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crj-mailinglist · JUGOINFO (Coord. Naz. per la Jugoslavia)

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#7388 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Mar 3 Lu 2012 8:33 pm
Oggetto: Fwd: Giù le mani dalla Siria! - Un documento collettivo NoWar
jugocoord
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Il Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia - onlus convintamente aderisce ed invita tutti ad aderire al seguente appello, contro la disinformazione strategica e la mobilitazione guerrafondaia in atto nel nostro paese, per praticare politiche di pace ed amicizia fra i popoli, per una sola grande indispensabile spending review: TAGLIARE SUBITO E DRASTICAMENTE LE SPESE MILITARI, RITIRARE I MILITARI ITALIANI ATTUALMENTE IMPEGNATI NELLE OPERAZIONI NEO-COLONIALI ALL'ESTERO, RISPETTARE LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA. CNJ-onlus

Inizio messaggio inoltrato:

Data: 03 luglio 2012 14.43.44 GMT+02.00
A: jugocoord @ tiscali.it
Oggetto: Giù le mani dalla Siria! - Un documento collettivo NoWar
Rispondi a: "disarmiamoli.org" <info @ disarmiamoli.org>

Giù le mani dalla Siria!

Il movimento contro la guerra e la situazione in Siria. Un documento collettivo mette i piedi nel piatto sulla funzione di una coerente opposizione alla guerra, anche quella “umanitaria”.

La grave situazione in Siria, pone i movimenti che in questi anni si sono battuti contro la guerra di fronte a nuovi e vecchi problemi che producono lacerazioni, immobilismo e un vuoto di iniziativa.

Siamo attivi in reti, realtà politiche e movimenti che in questi anni – ed anche in questi mesi – non hanno esitato a schierarsi contro l’escalation della guerra umanitaria con cui l’alleanza tra potenze della Nato e petromonarchie del Golfo, sta cercando di ridisegnare la mappa del Medio Oriente.

a) Interessi convergenti e prospettive divergenti al momento convivono dentro questa alleanza tra le maggiori potenze della Nato e le potenze che governano “l’islam politico”. E’ difficile non vedere il nesso tra l’invasione/disgregazione della Libia, l’escalation in Siria, la repressione saudita in Barhein e Yemen e i tentativi di normalizzazione delle rivolte arabe lì dove sono state più impetuose (Tunisia, Egitto). La dottrina del Dipartimento di Stato Usa “Evolution but not Revolution” aveva decretato quello che abbiamo sotto gli occhi come l'unico sbocco consentito della Primavera Araba. Da queste gravi responsabilità è impossibile tenere fuori le potenze dell'Unione Europea, in particolare Francia, Gran Bretagna e Italia, che hanno prima condiviso l’aggressione alla Libia, hanno mantenuto intatto il loro sostegno politico e militare ad Israele ed oggi condividono la stessa politica di destabilizzazione per la Siria.

b) I movimenti che si oppongono alla guerra, in questi ultimi anni hanno dovuto fare i conti con diverse difficoltà. La prima è stata la rimozione della guerra dall’agenda politica dei movimenti e delle forze della sinistra o, peggio ancora, una complice inerzia verso le aggressioni militari come quella in Libia. Dalla “operazione di polizia internazionale in Iraq” del 1991 alla “guerra umanitaria in Jugoslavia” nel 1999 per finire con le “guerre per la democrazia” del XXI Secolo, le guerre asimmetriche scatenate dai primi anni Novanta in poi dalle coalizioni di grandi potenze contro paesi più deboli (Iraq, Somalia, Afghanistan, Jugoslavia, Costa d'Avorio, Libia), hanno sempre cercato una legittimazione morale che poco a poco sembra essere penetrata anche nella elaborazione e nel posizionamento di settori dei movimenti pacifisti e contro la guerra. I sostenitori della “guerra umanitaria” statunitensi ma non solo, stanno cercando di definire una cornice legale agli interventi militari attraverso la dottrina del “Rights to Protect” (R2P). Gli obiettivi di queste guerre sono stati sempre presentati come la inevitabile rimozione di capi di stato o di governi relativamente isolati o addirittura resi invisi alla cosiddetta “comunità internazionale” sia per loro responsabilità che per le martellanti campagne di demonizzazione mediatiche e diplomatiche.

c) Saddam Hussein, Aydid, Milosevic, il mullah Omar, Gbagbo, Gheddafi e adesso Assad, sono stati al centro di una vasta operazione di cambiamento di regime che è passata attraverso gli embarghi, i bombardamenti e le invasioni militari da parte delle maggiori potenze della Nato e i loro alleati regionali, operazioni su vasta scala che hanno disgregato paesi immensamente più deboli perseguendo la “stabilità” degli interessi occidentali attraverso la destabilizzazione violenta di governi o regimi dissonanti. A prescindere dalle maggiori o minori responsabilità di questi leader verso il benessere e la democrazia dei loro popoli, le maggiori potenze hanno agito sistematicamente per la loro rimozione violenta attraverso aggressioni militari e imposizione al potere di nuovi gruppi dirigenti subordinati agli interessi occidentali.

d) Seppure negli anni precedenti la consapevolezza che la divisione tra “buoni e cattivi” non sia mai stata una categoria limpida e definita – anzi è servita a occultare le vere motivazioni delle guerre - nel nostro paese ci sono stati movimenti di protesta che si sono opposti alla guerra prescindendo dai soggetti in campo e che si sono posizionati sulla base di una priorità: quel no alla guerra senza se e senza ma che in alcuni momenti ha saputo essere elemento di identità e mobilitazione straordinario. Sembra però che la coerenza con questa impostazione si stia sempre più affievolendo e in alcuni casi ribaltando. La macchina del consenso alle guerre ha visto infatti crescere gli elementi di trasversalità. Prima erano solo personalità della destra a sostenere gli interventi militari, adesso vi si arruolano anche uomini e donne della sinistra. Questa difficoltà era già emersa nel caso dell'aggressione militare alla Libia ed oggi si rivela ancora più lacerante rispetto alla possibile escalation in Siria.

e) Le iniziative contro la guerra che ci sono state in questi mesi, seppur minoritarie, sono riuscite a ostacolare l’arruolamento attivo di alcuni settori pacifisti nella logica della guerra umanitaria, hanno creato una polarizzazione che in qualche modo ha esercitato un punto di tenuta di fronte alla capito lazione politica, culturale del pacifismo e dell'internazionalismo. Ma la realtà sta incalzando tutte e tutti, ragione per cui è necessario affrontare una discussione nel merito dei problemi che la crisi in Siria ci porrà davanti nei prossimi mesi.

Nel merito della situazione in Siria

1. In tutte le guerre asimmetriche – che di fatto sono aggressioni unilaterali - le potenze occidentali hanno sempre lavorato per acutizzare le contraddizioni e i contrasti esistenti nei paesi aggrediti. La questione semmai è che l'ingerenza esterna da parte delle potenze della Nato e dei loro alleati ha agito sistematicamente per una deflagrazione violenta dei contrasti interni che consentisse poi l'intervento militare e servisse a legittimare la “guerra umanitaria”. La guerra mediatica ha bisogno sempre di sangue, orrori, cadaveri, stragi da gettare nella mischia e negli occhi dell'opinione pubblica. Di solito le notizie su questo vengono martellate nei primi venti giorni. Smentirle o dimostrarne la falsità o la maggiore o minore manipolazione, diventa poi difficile se non impossibile. Ciò significa che tutto viene inventato o manipolato? No. Ma un conflitto interno senza ingerenze esterne può trovare una soluzione negoziata, se le ingerenze esterne lavorano sistematicamente per impedirla si arriva sempre ai massacri e poi all'intervento militare “stabilizzatore”. Chiediamoci perchè tutti i piani e gli accordi di pace in questi venti anni sono stati fallire (ultimo in ordine di tempo quello di Kofi Annan sulla Siria). Il loro fallimento è funzionale al fatto che l'unico negoziato accettabile per le potenze occidentali è solo quello che prevede la resa o l'uscita di scena – anche violenta – della componente dissonante. Questo è quanto accaduto ed è facilmente verificabile da tutti.

2. Le soluzioni avanzate dalle sedi della concertazione internazionale (Consiglio di Sicurezza dell’Onu, organizzazioni regionali come Unione Africana, Lega Araba e Alba), non state capaci di opporsi alle politiche di “cambiamento di regimi” decise dagli Usa o dalla Ue. I leader dei regimi o dei governi rimossi, hanno cercato in più occasioni di arrivare a compromessi con gli Usa o la Nato. Per un verso è stata la loro perdizione, per un altro era una strada sbarrata già dall'inizio. Più cercavano un compromesso e maggiori diventavano le sanzioni adottate negli embarghi. Più si concretizzavano le condizioni per una ricomposizione dei contrasti interni e più esplodevano autobombe o omicidi mirati che riaprivano il conflitto. Se l'unica soluzione proposta diventa il suicidio politico o materiale di un leader o lo sgretolamento degli Stati, qualsiasi negoziato diventa irrilevante.

3. Dalla storia della Siria non sono rimovibili le modalità autoritarie con cui in varie tappe è stata affrontata la domanda di cambiamento di una parte della popolazione siriana. Non è possibile ritenere che la leadership siriana sia l’unica a aver gestito in modo autoritario le contraddizioni e le aspettative nel mondo arabo. Questa caratteristica è comune a tutti i paesi del Medio Oriente ed è una conseguenza dell'imposizione dello Stato di Israele nella regione e un retaggio del colonialismo. Ciò non giustifica la leadership siriana ma ci indica anche chiaramente come la sua sostituzione non corrisponderebbe affatto ad un avanzamento democratico o rivoluzionario per il popolo siriano. E’ sufficiente guardare quale tipo di leadership si è impossessata del potere una volta cacciati Mubarak in Egitto, Ben Alì in Tunisia, Gheddafi in Libia o chi sta imponendo il tallone di ferro su Barhein, Yemen, Oman. Sono paesi in cui c’è gente che ha lottato seriamente per maggiore democrazia e diritti sociali più avanzati, ma chi ne sta gestendo le aspettative sono le potenze della Nato, le petromonarchie del Golfo e le componenti più reazionarie dell’islam politico. Le componenti progressiste della Primavera Araba sono state – al momento – isolate e sconfitte da questa alleanza tra potenze occidentali e le varie correnti dell’islam politico.

4. Dentro la crisi in corso in Siria, la leadership di Bashar El Assad ha conosciuto due fasi: una prima in cui ha prevalso la consuetudine autoritaria, una seconda in cui è cresciuto il peso politico delle forze che spingono verso la democratizzazione. I risultati delle ultime elezioni legislative non sono irrilevanti: ha votato il 59% della popolazione nonostante la guerra civile in corso in diverse parti del paese (in Francia, in condizioni completamente diverse, alle ultime elezioni ha votato il 53%, in Grecia nelle elezioni più importanti degli ultimi decenni ha votato il 62%); per la prima volta si è rotto il monopolio politico del partito di governo, il Baath, e nuove forze sono entrate in Parlamento indicando questa rottura come obiettivo pubblico e dichiarato, si è creato cioè l'embrione di uno spazio politico reale per un processo di democratizzazione del paese; le forze che si oppongono alla leadership di Assad vedono prevalere le componenti armate e settarie, un dato che si evidenzia nei massacri e attentati che vengono acriticamente e sistematicamente addossati alle truppe siriane mentre più fonti rivelano che così non è. Le forze di opposizione con una visione progressista sono ridotte a ben poca cosa e non potranno che essere stritolate dall’escalation in corso; infine, ma non per importanza, l’ingerenza esterna è quella che sta facendo la differenza. Non è più un mistero per nessuno che le forze principali dell’opposizione ad Assad siano sostenute, armate e finanziate dall’alleanza tra le potenze della Nato (Turchia inclusa) e i petromonarchi di Arabia Saudita e Qatar. E’ un’alleanza già sperimentata in passato sia in Afghanistan che nei Balcani e nel Caucaso, un’alleanza che si è rotta alla fine degli anni Novanta e poi ricomposta dopo il discorso di Obama al Cairo che annunciava e auspicava gli sconvolgimenti nel mondo arabo. Queste forze e l’alleanza internazionale che li sostiene puntano apertamente ad una guerra civile permanente e diffusa per destabilizzare la Siria. I corridoi umanitari a ridosso del confine con Turchia e Libano e la No fly zone, saranno il primo passo per dotare di retrovie sicure i miliziani dell’Esercito Libero Siriano, spezzare i collegamenti tra la Siria e i suoi alleati in Libano (Hezbollah soprattutto), destabilizzare nuovamente il Libano e rompere il Fronte della Resistenza anti-israeliana. Se il logoramento e la destabilizzazione tramite la guerra civile permanente non dovesse dare i risultati desiderati, è prevedibile un aumento delle pressioni sulla Russia per arrivare ad un intervento militare diretto delle potenze riunite nella coalizione ad hoc dei “Friends of Syria” guidata dagli Usa ma con molti volonterosi partecipanti come la Francia di Hollande o l’Italia di Monti e del ministro Terzi.

5. In questi anni, nelle mobilitazioni in Italia contro la guerra o per la Palestina, abbiamo registrato ripetuti tentativi di gruppi e personaggi della vecchia e nuova destra di aderire e partecipare alle nostre manifestazioni. Un tentativo agevolato dall’abbassamento di molte difese immunitarie nella sinistra e nei movimenti sul piano dell’antifascismo ma anche dalla voragine politica lasciata aperta dall’arruolamento di molta parte della sinistra dentro la logica eurocentrista, dalla subalternità all’atlantismo e dalla complicità – o al massimo dall’equidistanza – tra diritti dei palestinesi e la politica di Israele. Se la sinistra e una parte dei movimenti hanno liberato le piazze dalla mobilitazione contro la guerra, dal sostegno alla resistenza palestinese e araba ed hanno smarrito per strada la loro identità, è diventato molto più facile l’affermazione di alcuni gruppi marginali della destra e della loro chiave di lettura esclusivamente geopolitica ed eurasiatica della crisi, dei conflitti e delle relazioni sociali intesi come lotta tra potenze. I gruppi della destra veicolano un antiamericanismo erede della sconfitta subita dal nazifascismo nella seconda guerra mondiale e completamente avulso da ogni capacità di lettura dell’egemonia imperialista sia nel suo versante statunitense che in quello europeo. Una chiave di lettura sciovinista e reazionaria che nulla a che vedere con una identità coerentemente anticapitalista ed internazionalista. Non solo. La paura di gran parte della sinistra di declinare la solidarietà con i palestinesi come antisionista e anticolonialista, ha regalato a questa destra e alla sua declinazione razzista e antiebraica uno spazio di iniziativa, cultura e solidarietà che storicamente ha sempre appartenuto alle forze progressiste. Se si cede su un punto decisivo si rischia di capitolare poi su tutto lo scenario mediorientale. Se questo è già visibile anche negli altri ambiti dell’agenda politica e sociale nel nostro paese, è difficile immaginare che non avvenga anche sul piano della mobilitazione contro la guerra e sui problemi internazionali. Sulla Palestina e nella mobilitazione contro la guerra abbiamo sempre respinto ogni tentativo di connivenza con i gruppi della destra. Intendiamo continuare a farlo ma vogliamo anche segnalare che – come sul piano sociale o giovanile – è l’assenza di iniziative e la debole identità della sinistra a facilitare il compito ai fascisti, non viceversa. E’ necessario dunque che alla coerenza con le posizioni e il ruolo svolto dalle nostre reti, associazioni, organizzazioni in questi venti anni e che ha visto schierarci sempre contro la guerra senza se e senza ma, si affianchi un recupero di identità e di contenuti.

f) La seconda difficoltà che abbiamo dovuto registrare è stata quella di una lettura superficiale del nesso tra la crisi che attanaglia le maggiori economie capitaliste del mondo (Stati Uniti ed Unione Europea soprattutto) e il ricorso alla guerra come strumento naturale della concertazione e della competizione tra le varie potenze e i loro interessi strategici. Una concertazione evidente quando si tratta di attaccare e disgregare gli stati deboli (Libia, Jugoslavia, Afghanistan) , una competizione quando si tratta di capitalizzare a proprio favore i risultati delle aggressioni militari (Georgia, Iraq. Libia). Se il colonialismo classico è andato all’assalto del Sud del mondo per accaparrarsi le risorse, il neocolonialismo è andato a caccia di forza lavoro a basso costo. Ma dentro la crisi di sistema che attanaglia le maggiori economie capitaliste del mondo, queste due dimensioni oggi si sono ricomposte nella loro sintesi più alta e aggressiva. Alcuni di noi la definiscono come imperialismo, altri come mondializzazione, comunque la si chiami oggi si è riaperta una competizione a tutto campo per accaparrarsi il controllo di risorse, forza lavoro, mercati e flussi finanziari. Questa conquista ha come obiettivo soprattutto l'economia dei paesi emergenti e quelli in via di sviluppo che molti ritengono poter essere l’unica via d’uscita e valvola di sfogo per la crisi di civilizzazione capitalistica che sta indebolendo Stati Uniti ed Unione Europea. In tale contesto, la guerra come strumento della politica e dell’economia è all’ordine del giorno. Se pensiamo di aver visto il massimo degli orrori in questi anni, rischiamo di doverci abituare a spettacoli ben peggiori. L’alleanza – non certo inedita – tra potenze occidentali, petromonarchie e movimenti islamici ha rimesso in discussione molti schemi, a conferma che il processo storico è in continua mutazione e che limitarsi a fotografare la realtà senza coglierne le tendenze è un errore che rischia di paralizzare l’analisi e l’azione politica.

I firmatari di questo documento declinano in modo diverso categorie come imperialismo, mondializzazione, militarismo, disarmo, antisionismo, anticapitalismo, pacifismo, solidarietà internazionale e internazionalismo, ma convergono su un denominatore comune sufficientemente chiaro nella lotta contro la guerra e le aggressioni militari.

Per queste ragioni condividiamo l'idea di promuovere:

•   Il percorso comune di riflessione che ha portato a questo documento

•   La costituzione di un patto di emergenza per essere pronti a scendere in piazza se e quando ci sarà una escalation della Nato e dei suoi alleati contro la Siria al quale chiediamo a tutti di partecipare

•   l’impegno ad un lavoro di informazione e controinformazione coordinato che contrasti colpo su colpo e con ogni mezzo a disposizione la manipolazione mediatica che spiana la strada a nuove “guerre umanitarie”, anche in Siria

Sottoscrivono per ora questo documento:

Rete Romana No War

Rete Disarmiamoli

Militant

Rete dei Comunisti

Partito dei Comunisti Italiani

Forum contro le guerre

Comitato Palestina, Bologna

Comitato Palestina nel Cuore, Roma

Gruppo d'Azione per la Palestina, Parma

Collettivo Autorganizzato Universitario, Napoli

Csa Vittoria, Milano

Alternativa

Federazione Giovani Comunisti

Forum Palestina

Associazione Oltre Confine

Associazione amici dei prigionieri palestinesi, Italia

per le adesioni: controleguerre@...



#7389 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Mer 4 Lu 2012 2:10 pm
Oggetto: La Libia che ha voluto Giorgio Napolitano
jugocoord
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La Libia che ha voluto Giorgio Napolitano

1) Patto segreto tra Italia e Libia contro i migranti. La denuncia di A.I.
2) La Libia che ha voluto Giorgio Napolitano
3) La Nato: un aiuto per le locuste in Sahel
4) La Libia tribale come un videogioco di stragi: centinaia di vittime alla settimana


LINK: Fotografie della pulizia etnica dei neri nella nuova Libia razzista

mediapart.fr 27/06/2012: "En Libye, les geôles pour migrants de l'après Kadhafi"

... Le « nettoyage du pays des illégaux » est considéré comme un diktat révolutionnaire, en rupture avec l'image que vantait Kadhafi de l'amitié avec les Africains...

http://www.mediapart.fr/content/en-libye-les-geoles-pour-migrants-de-lapres-kadhafi


=== 1 ===

LINKS:

La Stampa: Accordo Italia-Libia - documento

L'unità: Accordo Libia- Italia sui respingimenti: Scoppia la polemica

Stranierinitalia.it 19/06/2012: "Italia-Libia. Il testo del nuovo accordo sull’immigrazione"
http://www.stranieriinitalia.it/attualita-italia-libia._il_testo_del_nuovo_accordo_sull_immigrazione_15386.html

Stranierinitalia.it 19/06/2012: "Accordo Italia-Libia. Amnesty: "Diritti umani a rischio"
http://www.stranieriinitalia.it/attualita-accordo_italia-libia._amnesty_diritti_umani_a_rischio_15395.html

Asca.it 19/06/2012: "Immigrati: Terzi, patto Italia-Libia rispetta convenzioni Onu"
http://www.asca.it/news-Immigrati__Terzi__patto_Italia_Libia_rispetta_convenzioni_Onu-1167208-ATT.html

CRONACHE DI ORDINARIO RAZZISMO.IT : Italia-Libia: la politica non cambia rotta
http://www.cronachediordinariorazzismo.org/2012/06/italia-libia-la-politica-non-cambia-rotta

Corriere immigrazione 21/06/2012: "Nuove e vecchie intese tra Italia e Libia. Mentre continua l'embargo stampa"
http://corriereimmigrazione.blogspot.it/2012/06/nuove-e-vecchie-intese-tra-italia-e.html

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arcireport
anno X - n. 22
19 giugno 2012

Secondo Amnesty l’accordo Italia-Libia sull’immigrazione mette a rischio i diritti umani

Un nuovo accordo per fermare i migranti in partenza per l'Italia sarebbe stato firmato lo scorso aprile tra il nostro governo e la Libia. La denuncia è di Amnesty International, secondo la quale l'intesa dà alle autorità italiane il diritto di respingere i migranti in Libia senza alcuna forma di protezione umanitaria. Una palese violazione della Convenzione europea sui diritti umani, un accordo che non tiene conto della situazione di persone in fuga da un Paese appena uscito da 40 anni di regime e da una guerra sanguinosa e che quindi potrebbero configurarsi come profughi e richiedenti asilo. «L'Italia – secondo Amnesty - nella migliore delle ipotesi ha ignorato la terribile situazione dei migranti. Nella peggiore si è mostrata disponibile a passare sopra gli abusi dei diritti umani in nome del proprio tornaconto politico interno ». A sottoscriverlo con il Cnt sarebbe stato il Ministro Cancellieri durante una visita a Tripoli. Ma i contenuti non sono ancora stati resi noti, nonostante le ripetute sollecitazioni. Secondo lo scarno comunicato stampa emesso allora «l'accordo prevede collaborazione contro le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico dei migranti, nella formazione delle forze di polizia, per il controllo delle coste e il rafforzamento della sorveglianza delle frontiere libiche, per favorire il rientro volontario dei migranti nei paesi di origine».
«Attualmente – continua Amnesty - non è dato di sapere se, come sostiene il Cnt, siano ancora in vigore gli accordi del 2008 sottoscritti da Berlusconi con Gheddafi che prevedevano respingimenti in mare, peraltro condannati dalla Corte Europea di Strasburgo, oppure se un nuovo corso sia stato dato dal Governo in carica».
In una situazione ancora caotica, ogni collaborazione in materia di controllo dell'immigrazione sarebbe impossibile. «Nel Paese - dice l’organizzazione - mancano le minime garanzie nei confronti dei diritti e delle libertà fondamentali e la situazione dei migranti in partenza è peggiore che ai tempi del regime perché i centri di detenzione sono nelle mani delle milizie». La denuncia si estende anche ad altri Paesi dell'Unione accusati di anteporre la lotta all'immigrazione clandestina alla tutela della vita umana.

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Il patto segreto tra Italia e Libia per fermare i migranti


Scritto da Redazione il 15 June 2012 in AsiloNotizie e appuntamenti

di Monica Ricci Sargentini

Un nuovo accordo tra l’Italia e la Libia sull’immigrazione è stato firmato in gran segreto il 3 aprile scorso dalla ministra dell’Interno Annamaria Cancellieri e il leader del Consiglio nazionale  di transizione Mustafa Abdul Jalil che è al potere nel Paese nordafricano dopo la caduta del colonnello Muhammar Gheddafi. Lo denuncia Amnesty International in un rapporto pubblicato oggi a Bruxelles dal titolo “Sos Europe” sull’impatto dei controlli in materia di immigrazione sui diritti umani. ”Nonostante le rimostranze di Amnesty International e altri gruppi sulle violazioni dei diritti umani – è scritto nel documento -il 3 aprile del 2012 l’Italia ha firmato un nuovo accordo con la Libia per limitare il flusso dei migranti. I termini dell’accordo non sono stati resi noti. Un comunicato stampa si limitava a dare la notizia senza fornire ulteriori dettagli sulle misure decise o denunciare la terribile situazione di migranti e rifugiati nel Paese” (nella foto sopra un somalo in un campo profughi).

Già all’indomani della visita effettuata a Tripoli da Cancellieri, Amnesty International Italia aveva scritto al ministro dell’Interno  rinnovando le preoccupazioni per lo sviluppo degli accordi tra Italia e Libia, in considerazione della negativa situazione dei diritti umani nel paese nordafricano, con particolare riferimento ai maltrattamenti di migranti subsahariani, ritenuti collettivamente, assieme ai libici di pelle nera, lealisti pro-Gheddafi o sanzionati da uno status d’immigrazione irregolare. Nella lettera, Carlotta Sami, direttrice di Amnesty International Italia, chiedeva alla ministra di rendere pubblico il testo dell’accordo ricordandole le assicurazioni ricevute nel corso di un incontro il 15 marzo scorso circa la trasparenza delle negoziazioni.

Secondo Amnesty l’intesa dà alle autorità italiane il diritto di respingere i migranti e rispedirli in Libia. Ma questi termini rappresentano una violazione della Convenzione europea sui diritti umani perché non contengono le tutele adeguate per chi fugge dalla sua patria: “L’Italia – si legge nel rapporto -, nella migliore delle ipotesi, ha ignorato la terribile situazione dei migranti. O, nella peggiore delle ipotesi, si è mostrata disponibile a passare sopra agli abusi dei diritti umani in nome del proprio tornaconto politico interno”. Nel 2011, si legge nell’ultimo rapporto sui diritti umani di AI,  almeno 1500 persone sono affogate tentando di raggiungere l’Europa e quelli che sono riusciti a traversare il mare non hanno di certo trovato una calda accoglienza.

E’ noto che i rifugiati dall’Eritrea o dalla Somalia rischiano di subire abusi e persino torture una volta rientrati a Tripoli. Molti di loro vengono accusati di aver lavorato comemercenari per le truppe pro-Gheddafi.  Lo scorso febbraio la Corte Europea dei diritti umani aveva condannato l’Italia per i respingimenti in mare. La sentenza riguardava il caso  Hirsi Jamaa e altri, ossia il ritorno forzato in Libia nel 2009 di 11 somali e 13 eritrei (insieme ad altre 200 persone) a bordo di navi italiane. I migranti non avevano avuto alcuna possibilità di presentare richiesta di protezione. L’Italia aveva sostenuto che l’operazione era un salvataggio e che gli accordi bilaterali con il Paese avevano dei precedenti nel diritto internazionale. Ma per la Corte chiunque salga a bordo di una nave italiana deve essere soggetto alla Convenzione dei diritti umani. Al tempo il governo Monti aveva accettato la sentenza e si era impegnato al “rispetto assoluto dei diritti umani e alla salvaguardia della vita degli uomini in mare”.

Secondo Amnesty International al momento è impossibile “una qualsiasi collaborazione con la Libia in materia di controllo dell’immigrazione, giacché nel paese mancano anche le minime garanzie nei confronti dei diritti e delle libertà fondamentali”.

L’Ong ha già chiesto più volte al governo italiano che:

  • qualsiasi forma di cooperazione con la Libia abbia come presupposto un miglioramento dei diritti umani nel paese, sia trasparente e subordinata all’impegno e alla capacità delle due parti di rispettare appieno i diritti umani di richiedenti asilo, rifugiati e migranti, e risulti in linea con il diritto internazionale dei diritti umani e il diritto internazionale dei rifugiati;
  • il governo utilizzi i propri rapporti diplomatici privilegiati con la Libia per chiedere alle autorità di Tripoli di stabilire al più presto la base legale della presenza dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati in Libia, attraverso un memorandum d’intesa che consenta lo svolgimento di attività di protezione quali registrazione, determinazione dello status di rifugiato e visita ai luoghi di detenzione; fermare le uccisioni illegali e altri attacchi violenti; porre fine agli arresti e alle detenzioni arbitrarie; prevenire la tortura e altri trattamenti disumani e degradanti; ripristinare lo stato di diritto, anche combattendo il razzismo e la xenofobia e attuando un processo di disarmo e di smantellamento degli organismi responsabili delle violazioni dei diritti umani.

Ora si attende la risposta del premier Monti e della ministra Cancellieri.

Fonte: lepersoneeladignita.corriere.it

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"Per i suoi interessi interni, l’Italia ha condonato gli abusi su migranti, rifugiati e richiedenti asilo". Il rapporto S.O.S. Europe sull’esternalizzazione del controllo dell’immigrazione
 

Roma – 13 giugno 2012 - “Quando l’Italia ha stretto accordi con la Libia, il governo sapeva o avrebbe dovuto sapere che in Libia migranti irregolari, rifugiati e richiedenti asilo erano soggetti a detenzioni arbitrarie e prolungate, pestaggi e altre violazioni dei diritti umani”. Anche l ’accordo dell’aprile del 2012 con le nuove autorità del Paese è stato siglato nonostante sia di dominio pubblico che “le violazioni continuano e sono ampiamente diffuse e che in Libia non ci sono ancora norme per la determinazione dello status di rifugiato”.

È l’ atto di accusa lanciato da Amnesty International nel rapporto "SOS Europe", pubblicato oggi e dedicato all'impatto sui diritti umani dell’”esternalizzazione” del controllo dell’ immigrazione, l’affidare cioè ai Paesi di partenza o di transito il compito di fermare i flussi, con accordi che troppo spesso rimangono segreti. L’organizzazione umanitaria  chiede ai governi e alle istituzioni dell’ Ue di non mettere più a rischio la vita di chi cerca di varcare le frontiere europee.

“Per l'Ue, il rafforzamento delle frontiere europee è chiaramente prevalente sul salvataggio delle vite umane. Nel tentativo di stroncare la cosiddetta immigrazione irregolare, i paesi europei hanno rafforzato misure di controllo delle frontiere oltre i loro confini, senza riguardo per i costi umani. Queste misure, di cui l'opinione pubblica non è informata, pongono le persone in serio pericolo" ha dichiarato Nicolas Beger, direttore dell'Ufficio di Amnesty International presso le Istituzioni europee.

Nel 2011 – sottolinea l’organizzazione  - almeno 1500 uomini, donne e bambini sono annegati nel Mediterraneo mentre cercavano di raggiungere l'Europa. Alcune di queste morti avrebbero potuto essere evitate. I soccorsi ritardati significano perdita di vite umane. In diverse occasioni, l'Italia ha respinto persone verso la Libia, paese in cui sono state poi arrestate e sottoposte a maltrattamenti. In un contesto nel quale trasparenza e controlli sono scarsi, le violazioni dei diritti umani lungo le coste e le frontiere europee finiscono spesso per rimanere impunite.

Nel rapporto  l’Italia ha un ruolo da protagonista, per le conseguenze che l’accordo con la Libia ha avuto sulla vita di migliaia di persone.

Anche se sono note quelle dei respingimenti ai tempi di Gheddafi, Amnesty fa notare che il segreto sui nuovi accordi siglati ad aprile non garantisce che verranno affrontate le attuali gravi violazione dei diritti umani.  “Nel migliore dei casi – si legge in Sos Europe – L’Italia ha ignorato la grave situazione di migranti, rifugiati e richiedenti asilo, nel peggiore ha mostrato di voler condonare gli abusi sui diritti umani pur di soddisfare i suoi interessi politici interni”.

Nelle conclusioni del rapporto si raccomanda quindi al governo italiano di sospendere gli accordi con la Libia e di non stringerne altri finchè il paese nordafricano non dimostrerà che rispetta e protegge i diritti umani di rifugiati, richiedenti asilo e migranti e che ha messo in piedi un sistema soddisfacente per valutare e accogliere le richieste di protezione internazionale.  Si chiede inoltre che vengano resi pubblici tutti gli accordi bilaterali stretti dal nostro Paese sul controllo dell’immigrazione.

A tutti i paesi europei e all’Ue, l’organizzazione raccomanda di assicurare che le loro politiche e pratiche di controllo dell’immigrazione non causino, contribuiscano o traggano benefici da violazione dei diritti umani. Gli accordi dovrebbero prevedere clausole di salvaguardia in questa direzione ed essere pubblici. Quando si intercettano migranti in mare, bisognerebbe puntare innanzitutto al loro salvataggio e garantire valutazioni persona per persona, compresa l’opportunità di chiedere asilo.


Scarica
Amnesty International. S.O.S. Europe. Human rights and migration control (in inglese)



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LA LIBIA CHE HA VOLUTO GIORGIO NAPOLITANO



Su La Stampa del 29 giugno, si legge:
“Nel caotico dopo-Gheddafi gli islamisti si preparano a prendere il potere in Libia”. “In tutto il paese si registrano scontri armati. Bengasi da culla della Rivoluzione è diventata regno della paura controllato soprattutto dagli integralisti, con agguati e sparatorie (...) Gli islamisti si sentono i padri e i martiri della Rivoluzione e non sanno cosa sia il rispetto delle regole, delle leggi, dello Stato. Qualsiasi contrasto i bengasini lo risolvono con l’uso della forza (...) Oggi nel paese regna il caos (...) La Libia è una polveriera, non c’è polizia e l’esercito nazionale, lasciando alle milizie il pieno controllo del territorio“.
Questa è la Rivoluzione che ha avuto gli auspici di Napolitano e del Pd, nel silenzio generale. Il 26 aprile 2011 Napolitano dichiarava: L’ulteriore impegno dell’Italia in Libia costituisce il naturale sviluppo della scelta compiuta dall’Italia a marzo, secondo la linea fissata nel Consiglio supremo di difesa da me presieduto e quindi confortata da un ampio consenso del parlamento. (http://www.repubblica.it/ultimora/24ore/NAPOLITANO-LIBIA-BOMBARDARE-NATURALE-SVILUPPO/news-dettaglio/3958676)


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La Nato: un aiuto per le locuste in Sahel

Marinella Correggia
27 giugno 2012
 
Gli eventi libici del 2011 hanno regalato una grande libertà di movimento alle locuste del deserto, che stanno scendendo a fare terra bruciata in paesi saheliani già attanagliati dalla penuria alimentare e dai conflitti. Dopo il cambio di regime e l’attuale caos, nessuno più in Libia si occupa di controllare questa piaga come avveniva prima. Ecco un altro dei danni collaterali che la guerra Nato in Libia ha procurato ai paesi dell’Africa occidentale, i quali hanno oltretutto visto rientrare in patria dalla Libia centinaia di migliaia di lavoratori.
Ma che cosa succede? Ce lo spiega il funzionario della Fao Keith Cressman, che si occupa proprio del monitoraggio e della prevenzione relativo alle locuste. Il cui luogo d’origine è localizzato nelle aree meridionali dell’Algeria e della Libia (dalle parti di Ghat); una volta adulte migrano grazie ai venti verso il nord del Niger (Arlit, Agadez, montagne Air, pianure Tamesna e altipiani Djada), ed eventualmente verso il nord del Mali (Kidal e Gao), verso il nord-ovest del Ciad (Borkou, Ennedi, Tibesti) e verso la Mauritania.  Possono anche spostarsi nella parte meridionale di quei paesi, viaggiando a una velocità di 100-200 chilometri al giorno...Solo i venti contrari arrestano queste legioni mortali impedendo loro di arrivare ancora più a sud.
La loro presenza era già segnalata in Libia e in Algeria dopo le inusuali piogge di ottobre e novembre 2011, che le avevano aiutate a crescere in fretta. Adesso sono arrivate nel nord del Niger e del Sahel, nelle zone dove si sono verificate piogge precoci e dove dunque c’è già vegetazione sufficiente ai loro bisogni e alla loro riproduzione. Sciami di giovani e voracissime locuste possono azzerare la stagione della semina che si apre in Sahel. Se le (pur auspicabili) piogge continuano e le locuste non sono fermate, potrebbero avere una seconda generazione nei prossimi mesi; in ogni generazione il loro numero si moltiplica per sedici. E procederebbero verso sud, verso aree ben più coltivate.
Nel nord del Niger sono già segnalati danni alle palme da datteri e a piccole aree coltivate. Le locuste sono pronte a deporre le uova, che dopo quindici  giorni si schiuderanno.
La Fao ha lanciato un appello ai donatori ottenendo flebili risposte per ora. I paesi colpiti hanno in realtà team esperti in grado di fermare le locuste. Però, oltre ai finanziamenti, debbono poter ottenere rapidamente le segnalazioni dalle popolazioni locali, e poi accedere alle aree. Il governo del Niger ha squadre attrezzate le quali, certo con pochi mezzi, possono andare sul posto (ma con scorta armata...) e intervenire distruggendo uova e adulti. Il problema è che occorre far presto. Ma in Mali non si potrà. Perché proprio in quell’area ci sono scontri (post-guerra libica anch’essi) e le squadre di Bamako né possono andare né possono avere informazioni...Operare là è difficile da qualche anno ma ora appare impossibile.
Oltre alle (peraltro auspicabili) precoci piogge e al conflitto in Mali , qual è il fattore che ha tanto aiutato le locuste? Come dicevamo, la guerra Nato alla Libia; anche se la Fao parla solo di “recenti eventi in Libia”. Perché in anni normali, Algeria e Libia sarebbero state capaci di controllare le popolazioni di locuste sui loro territori impedendo loro di muoversi verso Sud. In particolare la Libia destinava squadre di tecnici formati, macchine e parecchio denaro al monitoraggio e al trattamento. Mandava anche squadre e denaro ad altri paesi africani a questo scopo, precisa il funzionario della Fao. Adesso è tutto smantellato, nessuno se ne occupa, e i team e i loro mezzi sono spariti da qualche parte.
Le locuste dalle ali d’acciaio aiutano le locuste con le zampe


=== 4 ===


Scritto da RT.com
Venerdì 22 Giugno 2012

da RT.com

Gli scontri tra fazioni in guerra si stanno infiammando nella Libia occidentale. Tribù che una volta sostenevano insieme la rivolta nel paese stanno ora combattendo tra loro e contro le tribù rivali filo-Gheddafi - tutto sullo sfondo di armi disponibili gratuitamente. L’addetto stampa del governo libico Nasser al-Manaa ha riferito che gli scontri tra tre tribù dei villaggi Az Zintan, Mizda e Al-Shegaiga hanno provocato almeno 105 morti e oltre 500 feriti appena la scorsa settimana. È stato riferito che il conflitto si sarebbe acceso per via di una striscia di terra rioccupata da una delle tribù. Al-Manaa ha rivelato che la violenza è stata fermata solo dopo che una presenza militare del governo è stata stabilita nella regione. Il numero di morti e feriti in Libia è paragonabile al conteggio dei caduti che si fa per la Siria e a seguire la retorica dell’Onu, la violenza in corso in Libia assomiglia sorprendentemente a una guerra civile (tribale).

