE
Paolo Consolaro, Roberto Luchetti (audio MP3)

I: PROPAGANDA DI GUERRA: tra disinformazione strategica e deriva politico-culturale 


- intervento Andrea Martocchia (audio MP3)
- intervento Andrea Martocchia (testo PDF)
- intervento Giulietto Chiesa (audio MP3)
- intervento Juergen Elsässer (audio MP3)
- documento: Juergen Elsässer, “Menzogne di guerraâ€, ed. Città del Sole 2002 (OCR PDF) 
- intervento Jean Toschi Marazzani Visconti  (audio MP3)
intervento Jean Toschi Marazzani Visconti: Le contraddizioni di un genocidio sancito a priori (testo PDF)
altre:
- intervista a Elsässer e Martocchia (da Radio Cooperativa) (audioMP3)

II: LE NUOVE CROCIATE: crisi macroeconomica e politiche militari 


- intervento Andrea Catone (audio MP3)
documento: Andrea Catone, Dopo l'indipendenza del Kosovo, daL'Ernesto online del 12/03/2008 (testo PDF)
- intervento Diana Johnstone: La Crociata dei Folli Continua - testo e audio


III: ECOCIDIO: gli effetti della guerra


- intervento Cinzia Della Porta (audio MP3)
- intervento Alberto Tarozzi (audio MP3)
documento: Alberto Tarozzi, estratti dal libro Impatto tra civiltaÌ€ e progetti auto sostenibili, l’Harmattam Italia, Torino 2008 (testo PDF)
intervento Valerio Gennaro: presentazione (PPT) e audio (MP3)

TEMA: Delitto senza castigo: i crimini di guerra della NATO 

- intervento Domenico Gallo (audio 
MP3)
altre:
documento: Amnesty International, L'aggressione NATO - Danni collaterali o uccisioni illegali (testo PDF - link)
White Book del Ministero degli esteri Jugoslavo, sui crimini della NATO durante l'aggressione del 1999 (in inglese): 
HTML 1. parte2. parte

sintesi in lingua italiana (testo PDF)

TEMA: Kosovo ieri e oggi


altre:
documento: opuscolo sulla crisi del Kosovo (a cura di C.Bettio,testo PDF)
contiene:
Comunicato stampa CNJ 2008
Lettera aperta al Signor Pierre Moscovici, Vice-presidente del Parlamento Europeo (Jean-Michel Berard)
"Il Kosovo deve essere indipendente" (lettera aperta di ministri dei paesi occidentali)
Varie notizie
Kosovo: quello che può comprare il denaro (R. K. Kent)
La Serbia è debitrice di giustizia in Kosovo (G. Clark)
Balcani, i troppi non-detto di Massimo D'Alema (T. Di Francesco)
Piano Ahtisaari: varie notizie
Quando i media non si ricordano più di ciò che avevano riferito sul Kosovo (
D. Johnstone)


domenica 22 marzo 2009


IV: ROVESCIARE IL TARGET - E' POSSIBILE?

La condizione dei lavoratori nei Balcani, in Italia, in Europa
- intervento Germano Raniero (audio 
MP3)
- intervento Zoran Mihajlovic (audio MP3)
intervento Nereo Turati (slides PDF)
- intervento Nereo Turati (audio MP3)

Dai bombardamenti sulla Zastava al grande movimento di solidarietà
- intervento Gilberto Vlaic (audio 
MP3)


intervento Slobodanka Ciric (audio MP3)



intervento Rajka Veljovic (audio MP3)
altre:
documento: Andrea Catone, FIAT Serbia. Un caso classico di imperialismoda L'Ernesto n.3-4/2010 (testo PDF)

DIBATTITO
- intervento di Nella Ginatempo (audio MP3)
- intervento di Walter Lorenzi (audio MP3)
- intervento di Paolo Consolaro (audio MP3) 
- intervento di Vladimir Kapuralin (audio MP3)
- intervento di Vladimir Kapuralin (testo PDF)


altra documentazione sulla conferenza, 

sui bombardamenti NATO 

e sulla distruzione della Jugoslavia


altri materiali sulla iniziativa TARGET:




altri materiali e link
sulla distruzione della Jugoslavia:


- documento:  Ramsey Clark, Divide et impera, 2004 
(testo PDF)

dossier: “Chi come e perchè ha distrutto la SFRJâ€, Com. unitario contro la guerra alla Jugoslavia, Roma 1999 (PDF - link)
contiene:
TAPPE DELLO SQUARTAMENTO DELLA REPUBBLICA FEDERATIVA SOCIALISTA DI JUGOSLAVIA
IL RUOLO DELLA TURCHIA NELLA CRISI JUGOSLAVA
IL RUOLO DELLA GERMANIA NELLA DISTRUZIONE DELLA JUGOSLAVIA
LE RESPONSABILITA' VATICANE NEL CONFLITTO BALCANICO: ALCUNI ELEMENTI
SI STANNO REALIZZANDO GLI AUSPICI DEL "VECCHIO LEONE" CHURCHILL?
LA NATO IN JUGOSLAVIA. PERCHEÌ?

documento: Andrea Martocchia, La rimozione della Jugoslavia, da L'Ernesto nn.3 e 4/2003 (testo PDF)

documento: Andrea Martocchia: Il prolungato "Ottantanove" della Jugoslavia (testo PDF)

documento: opuscolo sull'ingerenza della NATO (a cura di C.Bettio, testo PDF)
contiene:
Sulla guerra NATO contro la Jugoslavia (C. Bettio)
Problemi ecologici e giuridici collegati ai « bombardamenti di precisione (S. Gopal, N. Deller)
Il terrorismo economico del FMI (M. Chossudovsky)
«Operazione Balcani» : privatizzazione della propaganda e degli eserciti (J. Becker, M. Beham)
PRESENZA MILITARE ITALIANA NEI BALCANI 2001


- LINK: altra
 Documentazione sulla aggressione della NATO contro la  Repubblica Federale di Jugoslavia (24 marzo - 6 giugno 1999) sul sito del Coordinamento per la Jugoslavia - onlus



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#7313 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Ven 23 Mar 2012 9:24 pm
Oggetto: Una iniziativa a Siena e due importanti recensioni
jugocoord
Invia email Invia email
 

Da: partigiani7maggio @ tiscali.it

Oggetto: Una iniziativa a Siena e due importanti recensioni

Data: 22 marzo 2012 15.28.29 GMT+01.00



I PARTIGIANI JUGOSLAVI NELLA RESISTENZA ITALIANA
Storie e memorie di una vicenda ignorata

Roma, Odradek, 2011
pp.348 - euro 23,00

Per informazioni sul libro si vedano:


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Tra i nuovi inserimenti sul nostro sito segnaliamo:

Alessandra Kersevan: Intervento-recensione per la presentazione di Milano, 14 ottobre 2011

F. De Leonardis: Recensione per la rivista "Marx21" (n.1/2012 - gennaio-febbraio 2012 - PDF)

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Siena, martedi 27 marzo 2012

ore 16:30 presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università, Aula 2, Via P.A. Mattioli 10

incontro-dibattito:

I PARTIGIANI JUGOSLAVI NELLA RESISTENZA ITALIANA

Interventi dei professori Lorenzo Nasi, Paul Corner, Simone Neri Serneri,
di Andrea Martocchia (coautore del volume I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana) e del partigiano Biondo (Alfredo Merlo)

Nell'occasione saranno inaugurate le mostre fotografiche "E IO ERO SANDOKAN" e "TESTA PER DENTE"

organizzano Circolo ANPI di Ateneo "Carlo Rosselli", LinkSiena



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#7314 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Lun 26 Mar 2012 8:39 pm
Oggetto: 1999, la "prima volta" della ex-sinistra
jugocoord
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1999, la "prima volta" della ex-sinistra

Di seguito lo speciale sul 13.mo anniversario della aggressione NATO contro Serbia e Montenegro, apparso su il Manifesto del 24/03/2012

1) Kosovo, tredici anni di digiuno in serbo - di Alessandro Di Meo 
2) La "prima volta" balcanica - di Tommaso Di Francesco


=== 1 ===

Quaresima nelle enclave serbe a 13 anni dal 24 marzo '99 quando, «per proteggere i civili», cominciarono, per 78 giorni, i bombardamenti aerei della Nato a cui partecipò anche l'Italia

Kosovo, tredici anni di digiuno in serbo 

di Alessandro Di Meo 

il Manifesto, 24/03/2012

Quei raid aerei vennero motivati per i «diritti umani». Viene da «ridere» di fronte al disastro umano di centinaia di migliaia di civili serbi e delle mafie al potere nell' «indipendente» Pristina

GNJLANE. Padre Ilarion è un monaco ortodosso, vive nel monastero di Draganac in Kosovo. Proviene dal monastero di Decani, il più importante per la chiesa ortodossa serba. A Draganac c'è tanto da sistemare. Dalla chiesa ai locali per i monaci, da quelli per gli ospiti a quelli per gli animali. In Kosovo di monasteri e chiese serbe in questi 13 anni ne hanno distrutti, dinamitati e incendiati, ben 150. Vicino al monastero, c'è una sorgente d'acqua che si crede benedetta. E quando, il primo venerdì dopo la Pasqua ortodossa, si celebra la Vergine Maria, vengono in migliaia a prenderla.
Moltissimi gli albanesi che, come in altri monasteri, cercano la grazia di Dio, anche se ortodosso.
Padre Ilarion si occupa anche di altro. Ad esempio, di tante famiglie serbe che vivono in condizioni assurde. Isolate dall'intolleranza del fanatismo indipendentista made in Usa, dall'oblio di mezzi di informazione per nulla interessati alle loro vite, isolate dalla natura che, a volte, le rende irraggiungibili. Come nei mesi scorsi quando due metri di neve hanno reso la loro vita ancora più drammatica. Per la mancanza di cibo, di acqua, per la difficoltà a portare loro un aiuto.

La Cucina popolare

Queste famiglie ricevono un pasto al giorno dalla Cucina Popolare, una piccola organizzazione guidata da Svetlana, una donna serba che in questi anni è riuscita a garantire pasti giornalieri a circa 800 famiglie. Ricevono aiuti anche dal monastero ed è padre Ilarion che divide donazioni, sceglie beneficiari, le porta direttamente. La cosa che più sconvolge ma che pure, incredibilmente, riconcilia con la vita è vedere come queste famiglie siano piene di bambini!
Vedere come la vita scorra anche in questi posti, dove per arrivarci ci vorrebbe una di quelle jeep di ricche Ong che sfrecciano per strade umanitariamente distrutte da bombe altrettanto umanitarie.
E tu invece ci puoi arrivare solo col furgone di Radovan, del villaggio di Kos, vicino Osojane, in piena Metohija. Ci arrivi con le sue manovre, a volte improbabili, ma pure con la rabbia. Serve anche quella. Perché ti chiedi come mai nessuno racconti della vita di questa gente; e perché il vivere in queste condizioni non diventi grido di dolore da far sentire al mondo. E perché il Kosovo e la Metohija siano stati ridotti così, senza che nessuno abbia mosso un dito. Per creare questa finta e insopportabile pseudo-libertà e pseudo-indipendenza, sono stati ridotti prima a un ammasso di macerie, ora lasciati a se stessi. Che si consumino le violenze contro i serbi nella Metohija, che si consumino nell'isolamento più totale gli stessi serbi del Kosovo!
E si costruiscano ancora alberghi lussuosi, pompe di benzina, statue della Libertà (a Pristina, sopra un hotel), statue dei Liberatori (Bill Clinton, sempre a Pristina). E si lascino marcire le carogne di tanti animali ammazzati dalle auto lungo le strade. Cani, gatti, volpi, si lascino così che il Kosovo e la Metohija sono una discarica a cielo aperto e l'immondizia la trovi ovunque. Vicino le case, lungo le strade, sparsa nei campi.

BondSteel e i Monasteri

Era questa, dunque, la libertà a cui si aspirava? Era questa l'indipendenza? Era il poter sventolare bandiere dell'Albania e degli Stati Uniti su tanti, troppi balconi? Era il ricevere soldi a fondo perduto per rendere il territorio sgombro da gente scomoda? Nei pressi di Urosevac, a sud della regione, sorge Bond Steel, la più grande base Usa in Europa. Una vera e propria città di cui poco si sa e poco si deve sapere. E chi può controllare un territorio da cui nulla deve trapelare meglio di mafie, malavita e narcotraffico, oggi al potere nel Kosovo «libero e indipendente» dove è perfino proibito pronunciare la parola Metohija, dal greco «terre che appartengono ai monasteri?».
È tempo di Quaresima e padre Ilarion mi illustra la pratica del digiuno, osservato per sette settimane prima della Pasqua, esclusi sabati e domeniche, tanto da arrivare a 35 giorni. Un digiuno detto dell'acqua, si mangiano solo cose bollite, niente carne, pesce, proteine animali, oli, vino. Si arriverà a 36,5 giorni col sabato santo e metà domenica di Pasqua. Un decimo di anno di digiuno offerto al Cristo Risorto.
Ma nei villaggi di Gnjlane e Novo Brdo, visitando famiglie, non sembra necessario il rispetto di date e ricorrenze per praticare digiuni. La povertà concede spesso solo pane e farinacei, la carne è cosa rara.

Uranio impoverito e Marchionne

Parlare di ingresso nell'Unione Europea qui ormai fa sorridere. Così come parlare di sacrifici per superare crisi. E fa sorridere incontrare all'aeroporto di Belgrado, al ritorno, operai specializzati della nuova Fiat che «esporta lavoro». Questi lavoratori devono dire «signorsì», ché la lettera di licenziamento è pronta anche per loro. Sono quasi 1700 e stanno a Kragujevac, dove non c'è più posto per dormire, con intere famiglie serbe senza lavoro trasferitesi a casa di parenti o amici pur di affittare agli italiani la propria a prezzi stracciati per guadagnare qualcosa per sopravvivere.
Sono preoccupati, questi lavoratori, del cibo mangiato in Serbia, in questo loro distaccamento forzato, lontano dalla famiglia perché c'è da formare operai serbi per farli produrre tanto pagandoli poco, a zero diritti. È la cura Marchionne. Del resto non erano umani, quei diritti, ma solo roba di malattie, turni e orari decenti, tutela delle donne, ferie, pause pranzo, cose così. Fa sorridere e anche tenerezza, che si preoccupino per il cibo. Le bombe hanno fatto danni al ciclo vitale. Uranio impoverito, plutonio, radiazioni, inquinamento chimico e batteriologico. Loro lo sanno, glielo hanno detto anche gli scienziati, ma devono arrangiarsi. Sanno pure che la gente qui si ammala sempre più di leucemia e tumori vari a causa di quello che c'è stato. Qualcuno ha dimenticato? 
Sono passati 13 anni da quel 24 marzo 1999, quando la Jugoslavia fu definitivamente affossata da 78 giorni di bombardamenti Nato, ai quali partecipò anche l'Italia. Ci dissero che si andava a proteggere civili e portare democrazia e rispetto di diritti umani. Sì, fa proprio sorridere tutto questo. Ma anche piangere. Lo sguardo dei bambini visitati non sappiamo toglierceli dagli occhi. Alcuni sereni, nonostante tutto, altri impauriti da situazioni difficili dentro le famiglie, altri persi nel vuoto; problemi psichici, chi mai se ne occuperà? Sì, quello sguardo ti resta appiccicato.
Professionisti dei diritti umani non vengono fino quaggiù. Preferiscono la ribalta, dove c'è il dittatore di turno da abbattere e fantomatici oppositori da foraggiare con armi e soldi, coi quali accordarsi per il futuro da sfruttare.
Qui no, non viene nessuno. Non ci sono dittatori. La Serbia è paese democratico, si manganellano manifestanti e si finisce in carcere se protesti troppo, anche se puzzi di fame. Questo dicono che sia Kosovo, un altro governo, con a capo criminali indagati per traffico di organi umani, ma eletti democraticamente. E allora? E allora questi bambini semplicemente non esistono!
Stupidi noi che li andiamo a cercare, che torniamo con nel cuore idee per farli sorridere un po'.
«Smejes se!», Sorridi!, bambina persa nel vuoto di un gioco che neppure sai sognare. Vuoi conoscere il mare? In tv l'avrai visto. Proveremo a portarti noi. Ci vorranno soldi, sarà difficile trovarli, mica ci compriamo aerei da guerra! Per quelli si trovano facilmente, per il tuo sorriso no, bisogna scalare montagne e pregare. Non il tuo dio. Bisogna pregare gli umani, quelli che non si fanno scrupoli davanti all'immagine della tua povera casa, perché sanno trovare alibi.
Ma noi, cocciuti, il mare te lo faremo conoscere. E toccare. E giocare. Insieme ai tuoi fratelli, sorelle, ai tuoi amichetti del villaggio vicino, così vicino che nemmeno riesci a giocarci insieme. È pericoloso, la sera c'è il coprifuoco. Passano follia e provocazione, tirano sassi alle finestre, vogliono spaventare il tuo sonno. A volte sparano. Alla fine ci riescono, ti spaventano. Ma tu chiudi gli occhi e prova a dormire. Prova a sognarlo, quel mare visto in tv. Da vicino sarà pure più bello.

* Un Ponte per...


=== 2 ===

La "prima volta" balcanica 

di Tommaso Di Francesco

il Manifesto, 24/03/2012

Alle origini «criminali» e dimenticate dell’Ue. L'incipit della globalizzazione armata dell'Occidente, europeo e statunitense.

Con la guerra «umanitaria» della Nato che scatta il 24 marzo 1999 si realizza un incipit davvero di rilievo, una vera epifania:

1 - per la prima volta (c’era stata solo un anticipo di due giorni di raid nel 1994 contro i serbi di Bosnia che assediavano Sarajevo) l’Alleanza atlantica, oltre il suo mandato costitutivo – che avrebbe dovuto essere residuale dopo il crollo dei regimi dell’est, essendo stata costituita come alleanza militare per fermarne l’eventuale aggressione – entra in guerra bombardando dal cielo, per 78 giorni, con tonnellate di missili Cruise e di cluster bomb un paese del sud-est europeo di milioni di abitanti. Distruggendo con «chirurgica» e «intelligente» precisione strade, ponti, scuole, ospedali, bus, treni, asili, città, mercati, fabbriche.

2 - Da lì, per la prima volta, la Nato ricostruirà e legittimerà la sua esistenza, con il vertice dell’aprile 1999 di Washington – in piena guerra – ridefinendo e trasformando in chiave offensiva ruolo e
strategia internazionale. Che poi porterà l’Alleanza in guerra in Afghanistan nel 2003, in Libia nel 2011, e a definire una operatività militare in Africa e Medio Oriente.

3 - Per la prima volta, esplicitamente, la guerra contro l’ex Jugoslavia si chiamerà «umanitaria», non più solo il «Desert storm» dell’Iraq o il «Ridare speranza» della Somalia.

4 - La guerra aerea, gestita in prima persona dall’aviazione statunitense, per la prima volta accrescerà il potere di controllo della leadership di Washington dentro la Nato sull’Europa, fino al condizionamento dei bilanci militari dei vari paesi aderenti, rivelatisi con la guerra di bombardamenti aerei sull’ex Jugoslavia, inappropriati ai nuovi compiti bellici. E questo a ovest e, per la prima volta a est. Fino al coinvolgimento nel 2004 nella coalizione dei volenterosi, da parte del presidente americano Gorge W. Bush, di tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia, Russia esclusa, nella guerra all’Iraq per fermare le «armi di distruzione di massa» che proprio non c’erano.

5 - Da lì nasce e si rafforza, per la prima volta, la rischiosa strategia dell’allargamento a est della Nato che porterà l’Alleanza atlantica ad aprire basi militari in tutto l’est europeo, ai confini
dell’ex nemico numero uno, la Russia (certo non paragonabile all’ex Urss) fino alla guerra del 2008 nel Caucaso in sostegno alla Georgia che decise, su consiglio atlantico, di attaccare militarmente l’Abkhazia che aveva proclamato la secessione da Tbilisi.

6 - Altro incipit non trascurabile: si conferma la giustizia internazionale dei vincitori. Con l’istituzione all’Aja del Tribunale internazionale per i crimini nell’ex Jugoslavia, ad hoc, visto che la potenza militare guida della Nato, gli Stati uniti, non riconoscono il Tribunale penale internazionale dei diritti umani. E all’Aja, in modo a dir poco manicheo, saranno processati e condannati solo i criminali doc già additati dai media internazionali al seguito delle potenze occidentali; mentre i crimini della Nato – nei raid aerei le vittime civili secondo il governo filoccidentale di Belgrado furono 3.500 –
restano impuniti (con tanto di protesta addirittura di Antonio Cassese, già presidente del Tribunale dell’Aja sull’ex Jugoslavia, contro il procuratore dell’epoca Carla Del Ponte). Come impuniti restano, dopo la giusta condanna internazionale del massacro di Srebrenica, le altre «Srebrenica» commesse dai musulmani contro i serbi, come la strage di Kazanj a Sarajevo.

7 - E se parliamo di «prima volta», come dimenticare che con la guerra di bombardamenti aerei della Nato nasce, in aperto disprezzo del diritto internazionale , un nuovo Stato, il Kosovo, autoproclamatosi indipendente nel febbraio del 2008 con sostegno esplicito degli Stati Uniti. Nasce una nuova nazione grande quanto il Molise, sulla base di una secessione etnica dalla Serbia – un nuovo innesco d’incendio nei Balcani – e intorno alla megabase statunitense di Camp BondSteel, presso Urosevac. Anch’essa costruita fuori dal Trattato di pace di Kumanovo del giugno 1999. Che poneva fine alla guerra avviando una amministrazione internazionale che escludeva basi militari straniere, acconsentiva all’ingresso delle truppe Nato (e dell’amministrazione Un-Mik) in Kosovo ma pariteticamente riconoscendo l’autorità di Belgrado sulla regione, del resto culla storica della nazione, della religione e dell’identità dei serbi.

8 - Inoltre, ed è per noi forse l’incipit più importante, la guerra «umanitaria» del 1999 venne gestita in chiave bipartisan dal governo «più di sinistra» che il Belpaese abbia mai avuto: il governo D’Alema. 
L’Italia aderiva a questa guerra che si aggiungeva al conflitto sul campo e arrivava buon ultima nelle guerre balcaniche degli anni Novanta. Alle quali, ecco l’altro incipit europeo, la nascente Unione europea che emergeva politicamente nel 1991 aveva dato il suo criminale contributo, insieme ai sanguinari nazionalismi interni. Aiutando a demolire la Federazione jugoslava – che ancora esisteva con un governo autonomo, riconosciuto in sede Onu – con i riconoscimenti delle indipendenze di Slovenia e Croazia proclamate su base etnica. Poi tutto, inevitabilmente, precipitò nella Bosnia Erzegovina che in piccolo rappresentava la complessità dei popoli e delle etnie dell’intera Federazione jugoslava. Così si abdicava, anche da parte delle forze del movimento operaio, alla nostra Costituzione fondativa. Che all’articolo 11 dichiara di «bandire la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali» È da lì che è cominciata a sparire ogni identità della sinistra.


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#7315 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Mer 28 Mar 2012 9:10 pm
Oggetto: I “nostri†alleati locali di cinque guerre in venti anni
jugocoord
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http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=206

“Eroi partigiani� I “nostri†alleati locali di cinque guerre in venti anni
di Marinella Correggia (28 marzo 2012)
*
Sono stati molti i dittatori filoccidentali appoggiati dagli Usa in nome dell’aurea regola “è un figlio di, ma è il nostro figlio diâ€, come ebbe a dire il presidente Franklin Delano Roosevelt del dittatore nicaraguense Somoza.
Quando poi accade che l’Occidente debba rovesciare un regime (dittatoriale o meno) inviso da sempre o caduto in disgrazia, allora subentrano altri “nostri figli di puttanaâ€: i presunti rivoluzionari locali. E’ successo più volte dal 1991. La tragedia è che mentre i dittatori filoccidentali erano odiati da quella galassia pacifista/movimentista/ong di persone impegnate contro la guerra, le ingiustizie internazionali e la violazione dei diritti umani, ebbene questa stessa galassia più volte ha preso lucciole per lanterne quanto ai locali “nemici dei dittatoriâ€. Gli occidentali sono incapaci di fare rivoluzioni a casa loro; e tentano “rivoluzioni per procuraâ€. Ma scelgono male. Prendono regolarmente per “partigiani della libertà†quelli che ben presto si rivelano un’accozzaglia del peggio. Non solo: si affidano agli stessi soggetti locali che sono sponsorizzati dall’Impero. Magari invocando giustificazioni per assurdo (della serie: “beh, se è dovuta intervenire la Natoper aiutare i ribelli in Libia, anche se sappiamo che la Natoha fini propri, i ribelli hanno i loro, è l’eterogenesi dei fini“).
Naturalmente i governi occidentali interessati a defenestrare a turno i “dittatori che uccidono il loro stesso popolo†(se uccidessero un altro popolo sarebbe meglio o peggio?, vien da chiedersi davanti a questa frase collaudata) hanno tutto l’interesse a spacciare i loro interventi armati diretti e indiretti per “protezione delle popolazioni civili e disarmate in rivolta†e per “sostegno alla democraziaâ€. E a eleggere i loro protetti locali a “legittimi rappresentanti†di un intero popolo, sia esso schierato con la rivolta oppure no.
E’ successo in tutte e cinque le guerre occidentali per ragioni geostrategiche. En passant è poi successo anche senza guerre, con l’infinità di rivoluzioni “colorate†soprattutto nell’Est europeo e con i tentati colpi di stato (si pensi a quello contro il “dittatore†Chavez del Venezuela, eletto un’infinità di volte). E sta succedendo in Siria. E, prima, in Libia, in Afghanistan, in Iraq.
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Siria: Fides, Human Rights Watch e perfino Foreign Affairs...
Recenti notizie dalla Siria: pulizia etnica, torture, assassini, rapimenti. Le accuse che da un anno si rivolgono al governo e all’esercito, che da un anno starebbero reprimendo atrocemente una “rivoluzione disarmata o che al massimo si autodifende†(come sostiene il leader del Consiglio nazionale siriano Bhuran Ghalioun)? No. Si parla di crimini compiuti dall’opposizione armata. E non lo dice “il regime di Damascoâ€. Lo dicono rispettivamente un’agenzia cattolica e una multinazionale dei diritti umani.
L’agenzia cattolica Fides, leggiamo su Contropiano, riprende l’allarme lanciato dalla chiesa ortodossa siriana e il 21 marzo parla di “Pulizia etnica a Homs. Bande di mercenari di Al Qaeda provenienti da Libia e Iraq e appartenenti alla brigata Faruq vicina ad Al Qaeda cacciano decine di migliaia di cristiani dalle loro case di Homs senza permettere loro di portare nulla. I militanti jihadisti avrebbero già espulso il 90% dei cristiani di Homs. Andando casa per casa nei quartieri di Hamydiya e Bustan al-Diwan.
Dal canto suo l’organizzazione statunitense Human Rights Watch, autrice in dicembre di un lungo rapporto di denuncia del governo siriano (redatto solo sulla base di interviste a disertori e oppositori), stavolta sulla base di video e di denunce di residenti riferisce di torture mortali, rapimenti e perfino di una impiccagione compiuti da gruppi vicini all’Esercito siriano libero (la galassia dell’opposizione armata che ha un rapporto di collaborazione con il Cns). Insomma le stesse grandi Ong, che come i media occidentali mainstream sono stati strumenti di propaganda di vari governi nel produrre una escalation della crisi e nel demonizzare il regime†(http://english.al-akhbar.com/content/new-phase-syria-crisis-dealmaking-toward-exit), scoprono improvvisamente che l’opposizione compie atti contro i diritti umani. Parlare di “rivoluzione sirianaâ€, poi, sembra fuori luogo. E molto reale pare invece l’ipotesi del complotto straniero da parte di Stati Uniti, Israele e alcuni paesi arabi contro l’asse Tehran-Damasco-Hezbollah, ritenuto l’unico vero ostacolo all’egemonia americana e israeliana in Medio Oriente (http://www.foreignaffairs.com/articles/137338/patrick-seale/assad-family-values?page=show). Della rivolta di oggi contro Bashar Assad i Fratelli musulmani sembrano essere stati i principali destinatari di armi e finanziamenti da parte di Libia, Qatar, e altri, ed essere aiutati da jihadisti arrivati da fuori e che comunque operano sotto l’ombrello del Syrian National Council.
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 Libia: “ribelliâ€, “partigianiâ€, “rivoluzionariâ€, “brave personeâ€....
Il Doha Statement a chiusura della conferenza del “gruppo di contatto sulla Libia svoltasi in Qatar il 13 aprile 2011, così definiva gli oppositori al regime libico: “A differenza del regime attuale, il Consiglio nazionale transitorio è un interlocutore legittimo che rappresenta le aspirazioni del popolo libico – dialogo, riconciliazione, elezioni libere, società civile, diritti umani e costituzionali e riforme economicheâ€. Salvo per le ultime due parole, questa definizione degli oppositori al governo libico appariva già allora surreale: avvantaggiati dalle bombe della Nato che avevano chiesto a gran voce, i loro capi politici rifiutavano ogni dialogo. Quanto ai diritti umani, i video con i poliziotti e i neri impiccati dai “ribelli†armati già circolavano allora; poi sarebbe venuto l’atroce assedio a Sirte e ai suoi civili; e in seguito, nella “Libia libera post-Gheddafiâ€, le torture di massa, i diecimila prigionieri, la deportazione dei neri di Tawergha. Riconciliazione nazionale?La Libiaè nel caos della vendetta, del razzismo, del settarismo e delle milizie armate, altro che elezioni e civili.
Stanno ora in silenzio e non si scusano per il gigantesco abbaglio quelle formazioni ed esponenti della “sinistra†occidentale che di volta in volta chiamarono i gruppi armati libici “partigianiâ€, “giovani rivoluzionariâ€, “un gruppo di brave personeâ€, “civili attaccati armati per autodifesaâ€. Testuale.
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 Afghanistan: rivoluzionari, i warlords?
C’erano una volta in Afghanistan i mujaidin che gli Usa e l’Arabia Saudita armarono per sloggiare l’Unione Sovietica e che poi distrussero Kabul e altre città e villaggi facendosi la guerra fra “signori della guerraâ€, nella prima parte degli anni 1990, fino all’arrivo dei talebani. Alcune fazioni anti-talebane, come l’Alleanza del Nord guidata da Ahmad Shah Massud, entrarono successivamente nelle grazie anche di alcuni attivisti d’Occidente. Rivoluzionario, Massud? Chiedete alle donne afghane esiliate del movimento Rawa (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan) e vi diranno: “L’Alleanza del Nord come gli altri gruppi armati è responsabile di moltissimi crimini; quanto i talebaniâ€. Nondimeno, nel 2001 i mujaidin che distrussero Kabul tornarono a essere gli alleati locali degli Usa, nei bombardamenti per sgominare i talebani. E il governo filoUsa post-bombardamenti ha visto i warlords in posizione dominante, a tutti i livelli (centrale e locale)
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Iraq: i curdi “buoniâ€
Alleati dell’Occidente contro Saddam dal 1991 in poi furono due formazioni curde dell’Iraq del Nord, capeggiate rispettivamente da Barzani e Talabani. A loro “protezioneâ€, una no-fly zone dell’Onu che sarebbe durata fino alla successiva guerra all’Iraq nel 2003 riuscì a far diventare il Kurdistan iracheno un protettorato dell’Occidente. Che non era certo così gentile con i curdi rivoluzionari del Pkk, operanti nella Turchia alleata della Nato. Barzani e Talabani funsero spesso da cani da guardia dell’occidente contro, appunto, i curdi “cattivi†del Pkk quando questi sconfinavano pensando di proteggersi.
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Kosovo: i “guerriglieri indipendentisti dell’Uckâ€
1999: nella “guerra umanitaria†della Nato, chiamata “Forza determinata†e formalmente condotta sulla base di notizie false per “fermare il genocidio della popolazione kosovara a opera dell’esercito di Milosevicâ€, furono gli armati dell’Uck (Esercito di Liberazione del Kosovo) a fungere da alleati locali della Nato. L’Uck, di cui anche esponenti della sinistra europea si innamorarono brevemente, fu armato, addestrato, sostenuto da Ryiad come da Washington. Ma il governo “indipendente†di Pristina emerso dai bombardamenti della Nato nella primavera del 1999, ed emanazione dell’Uck stesso, si è rivelato un focolaio di criminali: attivi nel narcotraffico, implicati (come da denuncia del Consiglio d’Europa) nell’estrazione di organi da prigionieri serbi, persecutori della minoranza serba ancora presente in Kosovo dopo una pulizia etnica pressoché totale ai suoi danni...
(Intermezzo riguardante la guerra in Jugoslavia che insanguinò l’Europa nei primi anni 1990. Anche in quel caso, non solo i governi occidentali ma gli stessi “pacifisti†tendevano a considerare “buoni†i croati e musulmani contro i “cattivi†serbi. Ne risultò che la missione di interposizione Mir Sada, destinazione Sarajevo – agosto 1993 – dovette fare retrofront ben presto perché... i buoni croati e musulmani non erano più buoni e si bombardavano a vicenda e avrebbero bombardato certamente anche i poveri pulman italiani carichi di pacifisti).


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#7316 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Gio 29 Mar 2012 6:08 pm
Oggetto: Kapitalizam i marksizam
jugocoord
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(Mentre il capitalismo crea milioni di senzatetto, disoccupati e affamati, il Papa insiste che "a Cuba il marxismo è fuori tempo massimo"... )

http://www.advance.hr/vijesti/dok-kapitalizam-gomila-milijune-beskucnika-nezaposlenih-i-gladnih-papa-tvrdi-kako-je-marksizam-na-kubi-zakazao/

Dok kapitalizam gomila milijune beskućnika, nezaposlenih i gladnih Papa tvrdi kako je "marksizam na Kubi zakazao"


D. Marjanović (advance.hr)
vrijeme objave: Utorak - 27. Ožujak 2012 | 19:13


Papa Benedkit XVI stigao je na Kubu kako bi propagirao vjeru, ali - sudeći prema izjavama - i politiku. Neposredno prije njegovog dolaska na Kubu tamoÅ¡njim vlastima i narodu je poruÄio "marksizam je zakazao". Ako to Papa zaista misli, onda oÄito ne zna Äitati ekonomske i druge statistiÄke podatke.

Stanovnici Kube imaju daleko najveći životni vijek u regiji, zdravstvo i Å¡kolstvo besplatno je za svih, da nitko nije gladan ili da mu ne fali krov nad glavom i dalje se brine država. Nakon raspada SSSR-a Kuba se okrenula permakulturi i lokalnoj poljoprivredi, zbog toga danas ima možda i najzdraviju hranu na svijetu - reorganizacija cijelog druÅ¡tva ne bi bila moguća bez pravovremene i toÄne intervencije države. Kuba je meÄ‘u prvim zemljama u svijetu po broju lijeÄnika po glavi stanovnika.

Svaki stanovnik Kube ima krov nad glavom, ukupna renta ga stoji tek 10% godiÅ¡nje plaće. Glad na Kubi je nepoznanica. ProsjeÄni Kubanac ne živi u luksuzu, ali definitivno ima sve za život dostojan Äovjeka - struju, plin, Tv, radio i sve ostale potrepÅ¡tine sastavni su dio gotovo svakog doma. Koliko stanovnika danas u SAD-u mogu samo sanjati o tim osnovama?
Na Kubi možete završiti kao beskućnik jedino ako beskućništvo doživljavate kao filozofski stav.

Kuba ima pismenost od 99,8%, smrtnost novoroÄ‘enÄadi manja je nego u nekim razvijenim zemljama. Kuba je jedina zemlja na svijetu koja zadovoljava WWF standarde obnovljivog razvoja - drugim rijeÄima, Kuba je jedini model prema kojem ovaj svijet može dugoroÄno opstati.

Å to je gospodin Papa zapravo želio reći kada je, na oduÅ¡evljenje korporativnih medija diljem svijeta, poruÄio "marksizam ne funkcionira". Da li su ovi veliki uspjesi na Kubi nastali sami od sebe? Nekim neobjaÅ¡njivim Äudom? Ne, upravo je kubanski socijalizam - koji kao direktan izvor koristi djela Karl Marxa - zaslužan za sve ovo. Kuba, da nije podobnih medija, danas bi se prouÄavala kao glavna smjernica kojom valja krenuti. AmeriÄke sankcije i uvoÄ‘enje embarga ruÅ¡e države diljem svijeta, Kuba je pritisnuta njima već preko pola stoljeća i unatoÄ tome, unatoÄ svim pokuÅ¡ajima da je se slomi, i dalje prosperira i prkosi pred cijelim ljudskim rodom.

ZaÅ¡to se gospodin Papa ne osvrne na druge zemlje? ZaÅ¡to malo ne pogleda kako mu katoliÄko stado danas živi u Å panjolskoj i Italiji? Å to je tamo "zakazalo"? Mladi ljudi diljem Italije i Å panjolske nemaju posao, bore se za vlastitu egzistenciju, siromaÅ¡tvo eskalira, ljudi se hrane po kontejnerima - ali ne, nije kapitalizam zakazao, već socijalizam. ZaÅ¡to? Zato jer vjerski voÄ‘e na Kubi ne sjede u zlatnim stolicama? 

Kapitalizam je taj koji je zakazao, kapitalizam je taj koji je proizveo sustav koji je u potpunosti suprotan s uÄenjima Krista.
"LakÅ¡e je devi proći kroz uÅ¡icu igle no bogataÅ¡u stići u kraljevstvo nebesko", zar te poruke koje je uputio Isus svojim uÄenicima danas Papi ne znaÄe baÅ¡ niÅ¡ta? Gdje je na svijetu najveći jaz izmeÄ‘u bogatih i siromaÅ¡nih? Na Kubi? Ili je možda meÄ‘u najnaprednijim kapitalizmima kao Å¡to je SAD?

Papa se svijetu predstavlja kao uÄen Äovjek - onda Papa zasigurno zna da na Kubi nije vladao "marksizam" oduvijek već su ga revolucijom donijeli Fidel Castro, Che Guevara i ostali revolucionari 1959.
Prije socijalistiÄke revolucije, prema UN-ovoj ekonomskoj komisiji za Latinsku Ameriku, jaz izmeÄ‘u bogatih i siromaÅ¡nih (ukupna primanja najbogatijih 10% populacije podijeljena s ukupnim primanjima najsiromaÅ¡nijih 10%) bio je 1 naprema 64 - nakon uspostave socijalizma taj omjer je pao na 1 naprema 4.
Ali ne, jednakost među ljudima nije dobra - za Papu je to propali sistem koji treba što prije mijenjati na onaj neo-liberalni.

Svojim politikantskim nastupom Papa je pokazao koju stranu podržava. Danas se nastoji prikazati slika u medijima da je narod Kube fanatiÄno doÄekao Papu i kako jedva Äekaju da njegove ekonomsko-socijalno-politiÄke najave postanu stvarnost. Istina je sasvim drugaÄija - doÄek nije bio nimalo spektakularan.
"za razliku od Meksika, publika je bila daleko manje entuzijastiÄna", prenosi CBS news.

Kubanci su narod koji drži do tradicije, ali to ne znaÄi da Papa ima velik utjecaj.
"Ako krstimo naÅ¡u djecu u KatoliÄkoj Crkvi, to je većinom radi tradicije, jer tako su radili naÅ¡i oÄevi i djedovi. Svećenici će onda reći kako su svi krÅ¡teni zapravo Katolici, ali i oni sami znaju da to nije istina", rekao je Lazaro Cuesta za Havana Times.

Cuesta je predstavnik najbrže rastuće vjerske zajednice, ali ona nije Kršćanstvo nego Santeria - tradicionalno afriÄko vjerovanje. Afro-kubanski sveci zovu se Orishas i u njih, prema Lazaro Cuestu, vjeruje oko 80%. KatoliÄka crkva se jako protivi tom trendu.
Zašto toliki broj Kubanaca se okreće Santeriji, a ne Kršćanstvu? Cuesta daje u slijedećem pojašnjenju: "Ljepota Santerije je u tome da se bavi ovozemaljskim problemima kao što su zdravlje, ljubav, posao... Mi u Santeriji ne nudimo raj, već pomažemo jedni drugima da nam život bude bolji ovdje, na zemlji".

izvor(i): CBS | Havana Times | Telegraph
VaÅ¡i komentari: (124): http://www.advance.hr/vijesti/dok-kapitalizam-gomila-milijune-beskucnika-nezaposlenih-i-gladnih-papa-tvrdi-kako-je-marksizam-na-kubi-zakazao/

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#7317 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Gio 29 Mar 2012 7:47 pm
Oggetto: Il y a 20 ans, la Yougoslavie explosait (2e partie)
jugocoord
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(La 1e partie: http://www.csotan.org/ao/article.php?ao_id=42&art_id=550&Mois=juin&Year=2011
ou http://www.michelcollon.info/Il-y-a-20-ans-la-Yougoslavie.html
ou http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/7102 )


http://www.csotan.org/ao/article.php?ao_id=43&art_id=571&Mois=octobre&Year=2011

Il y a 20 ans, la Yougoslavie explosait (2e partie)


Bien que sa sécession se soit déroulée pacifiquement, la Macédoine dut attendre bien plus longtemps que les autres républiques yougoslaves pour être admise à l’ONU, sous le vocable d’« Ancienne république yougoslave de Macédoine », ou FYROM selon son acronyme anglais. Et ce n’est qu’à la fin 1993 que son indépendance, proclamée en septembre 1991,fut reconnue par de premiers pays de l’Union européenne, et au début 1994 par les Etats-Unis, soit un an et demi après la Russie. En cause, déjà, l’attitude hostile de la Grèce, inquiète que le nom « constitutionnel » du nouvel Etat (« République de Macédoine ») n’implique des revendications territoriales sur la région du même nom occupant le nord de son Etat. Après avoir entraîné divers blocus grecs dans les années ’90, cette querelle a suscité le veto d’Athènes à l’entrée du pays dans l’OTAN en 2008 et continue de bloquer son adhésion à l’UE.