Il tribalismo è una sfida datata per la Libia, e da sempre la minaccia in termini di stabilità e sicurezza. Il leader di un tempo, il colonnello Muammar Gheddafi, era riuscito a frenare molti conflitti tribali nel corso dei 42 anni del suo governo, spesso usando la forza. Quando esplose una ribellione armata tribale, nel 2009, Gheddafi ha dovuto usare l’aeronautica per portare i ribelli sotto controllo.

Sostenuta dall'estero, una rivolta contro Muammar Gheddafi iniziò nel febbraio 2011. Gravi scontri tra ribelli e sostenitori di Gheddafi sono durati fino al 20 ottobre, quando il colonnello Gheddafi fu linciato da una schiera inferocita nei pressi della città di Sirte dopo che i ribelli avevano preso il controllo della capitale Tripoli.

Scomparso Gheddafi, il Consiglio nazionale di transizione che è giunto al potere si trova ad affrontare gli stessi pericoli del precedente regime. Il CNT ha a che fare con tribù irrequiete che approfittano della posizione instabile del governo centrale per conquistare i territori dei gruppi vicini più deboli.

Quando la situazione si fece difficile, il colonnello distribuì ben un milione di fucili d'assalto Kalashnikov tra coloro che esprimevano almeno un minimo di adesione nei confronti del regime. E questo numero è solo una frazione di quanto è stato in seguito sottratto dagli arsenali militari devastati.

La Libia sembra essere così tanto sommersa di armi, in questo momento, che perfino i nipoti dei combattenti di oggi avranno abbastanza mitragliatori con il caricatore a forma di banana da usare per regolare i conti negli anni a venire.

 
 

Fonte: http://www.rt.com/news/libya-tribal-clashes-war-350/

Traduzione per Megachip a cura di Daniela Rombia



#7390 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Gio 5 Lu 2012 9:01 pm
Oggetto: Stipe Šuvar 2004-2012
jugocoord
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(Lo scorso 29 giugno cadeva l'ottavo anniversario della morte di Stipe Å uvar, comunista jugoslavo, già Ministro dell'Istruzione nella Croazia socialista, poi fondatore della rivista Hrvatska ljevica e del Partito Socialista dei Lavoratori di Croazia)



Data: 29 giugno 2012 14.47.12 GMT+02.00
Oggetto: Stipe Å uvar
Autore: SRP

Na danasnji dan 2004 godine umro je doktor profesor Stipe Å uvar, prvi predsjednik SocijalistiÄke radniÄke partije.


Njegovim odlaskom, na ljevici ovih prostora ali i europi nastala je velika praznina.

Bio je dubok i eksplicitan, socijalizam ili barbarstvo , bez kontraverze koje mu podmeću protivnici.

ÄŒlanovi SocijalistiÄke radniÄke partije, nose ga u trajnom sjećanju i ponosni su Å¡to su s njim i u najtežim vremenima ostali u kontinuitetu ostvarivanja ideje socijalizma.

Zagreb Predsjedništvo



Stipe Å uvar

Datum i vrijeme: 1.7.2012. u 20:21h
By: Dragan Markovina

Bila je negdje kasna 1997. godina kad sam kao buntovni srednjoÅ¡kolac proÄitao intervju Stipe Å uvara u Feralu u kojem najavljuje osnivanje SocijalistiÄke radniÄke partije, a nekoliko dana potom i razgovor s jednim od vodećih sdp-ovaca u Slobodnoj Dalmaciji, pod naslovom „Ne bojim se Å uvarovog Srp-a“. Sve mi je to nekako ostalo u magli sjećanja, ali dobro pamtim kako sam govorio sam sebi: KonaÄno. Proteklih sedam godina ruÅ¡io se jedan svijet viÅ¡enacionalne državne zajednice kojoj sam pripadao. Bio je to svijet koji me odgojio, svijet Äije sam naravno brojne negativnosti kasnije i spoznao, no to je bio svijet kojeg je bijesna rulja tako bezoÄno pljuvala iz dana u dan, bez ikakvih posebnih argumenata, sem puke mržnje prema imenu i ideji Jugoslavije i socijalizma. S posebnim gaÄ‘enjem promatrali su djecu mijeÅ¡anih brakova i onih koji su se joÅ¡ uvijek deklarirali kao ljeviÄari, Å¡to sam bio i sam, tako da mi se cijelo vrijeme Äinilo da neće proći joÅ¡ dugo dok nas ne poÄnu kao u JužnoafriÄkoj Republici stavaljati na posebnu stranu autobusa i na posebne klupe po gradskim parkovima.

Taj posljednji korak je i simboliÄki poduzet uvoÄ‘enjem vjeronauka u Å¡kole, kad je kao navodna alternativa ponuÄ‘ena etika, tada joÅ¡ bez ikakvog napisanog programa ili udžbenika, sa jasnom nakanom da ti režim pokaže da ti je mjesto meÄ‘u otpadnicima i kužnima. Ja sam, naime u prvom razredu gimnazije iskusio Äari prve generacije kojoj su uveli crkvu u javne Å¡kole i moram priznat da sam, ne bez ponosa, spadao u onih 8 (osam) ljudi iz dva spojena razreda, koji su odbili biti dio stada, dok je ostalih Å¡ezdeset i neÅ¡to ljudi bilo na drugoj strani. Svih tih godina sdp, koji je trebao biti taj koji će neÅ¡to odgovoriti, uporno je Å¡utio, na prvu crtu gurnuo Zdravka Tomca, iskljuÄio sve intelektualce iz partije i reklamirao se pod sloganom Sdp - važna kockica u mozaiku hrvatske demokracije. Kakav dosljedan luzerski i domobranski pristup partije izrasle na revolucionarnoj tradiciji.

Da to nije bio samo taktiÄki ustupak postalo je definitivno jasno svih kasnijih godina, pa i danas, kada je sdp postao vodeća stranka u zemlji, dok su ideje ljevice i jasna osuda faÅ¡izma devedesetih poispadali negdje po putu, RaÄanovom direktivom. NiÅ¡ta ta partija nije rekla o progonima graÄ‘ana srpske nacionalnosti u gradovima, o sveopćoj pljaÄki, niti o devastaciji antifaÅ¡istiÄkih spomenika. Sve su to prekrili ruzmarin, snjegovi i Å¡aÅ¡. U tom sveopćem niÅ¡tavilu, javno pastoralne, a iznutra najmraÄnije Hrvatske, jedinu svijetlu toÄku predstavljao je Feral Tribune, zahvaljujući kojem smo svi skupa vidili da nismo sami i da taj naÅ¡ jedinstveni kulturni prostor i dalje postoji. Sve da su u njemu pisali i najnetalentiraniji autori na svijetu, a znamo da nisu, zavrijedio je postati nezaobilazna kulturna Äinjenica. I tada se, odjednom ukazao Stipe Å uvar. ÄŒovjek koji se nije libio stati iza svog stava, niti ga je mijenjao.

Onaj isti kome su skandirali na stadionima, da bi kasnije gazili autima i premlaćivali u restoranima. Naravno da sam odmah otiÅ¡ao u srp, Äim sam doÅ¡ao na studij u Zagreb te sam se svih tih pet godina, nekad viÅ¡e, nekad manje, redovito viÄ‘ao sa Stipom Å uvarom, sluÅ¡ao njegove ekspozee i uživao u tom nadrealnom svijetu koji se sastajao u prostranom stanu u Palmotićevoj ulici. Svega je tu bilo: starih partizana, razoÄaranih idealista, obespravljenih Srba, Stipinih zemljaka Imoćana, vrhunskih intelektualaca, poput Matvejevića i sjajnih novinara. Svi su oni iz raznih razloga dolazili u tih par zadimljenih prostorija koje su vonjale na loÅ¡u rakiju, dim jeftinih cigareta i tursku kavu, a Stipe je uvijek isti, pun posla, sitnim rukopisom ispisivao stranice i stranice tekstova i ukljuÄivao se u razgovore kad bi mu se tema svidila pa bi s nogu održao takvo predavanje, koje bi te bacilo s nogu.

Nije sada mjesto da piÅ¡em o stranaÄkom raskolu i tome koliko ga je to pogodilo, njegovoj iznenadnoj smrti koja je doÅ¡la tijekom tih previranja i općenito svim ljudskim niskim strastima i dnevnoj politici. Zadnji put sam nazvao taj telefon u Palmotićevoj dva dana prije njegove smrti, a s druge strane Äuo sam rastrojenog i izdanog Äovjeka, intelektualca kojeg je vrijeme natjeralo da se bavi birokratskim zavrzlamama i u naponu snage gleda kako gaze po neÄemu u Å¡to je toliko vjerovao, neÅ¡to Å¡to je omogućilo njemu, težaÄkom djetetu iz Zagvozda da doktorira sociologiju, postane ministar kulture i Älan PredsjedniÅ¡tva SFRJ. Zauvijek će ostati upamćen njegov gordi i ciniÄni odgovor Vladimiru Å eksu, koji ga je na primopredaji dužnosti pokuÅ¡ao isprovocirati, a meni će biti žao Å¡to je tako rano otiÅ¡ao i Å¡to onaj zadnji razgovor nije mogao trajati vjeÄno. Hrvatskoj je ostavio novu zgradu Nacionalne i sveuÄiliÅ¡ne knjižnice u Zagrebu, Mediteranske igre u Splitu, Muzej hrvatskih arheoloÅ¡kih spomenika u Splitu, Muzej Mimara u Zagrebu i rukopis memoara za koje je stalno govorio da će ih nazvati „Za sve su mi krivi Hrvati i Srbi“. Da, ostavio je i poÅ¡tenje i Äist obraz, ako nekome to joÅ¡ neÅ¡to znaÄi.

Na danaÅ¡nji dan, 29. 06. 2004. godine umro je Stipe Å uvar, možda i posljednji Äovjek koji je vjerovao i kojem sam vjerovao.



#7391 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Dom 8 Lu 2012 7:31 pm
Oggetto: Slovenia: NO to NATO, NO to austerity measures
jugocoord
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Slovenia: NO to NATO, NO to austerity measures

1) New austerity package in Slovenia
2) Slovenia's leading newspaper calls for country to leave NATO


=== 1 ===
 

New austerity package in Slovenia

By Markus Salzmann 
6 July 2012

With Slovenian banks heavily in debt, the right-wing government of Prime Minister Janez Jansa is acceding to the demands of the European Union and international financial institutions for tougher austerity measures.

The banking sector of Slovenia (formerly a part of the Yugoslav Republic) notched up its third successive year of losses in 2012. The country’s three biggest banks are now calling for injections of capital by the state.

State-owned Nova Ljubljanska Banka (NLB) must raise 320 million euros to meet the requirements of the European Banking Authority. Last April credit rating agency Moody’s downgraded the NLB’s rating, along with those of several other Slovenian banks.

The proportion of bad loans rose in March this year to nearly twelve percent of all loans, or over six billion euros. The debt crisis has led to a freeze on bank lending, principally affecting the construction, insurance, and financial services industries.

The media has already identified Slovenia as the EU’s next “problem child.” A decline in economic output of 1.5 percent is forecast for this year. Last year the economy shrank by 0.2 percent. At 5.5 percent, the interest rate for Slovenian government bonds is one percent higher than a year ago. In December 2009, the EU initiated a so-called deficit procedure against Slovenia over its “excessive budget deficit.”

To comply with EU requirements, the Slovenian parliament adopted an austerity package in May for 2012 and 2013. Public expenditure is be cut back by 800 million euros this year and 750 million euros in 2013. Last year, the budget deficit was 6.4 percent of GDP. The cuts aim to reduce it to 4 percent of GDP this year and under 3 percent by 2013.

The new austerity package, which is particularly directed at the public sector, was preceded by a vote in the Slovenian parliament to reduce corporate tax rates. The tax rate was cut from 20 to 18 percent and will fall a further one percent each year until it reaches a rate of 15 percent by 2015. This will make it among the lowest rates in Europe.

The right-wing parties took over government earlier this year with the declared aim of imposing the austerity measures, which the previous social-democratic government had failed to implement due to internal divisions.

The Positive Slovenia party won the most votes in the federal election in December 2011. The mayor of the capital, Zoran Jankovic, had founded the party two months earlier to run in the election. Jankovic failed to secure a majority in parliament, however.

The conservative Slovenian Democratic Party (SDS) then formed a coalition with the People’s Party (SLS), the New Slovenia Party (NSI), the Civil List and the pensioner’s party Desus. Jansa was prime minister from 2004 to 2008 and led Slovenia into the EU.

Under Jansa, Slovenia was one of the first EU countries to ratify the new European fiscal pact this spring. A leading role in the drafting of the new austerity package was played by Finance Minister, Janez Sustarsic, a proponent of a radical austerity. He now plans to introduce a “debt brake” balanced-budget amendment into the country’s constitution.

The Government also announced further privatizations and a new social contract. According to government officials, the contract is to be the starting point for “systemically important” changes in labour legislation, pension and health care.

Half of the planned savings will be achieved through cuts in public spending. The measures include pay cuts of 15 percent for civil servants, who will also lose holiday pay. In addition, teachers will be required to work for about three hours longer per week, and class sizes are to be expanded. This is supposed to eliminate some 420 million euros in spending in two years

There are also plans for a series of severe cuts in social benefits. Unemployment benefits are to be reduced and their duration limited to 18 months. Child support and subsidies for food for students will also be cut, as well as funding for child care and kindergarten.

Prime Minister Janez Jansa defended the planned austerity measures, which he described as mild given Slovenia’s situation, and announced further cuts. “This is just the first step, it will not be enough,” the Premier added.

To limit opposition to the measures, the governing parties also agreed to make it harder to hold popular referendums. When they were out of government, the SDS used such referendums to block social-democratic plans for pension and labour market reform.

An estimated 100,000 employees in the public sector struck against the austerity measures in April. Schools and kindergartens were closed and many hospitals reduced to emergency service. There were traffic jams at border crossings with Croatia as tax collectors and police officers joined the protests. Demonstrations against the government took place in cities across Slovenia.

Amid mounting public outrage, the trade unions have played a key role in suppressing strikes and protests. Close collaboration between government, business and the trade unions has characterized Slovenian political life since it broke away from Yugoslavia.

The unions played a key role in privatizating enterprises in the early 1990s and suppressed all opposition by workers to the sell-off of key sectors of the Slovenian economy. The trade union federation ZSSS saw itself as “active partners in the privatization process.”

Immediately after the April strikes, the unions declared their support for the government’s course. Many unions openly supported the current government’s policies and have refrained from initiating any referendums against its planned labour market reforms.

The daily newspaper Dnevnik aptly remarked: “Jansa’s Shock Doctrine, like his principle of taking from the poor to give to the rich, is made possible mainly due to the passive and submissive nature of the media and the behaviour of the unions and leftist opposition parties.”



=== 2 ===

http://news.xinhuanet.com/english/world/2012-07/07/c_131701017.htm

Xinhua News Agency - July 7, 2012

Slovenia's leading newspaper calls for country to leave NATO


LJUBLJANA: Slovenia's leading newspaper Delo on Saturday criticized NATO's failure in Afghanistan and suggested that the government consider leaving "this anachronistic organization."

Slovenia would be wise to leave NATO because its money is being spent on the alliance's "failed project" in Afghanistan while domestic spending cuts are affecting pensioners, young families, culture and education, Delo said in a commentary.

The fact is that joining the alliance was the biggest and most expensive mistake of Slovenian foreign policy, Delo wrote. The newspaper said that NATO is no longer an alliance for the protection of its members and instead has become an organization that intervenes around the world.

"The current crisis is an excellent opportunity to leave this anachronistic organization, which is lost in time and space," the Delo article said.

The call for leaving NATO was made after the Slovenian government pledged to provide 500,000 U.S. dollars to Afghan security forces after NATO ends its combat operations there in 2014.

Based on the principle "in together, out together," Slovenian troops would stay in Afghanistan until the completion of the mission of the NATO-led International Security Assistance Forces, Prime Minister Janez Jansa said Thursday.

After 11 years of war in Afghanistan since October 2001, the U.S.-led forces recently announced plans to hand over security responsibilities to Afghan forces in 2013, and to withdraw the ISAF by the end of 2014.



#7392 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Dom 8 Lu 2012 9:13 pm
Oggetto: In memoria di Vittorio Tranquilli
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In memoria di Vittorio Tranquilli

Il Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia - onlus si unisce al cordoglio per la scomparsa del prezioso e indimenticabile compagno Vittorio Tranquilli.
Formatosi politicamente alla scuola dei "comunisti cristiani" di Franco Rodano, Vittorio aveva mantenuto fin dopo la fine degli anni Ottanta e dopo lo scioglimento del PCI quella esigenza di impegno sociale e quella impostazione rigorosa che a ogni cosa anteponeva la dignità dell'individuo. Coerentemente con questo imperativo morale, allo scoppio della guerra fratricida in Jugoslavia egli aveva immediatamente riconosciuto l'enorme ingiustizia perpetrata ai danni di milioni di esseri umani dall'altra parte dell'Adriatico ed aveva avuto l'onestà ed il coraggio, mancati a tanti suoi ex-compagni, di andare a guardare anche dall'altra parte della barricata, dai "nemici" serbi, promuovendo da subito iniziative di solidarietà, di conoscenza e di amicizia internazionalista con scuole della Vojvodina (BaÄka Topola) e della Repubblica Serba di Bosnia. 
Era ancora la metà degli anni Novanta quando Vittorio ed altri compagni della capitale avviavano anche le prime iniziative di contro-informazione, per contrastare la propaganda di guerra ed abbattere l'ostracismo razzista imperante nei confronti della parte jugoslava e serba; subito dopo gli accordi di Dayton, Vittorio contribuiva ad organizzare e poi presiedeva una due-giorni di discussione su questi temi all'Università di Roma "La Sapienza" (1).
Con il passare degli anni le iniziative di solidarietà aumentavano, ed aumentava in particolare il numero di quelle che lui anziché "adozioni a distanza" preferiva chiamare "borse di studio" attivate dall'Italia a sostegno dei giovanissimi vittime della ferocia dei potenti. Aumentava però purtroppo anche l'estensione di quella guerra scatenata per la distruzione della Jugoslavia, fino ai bombardamenti incostituzionali e criminali del 1999.
In quel periodo alcuni di noi hanno fatto scelte di priorità diverse rispetto a Vittorio, concentrandosi di più sugli aspetti politici e sulla critica alla disinformazione strategica, laddove Vittorio intensificava instancabilmente, nonostante l'età oramai avanzata, le iniziative di solidarietà umanitaria, allargandone anche lo spettro dei beneficiari. Altri, tra di noi, hanno invece incontrato Vittorio e la sua onlus "A, B, C, solidarietà e pace" (2) proprio allora, dopo il '99, e con Vittorio e la sua associazione hanno intrapreso una collaborazione efficace, ad esempio a sostegno delle famiglie degli operai ed ex operai della Zastava di Kragujevac, la grande fabbrica metalmeccanica dapprima bombardata e poi espropriata dalla FIAT. 
Tutti noi - sia chi negli anni ha perso di vista il "vecchio" Vittorio, sia chi invece lo ha sempre di più affiancato nelle iniziative di solidarietà - siamo certi che gli amici di "A, B, C, solidarietà e pace" e tutti quelli lo hanno conosciuto ne continueranno l'opera con lo stesso entusiasmo e lo stesso spirito di fratellanza fra i popoli che egli ci ha insegnato.

Per CNJ-onlus, il segretario
Andrea Martocchia



Inizio messaggio inoltrato:

Da: -- JEDINSTVENA SINDIKALNA ORGANIZACIJA ZASTAVA KRAGUJEVAC<jsozastava @ open . telekom . rs> 
Data: 07 luglio 2012 11.19.49 GMT+02.00

07 07 2012

ȠMORTO “SUPERDEKA†(SUPERNONNO)

Ci ha profondamento colpita notizia triste sulla scomparsa di nostro supernonno come lo chiamavano i bambini e ragazzi della grande famiglia della Zastava.
L’abbiamo conosciuto nel ’99 mentre le bombe e missili colpivano il nostro paese quando e venuto tra i primi assieme alla sua delegazione per mostrarci che oltre le frontiere bloccate c’era una parte d’Italia che ci era vicina e che aveva rifiutato ad accettare le bugie servite nella guerra massmediatica, l’Italia che richiedeva il rispetto dell’Articolo 11 della Costituzione italiana.
Gia dal ’99 “il nostro†Vittorio Tranquilli era diventato nonno di tutti i ragazzi, non solo di Kragujevac ma anche di parecchie citta in Serbia, Bosnia, Repubblica Srpska e fino all’Africa.
E morta la Yugoslavia, e morta la Zastava, anche tu caro nonno sei andato al tuo ultimo viaggio ma noi ci ricorderemo per sempre di te...
Ti vogliamo bene

SINDACATO ZASTAVA
(Sindacato Unitario – Samostalni)
Kragujevac
e
tutti i bambini e ragazzi adottati dall’
Associazione ABC – solidarieta e pace



#7393 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Dom 8 Lu 2012 10:15 pm
Oggetto: Guerra mediatica contro la Siria
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Guerra mediatica contro la Siria

1) La storia è il nemico e le "magnifiche" psy-ops diventano notizia (John Pilger)
2) I paesi della NATO conducono una guerra d’informazione con la Siria ed annullano fisicamente i giornalisti siriani (Thierry Meyssan)


=== 1 ===


www.resistenze.org - cultura e memoria resistenti - linguaggio e comunicazione - 26-06-12 - n. 415

Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
La storia è il nemico e le "magnifiche" psy-ops diventano notizia
 
di John Pilger
 
21/06/2012
  
Arrivando in un villaggio nel sud Vietnam, vidi due bambini che certificavano la guerra più lunga del 20° secolo. Le loro orribili malformazioni erano familiari. Lungo tutto il fiume Mekong, dove le foreste erano state pietrificate e rese silenziose, piccole mutazioni umane vivevano come meglio potevano.
 
Oggi, all'ospedale pediatrico Tu Du di Saigon, un'ex sala operatoria è conosciuta come la "sala di raccolta" e, ufficiosamente, come la "stanza degli orrori". Ha scaffali pieni di grandi ampolle contenenti feti grotteschi. Durante l'invasione del Vietnam, gli Stati Uniti irrorarono un erbicida defoliante sulla vegetazione e i villaggi per negare "copertura al nemico". Era l'Agente Orange, che conteneva diossina, un veleno tanto potente da causare morte fetale, aborto spontaneo, danni cromosomici e cancro.
 
Nel 1970, un rapporto del Senato statunitense rivelava che "gli Stati Uniti hanno scaricato [sul Vietnam del sud] una quantità di sostanze chimiche tossiche pari a tre chili pro capite, compresi donne e bambini". Il nome in codice per quest'arma di distruzione di massa, Operazione Hades (aldilà), fu cambiato nel più benevolo Operazione Ranch Hand (vaccaro). Oggi, si stima che 4,8 milioni di vittime dell'Agente Orange sono bambini.
 
Len Aldis, segretario della Società di amicizia Gran Bretagna-Vietnam, è da poco tornato dal Vietnam con una lettera per il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) da parte dell'Unione delle donne del Vietnam. La presidente, Nguyen Thi Thanh Hoa, descrive "le gravi malformazioni congenite [causate dall'Agente Orange] di generazione in generazione". Ha chiesto al CIO di riconsiderare la sua decisione di accettare la sponsorizzazione per le Olimpiadi di Londra della Dow Chemical Corporation, una delle società che ha prodotto il veleno e che si è rifiutata di risarcire le sue vittime.
 
Aldis ha consegnato a mano la lettera all'ufficio di Lord Coe, presidente del Comitato Organizzatore di Londra. Non ha avuto risposta. Quando Amnesty International ha sottolineato che nel 2001 la Dow Chemical ha acquisito "la società responsabile della fuga di gas a Bhopal [in India nel 1984] che ha ucciso all'istante tra le 7.000 e 10.000 persone e 15.000 nei successivi venti anni", David Cameron ha descritto la Dow Chemical come una "rispettabile società ". L'imperativo è sorridere allora, quando le telecamere faranno una panoramica sull'abito da parata da 7 milioni di sterline che rivestirà lo Stadio Olimpico, il prodotto di 10 anni di "accordo" tra il CIO e un rispettabile distruttore.
 
La storia è sepolta con i morti e i deformi del Vietnam e di Bhopal. La storia è il nuovo nemico. Il 28 maggio, il presidente Obama ha lanciato una campagna per falsificare la storia della guerra in Vietnam. Per Obama, non c'era Agente Orange, non c'erano le "free-fire zone" [aree in cui venivano eliminati tutti i civili, ndt] e i tiri al bersaglio, nessuna fossa di occultamento dei massacri, nessun razzismo dilagante, né suicidi (molti americani che si tolsero la vita diventano caduti nel conflitto), nessuna sconfitta per opera di un esercito partigiano nato da una società ridotta in miseria. E' stata, dice il signor Hopey Changey, "una delle storie più straordinarie di coraggio e integrità negli annali della storia militare [USA]".
 
Il giorno seguente, il New York Times ha pubblicato un lungo articolo che documenta come Obama scelga personalmente le vittime dei suoi attacchi con i droni in tutto il mondo. Lo fa durante il "martedì di terrore", visionando foto segnaletiche da una "kill list", alcune delle quali di adolescenti, tra cui "una ragazza che sembrava ancora più giovane dei suoi 17 anni". Molti sono sconosciuti o semplicemente in età militare. Guidati da "piloti" seduti davanti a schermi di computer a Las Vegas, i droni sparano missili Hellfire che risucchiano l'aria dai polmoni prima di fare la gente a pezzi. Lo scorso settembre, Obama ha ucciso un cittadino americano, Anwar al-Awlaki, unicamente sulla base di una voce che lo descriveva incitante al terrorismo. "Questo non è facile", ha detto nel firmare la condanna a morte dell'uomo, come riportano i suoi collaboratori. Il 6 giugno, un drone ha ucciso 18 persone in un villaggio in Afghanistan, tra cui donne, bambini e anziani, che stavano festeggiando un matrimonio.
 
L'articolo del New York Times non era una soffiata alla wikileaks o una denuncia. Era un pezzo di pubbliche relazioni progettato dall'amministrazione Obama per mostrare che tipo duro può essere il "comandante in capo" in un anno elettorale. Se rieletto, il marchio "Obama" continuerà a servire i ricchi, perseguendo chi racconta la verità, minacciano paesi, diffondendo virus informatici e uccidendo diverse persone ogni martedì.
 
Le minacce contro la Siria, coordinate a Washington e Londra, scalano nuove vette di ipocrisia. Contrariamente alla grezza propaganda di prima presentata come notizia, il giornalismo d'inchiesta del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung identifica i responsabili della strage di Houla, come i "ribelli" appoggiati da Obama e Cameron. Le fonti del giornale includono i ribelli stessi. Questo non è stato completamente ignorato in Gran Bretagna. Scrivendo nel suo blog personale, mai così in silenzio, Jon Williams, redattore di BBC world, svela in modo efficace la sua "copertura", citando funzionari occidentali che descrivono la "psy-ops" (operazione psicologica) contro la Siria come "magnifica". Magnifica come la distruzione della Libia, dell'Iraq e dell'Afghanistan.
 
Magnifica come le psy-ops, è la recente promozione al Guardian di Alastair Campbell, il principale collaboratore di Tony Blair durante l'invasione criminale dell'Iraq. Nei suoi "diari", Campbell cerca di schizzare sangue iracheno sul demone Murdoch. C'è talmente tanto sangue da inzuppare tutti, ma il riconoscimento che questo media rispettabile, liberale e adulatore di Blair è stato un accessorio fondamentale per un crimine epocale viene omesso e rimane una singolare prova di onestà intellettuale e morale in Gran Bretagna.
 
Per quanto tempo ancora dobbiamo essere sottoposti ad un tale "governo invisibile"? Il termine di insidiosa propaganda, usato la prima volta da Edward Bernays, nipote di Sigmund Freud e inventore delle moderne pubbliche relazioni, non è mai stato più appropriato. La "falsa realtà" richiede un'amnesia storica, basata sull'omissione e il mutamento dal significato all'insignificante. In questo modo, i sistemi politici che promettono sicurezza e giustizia sociale sono stati sostituiti da pirateria, "austerità" e "guerra perpetua": un estremismo dedicato al rovesciamento della democrazia. Applicato ad un individuo, questo lo farebbe identificare come uno psicopatico. Perché noi lo accettiamo?


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La NATO abbatte la libertà di parola


Aleksandr Artamonov, Natalja Kovalenko
4.07.2012

I paesi della NATO conducono una guerra d'informazione con la Siria ed annullano fisicamente i giornalisti siriani.

È sicuro di questo il giornalista francese e direttore del portale d'informazione online «Voltaire», Thierry Meyssan, che ha rilasciato un'intervista a «La Voce della Russia».

«Stati Uniti e NATO dirigono sistematicamente la distruzione di mass media scomodi. Proprio loro, avidi difensori della libertà di parola. Questo è già avvenuto in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq e Libia».

Negli ultimi mesi, la CIA ha creato dei canali televisivi per camuffare il segnale di canali nazionali siriani. Sono state create negli studi grafici fotografie fittizie destinate a demoralizzare completamente la popolazione del paese, ha riferito il giornalista.

“La frode è stata scoperta e le informazioni sono passate su centinaia di siti e mezzi di comunicazione di massa. In definitiva, la compagnia addetta alle connessioni satellitari MilSat si è rifiutata di spegnere i canali siriani dal satellite, mentre la Lega dei paesi arabi è stata obbligata a rinunciare alle proprie attività contemporaneamente all'operatore ARABSAT”.

Allo stesso tempo, il Capo del Ministero degli Affari Esteri, Sergej Lavrov, ha inserito nell'agenda dei lavori del gruppo per i legami con la Siria la questione del rigetto di una guerra d'informazioni da parte dei protagonisti della scontro.

«La NATO ha deciso di vendicarsi — afferma Thierry Meyssan — sono state inviate forze speciali contro la stazione televisiva siriana situata a qualche chilometro da Damasco. Là c'erano in tutto quattro guardie. Illuminati da dispositivi ad infrarossi, gli agenti sono entrati nell'edificio, hanno ucciso i guardiani e fatto fuori sul posto tre conduttori. Dopodiché l'edificio è stato fatto saltare in aria. Ecco come da vent'anni la NATO e gli Stati Uniti mantengono la loro tattica. Le stesse persone si ergono a difensori della libertà di parola. Il mondo è stato messo sotto sopra! I giornalisti non riescono più a lavorare! Se un Paese non rispetta adeguate misure di autodifesa, allora ognuno di noi è in pericolo».

71 giornalisti sono morti nel mondo nei primi sei mesi di quest'anno. Si parla di questo nella relazione della ONG «Press emblem campaign», con base a Ginevra. Questo valore è di un terzo più grande rispetto agli indicatori degli anni scorsi. Il primo posto nella triste lista è occupato dalla Siria. Dall'inizio dell'anno sono stati uccisi venti giornalisti.



#7394 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Mer 11 Lu 2012 1:33 pm
Oggetto: Još dvoje Srba ubijeni na KosMetu
jugocoord
Invia email Invia email
 
(italiano / english / francais / srpskohrvatski)

Još dvoje Srba ubijeni na KosMetu

0) LINK: video "Tempo di digiuno"
1) Wesley Clark torna a far danni in Kosovo / War criminal Wesley Clark back to Kosovo (for money, as usual)
2) Le notizie di Glas Srbije
3) Il TPI chiede 20 anni per Haradinaj, capo dell'Uck - ma chi crede più al TPI?? (25 Giugno 2012)
4) "Riaprite l'indagine insabbiata sui fondi neri". Repubblica è riuscita a visionare documenti che mettono sotto accusa la società elettrica e l'aeroporto internazionale di Pristina
5) J. Jatras: 'Washington backed jihadist elements in Kosovo, now in Syria'

6) ULTIMISSIME: I coniugi Jevtić ammazzati in casa loro, venerdì sera, perché serbi. 
- ZloÄini bez kazne / Kraljevo : Sahranjeni supružnici Jevtić sa Kosmeta
- Le meurtre d’un couple de Serbes remet en cause le fragile processus des retours


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Da: Alessandro Di Meo <alessandro.di.meo @ uniroma2.it>
Data: 25 giugno 2012 15.12.43 GMT+02.00
Oggetto: video: Tempo di digiuno

cari tutti,
è disponibile su youtube il video "Tempo di digiuno":
http://www.youtube.com/watch?v=xkz7lzF08vg


Racconta della difficile vita di alcune famiglie di serbi nei villaggi intorno Gnjilane, in Kosovo e Metohija. Dell'impegno di monaci come padre Ilarion e di associazioni come Un Ponte per..., a creare veri e propri ponti di solidarietà, nell'indifferenza generale che avvolge tutto quello che è conseguenza della tragica guerra "umanitaria" del 1999, che la Nato scatenò contro la ex Jugoslavia e la Serbia.

Il video, presentato per la prima volta sabato scorso presso Agricoltura Capodarco, a Grottaferrata, nella notte di San Giovanni, è finalizzato a una raccolta fondi per una iniziativa di ospitalità da svolgersi a settembre ad Anzio, di ragazzini provenienti dalle zone oggetto del video e alla risistemazione delle loro case.
Buona visione.

Alessandro Di Meo


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L' assassino torna sempre sul luogo del delitto!...

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Clark ha intenzione di investire 5,6 miliardi in Kosovo

(www.glassrbije.org - 26. 06. 2012)

Il generale statunitense Wesley Clark che è stato pensionato, il quale commandava la NATO durante l’attacco contro la ex Jugoslavia nel 1999, ha intenzione di tornare in Kosovo per realizzare un business di alcuni miliardi di dollari, scrive il quotidiano viennese Wirtsatblat. La ditta canadese di Clark Envidity, la quale investe il suo capitale nell’energia, ha inviato la domada che le sia data la licenza per lo sfruttamento delle miniere di carbone in Kosovo occidentale. L’Envidity ha intenzione di investire 5,6 miliardi di dollari nei prossimi sei anni nella produzione del combustibile liquido. Le riserve del carbone in Kosovo si valutano a circa 14 miliardi di tonnellate, scrive Wirtsatblat. Alcuni giorni fa in Kosovo si trovava anche l’ex premier britannico Tony Blair. Il motivo della sua visita era uguale. Clark e Blair sono stati i fautori più convinti dell’attacco della NATO contro la Serbia nel 1999.

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http://english.ruvr.ru/2012_06_28/79648685/

Voice of Russia - June 28, 2012

Kosovo for the general

Igor Siletsky and Timur Blokhin 

Kosovo’s economy is overfilled with investments.