Si les mesures de rétorsion grecques peuvent paraître démesurées au regard du faible poids, tant militaire qu’économique, de la Macédoine, il faut admettre que, si Skopje voulait à tout prix susciter l’ire d’Athènes, elle n’agirait pas autrement. Le centre de la capitale macédonienne est encombré de monuments et de références à la gloire de héros grecs antiques, en premier lieu Alexandre le Grand. On pourrait vainement chercher une quelconque filiation entre ce paléo-impérialiste de génie et la population macédonienne, peuple slave arrivé dans la région plus d’un millénaire après sa mort.

En outre, cette polémique identitaire laisse de marbre les diverses minorités du pays : Turcs, Serbes, Roms et, surtout, Albanais qui constituent à eux seuls plus d’un quart de la population. La tension entre ces derniers et la majorité slave a culminé en 2000 quand une émanation de l’Armée de libération du Kosovo (UCK), l’Armée nationale de libération (UCK-M), a déclenché une guérilla contre les forces de sécurité macédoniennes. Cette « petite » guerre, qui causa quand même un millier de morts, s’est achevée en août 2001 par la signature de l’accord d’Ohrid. Imposé sous la pression occidentale, cet accord a octroyé divers droits à la minorité albanophone (décentralisation, meilleure représentation dans les services publics, reconnaissance de l’albanais comme langue officielle…), à condition que l’UCK-M se transforme en parti politique et que – à l’inverse du Kosovo – elle renonce à toute idée de sécession ou de « Grande Albanie ». Une force de l’OTAN était déployée pour garantir le cessez-le-feu et désarmer les anciens rebelles.

Petite particularité de ce conflit, des instructeurs états-uniens étaient déployés dans les deux camps, armée macédonienne et UCK-M. Il fallut même une intervention de soldats états-uniens de la force de l’OTAN au Kosovo pour secourir un groupe de rebelles qui s’étaient aventurés dans la banlieue de Skopje. Parmi eux, se trouvaient 17 officiers de la MPRI, la firme de Virginie qui avait planifié les offensives de l’armée croate contre les Serbes de la Krajina en 1995 !

La force de l’OTAN a été remplacée en 2003 par une mission militaire de l’UE, complétant la mise sous tutelle du pays par Bruxelles, qui le gratifiait un an plus tard du statut de « candidat ». Bien qu’il ait été érigé en modèle de la Banque mondiale pour l’audace de ses « réformes »,sa situation économique reste profondément morose, avec un taux de chômage évoluant largement au-dessus de 30 %. Alors que les « questions nationales » des deux principaux groupes ethniques ne sont pas résolues, l’écart de niveau de vie entre les Macédoniens et les autres citoyens d’ex-Yougoslavie n’a cessé de se creuser.

***

Sous la direction de Milo Djukanovic, qui a alterné pendant près de vingt ans les postes de Premier ministre et de Président de la république, le Monténégro a longtemps maintenu des liens avec la Serbie. Ayant fondé avec elle, en 1992, la « République fédérale de Yougoslavie » sur les décombres de la « République fédérative socialiste de Yougoslavie » de Tito, le Monténégro a progressivement pris ses distances avec Belgrade. Une vague confédération, la Communauté d’Etats Serbie et Monténégro, a été formée en 2003, prélude à une séparation complète en 2006, à la suite d'un référendum sur l’indépendance remporté de justesse par les sécessionnistes.

Sous Milosevic, pendant la décennie de sanctions qui ont accablé la RFY, Djukanovic a consolidé son pouvoir en accroissant son autonomie vis-à-vis de Belgrade, encourageant une identité monténégrine dans une population qui s’est longtemps considérée comme une branche de la nation serbe. Mais, surtout, il a pris prétexte des embargos pour développer d'importants réseaux de contrebande « pour le bien du pays ». Il s’est considérablement enrichi, notamment en contrôlant le trafic de cigarettes à travers l’Adriatique, en collaboration avec certains clans de la mafia italienne et avec divers gros formats de la criminalité serbe et croate. Plusieurs journalistes qui ont exposé ces pratiques, au Monténégro, mais aussi en Croatie, ont payé de leur vie leurs révélations. Protégé par son immunité de chef d’Etat, il a jusqu’à présent échappé à la justice italienne qui l’a dans son collimateur depuis plus de dix ans.

Refuge des mafias d’une bonne partie de l’Europe, le Monténégro est également la terre d’accueil ensoleillée de nombreux oligarques russes, qui rachètent de larges portions de la côte adriatique, ainsi que les quelques fleurons de son industrie, en particulier celle de l’aluminium. Cela ne l’a pas empêché d’adopter, dès 2002, l’euro comme monnaie officielle et de recevoir le statut de « candidat » au club européen en décembre 2010, moment à ce point historique que Djukanovic en a profité, cédant à de pesantes pressions internationales, pour se retirer de la tête de l’Etat. Il a cependant tenu à garder les rênes de son « Parti démocratique des socialistes », majoritaire au Monténégro depuis sa création sur les décombres de la section locale de la Ligue des communistes de Yougoslavie en 1990.

Sur le plan politique, l’attention reste focalisée sur les relations avec la Serbie. Ayant choisi la « monténégritude » comme cheval de bataille, le pouvoir de Podgorica s’acharne à promouvoir une « Eglise orthodoxe monténégrine » (alors que les Monténégrins sont traditionnellement de rite orthodoxe serbe) et une langue monténégrine (alors que les idiomes parlés en Serbie et au Monténégro ne diffèrent que par l’accent). Ces efforts se sont étendus au domaine de l’enseignement, où le gouvernement a voulu imposer le « monténégrin » comme langue officielle unique.

Cependant, le premier recensement en 20 ans, mené en avril 2011, a révélé que, si 45 % de la population s’affirme monténégrine1, ils sont néanmoins 43 % à déclarer parler « serbe », contre seulement 37 % disant s’exprimer en « monténégrin ». Confortée par ces chiffres, refusant la marginalisation de la langue d’une majorité de la population, l’opposition a, pendant plusieurs mois, refusé de contribuer à une majorité des deux tiers nécessaire à l’adoption d'une réforme de la loi électorale, préalable aux négociations d’adhésion avec l’UE. Le gouvernement a finalement cédé, en reconnaissant, juste avant la rentrée scolaire, la variante « serbe » dans le système d’enseignement.

Même si cet obstacle est désormais levé, le chemin du Monténégro vers le paradis européen risque d’être encore long, certains Etats membres évoquant discrètement la gêne que commence à leur inspirer l’absence de liberté de la presse et les accointances mafieuses des cercles dirigeants dans le petit Etat se voulant le « Monaco de l’Adriatique ».

***

En créant avec le Monténégro la « République fédérale de Yougoslavie » en avril 1992, la Serbie, sous la présidence de Slobodan Milosevic, se résignait à la fin de la « grande Yougoslavie » et entamait le retrait de ses troupes des champs de bataille de Croatie et de Bosnie-Herzégovine, non sans laisser aux milices serbes locales armement, conseillers et volontaires de tous poils. Si Milosevic garda assez facilement le contrôle des indépendantistes serbes de Croatie, ses relations avec ceux de Bosnie, dirigés par Radovan Karadzic, furent beaucoup plus heurtées et c’est avec grand peine qu’il leur imposa l’accord de Dayton qui mit fin à la guerre en novembre 1995.

A ce moment, le président serbe, apparatchik de la Ligue des communistes arrivé au pouvoir à l’issue d’un putsch interne qu’il dénomma « révolution antibureaucratique », crut sans doute qu’il allait enfin pouvoir se débarrasser de son image de « Hitler des Balkans » matraquée par les médias occidentaux et que les mesures d’embargo – militaire, économique et culturel – qui isolaient le pays allaient bientôt s’alléger.

Il n’en fut rien. Quelques mois après Dayton, une formation paramilitaire, l’Armée de libération du Kosovo (UCK), lançait ses premières attaques contre des policiers et des réfugiés serbes de Croatie et Bosnie installés au Kosovo. En 1989, la province méridionale de Serbie, et également son berceau historique, mais peuplée majoritairement d’Albanais, avait eu son statut d’autonomie drastiquement réduit par Milosevic, mis sous pression par la minorité serbe qui se plaignait d’être malmenée par la majorité albanophone. Menés par Ibrahim Rugova, les Albanais entamaient alors une résistance non-violente, accompagnée d’un réseau d’institutions parallèles. Belgrade laissa faire et ne prit pas la peine d’entamer des négociations sérieuses avec Rugova. Cela fournit à l’UCK un certain soutien dans une jeunesse jugeant que les moyens pacifiques n’avaient rien donné. Entraînée en Albanie par les services secrets allemands, financée par la mafia albanaise et ses revenus tirés du trafic international d’héroïne, l’UCK se développa rapidement, suscitant une riposte militaro-policière de Belgrade et d’inévitables « bavures ».

Après un semblant de négociations à Rambouillet, près de Paris, l’OTAN estima qu’il était temps d’empêcher un « génocide » et entama en mars 1999 une campagne de bombardements, qui mirent davantage à mal les infrastructures civiles (industries, ponts, écoles,…) de la Serbie que l’appareil militaire yougoslave. Alors que le conflit n’avait jusqu’alors provoqué qu’un nombre limité de morts et de réfugiés, les bombes de l’OTAN entraînèrent la véritable « catastrophe humanitaire » qu’elles étaient censées prévenir2. Les milices et la police serbes se retournèrent contre la population albanophone, dont plus de la moitié se réfugia en Albanie et en Macédoine. Cependant, après 78 jours de frappes, Milosevic céda et retira armée et police du Kosovo. Avec les forces terrestres de l’OTAN, l’UCK s’empara du territoire qu’elle s’employa à « purifier » de ses éléments non-albanais (Serbes et Roms furent les plus visés) et de nombreux « traîtres », des Albanais qui avaient collaboré avec les services étatiques serbes ou yougoslaves. Mis à l’écart dès avant les bombardements par les Occidentaux, dont le chéri était devenu Hashim Thaci, chef de l’UCK, Rugova et son parti parvinrent néanmoins à s’imposer lors des scrutins électoraux. Mais le vrai pouvoir, fondé sur une économie souterraine comprenant une variété sans bornes de trafics et d’activités criminelles, demeurait aux mains de l’UCK, en particulier dans celles de la faction dirigée par Thaci.

Afin de restaurer un semblant de légalité internationale – les bombardements n’avaient nullement été autorisés par le Conseil de sécurité –, l’ONU déploya au Kosovo une mission chargée d’administrer le territoire en attendant que son statut soit déterminé. Mais la résolution du Conseil de sécurité qui autorisait ce déploiement, et celui des troupes de la KFOR, sous commandement OTAN, chargées d’en assurer la sécurité, réaffirmait l’appartenance du Kosovo à la Yougoslavie d’alors, dont l’héritier juridique est la Serbie.

Affaibli par la perte de contrôle du Kosovo, à l’exception relative du Nord, peuplé majoritairement de Serbes, mais surtout par des difficultés économiques croissantes et par les immixtions de plus en plus ouvertes des pays occidentaux, Milosevic, alors Président de Yougoslavie, fut renversé en octobre 2000, à l’issue d’un scrutin controversé et de manifestations soigneusement préparées qui aboutirent à la prise du Parlement et de la radio-télévision. Huit mois plus tard, la nouvelle équipe au pouvoir – regroupée sous la houlette du Premier ministre serbe Djindjic, pro-occidental, et du Président yougoslave Kostunica, souverainiste – expédia Milosevic à La Haye, où le Tribunal pénal international l’avait inculpé de crimes contre l’humanité et de génocide en Croatie, en Bosnie et au Kosovo. C’est également vers cette époque que Belgrade vint à bout d’une petite guérilla albanaise apparue au début 2000 dans la vallée de Presevo, région de Serbie centrale bordant le Kosovo et peuplée majoritairement d’albanophones. Réclamant l’annexion de cette région au Kosovo, voire à une « Grande Albanie », cette autre émanation de l’UCK perdit tout soutien occidental, et concrètement celui de la KFOR, dès que Milosevic fut renversé.

Bien que le Premier ministre fut assassiné– vraisemblablement par des éléments d’une unité spéciale de la police craignant que certains d’entre eux soient extradés à La Haye – en 2003, le Parti démocrate fondé par Djindjic consolida progressivement son pouvoir et déploya un maximum de zèle à satisfaire les recettes des pontifes de Bruxelles : réformes ultralibérales dans le champ économique, social et fiscal et, bien entendu, collaboration poussée avec le Tribunal de La Haye, jusqu’à l’extradition du dernier inculpé recherché, Goran Hadzic, ancien leader serbe de Croatie, en juillet 2011. Assez curieusement, le principal partenaire de coalition du gouvernement serbe est, depuis 2008, le Parti socialiste fondé par Milosevic ! Entre-temps, le partenaire monténégrin avait largué les amarres et la Serbie fut sans doute le seul Etat au monde à devenir indépendant sans l’avoir demandé !

Alors que l’actuel Président, Boris Tadic, son gouvernement et une partie de l’opposition clament que les deux « priorités stratégiques » du pays sont l’adhésion à l’UE et le maintien du Kosovo en Serbie, ce grand écart devient de plus en plus difficile à être crédible. Certes, l’UE « se rapproche » peu à peu. Ayant profondément modifié sa législation et venant, notamment, d’adopter la loi de « restitution » des biens des grands propriétaires de l’époque de la monarchie, la Serbie espère devenir officiellement « candidate » encore en 2011. Quant à la seconde priorité proclamée, depuis la proclamation d’indépendance du Kosovo en février 2008, elle semble, non seulement s’apparenter de plus en plus à un vÅ“u pieux, mais être de plus en plus inconciliable avec la première.

Certes, plus d’une centaine d’Etats – particulièrement en Amérique du Sud et en Asie – n’ont pas reconnu l’indépendance du Kosovo et la Serbie peut compter sur le soutien de la Russie et de la Chine pour bloquer son accession à l’ONU et à de nombreuses instances internationales. L’image de ses dirigeants issus de l’UCK a été sérieusement écornée par les accusations formulées par le rapport de Dick Marty, publié fin 2010, les impliquant dans un trafic d’organes de prisonniers serbes pendant et peu après la guerre de 1999. Mais Hashim Thaci, considéré comme le chef de ces sordides contrebandiers, a réussi à se maintenir à la tête du gouvernement kosovar et se promène librement à Washington et Bruxelles. L’enquête « indépendante » exigée par Marty et une résolution du Conseil de l’Europe a été confisquée et pratiquement enterrée par EULEX3, la mission de l’UE qui encadre le gouvernement de Pristina et qui a remplacé celle de l’ONU lors de la proclamation d’indépendance.

La présente année 2011 a surtout été marquée par l’ouverture, en mars à Bruxelles d’un « dialogue » entre Pristina et Belgrade, pourparlers demandés par une résolution de l’Assemblée générale de l’ONU présentée conjointement par l’UE et la Serbie, et, depuis juillet, par des incidents sans précédent dans le Nord du Kosovo (voir l’encadré).

Ces événements, caractérisés par une étroite coordination entre le gouvernement de Thaci, la KFOR et EULEX afin de tenter de rompre le cordon ombilical entre Serbes du Nord du Kosovo et la Serbie centrale tout en prenant appui sur des pourparlers biaisés, semblent révéler une tactique bien huilée de la « gestion » des conflits balkaniques par l’Occident. En février 1999, les négociations de Rambouillet ont été organisées à la seule fin de justifier les bombardements qui suivirent quelques semaines plus tard ; les pourparlers de 2006 et 2007 sur le statut « final » du Kosovo, sous la houlette de Martti Ahtisaari, n’avaient comme seul objectif de montrer que son indépendance était inscrite dans les étoiles. A nouveau, le « dialogue » exigé par l’UE et les Etats-Unis ne sert qu’à camoufler une politique fondée sur le chantage et l’imposition du fait accompli. Belgrade a tout intérêt à rompre le plus rapidement possible ce cycle infernal. Sinon, il est à craindre que le Nord du Kosovo tombera rapidement sous la coupe de Pristina et que ses habitants connaîtront le sort réservé aux Serbes et autres minorités du reste du Kosovo, où ceux qui ont évité la mort et l’exil vivent parqués dans des bantoustans assiégés.


Notes

1. Contre 29 % de Serbes, 8 % de Bosniaques, 5 % d’Albanais, etc. Les résultats officiels du recensement sont disponibles sur www.monstat.org
2. De 1996 à mars 1999, le conflit avait fait environ 2.000 morts, en majorité des combattants ; pendant les 11 semaines de bombardements, on en releva environ 10.000, surtout des civils ; dans le Kosovo occupé par l’OTAN, le nettoyage ethnique coûta la vie à au moins un millier de personnes, uniquement des civils.
3. Voir Trafics d’organes au Kosovo : vers le sabordage de l’enquête ?, Alerte OTAN ! n° 41, mars 2011


Georges Berghezan



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#7318 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Dom 1 Apr 2012 11:16 am
Oggetto: PROTIV REHABILITACIJE RATNOG ZLOČINCA DRAŽE MIHAJLOVIĆA
jugocoord
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[Il regime filo-imperialista che oggi governa la Serbia ha avviato un processo formale di riabilitazione del criminale di guerra Draža Mihailović, fondatore del movimento monarchico e anticomunista dei "cetnici". 
Durante la II Guerra Mondiale i cetnici, dopo una iniziale opposizione allo smembramento del Regno di Jugoslavia che li portava ad appoggiarsi naturalmente agli angloamericani, gradualmente si avvicinarono agli occupanti fascisti italiani e nazisti tedeschi e poi addirittura agli ustascia croati in una ottica di lotta senza quartiere contro il movimento partigiano guidato da Tito. Mihailović fu perciò giustiziato nel 1946 a seguito di un processo per collaborazionismo, i cui Atti sono disponibili in lingua inglese nella pubblicazione riprodotta al nostro sito (PDF, 9MB):
http://www.cnj.it/documentazione/varie_storia/Trial-indictment.pdf . 
La classe dirigente che ha assunto il potere in Serbia con il colpo di Stato dell'ottobre 2000 è in diretta e materiale continuità con i cetnici di Mihailović in quanto esprime la stessa funzionalità ai ceti privilegiati - borghesia compradora, clero e addirittura aristocrazia (si veda: http://www.youtube.com/watch?v=KAdOZwpwhDw ), nonché la stessa totale subalternità dai colonizzatori stranieri. Tale continuità è simbolicamente sancita dalla riabilitazione di Mihailović: d'altronde è solo dopo il colpo di Stato antijugoslavo dell'ottobre 2000 che viene operata in Serbia una simile riscrittura della storia contemporanea di segno revisionista, monarchico e anticomunista, con il compiacimento dei padroni statunitensi ed europei (sul tema si veda ulteriore documentazione alla nostra pagina: http://www.cnj.it/documentazione/cetnici.htm ). (a cura di Italo Slavo)]


PROTIV REHABILITACIJE RATNOG ZLOČINCA DRAŽE MIHAJLOVIĆA

1) ÐžÐ¢Ð’ОРЕÐО ПИСМО СУБÐОР СРБИЈЕ ДОМÐЋОЈ И СВЕТСКОЈ ÐˆÐÐ’ÐОСТИ (SUBNOR)
2) DRAŽA ZLIKOVAC! (SKOJ)

VIDEO: 
PROTIV REHABILITACIJE RATNOG ZLOÄŒINCA DRAŽE MIHAJLOVIĆA 
http://www.youtube.com/watch?v=csdMfvpBYE0

THE TRIAL OF DRAGOLJUB-DRAŽE MIHAJLOVIĆA 
Stenographic record - Belgrade 1946
http://www.cnj.it/documentazione/varie_storia/Trial-indictment.pdf


=== 1 ===

http://www.subnor.org.rs/rehabilitacija-draze-mihailovica/#more-1209

Рехабилитација Драже Михаиловића


ОТВОРЕÐО ПИСМО СУБÐОР СРБИЈЕ ДОМÐЋОЈ И СВЕТСКОЈ ЈÐÐ’ÐОСТИ

СУБÐОР Србије, као баштиник антифашизма и ÑлобадарÑке традиције, обраћа Ñе домаћој и ÑветÑкој јавноÑти поводом нових наговештаја о правној рехабилитацији ÑаучеÑника у злочинима окупаторÑке нациÑтичке ÑолдатеÑке на проÑторима наше земље у Другом ÑветÑком рату. ПоÑледице Ñрамног понашања влаÑти, која Ñе крије иза наводно незавиÑног ÑудÑтва, биће далекоÑежне по народ и државу Србију и одлука, у конкретном Ñлучају помиловање четничког вође Драже Михаиловића, већ наилази на оÑуду у ÑуÑедÑтву и не може да буде прихваћена међу европÑким и прекоокеанÑким Ñавезницима који Ñу, заједно Ñа југоÑловенÑким партизанима од 1941. до 1945. године, Ñламали фашиÑтички хитлеровÑки и терор њихових упорних и верних помагача из наше Ñредине.