True, the majority of investors are Americans who bore a relation to the “democratization†of Yugoslavia that was carried out at the end of the 90s of the last century. Among them is the former commander of NATO forces in Kosovo retired general Wesley Clark, who is determined to invest more than 5.5 billion dollars in the former Yugoslav republic. Experts say that Washington’s strategy could be characterized by the following slogan: “Conquer and plunderâ€.

His closest supporters say that Wesley Clark is a great strategist. He wrote the book “Winning Modern Wars†that was published in 2001. In his fundamental survey the author mentions the Pentagon’s list of countries that can be regarded as candidates for a quick change of leadership. On that list are Iraq, Iran, Syria, Lebanon, Libya, and Somalia. Yugoslavia was not mentioned there because by that time the undesirable regime of Slobodan Milosevic had been overthrown with the help of precision and carpet bombings.

By the way, shortly after the Kosovo operation the tired general - Wesley Clark - retired and immediately got involved in the banking business. As it appears, he invested all his savings that he had accumulated as general, receiving from 150 to 200,000 dollars annually, in the banking business. Because of that he had to earn additional money, working as a military analyst on U.S. TV channels. However, he did not lose his contacts with Kosovo, where, following the previously mentioned democratization, entrepreneurship, especially, in the field of medicine, was on the rise. And now the Envidity Company that is in Clark’s ownership has filed a request for coal mining to the Kosovo authorities. Serbia, which does not recognize Kosovo’s independence, says that it is determined to demand protection for the natural resources belonging to it. Nobody wants to ask for Belgrade’s permission though as was the case many times before.

Wesley Clark always had good contacts with the Kosovo “government†and its “prime minister†– the former militant Hashim Thaci. There is even a street in Pristina named after Wesley Clark. By the way, a Russian political analyst and retired colonel-general Leonid Ivashov at the trial of Slobodan Milosevic mentioned the allied character of relations between the NATO troops and the militants of the Kosovo Liberation Army (KLA). As we can see, this cooperation has borne fruit, including both political and economic benefits, a Serbian journalist, Nikola Vrzic, says.

"It is clear that during their 'cooperation' that started in 1998, they concluded business agreements. Now it is absolutely clear that the bombings of Kosovo pursued both political and economic objectives: they were aimed not only at separating Kosovo from Serbia, but also at depriving Kosovo of its extensive natural resources. As it appears, coal is Kosovo’s main resource. Geologists say that there are other minerals there too. More prospecting for natural resources is needed there."

Against the background of instability on the oil market, experts talk more and more often about good prospects for the development of synthetic fuel, including obtaining synthetic fuel from coal. Clark’s firm believes that it is possible to produce up to 100,000 barrels of the new source of energy daily.

The economic motives of NATO’s military games are actually not a secret. Of interest here is the fact that in the middle of the 1990s, at the very height of the fratricidal war in Yugoslavia, NATO countries’ citizens bought property in the Balkan republic. Buyers were making preparations for a new “post-Yugoslav†reality. And Kosovo was a good training ground, an expert with the Institute of Europe of the Russian Academy of Sciences, Pavel Kandel, said in an interview with the Voice of Russia.

"Kosovo created a precedent. It was the first link in the strategy of the 'humanitarian' interventions of the NATO countries led by the USA. Shortly before the Kosovo operation, at the urgent request of Washington, NATO adopted a new doctrine, which set a number of tasks beyond defence limits before the member-states of the formerly defensive bloc. To be more exact, the possibility of interference in other regions of the world under this or that pretext became possible."

The strategy that was used earlier can be used again. Coal mining is very good but oil still has a good price. So everything continued, following the former format: Iraq, Somalia, and Libya. Something has gone wrong with Syria though. Damascus wants to develop democracy without humanitarian aid from the West. There are problems with Iran too. But economic strategists have enough patience: investor-generals are ready for investing at any time.


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In Kosovo arrivano grandi quantità di droga

26/06/2012 - 19:37
Negli ultimi dodici mesi in Serbia sono stati sequestrati 1.478 chilogrammi di stupefacienti. Grandi quantità di droga sono state immagazzinate in Kosovo, nonostante la presenza dell’Eulex e l’Unmik,è stato detto nell’Istituto per la salute pubblica della Serbia in occasione della Giornata internazionale della lotta alla droga. Secondo le informazioni del Ministero dell’Interno della Serbia, negli ultimi dodici mesi in Serbia sono state eseguite 5.081 azioni di sequestro della droga e sono stati avviati 4.273 processi penali contro 5.215 persone. In questo periodo il numero dei consumatori è aumentato. L’eroina arriva in Serbia per lo più dall’Afganistan. L’80% dell’eroina che passa attraverso i Balcani che proviene dall’Afganistan arriva dalla Turchia. Il vice direttore della polizia serba Branislav Mitrovic ha detto che il Ministero dell’Interno della Serbia collabora con le polizie di altri Paesi nella lotta per la diminuzione della quantità della droga in circolazione e del numero dei consumatori.

Il valore della proprietà serba 50 miliardi di euro

26/06/2012 
Dal giugno del 1999 in Kosovo sono state distrutte 20.000 case serbe. Il valore della proprietà serba che è stata usurpata si valuta a più di 50 miliardi di euro.  E’ stata usurpata anche la proprietà dello stato serbo, in primo luogo tramite privatizzazioni illegali, ha dichiarato il vice Ministro per il Kosovo Branislav Ristic. Secondo il catasto il 58% della terra in Kosovo appartiene ai serbi. Soltanto nei disordini nel marzo del 2004 in Kosovo sono state distrutte circa 1.000 case serbe, nella maggior parte delle quali vivevano i profughi, ha detto Ristic. Dall’arrivo delle forze internazionali in Kosovo la proprietà dei serbi e delle etnie non albanesi è l’oggetto dell’usurpazione da parte degli albanesi. All’Agenzia kosovara per la restituzione della proprietà usurpata sono sate presentate 41.300 querele per la proprietà usurpata. L’Agenzia ha risolto 31.517 casi. Non esistono però informazioni sul numero delle decisioni che sono state realizzate e delle restituzioni della propreità, ha dichiarato Ristic.

Scontro sul ponte sul fiume Ibar

28. 06. 2012. - 19:43 -- MRS
Sul ponte principale sul fiume Ibar, il quale divide la parte settentrionale di Kosovska Mitrovica, abitata prevalentemente dalla popolazione serba, dalla parte meridionale nella quale vivono gli albanesi, stamattina si sono scontrati la polizia e un gruppo di serbi che sono arrivati dalla Serbia centrale. In questo incidente nessuno è stato ferito, ha confermato il portavoce regionale della polizia kosovara Sami Mehmetu. Egli ha precisato che i poliziotti hanno messo sotto controllo una settantina di persone. In seguito i serbi sono stati costretti ad abbandonare il Kosovo attraverso il valico Merdare, ha detto Mehmetu.

Attacco terroristico contro il punto della polizia

28. 06. 2012. - 19:42 -- MRS
Nel villaggio albanese Dobrusin, il quale è situato 16 chilometri a ovest da Bujnovac, nella Serbia meridionale, stamattina alle ore 4 e 20 minuti è avvenuto il nuovo attacco terroristico contro il punto della polizia a Bujanovac, il quale è stato eseguito dal territorio del Kosovo. In questo attacco un poliziotto è stato ferito in modo leggero, ha confermato all’agenzia Tanjug il portavoce della polizia a Vranje Dragan Stamenkovic. In questo secondo attacco terroristico negli ultimi giorni contro il punto della polizia a Dobrosin alla linea amministrativa che divide il Kosovo dalla Serbia centrale, nel quale si trovavano quattro poliziotti, è stato ferito il poliziotto Branislav Markovic. Il proiettile ha sfiorato la sua schiena, ha detto Stamenkovic.

Patriarca Irinej: Kosovo è la Gerusalemme serba

28. 06. 2012. - 19:46 -- MRS
Il patriarca serbo Irinej ha dichiarato a Gracanica, dove ha somministrato la liturgia in occasione del Vidovdan, che il Kosovo era, è e rimarrà il sacro territorio serbo – la Gerusalemme serba. Nel discorso che ha tenuto nel monastero Gracanica davanti al alcune centinaia di fedeli, il patriarca ha ricordato che il popolo serbo è stato costretto a trasferirsi molte volte e che ritornava sempre per ricostruire le case che sono state distrutte. Non dovete dimenticare mai che la libertà è una cosa sacra e un dono di Dio che è legato alla croce. Non dobbiamo dimenticare mai il Kosovo, perché se questo accadrà dimenticheremo sé stessi, ha dichiarato il patriarca Irinej. Alla liturgia hanno presenziato anche il segretario statale nel Ministero per il Kosovo Oliver Ivanovic e l’ambasciatore della Russia a Belgrado Aleksandar Konuzin. A Gracanica oggi sono arrivati serbi che vivono nel Kosovo settentrionale, Serbia celtrale, Montenegro e Repubblica serba. Il 28 giugno del 1389, al Vidovdan, il duca Lazar Hrebeljanovic e molti serbi sono stati uccisi nella battaglia sul campo del Kosovo contro l’esercito dell’Impero ottomano. Questa battaglia ha segnato la fine dello stato medievale serbo e l’inizio della sua sottomissione al dominio dell’Impero turco.

Scontri al valico di Merdare

28. 06. 2012. - 19:47 -- MRS
Negli scontri al valico Merdare, che divide il Kosovo dalla Serbia centrale, tra i serbi che viaggiavano verso Gazimestan e la polizia kosovara sono stati feriti 20 serbi, uno dei quali versa in gravi condizioni. Questo serbo è stato trasferito nell’ospedale a Nis. Negli scontri sono state usate le armi da fuoco, hanno comunicato i medici a Kursumlija. In questa cittadina serba nel sud della Serbia centrale è stato dato il primo soccorso ai serbi feriti dalle armi da fuoco. Il Ministero dell’Interno della Serbia ha comunicato che 54 serbi che viaggiavano verso Gazimesan hanno passato stamattina la linea amminsitrativa a Rudnica e Jarinje. Questo gruppo di serbi voleva celebrare a Gazimestan il Vidovdan e renedere omaggio agli eroi serbi che sono morti nella battaglia in Kosovo contro l’Impero ottomano nel 1389. La polizia albanese ha bloccato la strada vicino a Vucitrn ed ha imposto ai serbi di tornare nella Serbia centrale attraverso il valico Merdare, dove sono avvenuti gli scontri. Il 28 giugno del 1389, al Vidovdan, il duca Lazar Hrebeljanovic e molti serbi sono stati uccisi nella battaglia sul campo del Kosovo contro l’esercito dell’Impero ottomano. Questa battaglia ha segnato la fine dello stato medievale serbo e l’inizio della sua sottomissione al dominio dell’Impero turco.

Dacic: assicurare la pace ai serbi che vivono in Kosovo

28. 06. 2012. - 19:48 -- MRS
Il mandatario per la formazione della nuova maggioranza parlamentare Ivica Dacic ha dichiarato in occasione dei nuovi incidenti in Kosovo che le forze internazionali devono assicurare la pace, perché nella regione non sono presenti le forze di sicurezza della Serbia. Questi incidenti deprecabili devono essere impediti dalle forze internazionali. Ogni anno al Vidovdan in Kosovo accadono incidenti. Se il popolo serbo che vive in Kosovo non può celebrare il giorno del ricordo del grande martirio, si pone il quesito come qualcuno può assicuare la pace ai serbi che vivono in Kosovo. Il nuovo esecutivo serbo porrà l’accento sul fatto che in Kosovo non si trovino le nostre forze di sicurezza. Tutti i colloqui devono partire da questo fatto, affinché sia preservata la pace, ha dichiarato Dacic.

Konuzin: Pristina viola diritti internazionali ed umani

28. 06. 2012. - 19:48 -- MRS
L’ambasciatore della Russia in Serbia Aleksandar Konuzin ha dichiarato che le autorità albanesi di Pristina violano gli elementari diritti internazionali e umani non permettendo ai funzionari dell’esecutivo serbo di entrare in Kosovo. Konuzin ha detto che il divieto al Ministro serbo per il Kosovo Goran Bogdanovic di entrare in Kosovo non darà un contributo al prestigio delle istituzioni kosovare. Dovete sapere che quando serbi decideranno come risolvere il problema del Kosovo noi appoggeremo la loro decisione, ha detto Konuzin dopo la liturgia del Vidovdan che è stata celebrata nel monastero Gracanica.


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Kosovo: il Tpi chiede 20 anni per Haradinaj, capo dell'Uck

di  Redazione Contropiano
Lunedì 25 Giugno 2012 18:49

Era scampato al primo processo, intimidendo i testimoni. Ma ora il Tribunale Penale internazionale chiede 20 anni di reclusione per il boss dell'Uck Ramush Haradinaj e per due suoi luogotenenti. Torturarono e uccisero.

La procura del Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra nell'ex Jugoslavia ha chiesto 20 anni di carcere almeno per l'ex primo ministro kosovaro Ramush Haradinaj. "La pena più breve che possa essere comminata è di 20 anni di prigione", ha dichiarato Paul Rogers, rappresentante dell'ufficio del procuratore, durante un'udienza pubblica all'Aia, sede dell'organismo. 
Ex comandante dell'Armata di liberazione del Kosovo (Uck), 43 anni, Haradinaj è stato assolto il 3 aprile 2008 da 37 capi d'imputazione per crimini contro l'umanità, commessi principalmente in un centro di detenzione dell'Uck a Jablanica, nel sud-ovest del Kosovo, contro persone considerate "collaboratori" dei serbi. Il Tpi ha deciso in appello per un nuovo giudizio relativo a sei capi di imputazione, tra questi omicidio e tortura, stimando che il precedente processo era stato messo a repentaglio dalle intimidazioni subite dai testimoni. Il nuovo procedimento è cominciato il 18 agosto 2011. 
"Coloro che non sostenevano gli ideali dell'Uck venivano uccisi, maltrattati e torturati a Jablanica", ha detto oggi Rogers, "venivano stilate liste nere". L'accusa ha chiesto anche pene di almeno 20 anni di carcere per due co-imputati, il quarantenne Idriz Balaj (ex comandante dell'unità speciale delle 'Aquile Nere' dell'Uck) e Lahi Brahimaj, 42 anni, un altro responsabile dell'Uck. I tre, ha portato come esempio estremo Rogers, un giorno hanno assistito alla tortura di alcuni ragazzi, due albanesi sospettati di collaborazionismo e un serbo, e a quest'ultimo Balaj tagliò un orecchio. Il tutto avvenne in un Kosovo prima bombardato e poi occupato dalle truppe della Nato, che sostennero la pulizia etnica e politica dell'Uck prima dall'alto e poi sul terreno, consegnando il potere alle bande di Haradinaj e di altri boss che hanno trasformato la provincia secessionista in un narco-stato. 
Haradinaj, che dopo l'occupazione del Kosovo è diventato per un certo periodo anche premier, è in libertà provvisoria dallo scorso 10 maggio ed è tornato a Pristina, dove viene ancora considerato un eroe dagli albanesi del Kosovo. Il processo in prima istanza, avviato a marzo 2007, era stato caratterizzato dal timore dei testimoni a presentare la loro versione dei fatti davanti alla corte: una ventina di loro ha tentato in ogni modo di sottrarsi per paura di ritorsioni da parte dei seguaci di Haradinaj e della rete tuttora legata all'UCK.


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Kosovo, la richiesta dell'Europarlamento  
"Riaprite l'indagine insabbiata sui fondi neri"


Sono undici i dossier sui 3 miliardi stanziati per la ricostruzione dell'ex provincia serba. Ma in quattro anni l'Eulex, l'organismo incaricato di amministrare la giustizia, non ha raggiunto alcun risultato. Nel silenzio sia dell'Onu che dell'Ue. Repubblica è riuscita a visionare documenti che mettono sotto accusa la società elettrica del Paese e l'aeroporto internazionale di Pristina. Ora dall'assemblea di Strasburgo parte una richiesta alla Commissione

di STEFANO VALENTINO

BRUXELLES ha appena stanziato 111 milioni di euro per rinnovare di un anno il mandato dell'Eulex: questo il nome in codice del team di 3000 uomini - tra amministratori,  giudici  e poliziotti - incaricato di portare democrazia e giustizia in Kosovo. Ma in quattro anni l'Eulex è costato ai contribuenti europei oltre 500 milioni di euro. Un costo record , sproporzionato rispetto ai risultati ottenuti. E la sua super-procura di 60 magistrati e procuratori non ha ancora risolto il "giallo" della malversazione dei fondi europei destinati alla ricostruzione postbellica nell'ex provincia serba. Fondi che la Commissione europea aveva dato in gestione all'Unmik, la missione speciale Onu che ha amministrato politicamente ed economicamente il Kosovo dal 2000 al 2008, ossia fino al passaggio di poteri al nuovo governo locale dichiaratosi indipendente dalla Serbia.

L'italiana Maria Giuliana Civinini, presidente dell'assemblea dei giudici Eulex ed ex-membro del Consiglio supremo della magistratura, ha risposto con un no comment alla nostra richiesta di chiarimenti su una questione che è ormai dimenticata da governi e stampa internazionale. A chiedere di far luce sui dossier insabbiati - nel silenzio di Unione europea e Onu - resta solo qualche frangia dell'Europarlamento. L'ultima iniziativa è quella dell'eurodeputato socialista Pino Arlacchi, membro della Commissione affari esteri a Bruxelles, noto per aver co-fondato la Direzione Investigativa Anti-mafia in Italia negli anni '90. Arlacchi ha inviato un'interrogazione scritta all'euro commissario all'allargamento, Å tefan Füle.

L'interpellanza, di cui Repubblica ha preso visione, chiede ai vertici dell'esecutivo Ue di tirar fuori dai cassetti i fascicoli relativi alle 11 indagini aperte tra il 2002 e il 2006 dall'Olaf, l'Ufficio europeo di lotta alla frode. Documenti top secret, archiviati nel quartier generale ONU di New York e da noi ottenuti in via confidenziale, affermano che gli 11 fascicoli riguardano la Società elettrica del Kosovo e l'Aeroporto internazionale della capitale Pristina. Ossia i principali beneficiari dei 3 miliardi di euro versati nelle casse Unmik dai donatori internazionali. Due terzi dell'importo sono stati erogati dall'Ue, nonostante i campanelli d'allarme sul rischio di frodi suonati più volte dalla Corte dei conti europea e da revisori contabili indipendenti. 

L'Unmik aveva di fatto commissariato la società elettrica, l'aeroporto e tutti gli altri vecchi enti statali serbi d'epoca comunista, affidandone il controllo a un direttorio di consiglieri internazionali e locali posti alle sue strette dipendenze, sebbene stipendiati dall'UE. Ma l'Onu e l'Ue continuano a trincerarsi dietro un muro di gomma, addossandosi reciprocamente responsabilità su come il direttorio utilizzava i fondi internazionali elargiti per la ristrutturazione degli enti statali. C'è di più. Un accordo sottoscritto dalle due organizzazioni internazionali legava e lega tuttora le mani all'Olaf. Innanzitutto, gli euro-finanzieri potevano indagare sui fondi spesi dall'Unmik solo in collaborazione con gli organi inquirenti dell'Unmik stessa. Inoltre, erano tenuti a fare rapporto esclusivamente al capo dell'Unmik che aveva facoltà discrezionale di trasferire o meno le pratiche all'ex-Procura Unmik, oggi sostituita da quella Eulex. 

Tuttora l'Olaf non può comunicare i risultati delle indagini neanche agli altri servizi della Commissione europea. "Abbiamo ripetutamente chiesto all'Unmik informazioni sul lavoro svolto dalla sua task force di inquirenti, ma finora ci sono sempre state rifiutate", afferma Ruud van Enk, funzionario alla Direzione Generale sull'Allargamento dell'esecutivo di Bruxelles. Già in seguito alla sua missione di monitoraggio in Kosovo, nel 2008 l'Europarlamento aveva interpellato  l'allora euro-commissario all'allargamento, Olli Rehn, biasimando "la mancanza di volontà delle Nazioni Unite a cooperare con i rappresentanti dell'Ue su questioni di trasparenza e di controllo finanziario". Olli Rehn aveva promesso di richiedere informazioni all'Olaf  e riferire, ma poi ha concluso il suo mandato senza aver fatto saper più nulla. 

"L'Eulex deve chiarire come intende trattare i casi non adeguatamente esaminati dai procuratori Unmik", dichiara Bart Staes, capo della delegazione europarlamentare che ha nuovamente visitato il neonato stato balcanico l'anno scorso. "Io stesso sono andato in Kosovo e ho riscontrato un'assoluta incompetenza  e disorganizzazione all'interno dell'Eulex", dichiara Arlacchi. Fatto sta che fino al 2009, un anno dopo l'avvio del suo mandato, la Procura Eulex non sapeva neanche quali fossero i casi di malversazione di fondi europei ereditati dalla procura Unmik. Lo dimostra uno scambio di corrispondenza, consegnatoci da fonti Unmik, in cui il giudice Eulex, Alain Bloch, chiedeva all'ex-procuratore Unmik, Theo Jacobs, di fonirgli gli estremi dei casi  in questione.

Alla sua risposta, Theo Jacobs ha allegato solo i documenti d'indagine sull'Aeroporto, ma non quelli sulla Società elettrica. Che fine hanno fatto dunque le pratiche? "Abbiamo trasferito tutti i procedimenti completati ai tribunali locali, in conformità con l'accordo Unmik - Eulex", dichiara Annunziata Ciaravolo, ex-capo della Procura Unmik e attualmente giudice delle indagini preliminari al Tribunale di Milano.

"Se un'inchiesta non è stata eseguita correttamente e se un procuratore locale non vuole o non può riaprirla, i procuratori dell'Eulex potrebbero farlo, a condizione che venga fatta una corretta valutazione delle prove disponibili", spiega Kai Mueller-Berner, ex-portavoce Eulex. Agenti Olaf affermano che dalle indagini sui fondi spesi per la Società elettrica erano emersi comportamenti più che sospetti. "Ci aspettavamo che la Procura Unmik ci chiedesse di proseguire le indagini, piuttosto che archiviarle", fa eco Roberto Magni, agente della Guardia di Finanza ed ex-capo dell'Unità investigativa finanziaria Unmik che ha collaborato con l'Olaf.

L'inchiesta e' stata supportata da European Investigative Journalism Fund 1, una prestigiosa fondazione di giornalismo con sede a Bruxelles che ha finanziato questo lavoro di ricerca sul Kosovo
 

(28 giugno 2012)


=== 5 ===

http://www.rt.com/news/conflict-coverage-jatras-kosovo-659/

RT - July 8, 2012

'Washington backed jihadist elements in Kosovo, now in Syria'


The Western media's coverage of the Syrian conflict has drawn comparisons to how it covered conflicts in the past, most notably the series of brutal wars that accompanied the disintegration of Yugoslavia in the 1990s.
James Jatras, the director of the American Council on Kosovo, believes the similarities between the two conflicts run deep. 
“There are similarities on three crucial levels when we look at Syria,†Jatras told RT. “One has to do with the international system, the rule of law, the role of the Security Council. Another has to do with the status of sovereign states, and how you treat a sovereign state that has an insurgency within its borders.â€
The third level involves taking a complex situation involving atrocities and violence committed on both sides of the conflict, and attributing them only to one side. 
“What you do is come up with a concept, and you fit the facts into the concept. You don’t take a step back in good faith, look at what’s really going on, look at the suffering of people on both sides,†Jatras noted. 
Jatras believes that the West has essentially been pouring gasoline on a smoldering fire, using words like “genocide,†and only wants victory for one side and utter destruction for the other.  
He also took note of the similar fates of the Christian population in both the Kosovo and the Syrian conflict. 
“Why is it that in the name of fighting terrorism and promoting democracy, the United States always seems to find itself on the side of jihadist elements engaging in terrorism with predictable results for the Christian population, as we saw in Kosovo when half of the Orthodox Serb population had to flee the province, and thousands of them were killed by the ‘liberators,’ – the Kosovo Liberation Army?"
Jatras told RT that there are several reasons why the United States may be willing to support Islamic fundamentalists. Most importantly, it is America’s cozy relationship with Saudi Arabia and the Gulf States, and hence its desire to show it has its friends' backs when it comes to facilitating an environment for international commerce.


=== 6 ===

Il capo della missione OSCE in Kosovo-Metohija, Werner Almhofer, ha condannato l’assassinio di Milovan e Ljiljana Jevtic, rimpatriati serbi nel borgo kosovaro di Talinovac, nel comune di Urosevac. "Sono costernato e triste per questo crimine, e sono convinto che la polizia e la giustizia faranno il possibile per risolvere al più presto il caso", ha affermato il capo della missione OSCE. Nel frattempo, i due serbi-kosovari non sono stati nemmeno sepolti nella loro terra natìa, bensì a Kraljevo, in Serbia centrale, dove almeno si spera che le loro tombe non saranno devastate, come invece regolarmente avviene nei cimiteri serbi del Kosovo.

ZloÄini bez kazne

Pon, 09/07/2012

JoÅ¡ dvoje Srba na Kosovu i Metohiji, svirepo je ubijeno pre nekoliko dana. Policijski i pravosudni organi u Pokrajini kažu da ne znaju ni ko je uradio to zlodelo, ni zbog Äega, mada je jasno da je reÄ o etniÄki motivisanom zloÄinu, koji ima za cilj da se i ono malo Srba Å¡to je ostalo na Kosmetu, obezglavi i protera.

U kući srpske porodice Milovana i Ljiljane Jevtić u selu Talinovac kod UroÅ¡evca, boravio sam tri puta od njihovog povratka. JoÅ¡ mi je u svežem sećanju Milovanova energija i optimizam, želja da obnovi selo, da se vrati Å¡to viÅ¡e dojuÄeraÅ¡njih komÅ¡ija. Sedeli smo najÄešće na terasi, probali soÄne kruÅ¡ke i Å¡ljive iz njegovog voćnjaka, ili med iz njegovog pÄelinjaka, koji je formirao odmah nakon povratka. Ipak, najradije se setim priÄe o njegovom novom ljubimcu, malenom psu, koji je, gotovo neobjaÅ¡njivo, jednostavno napustio svoje dotadaÅ¡nje vlasnike, komÅ¡ije Albance i preselio se kod Jevtića. I niÅ¡ta ga viÅ¡e nije moglo od njih odvojiti. Albanci su ga nekoliko puta, mimo njegove volje, nosili svojoj kući, ali psić se uvek vraćao Jeftićima. Milovan mi je priÄao da je u „komunikaciji“ sa pridoÅ¡lim ljubimcem u poÄetku bilo izvesnih poteÅ¡koća, taÄnije nije razumeo kad mu se ovaj obraća na srpskom jeziku, ali da je za vrlo kratko vreme, sve „skapirao“ i znao Å¡ta se od njega traži.

Na sve Å¡to su uradili, Milovan i Ljiljana su bili ponosni, Äesto su isticali da veruju komÅ¡ijama Albancima, jedan od njih im je saÄuvao i kuću, praktiÄno nedirnutu. Å taviÅ¡e, govorili su da nemaju razloga za strepnju, da slobodno idu gde god hoće. Milovan je kao predstavnik sela imao i kombi vozilo koje je bilo na raspolaganju svim povratnicima. Kome su to onda ovi ljudi smetali, Äime su zaslužili da budu surovo likviditrani?

Ne mogu, a da se ovde ne setim joÅ¡ jednog muÄenika, mog sagovornika i prijatelja, koji je na istovetan naÄin i iz istih razloga izgubio život u kući u kojoj se rodio, a iz koje su ga terali. Sredinom juna 2006. godine, posetio sam, naime, povratnika Dragana Popovića, iz varoÅ¡ice Klina u Metohiji. Tek se bio vratio u svoju kuću, sa ogromnim dvoriÅ¡tem i voćnjakom, kosio je travu i ureÄ‘ivao okućicu. Sedeli smo za tek napravljenim stolom, u debeloj hladovini, pili „muÅ¡ku“ kafu i priÄali o planovima. Bio je hrabar i odluÄan da ostane u svojoj kući, iako je znao da mu prete. Pokazivao je „sveže“ tragove od kurÅ¡uma u kućnim vratima i na zidu, Äime su mu komÅ¡ije poželele „dobrodoÅ¡licu“. Neće, kazivao je, bežati pred ovim kukavicama iz mraka, a ja sam mu obećao da ću ga ponovo posetiti. Popovića, na žalost, nikada viÅ¡e nisam video, ubijen je nekoliko dana nakon naÅ¡eg poslednjeg viÄ‘enja, metkom u potiljak. Ni ovaj Srbin, u ozbiljnim godinama, nikome niÅ¡ta nažao nije uÄinio. A do dan danas, policija i pravosudni organi na KiM, „ne znaju“ ko ga je i zaÅ¡to likvidirao.

U selu Grebnik kod Kline, proÅ¡le godine, nekako u ovo vreme i u istom kontekstu, jadao mi se joÅ¡ jedan srpski povratnik - Äuro Krasić. â€Mi smo ti, govorio je, kao psi. Može ko god hoće da nas maltretira, napadne, ubije, a da za to nikom ne odgovara. Zato gledaj da sam ÄuvaÅ¡ glavu, i ni od koga ne oÄekuj zaÅ¡titu.“

Ovo su samo fragmenti jedne opÅ¡te kosovske slike, a sve to na slikovit naÄin svedoÄi kako danas izgleda „multietniÄko i demokratsko†Kosovo, za koje zapadni zvaniÄnici tvrde da je postiglo uspeh i standarde u vladavini prava. Ubistva Srba i drugi zloÄini, prema njima, dogaÄ‘aju se uvek i po pravilu onda kada je vidljiv iole ozbiljniji uspeh na povratku ili stvaranju uslova za njihov normalan živor. PoÄinioci, takoÄ‘e po pravilu, nikada ne bivaju otkriveni. Nisu li to onda oÄigledni i viÅ¡e nego dovoljni pokazatelji da je reÄ, ne o zloÄinu neodgovornih ekstremnih albanskih pojedinaca, već o smiÅ¡ljenoj strategiji upravo onih koji danas vladaju Kosovom!? I, zaÅ¡to Zapad uporno, na sve te zloÄine, zatvara oÄi?

Autor Vukomir Petrić



Kraljevo : Sahranjeni supružnici Jevtić sa Kosmeta

Pon, 09/07/2012

Na Novom groblju u Kraljevu danas su u prisustvu rodbine i prijatelja sahranjeni supružnici Milovan i Ljiljana Jevtić, koji su u petak ubijeni u svojoj kući u selu Talinovac kod UroÅ¡evca na Kosovu i Metohiji. Sahrani je prisustvovalo oko 500 graÄ‘ana, meÄ‘u kojima i dvadesetak komÅ¡ija iz Talinovca koji su organizovano doÅ¡li kako bi poslednji put odali poÅ¡tu Jevtićima. Kosovska policija i Euleks, koji vode istragu o ubistvu braÄnog para srpskih povratnika, do sada nisu saopÅ¡tili nikakve detalje o motivu svirepog zloÄina niti su uspeli da identifikuju i uhapse poÄinioce.


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B92 - 8 juillet 2012

Kosovo : le meurtre d’un couple de Serbes remet en cause le fragile processus des retours


Traduit par Philippe Bertinchamps

Un couple de Serbes revenus vivre au Kosovo depuis 2004 a été assassiné vendredi soir dans un village proche d’UroÅ¡evac/Ferizaj. Ce double meurtre a été vivement condamné par Belgrade, tandis qu’il replonge les Serbes du Kosovo dans les pires heures d’angoisse. Les autres familles serbes de ce village ont décidé de ne pas quitter le Kosovo, mais demandent la protection de la Kfor.

Milovan Jevtić et sa femme Ljiljana ont été tués vendredi soir vers 22 heures dans le village de Talinovac, près d’UroÅ¡evac/Ferizaj. Les époux étaient âgés d’environ 55 ans, et Milovan était représentant au Conseil du village, a déclaré le ministre serbe pour le Kosovo.

Selon le porte-parole de la police régionale du Kosovo, Agim Gashi, le couple a été tué avec une arme de calibre 7.62. 
La police est à la recherche des auteurs de ce crime. Personne n’a encore été arrêté.

Le coordinateur de la municipalité serbe d’UroÅ¡evac, Milan Janjić, a déclaré que le mobile de ce meurtre était inconnu. L’adjoint du ministre serbe pour le Kosovo, SaÅ¡a RaÅ¡ić, a indiqué samedi à Tanjug que la police du Kosovo avait ouvert une enquête et que les unités spéciales travaillaient sur cette affaire. Il a ajouté que les circonstances de ce meurtre étaient encore floues.

Selon Milan 

Janjić, Ljiljana était arrivée quelques jours auparavant à Talinovac, où vivent déjà huit familles de Serbes revenus au Kosovo. Milan 

Janjić a indiqué que Milovan et Ljiljana Jevtić étaient revenus au Kosovo en 2004. Ils laissent deux enfants qui vivent en Serbie centrale.

Les villageois n’ont rien entendu, car la maison est située en retrait du village. 
C’est un voisin albanais, qui assure une garde du village, qui a découvert les cadavres. « EULEX et la police du Kosovo ont placé des scellés sur la maison », a déclaré Milan Janjić à KiM Radio. 
Branislav Milenković, du Conseil représentatif du village, a expliqué qu’il a vu les Jevtić la dernière fois ce vendredi.

Il a demandé à la police d’évacuer cinq ou six familles du village en direction de l’enclave serbe de Å trpce, mais un policier a déclaré que les villageois ne devaient pas s’inquièter pour leur sécurité, car le KPS était déployé dans le village. Les huit familles serbes de Talinovac ont finalement pris la décision collective de rester au Kosovo, mais elles demandent que leur sécurité soit également assurée par la Kfor.

Le Secrétaire d’État pour le Kosovo et Metohija Oliver Ivanović a déclaré que ce meurtre révélait que « personne à Pristina ne s’occupait de la sécurité des Serbes », tandis que Rada Trajković, députée au Parlement du Kosovo, expliquait qu’après ce meurtre, les Serbes du Kosovo se sentent une fois de plus « abandonnés ».




#7395 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Ven 13 Lu 2012 10:13 am
Oggetto: NATO Consolidates Grip On Former Yugoslavia
jugocoord
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http://rickrozoff.wordpress.com/2012/07/12/the-template-nato-consolidates-grip-on-former-yugoslavia/

Stop NATO - July 12, 2012

The Template: NATO Consolidates Grip On Former Yugoslavia

Rick Rozoff


North Atlantic Treaty Organization chieftain Anders Fogh Rasmussen has spent much of the past week in the former Yugoslavia, visiting Slovenia and Croatia on July 5 and 6, respectively, then arriving in Kosovo with the 28 members of the North Atlantic Council on July 11.

Twenty years after NATO was unleashed as an active warfighting force with a naval blockade of Yugoslavia's Adriatic coast (Operation Maritime Monitor and Operation Maritime Guard, 1992), enforcement of a no-fly zone in Bosnia (Operation Deny Flight, 1993, which included shooting down Bosnian Serb jets) and large-scale bombing of Serb targets (Operation Deliberate Force, 1995, involving 400 alliance aircraft), NATO has returned to the Balkans to complete the absorption of former Yugoslavia as a base for operations elsewhere in the world and for the recruitment of expeditionary troops for wars abroad.

In the interim the Western military bloc conducted a savage 78-day bombing campaign against the Federal Republic of Yugoslavia in 1999 before expanding the scope of its wars and other military operations to include Afghanistan and Pakistan, Libya and the Horn of Africa.

NATO military intervention in former Yugoslavia brought about the total dissolution of that nation into its six federal republics and the secession of the Serbian province of Kosovo, which is the world's first NATO-created pseudo-state; a crime-ridden, ethnically-cleansed, economically unviable black hole which should serve, and for the past thirteen years should have served, as a stark, irrefutable warning of what the aftermath of NATO intervention portends for later victims of the same.

In his visit to Slovenia, the first former Yugoslav republic to be recruited into NATO, Rasmussen praised his hosts for contributing to the bloc's missions in war zones and post-conflict occupied territories in stating:

"Your contribution to our missions proves that despite tough economic times, Slovenia can be counted upon. That is why we greatly appreciate your participation in Kosovo and Afghanistan. You are showing a strong commitment to Kosovo and you are doing a great job in helping to advise and train Afghan security forces.†  

All former Yugoslav republics are now either full NATO members or partners. Slovenia joined the bloc in 2004 and Croatia in 2009. Macedonia would have been dragooned into the alliance along with Croatia except for the longstanding name dispute with Greece, but it has been granted a Membership Action Plan, the final stage before full NATO accession, as has Montenegro, with Bosnia to soon follow.

Montenegro, which became an independent micro-state in 2006 in no small part with NATO assistance, joined the alliance's Partnership for Peace program only six months after declaring independence, while the ink was hardly dry on the declaration. In the same month, December, Bosnia and Serbia, which had also become an independent nation in June after the breakup of the State Union of Serbia and Montenegro, also joined the Partnership for Peace. In October of that year the USS Anzio Ticonderoga-class guided missile cruiser docked in the Montenegrin port of Tivat, demonstrating the rapidity with which the Pentagon and NATO move to effect the military integration of newborn states it had not much earlier bombed. (As of earlier this year, Afghanistan and Iraq are members of NATO's new Partners Across the Globe military cooperation program.) The Associated Press reported of the above visit: "Montenegro is eager to join NATO's Partnership for Peace outreach
program, considered a stepping stone to alliance membership."

Bosnia, Croatia and Slovenia have provided NATO contingents for its Kosovo Force (KFOR), initially a 50,000-troop army that entered Kosovo in June 1999.

Montenegro didn't exist as a sovereign state at the time, but Bosnia, Croatia, Macedonia and Slovenia fulfilled their NATO obligations by deploying troops to Iraq from 2003 onward. Currently Bosnia, Croatia, Macedonia, Montenegro and Slovenia have troops serving with the NATO-led International Security Assistance Force in Afghanistan.

While in Slovenia last week, NATO's Rasmussen also lauded the nation's joint contribution with fellow Adriatic Charter members Albania, Bosnia, Croatia, Macedonia and Montenegro (and Slovenia) in training Afghan security personnel at the Military Police School in Kabul as part of the broader NATO program to create NATO-standard security structures in the war-afflicted country. 

The Adriatic Charter is an American initiative established in 2003 to recruit Adriatic Sea littoral and neighboring states into full NATO membership. The original four members were the U.S., Albania, Croatia and Macedonia. Albania and Croatia have since joined the bloc and Macedonia has not only for the reason mentioned above. In 2008 Bosnia and Montenegro became members and Serbia joined as an observer.

At a U.S.-Adriatic Charter defense ministers meeting in Macedonia this March, Celeste Wallander, Deputy Assistant Secretary of Defense for Russia/Ukraine/Eurasia, said the U.S. expects Kosovo and Serbia to join the group. Agim Ceku, minister of Kosovo's fledgling armed forces, the NATO-created Kosovo Security Force, participated in the meeting along with Defense Secretary Leon Panetta's representative Wallander and the defense ministers of Albania, Bosnia, Croatia, Macedonia and Montenegro.  

In Croatia on July 6 Rasmussen praised the nation's role in heading up the Adriatic Charter nations' training mission in Afghanistan: “Together, under Croatia’s leadership, those countries are building stability in Afghanistan – and cooperation between themselves. They are building security in the heart of Asia but also in the heart of Europe.â€

Croatia's non-NATO partners in Afghanistan - Bosnia, Macedonia and Montenegro - are serving an apprenticeship for NATO membership, as Croatia and Slovenia did earlier in Iraq. In Rasmussen's words: “NATO is committed to the future of the whole region in the Euro-Atlantic family. And we are determined to help you along that path.†

The self-serving flattery bestowed on Croatia and Slovenia was too much for the leading Slovenian newspaper Delo, which on July 7 urged the nation to leave NATO as the obligation to spend money on the "failed project" in Afghanistan is diverting resources desperately needed for retirees, young families, culture and education. [1]

Joining NATO, the daily continued, was the largest and most expensive mistake in the country's history, as it is not an alliance that protects its member states but one which intervenes around the world; in fact has waged wars in three continents.

On July 11 Rasmussen and the ambassadors of the 28 NATO member states, collectively constituting the North Atlantic Council, arrived in the Kosovo capital Pristina to meet with head of state Hashim Thaci, who like de facto defense minister Agim Ceku is a former leader of the so-called Kosovo Liberation Army.

Without a scintilla of irony, shame or qualification, he delivered himself of this statement:

"NATO is fully committed to the stability and security of the Western Balkans – nowhere more than in Kosovo. For the past 12 years, the NATO-led mission here has helped preserve a safe and secure environment for all people in Kosovo – firmly, fairly and impartially."

Practically as he spoke, two suspects were arrested for the murder of a Kosovo Serb, Sava Mojsić, and the wounding of two others last November. A raid conducted by EULEX (European Union Rule of Law Mission in Kosovo) police also resulted in the arrests of two other men for possession of automatic rifles and hand grenades.

The Serbian mayor of Kosovska Mitrovica, Krstimir Pantić, said EULEX and KFOR had no intention of apprehending the murderers, although they knew who they were, stating, "There is evidence, the suspects are well-known and they are protected by the interior minister of the so-called Republic of Kosovo and the Kosovo secret police chief.†

Over a quarter of a million Serbs, Roma, Gorani, Turks and other members of ethnic minorities have been driven out of Kosovo since NATO arrived thirteen years ago - several hundred, along with ethnic Albanians, have been murdered in cold blood - and the NATO chief can pontificate about "stability and security" and "a safe and secure environment for all people in Kosovo."

Having dispensed with such obligatory rhetoric - monstrous lies - Rasmussen got down to business at his press conference in Pristina, stating:

"Make no mistake. We will make sure KFOR remains robust and credible. We will make sure it has the support it needs for as long as it needs."

Because, and only because, "We are committed to the Euro-Atlantic future of this region." Which is to say, having bombed and occupied the former Yugoslavia for a generation, NATO is now conducting the final mopping-up operation.


1)  Slovenia’s leading newspaper calls for country to leave NATO
 http://rickrozoff.wordpress.com/2012/07/07/slovenias-leading-newspaper-country-must-leave-nato/



#7396 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Ven 13 Lu 2012 9:27 pm
Oggetto: Visnjica broj 892
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NOI TIREREMO DIRITTO (*)


Tav, il Nordest tira dritto: ''Noi andiamo avanti''

di Elisa Coloni - su Il Piccolo del 13 luglio 2012

«Noi andiamo avanti, perché la Tav è un’opera di modernizzazione fondamentale per lo sviluppo del Nordest, e perché i corridoi paneuropei rappresentano un tema chiave delle politiche comunitarie. Certo, se la Francia dovesse fare marcia indietro, significherebbe troncare incredibilmente un progetto già avviato, mettendo a rischio i risultati e gli effetti dell’intera infrastruttura». Bortolo Mainardi, commissario della Tav Venezia-Trieste, si dice “allibito” di fronte alla “bomba” scoppiata ieri a Parigi che, se confermata, avrebbe effetti imponenti anche in casa nostra, nel quadro dell’ex Corridoio quinto, oggi numero tre. Per il momento conferme non ci sono. 
Quel che è certo è che il governo Hollande sta facendo i conti con risorse ormai sottilissime e con un calo costante del traffico merci nella tratta in questione. Che la Francia decida di passare la mano sull’opera o che riveda piuttosto alcune scelte in chiave risparmio, spezzettando la realizzazione dell’infrastruttura in più fasi (il cosiddetto “fasaggio”) è ancora tutto da capire. La sola notizia che Parigi sta mettendo in discussione alcuni grandi cantieri, scatena però reazioni a pioggia. «I corridoi sono opere che l’Ue considera strategiche sia per motivi economici sia per ridurre il trasporto merci su gomma e i conseguenti impatti ambientali. Opere frutto di accordi internazionali dai quali non ci si può defilare da un giorno all’altro - prosegue Mainardi -. Credo sia più probabile che si vada verso una riconsiderazione di singole parti dell’opera, scelta normale per contenere i costi».
Sulla stessa linea l’europarlamentare del Pd Debora Serracchiani che, dalla sua postazione europea in Commissione trasporti, definisce “improbabile” un ripensamento della Francia, tirando in ballo a sua volta il cosiddetto “fasaggio”. «Come abbiamo fatto noi in Italia con l’Osservatorio - spiega -, anche Parigi sta probabilmente rivedendo alcuni aspetti della Tav, non più in linea con le attuali disponibilità finanziarie. Penso che la chiave di lettura giusta sia questa, anche perché stiamo parlando di un’opera che fa parte del Corridoio tre, riconfermato come prioritario dall’Ue. 
I singoli Stati membri hanno il diritto di riconsiderare le scelte strategiche, ma ricordo che in ballo ci sono accordi internazionali e impegni finanziari tra Italia e Francia che avrebbero evidenti conseguenze. Certo, se Parigi rinunciasse alla realizzazione della Tav, proseguire gli scavi in Italia risulterebbe inutile». E in casa nostra? Le grandi opere riusciranno a reggere la crisi? «Noi riteniamo strategica un’opera come la terza corsia della A4 - conclude -. Le nostre perplessità riguardano la gestione del piano finanziario, ma l’opera in sé non è in discussione».
  

Sulla posizione francese in merito al progetto TAV (Corridoio 5 o 3) si legga ad esempio:
"La Francia si allinea al fronte No Tav: opera costosa e inutile per le merci"
di Mauro Ravarino - da Il Manifesto, 13 Luglio 2012 

Sull'estremismo filo-TAV della signora Debora Serracchiani si legga ad esempio:
"Lettera Aperta A Debora Serracchiani Sul Progetto TAV"
La Nuova Alabarda (Trieste) - agosto 2011

(*) Benito Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia, Roma 8 settembre 1935.



#7397 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Dom 15 Lu 2012 8:13 am
Oggetto: Nuovi articoli di Claudia Cernigoi
jugocoord
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Nuovi articoli di Claudia Cernigoi 

1) IL PARTITO COMUNISTA NEL CLN TRIESTINO (giugno 2012)
2) CERIMONIE PER I POLIZIOTTI “INFOIBATI” (19 giugno)
3) DA BUTTIGNON A SPADARO: I MAZZINIANI DEL VENTUNESIMO SECOLO (luglio 2012)

Claudia Cernigoi cura il periodico triestino La Nuova Alabardahttp://www.nuovaalabarda.org/


=== 1 ===


IL PARTITO COMUNISTA NEL CLN TRIESTINO

Nella propaganda nazionalista spacciata per informazione storica rispetto alle tematiche del confine orientale, uno dei concetti più ricorrenti è quello del Partito Comunista che non volle fare parte del CLN triestino in quanto si era schierato sulle posizioni jugoslave.
Così ad esempio leggiamo nel sito del Comune di Trieste:
“Il CLN a Trieste era costituito dal Partito Liberale, dalla Democrazia Cristiana, dal Partito d’Azione e dal Partito Socialista ma, a differenza di quelli operanti nell’Italia settentrionale, non poteva più contare sulla presenza dei comunisti in quanto costoro si erano orientati fin dall’autunno del 1944 sulle posizioni filojugoslave. Il CLN di Trieste era drammaticamente isolato dal CLN Alta Italia e i suoi appelli erano caduti nel vuoto in quanto per lo stesso CLN Alta Italia era chiaro che le truppe jugoslave dovevano essere considerate forze alleate alle quali non poteva essere opposta alcuna resistenza, restando come obiettivo prioritario la neutralizzazione delle truppe tedesche presenti in città e nel territorio circostante”.
(http://www.retecivica.trieste.it/triestecultura/new/musei/foiba_basovizza/default.asp?pagina=foibe_3)
Ma anche lo storico Roberto Spazzali scrive:
“nell’autunno 1944 con l’uscita del Partito comunista dal CLN di Trieste (unico caso del panorama resistenziale italiano)” (http://www.storiaestorici.it/index.asp?art=168&arg=16&red=4).
È quindi il caso di fare un po’ di chiarezza tramite dei documenti che possono spiegarci la situazione.
Il CLN triestino, abbiamo letto nella prima citazione, era isolato dal CLNAI, ma per un motivo ben chiaro e logico: il CLNAI, in quanto organo di governo dell’Italia antifascista riconosciuto dagli Alleati, aveva (giustamente) invitato il CLN triestino a collaborare con il Fronte di liberazione facente riferimento alla Jugoslavia di Tito, governo riconosciuto dalle nazioni alleate.
Pertanto il CLN di Trieste, se voleva avere un riconoscimento internazionale dalla compagine antinazifascista, doveva giocoforza collaborare con l’Esercito di liberazione jugoslavo e (a Trieste) con il Fronte di Liberazione – Osvobodilna Fronta sloveno.
La politica del CLNAI era stata fatta propria anche dal Partito comunista giuliano, e per questo motivo, nell’ottobre del 1944, un delegato comunista, il musicista Giuseppe (Pino) Gustincich, cercò un contatto con il CLN giuliano. Leggiamo ora, come informazione da fonte sicuramente non “slavo comunista”, quanto scrisse don Edoardo Marzari, presidente e tesoriere del CLN giuliano, rappresentante della Democrazia cristiana.
“... in settembre (1944, ndr) mi si presentò a Trieste un certo Pino Gustincich, dicendo di essere stato designato a rappresentare i comunisti però non solo italiani ma anche sloveni. Gli risposi che il CLN era italiano e che non era ammissibile una rappresentanza slava in seno ad esso, esistendo già per gli slavi un loro proprio organo. Egli replicò che le direttive erano state cambiate e che solo a quella condizione il PC poteva far parte del CLN. Risposi che allora il posto del PC sarebbe stato vacante e così di fatto avvenne in seguito e ogni cosa si svolse fino alla liberazione e oltre senza la partecipazione del PCI” (“I cattolici triestini nella Resistenza”, Del Bianco, Udine 1960, p. 30).
Cioè, stando alle affermazioni di don Marzari, non è stato il Partito comunista triestino a non voler entrare nel CLN giuliano, ma il CLN giuliano a rifiutare, dopo avere disatteso le direttive del CLNAI, l’adesione del Partito comunista.
Chissà come mai gli storici accademici non hanno mai preso in considerazione queste affermazioni di don Marzari...

Giugno 2012


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CERIMONIE PER I POLIZIOTTI “INFOIBATI”


Sul “Piccolo” del 19 giugno leggiamo che il ministro della difesa austriaco, Norbert Darabos, ha deciso di togliere dall’elenco dei caduti di tutte le guerre conservati nella cripta della Burgtor di Vienna i nomi dei criminali nazisti. Ciò perché era invalso l’uso, da parte di nostalgici neonazisti, di approfittare di questo monumento per dare vita a manifestazioni apologetiche filonaziste.

Questa notizia segue di pochi giorni quella della cerimonia avvenuta nel famedio della Questura di Trieste il 12 giugno scorso, dove, su iniziativa dell’Unione degli istriani guidata da Massimiliano Lacota, è stata posta, alla presenza tra gli altri del questore Padulano, una corona “in memoria dei caduti della Polizia sequestrati ed infoibati”.

A questo punto è necessario fare alcune precisazioni storiche. Nel maggio 1945 la Polizia triestina, essendo forza armata, ed essendo la nostra città annessa al Reich germanico, era sottoposta direttamente al governo di Hitler, ed i suoi membri, per la maggior parte volontari, erano quindi militi nazisti, o, se vogliamo riconoscere loro delle attenuanti, quantomeno dei collaborazionisti.

Nell’elenco di “infoibati” (cioè degli scomparsi nel maggio 1945 e presumibilmente arrestati dagli Jugoslavi) presente nel famedio della Questura di Trieste vi sono molti nomi di agenti e funzionari di polizia che erano in forza presso l’Ispettorato Speciale di PS, la cosiddetta famigerata “banda Collotti” (dal nome del commissario Gaetano Collotti che era a capo della squadra operativa), corpo di repressione i cui dirigenti ed agenti si macchiarono di crimini efferati nei confronti dei prigionieri, torture e violenze carnali, arresti arbitrari e sequestri di persona, esecuzioni sommarie. Dei nomi presenti sulla lapide furono identificati in modo circostanziato come torturatori Mario Fabian (operò durante il rastrellamento di Boršt – S. Antonio in Bosco con la “macchina elettrica”), Alessio Mignacca (fece abortire una donna picchiandola, ed uccise almeno tre persone che tentavano la fuga), Bruno Luciani e Francesco Giuffrida.

Così come a Vienna il ministro Darabos ha deciso di giudicare “inaccettabile” l’atteggiamento di tolleranza nei confronti di coloro che onoravano nazisti “con il pretesto che erano riferiti a caduti in guerra”, quindi “persone degne di essere ricordate comunque al di là delle connotazioni ideologiche”, pensiamo sarebbe opportuno che anche in Italia si distinguesse tra le vittime e coloro che prima di diventare vittime erano stati carnefici.

 

Claudia Cernigoi

19 giugno 2012.



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DA BUTTIGNON A SPADARO: I MAZZINIANI DEL VENTUNESIMO SECOLO.

“Gli italiani dell’Adriatico orientale” è l’ennesima raccolta di articoli coordinata da Stelio Spadaro in collaborazione con l’AVL (Associazione Volontari della Libertà, gli ex partigiani “bianchi” o “fazzoletti verdi” collegati con la Osoppo), dopo “La cultura civile della Venezia Giulia: un\'antologia 1905-2005. Voci di intellettuali giuliani al Paese (LEG, 2008) e, con Patrick Karlsen, “L\'altra questione di Trieste” (LEG, 2006).
La peculiarità di questo ultimo lavoro è che è stato presentato in forma ufficiale il 18/6/12 dal Comune di Trieste (nella persona del sindaco Roberto Cosolini, PD) con la partecipazione del deputato Roberto Menia (FL, già AN e prima MSI). Ciò naturalmente ci ha incuriosito ed abbiamo preso visione (ancorché rapida per motivi di tempo) del libro, prima di andare a sentire la presentazione.
In effetti, a prima vista si tratta di una serie di interventi di carattere storico dei quali non si era sentito finora troppo la mancanza, tesi in genere a dimostrare la necessità di un sentimento di identità italiano nelle popolazioni “dell’Adriatico orientale”. Ora, come ha detto giustamente Spadaro nella presentazione del libro, non sempre l’identità corrisponde ad un “dato biologico” ma si tratta piuttosto di una “scelta personale”: di conseguenza è perfettamente comprensibile come il portatore di un cognome non italiano (ad esempio uno slavo, come Menia) decida di essere italiano anche se di suo non lo sarebbe, e di conseguenza, per dimostrare la propria italianità innaturale perché auto-indotta ha bisogno di ribadirla continuamente, a differenza di chi è italiano di suo e non necessita di ricordarlo a sé ed agli altri.
Che non si tratti di un testo scientifico ma di un libro di propaganda risulta dall’intervento del collaboratore di Spadaro, lo storico dell’arte Lorenzo Nuovo: “non è un libro di storia”, ha detto ma “un’adesione militante” ai valori che Fabio Forti porta avanti da anni, cioè un “patriottismo democratico” e valori “repubblicani”. D’altra parte anche Spadaro ha sostenuto che il lavoro sarebbe stato presentato meglio dal rappresentante dell’AVL Forti, che sembra quindi essere l’eminenza grigia ispiratrice di questo progetto politico-editoriale. Parliamo dunque di Fabio Forti,, classe 1927, che fu (citiamo quanto pubblicamente asserito dall’interessato in più occasioni) per un periodo mobilitato nel Sonderauftrag Pöll (leggiamo nel libro di R. Spazzali, “Sotto la Todt”, LEG 1995, che il “Sonderauftrag Pöll” sorto dalla “necessità di costituire una linea difensiva dallo Stelvio al Quarnero” fu, secondo la testimonianza del Gauleiter Rainer, che si assunse la responsabilità dell’iniziativa e designò come proprio sostituto il comandante della SS Globotschnig, resa al Tribunale della IV Armata di Lubiana solo “un nome sotto cui si nascondeva un’azione militare” per la quale furono mobilitati trecento dirigenti politici dalla Carinzia, che assieme ai capi delle SS chiesero la collaborazione di prefetti e podestà, dove furono questi ultimi ad eseguire la mobilitazione della manodopera in seguito ad un’ordinanza di Rainer ); poi, sarebbe entrato nella Guardia civica (ciò è confermato nel libro \"La Guardia Civica di Trieste\" edito dal Centro Studi Guardia Civica nel 1994) ma non da Spazzali che inquadra Forti nella Pöll fino al 30/4/45) ed “automaticamente” inserito nella Brigata Venezia Giulia del CVL.
Questa Brigata, dipendente dalla Divisione Rossetti, era in collegamento con la Brigata friulana Osoppo, con il SIM e con la missione inglese a Udine comandata da Nicholson; il suo primo comandante fu Giuliano Dell’Antonio Guidi, già capitano degli alpini, ufficiale di collegamento con la Osoppo, nonché uno dei referenti per chi “in seno alla Guardia Civica ed alla X Mas” si aggregava al CLN portando con sé le armi (nel “Diario storico della Divisione Rossetti”, Archivio IRSMLT n. 1156). Il suo vice era Ernesto Carra e al momento dell’insurrezione Carra faceva parte del “triumvirato militare” designato per la direzione del Comando di piazza del CVL, assieme ad Antonio Fonda Savio ed Ercole Miani. Sia Dell’Antonio sia Carra si trovano nell’elenco dei “gladiatori” pubblicato dalla stampa nel 1991 (“La notte dei gladiatori”, curato da Scarso e Coglitore, Calusca 1992) e nel dopoguerra Carra fu anche uno dei referenti delle “armi per Trieste italiana”. Renzo Di Ragogna (uno di coloro che parteciparono alle esercitazioni delle squadre armate triestine) disse di essere stato contattato da Carra nel 1947 per riunioni nelle quali venivano istruiti all’uso di armi e sulle tecniche di guerriglia. Nel 1953 Carra lo “informava che bisognava creare vari depositi di armamento, bene celati e nascosti da impiegarsi in caso di necessità dettata dall’invasione di Trieste da parte delle truppe jugoslave”, Di Ragogna si occupò di costruire 6 nascondigli. Dopo la scoperta dei depositi, nel 1954, Di Ragogna ritenne di dover andare via da Trieste e Carra si offrì di organizzargli “l’esfiltrazione”, ma Di Ragogna preferì agire da solo. 
Anche Fonda Savio e Miani appaiono tra gli organizzatori delle squadre: da una testimonianza di Galliano Fogar, nel 1954 Fonda Savio sarebbe stato il referente per una Organizzazione di difesa antijugoslava, mentre Ercole Miani avrebbe avuto il compito di organizzare i gruppi d’azione armati (i dati sulle “squadre” sono tratti dall’istruttoria su Argo 16, Proc. pen. n. 318/87 A G.I. del Procuratore Carlo Mastelloni di Venezia).
Dopo Dell’Antonio (che trovandosi in missione presso il Battaglione “Alma Vivoda” nel momento in cui questo fu attaccato dai nazisti sarebbe stato da loro arrestato, ma rilasciato e poi si sarebbe nascosto a Milano), dai documenti appare che il comandante della Brigata fu Romano Meneghello, anche se Forti afferma che al comando vi sarebbe stato un non meglio identificato “maresciallo dei CC che apparteneva alla resistenza da sempre” (cioè da quando?). Un altro appartenente alla Venezia Giulia, Giuseppe Ferrara, ha affermato che aveva giurato il 16/1/45 “con tre dita” (nel filmato “Quel 30 aprile del 1945”, AVL 2005); nei ruolini di essa troviamo nomi degni di interesse, da Carlo Fabricci (fu per anni segretario della UIL, il suo nome è negli elenchi della P2), a Giuseppe Ferfoglia (già nella X Mas, uno degli irredentisti armati sotto il GMA), a Mario Cividin (nel dopoguerra titolare di una delle più importanti imprese edili triestine, processato per corruzione ed assolto); ma soprattutto compaiono i nomi di tre agenti dell’Ispettorato Speciale di PS che risultano arrestati dalle autorità jugoslave nel maggio ‘45: Gaetano Milano e Francesco Giuffrida, incarcerati a Lubiana e presumibilmente fucilati e Giuseppe Scionti, che risulta invece disperso.
Alla Brigata, leggiamo, “si affiancarono all’atto dell’insurrezione molti elementi della cittadinanza non inquadrati nelle formazioni clandestine del CLN, che vennero armati e forniti di bracciali. Tali elementi non sono compresi nei nostri ruolini” (nel citato “Diario storico della Divisione Rossetti”).
Può essere questo il motivo per cui il nome di Forti non appare nei “ruolini” ufficiali del CVL. La Venezia Giulia si ricostituì poi nel maggio 1945 in funzione antijugoslava, agli ordini di Redento Romano: alcuni membri della Brigata (tra cui Romano Meneghello, Mario Cumo, Giuseppe Stancampiano, Armido Bastianini, Luigi Tricarico, Antonio Franceschi, Stelio Fiabetti, Cesare Buscemi) furono arrestati dalle autorità jugoslave intorno al 23 maggio e condotti a Lubiana, dove presumibilmente subirono un processo; Arturo Bergera scrisse che Meneghello, Cumo, Stancampiano ed altri “si erano proposti di difendere l’italianità di Trieste dall’invadenza slava”. (Arturo Bergera ed il capitano di corvetta Luigi Podestà, membri di una missione del SIM, furono arrestati dagli Jugoslavi per essersi appropriati dei fondi della Marina militare all’arrivo dell’esercito jugoslavo. La relazione Bergera si trova in Archivio IRSMLT 866). E può essere questo lo stesso motivo per cui anche Forti sarebbe stato ricercato dagli Jugoslavi, che però non riuscirono ad arrestarlo in quanto avevano un indirizzo sbagliato, almeno stando a quanto lo stesso Forti ha affermato nel filmato citato prima.
Fin qui alcuni appunti storici. Vediamo ora come Fabio Forti ha illustrato il suo pensiero storico e politico, in svariate occasioni:
“siamo scomparsi nel nulla per 55 anni poi un presidente repubblica (Ciampi, ndr) ha voluto che tornassimo alla luce per scrivere la storia mancante al confine orientale d\'Italia (27/2/08);
“il nostro CLN è stato l’unico in Italia che rimase in clandestinità fino al 1954, anzi nel nostro spirito, siamo ancora oggi in clandestinità” (15/10/04);
“la resistenza a Trieste non era solo quella dei partigiani di Tito, che era più facile perché fatta nei boschi, la nostra era più difficile, eravamo in città dove eravamo controllati da tutti (21/6/07).
Ed ancora relativamente ai fatti storici Forti sostiene che “nell\'ottobre 1944 i comunisti abbandonarono il CLN e messi alle dipendenze dell\'OF sloveno” (7/7/09), quando fu invece il CLN giuliano a non voler ottemperare (al contrario del Partito comunista) alle direttive del CLNAI di collaborare con l’OF e con gli Jugoslavi (alleati); e fu lo stesso don Marzari ad impedire al rappresentante comunista Pino Gustincich di partecipare alle riunioni del CLN affermando che se il PC voleva rappresentare sia gli italiani che gli sloveni locali non c’era posto per esso nel CLN giuliano (si veda a questo proposito l\'articolo di don Marzari ne \"I cattolici triestini nella Resistenza\", Del Bianco 1960, p. 30).
Inoltre Forti ha anche affermato che “trenta volontari del CVL” sarebbero stati “infoibati”, ma “ne mancano duecento all’appello”, e che “non esistono più” né la Venezia Giulia né l’Istria, nomi che sarebbero stati “cancellati dalle carte geografiche” (?), mentre deriverebbero “dalla Decima Regio dell’imperatore Augusto”, e la loro cancellazione significa la “cancellazione di tutta la nostra cultura”. 
Questo il pensiero di Forti a cui Spadaro e Nuovo hanno aderito: del resto lo stesso Spadaro rivendica di essere stato sempre un convinto seguace degli “ideali mazziniani”: fu con la sua segreteria che la sede dei DS fu dedicata a Carlo Schiffrer e che esponenti sindacali della UIL (sindacato che prosegue il filone culturale e politico del Corpo Volontari della Libertà “fino allora emarginati dalla sinistra”, come affermò il 16/12/09 il futuro sindaco di Trieste presentando il libro autobiografico di Spadaro, \"L\'ultimo colpo di bora\", LEG 2009) entrarono per la prima volta nei DS. Ci risulta comunque oscuro il motivo per cui il professore Spadaro, se è sempre stato “mazziniano”, si sia iscritto al Partito comunista quando in Italia esisteva un Partito repubblicano a disposizione di chi professava ideali mazziniani. Va invece spiegato perché la UIL triestina (guidata per anni dal piduista Fabricci) fu emarginata dalla “sinistra”: secondo la descrizione dell’allora segretario Luca Visentini (le citazioni che seguono sono tratte da un intervento del sindacalista il 15/10/04), essa sarebbe stata il legittimo erede di quei Sindacati giuliani nati dal CLN triestino, costituiti in alternativa ai Sindacati unici, i quali avevano un atteggiamento anticapitalistico e quindi estraneo alla Camera del Lavoro che invece negoziava i diritti; ma che inoltre “facevano politica e non sindacato”, dato che indicevano scioperi per Trieste jugoslava. Visentini ha poi aggiunto, forse poco coerentemente, che la UIL indisse uno sciopero generale nel 1952, quando iniziarono le manifestazioni per Trieste italiana ed indisse quelle del 1953 (i morti in queste occasioni furono diversi, ricordiamo). Inoltre nel dopoguerra la UIL “iscrisse ex fascisti in funzione antijugoslava”, e verso la comunità slovena vi fu “una chiusura non etnica ma politica”. 
Senza commentare queste affermazioni, diciamo invece che ci ha colpito la coincidenza temporale di un’altra iniziativa di riscoperta del pensiero mazziniano, svoltasi solo un paio di settimane prima (6/6/12), organizzata dall’associazione “Strade d’Europa” (che pubblica la testata web “Stato e potenza”, dal titolo di un testo del comunitarista russo Zivganov). Moderata dal portavoce Lorenzo Salimbeni (già esponente della “Riva destra” di Azione giovani, del Direttivo della Lega Nazionale, collaboratore della rivista “Eurasia” del nazimaoista co-fondatore di Ordine nuovo Claudio Mutti), figlio del docente Fulvio Salimbeni, il cui assistente, Ivan Buttignon, è stato uno dei relatori ed ha dissertato sul mazzinianesimo come idea primigenia della sinistra in Italia, non marxista né socialista, spiritualista e non materialista, nazionalista e non internazionalista, solidale ma non collettivista. Secondo Buttignon sia il comunismo sia il capitalismo si sviluppano in uno sfruttamento dell’uomo sull’uomo, richiamandosi alla teoria di Massimo Fini che l’industrialismo è una moneta con due facce, da una parte il capitalismo e dall’altra il comunismo. Fini è il fondatore del Movimento Zero cui hanno aderito svariati esponenti di destra, l’ora defunto Paolo Signorelli (altro fondatore di Ordine nuovo, esponente del Fronte nazionale di Borghese, ideologo di Costruiamo l’azione, di Lotta popolare e di Terza posizione); Alain de Benoist; l’ex golpista mancato con Borghese Alberto Mariantoni; l’ex parlamentare di AN Antonio Serena (espulso dal partito dopo che aveva fatto girare in aula un appello di solidarietà a Priebke). Qui una parte del manifesto costitutivo:
“Levate la testa, gente. Non lasciatevi portare al macello docili come buoi, belanti come pecore, ciechi come struzzi che han ficcato la testa nella sabbia. In fondo non si tratta che di riportare al centro di Noi stessi l’uomo, relegando economia e tecnologia al ruolo marginale che loro compete. Chi condivide in tutto o in parte lo spirito del Manifesto lo firmi. Chi vuole collaborare anche all’azione politica, nei modi che preferisce e gli sono più congeniali, sarà l’arcibenvenuto. Abbiamo bisogno di forze fresche, vogliose, determinate, di uomini e donne stufi di vivere male nel migliore dei mondi possibili e di farsi prendere in giro. Forza ragazzi: si passa all\'azione”.
Buttignon, autore di “Compagno Duce” (Hobby and Work 2009), ha partecipato ad un convegno indetto da CasaPound Brescia “Linea Rossa su Sfondo Nero: Il Fascismo di Sinistra da Sorel a Salò” assieme a Simone Di Stefano, vice responsabile nazionale di CPI ed a Mirko Bortolusso del PD veneziano; ma è anche collaboratore dell’Accademia Ricerche Sociali di Trieste, il cui fondatore è Massimo Panzini, già capo di gabinetto del sindaco di Trieste Roberto Di Piazza, ed oggi sostenitore del sindaco di centrosinistra Roberto Cosolini. Altro relatore del convegno avrebbe dovuto essere Marco Costa, espulso da Rifondazione dopo avere pubblicato un libro sul “nazionalcomunismo” di Ceausescu per le edizioni All’insegna del veltro di Mutti. 
Di Mazzini scrive Wikipedia che “la sua influenza sulla prima fase del movimento operaio fu per questo molto importante ed anche il fascismo, in particolare la sua corrente repubblicana e socializzatrice, si ispirerà al pensiero economico mazziniano come Terza Via tra il modello capitalista e quello marxista”: si comprende quindi come tale teoria possa andare bene ai seguaci del “comunitarismo” di Jean Thiriart, come i Mutti ed i Signorelli, ed ai rossobruni che si riconoscono nelle varie pubblicazioni prima citate, ma è più difficile capire perché eserciti un tale fascino su esponenti del vecchio PCI come Stelio Spadaro.

luglio 2012



#7398 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Lun 16 Lu 2012 8:14 pm
Oggetto: Gli italiani bombardano anche in piena estate
jugocoord
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Escalation militare italiana in Afghanistan: ma chi ne parla?


16 Luglio 2012

di Fausto Sorini, segreteria nazionale, responsabile esteri PdCI

“Dunque la guerra non va in vacanza, nemmeno per gli italiani – scrive Tommaso Di Francesco sul Manifesto di domenica 15 luglio. Ora è ufficiale: i nostri quattro cacciabombardieri Amx del 51esimo stormo dispiegati a Herat stanno bombardando a tappeto il nemico talebano”. 

La conferma ufficiale dell'escalation militare italiana in Afghanistan viene dalle dichiarazioni del generale Luigi Chiapperini, comandante del nostro contingente.

“Chi ha autorizzato l’entrata nella guerra aerea dell’Italia in Afghanistan? È stato il governo «tecnico», sostenuto da Pdl, Udc e Pd. E in particolare il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola, il ministro che più tecnico non si può: è ammiraglio ed è stato comandante delle forze Nato. Lo stesso che in questi giorni muove lobby militar-industriali e schieramenti politici connessi per ottenere l’approvazione di ben 90 cacciabombardieri F-35, che ci costeranno 10 miliardi, nella finanziaria rivisitata dalla spending review, che taglia spese sociali, welfare e pensioni. Altro che conflitto d’interessi. È stato lui il 28 gennaio scorso, nel silenzio generale, a informare la Commissione difesa del parlamento della decisione di usare sul campo afghano «ogni possibilità degli assetti presenti in teatro, senza limitazione» armando gli Amx che fino a quel momento volavano senza bombe”.

Così dal 27 giugno i tremila soldati italiani impegnati a terra sono supportati dal cielo anche dagli Amx con armamento micidiale e sistemi sofisticati di precisione.

Ancora una volta è chiaro che l’Italia è in guerra, ma chi ne parla? Il Parlamento tace, non una sola voce critica si è levata. E all'Ammiraglio Di Paola è riuscito oggi, nel silenzio-assenso pressochè generale, quello che ieri non era riuscito al ministro Ignazio La Russa: che nel novembre del 2010 aveva proposto di armare gli aerei italiani in Afganistan, suscitando – all'epoca – una levata di scudi generale. Adesso nulla.

“I pantani di guerra in corso e quelli nuovi che si annunciano – scrive ancora De Francesco - aiutano le leadership occidentali a sostenere il «percorso di guerra» – parola di Monti – dentro la crisi del capitalismo globale, del loro modello di sviluppo. Perché sostengono la spesa militare e le caste collegate, stabiliscono gerarchie e irrobustiscono alleanze militari come la Nato, rendendole l’unico vero strumento attivo, criminale e «democratico», di intervento nella realtà”. 

Ora dal conflitto afghano tutti dichiarano di voler uscire (mentre si prepara la guerra alla Siria..), ma intanto l’obiettivo immediato delle forze NATO, Italia compresa, resta quello di vincere militarmente sul campo. Qualcuno dica che è ora di farla finita, qualcuno prenda la parola per le migliaia di civili straziati dalle bombe dei raid aerei ora anche «nostri».

Il PdCI denuncia l'escalation del coinvolgimento militare italiano nella guerra afghana, chiede il ritiro delle nostre truppe, invita tutte le forze di pace e fedeli al dettato costituzionale, dentro e fuori il Parlamento, a fare la loro parte e a non rendersi complici di questa ennesima barbarie ad utilizzare le risorse risparmiate per fronteggiare i problemi sociali più acuti, provocati dalla crisi capitalistica e da una politica governativa e dell'Unione europea che scarica il peso della crisi sulle spalle dei ceti popolari.