СУБÐОР је већ више пута јавно указивао да рехабилитације овакве врÑте, није локалног карактера, не може Ñе ÑвеÑти Ñамо на Србију, јер Ñу и кнез Павле Карађорђевић и Слободан Јовановић, генерал Драгољуб Михаиловић и Драгиша Цветковић били на положајима општејугоÑловенÑког значаја и њихово деловање Ñе, према томе, протезало на читаву ЈугоÑлавију. Одлуке и потези поÑебно војног карактера, нарочито акције четника, оÑтавили Ñу неизбриÑив болни траг у Ñвим крајевима негдашње заједничке земље. ЈаÑно је због тога да ни један Ñуд, без обзира на то где Ñе налази и колико је Ñтварно или тобоже ÑамоÑталан у одноÑу на актуелну политичку вољу, не може без залажења у комплетну Ñитуацију на читавој територији ЈугоÑлавије да доноÑи мериторне одлуке о појединцима који Ñу Ñе, дакако, тешко огрешили Ñарађујући Ñа окупатором и за њихов рачун и по налогу уништили хиљаде недужних људи.

Ðктуелна влаÑÑ‚ Србије уÑпела је у неколико поÑледњих година да рехабилитује у целини фашиÑтичко квиÑлинштво, колаборацију Ñа окупатором у Другом ÑветÑком рату, злодело хитлероваца и њихових верних Ñарадника, Ñве што Ñу чаÑни партизани урадили у борби за Ñлободу – то ни један иÑторијÑки уџбеник у Ñвету доÑад није порекао – Ñада Ñе потиÑкује у запећак и Србију, блиÑтаву звезду у антифашиÑтичком Ñавезу демократÑког Ñвета, партијÑким декретом претвара у привезак фашиÑтичког табора. У иÑто време Ñе земље из бившег фашиÑтичког заједништва грчевито боре да умање Ñвоје учешће, ограде Ñе и оÑпоре ÑопÑтвено фашиÑтичко опредељење и прошлоÑÑ‚, а актуелна влаÑÑ‚ упорно Србији намеће квиÑлиншки фашиÑтички огртач. Шта их тера, који пориви и чији интереÑи на такав неумни погибељни правац? ОÑвета потомака и  верника колаборације и квиÑлинштва је недовољан одговор. Има дубљег у природи Ñаме влаÑти, у гурању државе на Ñтрану поражених.

Четништво, војÑку КЈ у отаџбини, од којих Ñу Ñе у току Другог ÑветÑког рата одрекли и Ñавезници и влада у избеглиштву и краљ као врховни командант, а Ñада, поÑле толико деценија, измишљајући нову иÑторију без доказа, актуелна влаÑÑ‚ Ñа партијама за Ñебе и у опозицији, узима под Ñвоје Ñкуте и даје рехабилитацију за Ñва недела. Циљ донетих закона и преÑуда без призива није иÑправљање евентуалних грешака победника у Другом ÑветÑком рату, већ давање ÑатиÑфакције појединцима за учешће и Ñарадњу Ñа окупаторÑким наÑилницима.

Ðедавно Ñу уз велике државне почаÑти рехабилитовали у Београду Слободана Јовановића не за дело које је учинио док је руководио краљевÑком избегличком владом у Лондону, већ за оно зашто није ни оÑпораван нити Ñуђен у поратном Београду. Сличан третман је добио и Павле Карађорђевић, медији Ñу упорно иÑтицали његове ÑклоноÑти у уметноÑти, а био је оптужен због окретања земље фашиÑтичком лагеру и пакта Ñа хитлеровÑком Ðемачком из марта 1941. Ðакнадном ÑудÑком рехабилитацијом оÑуђен је, значи, државни удар који је поништио издајничку Ñарадњу Ñа фашиÑтима и Ñамим тим и оÑлободилачка борба народа Србије и ЈугоÑлавије против нациÑтичког окупатора.

За Ñада Ñу оÑтали нерехабилитовани, међу значајнијим учеÑниÑцима колаборације,  предÑедник окупацијÑке владе генерал Милан Ðедић, командант четника Драгољуб Дража Михаиловић, и Димитрије Љотић, вођа фашиÑтичког покрета и творац СрпÑког добровољачког корпуÑа у ÑаÑтаву СС немачких трупа. И о њима Ñе, према медијима, води ÑудÑки поÑтупак и питање је дана кад ће влаÑÑ‚ објавити, кориÑтећи правоÑуђе, завршни чин и одвеÑти Србију у Ñрамни табор фашиÑтичких држава из Другог ÑветÑког рата.

СУБÐОР је непреÑтано указивао на такву погубну политику, али за наше протеÑте и мишљење нема меÑта у информативном једноумљу Србије. Медији Ñу више него икад продужена рука влаÑти и партија што владају, може да Ñе чује реч Ñамо оних што аплаудирају. Ми Ñмо, ипак, уверења да је, што Ñе Ð½Ð°Ñ Ñ‚Ð¸Ñ‡Ðµ, у питању рачун без крчмара.

СредÑтва информиÑања Ñпроводе политику актуелне влаÑти, потомака и поштовалаца колаборације. Ðепрекидно и нападно објављују „новооткривена документа и иÑтине“ које Ñу лажи а реаговања и покушај полемике СУБÐОР и грађана завршава у кошу уредника и тако намећу неиÑтину млађим генерацијама о ÐОП и ÐОБ, деловању њених припадника и улози окупатора, квиÑлинга и колаборације. Циљ је да Ñе код младих нараштаја Ñтвори лажна Ñлика и предÑтава о ÑрпÑкој и југоÑловенÑкој иÑторијÑкој ратној и поÑлератној ÑтварноÑти. Лаж која Ñе непрекидно понавља.

СУБÐОР Србије и антифашиÑтичка јавноÑÑ‚ ниÑу беÑпомоћни како, по Ñвему Ñудећи, верује актуелни режим. СУБÐОР Србије има око 100.000 активних чланова, уз нашу организацију Ñу поштоваоци, породице палих бораца и жртава квиÑлинга, окупатора и њихових помагача, широки фронт антифашиÑтички и антинациÑтичких опредељених удружења и људи разних генерација.

Одговор штетној политици влаÑти у Србији Ñве антифашиÑтичке Ñнаге, чији Ñе покрет Ñве више оÑнажује поÑебно у Европи којој и инÑтитуционално тежимо, треба да Ñе чује на предÑтојећим изборима. Србији је у Другом ÑветÑком рату, чаÑном борбом партизана, загарантовано угледно највише меÑто у међународној иÑторији и нико, ни једна влаÑÑ‚ или идеолошки накнадни ÑудÑки и политички декрет, не могу да је иÑкључе ни привремено из породице антифашиÑтичких држава.

СУБÐОР ће заштиту иÑторијÑке иÑтине о Другом ÑветÑком рату затражити и од земаља антихитлеровÑке коалиције, од држава које баштине традицију Ñлободе, ветеранÑких организација широм Ñвета (Ñа којима имамо, баш због Ñветле партизанÑке борбе, дуготрајну и приÑну Ñарадњу), од ОУРи ЕвропÑке уније, која има утврђене критеријуме и о антифашизму, о неÑхватљивим рехабилитацијама квиÑлинга и нациÑтичких окупатора обратићемо Ñе и Ñуду у Стразбуру.

Више нема Ñумње да је у Србији влаÑÑ‚ одлучила да заокружи разлаз Ñа ÐОП и ÐОБ, који Ñу од 1941. до 1945. водили борбу против фашиÑта и домаћих издајника. Заједничка најезда колаборациониÑта, окупљених око политике државних органа, јаÑан је обрачун Ñа антифашиÑтичком борбом народа Србије и ноÑиоцима те борбе Ñа фашиÑтичким окупатором и квиÑлинзима, брутално фалÑификовање иÑторијÑке иÑтине. Сада Ñуде жртвама, а џелате Ñилом на Ñрамоту Ñлаве. То Србија није доживела, још мање заÑлужила.

РЕПУБЛИЧКИ ОДБОР
СУБÐОР СРБИЈЕ
П Ñ€ е д Ñ Ðµ д н и к

Проф.др Миодраг Зечевић


=== 2 ===

http://www.skoj.org.rs/71.html

DRAŽA ZLIKOVAC!

Savez komunistiÄke omladine Jugoslavije (SKOJ) 23. marta 2012. godine uzeo je uÄešće u protestu, održanom ispred ViÅ¡eg suda u Beogradu, protiv postupka za rehabilitaciju kvislinga i ratnog zloÄinca, voÄ‘e po zlu Äuvenog ÄetniÄkog pokreta u Drugom svetskom ratu, generala Dragoljuba Draže Mihailovića. Aktivisti SKOJ-a, podmlatka Nove komunistiÄke partije Jugoslavije (NKPJ), reÅ¡ili su da dignu svoj glas protiv podlih buržoaskih namera da se falsifikuje istorija i skine ljaga sa faÅ¡istiÄkog kolaboracioniste i izdajnika srpskog naroda Draže Mihailovića. Skojevci su istakli parolu “Draža zlikovac†i noseći zastave SKOJ-a i SFRJ, pevali partizanske pesme i skandirali “Sluga okupatora bruka naÅ¡eg narodaâ€. Kako pojedini mediji Äiji su novinari bili prisutni na licu mesta saopÅ¡tavaju, to se skandiranje Äulo i u samoj sudnici zbog Äega je predsedavajući zahtevao da se zatvori prozor.

SKOJ izražava protest protiv izveÅ¡tavanje buržoaskih medija koji su lažno izvestili da su se skojevci prikljuÄili skupu koji su organizovale Žene u crnom, kao i tendencioznog obmanjivanja javnosti da su centralnu ulogu u demonstracijama protiv rehabilitacije Draže Mihailovića imali pro-imperijalistiÄki graÄ‘anski elementi iz takozvanog nevladinog sektora. Žene u crnom nisu bile organizator skupa protiv rehabilitacije Draže Mihailovića tako da je laž da su im se skojevci pridružili. TakoÄ‘e, rukovodeći i borbeni deo protestnog skupa Äinili su skojevci i pripadnici joÅ¡ nekih leviÄarskih organizacija a ne Žene u crnom, samozvana “pacifistiÄka†organizacija Äiji je zadatak da faÅ¡istiÄku etiketu sasvim nepravilno “zalepi†borbi protiv imperijalizma, dok nikada u svojoj istoriji nije izrazila nijedan protest protiv ratnih zloÄina i faÅ¡istiÄkih akcija koje su izvele Sjedinjene AmeriÄke Države, Evropska unija i NATO. TakoÄ‘e, SKOJ ocenjuje da su smeÅ¡ne i licemerne kritike ÄetniÄke ideologije od strane Liberalno demokratske partije (LDP) i Socijaldemokratske unije (SDU), koje na izborima u okviru koalicije Preokret nastupaju zajedno sa Srpskim pokretom obnove (SPO) Vuka DraÅ¡kovića rodonaÄelnika povampirenja velikosrpske ÄetniÄko-ravnogorske politike. Koga pokuÅ¡ava da slaže pro-imperijalistiÄka graÄ‘anska klasa u Srbiji? Proletarijat sigurno neće moći da slaže, jer on veoma jasno prepoznaje njene dvostruke arÅ¡ine i slugeransko ponaÅ¡anje prema imperijalistima.

Posebna podlost buržoaskog režima u Srbiji se ogleda u tome Å¡to se postupak za rehabilitaciju sluge nacistiÄkog okupatora i reakcionarnog krvoloka vodi, simboliÄno, dan pred obeležavanje 13 godina od zloÄinaÄke NATO agresije na Saveznu Republiku Jugoslaviju, jednog od najtragiÄnijih dogaÄ‘aja koji su ikad zadesili naÅ¡u domovinu i narod. Pomahnitali anti-jugoslovenski nacionalizam, sauÄesnik zapadnih imperijalista u ruÅ¡enju naÅ¡e domovine SocijalistiÄke Federativne Republike Jugoslavije, neostvariv je bez korenite revizije istorije (a znamo da se istorija ne može nanovo pisati, ona se može samo falsifikovati) i predstavlja opijum za narod kojim ga buržuji truju već dve decenije sejući smrt, bedu i regres, pri tom skrećući poglede radnog naroda naÅ¡e zemlje sa katastrofalnih rezultata rekonstrukcije kapitalizma, podgrevajući malograÄ‘anske i nacional-Å¡ovinistiÄke pozicije. Zato je buržujima danas, usled katastrofalne krize kapitalizma neophodna rehabilitacija najsvirepijeg simbola srpskog nacionalizma - Draže Mihailovića. Buržoaski režim u Srbiji, frustriran time Å¡to za vreme Drugog svetskog rata na prostoru Jugoslavije nije postojao graÄ‘anski anti-faÅ¡istiÄki pokret otpora, već je jedini pokret koji se borio za osloboÄ‘enje zemlje, partizanski pokret, predvodila slavna KomunistiÄka partija Jugoslavije, izvrÅ¡io je falsifikovanje istorije zakonski izjednaÄivÅ¡i Äetnike i partizane. Jasno je da srpsku buržoaziju boli kolaboracija koju su pripadnici te klase, poput Milana Nedića, vladike Nikolaja Velimirovića i Dimitrija Ljotića poÄinili za vreme Drugog svetskog rata verno služeći naci-faÅ¡istiÄkom okupatoru pa su zato i pokuÅ¡ali da prekroje istoriju i ÄetniÄki pokret predstave kao “antifaÅ¡istiÄkiâ€. Istina je naravno sasvim drugaÄija. Draža Mihailović i njegovi Äetnici ne samo da nisu bili “antifaÅ¡isti†već su bili isti takvi kvislinzi kao i nedićevci, ljotićevci, ustaÅ¡e, belogardejci, balisti, pripadnici “Handžar divizijeâ€, crnogorski “zelenaÅ¡i†i ostali izdajniÄki Å¡ljam. TakoÄ‘e, Draža Mihailović nije izdao samo svoj narod i svoju otadžbinu saraÄ‘ujući sa okupatorom nego Äak i svog kralja Petra II KaraÄ‘orÄ‘evića koji je sa svojom aristokratskom i buržoaskom svitom pobegao 1941. godine iz zemlje ostavivÅ¡i narod na milost i nemilost faÅ¡istiÄkom okupatoru, ali je u zavrÅ¡noj fazi rata od Mihailovića zatražio da njegove ÄetniÄke trupe preÄ‘u pod partizansku komandu, Å¡to je ovaj odbio. Prethodno je, na samom poÄetku rata, Draža Mihailović izdao saradnju koju mu je ponudilo rukovodstvo partizanskog pokreta, te je verolomno zapoÄeo graÄ‘anski rat i saradnju sa okupatorima u borbi protiv partizana. TaÄno je da je Draža Mihailović ratni zloÄinac jer su ÄetniÄke bande pod njegovom komandom izvrÅ¡ile brojna zverstva nad hrvatskim i muslimanskim narodom, ali i nad pripadnicima sopstvenog srpskog naroda. ÄŒetnici su prednjaÄili u klanju, ubijanju i spaljivanju civila, meÄ‘u njima staraca, žena i dece i nema tog buržoaskog falsifikata koji će sakriti zlodela tih najvećih izdajnika srpskog naroda na Äelu sa njihovim monstruoznim voÄ‘om Dražom Mihailovićem. Ti lažni “zaÅ¡titnici†srpskog naroda iz redova “Jugoslovenske vojske u otadžbini†ne samo da su saraÄ‘ivali sa monstruoznim slugama naci-faÅ¡istiÄkog okupatora poput nedićevaca i ljotićevaca već su zabeleženi i primeri saradnje i sa pripadnicima ustaÅ¡kog pokreta u Hrvatskoj. Sve je to ista zloÄinaÄka kvislinÅ¡ka bratija koju su porazile oslobodilaÄke partizanske trupe i slavna sovjetska Crvena armija.

SKOJ poruÄuje buržoaskom režimu da su njegovi napori da rehabilituje velikosrpskog nacional-Å¡ovinistu i zloÄinca Dražu Mihailovića “pucanj u praznoâ€. Istina je samo jedna. Partizani su jedini oslobodioci. ÄŒetnici su bili i ostali su izdajnici. Komunisti i svi ostali iskreni antifaÅ¡isti u Srbiji staće na put blaćenju svetlih slobodarskih tradicija naÅ¡eg naroda, kojima izdajnik Draža ne pripada.

Sekretarijat Saveza komunistiÄke omladine Jugoslavije
Beograd, 23. mart 2012. godine


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#7319 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Mar 3 Apr 2012 6:38 pm
Oggetto: La fine dell'inganno europeista
jugocoord
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(hrvatskosrpski / english / italiano)

La fine dell'inganno europeista

1) SRP: ULAZAK HRVATSKE U EU JE NELEGITIMAN
2) La fine dell’ “Europa sociale†(da â€œSocialist Voiceâ€)
3) L'apocalisse della democrazia, dal debito sovrano allo stato d'emergenza (di Domenico Moro, da Marx XXI)
4) Lettonia: riabilitate e commemorate le SS e discriminata la minoranza russa
5) An Imperial System (GFP)


LINKS:

L'Unione Europea è una dittatura
JUGOINFO, 12 novembre 2011
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/7200

L'Unione Europea al servizio dei monopoli
di Mauricio Miguel (dicembre 2011)
http://www.resistenze.org/sito/os/ep/osepbn12-010148.htm

Il Titanic-Europa e la manovra Monti: ingiusta, inutile e insostenibile
di Vladimiro Giacché (dicembre 2011)
http://www.marx21.it/internazionale/europa/622-il-titanic-europa-e-la-manovra-monti-ingiusta-inutile-e-insostenibile.html

EU-Referendum u Hrvatskoj
JUGOINFO, 22 gennaio 2012
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/7245

Il nuovo Patto Fiscale europeo: fine della democrazia
di Franco Russo (febbraio 2012)
http://www.retedeicomunisti.org/it/documenti/item/4014-il-nuovo-patto-fiscale-europeo-fine-della-democrazia


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(l'entrata della Croazia nella UE è illegittima - comunicato della SRP)

http://www.srp.hr/?p=976

ULAZAK HRVATSKE U EU JE NELEGITIMAN

SocijalistiÄka radniÄka partija, jasno je iznijela svoj stav, da ulazak Hrvatske u EU nije interes njenih ljudi, već diktat europskog multinacionalnog kapitala i nove domaće klase, a poÅ¡to je rijeÄ o asocijaciji kapitala, a ne naroda, nije ni demokratska. PrepuÅ¡tajući skorom vremenu da potvrdi ili demantira i ostale naÅ¡e tvrdnje, koje su prije svega znanstveno utemeljene, a to su da se Hrvatska u EU neće optimalno, a kamoli ubrzano razvijati (jer je sadaÅ¡nja recesija uvjetovana upravo prodorom stranoga kapitala, koji domaću privredu dezartikulira, a Å¡to će se ulaskom u EU samo ubrzati), već sam Äin referenduma, potvrdio je naÅ¡e uvodne tvrdnje. Ako je na glasanje izaÅ¡lo samo 43% upisanih biraÄa, a 57% nije imalo za taj dogaÄ‘aj interesa, zar to nije potvrda da EU nije zahtjev naroda. Samo slijepac, u Äinjenici da je za prolaz referenduma bilo dovoljan izlaz manje od 50% upisanih biraÄa, za Å¡to je prethodila izmjena Ustava, a ne nadpoloviÄna većina, kao Å¡to je to prethodno stajalo u Ustavu, ne prepoznaje bjesomuÄni diktat eurobirokrata i domaćih kolaboracionista. Ne potvrÄ‘uje to i Äinjenica da Hrvatska (kao ni druge tzv. tranzicijske zemlje) nisu ispunile glavne kriterije iz Maastrichta, a to je visina BDP-a (1/3 od prosjeka zemalja EU). Samo naivni i neobavjeÅ¡teni ne razumiju o kakvoj je to ljubavi eurobirokrata rijeÄ. Mi u SocijalistiÄkoj radniÄkoj partiji, naravno nismo ni naivni ni neobavjeÅ¡teni, i dobro znamo da je tu rijeÄ o iskljuÄivom interesu krupnog kapitala.