#7399 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Lun 16 Lu 2012 8:33 pm
Oggetto: Visnjica broj 893
jugocoord
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CON IL CUORE ERAVAMO TUTTI LI'


16 LUGLIO 2012

Egitto, Clinton contestata al grido di ''Monica, Monica''

Contestata ad Alessandria d'Egitto da manifestanti egiziani, il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, è stata accolta al grido di "Monica, Monica", con evidente allusione alla "stagista" Monica Lewinsky, e da un lancio di pomodori e scarpe sull'auto che la trasportava. La Clinton era stata contestata dagli attivisti anche al Cairo, che accusano gli Usa di "ingerenza" negli affari interni egiziani e di aver sostenuto i Fratelli musulmani




#7400 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Lun 16 Lu 2012 9:55 pm
Oggetto: Chi fomenta i neonazisti in Europa
jugocoord
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(english / italiano)

Chi fomenta i neonazisti in Europa

1) Neo-Nazi murders in Germany: What role did the intelligence agencies play?
2) Cosa c’è dietro le dimissioni di Heinz Fromm, capo dei servizi segreti tedeschi


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Neo-Nazi murders in Germany: What role did the intelligence agencies play?


By Dietmar Henning 
16 July 2012


Every passing day brings new revelations confirming that the murder rampage carried out by the neo-Nazi organization “National Socialist underground” (NSU) would have been impossible without the active support of the German secret services.

The three members of the NSU, Uwe Mundlos, Uwe Böhnhardt and Beate Zschäpe, went underground in 1998 and were able to live undisturbed in East Germany until November last year. Between 2000 and 2007 they killed nine foreign workers and a police officer, carried out three bomb attacks and raided 14 banks—apparently under the noses of, or with the assistance of, the various federal and state secret service agencies.

The question is increasingly more sharply posed: What political and organizational role was played by the intelligence community, especially the Thuringia State Office for the Protection of the Constitution (LfV), as the state secret service is called?

This issue was notably not raised at the parliamentary committee of inquiry held in the East German state of Thuringia earlier this week. The inquiry heard testimony from several key figures, including the former Thuringia LfV president Helmut Roewer, but the conclusion drawn by the media and in political circles was merely that “chaos reigned” (Süddeutsche Zeitung).

In fact, what appeared as chaotic and eccentric behaviour by intelligence agents had a definite political content. Under Roewer’s presidency from 1994 to 2000, the LfV made available considerable sums of money to assist the organization of the neo-Nazi scene and the NSU in the state.

Nobody at the enquiry the question was posed how it was possible for Roewer, a former army tank commander, to take over the Thuringia LfV in 1994. At the enquiry, Roewer even claimed he had received his certificate of appointment from a stranger in a bar when he was drunk.

The state of Thuringia had been governed since 1992 by a coalition of social democrats and conservatives led by Bernhard Vogel (Christian Democratic Union, CDU). Previously, Vogel had been the long-time premier of the West German state of Rhineland-Palatinate. His interior minister was initially Franz Schuster (CDU), followed by Richard Dewes (Social Democratic Party, SPD) towards the end of 1994.

Roewer came as an undersecretary from the Interior Ministry run by Manfred Kanther (CDU). Kanther had grown up in Thuringia, and in 1957 fled to Hesse in West Germany. He was associated with the right wing of the CDU. In the state of Hesse, the CDU has traditionally distinguished itself by its anti-communism and extreme right-wing positions.

Roewer, who at the time was a member of the free-market Free Democratic Party (FDP), writes today for the extreme right-wing Austrian publishers Ares-Verlag. But even in the early 1990s he made no secret of his right-wing inclinations. A photo has been circulated in the German press showing the reigning domestic intelligence chief in 1999 at a Weimar cultural festival dressed in the costume of General Ludendorff, who participated in the Munich coup in 1923 alongside Adolf Hitler.

In the anti-communist euphoria that followed the collapse of Stalinist East Germany, even the most right-wing elements could apparently assume the highest state offices. A man such as Roewer, accordingly, was given control of the Thuringia intelligence service, where he operated without oversight and—contrary to the rules—undertook as department head to personally direct undercover agents active in building up the neo-fascist milieu in the state.

Roewer was forced to quit office in 2000 following irregularities in connection with the payment of his undercover agents, his creation of phony cover companies and the unmasking of one of his spies within the extreme right-wing milieu.

Roewer owed his six-year career at the top of the Thuringia intelligence agency to state premier Vogel, who personally signed his certificate of appointment; state Interior Minister Schuster, who proposed him; Secretary of State Michael Lippert, who protected him; and the social democratic state Interior Minister Dewes, who gave him a free hand and still stresses their close collaboration.

Dewes told the parliamentary committee of investigation that he had only heard the names Zschäpe, Mundlos and Böhnhardt “after the action in Eisenach”, i.e., on November 4, 2011. And he had not engaged with intelligence sources.

Dirk Adams, who represents the Green Party in the NSU-committee, told theSüddeutsche Zeitung: “There has been virtually no control. Roewer shut it down because he was very close to the then interior minister [Schuster].”

Under Roewer, vast sums of money flowed to the neo-Nazis. With Tino Brandt and Dienel, the intelligence agencies had the two most important neo-Nazis in Thuringia on their payroll.

Tino Brandt was an undercover agent of the Thuringia LfV from 1994 to 2004. During this period he received $200,000 from the secret service, which he claims was used to build up the right-wing organization “Thuringia Homeland Security”, in which the Zwickau killer trio Mundlos, Zschäpe and Böhnhardt were involved. The head at the time of the Thuringia section of the Nazi music network “Blood and Honour”, Marcel Dienel, received 25,000 deutsche marks, with which he financed the right-wing extremist scene. “Blood and Honour” supported the three terrorists in hiding to the end.

There were other informers in the environs of the later neo-NSU. From 1996 to 2003, as part of “Operation Rennsteig”, the secret service had recruited at least eight informants in the Thuringia neo-Nazi scene.

The Frankfurter Rundschau recently reported that the federal and state secret service agencies have recruited at least another two informants in the Thuringia neo-Nazi scene, under the operational name “Saphira”. This increases the number of right-wing undercover informants controlled by the federal secret service in Thuringia to 10 between 1997-2005. The state secret service agencies in Thuringia and Saxony, and the Military Counterintelligence MAD, also had their own spies in the right-wing scene.

The Bundestag (federal parliament) committee of investigation received a note from the federal secret service from the second half of 1998, reporting a conversation with the Thuringia neo-Nazi “N” from Jena. N was regarded as the link between the NSU trio and the Jena scene. N was cooperative and offered to provide information about the neo-Nazis Mundlos, Zschäpe and Böhnhardt in hiding. Whether his offer was accepted remains unclear.

According to a report by a commission appointed by the Thuringia Interior Ministry, headed by former federal judge Gerhard Schäfer, the leader of “Blood and Honour” in Saxony, Jan W., was apparently in telephone contact with the Saxony Interior Ministry in 1998. About half a year after the three NSU terrorists went underground, Jan W. sent his contact in the Saxony Interior Ministry a text message reading, “Hello, what about the bangs [Bums]”. Schäfer regards this as referring to weapons that W. had probably requested for the Zwickau trio.

The claim that the intelligence agencies and police authorities were unaware of the extreme right-wing series of murders—which the media parrot and explain away with references to “incompetence”, “breakdowns”, “sloppy working” and “chaos”—is absurd. All the evidence and warnings were ignored by the intelligence services, deliberately suppressed and brushed aside.

This also applies to the case of the Hesse state secret service agent Andreas T., who was at the scene of the Kassel Internet cafe where Halit Yozgat was murdered in April 2006, the ninth victim of the NSU. According to the official version, the presence of the intelligence operative, whose right-wing views earned him the nickname “Little Adolf” in his hometown, was “a coincidence”. Meanwhile, it is also known that he was in telephone contact with his undercover informant from the “Blood and Honour” network at the time of two other NSU murders in 2005: a Turk in Munich and a Greek retailer in Nuremberg.

It is likely that further evidence will surface of close cooperation between the secret services and the neo-Nazis and the Zwickau trio. Last week Reinhard Boos, the president of the Saxony LfV, resigned. Following Heinz Fromm, president of the federal secret service, and Thomas Sippel, chief of Thuringia LfV, Boos is the third domestic intelligence chief to step down because of the NSU murders.

The grounds for Boos’ resignation are wiretap transcripts of the extreme right in 1998, which the Saxony secret service held back for months. According to Spiegel Online, these involved intercepted telephone calls by Saxony “Blood & Honour” leader Jan W., from which it is apparent that he was in touch with Mirko H., an undercover agent of the federal secret service. Spiegel Onlinealso reported rumours that the resignation was related to files that have already been shredded by the Federal Office.

The resignation of Boos suggests that the contents of the files are relevant. Perhaps the records relate to André E., one of the three men in closest contact with the NSU murderers. Investigators found rail cards in the names of André E. and his wife Susann, which had been used by Zschäpe and Böhnhardt in the burned-out mobile home in which Böhnhardt and Mundlos were found dead last November.

The Frankfurter Rundschau had reported in February that the secret service had tried three times to recruit André E. as an undercover agent. At that time, Boos vehemently denied that these attempts were successful.

It is clear that the authorities have something to hide in the case of André E. Upon his arrest on November 24, 2011, his cell phone was seized and sent to a special department of the federal police by the Federal Criminal Police (BKA). After the data on the mobile phone had been downloaded and sent to the BKA, the BKA instructed the federal police by email to delete the data from the mobile phone held on their computers.

André E. was the first person Zschäpe rang on November 4, 2011, after she had set her apartment in Zwickau on fire and fled the scene. An evaluation of André E’s mobile phone could have provided clues about who he then called, including perhaps the secret service or police authorities.

What is certain is that Zschäpe had contact with the authorities. According to the Schäfer report, evaluation of the connection data of Zschäpe’s mobile phone on November 4 last year showed 15 attempted telephone calls originating from the Saxony Interior Ministry and the Southwest Saxony Police Department.

Just recently, Hartfrid Wolff, the FDP member in the Bundestag committee of inquiry, presented a secret file describing over several pages an attempt to recruit a young unemployed woman from Thuringia in the 1990s who owned a cat and had a close bond with her grandmother—a description that fits Beate Zschäpe.

On the same evening, after a review of the files, the committee chair Sebastian Edathy (SPD) said on behalf of all its members that the few women in the neo-Nazi scene at that time apparently included a second woman with the same characteristics as Zschäpe. Speculation about Zschäpe lacked “any foundation”, he said, but gave no reason for this assertion.

All of the political parties, with the media in their wake, are trying to play down the close relationship between the neo-Nazi scene and the secret services. It is increasingly evident that the secret services, or at least significant sections thereof, have participated actively in the development of right-wing organisations with the support or acquiescence of the very same political parties.



=== 2 ===


Protezione della Costituzione o dei neonazisti?

di Giuseppe Zambon

Cosa c’è dietro le dimissioni di Heinz Fromm, capo dei servizi segreti tedeschi 

Mentre la corte berlusconiana celebrava le sue ultime e ributtanti cerimonie da tardo impero, la “severa e incorruttibile” Germania ci dava un’altra istruttiva lezione di quali siano i veri metodi di governo di un paese “democratico”. Sebbene il termine democrazia stia sempre più assumendo un significato negativo, mi attardo ad usare ancora le virgolette anche se oramai troppe rapine, colpi di stato, torture, esecuzioni mirate, massacri e stermini di massa sono stati compiuti nel suo nome. Siamo tutti ancora sgomenti di fronte alla notizia secondo cui, nel corso dell’ultimo decennio, un pugno di estremisti nazisti, ben noti alle autorità (vedremo poi i particolari) hanno scelto le proprie vittime e le hanno poi tranquillamente e impunemente assassinate. 

Quale colpa avevano ai loro occhi queste persone? 

Erano degli innocui “dannati della terra” che, per sfuggire alla fame ed alla miseria, avevano scelto di emigrare da qualche misero villaggio anatolico verso la Germania. In Germania erano riusciti a costruirsi un’effimera sicurezza economica vendendo Döner e bibite nei loro baracchini agli angoli delle strade.

Mentre tutti i partiti della borghesia parlano di voler limitare il numero degli immigrati, ecco che i nazisti si trasformano in esecutori della “volontà popolare” ed operano concretamente per combattere il fenomeno dell’immigrazione e dare un terribile e convincente monito a chi perseverasse nel “delitto” di voler restare in Germania.

Gli ispettori di polizia operano nel buio, e come hanno imparato alle loro scuole professionali, indagano solertemente negli ambienti dell’emigrazione, che –come tutti sanno- hanno importato in Germania mafia, droga, vendette d’onore e –orrore degli orrori- il “terrorismo islamico”.

Fu così che le famiglie delle vittime, ancora scosse e incredule di fronte ad un lutto tanto improvviso e crudele, furono sottoposte a stringenti interrogatori tendenti a vincere la loro “omertà” e costringerle così a rivelare i nomi dei responsabili. 

A nessuno venne il sospetto che potesse esistere una motivazione di tipo razzistico alla base dei crimini. E come avrebbero potuto? La Bild Zeitung non aveva mai pubblicato nulla che li potesse indirizzare sulla pista giusta…

Poi però qualcuno ha puntato il dito sugli informatori, cioè sugli agenti segreti infiltrati dal Verfassungsschutz nei movimenti estremisti.

È possibile –veniva chiesto- che questi informatori non fossero al corrente, o almeno non avessero avuto sentore che qualcosa stesse bollendo in pentola e non avessero passato l’informazione ai loro superiori?

Prima di affrontare l’argomento, bisogna spiegare chi sono questi informatori e come vengono scelti. Si potrebbe pensare che essi vengano allevati in serra in un ambiente asettico, apolitico e garantiscano quindi una imparzialità ed attendibilità a prova di bomba nel loro compito di “difendere la costituzione”, la libertà e l’incolumità dei cittadini.

Ma non è così: ogni persona –sotto sotto- ha effettuato nel suo intimo una scelta politica. Non si può quindi ritenere realistico che possano esistere degli individui “allevati in serra”.

Se così stanno le cose, bisogna allora presupporre che a spiare le organizzazioni sinistra vengano incaricati agenti con simpatie di estrema destra, e che il contrario succeda con chi viene incaricato di spiare le organizzazioni di destra.

Ma nemmeno questa ipotesi regge il confronto con la realtà: il Verfassungsschutz sceglie dei filonazisti per spiare le organizzazioni di destra!

Il caso del piccolo Adolfo. (Riportiamo un riassunto dalle notizie apparse sui quotidiani tedeschi)

“Durante una seduta del comitato di controllo parlamentare sono emerse gravi responsabilità a carico di un agente dell’antiterrorismo. Si tratta di un estremista di destra, meglio conosciuto nel suo paese col nomignolo “der kleine Adolf”. Sembra che egli, lungi dal controllare quei nazisti che era stato incaricato di spiare, li abbia invece sostenuti economicamente…

Dunque le cose stanno così: il Verfassungsschtz usa gli informatori per aiutare le organizzazioni di destra a sopravvivere economicamente!
Potrebbero esistere queste organizzazioni senza i contributi statali?
In realtà la destra eversiva costituisce l’ultimo baluardo in difesa del sistema capitalistico e bisogna quindi sostenerla in un modo o nell’altro.

Ma c’è di più!
Lo stesso personaggio era addirittura presente durante l’esecuzione di un cittadino turco (proprietario di un internet-café) avvenuta a Kassel nel 2006. 
La sua presenza in luogo venne denunciata da un testimone oculare.
Secondo altre informazioni non si tratta di un caso isolato. Pare che anche altri informatori abbiano assistito ad alcune delle esecuzioni avvenute ai danni di “extracomunitari”

“Gli informatori devono informare, non possono esporsi per tentare di impedire i crimini”, viene addirittura argomentato da qualche sciagurato.
E di rimando noi chiediamo:
quale uso hanno fatto i capoccia del Verfassungsschutz di queste informazioni?
Oppure gli informatori avevano solo il compito di assicurasi che tutto filasse liscio e senza intoppi?

(*) Polizia Segreta di Stato in Difesa della Costituzione 



#7401 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Mer 18 Lu 2012 12:13 pm
Oggetto: KosMet: Manipolazione, ostruzionismo, integrazione?
jugocoord
Invia email Invia email
 
(srpskohrvatski / italiano)


=== srpskohrvatski ===


Manipulacija, balvanizacija, integracija?


Drama preostalih Srba na Kosovu ulazi u zavrÅ¡nicu. Nekoliko decenija politiÄki vrh iz Beograda koristio je meÄ‘uetniÄke sukobe u ovoj pokrajini za unutraÅ¡nju upotrebu. Kosovom su se bavili bukvalno svi. Na reÄima. Rezultati su bili sve gori i gori. KonaÄno, Kumanovskim sporazumom MiloÅ¡ević je Srbima Äestitao pobedu nad NATO-om, a Kosovo je stavljeno pod protektorat Ujedinjenih nacija. Pre dve godine, albanska većina je proglasila nezavisnost Kosova. Srbija je to smatrala krÅ¡enjem Rezolucije 1244. Stavljanje “svete srpske zemlje†u preambulu Ustava Srbije niÅ¡ta nije znaÄilo albanskoj većini, kao Å¡to nije spreÄilo SAD i ogromnu većinu Älanica EU-a da priznaju nezavisnost Kosova.

ÄŒak i prema izveÅ¡tajima meÄ‘unarodnih organizacija, stanje na Kosovu tokom mandata Ujedinjenih nacija nije se bitno popravilo. Srbima je i dalje onemogućeno slobodno kretanje, ugrožen im je goli život. Oteta imovina, u najboljem sluÄaju, mogla je da se preko stranih posrednika proda, za bagatelu. NekadaÅ¡nje druÅ¡tvene firme privatizovane su odlukom Kosovske poverilaÄke agencije, prema kriterijumima koje osporava Beograd; u bescenje su prodate fabrike u koje je Srbija decenijama ulagala, pomažući razvoj “nerazvijenog Kosovaâ€. TipiÄan primer je kragujevaÄka Zastava, koja je ostala bez Zastave Ramiz Sadiku u Peći, poÅ¡to ju je na aukciji kupio bivÅ¡i liferant oružja OslobodilaÄkoj vojsci Kosova (OVK). Pobednici se uvek naplaćuju!

“Maksimalno od mogućegâ€

ProÅ¡logodiÅ¡nji nemiri Srba na severu Kosova zbog odluke PriÅ¡tine da na graniÄnim prelazima (srpska strana uvek govori “administrativnimâ€) Jarinje (prema Leposaviću) i Brnjak (prema Novom Pazaru) postavi kosovsku carinu i policiju, uslovili su teÅ¡ke pregovore izmeÄ‘u Beograda i PriÅ¡tine. Svaka strana dala je svoju verziju dogovora, a svoje je viÄ‘enje imao i Robert Kuper, evropski izaslanik u pregovorima timova koje su predvodili Borislav Stefanović i Edita Tahiri.

Prema onome Å¡to je saopÅ¡tavala srpska strana, postignuto je “maksimalno od mogućegâ€. PriÅ¡tina je pristala da na dva od 31 prelaza, koliko ima Kosovo, neće stajati kosovski carinici nego meÄ‘unarodni predstavnici, uz prisustvo policije EULEKS-a, koji je preuzeo ovlašćenja UNMIK-a (civilne administracije Ujedinjenih nacija, ustanovljene 1999). DoduÅ¡e, na ta dva prelaza nije moguć protok komercijalne robe, nego se kamioni iz Srbije koji ulaze na Kosovo usmeravaju na prelaz Merdare kod Podujeva ili na neki od preostalih 29 graniÄnih prelaza. Srbi sa severa Kosova na ovu su, kako su ocenili, izolaciju priÅ¡tinskih vlasti i KFOR-a odgovorili probijanjem Å¡umskih puteva prema centralnoj Srbiji. Dok ovaj tekst ide u Å¡tampu, u toku su nemiri na granici izmeÄ‘u Zubinog Potoka i Novog Pazara, jer je KFOR razruÅ¡io i postavio betonske zapreke preko puta kod sela Banje, kojim su lokalni Srbi (ali i brojni Å¡verceri) zaobilazili graniÄni prelaz u Brnjaku. Nekoliko dana pre nego Å¡to će italijanski pripadnici KFOR-a blokirati taj divlji prelaz, za sada joÅ¡ nepoznati poÄinici (svi ukazuju na lokalne Srbe) bacili su dve ruÄne granate na pripadnike KFOR na prelazu Brnjak, kada je lakÅ¡e povreÄ‘en jedan vojnik iz KFOR-ova kontingenta.

Od prvog juna, na osnovu dogovora Beograda i PriÅ¡tine, kosovska policija poÄela je da oduzima automobilske tablice sa oznakama kosovskih gradova, koje izdaje MUP Srbije u nekoliko policijskih stanica u centralnoj Srbiji; ukazivanje da mogu da imaju samo tablice RKS-a (Republike Kosovo) ili stare tablice KS-a, koje su važile dok su na Kosovu bile privremene institucije i nadležnost UNMIK-a nad policijom, izazvalo je novo uznemirenje meÄ‘u Srbima.

- Mi smo se viÅ¡e od deset godina borili protiv registracija KS, koje su znaÄile priznavanje suvereniteta Kosova, a sada nam Beograd nameće baÅ¡ takve tablice – poruÄivalo se sa viÅ¡e protestnih skupova.

- Sporazum koji smo postigli je manjkav, ali je jedino moguć – odgovara Stefanović na optužbe da je beogradski tim izdao interese Srba na Kosovu i da u sporazumu postoje tajni sporazumi, Äiji se delovi otkrivaju ovih dana.

- Sve što smo dogovorili dostavili smo Narodnoj skupštini. Problem sprovođenja sporazuma o slobodi kretanja na severu Kosova je u realnom stanju na terenu, gde živi srpska većina – kaže.

Ivica DaÄić, lider SocijalistiÄke partije Srbije (SPS) i kljuÄni Äovek u formiranju nove vlade, ovih dana bez uvijanja govori da pregovaraÄi treba da kažu Å¡ta su joÅ¡ obaveze Beograda prema Brislu; naglaÅ¡ava da se od Beograda traži da u PriÅ¡tini otvori kancelariju za saradnju sa kosovskom Vladom, kao i da to uÄini PriÅ¡tina u Beogradu.

- Otvaranje kancelarije nije uopÅ¡te bilo na dnevnom redu pregovora – kategoriÄan je Stefanović.

Lokalni izbori

Dok traje nadmudrivanje kljuÄnih politiÄkih aktera, zanetih kalkulacijama oko sakupljanja parlamentarne većine, iz Brisla stiže vest da je novoizabrani predsednik Srbije Tomislav Nikolić evropskim zvaniÄnicima izjavio da je spreman na razgovor sa svima iz PriÅ¡tine osim sa HaÅ¡imom TaÄijem, predsednikom Vlade koga srpsko tužilaÅ¡tvo tereti za ratne zloÄine. Jelko Kacin, evropski izvestilac za Srbiju, u toj izjavi optimistiÄki vidi spremnost srpskog predsednika da razgovara sa Atifetom Jahjaga, predsednicom Kosova.

Najveći nemir meÄ‘u Srbima na severu Kosova izazvala je nedvosmislena poruka Vlade Srbije, pred majske izbore, da ne podržava održavanje lokalnih izbora. Kosovska Vlada saglasila se, doduÅ¡e posle pritiska meÄ‘unarodnih faktora, da se republiÄki izbori za predsednika Srbije i Narodnu skupÅ¡tinu održe i na Kosovu, u organizaciji OEBS-a i uz nadgledanje EULEKS-a, ali uz uslov da se glasovi prebrojavaju van teritorije Kosova. Rukovodstva opÅ¡tina ZveÄan i Zubin Potok, meÄ‘utim, organizovala su lokalne izbore i tokom juna konstituisali opÅ¡tinske organe, pravdajući to željom i pravom srpske većine, koja se proÅ¡le godine izjasnila protiv kosovskih institucija.

DoduÅ¡e, srpski lokalni lideri, suoÄeni sa sve jaÄim pritiskom PriÅ¡tine, sukobima sa meÄ‘unarodnim predstavnicima i sve slabijom podrÅ¡kom Beograda, naroÄito posle proÅ¡logodiÅ¡njeg zahteva Angele Merkel Borisu Tadiću, tadaÅ¡njem srpskom predsedniku, da Beograd mora neodložno da prekine finansiranje “paralelnih srpskih institucija na Kosovuâ€, daju pomirljive izjave.

- Nastavićemo da saraÄ‘ujemo sa UNMIK-om, OEBS-om, KFOR-om i EULEKS-om, ukoliko budu poÅ¡tovali Rezoluciju 1244 Saveta bezbednosti UN-a i ukoliko budu statusno neutralni – kaže DragiÅ¡a Milović, predsednik OpÅ¡tine ZveÄan. – Održavanjem lokalnih izbora samo su ispoÅ¡tovani Ustav, Zakon o lokalnoj samoupravi i volja graÄ‘ana.

Sa druge strane, lider Samoopredeljenja Albin Kurti okrivljuje “nesposobnu Vladu Kosova†da je “prodala interese albanskog narodaâ€. Kurti smatra da kabinet HaÅ¡ima TaÄija, kao i oni pre njega, vode politiku koji se ukapa u “kolonijalistiÄki koncept†meÄ‘unarodnih faktora, koji Kosovo žele da drže u stanju ni rata ni mira, kao siromaÅ¡nu regiju, Äijoj (albanskoj) većini ne dozvoljavaju da ima suverenitet na celoj teritoriji.

SuoÄen sa kritikama opozicije, ali i sa neusaglaÅ¡enim izjavama svog ministra unutraÅ¡njih poslova Bajrama Redžepija (“Na svakom graniÄnom prelazu biće kosovska policijaâ€), premijer Kosova TaÄi poruÄuje da se Kosovo ne odriÄe suvereniteta, optužuje Beograd za destabilizaciju kroz finansiranje “paralelnih institucijaâ€, u kojima vidi glavnog uzroÄnika krize.

- U dogovoru sa meÄ‘unarodnom zajednicom, nećemo vući ishitrene poteze, a probleme ćemo reÅ¡avati strpljivo, uz puno uverenje da se ne odriÄemo celovitosti Kosova – kaže TaÄi.

Situacija je napeta

Srbi sa severa Kosova ovih su dana uputili pismo komandantu KFOR-a, generalu Erhardu Drevsu i Å¡efu Misije EULEKS-a Gzavijeu de Marnjaku, u kome ih optužuju da su prekrÅ¡ili meÄ‘unarodne standarde i ljudska prava. Podsećaju na obavezu poÅ¡tovanja statusne neutralnosti. KrÅ¡enjem ljudskih prava smatraju nepoÅ¡tovanje Äinjenice da Srbi sa severa Kosova ne priznaju kosovske institucije; smatraju da priznavanje kosovskih institucija vodi u asimilaciju i prinudnu integraciju ovog dela Kosova sa srpskom većinom. Srbi od EULEKS-a i KFOR-a traže da obezbede mir i sigurnost za sve graÄ‘ane Kosova i Metohije, “bez obzira na versku i nacionalnu pripadnostâ€, da se uzdrže od “jednostranih poteza, stvaranja dodatnih pritisaka i tenzija†te da probleme reÅ¡avaju mirnim putem i politiÄkim sredstvima.

Radenko Nedeljković, naÄelnik KosovskomitrovaÄkog okruga, istiÄe da u KFOR-u i EULEKS-u srpski narod na Kosovu vidi svoje partnere.

- Ali, ne možemo da prihvatimo da srpsku zajednicu stavljaju u geto, da nam KFOR zatvara puteve – dodaje Nedeljković.

Da će kosovsko leto biti vrelo, a jesen puna neizvesnosti, svedoÄi i Oliver Ivanović, državni sekretar u Ministarstvu za Kosovo i Metohiju, koji predviÄ‘a joÅ¡ “sporadiÄnih incidenataâ€.

- Dijalogom držimo pod kontrolom situaciju koja je napeta i može svakog momenta da eskalira i da se pretvori u nekakav incident, što nikome nije u interesu – kaže Ivanović.

Dok se javnosti serviraju manje ili viÅ¡e pesimistiÄka predviÄ‘anja budućnosti severnog Kosova, priÅ¡tinski zvaniÄnici istiÄu da je oko 37.000 Srba uzelo nove, kosovske liÄne karte i da je za 55 radnih mesta u novoj kancelariji u Kosovskoj Mitrovici, koja će obavljati poslove opÅ¡tine, konkurisalo preko hiljadu mladih, meÄ‘u kojima je viÅ¡e od 70 posto iz srpske zajednice.

Srba kao na prvom turskom popisu 1455.

Crnohumorno zvuÄi da je danaÅ¡nji broj Srba na Kosovu gotovo ravan onome iz prvog turskog popisa 1455: precizni osmalijski popisivaÄi zabeležili su na teritoriji danaÅ¡njeg Kosova i Metohije 480 naseljenih mesta sa 13.057 srpskih domova, 75 vlaÅ¡kih, 17 bugarskih, jednim grÄkim i 46 arbanaÅ¡kih (oko procenat stanovniÅ¡tva). Godine 1871. bilo je 64 procenta Srba i 32 odsto Albanaca, 1899. Albanaca je 48, a Srba 44 procenta. Prema popisu iz 1921. na Kosovu je živelo 439.000 stanovnika, od kojih je bilo 280.000 Albanaca (64 procenta), a prema onome iz 1931. bilo je 562.000 stanovnika (62 procenta su Albanci). Posle Drugog svetskog rata, Srba je svake decenije manje za sedam do osam procenata. Poslednji popis koji Albanci nisu bojkotovali, iz 1981, pokazao je da na Kosovu živi 1.956.196 stanovnika, od toga 1.596.072 Albanaca (81,6 procenata) i 214.555 Srba (11 procenata).

Popis iz aprila 2011. iznenadio je mnoge “procenitelje†demografskog buma, posebno one koji su govorili da u PriÅ¡tini živi “Äak 600.000 stanovnikaâ€; registrovano je 1.733.872 stanovnika ili oko 700.000 manje od procena. Srbi su popis bojkotovali, pa PriÅ¡tina, koja je 1981. imala oko 250.000 stanovnika, ima 198.000 stanovnika. DoduÅ¡e, u meÄ‘uvremenu su se od nje odvojili Kosovo Polje i GraÄanica, ali se 1999. iselilo i viÅ¡e od 40.000 Srba. Danas u PriÅ¡tini živi samo 40 Srba!

Na Kosovu sada živi oko 130.000 Srba: u Äetiri opÅ¡tine na severu (deo Kosovske Mitrovice, ZveÄan, Zubin Potok i Leposavić) 60.000 (ukljuÄujući i one izbegle iz gradova i sela južno od Ibra i iz predela Metohije). U Kosovskom pomoravlju (Novo Brdo, Gnjilane, Kosovska Kamenica i Kosovska Vitina) u 73 naselja živi 35.000 Srba. U predelu oko PriÅ¡tine živi oko 20.000 Srba, u Å trpcu 11.000, a u nekoliko enklava u Metohiji 4.000. U opÅ¡tinama KaÄanik, MaliÅ¡evo, DeÄane, Glogovac, Suva Reka i Å timlje ne živi nijedan Srbin ili Srpkinja! U Äakovici žive Äetiri srpske starice, Prizrenu 28, Peći 25, Klini 50, UroÅ¡evcu Äetiri, a u južnom delu Kosovske Mitrovice samo jedan (!) stanovnik srpske nacionalnosti.

Iako su i meÄ‘unarodna zajednica i priÅ¡tinske institucije obećavali da će pospeÅ¡iti povratak izbeglih Srba, efekti su zanemarljivi. Broj iseljenih sa Kosova premaÅ¡uje 220.000 Srba. Pred ovim podacima Å¡uplje zvuÄi svaka priÄa o naporima koji se Äine da Kosovo bude “multietniÄka sredina ravnopravnih graÄ‘ana koji, poÅ¡tujući visoke standarde tolerancije, streme ka zajedniÄkom domu, Evropskoj unijiâ€.



=== italiano ===

Manipolazione, ostruzionismo, integrazione?

pubblicato da: Novosti – Samostalni srpski tjednik

http://www.novossti.com/2012/07/manipulacija-balvanizacija-integracija/

Numero 655

Data di pubblicazione 08/07/2012. Giornalista: Ranko Milosavljevic

 

 

 

Il dramma dei serbi rimasti nel Kosovo sta volgendo al termine. Per decenni la classe politica a Belgrado ha strumentalizzato gli scontri etnici di questa regione per i propri scopi e per il Kosovo si sono impegnati un po' tutti. A parole si intende, visto che nella realtà la situazione è andata via via peggiorando. Alla fine, con l'accordo di Kumanovo, l'ex presidente Slobodan Milosevic si è congratulato con i serbi per la loro vittoria sulla Nato e il Kosovo è rimasto sotto protettorato delle Nazioni Unite finché due anni fa la maggioranza albanese ne ha proclamata l'indipendenza del Kosovo. Un fatto considerato dalla Serbia una violazione della risoluzione 1244. Il fatto che l'espressione â€Terra santa serbaâ€Â fosse stata inserita nel preambolo della Costituzione della Serbia, non ha avuto alcun significato per la maggioranza albanese, né ha potuto impedire agli Usa e a gran parte dei paesi dell'Unione Europea di riconoscere l'indipendenza del Kosovo.

 

Perfino secondo i rapporti delle organizzazioni internazionali, la situazione in Kosovo durante il mandato dell'Onu non è sostanzialmente migliorata. Ai serbi è ancora impedito di circolare liberamente e le loro vite sono costantemente minacciate. Nella migliore delle ipotesi i loro beni personali vengono venduti attraverso intermediari stranieri a prezzi stracciati. Inoltre le ex imprese sociali sono state privatizzate per decisione dell'Agenzia kosovara dei creditori (“Kosovo Trust Agency“ Kta) secondo criteri che Belgrado contesta;  le fabbriche in cui la Serbia ha investito per decenni per aiutare lo sviluppo del â€œKosovo sottosviluppatoâ€, sono state vendute a prezzi irrisori. L’esempio tipico è la Zastava di Kragujevac, privata della sua società “Zastava Ramiz Sadiku†a Pec, comprata all'asta dall'ex fornitore di armi dell'Esercito di liberazione del Kosovo (KLA). I vincitori si fanno pagare per le loro vittorie!

 

“Il massimo possibileâ€

 

Le agitazioni dei serbi lo scorso anno nel Kosovo settentrionale provocate dalla decisione delle autorità locali di stabilire dogane kosovare ai valichi di frontiera (la parte serba la definisce sempre  â€œamministrativaâ€) di Jarinje e Brnjak, avevano condizionato i difficili negoziati tra Belgrado e Pristina. Ognuna delle due parti ha dato la sua versione del trattato siglato, mentre ancora diversa era la visione di Robert Cooper, rappresentante UE al tavolo delle trattative dei team guidati da Borislav Stefanovic e Edita Tahiri.

 

Secondo quanto riportato sul fronte serbo, è stato raggiunto â€il massimo possibileâ€. Pristina ha accettato che in due dei 31 valichi  in Kosovo, non saranno messi funzionari kosovari, ma rappresentanti internazionali, in presenza della polizia Eulex che ha preso il posto dell'Unmik (amministrazione civile dell'Onu dal 1999). A dire il vero, su questi due valichi non è possibile il flusso di merci, quindi i camion che arrivano in Kosovo dalla Serbia, deviano al valico di Merdare vicino Podujevo, o verso uno degli altri 29 valichi. I Serbi del Kosovo settentrionale a questo arroccamento da parte delle autorità di Pristina e della Kfor, hanno risposto aprendosi le strade boschive verso la Serbia centrale. Mentre questo articolo va in stampa, sono in corso scontri al confine tra Zubin Potok e Novi Pazar, dopo che la Kfor ha distrutto e posizionato barriere di cemento lungo la strada nei pressi del villaggio di Banja, che i serbi locali e molti contrabbandieri utilizzano per oltrepassare il confine a Brnjak. Qualche giorno fa prima che il contingente italiano della Kfor interrompesse questo passaggio incontrollato, certe persone ancora non identificate, hanno lanciato due bombe a mano contro la Kfor a Brnjak ferendo un soldato.

 

Dal 1 giugno, in base a un accordo tra Belgrado e Pristina, in Kosovo la polizia ha iniziato a confiscare le targhe automobilistiche riportanti i nomi delle località in Kosovo, rilasciate dal Ministero dell'interno serbo in diversi commissariati di polizia nella Serbia centrale. Infatti, secondo la nuova normativa, sono ammesse solo targhe della Repubblica del Kosovo KSA, oppure le vecchie targhe kosovare KS in vigore fino a che sono rimaste in piedi le istituzioni provvisorie e l'autorità della Unmik sulla polizia. Un fatto che ha scatenato nuove preoccupazioni tra i serbi.

 

- Per più di dieci anni ci siamo battuti contro le immatricolazioni KS che significavano il riconoscimento ufficiale delle autorità kosovare, ovvero contro il riconoscimento della sovranità del Kosovo. Ora Belgrado ci impone proprio queste targhe - questo il messaggio delle varie proteste.

 

- L'accordo che abbiamo raggiunto è imperfetto, ma è l'unico possibile, ha risposto Stefanovic di fronte all'accusa di tradimento degli interessi dei serbi del Kosovo da parte del team belgradese, e dell'esistenza di clausole segrete, alcune delle quali stanno venendo alla luce in questi giorni.

 

- Tutto ciò che abbiamo sottoscritto lo abbiamo trasmesso al parlamento serbo. Il problema dell'attuazione degli accordi sulla libera circolazione nel Kosovo settentrionale, dipende dalla situazione effettiva in loco dove la maggioranza degli abitanti è serba, ha aggiunto.

 

Ivica Dacic, capo del Partito socialista serbo (Sps) e personaggio chiave della nuova compagine governativa, ha detto recentemente senza mezzi termini che chi ha partecipato ai negoziati, deve esporre apertamente quali siano gli obblighi di Belgrado nei confronti di Bruxelles, sottolineando che a Belgrado si chiede di  aprire una sua rappresentanza a Pristina e di collaborare con il governo del Kosovo, e che a Pristina si chiede di fare lo stesso.

 

- Tuttavia, secondo Stefanovic, l’apertura dell’ufficio non è mai stata all'ordine del giorno.

 

Elezioni locali

 

Mentre è in corso la farsa di astuzia dei principali attori politici, impegnati nei loro calcoli sulla creazione di una maggioranza parlamentare per il nuovo governo serbo, da Bruxelles arriva la notizia che il neo-eletto presidente serbo Tomislav Nikolic si è dichiarato pronto al dialogo con tutte le forze politiche di Pristina, tranne che con Hashim Taci, presidente del governo locale accusato di crimini di guerra dalla magistratura serba. Jelko Kacin, relatore europeo per la Serbia, nella dichiarazione di Nikolic, ottimisticamente scorge la volontà del presidente di parlare con Atifet Jahjaga, presidente del Kosovo.

 

La principale preoccupazione tra i serbi del Kosovo settentrionale è stata provocata dal chiaro messaggio del Governo della Serbia, di non dare il sostegno per l’organizzazione delle elezioni locali in Kosovo. Il governo kosovaro ha accettato, anche se a seguito di pressioni internazionali, che anche in Kosovo si potessero svolgere le elezioni presidenziali e parlamentari per il governo serbo. Organizzate dall'Osce e monitorate da Eulex, e a condizione che lo spoglio delle schede avvenisse in Kosovo. Le giunte comunali di Zvecan e Zubin Potok, intanto hanno organizzato le elezioni locali e a giugno hanno messo in piedi le autorità comunali, giustificando la mossa con il desiderio e il diritto della maggioranza serba locale, che lo scorso anno aveva votato contro le istituzioni kosovare.

 

Nondimeno i politici serbi locali hanno rilasciato dichiarazioni concilianti, messi alle strette dalle pressioni di Pristina, dai conflitti con la comunità internazionale e dal calo di sostegno per Belgrado, soprattutto dopo la richiesta dell'anno scorso di Angela Merkel all'ex presidente Boris Tadic di interrompere il finanziamento di â€istituzioni serbe parallele in Kosovoâ€.

 

- Continueremo a collaborare con Unmik, Osce, Kfor ed Eulex se rispetteranno la Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu e se saranno neutrali, ha detto Dragisa Milovic, sindaco di Zvecan. - Le elezioni locali rappresentano esclusivamente il rispetto per la Costituzione,la legge sull'autonomia locale e la volontà dei cittadini.

 

D'altra parte il capo del partito Autodeterminazione Albin Kurti, accusa il “governo incompetente del Kosovo†di aver â€œvenduto gli interessi del popolo albaneseâ€. Secondo lui, gli uomini di Hashim Taci, come chi li ha preceduti, adottano una linea politica pervasa dal “concetto colonialista†dei fattori internazionali, che vogliono tenere il Kosovo in uno stato di né pace né guerra, come una regione povera in cui alla maggioranza (albanese) non permettono di avere sovranità sul suo intero territorio.

 

Di fronte alle critiche dell'opposizione e dopo le dichiarazioni ambigue del suo ministro degli interni Bajram Rexhepi (“a ogni valico di frontiera ci sarà la polizia kosovara“), il primo ministro Taci ha detto che il Kosovo non rinuncerà alla sovranità, accusando Belgrado di destabilizzare il nuovo stato attraverso il finanziamento di â€istituzioni paralleleâ€, per lui la principale causa della crisi.

 

- Nelle consultazioni con la comunità internazionale, non condurremo mosse avventate e risolveremo i problemi con la pazienza, nella piena determinazione a non cedere sull'integrità del Kosovo, ha detto.

 

Situazione tesa

 

In questi giorni i serbi del Kosovo settentrionale hanno inviato una lettera al comandante della Kfor, il generale Erhard Drevsu e al capo della missione Eulex Xavier de Marnhac, accusandoli di aver violato le leggi internazionali e i diritti umani e ricordando l'obbligo di rispettare lo status di forze neutrali. Tra le violazioni dei diritti umani annoverano la mancanza di considerazione per la posizione dei serbi del Kosovo settentrionale, che non riconoscono le istituzioni kosovare dal momento che riconoscerle, porterebbe all'assimilazione forzata di questa parte del Kosovo a maggioranza serba. I serbi chiedono a Eulex e Kfor di garantire la pace e la sicurezza di tutti gli abitanti del Kosovo e Metohija “a prescindere dall'appartenenza etnica o religiosaâ€, di astenersi da “azioni unilaterali che aggravano l’attuale pressione e tensione†e di risolvere i problemi con mezzi pacifici e politici.

 

Radenko Nedeljkovic, capo della municipalità di Kosovska Mitrovica, ha dichiarato che il popolo serbo considera Kfor ed Eulex suoi alleati.

 

- Ma non possiamo accettare che la comunità serba sia ghettizzata, che la Kfor ci blocchi le strade -  ha aggiunto.

 

L'estate in Kosovo sarà calda e l'autunno pieno di incertezze, osserva Oliver Ivanovic, Segretario di Stato nel Ministero per il Kosovo e Metohija, e prevede ancora incidenti sporadici.

 

- Teniamo la situazione sotto controllo con il dialogo, una situazione che di per sé è tesa e può degenerare in ogni momento trasformandosi in un incidente, il che non è nell'interesse di nessuno -  ha precisato.

 

Mentre all'opinione pubblica si formulano previsioni più o meno pessimistiche sul futuro del Kosovo settentrionale, i funzionari di Pristina fanno notare che circa 37.000 serbi hanno ottenuto nuove carte di identità kosovare, e che per l'assegnazione di 55 posti nel nuovo ufficio di Kosovska Mitrovica che avrà la funzione di giunta comunale, hanno partecipato più di mille giovani di cui più del 70% appartiene alla comunità serba.

 

 

Il numero dei serbi come nel primo censimento turco del 1455

 

Suona come umorismo nero che oggi il numero dei serbi in Kosovo, sia quasi uguale a quella del primo censimento turco 1455: i precisi registratori ottomani nel territorio del Kosovo e Metohija, avevano registrato 480 insediamenti con 13.057 case serbe, 75 dei vlasi, 17 dei bulgari, una grecs e 46 abitazioni degli albanesi (circa 1 percento della popolazione). Nel 1871 c’era 64 percento dei serbi e il 32 percento degli albanesi. N nel 1899, 48% degli albanesi e  44% dei serbi. Secondo il censimento del 1921, in Kosovo vivevano 439.000 abitanti, di cui 280.000 erano albanesi (64 percento) e secondo quello del 1931. ci sono stati 562.000 abitanti (62 percento degli albanesi). Dopo la seconda guerra mondiale, ogni dieci anni o meno, si registrava  7-8 percento in meno dei serbi. L'ultimo censimento che gli albanesi non avevano boicottato, quello del 1981, ha dimostrato che in Kosovo vivevano 1.956.196 abitanti, di cui 1.596.072 albanesi (81,6 percento) e 214.555 serbi (11 percento).

 

Il censimento dell’aprile 2011. ha sorpreso molti “stimatori†del boom demografico, in particolare quelli che dicevano che a Pristina, "vivono perfino 600.000 persone"; il censimento ha registrate 1.733.872 abitanti, ovvero circa 700.000 meno di stima. I serbi hanno boicottato il censimento. Pristina che nel 1981 contava circa 250.000 abitanti, ne aveva 198.000. Tuttavia, nel frattempo, dal comune di Pristina si erano separati i municipi di Gracanica e Kosovo Polje, ma nel 1999 da Pristina se ne sono andati più di 40.000 serbi. Oggi a Pristina vivono soltanto 40 serbi!

 

In Kosovo oggi vivono circa 130.000 serbi: in quattro comuni del nord (parte di Kosovska Mitrovica, Zvecan, Zubin Potok e Leposavic) 60.000 (compresi quelli che sono fuggiti dalla città e villaggi a sud del fiume Ibar e dalle parti di Metohija). Nel Kosovsko Pomoravlje (Novo Brdo, Gnjilane, Kosovska Vitina e Kamenica) in 73 villaggi vivono 35.000 serbi. Nella zona di Pristina vivono circa 20.000 serbi: in Strpce 11.000, e in alcuni enclave in Metohija, loro 4000. Nei comuni di Kacanik, Malisevo, Decani, Glogovac, Suva Reka e Stimlje non c’è nessun serbo o serba! In Djakovica vivono quattro anziane donne serbe, a Prizren 28, a Pec 25, a Klina 50, a Urosevac quattro, mentre nella parte meridionale di Kosovska Mitrovica, un solo (!) abitante di nazionalità serba.

 

Sebbene la comunità internazionale e le istituzioni di Pristina promettessero di favorire il ritorno dei profughi serbi, gli effetti ne sono trascurabili. Il numero di rifugiati provenienti dal Kosovo supera i 220.000 serbi. Prima di questi dati, suona vuota ogni storia circa gli sforzi in corso per rendere il Kosovo un "ambiente multietnico di cittadini eguali, che  osservando elevati standard di tolleranza, si adoperano per la casa comune, l'Unione europea".


(segnalazione di Andrea D., traduzione di Carlotta C., revisione di Dragomir K. per CNJ-onlus)


#7402 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Lun 23 Lu 2012 6:56 pm
Oggetto: Sul serbo-croato, sulle traduzioni e su altre cose ancora
jugocoord
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(Sulla disputa linguistica nell'area serbocroata si vedano anche i documenti e i video alla nostra pagina dedicata:



Sul serbo-croato, sulle traduzioni e su altre cose ancora

July 22nd, 2012



Nel corso degli anni mi è capitato di fare il traduttore, collaborando occasionalmente con delle agenzie. Si trattava per lo più di documenti di vario genere, manuali o lettere commerciali. Tornava utile per tappare i buchi o per tenersi occupati quando si è senza lavoro, anche se i soldi guadagnati erano sempre pochi. Era più stimolante quando lo facevo volontariamente come ad esempio per la trasmissione Ostavka! di Radio Onda d’Urto condotta da Michelangelo Severgnini tra 1999 e 2001 o facendo da interpretere ad Aleksandar Zograf  quando venne a presentare una sua raccolta di fumetti a Milano sempre in quegli anni. Alcune esperienze erano anche deprimenti come quando feci da interprete in un tribunale durante il processo per direttissima a due rom accusati di tentato furto. Furono condannati ad alcuni mesi di carcere senza aver rubato nulla. Sotto banco uno dei due mi fece passare un biglietto con il numero di telefono di qualche parente in Germania e una scheda telefonica. Al primo tentativo non gli riuscì perché una guardia se ne accorse, ma al secondo a udienza finita quando tutti si alzarono finalmente me lo passò. Telefonai subito dopo e mi sentì un po’ riscattato per aver collaborato con un processo che trovavo imbarazzante. Ultimamente, considerate le difficoltà economiche mi sono messo di nuovo a mandare i curriculum alle agenzie di traduzione e qualcuna ha risposto. Una di queste, Easy Languages, per una sorta di selezione chiedeva un articolo sulle lingue e sul mestiere del traduttore, per essere ammessi al team dei collaboratori. Ho scritto sull’annosa questione che riguarda una lingua che tutti parlano nelle quattro delle sei repubbliche ex jugoslave, ma nessuno riconosce, cioè il serbo-croato.

 

Serbo-croato, quando una lingua diventa scomoda

Quando sono nato, nel 1977, in Jugoslavia si parlava il serbo-croato, la lingua considerata ufficiale e tre lingue utilizzate nelle singole repubbliche federali: sloveno, macedone e albanese. A queste si possono aggiungere le minoranze linguistiche parlate nelle zone di confine come l’ungherese, l’italiano, il valacco, e le lingue parlate dalle comunità rom e goranci. Naturalmente non mancavano i dialetti locali, molto meno numerosi che in Italia ma con  differenze altrettanto marcate, che nel corso del novecento sono stati uniformati e sostituiti dalle parlate regionali che si differenziavano per lo più per l’accento e il gergo. La situazione linguistica può apparire complicata ma in fin dei conti non ha mai rappresentato un problema, anche perché la maggioranza della popolazione parlava appunto il serbo-croato. la lingua “unificante”,  mentre le altre lingue avevano comunque i loro spazi nell’ambito scolastico, mediatico ed editoriale. Successivamente all’ascesa delle correnti politiche egemoniche o disgregazioniste è venuta a mancare questa peculiare pluralità e intercomprensibilità linguistica.

Semmai è oggi che regna la confusione  dato che il serbo-croato, parlato in Serbia, Croazia, Bosnia e Montenegro è stato diviso in serbo, croato, bosniaco e montenegrino, senza un valido fondamento linguistico-filologico ma principalmente su base politica. Quindi nell’area della ex Jugoslavia le lingue si sarebbero raddoppiate anche se un abitante di Podgorica può andare a Sarajevo ed instaurare una conversazione di qualsiasi tipo incontrando tutt’al più qualche decina di termini diversi, comunque conosciuti non solo a coloro che sono nati prima degli anni Ottanta. Lo stesso accade se un abitante di Zagabria va a Belgrado, dove al massimo troverà qualche difficoltà se si reca nei quartieri periferici dove si parla un particolare slang formatosi negli ultimi decenni, ma sono le stesse difficoltà che potrebbe trovare un milanese a zonzo per le borgate di Roma. Dunque oggi si può incorrere nel paradosso di dover tradurre un testo dal serbo al montenegrino, che sono tra l’altro le due varianti più vicine di serbo-croato considerando i fattori storici e culturali che hanno intrecciato le vicende dei due paesi. Infatti l’ultima separazione riguarda proprio queste due repubbliche, per fortuna avvenuta senza esiti  tragici e sanguinolenti come quelli che hanno caratterizzato la guerra civile degli anni novanta, ma comunque con ripercussioni abbastanza pesanti a livello politico e di conseguenza anche sociale ed economico, creando parecchi problemi ai cittadini comuni, abituati a viaggiare, condurre i propri affari, intrattenere rapporti familiari e di amicizia, trovandosi all’improvviso di fronte ai nuovi confini e ostacoli burocratici. Alla luce di questa situazione, come accennavo, vediamo emergere delle speculazioni nell’ambito linguistico. Per fare un esempio banale ma significativo, se guardiamo le etichette di un prodotto qualsiasi, ci tocca leggere gli ingredienti in quattro lingue diverse dove le differenze spesso non esistono o comunque sono minime. Nel maldestro tentativo di sottolineare le diversità si usano dei sinonimi o semplicemente si cambia una preposizione. Per chiunque e in particolare per un traduttore di professione può risultare un po’ scandaloso il fatto che qualcuno venga pagato per fingere di tradurre.

Senza essere dei filologi, ma servendosi solo del buon senso, possiamo, se non concludere che si tratta della stessa identica lingua, avere quanto meno dei fortissimi dubbi che la si possa smembrare in base ai nuovi confini politico-amministrativi. Eppure oggi, il serbo-croato non è più nemmeno oggetto di discussione, si finge che non esista anche se i tentativi di trasformarlo in neo-lingue accentuandone le differenze e puntando alla sovrapproduzione dei neologismi a volte ridicoli, non stanno avendo il successo sperato. Una lingua segue il proprio corso e si adatta alle esigenze umane di natura più pratica ed è ovviamente molto più longeva di una corrente politica che la vorrebbe viva o morta.



#7403 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Mar 24 Lu 2012 9:31 am
Oggetto: Reosnivanje Jugoslovenske radiotelevizije JRT
jugocoord
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Una iniziativa di giovani per la ri-fondazione di una radiotelevisione dell'area jugoslava


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Da: "Dragan Djuric" 
Data: 18 luglio 2012 03.00.56 GMT+02.00
Oggetto: [Obnovimo Jugoslaviju!] Otvoren je konkurs za (trenutno) volonterski rad...

Dragan Djuric ha pubblicato qualcosa in Obnovimo Jugoslaviju!

Dragan Djuric 18 luglio 3.00.46

Otvoren je konkurs za (trenutno) volonterski rad na JRT-u. Traže se dopisnici iz Sarajeva, Beograda, Zagreba, Ljubljane, Titograda, Skopja, PriÅ¡tine i Novog Sada.
Svi zainteresovani neka se jave na e-mail: jugoslovenskaradiotelevizija@...
Mladi entuzijasti zapoÄeli reosnivanje Jugoslovenske radiotelevizije JRT


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Utorak, 17 Juli 2012 17:54

Mladi entuzijasti zapoÄeli reosnivanje Jugoslovenske radiotelevizije JRT

Jugoslavenska radiotelevizija (kratica: JRT) bio je sistem osam nacionalnih radiotelevizijskih kuća u Jugoslaviji do poÄetka 1990-ih godina. ÄŒinilo ga je Å¡est republiÄkih i dva pokrajinska RTV centra: Radiotelevizija Sarajevo (RTVSA), Radiotelevizija Ljubljana (RTLJ), Radiotelevizija Zagreb (RTZ), Radiotelevizija Beograd (RTB), Radiotelevizija Skopje (RTSK), Radiotelevizija Titograd (RTT), te Radiotelevizija Novi Sad (RTNS) i Radiotelevizija PriÅ¡tina (RTP). Službeni jezik JRT-a bio je srpsko-hrvatski jezik, u Makedoniji makedonski jezik, u Sloveniji slovenski jezik te djelimice na Kosovu albanski jezik. Jugoslavenska radiotelevizija bila je Älanica EBU-a, Evropske radiodifuzne unije, a zajedno sa ostalim Älanicama ovog velikog sistema nacionalnih javnih RTV kuća participirala je redovno na velikim radijskim i televizijskim spektaklima kao Å¡to su bili: muziÄki festivali "Eurosong", "San Remo" ili djeÄiji festival "Zlatni cekin", odnosno velike sportske manifestacije kao Olimpijske igre, Mediteranske igre, Univerzijada ili zabavno-revijalni programi kao "Igre bez granica".

Grupa mladih ljudi doÅ¡la je na ideju otvaranja bivÅ¡e Jugoslovenske radio-televizije "JRT", koja će privremeno program emitovati putem interneta, trenutno kao radio, a kasnije preći na radio i tv prijemnike. Potrebno je navesti da iza ovog projekta ne sudjeluju TV kuće koje su nekad bile u sastavu JRT-a, nego mladi entuzijasti koji žele promijeniti bar malo onoga Å¡to se na neki naÄin može i uÄiniti, vratiti barem neÅ¡to od propale Jugoslavije. Angažirali su se te redizajnirali logo nekadaÅ¡nje televizije. Smatraju da ono Å¡to trenutno rade može biti na najkvalitetniji naÄin uraÄ‘eno te vas dragi Äitaoci pozivaju da se pridružite njhovoj facebook stranici, kako biste ih na taj naÄin podržali i imali najnovije informacije o reosnivanju JRT-a.

NaÅ¡ portal je jedan od prvih medija koji javno podržava ovu odliÄnu ideju, pa se iskreno nadamo da ćete i vi podržati ove mlade entuzijaste!


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Uskoro kreće Jugoslovenska radio-televizija



Jugoslovenska radio-televizija (JRT) uskoro zapoÄinje emitovanje putem interneta, no isto tako funkcionisaće privremeno kao radio da bi kasnije krenula i kao televizija, piÅ¡e Index.hr.
"Nadamo se da ste željni dobrog, starog JRT-a!", stoji u poruci pokretaÄa ove televizije koju su ostavili na službenoj Facebook stranici.
PokretaÄi JRT-a nisu ostaci bivÅ¡eg televizijskog sistema, već grupa mladih entuzijasta koji žele "vratiti barem neÅ¡to od propale Jugoslavije".
Trenutno je otvoren konkurs za volonterski rad na JRT-u, a traže se dopisnici iz Sarajeva, Beograda, Zagreba, Ljubljane, Podgorice, Skoplja, Prištine i Novog Sada.
Podsjetimo kako je JRT funkcionisao sve do 1990. godine a unutar te televizije bilo je Å¡est republiÄkih i dva pokrajinska RTV-a centra i to Radiotelevizija Sarajevo (RTVSA), Radiotelevizija Ljubljana (RTLj), Radiotelevizija Zagreb (RTZ), Radiotelevizija Beograd (RTB), Radiotelevizija Skopje (RTSK), Radiotelevizija Titograd (RTT), te Radiotelevizija Novi Sad (RTNS) i Radiotelevizija PriÅ¡tina (RTP).


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  • OBJAVA: 21.07.2012 / 17:13
  • PRIKAZA: 9135

SVIÄA VAM SE IDEJA?

Mladi pokreću JRT: Želimo vratiti nešto od propale Jugoslavije

Kažu da žele promijeniti bar malo onoga Å¡to se na neki naÄin može i uÄiniti. Otvoren je i natjeÄaj za volontiranje na JRT-u


PiÅ¡e: IÄŒ/VLM



Jugoslovenska radio-televizija uskoro će poÄeti emitiranje na internetu. Privremeno kao radio, a kasnije i kao televizijski program. Nadam se da ste željni dobrog, starog JRT-a! , napisala je na svojoj Facebook stranici skupina entuzijasta koja je predstavila novi projekt "JRT".

Kažu da žele promijeniti bar malo onoga Å¡to se na neki naÄin može i uÄiniti, "vratiti barem neÅ¡to od propale Jugoslavije."

Otvoren je i natjeÄaj za volontiranje na JRT-u, a traže se dopisnici iz Beograda, Sarajeva, Zagreba, Podgorice, Ljubljane, Skopja, PriÅ¡tine i Novog Sada.



#7404 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Mar 24 Lu 2012 5:44 pm
Oggetto: STOP ANTIKOMUNIZMU U MOLDAVIJI
jugocoord
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(italiano / srpskohrvatski)

1) NKPJ: Stop antikomunizmu u Moldaviji
2) Moldavia: il governo mette al bando la falce e martello


=== 1 ===

http://www.skoj.org.rs/88.html

STOP ANTIKOMUNIZMU U MOLDAVIJI

Nova komunistiÄka partija Jugoslavije izražava najoÅ¡triji protest protiv novog antikomunistiÄkog zakona usvojenog u Moldaviji kojim se zabranjuje upotreba komunistiÄkih simbola, a sovjetski period socijalistiÄke izgradnje naziva „sovjetskom okupacijom Moldavije“.

Tendencija da se kriminalizuje svaka komunistiÄka aktivnost ne pogaÄ‘a samo Moldaviju, to je trend koji prati i druge evropske zemlje, posebno bivÅ¡e socijalistiÄke zemlje. Ovakva antikomunistiÄka politika manifestuje se raznim zakonima i nastojanjima da se komunizam izjednaÄi sa faÅ¡izmom,Å¡to je suprotno sa svakom istorijskom Äinjenicom i zdravim razumom. Potpuno je jasno, da se ovde radi o otvorenoj manipulaciji istorijom od strane vladajuće buržoaske klase, koja se boji politiÄkih snaga koje nude realnu i ostvarljivu alternativu kapitalizmu. Nije ni malo sluÄajno da se kriminalizacija komunizma odvija upravo u trenutku kada je kapitalistiÄki sistem u dubokoj krizi, a život radniÄke klase sve teži i teži.

Nova komunistiÄka partija Jugoslavije zahteva ukidanje novo usvojenog antikomunistiÄkog zakona. Apelujemo na sve da izraze protest i osude postupke skupÅ¡tine Moldavije.

NKPJ izražava punu solidarnost sa svim komunistiÄkim snagama koje su svoje vrednosti dokazali u decenijskoj borbi za radniÄka prava, protiv eksploatacije ljudi, protiv faÅ¡izma, kolonijalizma i imperijalizma, a sada se bore za ostvarenje jedinog realnog izlaza iz zaÄaranog kruga kapitalistiÄkih kriza, za život dostojan Äoveka – za socijalizam.

Sekretarijat CK NKPJ
Beograd,
13. jul 2012. godine


=== 2 ===

 
Moldavia: il governo mette al bando la falce e martello
 
di Redazione Contropiano
 
18/7/12
 
Il 12 luglio il parlamento della repubblica ex sovietica ha votato la messa al bando della falce e martello. Il Partito Comunista non ci sta e annuncia il ricorso al Tribunale Costituzionale.
 
Il vento dell'anticomunismo ha ripreso a soffiare forte nell'Europa Orientale, proprio quando i paesi dell'ex blocco sovietico sono scossi da una tremenda crisi economica, politica e sociale conseguenza del ritorno al capitalismo selvaggio proprio durante una delle peggiori crisi che questo sistema abbia mai vissuto.
 
Nei giorni scorsi il parlamento della Moldavia ha votato la proibizione dell'uso della falce e martello, così come hanno fatto negli anni scorsi altri paesi dell'Europa centro-orientale, Repubblica Ceca in testa. La decisione è stata approvata lo scorso 12 luglio con il voto favorevole dei 53 deputati dell'Alleanza Europea. Dal momento in cui la legge entrerà in vigore, il Partito Comunista della Moldavia non potrà più utilizzare il suo simbolo nella propaganda pubblica, nei materiali elettorali, nei manifesti. Non solo. La legge proibisce anche di esporre le bandiere sovietiche durante le celebrazioni del 9 maggio, festa per la vittoria dell'Armata Rossa contro i nazisti tedeschi alla fine della seconda guerra mondiale. Inoltre cesseranno di essere validi gli sconti e le agevolazioni concessi in epoca sovietica ai veterani di guerra e finora mantenuti dalla legislazione della piccola repubblica.
 
Il segretario generale del Partito Comunista Moldavo, Vladimir Voronin, ha denunciato la legge come discriminatoria e mirante a eliminare il suo partito dal panorama elettorale, ed ha annunciato che farà ricorso al Tribunale Costituzionale per bloccare la norma appena approvata.
 
Dei 4 partiti che hanno una rappresentanza in Parlamento nel paese, il Partito Comunista è stato il più votato, quasi eguagliando i voti presi dagli altri tre partiti messi insieme.
 
Rifondato nel 1994, il partito è riuscito a sventare l'annessione alla Romania in un referendum. Nel 1998 risulta essere il partito più votato, ma non può governare perché non ottiene la maggioranza assoluta e tutte le altre forze politiche formano una coalizione anticomunista. Nel 2001 il Partito Comunista vince di nuovo le elezioni e ottiene l'elezione di Vladimir Voronin alla presidenza. Nel 2005 Voronin è di nuovo eletto. Nel 2009 i comunisti tornano a vincere le elezioni ma l'opposizione dà vita a una sommossa sull'onda delle cosiddette ‘rivoluzioni colorate' già scatenate su pressione esterna in altri paesi dell'Asia Centrale e dell'Europa Orientale. I manifestanti attaccarono e bruciarono il Parlamento e il paese si trovò sull'orlo di un colpo di stato, alla fine sventato.
 
Alle elezioni che seguono quegli eventi Voronin non riesce a vincere le elezioni ma dal novembre del 2010 fino alla fine del 2011 la Moldavia rimane senza governo, dato che i partiti anticomunisti non riescono a mettersi d'accordo tra di loro. Solo alla fine del 2011 riescono ad accordarsi su un candidato unico ed eleggono Timofti alla presidenza del governo. A lui si deve la legge che proibisce la falce e martello.



#7405 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Mar 24 Lu 2012 7:24 pm
Oggetto: Chi e perché mette a ferro e fuoco la Siria
jugocoord
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(francais / italiano)

Chi e perché mette a ferro e fuoco la Siria

1) Bahar Kimyongür: Il terrorismo anti-siriano e i suoi collegamenti internazionali
2) Nino Orto: Le Alture del Golan tra guerra e pace
3) PsyOp imminente de l’OTAN contre la Syrie
4) Socialismo siriano
5) Thierry Meyssan: Chi combatte in Siria?


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(En francais: Le terrorisme anti-syrien et ses connexions internationales