ÄŒinjenica da je za ulazak u EU bilo dovoljno 28,8% glasova upisanih biraÄa (a rijeÄ je o procesu njenog nastajanja) govori da ona nije ni demokratska. U ostalom ona je ugovorna i nema legitimitet naroda svojih Älanica.

Da je za EU Ävrsto opredijeljena tek eurobirokracija i domaća nova klasa i da jedino oni jasno vide svoje interese (veći dio koji je glasao tek vjeruje), govori i potpuna ravnoduÅ¡nost naroda nakon tobože pobjedonosnog prolaza referenduma. Svi slavljenici toga uspjeha, stali su na jedan od omanjih zagrebaÄkih trgova (Cvjetni), pri Äemu je brižna Vana nakon usiljenih govora zvaniÄnika, zamolila prisutne da se ne razilaze, jer ona joÅ¡ mora pjevati.

No sa pjesmom su sutradan nastavili i ona joÅ¡ traje, eurobirokrati, domaći zvaniÄnici i zaduženi kolumnisti. eurobirokrati nisu nam propustili Äestitati na razboritosti i velikoj pobijedi naroda. ZvaniÄnici ushićeno tvrde, da smo prvi puta odluÄili sami (28,8% graÄ‘ana) i odmah dispergirali i odgovornost svih nas. U sjeni je ostao Äak i ZAVNOH i AVNOJ, kao tek sumnjive povijesne epizode. Kolumnisti, struÄnjaci za javno mnijenje, nastavljaju prebrojavati skeptike, svodeći ih na Å¡aku nerazumnih (71,2% upisanih biraÄa), uvjeravajući sebe i druge u nemoguće, da je 28,8 od sto viÅ¡e od polovice. PoÅ¡to narod u cjelini (većinu), ne vole koriti ni kolumnisti, za nerazumno ponaÅ¡anje okomili su se na ekstremnu desnicu i nekakvu ekstremnu ljevicu. Nerazumnost te iste desnice, nisu primjećivali 90-ih kada je ona joÅ¡ opakije udarala u ratne bubnjeve. Vjerojatno zato Å¡to je ona tada imala revolucionarnu ulogu u ruÅ¡enju socijalizma. Nije im tobože jasno ni zaÅ¡to politiÄka provenijencija (istinska ljevica, a ne ekstremna) koja ne prihvaća kapitalizam uopće, ne prihvaća ni kapitalistiÄke imperijalne asocijacije.

Imaju kolumnisti i krupnih etiÄkih problema. Ne razumiju oni ni to da graÄ‘anska demokracija kojom su opÄinjeni, nije demokracija svih graÄ‘ana, nego samo onih koji u obrani svojih druÅ¡tvenih i ekonomskih prednosti stvarno izlaze na izbore. Oni koji su u tobožnjoj demokraciji izgubili svaku vjeru, pa i nadu, ne ubrajaju se nigdje i gotovo da ne predstavljaju ljude.

Nisu naÅ¡i kolumnisti Äuli ni za pojam legitimnosti. A možda i jesu, ali misle zaÅ¡to bi Hrvatska u EU uÅ¡la legitimno kada legitimitet nema ni sama EU.

 

(Ivan PljeÅ¡a, predsjednik SocijalistiÄke radniÄke partije Hrvatske)

POSTED BY SRP ON OŽUJAK - 4 - 2012



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La fine dell’ “Europa socialeâ€



“Socialist Voiceâ€, organo del Partito Comunista di Irlanda | da www.solidnet.org

Traduzione di Massimo Marcori per Marx21.it

Sono anni che il buonsenso, in seno al movimento sindacale europeo dominante e ai partiti socialdemocratici, consiste nell'affermare che stiamo facendo rotta verso un’ “Europa socialeâ€, un’Europa che darà lavoro a tutti e offrirà sicurezza ai lavoratori, ai disoccupati e a tutti quelli che, per una ragione o per l’altra, non potranno lavorare, ai giovani che entrano nella vita attiva, alle madri che hanno poca esperienza nel mondo del lavoro al di fuori della famiglia, e ai pensionati.

 

Fino a quando l’Europa dell’occidente capitalista ha dovuto competere col modello sociale ed economico dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati per ottenere l’adesione dei lavoratori, la destra non trovava argomenti. Fondata nel 1973, la Confederazione europea dei sindacati (CES) rappresentò il risultato della presa di coscienza che il sindacato doveva coordinare le sue forze per giocare un ruolo su scala sopranazionale. La posizione della CES appare in modo evidente nel suo slogan “Più Europa, un’Europa socialeâ€. La sua principale attività consiste nel discutere con le istituzioni della UE e le associazioni padronali europee, nel Comitato economico e sociale della UE e altrove.

 

Si tratta di un modello corporativo, che si basa sull’idea di interessi comuni tra lavoro e capitale, invece che sulla lotta tra le classi – un modello che affonda le sue radici nell’ideologia dello stato conservatore cattolico e in quella del fascismo italiano.

 

Il movimento sindacale non è l’unico ad avvicinarsi ad un’errata concezione di un’Unione Europea progressista. In numerose organizzazioni è radicata la convinzione che consegnare ancora nuove competenze nazionali nelle mani della UE sarebbe in sé sinonimo di miglior gestione. Tutti hanno fiducia nelle belle promesse del progetto europeo (CEE/UE), sebbene esse non si siano ancora concretizzate. L’Unione Europea mette il suo naso dappertutto, ma è lontana dal costituire una garanzia che le cose miglioreranno. Per ciò che riguarda le politiche sociali ciò è doppiamente vero.

 

Nel quadro dei rapporti di forza attuali, sarebbe illusorio attendersi l’armonizzazione delle legislazioni che amministrano i sussidi sociali, le pensioni, un salario minimo, gli orari di lavoro o la situazione delle persone inabili, per malattia o invalidità di lavoro, un livellamento in alto, un allineamento sulle condizioni del miglior stato membro.

 

In realtà, la tendenza non è per la realizzazione di un’ “Europa sociale†ma essa va completamente nella direzione opposta, ciò che è tanto più evidente oggi che il modello economico e sociale dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati non è più presente per opporre un’alternativa.

 

L’UE è all’origine di tutta una serie di documenti che riaffermano diritti che dovrebbero essere scontati, vale a dire:

 

Uguaglianza salariale tra uomini e donne;
Assenza di discriminazione razziale sul lavoro;
Ognuno dovrebbe avere una qualche forma di pensione;
I sindacati devono essere legali, e il loro ruolo in quanto interlocutori nei negoziati deve essere rispettato.

 

Questo genere di testi, tuttavia, non va mai oltre il limite del tollerabile. L’attuale crisi dell’euro ha accelerato un flagrante movimento di abbandono delle pretese di costruzione di un’ “Europa socialeâ€. Le priorità sociali dell’UE comprendono ormai la riduzione del costo del lavoro, la riduzione del numero di persone che hanno diritto ai sussidi di disoccupazione e un calo del numero dei pensionati.

 

I padroni non vogliono pagare la loro parte di quote per la Sicurezza sociale, come non vogliono che questi costi vengano assunti dallo stato, perché ciò vorrebbe dire che le imposte non potrebbero essere ridotte. Peraltro, vogliono vedere un mercato del lavoro più flessibile, in cui sarebbe più facile cacciare le persone e in cui i lavoratori avrebbero meno diritti mentre i loro impieghi sarebbero precari.

 

Quale sia l’esito dell’attuale crisi della zona euro, lo si comprende dal fatto che l’UE si è ormai avviata su una via neo-liberale. Ciò significa che la libera concorrenza regna, mentre le legislazioni nazionali che tutelano il lavoro e l’ambiente possono essere rimesse in discussione dalle direttive europee.

 

Il ruolo di organizzazioni come “la Tavola rotonda europea degli industriali†nell’elaborazione della politica della UE non è mai venuta completamente alla luce del sole. Questa organizzazione ha condotto la campagna per l’introduzione dell’euro. L’Europa del capitale esiste da lungo tempo, ma non c’è mai stata l’Europa sociale.

E non si tratta solo di un piccolo complotto fomentato da forze politiche di destra. Se si risale al marzo 2000, un summit di capi di governo si era svolto a Lisbona per discutere delle misure che avrebbero potuto essere adottate per rispondere alla rivendicazione dei sindacati per un’ “Europa socialeâ€. Tuttavia, le conclusioni dei primi ministri, in maggioranza socialdemocratici, per dieci di loro, furono lontane dall’indirizzarsi verso la settimana di 35 ore, la riduzione delle disuguaglianze di reddito, con sicurezza sociale, salario minimo, sviluppo dei sussidi sociali, creazione di impieghi nei servizi pubblici o abbassamento dell’età di pensionamento. Invece, venne lanciato un appello per massicce privatizzazioni con il disimpegno dello stato dalle sue funzioni sociali, come pure per lo stimolo della crescita economica tramite una riduzione delle tasse e un taglio alle spese collettive.

 

Questa lotta per la “competitività†a cui essi hanno aderito doveva essere finanziata dai tagli nei servizi pubblici e perseguirsi con la svendita di quello che restava delle imprese pubbliche.

 

La privatizzazione generalizzata fu messa all’ordine del giorno. Un obiettivo fondamentale che stava dietro a questa privatizzazione fu di spezzare la forza dei sindacati e di spingere verso il basso i salari trasformando ogni impiego in impiego precario.

 

Se li si sollecita un po’, i sostenitori dell’ “Europa sociale†si ostinano a dire che essa può essere compiuta solo se si salva l’euro. E per salvare l’euro, bisogna abbassare i salari, le tasse, e rimettere in discussione i diritti dei lavoratori e dell’ambiente. Questo tipo di crescita contribuisce meno a trovare una soluzione di quanto non possa fare una ripartizione più equa delle ricchezze che già possediamo. Dobbiamo esserne sorpresi? Gettiamo uno sguardo su qualcuno dei leaders di questa nuova “Europa socialeâ€.

 

Il nuovo presidente della Banca centrale europea (BCE) è Mario Draghi. Draghi è stato vicepresidente e direttore generale di Goldman Sachs International e membro del comitato direttivo di Goldman Sachs. E’ stato anche direttore esecutivo italiano della Banca Mondiale, governatore della Banca d’Italia, membro del comitato direttivo della BCE, membro del Consiglio d’ amministrazione della Banca dei regolamenti internazionali, membro del Consiglio d’amministrazione della Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo e della Banca asiatica di sviluppo, presidente dell’Ufficio di stabilità finanziaria.

 

Il nuovo primo ministro italiano, Mario Monti – che è stato nominato e non eletto – era membro dell’Ufficio dei consiglieri internazionali di Goldman Sachs. E’ stato nominato alla Commissione europea, uno degli organi di governo dell’UE. Monti è presidente europeo della Commissione Trilaterale, un’organizzazione americana incaricata di difendere l’egemonia americana nel mondo. Egli è membro del gruppo Bilderberg e membro fondatore del gruppo Spinelli, un’organizzazione creata nel settembre 2010 per facilitare l’integrazione nella UE.

 

Così come un banchiere non eletto è stato installato come primo ministro in Italia, un banchiere non eletto è stato installato come primo ministro in Grecia. Il nuovo primo ministro nominato in Grecia, Lukas Papademos, era governatore della Banca di Grecia. Dal 2002 al 2010, è stato vicepresidente della BCE. Anche lui è membro della Commissione Trilaterale americana.

 

Il mito dell’ “Europa sociale†ha fornito uno slogan utile agli euro-fanatici di tutta Europa. Adesso che l’UE si mostra per quello che è, mentre impone una forma di asservimento economico a larghi strati della popolazione, è stato smascherato come la menzogna che non ha mai cessato di essere.


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http://www.marx21.it/italia/democrazia-e-stato/1005-lapocalisse-della-democrazia-dal-debito-sovrano-allo-stato-demergenza.html

L'apocalisse della democrazia, dal debito sovrano allo stato d'emergenza

12 Febbraio 2012

di Domenico Moro, responsabile Progetto per la formazione di Marx XXI

L'articolo, che pubblichiamo con l'autorizzazione dell'autore, appare nel numero di “Marx XXI†rivista in corso di distribuzione

 

La nomina del governo Monti e, più in generale, il modo in cui l’Europa sta affrontando la crisi del debito rappresenta un passo avanti nella conclusione del tipo di governo affermatosi a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Più correttamente, si potrebbe dire che la crisi del debito solleva il velo sulla natura reale della democrazia borghese, attiva le potenzialità negative insite nel nostro sistema istituzionale, e conduce agli estremi quelle tendenze autoritarie che sono presenti da molto tempo in Italia, nel resto d’Europa e nel cosiddetto Occidente.

 

  1. Capitalismo finanziario, di stato e multinazionale

     

Lo stato non è mai neutrale, è sempre lo stato della classe economicamente dominante. Questo principio è solo un punto di partenza, non potendo prescindere dall’individuazione del modo in cui lo Stato esercita la sua funzione né dalla forma che assume in un certo periodo e in un certo luogo. Forma e modo di funzionamento sono strettamente collegati al tipo di rapporti - di scambio e di forza (a tutti i livelli) tra le classi. Non potremmo, però, capire molto né di questi né dell’evoluzione dello Stato se non capissimo l’evoluzione del modo di produzione capitalistico. Sebbene ci sia abbondanza di analisi ed interpretazioni della crisi in atto e soprattutto sulla crisi dell’euro, più rare sono le riflessioni sul collegamento tra questa crisi e le modificazioni di lungo periodo attraversate dal capitale. Di conseguenza, spesso le misure proposte – dall’acquisto diretto da parte della Bce di titoli statali europei, alla modifica del ruolo di quest’ultima in prestatore diretto di ultima istanza (sul modello Usa), alla definizione di bilanci e fiscalità veramente comuni fino al ripudio del debito – al di là della validità o meno di questa o quella per tamponare la crisi e stante la giustezza di far pagare il debito ai ricchi e al grande capitale, rimangono legate ad una prospettiva, seppure necessaria, però ancora limitata, difensivista. Soprattutto, sia rispetto all’imperialismo che allo Stato, a me sembra che, in linea di massima, continuiamo a ragionare e a comportarci sul piano politico come se fossimo sostanzialmente in fasi storiche precedenti a quella attuale.

 

Il modo di produzione capitalistico è arrivato, già tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, alla sua fase suprema, quella imperialista. Con suprema si è voluto intendere “ultimaâ€, in realtà il significato più corretto è quello di fase o livello superiore, di maggiore sviluppo in senso capitalistico. Proprio per questo, sviluppo superiore non vuol dire che questo sviluppo non si evolva continuamente, come in effetti è accaduto. Giovanni Arrighi affrontò tale questione in The Geometry of Imperialim1, proprio partendo dal testo di Hobson sull’imperialismo, base anche per l’elaborazione leninista. Secondo Hobson, che scrive prima della Grande guerra, la forza dirigente dell’imperialismo era l’alta finanza, composta di gruppi capitalistici che investivano la liquidità in eccesso nelle colonie e nel debito statale. Caratteristica del capitalismo finanziario era la mobilità estrema dei capitali, determinata dalla forte mondializzazione raggiunta alla fine del XIX secolo, il periodo della belle époque. Con la Prima guerra mondiale la mondializzazione si interruppe e, al posto dell’alta finanza, presero il sopravvento le grandi imprese, favorite dalle enormi spese belliche. Nel trentennio tra la Prima e la Seconda guerra mondiale si sostituisce al capitalismo finanziario il capitalismo di Stato, che trova la sua forma più sviluppata in Germania ed in Italia. Il capitalismo monopolistico di Stato espresse un processo di integrazione tra capitale pubblico e privato, in cui è quest’ultimo il vero dominatore dell’economia nazionale2. Sia il capitalismo finanziario – l’alta finanza – che il capitalismo di Stato – basato sulle grandi imprese – si poggiavano sullo Stato-nazione, ma mentre il primo era per sua natura transnazionale il secondo era fondamentalmente nazionale. Anche in Usa, con il New Deal di Roosvelt, sembrò affermarsi il capitalismo di Stato. Lo stesso keynesimo, in effetti, assumeva alcune caratteristiche dell’imperialismo nazionalistico. Ma gli Usa presentavano già una differenza importante rispetto all’Europa. Le imprese Usa, operando nella vastità continentale del loro mercato domestico, acquisirono dimensioni e attitudine che le portarono a diventare imprese sovrannazionali, e ad orientarsi verso investimenti produttivi multinazionali. Al contrario, le imprese tedesche rimasero sostanzialmente nazionali, e l’imperialismo tedesco “funzionava interamente sul piano definito dall’espansione dello stato nazione.â€3 Negli anni ’20 si ebbe una espansione degli investimenti Usa all’estero che però, a seguito della crisi degli anni ’30, dell’abolizione del golden standard e del protezionismo si interruppe. Con la fine della Seconda guerra mondiale, grazie anche all’affermazione dell’egemonia statale Usa, la spinta verso la transnazionalizzazione delle imprese americane riprese vigore, soprattutto in direzione dell’Europa. Gli investimenti diretti Usa all’estero passarono dai 7,2 miliardi di dollari del 1946 agli 86 miliardi del 1971. Il modello Usa cominciò ad imporsi così anche in Europa, grazie alla restaurazione della convertibilità, al progressivo superamento del capitalismo di stato e all’affermazione di mercati di dimensioni sufficienti ad affermare la produzione di massa e le tecniche di distribuzione già sperimentate dalle aziende giganti negli Usa.

 

  1. Impatto sullo Stato e sul lavoro salariato della transnazionalità

     

Il passaggio da capitalismo finanziario e capitalismo di stato a capitalismo multinazionale ebbe un profondo impatto sullo Stato. Secondo Baran e Sweezy: “Queste imprese giganti non sono più preoccupate di promuovere l’interesse nazionale dei paesi avanzati, inclusi quelli nei quali i loro quartier generali sono situati.â€4 Secondo Arrighi, si realizza persino un <<conflitto di interesse>> tra le grandi compagnie multinazionali e gli stati-nazione. Dalla fine degli anni ’50 l’emigrazione delle corporazioni giganti aveva gettato in crisi la supremazia finanziaria degli Usa sull’Europa. Nel 1968 il presidente Usa Lindon Jhonson proibì i movimenti di capitali verso l’Europa continentale e i Paesi industrializzati. Questo, però, non bastò a comprimere l’autonomia delle transnazionali Usa e i profitti non rimpatriati causarono le pressioni speculative sul dollaro che avrebbero fatto esplodere il sistema monetario stabilito a Bretton Woods. Proprio a partire dal ’68 il capitale ha riaffermato il mercato come necessaria mediazione delle relazioni inter-statuali, realizzando una svolta di 180° rispetto agli anni ’30, quando ogni forma di circolazione internazionale di denaro, capitale, e merci richiedeva la mediazione delle relazioni inter-statuali, di norma bilaterali, cioè tra singoli Stati. Inoltre, sempre Arrighi sostiene che “il capitalismo finanziario e il capitalismo multinazionale sono concetti non solo distinti ma oppostiâ€, distinguendosi, poi, soprattutto per il diverso rapporto con la divisione internazionale del lavoro. Il primo (l’alta finanza) doveva la sua esistenza alla divisione del mondo in entità separate, ognuna con la sua divisione del lavoro e influenzava la divisione del lavoro in modo indiretto attraverso il mercato e con la mediazione di relazioni inter-statuali. Il secondo influenza direttamente la divisione del lavoro, filtrando attraverso le frontiere territoriali e la divisione in stati e nazioni.