Il terrorismo anti-siriano e i suoi collegamenti internazionali


di Bahar Kimyongür

Fin dall’inizio della “primavera” siriana, il governo di Damasco ha affermato di essere in guerra contro bande di terroristi. La maggior parte dei media occidentali denunciano questa tesi come propaganda di Stato, che serve per giustificare la repressione contro i movimenti di protesta. Se è evidente che questa tesi viene calata come sacrosanta dallo Stato baathista, che ha una reputazione di poca tolleranza verso i movimenti di opposizione che sfuggono al suo controllo, va detto comunque che non è falsa. Effettivamente, molteplici elementi senza ombra di dubbio accreditano la tesi del governo siriano.
In primo luogo, esiste il fattore della laicità.
La Siria è in questo caso l’ultimo Stato arabo laico.(1) Le minoranze religiose godono dei medesimi diritti della maggioranza musulmana. Per certe frange religiose sunnite, campioni dell’idea della guerra contro l’«Altro», chiunque egli sia, la laicità araba e l’uguaglianza inter-religiosa, incompatibili con la sharia (legge islamica), costituiscono una offesa contro l’Islam e rendono lo Stato siriano più detestabile di un’Europa «atea» o «cristiana». Ora, la Siria ha almeno dieci diverse chiese cristiane, con sunniti che sono Arabi, Curdi, Circassi o Turcomanni, con cristiani non arabi come gli Armeni, gli Assiri o i Levantini, con musulmani sincretisti e quindi non classificabili, come gli Alawiti e i Drusi. Pertanto, il compito di mantenere salda questa struttura etnico-religiosa fragile e complessa si dimostra così difficile, che solo un regime laico, solido e necessariamente autoritario può assolverlo.
Poi, esiste il fattore confessionale.
In ragione dell’origine del presidente Bachar El-Assad, il regime siriano è indebitamente descritto come «alawita». Questa definizione è totalmente falsa, diffamatoria, settaria, vale a dire razzista. Innanzitutto è falsa, perché lo stato maggiore, la polizia politica, i diversi servizi di informazione, i membri del governo sono nella grande maggioranza sunniti, come pure una parte non trascurabile della borghesia. I nostri media, per fare sensazione, non mancano di sottolineare l’origine sunnita della signora Asma al-Assad, moglie del presidente, con lo scopo di demonizzarla. Ma evitano deliberatamente di citare la vice-presidente della Repubblica araba di Siria, la signora Najah Al Attar, la prima ed unica donna araba al mondo ad occupare una carica così elevata. La signora Al Attar non è soltanto di origine sunnita, ma è anche la sorella di uno dei dirigenti in esilio dei Fratelli Musulmani, esempio emblematico del paradosso siriano.
In realtà, l’apparato statale baathista è il riflesso quasi perfetto della diversità etnico-religiosa che prevale in Siria. Il mito a proposito della «dittatura alawita» è talmente grottesco, che perfino il Gran Mufti sunnita, lo sceicco Bedreddine Hassoune, ed ancora il comandante della polizia politica Ali Mamlouk, anch’egli di confessione sunnita, sono a volte classificati come alawiti dalla stampa internazionale. (2) La cosa più strabiliante è che questa stampa medesima porta acqua al mulino di certi mezzi di informazione siriani salafiti (sunniti ultra-ortodossi), che diffondono la menzogna secondo cui il paese sarebbe stato usurpato dagli alawiti, che, secondo loro, sarebbero agenti sciiti. Questi stessi salafiti accusano gli sciiti di essere negazionisti (Rawafid, Sciiti estremisti eretici che maledicono i Compagni), perché rifiutano, tra le altre cose, la legittimità del Califfato, vale a dire del governo sunnita delle origini dell’Islam.
Tuttavia, da un lato, vi sono notevoli differenze tra alawiti e sciiti, sia sul piano teologico che nelle pratiche religiose. Nello specifico, la deificazione di Ali (nipote di Maometto), la dottrina trinitaria, la credenza nella metempsicosi ed inoltre il rifiuto della sharia da parte degli alawiti sono fonti di critiche da parte dei teologi sciiti, che non mancano mai di accusarli di estremismo (ghulat). D’altro canto, se esiste una religione di stato in Siria, questa è l’Islam sunnita di rito hanafita, rappresentato fra gli altri dallo sceicco Muhammad Saïd Ramadan Al Bouti e dal Gran Mufti della Repubblica, lo sceicco Badreddine Hassoune, i cui saggi discorsi contrastano con gli appelli all’omicidio e all’odio degli sceicchi wahhabiti. Ma tutto questo non importa. Per spiegare l’alleanza contro gli Stati Uniti e contro il sionismo formata dall’asse Damasco – Teheran – Hezbollah, la stampa e i mezzi di informazione agli ordini dei sunniti ultra-conservatori ripetono in coro che la Siria è sotto il dominio degli alawiti, che costituirebbero una «setta sciita». Visto che la Siria riceve l’appoggio della Cina, della Russia, del Venezuela, di Cuba, del Nicaragua e finanche della Bolivia, logicamente bisognerebbe concludere che Hu Jintao, Putin, Chavez, Castro, Ortega e Morales sono essi stessi degli alawiti, o almeno dei cripto-sciiti!
Per terzo, esiste il fattore nazionalista.
Conviene ricordare che per i salafiti la Siria proprio non esiste. Questo nome sarebbe, come quello dell’Iraq, una fabbricazione degli atei. Nel loro gergo ispirato dal Corano, l’Iraq si chiama Bilad al Rafidaïn (la terra dei due Fiumi) e la Siria, Bilad al-Cham (la terra di Cam). Colui che adotta l’ideologia nazionalista, e si consacra alla liberazione del proprio paese, commette un peccato di associazione (shirk). Egli viola il principio deltawhid, l’unicità divina, e per questo merita la morte. Per questi fanatici, la sola lotta approvata da Allah è lajihad, la guerra definita «santa», scatenata nel nome di Allah con l’obiettivo di estendere l’Islam. In quanto corollario del nazionalismo arabo, il pan-arabismo, questa idea progressista di unità e di solidarietà inter-araba, è a fortiori un sacrilegio, in quanto mina il concetto di «Umma», la madre patria musulmana.
Come ha ricordato di recente il presidente Bachar El-Assad in un’intervista accordata al giornale Sunday Telegraph, la lotta che si sta scatenando attualmente sul suolo siriano vede opposte due correnti inconciliabili fra loro: il pan-arabismo e il pan-islamismo (3). Questo conflitto originale introduce un fattore storico, su cui si fonda la minaccia terroristica in Siria. Dal 1963, la Siria baathista conduce in realtà una vera e propria guerra contro i movimenti jihadisti. L’esercito governativo e i Fratelli Musulmani si sono affrontati in numerosi scontri che si sono tutti risolti con la vittoria del potere siriano. Queste vittorie sono state strappate al prezzo di molte vittime, l’esercito non ha esitato a seminare il terrore per raggiungere i suoi scopi. Nel 1982, l’esercito di Hafiz al-Assad ha martellato interi quartieri della città di Hama per superare la resistenza jihadista, massacrando senza distinzione militanti e civili innocenti. Ci sono stati almeno 10 mila morti causati dai bombardamenti e negli scontri per le strade. Si sono susseguite delle vere e proprie cacce all’uomo lanciate contro i Fratelli Musulmani siriani attraverso tutto il paese, costringendoli all’esilio. Comunque, la repressione non è ancora riuscita a sradicare la tradizione guerriera e nemmeno lo spirito di vendetta degli jihadisti siriani.
Ora, analizziamo paese per paese quali sono i movimenti terroristici che le truppe siriane stanno attualmente affrontando.
Il fronte libanese
Nell’aprile 2005, l’Occidente si è rallegrato nel vedere le truppe siriane abbandonare il Libano, dopo 30 anni di presenza ininterrotta. Questo evento era stato attivato dall’attentato che aveva preso di mira l’ex primo ministro libanese-saudita Rafiq Hariri noto per la sua ostilità verso la Siria, attentato immediatamente imputato dall’Europa e dagli Stati Uniti al regime di Damasco, senza la minima prova e prima dell’inizio di una qualsiasi inchiesta. Una «rivoluzione dei Cedri», sostenuta dai laboratori «per i diritti dell’uomo» della CIA, aveva costretto le truppe siriane a lasciare il Libano. Appena i carri armati siriani si erano ritirati, i gruppi salafiti sono riemersi, sguainando le loro spade e la loro predicazione settaria. Questi movimenti si sono insediati nel nord del Libano, dalle parti di Tripoli di maggioranza sunnita, e poi, via via, nei campi palestinesi del Libano, profittando delle divisioni politiche e della debolezza militare delle organizzazioni palestinesi, così come della politica di non-intervento dell’esercito libanese in questi campi.
Tra il 2005 e il 2010, i gruppi jihadisti hanno condotto la guerra contro tutti i sostenitori veri o presunti del regime di Bashar al-Assad, come le popolazioni sciite, alawite o i militanti di Hezbollah. Alcuni di questi movimenti sono arrivati a varcare il confine siro-libanese per bersagliare le truppe del potere baathista sul loro stesso territorio. L’attivismo anti-siriano dei gruppi salafiti libanesi armati ha conosciuto una recrudescenza con l’inizio della crisi siriana del 2011. Comunque, queste formazioni sono state soppiantate da movimenti salafiti non combattenti. Il 4 marzo 2012, circa duemila salafiti guidati da Ahmad Al Assir, un predicatore della città di Saïda (Sidone) divenuto la stella in ascesa del sunnismo libanese, sfilavano a Beirut per protestare contro il regime di Bashar al-Assad. Dietro un imponente cordone di sicurezza composto da poliziotti e militari, alcune centinaia di contro-manifestanti del partito Baath libanese protestavano contro la parata.
Da Aarida a Naqoura, tutto il Libano ha trattenuto il respiro. E il suo cuore si stringe ogni volta che spari risuonano dai quartieri di Tripoli di Bab Tebbaneh e Jebel Mohsen. Dal momento che in questo paese la linea di frattura politica è prevalentemente confessionale, con una maggioranza sunnita anti-Assad e una maggioranza sciita pro-Assad, ed inoltre con i cristiani divisi che si ritrovano nei due campi, l’assillo della guerra civile è onnipresente. Ma il governo di unità nazionale cerca di calmare le acque e di garantire la neutralità rispetto al conflitto siriano. Per questo, certi gruppi salafiti non perdono nemmeno un’occasione per seminare il caos in questi due paesi geograficamente inter-dipendenti e complementari. Ecco una breve descrizione di alcuni di questi movimenti settari attivi in Libano, che minacciano la Siria da molti anni.
Gruppo di Sir El-Dinniyeh
Questo movimento sunnita, diretto fra il 1995 e il 1999 da Bassam Ahmad Kanj, un veterano delle guerre in Afghanistan e in Bosnia, è apparso in seguito alle lotte fra differenti correnti islamiche tendenti a controllare le moschee di Tripoli. Nel gennaio 2000, il gruppo di Dinniyeh ha tentato di creare un mini-Stato islamico nel Nord del Libano. I miliziani hanno assunto il controllo dei villaggi del distretto di Dinniyeh, ad est di Tripoli. 13.000 soldati libanesi sono stati inviati per domare questa ribellione jihadista. I sopravvissuti all’attacco si sono trincerati nel campo palestinese di Ayn el Hilwe, nel Libano meridionale. Dopo il ritiro delle truppe siriane, nell’aprile 2005, i combattenti del gruppo di Dinniyeh sono tornati a Tripoli, dove esistevano ancora delle cellule clandestine. Lo stesso anno, il Ministro degli Interni libanese ad interim, Ahmed Fatfat, che è appunto originario di Sir El-Dinniyeh e che, per altro, ha la cittadinanza belga, si è battuto per la liberazione dei prigionieri del gruppo di Dinniyeh, e questo con lo scopo di ottenere l’appoggio politico dei gruppi sunniti e salafiti del Nord del Libano.
Fatah al Islam
Movimento sunnita radicale del Nord del Libano. Fatah al Islam ha letteralmente occupato la città di Tripoli con la complicità di Saad Hariri e del suo partito, la Corrente del Futuro. Hariri voleva servirsi di questi sunniti radicali per contrastare gli Hezbollah sciiti libanesi e il governo siriano. Tra gli alleati di Hariri, il gruppo chiamato «Fatah el Islam», dissidente del movimento nazionale palestinese, ha assunto il controllo del campo di Nahr El Bared. Questo movimento terrorista ha assassinato 137 soldati libanesi in maniera brutale, soprattutto durante riti satanici che si concludevano con decapitazioni. Il 13 febbraio 2007, Fatah el Islam ha fatto saltare in aria due autobus nel quartiere cristiano di Alaq-Bikfaya. Dal maggio al settembre 2007, l’esercito libanese poneva l’assedio al campo palestinese di Nahr el Bared, dove i combattenti jihadisti si erano rintanati, e solo dopo intensi combattimenti degni dell’operazione siriana di Baba Amro riusciva a neutralizzarli.
Non meno di 30.000 Palestinesi sono fuggiti dai combattimenti. Per quanto riguarda il campo di Nahr el Bared, venne ridotto in macerie.Pochi mesi dopo, Fatah al Islam veniva coinvolto in un attentato mortale che scuoteva Damasco. Infatti, il 27 settembre 2008, il santuario sciita di Sayda Zainab a Damasco diventava l’obiettivo di un attacco suicida che uccideva 17 pellegrini. Fatah Al Islam è spesso citato quando scoppiano combattimenti a Tripoli tra il quartiere sunnita di Bab Tabbaneh e il quartiere alawita di Djébel Mohsen.
Jounoud Al Cham (I soldati del Levante)
Movimento radicale sunnita nel sud del Libano, dalle origini diverse.Alcuni dei suoi membri sarebbero arrivati dal gruppo di Dinniyeh, mentre altri sarebbero veterani dell’Afghanistan, avendo combattuto sotto il comando di Abou Moussab Al Zarqawi. La maggior parte dei suoi combattenti sarebbero Palestinesi «takfiri», vale a dire in conflitto contro le altre religioni e i non credenti. Jounoud Al Cham sarebbe responsabile di un attentato nel 2004 a Beirut, che ha ucciso un dirigente di Hezbollah. Per diversi anni, il gruppo ha cercato di assumere il controllo del campo palestinese di Ain el Hilwe situato vicino alla città di Sidone. Nel 2005, il gruppo fa parlare di sé per le sue scaramucce quotidiane con l’esercito siriano. Jounoud al-Sham si trova sulla lista delle organizzazioni terroristiche pubblicata dalla Russia. Tuttavia, non si trova sulla lista delle organizzazioni terroristiche straniere del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. (4)
Ousbat Al Ansar (la Lega dei partigiani)
Presente sulla lista delle organizzazioni terroristiche, Ousbat al-Ansar si batte per «istituire in Libano uno Stato sunnita radicale». Noto per le sue spedizioni punitive contro tutti i musulmani «devianti», Ousbat al-Ansar ha fatto assassinare personalità sunnite come lo sceicco Nizar Halabi. Per lo stesso motivo, ha fatto saltare in aria strutture pubbliche giudicate empie: teatri, ristoranti, discoteche…Nel gennaio 2000, ha attaccato a colpi di razzi l’ambasciata russa a Beirut.Erede del gruppo di Dinniyeh, questa formazione si infiltra nel campo palestinese di Ain el Hilwe nel Libano meridionale. Quando, nel settembre 2002, ho visitato i campi palestinesi del Libano, l’inquietudine dei resistenti palestinesi era palpabile. Molti di loro erano stati uccisi durante i tentativi di assunzione del controllo dei campi da parte di questo gruppo, considerato essere vicino ad Al Qaeda. Nel 2003, quasi 200 membri di Ousbat Al Ansar hanno attaccato le sedi di Fatah, il movimento palestinese di Yasser Arafat, causando la morte di otto persone, di cui sei membri di Fatah.
Il mito dell’Esercito Libero Siriano (ELS)
Bisogna riconoscerlo: i cacciatori di dittatori che popolano le redazioni delle grandi testate giornalistiche sono diventati abilissimi nell’arte del camuffamento, quando si tratta di presentare i «resistenti» che servono gli interessi del loro campo. Nei panni di veri chirurghi estetici, trasformano l’Esercito Libero Siriano (ELS) in un movimento di resistenza democratica di bravi e simpatici militanti, composto da disertori umanitari disgustati dalle atrocità commesse dall’esercito regolare siriano. Non c’è dubbio alcuno che l’esercito del regime baathista non va tanto per il sottile, e commette imperdonabili abusi contro i civili, che costoro siano terroristi, manifestanti pacifisti o semplici cittadini presi fra due fuochi. A questo riguardo, gli importanti mezzi di comunicazione ci bombardano fino alla nausea dei crimini imputabili alle truppe siriane, qualche volta a ragione, ma più spesso a torto. Perché, in termini di crudeltà, l’ELS non si comporta veramente meglio. Solo qualche raro giornalista, come l’olandese Jan Eikelboom, osa mostrare il rovescio della medaglia, quello di un ELS sadico e ignominioso.
Anche la corrispondente a Beirut di Spiegel, Ulrike Putz, scalfisce la reputazione dell’ELS. In un’intervista pubblicata sul sito web del settimanale tedesco, Ulrike Putz ha evidenziato l’esistenza di una «brigata di becchini» incaricati dell’esecuzione dei nemici della loro sinistra rivoluzione a Baba Amr, il quartiere di Homs, insorto e poi ripreso dall’esercito siriano.(5) Un massacratore intervistato da Der Spiegel attribuisce alla sua brigata di beccamorti da 200 a 250 esecuzioni, quasi il 3% del bilancio complessivo delle vittime della guerra civile siriana dello scorso anno. Per quanto riguarda le agenzie umanitarie, è stato necessario attendere la data fatidica del 20 marzo 2012 perché un’eminente Organizzazione Non Governativa, vale a dire Human Rights Watch, la cui denominazione tradotta significa esattamente «Sentinella dei Diritti Umani», finalmente riconoscesse le torture, le esecuzioni e le mutilazioni commesse dai gruppi armati che si oppongono al regime siriano. Dopo 11 mesi di terrorismo degli insorti … Alla buon’ora dell’infallibile «sentinella»! «Sah Al Naum», come si dice in arabo a qualcuno che si risveglia. Passiamo ad altre informazioni, che vanno ad intaccare ancor di più la reputazione di questo Esercito libero siriano e dei suoi sostenitori atlantisti.
Secondo fonti militari e diplomatiche, l’ELS, questo esercito di cosiddetti «disertori», sarebbe carente di effettivi militari. Per ovviare a questa carenza di combattenti, l’ELS arruolerebbe dei salafiti, senza andare tanto per il sottile. Questo è il caso del battaglione dell’ELS «Al Farouq», che si è reso celebre per i suoi rapimenti di ingegneri civili e di pellegrini iraniani, per i suoi metodi di tortura e per le sue esecuzioni sommarie. La difficoltà di reclutare soldati di leva provenienti dall’esercito regolare è dopo tutto abbastanza logica, dato che un disertore è per definizione un uomo che abbandona il combattimento. Disertare significa abbandonare la guerra. Nel caso siriano, numerosi disertori abbandonano il paese e si costituiscono come rifugiati. La propaganda di guerra occidentale afferma che se costoro abbandonano l’esercito o non rispondono alla chiamata alle armi, questo avviene perché si rifiutano di uccidere manifestanti pacifici. In realtà, queste giovani reclute temono tanto di ammazzare quanto di venire ammazzate. Essi devono affrontare un nemico invisibile, rotto alle tecniche della guerriglia, che spara alla cieca indifferentemente contro i favorevoli o i contrari al regime, e che non esita a liquidare i suoi prigionieri secondo un sordido rituale di decapitazioni e smembramenti.
Il terrore che ispirano questi gruppi armati dissuade legittimamente numerosi giovani dal rischiare la loro vita circolando in uniforme. Ecco che allora fanno la scelta di abbandonare l’esercito regolare e il paese.Per esempio, i disertori Curdi siriani si rifugiano nella regione autonoma del Kurdistan iracheno. Soprattutto a Erbil, in un quartiere popolato da Curdi siriani, che per questo è stato soprannominato «la piccola Qamishli». [Qamishli è una città della Siria, a maggioranza curda e assira, N.d.T.] Altri raggiungono i campi di rifugiati in Iraq, Libano, Turchia o Giordania. Il termine «disertore», che serve a designare i militari che hanno fatto diserzione per raggiungere il campo avverso e sparare contro i loro vecchi camerati, risulta dunque inappropriato in questo caso. Sarebbe più corretto definire «transfughi» questi rifugiati. Ecco un’analisi di Maghreb Intelligence, un’agenzia che non può essere sospettata di collusione con il regime di Damasco, e che sostiene la tesi della smobilitazione dei giovani di leva, della debolezza dell’ELS e della presenza di salafiti armati presenti negli scontri:
«Secondo un rapporto proveniente da una ambasciata europea a Damasco e corroborato da inchieste condotte da centri ricerca francesi alla frontiera turca, l’Esercito Libero Siriano – ELS – nel suo complesso non conterebbe più di 3000 combattenti. Costoro sono per la maggior parte armati di fucili da caccia, diKalachnikov e di mortai di fabbricazione cinese provenienti dall’Iraq e dal Libano. Secondo questo documento, l’ELS non è stata in grado di arruolare la maggioranza dei ventimila militari che avrebbero disertato dall’esercito di Bachar Al Assad. D’altro canto, l’ELS è particolarmente presente nei campi di rifugiati insediatisi sul territorio della Turchia. A Hama, Deraa e Idlib, sono soprattutto gruppi armati salafiti che si contrappongono all’esercito siriano. Questi salafiti, particolarmente violenti e determinati, provengono per la maggior parte dai movimenti sunniti radicali attivi in Libano.»(6)
Oltre ad essere spietato, infiltrato da gruppi settari e in carenza di effettivi, l’Esercito Libero Siriano è disorganizzato. Non presenta una direzione centrale ed unificata.(7) Numerose indicazioni, tra cui importanti sequestri di armi condotti presso diversi posti di frontiera del paese, dimostrano che l’ELS riceve armi dall’estero e questo, sin dall’inizio della rivolta, veniva smentito dall’ELS, prima di arrivare a chiedere apertamente un intervento militare straniero sotto forma di bombardamenti, di supporto logistico, o la creazione di zone cuscinetto. Allo scoppio dell’insurrezione, il gruppo dissidente armato, ovviamente, non voleva fornire l’immagine di una quinta colonna che agisce per conto di forze straniere, nemmeno compromettere i suoi generosi mecenati, che comunque si possono indovinare. Ci si dovrà ricordare che nel documentario di propaganda anti-Bashar realizzato da Sofia Amara, dal titolo «Siria: Permesso di uccidere», e diffuso dalla catena televisiva franco-tedesca Arte nell’ottobre 2011, un soldato dell’ELS stava per rivelare i suoi rifornitori stranieri, quando un suo superiore gli intimava di tacere.
Il fronte giordano
La fedeltà della monarchia hashemita a Washington e a Tel Aviv è ormai un luogo comune.Per soddisfare i suoi alleati, la Giordania è stata anche il primo regime arabo ad invitare Bashar el-Assad ad abbandonare il potere.Il 22 febbraio 2012, il corrispondente de Le Figaro, Georges Malbrunot, rivelava che la Giordania aveva acquistato dalla Germania quattro batterie anti-missili Patriot usamericani «per proteggere Israele contro possibili attacchi aerei condotti dalla Siria.»(8) Questi missili sarebbero stati installati ad Irbid, non lontano dal confine siriano. Già nel 1981, questa Monarchia, sicura alleata degli Stati Uniti, aveva consentito all’aviazione da guerra di Israele di violare il suo spazio aereo per andare a bombardare il reattore nucleare iracheno di Osirak.
In politica interna, la Giordania non mostra un atteggiamento più progressista. Anzi, per decenni, Amman ha incoraggiato i Fratelli musulmani secondo un calcolo politico motivato dal desiderio di sradicare il nemico principale, vale a dire l’opposizione laica di sinistra (comunista, baathista e nasseriana). Secondo M.Abdel Latif Arabiyat, ex ministro ed ex portavoce del Parlamento giordano:«I Fratelli musulmani non rappresentano un’organizzazione rivoluzionaria, ma esaltano la stabilità. Con l’ascesa al potere dei partiti nazionalisti e di sinistra, noi abbiamo stipulato un’alleanza informale con le autorità»(9). Nel 1970, i Fratelli musulmani si sono schierati con la Monarchia quando il re Hussein ordinava l’annientamento dei Fédayins palestinesi. La Fratellanza musulmana non ha detto una parola di fronte al massacro del «Settembre Nero», in cui furono massacrati circa 20 mila Palestinesi. Da questa strategia di manipolazione dei Fratelli musulmani in Giordania, in ultima analisi, sono costoro a risultare i vincitori, visto che attualmente costituiscono il principale movimento di opposizione nel paese. Per il Regno hashemita, i Fratelli musulmani rappresentavano un male minore rispetto sia alla sinistra, ma anche in relazione ai movimenti jihadisti. Questo matrimonio di interesse non è durato per tanto tempo. E alla fine, la Monarchia si è vista costretta a reprimere un movimento diventato troppo potente. Nel frattempo, la Giordania ha subito diversi attentati terroristici. Nel 2005, sono alcuni alberghi della capitale Amman ad essere presi di mira da gruppi salafiti. Abou Moussab Al Zarqawi, l’ex capo di Al Qaïda in Iraq, lui stesso è originario di Zarqa, una città giordana situata a nord-est di Amman.
La rivolta contro il regime siriano è scoppiata a Deraa, una città del sud della Siria vicina al confine con la Giordania, ed ha risvegliato gli appetiti di conquista delle fazioni jihadiste di base in Giordania, che si erano ben moderate in seguito alle numerose perdite subite all’interno dei ranghi di Al Qaïda. Fra le altre, troviamo la Brigata Tawhid, una piccola formazione armata jihadista formata da parecchie decine di combattenti, in precedenza attivi all’interno di Fatah Al-Islam, che si infiltrano in Siria per attaccare l’esercito governativo. (10) Il portale giordano di informazioni liberal Al Bawaba rivela che la città di confine di Ramtha accoglie mercenari libici pagati dall’Arabia Saudita e dal Qatar. D’altronde, essendo situato tra la Siria e l’Arabia Saudita, il Regno hashemita costituisce un passaggio obbligato per tutti gli jihadisti, gli istruttori e i convogli militari inviati da Riyad.
Il fronte saudita
Sull’esempio del Regno hashemita, la lealtà della dinastia Saud allo Zio Sam non è un segreto per nessuno, e questo dal momento del Patto di Quincy firmato sull’incrociatore americano (il Quincy, da cui il nome del Patto) tra Roosevelt e Saud Bin Abdulaziz nel febbraio del 1945. Questo accordo avrebbe permesso agli Stati Uniti di garantirsi un approvvigionamento energetico senza ostacoli in cambio della protezione del suo vassallo nell’affrontare i loro comuni avversari nella regione, in modo particolare il nazionalismo arabo e l’Iran, di cui alcuni territori erano passati sotto l’influenza sovietica.Allo scoppio della crisi siriana, gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita stavano festeggiando le loro «nozze di gelsomino» per i loro 66 anni di vita insieme, sigillando il più grande contratto di armamenti nella storia: 90 miliardi di dollari, che prevedono la modernizzazione della marina e dell’aviazione da guerra saudite. Come si può immaginare, lo Stato wahhabita non poteva restava immobile di fronte agli eventi che stanno scuotendo la Siria, un paese faro del nazionalismo arabo ed inoltre amico dell’Iran, nemico giurato dei Sauditi.
Riyad alimenta il terrorismo anti-siriano attraverso diverse modalità: diplomatiche, economiche, religiose, logistiche e, ben s’intende, militari. La Casa di Saud ha sponsorizzato gli jihadisti attivi in Siria, incoraggiandoli attraverso i suoi strumenti di propaganda, e accreditandoli a mettere il paese a ferro e fuoco. Ad esempio, dopo aver autorizzato la jihad in Libia, e aver invocato l’eliminazione di Mouammar Gheddhafi, lo sceicco Saleh Al Luhaydan, una delle più prestigiose autorità giuridiche e fatalmente religiose del paese, si è dichiarato favorevole allo sterminio di un terzo dei Siriani per salvarne gli altri due terzi. Sulla emittente televisiva saudita Al-Arabiya TV, il predicatore Aidh Al-Qarni ha dichiarato che «Ammazzare Bashar è più importante dell’ ammazzare Israeliani!»(11) È sempre da Riyadh, e attraverso la catena relevisiva Wessal TV, che Adnan Al Arour ha lanciato un appello per fare a pezzi gli Alawiti e dare la loro carne ai cani.
Le recenti dichiarazioni cristianofobe dello sceicco Abdul Aziz bin Abdullah, riportate da Arabian Business, sicuramente non giungono a rassicurare i Cristiani di Siria: sulla base di un hadith (narrazione secondo la tradizione orale) che riporta la dichiarazione del profeta Maometto sul letto di morte, «non dovranno esserci due religioni nella penisola arabica», lo sceicco saudita Abdullah, la massima autorità wahhabita al mondo, ne deduce che è necessario distruggere «tutte le chiese presenti nella regione». I Cristiani di Siria, prede dell’odio religioso, trovano in questa affermazione un motivo in più per sostenere Bashar al-Assad.
Molti sono i cittadini siriani ostili al regime di Bashar Assad, che tuttavia si preoccupano del padrinato del loro movimento democratico da parte di una teocrazia, che ancora decapita le donne accusate di stregoneria, che tortura i suoi oppositori politici nelle prigioni, e che non riconosce né un Parlamento né elezioni. Sotto il sole di Riyadh esiste anche Bandar, che non ha bisogno di presentazioni. Il suo ruolo torbido negli attentati di Londra, nel finanziamento di gruppi armati salafiti rivendicato dall’interessato, le sue collusioni con il Mossad, il suo odio verso Hezbollah, verso la Siria e l’Iran fanno del principe saudita Bandar bin Sultan, segretario generale del Consiglio Nazionale per la Sicurezza, un elemento fondamentale del piano per distruggere la Siria laica, multiconfessionale, sovrana e non sottomessa. Non vi è quindi alcun motivo reale per essere sorpresi quando la dittatura saudita si è impegnata ad aiutare il suo vicino e rivale Qatar nel pagare gli stipendi ai mercenari anti-Siriani, in occasione della riunione degli “Amici della Siria” ad Istanbul.
Il fronte del Qatar
Il Qatar è soprattutto una gigantesca base militare degli Stati Uniti, la più grande esistente all’esterno degli Stati Uniti. Ed inoltre, per inciso, è il regno di un piccolo emiro mediocre, falso e avido. Nel suo regno, non c’è Parlamento, nessuna Costituzione, nessun partito, tanto meno le elezioni. Nel 1995, ha organizzato un colpo di Stato contro il suo stesso padre.Appena arrivata al potere, la petromonarchia golpista si lancia in un vasto programma di partenariato economico con Israele, preconizzando in modo speciale la commercializzazione del gas del Qatar verso lo Stato sionista. Nel 2003, l’emiro del Qatar autorizza l’amministrazione Bush a servirsi del suo territorio per scatenare l’aggressione contro l’Iraq. Con il resto della sua famiglia, controlla tutta la vita economica, politica, militare e culturale del paese. La celebre catena televisiva Al Jazeera è il suo giocattolo personale. In poco tempo, ne ha fatto una potente arma di propaganda anti-siriana. Grazie alle notizie false, tendenziose e risibili di Al Jazeera, la CIA e il Mossad possono dedicarsi alle loro vacanze!
Il nome di Sua Maestà: Hamad Ben Khalifa al Thani. La «Primavera araba»? Ne è il principale procacciatore di fondi. Per lui, tutto si compra: lo sport, l’arte, la cultura, la stampa, e perfino la fede. Quindi, potete immaginare, una rivoluzione…! L’anno scorso, l’emiro Hamad ha inviato 5.000 commandos per sostenere la ribellione jihadista contro la Libia, Stato sovrano. Ora, il suo nuovo gioco del casinò è la Siria, e i ribelli di questo paese, gettoni da puntare. Quando questi ultimi hanno subito una battuta d’arresto da parte dell’esercito arabo siriano, l’emiro ha gridato al genocidio. Hamad e la sua cricca, è l’ospedale che si fa beffe della carità. E parlando della carità, egli ha appena assunto un notorio predatore della pace e della democrazia, lo sceicco Al Qardawi, tanto per islamizzare il messaggio dell’emittente televisiva. Ma, malgrado i suoi dollari e le sue campagne di mobilitazione contro la Siria, Al Jazeera è un esercito in rotta. Le colate di disinformazione che si riversano a proposito della Siria dagli studi della catena televisiva hanno determinato le dimissioni dei suoi personaggi più in vista.
Da Wadah Khanfar a Ghassan Ben Jeddo, da Louna Chebel a Eman Ayad, Al Jazeera ha dovuto subire importanti defezioni, che passano inosservate nella stampa occidentale. Nel marzo 2012, anche Ali Hachem e due suoi colleghi hanno abbandonato il bastimento della pirateria informativa del Qatar. Alcune e-mail di Ali Hashem trapelate hanno riguardato misure di censura assunte da Al Jazeera rispetto ad immagini di combattenti contro Bashar, che si infiltravano in Siria dal Libano, in data aprile 2011. Dunque, queste immagini fanno risalire la presenza di un’opposizione armata di natura terroristica agli inizi della cosiddetta «Primavera siriana». La loro pubblicazione avrebbe ridotto a brandelli l’impostura secondo la quale il movimento anti-Bashar non si sarebbe radicalizzato che alla fine dell’anno 2011, una tesi fatta propria da tutte le cancellerie occidentali.Malgrado questi scandali a ripetizione, i «nostri» media continuano a considerare Al Jazeera come una fonte affidabile, e il suo padrone, l’emiro Hamad, come un apostolo della democrazia siriana.
Il fronte iracheno
L’invasione dell’Iraq da parte delle truppe anglo-americane nel marzo 2003 ha svolto un ruolo cruciale nell’aumentare il numero dei jihadisti siriani. I posti di confine come Bou Kamal sono diventati punti di transito per i jihadisti siriani che vanno a combattere contro le forze di occupazione in Iraq. Numerosi sono stati i Siriani che sono accorsi ad ingrossare i ranghi dei battaglioni di Abu Musab al-Zarqawi. Dall’estate del 2011, il processo si è visibilmente invertito dato che ormai sono i miliziani iracheni sunniti ad attraversare la frontiera per andare a combattere contro le truppe siriane.
Al Qaeda
Il ramo iracheno di Al Qaeda denominato «Tanzim al-Jihad fi Bilad Qaidat al-Rafidayn» (Organizzazione della base della Jihad nella Terra dei Due Fiumi) conta molti reclutati provenienti dalla Siria. Si dice che il 13% dei volontari arabi presenti in Iraq erano Siriani.(12) Il terrore da loro scatenato era pari alla loro reputazione. Al Qaeda ha causato tali danni nell’ambito della resistenza sunnita irachena che i resistenti iracheni hanno dovuto rassegnarsi ad aprire un fronte anti-Al Qaeda. Nel 2006, vedeva la luce ad Anbar un Consiglio di emergenza che includeva la maggior parte dei clan e delle tribù della provincia ribelle. Il suo obiettivo era di fare pulizia dei terroristi di Al Qaida presenti nella provincia.(13) A Falloujah e a Qaim, i capi tribali, che inizialmente avevano aperto le braccia alla banda di Zarqawi, sono arrivati al punto da rovesciarle contro le armi. Per aver dichiarato guerra ad Al Qaeda, hanno ricevuto anche il sostegno da parte del governo iracheno.
Il terrore cieco di Al Qaeda ha fortemente neutralizzato la resistenza patriottica irachena. Tutti questi veterani della guerra contro gli Statunitensi, ma anche contro l’Iran, gli sciiti e i patrioti sunniti iracheni hanno trovato una nuova ancora nella guerra contro il regime di Damasco. Dal dicembre 2011 al marzo 2012, le città di Damasco, Aleppo e Deraa sono state bersaglio di numerosi attacchi suicidi o con autobombe, che hanno lasciato sul terreno decine di morti e feriti. Questi attentati sono stati rivendicati da Al Qaeda, o attribuiti all’organizzazione takfirista da parte delle autorità siriane e dagli esperti internazionali in questioni dell’anti-terrorismo, che confermano l’infiltrazione di terroristi provenienti dall’Iraq. [Al Qaeda, come organizzazione takfirista, accusa tutti gli islamici che non la appoggiano di essere apostati punibili con la morte, N.d.T.]
Jabhat Al-Nusra Li-Ahl al-Sham (Fronte di soccorso della popolazione del Levante)
Il 24 gennaio scorso, questa formazione ha annunciato la sua comparsa in vari forum islamici. Ma questa denominazione sembra essere una riduzione del titolo per esteso «Jabhat Al Nusra li Ahl Al Sham min Mujahideen al Sham fi Sahat al Jihad», ossia «Fronte di soccorso della popolazione del Levante dei Moudjahidines di Siria nei luoghi della Jihad». Secondo gli esperti del terrorismo, l’espressione «luoghi della Jihad» suggerisce che i membri di questo gruppo conducono la loro guerra santa su altri fronti come l’Iraq. Questo è anche ciò che viene rivelato dal leader del gruppo, Abu Mohammed al Julani, in un video pubblicato nella metà del mese di marzo. Al Julani significa Golanese, di provenienza dalle alture del Golan, con riferimento esplicito siriano. Come tutti i gruppi terroristici, Jabhat Al Nusra dispone di un organo di stampa: Al Manara al Bayda, il faro bianco.(14) Jabhat Al Nusra riceve l’appoggio di un prestigioso cyber-salafita, denominato Abou Moundhir al Shanqiti. Quest’ultimo ha emesso una fatwa, lanciando un appello a tutti i Musulmani a schierarsi nel campo di coloro che sollevano la bandiera della sharia in Siria.
Il fronte turco
In Turchia, paese membro della NATO da 60 anni, che presto ospiterà le strutture per lo scudo antimissilistico, è l’Esercito Libero Siriano  che detiene il primato ed esercita il sopravvento. Il suo presunto leader, Riyadh Al Assaad, è ospitato nella provincia turca di Hatay, in precedenza siriana, e beneficia della diretta protezione del ministero degli affari esteri. Come tutti sanno, la Turchia è uno dei più acerrimi nemici del regime di Damasco. Temendo di «passare per imperialiste», le forze della NATO incitano Ankara a guadare il Rubicone, meglio dire l’Oronte nella circostanza, per muovere guerra contro la Siria. Numerose sono le fonti che danno conto di un asse Tripoli-Ankara nella guerra contro Damasco. Un trafficante d’armi libico sottolinea l’acquisto di attrezzature militari leggere da parte di Siriani a Misurata (15).
L’ex-ufficiale della CIA e direttore del Consiglio per l’interesse Nazionale degli Stati Uniti Philip Giraldi parla senza mezzi termini di un trasporto aereo di armi dall’arsenale del vecchio esercito libico verso la Siria, via la base militare usamericana di Incirlik situata nel sud della Turchia a meno di 180 km dalla frontiera con la Siria. Egli afferma che la NATO è già clandestinamente impegnata nel conflitto contro la Siria sotto la direzione della Turchia. Giraldi conferma inoltre le informazioni pubblicate lo scorso novembre dal Canard enchaîné, vale a dire che forze speciali francesi e britanniche assistono i ribelli siriani, mentre la CIA e forze speciali statunitensi forniscono loro dispositivi di comunicazione e spionaggio. Un altro agente della CIA, Robert Baer, nelle sue memorie(16) che hanno inspirato il film Syriana di Stephen Gaghan, con George Clooney come protagonista principale, ha dichiarato nell’estate 2011 che armi vengono inviate ai ribelli siriani dalla Turchia.(17)
Sibel Edmonds, l’interprete dell’FBI censurata per aver denunciato abusi commessi da parte dei servizi dello spionaggio degli Stati Uniti, puntualizza che la fornitura di armi ai ribelli siriani viene assicurata dagli Stati Uniti fin dal maggio 2011. Inoltre, gli Stati Uniti avrebbero installato in Turchia una «sezione per la comunicazione», il cui incarico è quello di convincere i soldati dell’esercito siriano a raggiungere le formazioni ribelli.(18) Il coinvolgimento di mercenari libici non sarebbe unicamente di natura logistica. Secondo molti testimoni oculari, fra cui un giornalista del quotidiano spagnoloABC, jihadisti libici e membri del Gruppo Islamico Combattenti Libici (GICL) sono concentrati alle frontiere siro-turche.(19)
Nella regione di Antiochia in Turchia, prevalentemente di lingua araba, che confina con la Siria, la popolazione locale si imbatte in un numero insolitamente elevato di Libici. Occupando gli alberghi più lussuosi della regione, costoro non passano inosservati. Alcuni di questi Libici sono autori di molteplici atti di vandalismo in certe zone turistiche, come ad Antalya. Miliziani libici che stazionano in Turchia hanno più di una volta attaccato e occupato la loro ambasciata ad Istanbul reclamando la loro paga.A questo strano panorama viene ad aggiungersi l’arresto di un Libico di 33 anni all’aeroporto di Istanbul in possesso di 2,5 milioni di dollari. Il primo di aprile, questo Libico faceva scalo ad Istanbul. La sua destinazione finale: la Giordania, un paese dove viene segnalato un numero significativo di Libici mercenari ammassati sul confine siriano. Bene, bene… (20)
E gli Stati Uniti in tutto questo?
Tenuto conto delle affermazioni di alcuni agenti della CIA concernenti il coinvolgimento degli USA nella destabilizzazione della Siria, è ragionevole credere che l’amministrazione Obama sarebbe indifferente, o meglio compiacente, rispetto alla destabilizzazione di un paese che figura ancora nella lista degli «Stati canaglia», dato il suo appoggio alla resistenza palestinese e alla sua alleanza strategica con gli Hezbollah e l’Iran? A questo titolo, la Siria è citata tra i sette paesi contro i quali «l’uso dell’arma nucleare è possibile». A coloro che credono nell’inazione delle forze occidentali in Siria e alla loro buona fede nella loro difesa dei civili siriani, conviene far ricordare che già un anno fa la NATO, l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico sotto comando statunitense, giurava su tutti i santi di volere agire sotto la «responsabilità di proteggere» il popolo della Libia, e prometteva di attenersi alla Risoluzione1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, al fine di «impedire al dittatore Gheddafi di bombardare la sua popolazione», e che, immediatamente, la protezione dei cittadini libici si è trasformata in impegno militare in una guerra civile, in un colpo di stato, in attentati mirati e in bombardamenti alla cieca.
Ci si ricorderà anche che dopo aver annientato la città libica di Sirte, dove il leader libico si era trincerato, le forze della NATO lo hanno consegnato a bande di criminali che lo hanno torturato a morte. Questo sordido linciaggio è stato facilitato dagli Stati Uniti e dalla NATO, visto che in precedenza avevano dato la caccia e bombardato il suo convoglio. Tuttavia, Andres Fogg Rasmussen e i suoi compari, che hanno espresso soddisfazione per la morte di Gheddafi, avrebbero ripetuto per mesi che il leader libico non era il loro obiettivo. La cinica strategia degli USA e della NATO in Libia, che consisteva nel «non dire quello che si fa e non fare quello che si dice» è manifestamente quella che è stata scelta per la Siria. Effettivamente, e in via ufficiale, la NATO non ha l’intenzione di intervenire in questo paese. Rasmussen ha anche fatto presente che la sua organizzazione non armerà i ribelli.
Tuttavia, alcune e-mail da parte di una agenzia privata statunitense di spionaggio, la Stratfor Intelligence Agency, diffuse da Wikileaks il 27 febbraio scorso, indicano la presenza di forze speciali occidentali in Siria. Il verbale di una riunione, datato 6 dicembre 2011, sottintende che forze speciali sarebbero state presenti sul terreno alla fine del 2011. A questo proposito, una e-mail del direttore di analisi della Stratfor, Reva Bhalla, è inequivocabile.(21) Si parla di un incontro fra «quattro giovanotti, grado tenente colonnello, tra cui un rappresentante francese e uno britannico». Durante un colloquio della durata di quasi due ore, avrebbero accennato al fatto che squadre di Forze speciali erano già sul terreno, impegnate in missioni di ricognizione e nell’addestramento delle formazione delle forze di opposizione.
Gli strateghi occidentali riuniti negli Stati Uniti sembrano rifiutare l’ipotesi di un’operazione aerea sul modello Libia, e preferirebbero l’opzione di una guerra di logoramento attraverso attacchi di guerriglia e campagne di assassinio, in modo da «provocare un crollo del regime dall’interno». Avrebbero giudicato la situazione siriana molto più complessa di quella della Libia, e il sistema di difesa siriano molto più efficace, soprattutto per i suoi missili terra-aria SA-17 dislocati attorno a Damasco e lungo i confini con Israele e la Turchia. In caso di attacco aereo, l’operazione dovrebbe essere condotta dalle basi della NATO a Cipro. Queste le conclusioni dell’agenzia Stratfor. Se, finora, gli Stati Uniti non hanno mandato i loro bombardieri su Damasco, questo non è perché la conservazione del regime siriano gli conviene, ma perché questo regime non è un boccone facile. Comunque, fornendo il loro supporto ai gruppi armati, gli Stati Uniti si rendono nondimeno complici dei massacri in Siria. La NATO e gli Stati Uniti arrivano quindi a completare il simpatico quadretto familiare del terrorismo anti-siriano, a fianco delle monarchie del Golfo, dei mercenari libici, dei propagandisti salafiti e di Al Qaeda.
Conclusioni
Il terrorismo anti-siriano è una realtà che salta subito agli occhi, in senso proprio come in senso figurato. Il suo esordio arriva ben prima della primavera araba. Durante gli anni ‘70 e ‘80, i Fratelli musulmani siriani ne sono stati i principali attori. Dopo aver messo il paese a ferro e fuoco, furono schiacciati dall’esercito siriano, soprattutto ad Hama nel 1982. Il regime baathista puntava sui mezzi militari per sradicare questo flagello, ma come spesso accade, la repressione ha avuto al contrario l’effetto di prorogare o addirittura amplificare la minaccia. Con il ritiro siriano dal Libano nel 2005, i movimenti jihadisti si sono stabiliti e rafforzati nella regione libanese di Tripoli, quindi nei campi palestinesi del paese dei Cedri. Hanno ritrovato una nuova giovinezza e l’opportunità di prendersi la loro rivincita sul regime baathista, lanciando attacchi in territorio siriano. Poi hanno conosciuto una terza rinascita con la primavera siriana del marzo 2011.
Composti da tutte le nazionalità che popolano la regione, i movimenti jihadisti anti-siriani ostentano un radicale anti-nazionalismo, che non riconosce alcun limite territoriale. Quindi, non possono essere associati in senso stretto ad un solo paese della regione. Nelle loro fila si trovano Sauditi, Maghrebini, Giordani, Libici, ma perfino tanti Palestinesi ultraconservatori, che respingono l’idea di una lotta di liberazione nazionale in Palestina, mentre sono favorevoli ad una strategia di guerra di religione «contro gli Ebrei e i Crociati».
Questi gruppi politico-militari hanno causato danni significativi a molti movimenti di liberazione e a tutti i governi nazionalisti arabi. Ad esempio, in Iraq, i miliziani di Al Qaeda hanno ferocemente combattuto la resistenza sunnita che, comunque, combatteva contro le truppe usamericane. Attualmente, i governi libanesi e iracheni, alleati oggettivi del regime siriano e vittime di questi stessi gruppi armati, cercano di bloccare il passaggio di jihadisti verso la Siria. Ma la conoscenza del terreno da parte di questi ultimi, che dispongono di un appoggio logistico sofisticato da parte della NATO e dei suoi alleati del Golfo, rende le loro frontiere permeabili. Per esempio, alcune tribù sunnite transfrontaliere, che sono contro gli sciiti ed oggi ostili al regime di Damasco per motivi essenzialmente settari, trasportano armi, equipaggiamenti e combattenti dalla provincia irachena di Anbar verso il distretto siriano di Deir Ez-Zor.
Dunque, la NATO è del tutto coinvolta militarmente in Siria attraverso i suoi alleati arabi, ma anche, e soprattutto, tramite la Turchia che, secondo le dichiarazioni specifiche del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, è un attore di primo piano nella realizzazione del progetto statunitense del Grande Medio Oriente, un piano che mira ad abbattere le ultime sacche di resistenza anti Stati Uniti della regione. Evitare di raffrontare le scene di distruzione, di massacri e di desolazione che ci pervengono dalla Siria con quelle della guerra civile in Algeria degli anni ’90, diviene sempre più difficile. Tanto più che la Siria e l’Algeria, paesi faro del nazionalismo arabo, hanno entrambe governi politico-militari originati da una guerra di liberazione contro la Francia coloniale, ed entrambe si devono confrontare con un terrorismo della stessa natura. Gli jihadisti algerini erano veterani dell’Afghanistan che avevano combattuto contro le truppe sovietiche, come gli jihadisti oggi attivi in Siria hanno combattuto sui fronti iracheno, afghano o libico. Nell’Algeria degli anni’90, come nella Siria del 2012, i gruppi terroristici procedono ad una pulizia etnica, ideologica e metodicamente confessionale. Tuttavia, rimane una grande differenza tra i due paesi: pur costituendo una minaccia, il terrorismo algerino, malgrado tutto, è stato neutralizzato grazie a metodi politici basati sul dialogo e sulla riconciliazione. Uno degli architetti della pace in Algeria è stato Ahmed Ben Bella, eroe rivoluzionario e primo presidente dell’Algeria indipendente. Ben Bella ci ha lasciato l’11 aprile scorso. Osiamo sperare che la Siria possa trovare il suo Ahmed Ben Bella.
Traduzione di Curzio Bettio
Note
(1) Con un avvertimento: il presidente della Repubblica deve essere obbligatoriamente musulmano. Questo articolo della Costituzione è stato mantenuto nonostante la nuova riforma, per evitare di alienarsi la maggioranza musulmana del paese.
(2) A proposito delle menzogne sull’appartenenza religiosa dello sceicco Hassoune, vedere Envoyé Spécial, 19 gennaio 2012. A proposito di Ali Mamlouk, consultare Le Figaro, 31 luglio 2011.
(3) Sunday Telegraph, 29 ottobre 2011
(4) vedereU.S. Department of State, Foreign Terrorist Organizations,27 gennaio 2012
(5) Ulrike Putz,The Burial Brigade of HomsinDer Spiegel, 29 marzo 2012
(6) Maghreb Intelligence, 17 febbraio 2012
(7) Nir Rosen,Al Jazeera online, 13 febbraio 2012
(8) Georges Malbrunot,Le Figaro, 22 febbraio 2011
(9) Vicken Cheterian, Le Monde diplomatique, maggio 2010
(10) David Enders,McClatchy Newspapers, 1 aprile 2012
(11) Sabq(giornale saudita on line), 26 febbraio 2012
(12) The Jamestown Foundation, Terrorism Monitor, 2 dicembre 2005
(13) Peter Beaumont,The Guardian, 3 ottobre 2006
(14) Ayfer Erkul,De Morgen, 20 marzo 2012
(15) Ruth Sherlock,The Telegraph, 25 novembre 2011
(16) Robert Baer,La chute de la CIA: les mémoires d’un guerrier de l’ombre sur les fronts de l’islamisme(trad. Daniel Roche deSee not evil, Three Rivers Press, New York, 2001) collezione Folio documents, Ed. Gallimard, 2002
(17) Hürriyet, 8 marzo 2012
(18) Intervista di Sibel Edmonds,Russia Today, 16 dicembre 2011
(19) Daniel Iriarte,Islamistas libios se deplazan a Siria para «ayudar» a la revolucion, 17 dicembre 2011
(20) Milliyet, 2 aprile 2012
(21) Russia Today, 6 marzo 2012