 

Questi movimenti hanno due importanti conseguenze. In primo luogo, comportano un processo contraddittorio in cui, da una parte, si manifesta la crisi dello Stato-nazione sia nella tendenza ad aggregazioni multinazionali o multistato (sul modello russo o Usa) sia nella tendenza alla decomposizione degli stati nazionali in entità regionali più o meno omogenee. Dall’altra, però, alcuni stati-nazione hanno tratto beneficio della nuova situazione, sfruttando la mediazione del mercato e adattandola alle loro necessità e rafforzandosi a spese degli altri: non solo gli Usa, ma anche la Germania e un gruppo di stati-nazione che ora cercano di soppiantare i vecchi colonizzatori occidentali (Cina, India, Sud Africa, Brasile). In secondo luogo, l’applicazione del modello Usa all’Europa porta ad una trasformazione nei rapporti di forza tra capitale e forza lavoro e alla modificazione nella composizione della classe lavoratrice. Infatti, a partire dal ’68, quello che Arrighi definisce il <<potere sociale>> della classe lavoratrice dei Paesi del centro capitalistico diventa incompatibile con lo sviluppo capitalistico. Attraverso la transnazionalità il capitale di ogni nazione tenta di aggirare, contenere e indebolire il <<potere sociale>> del lavoro del centro. La transnazionalità diventa così caratteristica comune dei Paesi occidentali a partire dalla fine degli anni ’80, portando alla concorrenza con gli Usa e a un sovraffollamento sul mercato mondiale delle grandi imprese. Speculazione finanziaria e riduzione dei costi sono il riflesso di questa situazione. Soprattutto la riduzione dei costi, che si attua con l’immissione massiccia di forza lavoro femminile e immigrata e con le delocalizzazioni. Entrambi questi fenomeni portano, secondo Arrighi, ad una modificazione interna alla classe lavoratrice. In sostanza, si ricrea un esercito industriale di riserva5 di ampie proporzioni e la riproposizione della miseria di massa nei Paesi del centro. Il che fa dire ad Arrighi che “le previsioni del Manifesto [del partito comunista] possono essere sul movimento operaio mondiale più rilevanti nei prossimi 50-60 anni di quanto lo siano state negli ultimi 90-100 anni.â€6

 

Quanto sta accadendo oggi all’Europa è la conseguenza di questa linea di sviluppo durata decenni e che si è manifestata anticipatamente negli Usa. In un mio precedente articolo7 facevo notare come l’esportazione di capitali avvenisse in modo diverso all’inizio del XX secolo rispetto agli ultimi venti anni, cioè allora verso investimenti infrastrutturali nelle colonie dei singoli stati, ed ora verso gli investimenti produttivi nella manifattura in tutto il mondo. Lo spostamento crescente della produzione e la deindustrializzazione relativa dei Paesi centrali riduce la crescita del Pil, produce uno squilibrio crescente nella bilancia commerciale e delle partite correnti, e aumenta le uscite dello stato, riducendone le entrate. Senza contare che il debito sovrano diventa strumento per attirare capitali stranieri in una situazione in cui l’afflusso di capitali produttivi dall’estero non compensa il deflusso di capitali verso l’estero, determinando un deficit anche di parte finanziaria nelle partite con l’estero. In sintesi, lo spostamento della produzione verso la periferia crea nel centro debiti e deficit pubblici sempre maggiori – in assoluto e in percentuale sul Pil - e rende più difficile rifinanziarli. Il ruolo dello Stato-nazione, quindi, sembrerebbe indebolirsi a causa della transnazionalizzazione del capitale. Fra l’altro, il capitale tende alla costruzione di livelli sovrannazionali europei, cui sono trasferite alcune funzioni e prerogative dello Stato-nazione. Allo stesso tempo, però, il capitale impone allo Stato-nazione di rientrare in gioco per assumersi il peso degli oneri causati dalla crisi del capitale stesso, accentuando le funzioni di sostegno all’accumulazione. Senza contare il rafforzamento dello Stato-nazione sul piano del controllo sociale e dell’esercizio della forza all’interno e all’esterno, sotto forma di guerre ricorrenti. La risultante è un movimento contraddittorio caratterizzato da spinte in direzioni diverse, tutte, però, determinate e funzionali al capitale. Il carattere dominante di questo movimento è, comunque, univoco: il rafforzamento del ruolo di classe dello Stato.

 

Ci sarà un collasso della Ue e dell’area euro? La transnazionalizzazione rende necessari sia la Ue che l’euro al capitale multinazionale europeo. Il modo in cui è stata realizzata l’unione valutaria – senza una vera unità di bilancio e statuale - crea contraddizioni molto forti, che mettono oggettivamente a dura prova Ue ed euro, soprattutto l’euro, come abbiamo osservato in più occasioni. Al tempo stesso entrambe le costruzioni sono la conseguenza del processo che abbiamo descritto. È vero che la Germania è proiettata a livello mondiale, in Cina e nelle Americhe, grazie ad aziende sempre più transnazionali e grazie alla maggiore produttività e alla migliore organizzazione commerciale. Ma è altrettanto vero che la sua capacità di reggere, nella fase storica che si è ormai aperta, la concorrenza di colossi continentali – Usa, Cina, Brasile, India - riposa soprattutto sull’ampiezza del suo retroterra domestico, che non è da identificare con il mercato e la base produttiva tedeschi, ma con quelli dell’Europa occidentale. Non a caso una parte consistente del capitale tedesco, in particolare il settore automobilistico, è preoccupata per l’eventuale fine dell’euro e non vede di buon occhio un euro nordico8. La base di una potenza mondiale deve essere sufficientemente ampia – come dimostrano i fallimenti della Germania nell’assalto al potere mondiale nella prima metà del XX secolo9 - e solo l’Europa occidentale continentale si presta a questo scopo. Semmai, questa base va coordinata e subordinata alle esigenze tedesche. Però, l’egemonia tedesca nei confronti delle altre frazioni della borghesia e del capitale europei potrebbe funzionare solo in senso <<gramsciano>>, cioè come capacità della Germania di prospettare agli altri imperialismi un assetto adeguato allo scontro mondiale in atto. Per queste frazioni la Germania sarebbe il nocciolo duro cui agganciarsi in una fase di mondializzazione, in cui il potere economico e politico di stati imperialisti quali Francia, Italia, Spagna, Belgio è drasticamente ridimensionato. La fine dell’euro e del mercato europeo metterebbe questi Stati e le frazioni del capitale che vi hanno base in una situazione ancora più difficile. Sebbene sia sempre possibile un crollo della moneta unica per le sue contraddizioni interne, è improbabile un abbandono spontaneo dell’euro. Il punto, per il capitale europeo, non è se stare o meno nell’alleanza con la Germania o nel sistema euro, il punto è come starci, cioè quale posizione gerarchica occupare e quale grado di potere e autonomia riuscire a spuntare nella negoziazione con la potenza tedesca. Dunque, siamo di fronte a una lotta che si svolge a vari livelli, in cui l’alleato in un livello diventa concorrente e finanche avversario in un livello diverso. Il primo livello oppone l’Occidente (Usa e Ue), cioè il centro del sistema economico mondiale, alla periferia degli emergenti, il secondo oppone l’Area euro agli Usa, e l’ultimo vede l’accendersi della conflittualità all’interno dell’Area euro stessa. In realtà, il quadro è ancora più complesso perché, ad esempio in Europa, il fronte filo-americano non è così nettamente differenziato da quello filo-euro. In aggiunta, si giocano altri conflitti all’interno dei singoli stati-nazione. Conflitti fra classi, e fra settori delle stesse classi. Quindi, nei singoli stati si determina un processo contraddittorio che è a un tempo di crescente lotta interna e di tendenza al compattamento in faccia al <<nemico>> esterno. Oggi, in particolare, è quest’ultima a predominare, nella forma di tendenza al governo di emergenza nazionale, all’<<unione sacra>>. Come in tempo di guerra, assimilato, come vedremo, al tempo di crisi economica. Del resto, crisi strutturale e guerra fredda e calda, interna ed esterna, sono da sempre strettamente intrecciati nella storia europea.

 

  1. Dalla “lotta di classe democratica†allo stato d’eccezione

     

L’elemento più importante è il fatto che muta il terreno in cui si svolge la lotta di classe. Muta a livello economico, politico e istituzionale. Nell’analisi di Marx l’accumulazione capitalistica, mediante la sostituzione di forza lavoro con macchine e tecnologia, crea una sovrappopolazione relativa di lavoratori, che produce un esercito industriale di riserva10. Tale esercito di riserva serve a mantenere bassi i salari, costringere al lavoro straordinario e, di conseguenza, a mantenere alti i profitti. In effetti, la creazione di una sovrappopolazione relativa è considerata da Marx uno dei fattori più importanti di contrasto della caduta del saggio di profitto, che, proprio grazie a questi, ha carattere tendenziale. La legge generale dell’accumulazione, che Marx deriva dalla sovrappopolazione relativa, dice che accanto all’accumulazione di ricchezza si ha una parallela e proporzionale accumulazione di povertà. L’ideale per il capitale è disporre di working poor, poveri che lavorano, disponibili ad accettare i salari stabiliti dal capitale. In realtà, lo stesso Marx dice che la lotta operaia conferisce a questa legge un carattere tendenziale. Infatti, l’aumento della produttività può tradursi, in caso di una forte opposizione operaia, invece che in esercito industriale di riserva, in riduzione dell’orario di lavoro e/o in aumento dei salari reali, anche in caso di diminuzione del salario relativo, cioè di aumento del divario tra salari e profitti. Altri fattori che hanno ridotto l’efficacia della legge generale sono stati la suddivisione tra centro e periferia del sistema imperialista e il colonialismo, che hanno svolto il ruolo di alimentare quella che Lenin chiamava <<aristocrazia operaia>>. La vittoria del socialismo in Urss ha svolto un ruolo aggiuntivo, rafforzando la tendenza al miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori del centro capitalistico, specie in Europa, in modo da togliere spinta ad eventuali emulazioni rivoluzionarie. Nella fase post Seconda guerra mondiale lo sviluppo del welfare state ha così attutito fortemente la capacità delle continue ristrutturazioni, seguite alle crisi, di comprimere il salario. L’aggravarsi della tendenza alla caduta del saggio di profitto ha, però, spinto il capitale a riattivare la legge generale dell’accumulazione. Cosa che, però, non sarebbe stata possibile senza due fattori intervenuti nel frattempo e collegati tra di loro: la creazione del mercato mondiale e il crollo dell’Urss. Il processo non si è ancora completato, perché non è facile nel giro di due decenni modificare quello che si è sedimentato in oltre 80 anni di lotte. Le crisi del debito sovrano e dell’euro sono viste dal capitale come l’occasione giusta per dare un’altra spallata al welfare e alla residua regolamentazione del mercato del lavoro. Significativa è la motivazione di rompere la distinzione tra <<privilegiati>>, con contratti a tempo indeterminato, e precari. Infatti, “Nella visione di Marx esercito attivo e di riserva sono costituiti dalle stesse persone, che si assumeva passassero continuativamente dall’uno all’altro.â€11 Per l’accumulazione di capitale è essenziale ristabilire pienamente questo meccanismo, non solo per contrastare la caduta del saggio di profitto, ma anche perché l’andamento del mercato è ciclico e il capitale vuole poter essere libero di assumere e dismettere forza lavoro a seconda delle necessità produttive. Facendo un ragionamento di più lungo periodo possiamo dire che nel periodo tra 189612 e 1948 la condizione dei lavoratori in Europa Occidentale vide un ampliamento dei salari reali e del potere sociale dei lavoratori. Nei decenni successivi al 1948 il proletariato industriale statunitense ed europeo occidentale conobbe un benessere economico senza pari. Secondo Arrighi questa fu la base sociale dell’affermazione in Europa occidentale della posizione del revisionista Bernstein, cioè socialdemocratica, di legarsi ai settori più forti della classe lavoratrice. Tale posizione si concretizzava nella prodigiosa espansione del potere dei rappresentanti del proletariato industriale nel contesto, però, della quasi scomparsa di una vocazione autonoma del proletariato stesso, cioè di una aspirazione alla conquista del potere statale. Viceversa la posizione comunista di Lenin si affermò maggiormente e con più successo nella periferia, dove l’accumulazione capitalistica continuava a produrre povertà. Come abbiamo detto, questo contesto si è andato e sta andando modificandosi velocemente, riaffermando la povertà non solo relativa ma anche assoluta e di massa, sebbene in modo molto differenziato, nei vari centri del capitalismo mondiale. Quello che appare chiaro è che i partiti ed i sindacati di sinistra sono in crisi dovunque in Occidente13, perché non riescono ad arrestare la crescita della miseria e troppo spesso operano come se si stesse ancora nella fase storica precedente. Del resto, non è facile, pur essendo necessario, liberarsi di ideologie, tattiche e approcci politici e istituzionali maturati nel corso di un secolo ed ormai inadeguati.

 

Quella in atto è una aggressione frontale alla classe lavoratrice, mediante un attacco al salario diretto, indiretto, e differito. In questo quadro deve mutare anche la cornice istituzionale e politica, la forma statuale, se non formalmente almeno sostanzialmente. Dalla fine dell’800, e, in modo più esteso, nell’Europa occidentale post Seconda guerra mondiale, si era affermata nel capitalismo maturo quella che è stata chiamata la <<lotta di classe democratica>>: “Il conflitto tra borghesia e lavoratori si civilizza: perde le forme drammatiche e violente della rivoluzione e della reazione controrivoluzionaria, per assumere le forme pacifiche e regolate dalla legge del confronto elettorale e parlamentare tra partiti politici che esprimono gli interessi delle classi in conflitto.â€14 Si tratta di un quadro abbastanza idillico che solo a fatica può essere adattato alla realtà storica, visto che i fenomeni di sospensione della lotta di classe democratica e il passaggio ad altre forme più violente è avvenuto, ad esempio, negli anni ’20 e ’30. Ma non vanno sottaciuti neanche episodi come la <<strategia della tensione>> nel secondo dopoguerra in Italia, e il golpe gaullista del ’6115, per limitarci all’Europa occidentale. In pratica, ogni qualvolta la classe lavoratrice dava l’impressione di poter o voler contare qualcosa, la democrazia veniva sospesa con grande disinvoltura, e non da forze estranee al sistema istituzionale, bensì proprio dal capo dello stato stesso. Fu il re d’Italia a permettere a Mussolini di prendere il potere e fu sempre lui ad estrometterlo. L’ascesa di Hitler in Germania non sarebbe stata possibile se la Germania non si fosse trovata da quasi tre anni in regime di <<dittatura del presidente>> della Repubblica, von Hindenburg. Né in Italia né in Germania, in seguito alla vittoria fascista, le rispettive Costituzioni vennero abolite, se non solamente dopo un certo periodo di tempo, continuando a rimanere formalmente in vigore, in una situazione che le contraddiceva radicalmente. Qual era la giustificazione dello stato di eccezione e della sospensione della Costituzione? L’esistenza di una situazione di emergenza, di pericolo nazionale. In questa situazione deve intervenire un commissario, in base a quella che Carl Schmidt, già presidente dei giuristi nazisti, chiama dittatura commissaria, distinguendola dalla dittatura sovrana (dittatura del proletariato)16. La differenza starebbe nel fatto che la prima difenderebbe la costituzione e la seconda la abolirebbe per affermarne un’altra. Secondo Giorgio Agamben, che alla questione dello stato d’eccezione ha dedicato un agile ed utile libro17, la dittatura commissaria non può, però, essere paragonata all’istituto della dittatura esistente a Roma, che era una magistratura, prevista dalle leggi repubblicane. La dittatura commissaria è, invece, non è prevista dalle leggi. In effetti, anche se De Gaulle nel 1961 fece ricorso all’articolo 16 della Costituzione, che stabiliva che il Presidente potesse prendere misure d’emergenza necessarie, e i governi di Weimar fecero riferimento all’articolo 48, proclamando lo stato d’eccezione ed emanando decreti d’urgenza in 250 occasioni, “la dichiarazione dello stato d’eccezione viene sostituita da una generalizzazione senza precedenti del paradigma della sicurezza come tecnica normale di governo.â€18 In questa tendenza l’esecutivo – governo e presidente della Repubblica - assumono un potere ed una preminenza sempre maggiore nei confronti dei parlamenti, il cui ruolo declina in tutti i Paesi avanzati proprio negli ultimi decenni. Il decreto legge, ad esempio in Italia, si è affermato come preminente strumento di legislazione e, secondo Agamben, “il parlamento si limita a ratificare i decreti emanati dal potere esecutivo. In senso tecnico, la Repubblica non è più Parlamentare ma governamentale.â€19 Inoltre, lo stato d’eccezione, che trae origine dallo stato d’assedio in tempo di guerra, nell’epoca contemporanea tende “a far coincidere emergenza politico-militare con la crisi economica.â€20, stabilendo “una implicita assimilazione fra guerra ed economia.â€21 Lo stesso New Deal fu realizzato attraverso la delega di poteri straordinari a Roosvelt, che, nell’assumere il suo incarico nella lotta contro la crisi del ’29, fece largo uso di un linguaggio da emergenza bellica.

 

Nella nomina di Monti a Presidente del Consiglio dei ministri, si riscontrano molte analogie con quanto illustrato da Agamben. In primo luogo, la nomina di Monti sospende il normale funzionamento della democrazia borghese formale. Monti non è eletto da nessuno, è nominato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Viene preso dal mondo della tecnocrazia, e la sua nomina a senatore poco prima del varo del governo è una foglia di fico che non vale a nascondere la sua nomina irregolare. Del resto, la definizione che si attaglia maggiormente al governo Monti non è quella di governo tecnico, ma di governo del Presidente. Il dominus della situazione è Napolitano. L’uomo del Colle, sin dall’inizio del 2011, ha progressivamente accentuato il suo protagonismo. Mentre la figura del Presidente del Consiglio diventava sempre più evanescente, quella del Presidente della Repubblica assumeva contorni sempre più profilati. Napolitano ha determinato la partecipazione italiana alla guerra Nato contro la Libia, a dispetto del trattato Italia-Libia, e che Berlusconi era riluttante a fare. Ha sollecitato l’accordo tra sindacati e Confindustria. Ha assunto un ruolo sempre più esecutivo, anzi il ruolo esecutivo. È come se l’Italia fosse passata - ed è effettivamente passata – dalla forma, stabilita dalla Costituzione, di governo repubblicano-parlamentare ad una forma semipresidenziale o addirittura presidenziale. A dirlo non siamo noi, bensì La Stampa in un editoriale di Gian Enrico Rusconi: “L’espressione di <<governo del Presidente>>, certamente estranea al linguaggio dei costituenti, rispecchia questa nuova situazione, che potrebbe rivelarsi come una risorsa per la Repubblica, sin qui non valorizzata. Un esecutivo che governa e un Parlamento che vigila sembrano quasi alludere ad un semipresidenzialismo.â€22 L’azione di Napolitano è al di fuori della forma e della sostanza della Costituzione. Il Titolo II della Costituzione ed in particolare gli articoli 87 e 88, che regolano le funzioni del Presidente, non prevedono nulla di ciò che è stato fatto. Il presidente non ha la facoltà di nominare chicchessia a suo piacimento al governo, bensì ha la facoltà di sciogliere le Camere e di indire nuove elezioni. Ha un ruolo di controllo e garanzia della Costituzione, non esecutivo. L’anomalia della situazione è risultata chiara anche a quei mass media, come il confindustriale Sole24ore, che pure chiedevano da tempo a gran voce una soluzione <<tecnica>>, e che si sono affrettati a trovare giustificazioni all’azione del Presidente della Repubblica. Clementi sostiene che l’azione del Presidente sarebbe conforme alla Costituzione, perché coerente con le modifiche in senso bipolare dell’ordinamento della forma di governo, che favoriscono, in caso di necessità, una pratica bipartisan fra gli schieramenti politici23. Parole che, semmai, rivelano quanto il bipolarismo sia in conflitto con la Costituzione. Roberto D’Alimonte si spinge ancora più avanti: “In realtà i sostenitori della presunta illegittimità democratica del governo Monti confondono la sospensione della democrazia con la sospensione della competizione. La competizione tra partiti e tra schieramenti è una modalità del funzionamento della democrazia ma non è la democrazia.â€24 Così, in un sol colpo, D’Alimonte si rimangia quanto ci era stato predicato per decenni, soprattutto in contrapposizione ai Paesi socialisti, e cioè che l’anima della democrazia era la competizione tra partiti. Senza contare che la concezione di D’Alimonte è in palese contrasto con l’articolo 49 della Costituzione, che definisce come centrale il ruolo dei partiti. Malgrado tutto questo, a sinistra quasi nessuno si è permesso di criticare il Presidente della Repubblica. Se tutto questo fosse venuto da un presidente vicino a Berlusconi sarebbe stato lo stesso?

 

Quella a cui assistiamo è l’<<apocalisse>> della democrazia. Sia nell’accezione di <<rivelazione>> di cosa stia dietro la democrazia borghese, sia in quella figurata di <<distruzione>> della democrazia stessa. Il governo Monti è un governo di classe in forma pura, richiesto a gran voce dai centri del grande capitale italiano, molto prima che dall’Europa, con l’annullamento delle mediazioni di classe. Il governo tecnico serve a fare ciò che nessuno schieramento o partito può permettersi di fare, perché significherebbe pagare un forte scotto alle prossime elezioni. Quindi, meglio sospendere la democrazia e i partiti stessi. Magari per recuperarli più avanti, pronti ad essere riutilizzati. Ma così, sospendendo la democrazia, si rivela il potere del capitale sulla società. Si rivela quello che Marx diceva del sistema politico della società divisa in classi, cioè essere sempre la dittatura della classe economicamente dominante. Quello che è accaduto con il governo Monti ha una importanza che va al di là del contingente. Sebbene negli ultimi decenni forme di stato d’eccezione come i decreti legge si siano affermate nella pratica corrente, mai si era verificata una accelerazione di questo tipo. Il fatto è che la fase è cambiata. In effetti, il governo dello stato di eccezione è sempre un governo di guerra. E oggi è in atto una guerra vera e propria contro i lavoratori, cui si aggiungono guerre esterne sempre più frequenti e violente, come dimostra la vicenda della Libia. In ogni caso la “lotta di classe democratica†è finita. Il punto è che con essa è finita la tattica e la strategia che i lavoratori e la sinistra avevano definito e seguito per decenni. L’appello continuo alla difesa della Costituzione, allo stesso modo della difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, assomiglia sempre di più alla situazione di una guarnigione che si rinserri nel suo castello, mentre l’esercito nemico è libero di devastare e saccheggiare le campagne intorno. Anzi, mentre il nemico è già all’interno della prima cerchia delle mura e i difensori si rifugiano nel mastio. Questo, ovviamente, non significa che la difesa della Costituzione e dell’articolo 18 debbano essere abbandonate. Tutt’altro. Significa che il contesto è cambiato e non possiamo più continuare a giocare solo in difesa. Significa che limitare al berlusconismo il pericolo per la democrazia in Italia vuol dire avere una visione parziale delle dinamiche in gioco. L’opposizione al <<cavaliere>> di tanta parte del grande capitale italiano e dei quotidiani ad esso legati – dal Sole24ore al Corriere della Sera, alla Stampa e alla Repubblica - va vista in chiave di competizione tra frazioni interne al capitale italiano. Inoltre, il Pd ed i suoi antecedenti sono pienamente responsabili del progressivo smantellamento della democrazia dei padri costituenti, a partire dal referendum sul maggioritario di 21 anni fa. Così come sono responsabili di aver sempre offerto scappatoie a Berlusconi, proprio in ottemperanza di un bipolarismo, ritenuto la <<linea del Piave>> da difendere ad ogni costo. Evidentemente perché utile a eliminare chiunque si ponga alla propria sinistra. Oggi, Pdl e Pd, oltre a stare nella medesima maggioranza parlamentare a sostegno di Monti, sono anche promotori di una proposta di legge bipartisan di riforma dei regolamenti parlamentari, che rafforzerà il potere del governo proprio per quanto riguarda la decretazione d’urgenza25. Se è vero che il sistema elettorale pone dei vincoli stretti alla sinistra di classe è, però, altrettanto vero che oggi i margini di mediazione, all’interno del sistema, sono gravemente compromessi ed il quadro in cui si esercitava il <<potere politico>> della classe lavoratrice nel dopoguerra è semidistrutto. Non tenerne conto può portare al dissolvimento in maniera non molto diversa dagli esiti della legge elettorale. Al contrario, la nuova fase storica che si è aperta determina la possibilità e la necessità di riprendere la pratica dell’autonomia di classe. Neanche una realistica politica delle alleanze può prescinderne, risultandone anzi rafforzata.

 

Domenico Moro

 

1 G. Arrighi, The Geometry of Imperialism, Verso Editions, London 1983.
2 Cfr. G. Amendola, Saggio introduttivo, in P. Grifone, Capitalismo di stato e imperialismo fascista, Mazzotta, Milano 1975.
3 F. Neumann, Behemot, London 1944. Cit. in G. Arrighi, op. cit., pag. 127.
4 P. A. Baran and P. M. Sweezy, ‘Notes on the Theory of Imperialism’, cit. in G. Arrighi, op. cit., pag. 137.
5
6 G. Arrighi, “Marxist Century, American Century: The making and remaking of the world labour movementâ€, New Left review I/179, January-February 1990. Traduzione italiana in Arrighi, Capitalismo e (dis)ordine mondiale, manifestolibri, Roma 2010, pag. 95.
7 D. Moro, Le cause del debito europeo e il che fare, “Marx ventunoâ€, n.5 2011 – anno XIX. Vedi anche D. Moro, Non solo debito, “il manifestoâ€, 28 dicembre 2011.
8 “Proprio l’avvento della valuta comune è tra i fattori che hanno permesso negli ultimi dieci anni a Volkswagen, Bmw, e Daimler di mettere alle corde la concorrenza del Sud Europa e di respingere quella asiatica.†In A. Malan, All’auto made in Germany piace l’euro, “Il Sole24 oreâ€, 6 gennaio 2012.
9 “… la sconfitta tedesca (…) era l’inevitabile risultato di aver voluto combattere una guerra globale senza essere una potenza globale.†N. Ferguson, Impero, Mondadori, Milano 2009, p.257.
10 K. Marx, Il capitale, Libro I, capitolo XXIII. “La legge generale dell’accumulazione capitalisticaâ€. Newton Compton, Roma 1996.
11 G. Arrighi, Capitalismo e (dis)ordine mondiale, manifestolibri Roma 2010, p. 66.
12 Il 1896 è l’anno della fine della grande crisi del 1873-1896. La fine della crisi diede luogo ad un nuovo periodo di espansione del capitale, al fenomeno dell’imperialismo e vide anche l’affermazione della socialdemocrazia e dei sindacati, soprattutto in Germania.
13 Il numero degli iscritti non solo ai partiti ma anche ai sindacati si riduce drasticamente negli ultimi 20 anni. Fanno eccezione la Svezia e i paesi scandinavi, dove il sindacato gestisce pezzi del welfare. In Italia si passa da un tasso di sindacalizzazione del 49,6% nel 1980 al 33,7% nel 2003. Cfr. Paolo Feltrin, Il sindacato tra arene politiche e arene delle relazioni industriali: equilibri instabili o sabbie mobili?, “Quaderni di rassegna sindacaleâ€, n.4 - 2006.
14 G. Ballarino, H. Schaedee, e C. Vezzoni, Classe sociale e voto in Italia, 1972-2006, “Rivista italiana di scienza politicaâ€, n. 2 agosto 2009, p. 263.
15 “… il presidente della repubblica Coty fa sapere di essersi rivolto attraverso i presidenti delle due Camere a De Gaulle per chiedergli la disponibilità a formare un nuovo governo. In un messaggio alle Camere il presidente si giustifica: “Debbo forse rinunciare a fare appello all’uomo la cui incomparabile integrità morale può assicurare la salvezza della Patria?â€. In L. Canfora, La Democrazia, storia di una ideologia, Laterza, Bari 2006, p. 307.
16 C. Schmidt, La dittatura, Edizioni settimo sigillo, Roma 2006. P. 306.
17 G. Agamben, Stato d’eccezione, Bollati Boringhieri, Torino 2010.
18 Ibidem, p.24.
19 Ibidem, p.28.
20 Ibidem, p. 25.
21 Ibidem, p. 23.
22 G. E. Rusconi, L’incognita del consenso contrattato, “La Stampaâ€, 19 novembre 2011. Il corsivo è mio.
23 F. Clementi, Il Colle protagonista nel solco costituzionale, “Il Sole24oreâ€, 15 novembre 2011.
24 R. D’Alimonte, Ora sacrifici bipartisan, “Il Sole24oreâ€, 17 novembre 2011. Il corsivo nel virgolettato è mio.
25 La proposta di riforma dei regolamenti parlamentari ha come primi firmatari i senatori Quagliariello (Pdl) e Zanda (Pd). Prevede un iter rapido di 30 giorni per i provvedimenti dichiarati urgenti, la “blindatura†della Legge di stabilità (ex finanziaria) con tetto agli emendamenti e divieto di introdurre materie nuove nel corso del dibattito in Parlamento.


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Lettonia: riabilitate e commemorate le SS e discriminata la minoranza russa


30 Marzo 2012 - da "Atlas Alternatif†| Traduzione a cura di Marx21.it

Nell'Assemblea generale dell'ONU, Stati Uniti e paesi UE votano contro una risoluzione, presentata dalla Russia, che condanna la glorificazione del nazismo.

Venerdì 16 marzo (http://fr.rian.ru/) a Riga, i veterani della Legione Lettone della Waffen SS e i loro simpatizzanti che hanno, come tutti gli altri anni, deposto fiori davanti al Monumento della Libertà erano 1.500 secondo un'agenzia occidentale (http://www.rtbf.be/).
 
La Commissione Europea (http://stopnazism.wordpress.com/) ha condannato questa manifestazione come incompatibile con i valori dell'Unione.
 
Le manifestazioni dei veterani SS hanno un sostegno istituzionale forte in Lettonia. Nella primavera 2010, una corte amministrativa aveva annullato un'ordinanza del sindaco di Riga che proibiva la marcia, e persino il presidente del parlamento aveva preso posizione contro tale ordinanza.
Anche il ministro degli affari esteri si era espresso per la continuazione della manifestazione. Secondo l'ONG “Mondo senza nazismo†(http://stopnazism.wordpress.com/), i responsabili politici lettoni quest'anno non hanno fatto nessun sforzo per dissociarsi dalla marcia, e il presidente lettone Valdis Dombrovskis ritiene addirittura che il mondo dovrebbe “inchinarsi†davanti a questi “liberatori†della Lettonia (dove il 90% degli ebrei è stato sterminato sotto l'occupazione tedesca...).
Molti degli anti-SS nei paesi baltici sostengono oggi che la loro posizione è indebolita dal rifiuto costante degli occidentali di votare le risoluzioni dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite che condannano la nostalgia del nazismo. Il 23 dicembre 2010 (http://rt.com/usa/news/us-fight-baltic-world/) 129 paesi all'ONU hanno votato una risoluzione russa che condanna la glorificazione del nazismo. Gli Stati Uniti hanno votato contro. L'anno seguente, il 19 dicembre 2011 (http://real-agenda.com/2012/01/27/united-nations-anti-nazi-resolution-and-falsification-of-history/), la risoluzione A/66/460 (http://www.un.org/ga/search/view_doc.asp?symbol=A/66/460) sul “carattere inammissibile di certe pratiche che contribuiscono ad alimentare le forme contemporanee del razzismo, della discriminazione razziale, la xenofobia e intolleranze dello stesso tipo†che esprime anche “inquietudine profonda di fronte alla glorificazione del movimento nazista e degli ex membri della Waffen SS†è stata votata da 134 paesi anche diversi fra loro come Israele, Siria, Iran, Bielorussia, India e Venezuela, 24 paesi hanno votato contro, tra cui gli Stati Uniti e i paesi europei. Il rappresentante degli Stati Uniti (http://www.minorityperspective.co.uk/2012/01/23/america-and-britain-vote-against-un-racism-and-nazi-resolution/) ha sottolineato che la risoluzione non distingueva nettamente ciò che andava messo in rilievo di tale delitto e ciò che ne sarebbe derivato per la libertà di espressione.
 
Inoltre, i diplomatici occidentali hanno punti di vista strani sul tema, come dimostra una lettera dell'ambasciatore britannico a Riga datata 1 marzo scorso e pubblicata inhttp://defendinghistory.com/monica-lowenberg-in-dialogue-with-latvias-ambassador-to-the-uk/32025.In risposta a una lettera di Monica Lowenberg che ha raccolto 6.000 firme nel mondo contro la marcia del 16 marzo, egli sostiene che la petizione riprodurrebbe “la vecchia propaganda sovietica sulla “Lettonia fascista†e sottolinea che, secondo lui, le SS lettoni non hanno mai commesso crimini di guerra e non sono mai stati in realtà partigiani dell'ideologia nazista (i cui simboli sarebbero secondo lui assenti dalle commemorazioni del 16 marzo).
 
La Russia da parte sua resta in prima linea in merito al dossier del revisionismo baltico. Il ministro degli affari esteri Serghey Lavrov ha definito vergognoso (http://fr.rian.ru/world/20120323/194019426.html) il voto degli Occidentali all'ONU e ha ricordato che dovrebbe essere applicata la giurisprudenza di Norimberga. La banalizzazione del nazismo in Lettonia entra in sintonia con la politica di esclusione dei cittadini di lingua russa. Il 16% degli abitanti della Lettonia (http://fr.rian.ru/world/20120314/193897060.html), spesso di condizioni molto modeste e e molto legati al ricordo dell'URSS, sono oggi apolidi per il fatto di essere di origine russa. Il paese con un referendum ha rifiutato il 18 febbraio scorso di elevare il russo al rango di lingua ufficiale a fianco di quella lettone, mentre un quarto degli elettori ha sostenuto la proposta, (oltre al 16% privato del diritto di voto). Inoltre, il 1 marzo il Parlamento lettone ( http://fr.rian.ru/world/20120301/193582409.html) ha rifiutato di riconoscere il Natale ortodosso come giorno di ferie, il che significa per esempio che a Riga, dove circa la metà della popolazione è di cultura ortodossa (russi, ucraini, bielorussi), costoro dovranno prendere un giorno di permesso il 7 gennaio per celebrare il loro Natale.
 
Sul dossier riguardante la minoranza russa l'Unione Europea rimane esitante come sulle manifestazioni degli ex SS. Così gli sforzi dell'eurodeputata Tatiana Jdanovka dell'Alleanza libera europea (che include i Verdi francesi) perché il russo sia riconosciuto come lingua dall'Unione allo stesso titolo del gaelico ad esempio (dal momento che ci sono più parlanti il russo nei paesi baltici che parlanti il gaelico in Irlanda) si sono fino ad ora rivelati inutili e la Commissione si è persino scusata con le autorità lettoni (http://www.regard-est.com/home/breves.php?idp=1294&;PHPSESSID=95858012f3f5f63671d0139cf0eb48ed) per avere pubblicato per errore un testo della lingua di Tolstoj il 10 marzo scorso.


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An Imperial System
 
2011/12/01

BERLIN
 
(Own report) - German government advisors and commentators are warning Berlin against manifesting too triumphantly the openly erupting German domination over the EU that has become apparent through the Euro crisis. "Misconstrued" statements such as, from now on "Europe will speak German," could provoke hostility abroad. Germany must appear "conscious of its power," while exercising in its comportment "modesty and discretion," to avoid provoking resistance. After all, according to a commentary in a major daily, in countries such as France or Great Britain, who lost to Germany in the power struggles, "national pride was hurt." The remarks, euphemized as "hurt pride," were criticisms of the German austerity dictate that not only causes serious social upheavals but is even characterized as economically disastrous. Other EU countries see only slight possibilities of influencing Berlin's actions, seen as a crash course. According to government circles in Paris, "Germany dominates everything."

The Euro Junta

German government advisors' current warnings are in response to criticism of Berlin's financial policy dictate that is growing louder in numerous EU countries. Major protests are growing, particularly in Greece, against the EU "Troika," that is supposed to supervise the implementation of the Greek national budget. "We are witnessing a pan-European putsch," wrote a business journal "O Kosmos tou Ependiti." The "Euro Junta" is putting into question the nucleus of the country's very existence, its sovereignty, its democracy, and the conditions for its citizens to survive." Enraged Greeks are repeatedly recalling the period when their country was under Berlin's control - under Nazi occupation. Powerful forces in Italy are also voicing their anger, where German refusal to buy large quantities of state bonds from indebted countries or to allow the implementation of Eurobonds is mainly being criticized. "The way Germany is running the EU, is becoming increasingly alarming," according to "La Repubblica." The "Corriere della Sera" writes, "Berlin's attitude risks becoming a dilemma that will burden the monetary unity and threaten to destroy it."[1]

The End of National Democracies

Countries - particularly Greece - which are already deeply suffering under the German austerity dictate, are by far not the only ones publicly criticizing Berlin. This is evident from an article appearing last week in the Paris daily "Le Monde," quoting several incumbent and former French ministers. "The Germans are dominating everything," according to a heavyweight in government circles, "one has to wait for their decisions without having any influence on what will happen."[2] Quai d'Orsay [the foreign ministry] is warning against Germany seeking hegemonic rule, by wanting to apportion EU votes, not only on the basis of population size, but even - in the bodies of the European Central Bank - based on economic power - under the motto: whoever falls behind economically, will have much less say in future decisions. According to former French Foreign Minister, Hubert Védrine, it cannot be permitted that soon everything will be decided "Germanic-Deutsch." The budget dictates imposed by Berlin and Brussels on indebted countries signal "the end of national democracies," complained a conservative French parliamentarian.

Crash Course in being a Leading Power

Berlin's erupting triumphant feeling that Europe has finally become malleable, is not only obvious in its politicians' expressions ("Now Europe will speak German" [3]), but also in commentaries of influential dailys. For example, criticism in France and many other EU countries concerning Berlin's adamant persistence in imposing its controversial finance policy agenda, is responded to by alleging that there is "a contagion of Germanophobia," because "the dumb Germans insist on maintaining a couple of principles of monetary stability." "If the situation were not so earnest," one could "chuckle." Germany is "in the process" of becoming a "leading power" - "that, (...) which the USA represents for the world." "Our new enormous power" is provoking "rejection and resentment." The reason, for example in France and Great Britain, is "a cocktail of hurt national pride" and "uneasiness over the fact that there is an elephant in the midst of Europe that the crisis is forcing to develop its full power potential." The German daily, "Die Welt" formulates a résumé of the EU's crisis policy: "the Germans are taking a crash course in being a leading power."[4]

Power Conscious

But government advisors and commentators are counseling Berlin to avoid triumphantly flaunting its erupting power. For this current situation, the German Council on Foreign Relations (DGAP) has republished a text for debate on its web page that had first appeared back in 2002. The author wrote, nearly ten years ago, that the EU is going through a transformation process. To a growing extent, it resembles "a modern imperial system (...) comprised of a relatively strong hub (...) and concentric incorporated or more loosely attached circular zones depending on their amount of say or dependency." EU institutions in Brussels and "the leading EU core countries" determine the hub.[5] Germany - without a doubt an EU core country - must be conscious of its power, without alienating the dependent countries on Europe's periphery. "Modest discretion on the one hand and power conscious determination on the other" delineate the path between "two precipices along which German foreign policy must demonstrate stability, if it wants both long-term success and credibility."

"We've had that Before"

Currently, commentators in the media are picking up on this advice. "Leading not ruling" was the title of yesterday's editorial [6] in the influential Frankfurter Allgemeine Zeitung. "As the largest and economically most powerful country," according to the editorial, "Germany has a particular responsibility, to hold this thing together." Therefore, Berlin's interests must be asserted and the rest of the EU countries, integrated. Berlin was particularly appreciative, when the Polish foreign minister appeared in the DGAP on Tuesday and declared, "I fear German power less than I am beginning to fear German inactivity."[7] This reference should be taken up, to establish a somewhat soft, but uncontested hegemony. Triumph should not be too openly expressed, because it would only provoke resistance. Berlin should resist the "temptation of unilateralism and a superior attitude, because this could quickly lead to the formation of opposing camps." Conscious of history, the Frankfurter Allgemeine Zeitung warns: "We've had that before."[8]



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#7320 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Gio 5 Apr 2012 7:15 am
Oggetto: Günter Grass: Quello che deve essere detto
jugocoord
Invia email Invia email
 
(deutsch / italiano)


Hier das Grass Gedicht, das überall jetzt verrissen wird. (G. Zambon)

 
Was gesagt werden muss

Von Günter Grass


Warum schweige ich, verschweige zu lange,

was offensichtlich ist und in Planspielen

geübt wurde, an deren Ende als Überlebende

wir allenfalls Fußnoten sind.

Es ist das behauptete Recht auf den Erstschlag,

der das von einem Maulhelden unterjochte

und zum organisierten Jubel gelenkte

iranische Volk auslöschen könnte,

weil in dessen Machtbereich der Bau

einer Atombombe vermutet wird.

Doch warum untersage ich mir,

jenes andere Land beim Namen zu nennen,

in dem seit Jahren - wenn auch geheimgehalten -

ein wachsend nukleares Potential verfügbar

aber außer Kontrolle, weil keiner Prüfung

zugänglich ist?

Das allgemeine Verschweigen dieses Tatbestandes,

dem sich mein Schweigen untergeordnet hat,

empfinde ich als belastende Lüge

und Zwang, der Strafe in Aussicht stellt,

sobald er mißachtet wird;

das Verdikt 'Antisemitismus' ist geläufig
.

Jetzt aber, weil aus meinem Land,

das von ureigenen Verbrechen,

die ohne Vergleich sind,

Mal um Mal eingeholt und zur Rede gestellt wird,

wiederum und rein geschäftsmäßig, wenn auch

mit flinker Lippe als Wiedergutmachung deklariert,

ein weiteres U-Boot nach Israel

geliefert werden soll, dessen Spezialität

darin besteht, allesvernichtende Sprengköpfe

dorthin lenken zu können, wo die Existenz

einer einzigen Atombombe unbewiesen ist,

doch als Befürchtung von Beweiskraft sein will,

sage ich, was gesagt werden muß.

Warum aber schwieg ich bislang?

Weil ich meinte, meine Herkunft,

die von nie zu tilgendem Makel behaftet ist,

verbiete, diese Tatsache als ausgesprochene Wahrheit

dem Land Israel, dem ich verbunden bin

und bleiben will, zuzumuten.

Warum sage ich jetzt erst,

gealtert und mit letzter Tinte:

Die Atommacht Israel gefährdet

den ohnehin brüchigen Weltfrieden?

Weil gesagt werden muß,

was schon morgen zu spät sein könnte;


auch weil wir - als Deutsche belastet genug -

Zulieferer eines Verbrechens werden könnten,

das voraussehbar ist, weshalb unsere Mitschuld

durch keine der üblichen Ausreden

zu tilgen wäre.

Und zugegeben: ich schweige nicht mehr,

weil ich der Heuchelei des Westens

überdrüssig bin;
 zudem ist zu hoffen,

es mögen sich viele vom Schweigen befreien,

den Verursacher der erkennbaren Gefahr

zum Verzicht auf Gewalt auffordern und

gleichfalls darauf bestehen,

daß eine unbehinderte und permanente Kontrolle

des israelischen atomaren Potentials

und der iranischen Atomanlagen

durch eine internationale Instanz

von den Regierungen beider Länder zugelassen wird.

Nur so ist allen, den Israelis und Palästinensern,

mehr noch, allen Menschen, die in dieser

vom Wahn okkupierten Region

dicht bei dicht verfeindet leben

und letztlich auch uns zu helfen.


---

http://www.contropiano.org/it/cultura/item/7975-guenter-grass-quello-che-deve-essere-detto

Mercoledì 04 Aprile 2012 22:33

Günter Grass: "Quello che deve essere detto"


di  Redazione Contropiano

Lo scrittore tedesco, Premio Nobel della letteratura, riprende la parola dopo un lungo silenzio e dice quello che pensa sulle minacce alla pace, quelle vere. Facendo infuriare la lobby sionista e gli intellettuali arruolati in tutte le guerre funzionali agli interessi strategici dei paesi della Nato, Israele inclusa.

Molti giornali tedeschi non hanno voluto pubblicare questa poesia di Gunter Grass. Altrettanto hanno fatto i grandi giornali europei. In Italia lo ha fatto la Repubblica ma "blindandola" dentro due commenti che dovevano fargli da velo. Sarebbe stato meglio, molto meglio, che l'avessero pubblicata e basta. Il problema è ciò che Grass denuncia e che deve lanciare un segnale di allarme per tutti, prima che sia tardi, prima che la verità sui pericoli di guerra in Medio Oriente venga definitivamente affossata dalla rete di complicità politiche, militari e intellettuali di cui Israele continua a godere.

 

Perché taccio, passo sotto silenzio troppo a lungo
quanto è palese e si è praticato
in giochi di guerra alla fine dei quali, da sopravvissuti,
noi siamo tutt´al più le note a margine.

E´ l´affermato diritto al decisivo attacco preventivo
che potrebbe cancellare il popolo iraniano 
soggiogato da un fanfarone e spinto al giubilo organizzato,
perché nella sfera di sua competenza si presume
la costruzione di un´atomica.

E allora perché mi proibisco
di chiamare per nome l´altro paese,
in cui da anni - anche se coperto da segreto - 
si dispone di un crescente potenziale nucleare,
però fuori controllo, perché inaccessibile
a qualsiasi ispezione?

Il silenzio di tutti su questo stato di cose,
a cui si è assoggettato il mio silenzio,
lo sento come opprimente menzogna
e inibizione che prospetta punizioni
appena non se ne tenga conto;
il verdetto «antisemitismo» è d´uso corrente.
Ora però, poiché dal mio paese,
di volta in volta toccato da crimini esclusivi
che non hanno paragone e costretto a giustificarsi,
di nuovo e per puri scopi commerciali, anche se
con lingua svelta la si dichiara «riparazione»,
dovrebbe essere consegnato a Israele
un altro sommergibile, la cui specialità
consiste nel poter dirigere annientanti testate là dove
l´esistenza di un´unica bomba atomica non è provata
ma vuol essere di forza probatoria come spauracchio,
dico quello che deve essere detto.

Perché ho taciuto finora?
Perché pensavo che la mia origine,
gravata da una macchia incancellabile, 
impedisse di aspettarsi questo dato di fatto
come verità dichiarata dallo Stato d´Israele
al quale sono e voglio restare legato 
Perché dico solo adesso,
da vecchio e con l´ultimo inchiostro:
La potenza nucleare di Israele minaccia
la così fragile pace mondiale?
Perché deve essere detto
quello che già domani potrebbe essere troppo tardi;
anche perché noi - come tedeschi con sufficienti colpe a carico - 
potremmo diventare fornitori di un crimine
prevedibile, e nessuna delle solite scuse 
cancellerebbe la nostra complicità.

E lo ammetto: non taccio più
perché dell´ipocrisia dell´Occidente
ne ho fin sopra i capelli; perché è auspicabile
che molti vogliano affrancarsi dal silenzio,
esortino alla rinuncia il promotore 
del pericolo riconoscibile e
altrettanto insistano perché
un controllo libero e permanente
del potenziale atomico israeliano
e delle installazioni nucleari iraniane
sia consentito dai governi di entrambi i paesi
tramite un´istanza internazionale.

Solo così per tutti, israeliani e palestinesi,
e più ancora, per tutti gli uomini che vivono
ostilmente fianco a fianco in quella
regione occupata dalla follia ci sarà una via d´uscita,
e in fin dei conti anche per noi.

Gunter Grass



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#7321 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Ven 6 Apr 2012 10:07 pm
Oggetto: From Bosnia to Syria: Is History Repeating Itself?
jugocoord
Invia email Invia email
 

[E' ricorso ieri 6.4.2012 il XX anniversario del riconoscimento, da parte dei paesi imperialisti, della "indipendenza" della Bosnia-Erzegovina. Quello sconsiderato e criminale atto diplomatico di USA e UE accelerò drasticamente il processo di disgregazione della Federazione jugoslava, gettando in particolare le popolazioni della Bosnia nell'inferno. La cittadinanza di Sarajevo diventò ostaggio dei nazionalismi, ma soprattutto ostaggio della propria leadership secessionista, che, istigata dai paesi NATO, mentre provocava l'esercito jugoslavo sparandogli alle spalle (strage della via Dobrovoljacka) sapientemente costruiva il mito demagogico dell'assedio ad uso e consumo dei media. 
Purtroppo la lezione di quei fatti ancora oggi non è stata compresa dai militanti "pacifisti" di un tempo. La trasmissione radiofonica che ha occupato il palinsesto di RadioTre per l'intero pomeriggio di ieri 6.4.2012 ha presentato la solita zuppa di luoghi comuni triti e ritriti, con impenitente unilateralità e clamorose omissioni fuori tempo massimo. 
In questi venti anni, altre campagne demagogiche sono state costruite allo scopo di distruggere paesi sovrani, imponendo nuovi regimi o anche destrutturandoli fino all'ingovernabilità assoluta (Somalia, Afganistan)... E si continua ancora, ad esempio con la Siria, come spiega bene Benjamin Schett nell'articolo che qui riproduciamo. La ex-sinistra, come a Sarajevo, in tutti questi casi continua a volersi schierare dalla parte della NATO.

Sulle menzogne a proposito di "Sarajevo assediata" si vedano ad esempio:
• Reportage di M. Caldarola e M. Marianetti (Contropiano 2/1995)
http://www.cnj.it/documentazione/DOSSIER96/Pages/26.html
• Stragi nel mercato (1994, 1995): CHI SONO GLI STRAGISTI? (Guerre e Pace 10/1995)
http://www.cnj.it/documentazione/DOSSIER96/Pages/29.html
• Sarajevo 1994: La strage di Markale / Sami snimili svoj zloÄin
http://www.cnj.it/documentazione/Markale/index.htm ]


http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=30001

From Bosnia to Syria: Is History Repeating Itself?

Global Research, March 28, 2012

Anyone closely following the ongoing crisis in Syria will notice that the desire for reforms is coming from a large part of the Syrian population which has no ties to the armed insurgency supported by foreign powers. These groups, many of them Wahhabi or Salafi terrorists, constitute a serious threat to the unity of Sunni, Shia, Alawite, Christian and Druze living together in a sovereign secular state. 

In fact, reports suggest that in places where the armed insurgents have managed to gain control, the actions being carried are tantamount to  "ethnic cleansing". However, as long as those allegedly responsible are acting in a way which serves US-NATO interests, their various undertakings go unreported and media attention is strategically diverted.
In reality, many Syrians who are demanding reforms are not opposed to President Al Assad, and in fact believe in his commitment to implement change. Such reforms, however, require time to be carried out in the face of certain obstacles. Indeed, after decades of Baath rule, certain factions within the current regime have a vested interest in maintaining the status quo rather than having their privileges threatened by major changes brought about through reforms. 

Moreover, there is also a peaceful opposition within the country that stands for change through dialogue with the government, knowing that sudden provocations could plunge the country into chaos. In an interview with "Syria Comment" from October 2011, writer Louay Hussein, an outspoken and longstanding opponent of the Syrian government, warned of further escalation:
"I believe there are two reasons why demonstrations will significantly diminish; first, the violent oppression by the authorities recently and second, the increase in the number of armed operations by groups opposed to the authorities such as 'The Free Syrian Army'. This is why I expect more bloodshed in Syria. Moreover, I worry that if we fail to reach a homegrown settlement of the conflict very quickly, we will clearly witness different aspects of a civil war in the near future."  
(See: http://www.joshualandis.com/blog/?p=12507&cp=all)
The mainstream media has dismissed this assessment and ignored these basic facts. Media attention has focussed on the exiled "opposition" group, the "Syrian National Council" (which is already breaking apart thanks to the domineering role of the Muslim Brotherhood) and the "Free Syrian Army", supported covertly by the West. In addition, one of Western media's favourite sources of information is the small, London-based organization called the Syrian Observatory for Human Rights, whose claims, though unverified, have nevertheless been broadly quoted.

All this bears a striking resemblance to events leading up to last year’s NATO attacks on Libya, in which tens of thousands of Libyan civilians were killed. But there are two key differences: 

1. This time Russia and China have been playing a more decisive role. They have expressed their opposition to actions which might lead to aggression against Syria. 

2. The so-called Libyan "rebels" had some kind of a stronghold in the city of Benghazi in the East of the country, from where NATO could bomb their way into Tripoli. Comparable conditions do not prevail in Syria. 

Might this be a reason for the Syrian insurgents to increase violence by carrying out bomb attacks and provoking shootings, in order to cause severe reactions from government troops and destabilize the country, and thereby reinforce sectarian conflicts? Namely, until the situation escalates to the point that Western powers feel they can "justify" the need for intervention?
 
The efforts for a peaceful solution made by former UN Secretary General Kofi Annan would only stand a chance if Western countries and their Saudi and Qatari allies stopped their unilateral support for anti-Assad armed insurgency. 

The Lessons of History: Yugoslavia

Historically, this situation is not unique and prompts us to consider how similar events have played out in the past, particularly during the civil war in Yugoslavia in the 1990s which set a historical precedent for armed Western intervention. These tragic conflicts, especially in Croatia, Bosnia and Kosovo, served as a playground for exercising the destabilization of an entire region, manipulating public opinion in order to start a war of aggression, and carrying out regime change and economic (and partly territorial) colonization. (See: Michael Parenti's incisive speech on the destruction of Yugoslavia: http://www.youtube.com/watch?v=GEzOgpMWnVs
)

Given the extent to which insurgents in Syria can count on full support from the outside, some parallels to the outbreak of the Bosnian civil war (1992 – 1995) are worth emphasizing. Consider the following: during the war, the leader of the Bosnian Muslims, Alija Izetbegovic, supported covertly by the West, set as a priority the creation of an independent Bosnian state under Muslim rule. However, he had to deal with the problem that his vision did not represent the will of Bosnia’s majority population: according to a 1991 census, 44% of the population considered themselves Muslim/Bosniak, 32.5% Serb and 17% Croat.

While quite accurately all of Bosnia's Serb population (one of the three constitutional nations within the republic) did not wish to leave the Yugoslav federation, the Croat side did support the holding of a referendum on an independent Bosnia. However, anyone familiar with the political aspirations of Croatia's then president Franjo Tudjman and his Bosnian Croat allies will understand that the Croatian side certainly did not favour Bosnia's independence because they wanted to live in such a state; rather, breaking Bosnia apart from Yugoslavia was supposed to be the first step in amalgamating the Bosnian territories having a Croatian majority population within the Croatian "motherland".
 
Facing these facts and knowing that civil war had already broken out in Croatia in 1991, the only reasonable way to prevent a catastrophe in Bosnia would have been through sincere negotiations on all sides. This, in fact, was the goal of the most popular Bosnian Muslim politician at the time, Fikret Abdic, who considered himself pro-Yugoslav and received the most votes in Bosnia’s 1990 elections. Nevertheless, Izetbegovic – the candidate favoured and supported by U.S. officials – seized the Bosnian presidency instead. (Incidentally, the fact that Izetbegovic had been in prison for having disturbed the order of the Yugoslav state by stating there could be "no peace or coexistence between the Islamic faith and non-Islamic social and political institutions" in a text called the "Islamic Declaration" did not seem to pose a problem to Washington.)
 
In March 1992, a peaceful solution for Bosnia finally seemed to be within reach. All three Bosnian leaders (Alija Izetbegovic/Muslim, Radovan Karadzic/Serb and Mate Boban/Croat) signed the so-called Lisbon Agreement, which proposed ethnic power-sharing on all administrative levels and the delegation of central government to local ethnic communities. However Izetbegovic withdrew his signature only ten days later, after having met with the U.S. ambassador to Yugoslavia, Warren Zimmermann. It has been widely confirmed that the U.S. was pushing for an immediate recognition of Bosnia at that time. (See short clip from "Yugoslavia – An Avoidable War": http://www.youtube.com/watch?v=-Iobb8xMFRc)
 
A few weeks later, war broke out, and the West was one step closer to achieving its goal of nationwide destabilization. Could the same fate be in store for Syria given the parallel involvement of the West in Syria?
 
In Syria as in Bosnia, efforts to find a compromise would mean putting pressure on both sides to reach an agreement. But if one side already has full support from the West, what incentive is there in pursuing a compromise with the government? In Syria, the insurgents had foreign support from the outset, automatically sabotaging the possibility of real negotiations. 

Further exacerbating the situation, the mainstream media has been aggressively building the case for intervention in Syria. Several statements made by Syrian government opponents and some Western media blame the Syrian government of being responsible for the bloody terrorist bomb attacks in Damascus and Aleppo that took place on the weekend of March 17 and 18. But they were stuck for an answer regarding why it would be in President Al Assad’s interest to cause an escalation in the two largest cities of the country where he is still enjoying the support of a majority of the population.  

If we go back to the Bosnian example, we can see who has historically taken advantage of such events. On May 27, 1992, a massacre took place in the Bosnian capital Sarajevo, killing many innocent people waiting in line to get some bread. The terrible event was immediately and repeatedly broadcast across the world. Just four days later, on May 31, harsh UN sanctions were imposed on the Federal Republic of Yugoslavia. For Western decision-makers, it was clear that the Serbs were responsible for the crime. Many experts disagreed with the finger-pointing, and reference should be made particularly to Major-General Lewis MacKenzie, then Commander of the Bosnia UN troops:
 
"The streets had been blocked off just before the incident. Once the crowd was let in and lined up, the media appeared but kept their distance. The attack took place, and the media were immediately on the scene. The majority of the people killed are alleged to be 'tame Serbs'." (http://www.srpska-mreza.com/Bosnia/Sarajevo/breadline.html)
 
Similar events took place in 1994 and 1995 (See for example "Yugoslavia – An Avoidable War", in its entirety:http://video.google.de/videoplay?docid=5860186121153047571#)
 
This finally caused the NATO bombing campaign against Bosnian Serbs, carried out between August 30 and September 20, 1995, as justified by Western calls for "humanitarian intervention". Following from the Damascus and Aleppo attacks, could a similar "justification" be around the corner for Syria?

A great irony, of course is the hypocritical stance taken by the U.S. government, which calls for peace on the one hand and is a leading global supplier of weapons on the other. While the Obama administration might have called on the Syrian rebels to lay down their arms, there is a vast difference between official statements and what is being carried out on the ground. Indeed, there is currently a multi-billion dollar deal underway between the U.S. and Saudi Arabia (a leading arms supplier for the Syrian rebels) for the sale of US advanced weapons. (See: http://rt.com/news/saudi-arabia-protests-piety-514/)

This double standard was certainly applied in Bosnia, where the CIA was secretly smuggling weapons into the area despite an arms embargo officially being in place. (See: "Wie der Dschihad nach Europa kam: Gotteskrieger und Geheimdienste auf dem Balkan" ["How Jihad Came to Europe: Holy Warriors and Secret Services in the Balkans"] by Jürgen Elsässer, 2008)

It is worth noting that in the cases of both Syria and Bosnia (among other examples), Al Qaeda-affiliated mercenaries from several Arab countries were involved. In Syria, they integrated the "opposition", heralded by the Western mainstream media as the victims of the government crackdown. 

This should come as no surprise. Those who operate under the "Al Qaeda" label are often serving the interests of Washington. 
In Bosnia, where Mujahideen fighters trained Bosnian soldiers and fought against Serbs and Croats, the Al Qaeda leadership had to approve military actions by the Bosnian Muslim Army.  (See: Balkan Investigative Reporting Network, http://www.bim.ba/en/79/10/4113)
 
One of the Bosnian Muslims who refused to fight against the Serbs, the previously mentioned Fikret Abdic, created his own safe haven by making a peace agreement with the Serbian side and by forming the "Autonomous Province of Western Bosnia", located in the area of Velika Kladusa. British diplomat David Owen described him as "forthright, confident and different from the Sarajevan Muslims. He was in favour of negotiating and compromising with Croats and Serbs to achieve a settlement, and scathing about those Muslims who wanted to block any such settlement." (David Owen, "Balkan Odyssey", 1995, S. 82)
 
In August 1995, under a joint attack carried out by Izetbegovic's troops and the Croatian army (both Western allies), Abdic's peaceful, autonomous province collapsed.
 
Often in the media, conflicts are portrayed with reference to "good guys versus bad guys", peacekeepers versus terrorists, us versus them. As this example from Bosnia shows, the full story cannot be accurately conveyed using these stylized concepts; not all Muslims were automatically against the Serbs, and certainly not all were interested in having Izetbegovic as president. 

And in Syria, it is clear that not all of those who are demanding democracy are enemies of the Al Assad government. However, delving into the "grey area" of the good/evil dichotomy puts into question the clear-cut "justification" for intervention, and casting such doubts is certainly not in the interest of the mainstream media and the Western interests they serve.
 
In order to avoid misunderstanding, the people on all sides suffered terribly in the Bosnian civil war. But as in Syria, it is important to establish who has an interest in triggering increased social chaos and violence. 

Throughout the entire Yugoslav civil war, separatist forces  served the Western agenda which consisted in destabilizing and destroying an entire country. Yugoslavia  had free education, an equitable distribution of income. It  preserved its independence by being a key player within the Non-aligned Movement. In turn, this historical stance by Yugoslavia served as an example for other countries of the Non-aligned Movement which refused to accept the neoliberal diktats of the IMF. 

In the context of the Balkans, the Serbian people bore the brunt of the blame from the West, and were vilified largely because they firmly opposed the disintegration of Yugoslavia. Serbia was the largest Yugoslav nation and suffered heavily during World War Two, when the Croatian fascist Ustasa movement systematically slaughtered Croatia's and Bosnia’s Serb population. It was largely this trauma that made the idea of living in the independent states of Croatia and Bosnia, both led by extremists, unbearable for most Serbs.A realistic image of Serbia’s role in the Yugoslav wars was given by then Yugoslav president Slobodan Milosevic, in an interview made during the Kosovo war:
 
"We are not angels. Nor are we the devils you have made us out to be. Our regular forces are highly disciplined. The paramilitary irregular forces are a different story. Bad things happened, as they did with both sides during the Vietnam War, or any war for that matter." (See: http://emperors-clothes.com/articles/jared/MiloInt.html)
 
All facts considered, the same could easily be said of the Syrian army and other groups fighting on Al Assad’s side. But maintaining an ambivalent position on current events in Syria, as is the trend among many mainstream liberal-leftist circles, means giving in to the neo-colonial and imperialist agenda of Western powers and their pseudo-humanitarian justification. And this despite the fact that they have actively stirred up ethnic and/or religious hatred and ignored reasonable voices, in Yugoslavia as well as in Syria, in order to follow the old Latin concept of "divide et impera"
 
Author's Note: According to the latest reports, Syria's government has accepted Kofi Annan's 6-point peace plan. On April 1, the "Friends of Syria" will be meeting in Istanbul, bringing together mostly Arab and Western countries favouring stronger action against President Bashar al-Assad's government. Time will tell how these developments will impact the Syrian crisis and the potential effectiveness of the peace plan, knowing that so many outside players are acting in the background.


Benjamin Schett is an independent Swiss-based researcher and student of East European History at the University of Vienna. He can be reached at schettb @ gmail.com

Copyright © Benjamin Schett, Global Research, 2012 


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