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Siria. Le Alture del Golan tra guerra e pace


Finora sono stati taciuti due importanti aspetti della crisi siriana. Parliamo del silenzio di Tel Aviv nei confronti delle rivolte e della questione aperta con il vicino arabo riguardo ai territori occupati del Golan. 

 

di Nino Orto

  

Il governo di Tel Aviv appare fortemente indeciso su come procedere rispetto alle rivolte che hanno investito la vicina Siria e, con la situazione che si evolve velocemente, continua a mantenere un atteggiamento di attenta 'indifferenza'.

"Se il regime degli Assad dovesse cadere, la minaccia più grande per Israele diventerebbe il confine settentrionale: una terra di nessuno dove gruppi come al Qaeda potrebbero operare in relativa tranquillità", scriveva l'Afp qualche settimana fa, citando un alto funzionario militare israeliano.

Queste paure, mai nascoste dall’establishment di Tel Aviv, sono state nell’ultimo anno la bussola della politica del paese nei confronti della Siria, permettendogli di mantenere una posizione di secondo piano rispetto al braccio di ferro internazionale attualmente in corso su Damasco.

Gli interessi di Israele nell'attuale conflitto siriano si concentrano in gran parte su due obiettivi: le relazioni degli Assad con l'Iran e gli Hezbollah, ed il Golan.

Nel caso in cui il governo di Bashar venisse spazzato via, si assisterebbe molto probabilmente ad una brusca interruzione nei rapporti tra Siria e Iran, poiché, con l’ascesa di una nuova classe dirigente maggiormente legata a Turchia ed Arabia Saudita, il baricentro della politica internazionale di Damasco cambierebbe drasticamente.

Tuttavia, sono poche le garanzie che l'eventuale futuro esecutivo, molto probabilmente a guida islamica, possa restare indifferente alle alture del Golan, occupate da Tel Aviv con la Guerra dei Sei giorni.

Eppure Israele avrebbe tutto da guadagnare se il regime degli Assad dovesse cadere, perché la prima conseguenza di tale risultato sarebbe quello di indebolire notevolmente la milizia libanese degli Hezbollah spezzando, nello stesso tempo, la cintura sciita che lega Teheran agli sciiti libanesi attraverso la testa di ponte fornita dal regime di Damasco.

Il problema principale di questo scenario è però rappresentato dalla 'gestione' dei rapporti con un eventuale governo dominato dagli islamisti.

Molti in Israele continuano pensare che sia meglio continuare a vivere con una minaccia conosciuta come quella degli Assad, piuttosto che rischiare di avere una 'nuova Siria'. 

Inoltre, lo stesso rapporto dell'Afp, sottolinea le paure dell’establishment militare israeliano che un'eventuale caduta del regime alawita possa significare un trasferimento di armi tecnologicamente avanzate dagli arsenali di Damasco a quelli della milizia di Hassan Nasrallah, stravolgendo ulteriormente gli equilibri di potenza nell’area.

Una questione centrale della difesa del fronte siriano dal punto di vista di Tel Aviv è rappresentata proprio dalla forte preoccupazione per un attacco a sorpresa da parte di forze ostili. 

Secondo il Jerusalem Post, l'esercito siriano possiede circa 1.000 missili balistici, con un range di 300-700 km, che coprono ogni punto all'interno di Israele e che rappresentano una potenziale minaccia sia in caso di utilizzo da parte di Hezbollah che da parte dei nuovi governanti di Damasco. 

Ancora più problematico, dal punto di vista di Israele, è l'arsenale di razzi a disposizione della Siria.

L'Idf (l'Israel Defence Forces) non può contare su una vera e propria difesa dalle migliaia di razzi 220 mm (con una gettata fino a 70 chilometri) e quelli di 302 mm (con una gamma di 90 chilometri), che potrebbero diventare materiale facilmente reperibile nella regione.

L’attuale sistema di difesa anti-missilistica israeliano rimane tuttora in una fase sperimentale, e gli esorbitanti costi di gestione e di armamenti che il sistema Iron Dome richiede hanno scatenato un ampio dibattito all’interno di Israele riguardo la reale efficacia di tale progetto.

La difesa quasi perfetta degli spazi aerei israeliani portata dal nuovo sistema antimissilistico ha chiaramente delineato i punti di forza e di debolezza di tale impostazione: si possono minimizzare le perdite e i danni dei razzi, contribuendo ad agevolare le autorità politiche e militari nei loro compiti, tuttavia non si può assicurare una pace duratura per i civili coinvolti dal pericolo di tali armamenti. 

Tutto questo viene attentamente soppesato dalle autorità di Tel Aviv.

In realtà, in Israele c’è anche chi pensa che un ritiro dalle Alture del Golan potrebbe migliorare notevolmente la situazione tra i due vicini.

In particolare, con la creazione di una zona demilitarizzata priva di forze offensive, insieme a una forte presenza internazionale, e in cui entrambi gli eserciti non possono effettuare alcuna manovra, si creerebbe una buffer zone che garantirebbe un deterrente contro la possibilità di una guerra tra le due nazioni.

A sostegno di questa tesi si ricorda come già il 19 giugno 1967, una settimana dopo la fine dei combattimenti nella Guerra dei Sei Giorni, i ministri israeliani, tra cui Menachem Begin, si mostrarono disposti a rinunciare ai guadagni fatti sul fronte siriano in cambio della pace.

"Israele propone un accordo di pace sulla base della frontiera internazionale e delle esigenze di sicurezza" fu la dichiarazione ufficiale di Tel Aviv. 

Si elencavano poi le seguenti condizioni: la smilitarizzazione delle alture siriane fino ad oggi presidiate dalle forze Idf e l’obbligo di non interferire nel flusso delle acque dalle sorgenti del fiume Giordano verso Israele.

Nonostante i cambiamenti significativi che si sono verificati nella struttura dell'esercito siriano, tra cui le dimensioni e gli armamenti, un accordo di smilitarizzazione delle Alture e la protezione delle fonti idriche di Israele (il Kinneret e le sorgenti del fiume Giordano), potrebbero essere ancora oggi validi argomenti a favore della pace ed elementi sufficienti per garantire la sicurezza di Tel Aviv.

Tuttavia, anche se esiste questo dilemma sulla scelta tra la famiglia degli Assad e i ribelli, Israele avrebbe benefici dalla caduta dell'attuale regime solo a condizione che gli alleati degli Usa, come Turchia e Arabia Saudita, agiscano da freno nei confronti degli islamisti che potrebbero prendere il potere.

Ad oggi, dopo più di un anno di rivolte, le diverse cellule operative dell'opposizione sparse all'interno del paese cercano autonomamente i finanziamenti dall’esterno, con il rischio che le varie fazioni in lotta rispondano agli interessi di chi li foraggia. 

Lo strano mosaico composto dai vari combattenti e dagli attivisti pacifici ha dimostrato una forte tenacia nel resistere ad una repressione durissima, che ha lasciato migliaia di morti e quartieri ridotti in un cumulo di macerie.

Tuttavia, fino ad ora, non è ancora riuscita a fondersi in una forza unitaria o ad identificare un leader nazionale, una chiara ideologia  e degli obiettivi specifici che vadano al di là della destituzione del presidente Assad.

Questa atomizzazione, avvertono molti, potrebbe trasformare il paese in "piccoli emirati" piuttosto che  in un sistema statale nuovo, comportando notevoli problemi alla stabilità dell’area e alla sicurezza di Israele.

Secondo le notizie degli ultimi giorni, la Siria sarebbe diventata campo di battaglia di numerosi mercenari al soldo di Washington, Londra, Doha e Riyadh.

Il Sunday Guardian rivela come Assad starebbe tentando a tutti i costi di catturare vivo qualche combattente straniero per poterlo 'offrire' ai media di tutto il mondo, come prova provata delle interferenze straniere nel paese, confermando indirettamente quello che circola da tempo sui media internazionali.

Oltretutto, secondo l’Onu, ci sarebbero anche molti ragazzini tra le reclute dell’Esercito libero siriano, usati per contrastare l’avanzata dell’artiglieria e dei mezzi corazzati governativi, spiegando così l’altissimo numero di adolescenti uccisi dalle manovre del regime.

La Siria rimane una sorta di 'buco nero' in cui le notizie che trapelano vengono costantemente rilette in base allo schieramento ideologico.

Da un lato i ribelli che si presentano come democratici, inclusivi e nazionalisti, mentre dall’altro c'è un regime che sembra sostenuto da una larga parte della popolazione siriana, convinta che ci siano 'terroristi finanziati da potenze straniere sunnite'.

Negli ultimi 15 mesi, i funzionari israeliani hanno più volte espresso la loro opposizione ad Assad, con mosse diplomatiche tese a far dedurre l'esistenza di armi non convenzionali in Siria. Ma nello stesso tempo le autorità di Tel Aviv non hanno mai rilasciato delle dichiarazioni a sostegno dei ribelli che non fossero vaghe.  

A cambiare la cornice geopolitica, il recente sequestro di armi israeliane da parte delle forze di sicurezza siriane che confermerebbe le speculazioni sul fatto che Tel Aviv stia sostenendo attivamente la violenza nel paese. 

Nello stesso tempo, chi ci dice che non potrebbe trattarsi di una contropartita alle Alture del Golan in caso di una vittoria dei ribelli sul regime?

  

11 luglio 2012



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PsyOp imminente de l’OTAN contre la Syrie


RÉSEAU VOLTAIRE | DAMAS (SYRIE) 

Vendredi 20 juillet 2012, vers 19h, des signaux ont commencé à être envoyés pour caler de nouvelles chaînes sur ArabSat et NileSat. Les signaux imitent ceux des télévisions syriennes dont ils reproduisent à la fois l’habillage et les logos. Pour le moment les programmes présentent des clips patriotiques. 
Selon les spécialistes, les signaux sont envoyés depuis l’Australie, probablement depuis une base de l’US National Security Agency. 
Les signaux authentiques des télévisions syriennes ont été interrompus hier par ArabSat et NileSat. Leurs sites internet ont été attaqués et sont inaccessibles.
 Selon l’agence SANA, citée par Ria-Novosti [1], une entreprise de production de décors de cinéma a construit à Al-Zoubayr (Qatar) des décors reproduisant des villes syriennes. De faux reportages d’actualités y sont tournés en vue d’alimenter les fausses chaînes de télévision qui sont en cours de calage sur ArabSat et NileSat.
 Un vaste périmètre de sécurité a été installé alentour des studios de la télévision nationale syrienne. La place des Omeyyades n’est plus accessible et le trafic a été détourné via le tunnel sous la place. Dans l’après-midi, une explosion a eu lieu dans ce tunnel pour l’obstruer. Les autorités syriennes ont choisi de couper complètement l’axe de circulation plutôt que de prendre le risque de rouvrir la circulation sur la place où se trouve l’entrée principale des studios. 
L’ASL a déjà détruit les studios de la chaîne privée Al-Akbariya, le 27 juin.
 Dans l’après-midi, un présentateur de la télévision syrienne, Mohammed Saeed (photo), a été enlevé à Damas par l’ASL.
Pour en savoir plus : « L’OTAN prépare une vaste opération d’intoxication », par Thierry Meyssan, Komsomolskaïa Pravda/Réseau Voltaire, 10 juin 2012.
[1] « De faux reportages sur la Syrie sont filmés au Qatar », Ria-Novosti, 19 juillet 2012.


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www.resistenze.org - popoli resistenti - siria - 17-07-12 - n. 418

Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Socialismo siriano
 
15/07/12
 
Nel 1954 una coalizione formata dall'allora forte Partito Comunista Siriano (PCS), dall'allora piccolo Partito Baath e dal blocco nazionale giunse al potere.
 
Da febbraio del 1958 al 1961 la Siria si unisce con l'Egitto di Nasser nella Repubblica Araba Unita (R.A.U.), applicando una riforma agraria che segue il modello egiziano. La borghesia conservatrice tornò al potere, ma nel marzo 1963 i baathisti e i nasseriani lo riconquistarono con l'appoggio del PCS, che aveva subito persecuzioni durante il periodo della R.A.U. L'elemento chiave baathista fu la creazione di un comitato militare nel 1959 che unì alti ufficiali militari e che, nel momento opportuno, gli ha consentito di prendere il potere.
 
Il governo applica il piano quinquennale 1965-1970 dando la priorità alle nazionalizzazioni e agli aiuti sovietici. Nel 1964 la Costituzione provvisoria assegna la funzione legislativa al Consiglio del Comando Rivoluzionario. Nel 1965 l'industria tessile è nazionalizzata e riorganizzata in 13 imprese di Stato, inaugurando così il processo di nazionalizzazione.
 
Nel 1966 giunge al potere un gruppo chiamato "neo baathista" con forte inclinazione filo-sovietica, formato dal generale Salah Jadid, il Presidente della Repubblica Nuredin al Attasi e Ibrahim Makhos. Dopo l'espulsione del fondatore Michel Aflak, l'ideologo di riferimento del Baath siriano è Arsuzi Zaki, uno alawita di Alexandrette.
 
Nel Dicembre del 1970 un ramo considerato di "destra" del Baath, guidato dal generale Hafed Al Assad, prende il potere e incarcera il gruppo precedente che creerà in opposizione il Movimento 23 Febbraio (1966), che si richiama al Baath. Non è così di "destra" visto che si apre alla collaborazione dei comunisti e di altre forze di sinistra, mantiene un forte settore pubblico dell'economia, liquida il latifondismo feudale e nel 1980 firma un trattato di cooperazione con l'URSS. Riteniamo che l'imperialismo manipoli la realtà presentando il Baath siriano come espressione di una setta religiosa minoritaria, gli alawiti. I contadini poveri musulmani, le minoranze religiose storicamente emarginate, gli intellettuali, progressisti e i sindacati sono la base storica del potere siriano ancora oggi dove è cresciuta l'influenza della borghesia nazionale. A dirigere il Baath siriano vi sono stati alatiti, come anche sunniti e cristiani.
 
Il 7 Marzo del 1972 il Baath crea il Fronte Nazionale Progressista in alleanza con il PCS, l'Unione Socialista Siriana (USA) di Jamal Atasi e Fawzi al-Kayyali, una scissione del Baath chiamata Movimento Socialista Unitario Arabo di Abd al Ghami Qannut e il Partito Unitario Socialista Democratico di Ahmad As'ad. Il Baath è maggioritario e dominante e la Costituzione del 1973 gli consente di essere l'unica forza politica presente nelle università e nelle forze armate.
 
I sovietici e il campo socialista apportarono un aiuto significativo alla modernizzazione del paese: costruirono il complesso idroelettrico del fiume Eufrate, la diga del fiume Kabir del Nord, la raffineria di Homs, la fabbrica di cementi di Hama, l'industria d'estrazione petrolifera, fabbriche di cotone, di calzature e di concerie ed altre, hanno disteso migliaia di chilometri di ferrovie, come le ferrovie Kamishli-Latakia, Akkari-Tartus, la Hama Maharda e altre ancora. L'Unione dei Contadini (Ittihad al fallahin) controlla la rete di cooperative agricole.
 
Alla caduta del campo socialista la Siria progressista e laica rimane orfana e realizza modeste riforme pro-capitaliste, come la legge 10 del 1991 sugli investimenti. Dal 2000 al 2007 la parte privata nella produzione di PIL industriale passa dal 52, 3% al 60, 5%. Si liberalizzano il settore bancario e assicurativo. La Costituzione del 2012 rimuove l'articolo 13 del 1973 che prevedeva che "l'economia dello Stato è una economia socialista pianificata che cerca la fine dello sfruttamento". Ciò che resta del socialismo in Siria non è poco: i sindacati degli operai e dei contadini intervengono nelle decisioni economiche delle imprese, l'istruzione e l'assistenza sanitaria sono gratuite e buone, i prezzi sono controllati dallo stato, i prodotti di base sono sovvenzionati, regge la pianificazione economica e lo Stato dirige il commercio estero, il governo afferma di voler rafforzare il settore pubblico dell'industria, operano depositi dello Stato. Ci sono 104 industrie statali tra cui la GECI, industria chimica pubblica, l'Organizzazione generale per il cemento e i materiali di costruzione, la compagnia generale di fertilizzanti di Homs legata alla Geci. Il settore pubblico contribuisce per il 30% del PIL e impiega il 42, 5% della forza lavoro.
 
Una vittoria controrivoluzionaria privatizzerebbe questi settori, distruggerebbe i diritti sociali e rafforzerebbe la borghesia locale convertendola in agente commerciale degli imperialisti, che trasformeranno il paese in colonia economica come l'Iraq e la Libia.

 
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Chi combatte in Siria?


Mentre la stampa occidentale presenta l’esercito libero siriano come un’organizzazione armata rivoluzionaria, Thierry Meyssan afferma da più di un anno che si tratta invece di una formazione controrivoluzionaria. Secondo lui, sarebbe passata a poco a poco dalle mani delle monarchie reazionarie del Golfo a quelle della Turchia, che agisce per conto della NATO. Una tale affermazione controcorrente richiede una dimostrazione argomentata...

RETE VOLTAIRE | DAMASCO (SIRIA) 


Da 18 mesi, la Siria è preda di torbidi, che sono aumentati costantemente fino a diventare un ampio conflitto armato che ha già ucciso circa 20.000 persone. Se c’è consenso su questa osservazione, le narrazioni e le interpretazioni su esso variano.
Per gli stati occidentali e la loro stampa, i siriani aspirerebbero a vivere all’occidentale in democrazie di mercato. Seguendo il modello tunisino, egiziano e libico della "primavera araba", si sarebbero sollevati per rovesciare il loro dittatore Bashar al-Assad. Questi avrebbe represso nel sangue le proteste. Mentre gli occidentali avrebbero voluto intervenire per fermare il massacro, i russi e cinesi, per interesse o per disprezzo della vita umana, si sarebbero opposte.
Invece, tutti gli Stati che non sono vassalli degli Stati Uniti e per la loro stampa, gli Stati Uniti hanno lanciato un’operazione contro la Siria che hanno progettato da lungo tempo. In primo luogo, attraverso i loro alleati regionali, e poi direttamente, hanno infiltrato le bande armate che hanno destabilizzato il paese, sul modello dei Contras in Nicaragua. Tuttavia avrebbero trovato un supporto molto scarso all’interno e sono state sconfitte mentre Russia e Cina avrebbero impedito alla NATO di distruggere l’esercito siriano e di rovesciare l’equilibrio regionale.
Chi ha ragione? Chi ha torto?

I gruppi armati in Siria non difendono la democrazia, 
la combattono

In primo luogo, l’interpretazione degli eventi siriani come un episodio della "primavera araba" è un’illusione, perché questa "primavera" non esiste. Si tratta di uno slogan pubblicitario per presentare positivamente fatti diversi. Sebbene ci siano state rivolte popolari in Tunisia, Yemen e Bahrain, non se ne sono avute né in Egitto, né in Libia. In Egitto, le manifestazioni di piazza sono state limitate alla capitale e a una certa classe media; mai, assolutamente mai, il popolo egiziano si è sentito preoccupato per lo spettacolo telegenico di Tahrir Square [1]. In Libia, non c’era una rivolta politica, ma un movimento separatista in Cirenaica contro il potere di Tripoli, e l’intervento militare della NATO, che ha ucciso circa 160.000 persone.
La rete TV libanese NourTV ha avuto molto successo trasmettendo una serie di trasmissioni di Hassan Hamade e George Rahme dal titolo "La primavera araba, da Lawrence d’Arabia a Bernard-Henri Levy." Gli autori sviluppano l’idea che la "primavera araba" sia un remake della "rivolta araba" del 1916-1918 organizzata dagli inglesi contro gli ottomani. Questa volta, gli occidentali hanno manipolato le situazioni per rovesciare una generazione di leader e imporre i Fratelli Musulmani. In effetti, la "Primavera araba" è una pubblicità ingannevole. Ora, Marocco, Tunisia, Libia, Egitto e Gaza sono governate da una confraternita che da un lato impone una morale, e dall’altra supporta il sionismo e il capitalismo pseudo-liberale, vale a dire gli interessi di Israele e degli anglosassoni. L’illusione s’è dissolta. Alcuni autori, come il siriano Said Hilal al-Sharifi deride oramai la "primavera della NATO".
In secondo luogo, i leader del Consiglio nazionale siriano (CNS) come i comandanti dell’esercito libero siriano (ELS) non sono democratici, nel senso che vorrebbero "sostenere un governo del popolo, dal popolo, per il popolo", seguendo la formula di Abraham Lincoln, ripresa nella Costituzione francese. 
Così, il primo presidente del CNS fu il docente universitario parigino Burhan Ghalioun. Non era certo "un oppositore siriano perseguitato dal regime" poiché viaggiava e circolava liberamente nel suo paese. Non era un "intellettuale laico", come si afferma, poiché era il consigliere politico dell’algerino Abbassi Madani, presidente del Fronte islamico di salvezza (FIS), ora rifugiatosi in Qatar. 
Il suo successore, Abdel Basset Syda [2], è entrato in politica solo nel mese scorso, e subito si è affermato come un mero esecutore della volontà statunitense. Dopo la sua elezione a capo del CNS, ha promesso non di difendere la volontà del suo popolo, ma di attuare la "road map" che Washington ha scritto per la Siria: The Day after
I combattenti dell’esercito libero siriano non sono attivisti per la democrazia. Riconoscono l’autorità spirituale dello sceicco Adnan al-Arour, un predicatore takfirista che invoca il rovesciamento e l’assassinio di Assad, non per motivi politici, ma semplicemente perché è di confessione alawita, cioè, un eretico ai suoi occhi. Tutti i dirigenti identificati dell’ELS sono sunniti e tutte le brigate dell’ELS sono intitolate a personaggi storici sunniti. "I tribunali rivoluzionari" dell’ELS condannano a morte i loro avversari politici (e non solo i sostenitori di Bashar al-Assad) e i miscredenti, che sgozzano in pubblico. Il programma dell’ELS è volto a porre fine al regime laico installato da Baath, SSNP e comunisti, in favore di un regime puramente confessionale sunnita.


Il conflitto siriano è stato premeditato dall’Occidente

La volontà occidentale di finirla con la Siria è nota ed è più che sufficiente a spiegare gli eventi attuali. Ricordiamo alcuni fatti che non lasciano dubbi sulla premeditazione degli eventi [3].
La decisione di entrare in guerra con la Siria è stata presa dal presidente George W. Bush durante un incontro a Camp David, il 15 settembre 2001, subito dopo gli attentati spettacolari di New York e Washington. Fu previsto di intervenire simultaneamente in Libia per dimostrare la capacità di agire su un doppio teatro di operazioni. Questa decisione è stata confermata dalla testimonianza del generale Wesley Clark, ex comandante supremo della NATO, che vi si era opposto.


Sulla scia della caduta di Baghdad, nel 2003, il Congresso aveva approvato due leggi che istruivano il Presidente degli Stati Uniti a preparare una guerra contro la Libia e un’altra contro la Siria (la Syria Accountability Act). Nel 2004, Washington ha accusato la Siria di nascondere sul suo suolo, le armi di distruzione di massa che non aveva potuto trovare in Iraq. Questa accusa svanì quando venne ammesso che le armi non esistevano ed erano un pretesto per invadere l’Iraq.
Nel 2005, dopo l’assassinio di Rafik Hariri, Washington ha cercato di entrare in guerra contro la Siria, senza riuscirci, poiché aveva ritirato il suo esercito dal Libano. Gli Stati Uniti hanno poi creato false prove per accusare il presidente al-Assad di aver ordinato l’attentato e hanno creato un tribunale internazionale speciale per giudicarlo. Ma alla fine sono stati costretti a ritirare le loro false accuse, dopo che le loro manipolazioni sono state scoperte.
Nel 2006, gli Stati Uniti hanno iniziato a preparare la "rivoluzione siriana" con la creazione del Syria Democracy Program. Si trattava di creare e finanziare gruppi di opposizione filo-occidentali (come il Movimento per la Giustizia e lo Sviluppo). Al finanziamento ufficiale del Dipartimento di Stato si era aggiunto un finanziamento segreto della CIA attraverso un’associazione della California, la Democracy Council.
Sempre nel 2006, gli Stati Uniti avevano affidato a Israele la guerra contro il Libano, nella speranza di coinvolgere la Siria e d’intervenire. Ma la rapida vittoria di Hezbollah sventò tale piano.
Nel 2007, Israele ha attaccato la Siria, bombardando un’installazione militare (Operazione Orchard). Ma ancora una volta, Damasco ha mantenuto la calma e non si è lasciata coinvolgere nella guerra. I successivi controlli dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica hanno dimostrato che non era un sito nucleare, contrariamente a quanto era stato detto dagli israeliani.
Nel 2008, durante l’incontro che la NATO organizza come Gruppo Bilderberg, la direttrice della Arab Reform Initiative, Bassma Kodmani, e il direttore della Stiftung Wissenschaft und Politik, Volker Perthes, esposero brevemente al Gotha americano-europeo i vantaggi economici politici e militari di un possibile intervento dell’Alleanza in Siria.
Nel 2009, la CIA ha istituito gli strumenti della propaganda in Siria come le reti BaradaTV, con sede a Londra, e OrientTV, a Dubai.
A questi elementi storici, si aggiunga che un incontro si era tenuto a Cairo, la seconda settimana di febbraio 2011, intorno a John McCain, Joe Lieberman e Bernard-Henry Levy, di figure come il libico Mahmoud Jibril (allora numero due del governo libico) e di siriani come Malik al-Abdeh e Ammar Qurabi. Fu questo incontro che diede il segnale delle operazioni segrete, che iniziarono sia in Libia che in Siria (15 febbraio a Bengasi, e il 17 febbraio a Damasco).
Nel gennaio 2012, il Dipartimento di Stato e della Difesa statunitensi costituivano la Task Force The Day After. Supporting a democratic transition in Syria, che ha scritto sia una nuova costituzione che un programma di governo per la Siria [4].
Nel maggio del 2012, la NATO e il GCC hanno istituito ilGruppo di lavoro sulla ripresa economica e lo sviluppo degli Amici del popolo siriano, sotto la co-presidenza tedesca e degli emirati. L’economista siro-britannico Ossam el-Kadi vi ha elaborato una ripartizione delle ricchezze siriane tra gli stati membri della coalizione, da applicare il "giorno dopo" (vale a dire, dopo il rovesciamento del regime per mano della NATO e del GCC) [5].

Rivoluzionari o controrivoluzionari?

I gruppi armati non sono nati dalle proteste pacifiche del febbraio 2011. Queste manifestazioni, infatti, denunciavano la corruzione e chiedevano più libertà, mentre i gruppi armati, come abbiamo visto sopra, provengono dall’islamismo.
Negli ultimi anni, una terribile crisi economica ha colpito il paese. Ciò fu causato dagli scarsi raccolti, che furono erroneamente considerati disgrazie passeggere, mentre erano la conseguenza del cambiamento climatico permanente. A questo si aggiunsero gli errori nell’attuazione delle riforme economiche, che hanno disturbato il settore primario. Fece seguito un massiccio esodo rurale che il governo dovette affrontare, e una deriva settaria di alcuni agricoltori, che il potere aveva trascurato. In molte zone, le abitazioni rurali non si concentrano nei villaggi, ma sono disperse sotto forma di fattorie isolate, nessuno ha misurato la portata del fenomeno fino a quando i suoi seguaci si riunirono.
In definitiva, mentre la società siriana incarna il paradigma della tolleranza religiosa, si sviluppava una corrente takfirista all’interno di essa. Ha fornito la base dei gruppi armati. Questi sono stati riccamente finanziati dalle monarchie wahabite (Arabia Saudita, Qatar, Sharjjah). 
Questo colpo di fortuna ha portato al raggruppamento di nuovi combattenti, che comprendevano i parenti delle vittime della repressione di massa del sanguinoso colpo di stato fallito dei Fratelli Musulmani, nel 1982. Le loro motivazioni sono spesso meno ideologiche che personali. Nascono dalla vendetta. 
Molti delinquenti e detenuti attratti dai guadagni facili vi si sono uniti: un "rivoluzionario" è pagato sette volte un salariato medio. 
Infine, i professionisti che hanno combattuto in Afghanistan, Bosnia, Cecenia o in Iraq cominciarono ad arrivare. Al cui primo posto vi erano gli uomini di al-Qaida in Libia, guidati da Abdelhakim Belhaj in persona [6]. I media li presentano come jihadisti, cosa non appropriata, l’Islam non concepisce la guerra santa contro dei fratelli musulmani. Si tratta soprattutto di mercenari.
La stampa occidentale e del Golfo sottolinea la presenza di disertori nell’ELS. Certo, ma è per contro falso che abbiano disertato dopo essersi rifiutati di reprimere le proteste politiche. I disertori in questione rientrano quasi sempre nei casi che abbiamo citato sopra. Inoltre, un esercito di 300.000 uomini ha necessariamente tra le sue file fanatici religiosi e teppisti.
I gruppi armati utilizzano la bandiera siriana a banda verde (al posto della fascia rossa) e tre stelle (invece di due). La stampa occidentale la chiama "bandiera dell’indipendenza", poiché era in vigore al momento dell’indipendenza nel 1946. In realtà, questa è la bandiera del mandato francese che rimase in vigore durante l’indipendenza formale del paese (1932-1958). Le tre stelle rappresentano i tre distretti religiosi del colonialismo (alawiti, drusi e cristiani). Utilizzare questa bandiera, certamente non significa brandire un simbolo rivoluzionario. Al contrario, significa affermare di voler prolungare il progetto coloniale, quello di Sykes-Picot del 1916 e la ristrutturazione del "Medio Oriente allargato".
Nel corso dei 18 mesi di azioni armate, questi gruppi armati si sono strutturati, e sono più o meno coordinati. Così oggi, la stragrande maggioranza è posta sotto il comando turco, sotto l’etichetta di esercito libero siriano. In realtà, sono diventati gli ausiliari della NATO; il quartier generale dell’ELS è anch’esso installato nella base aerea NATO di Incirlik. Gli islamisti più estremi hanno formato le proprie organizzazioni o hanno aderito ad al-Qaida. Sono sotto il controllo del Qatar o del ramo Sudeiri della famiglia reale saudita [7]. Difatti, sono collegati alla CIA.
Questa formazione progressiva, che parte dai contadini poveri e termina con l’afflusso di mercenari, è identica a quello che si è visto in Nicaragua, quando la CIA ha organizzato i Contras per rovesciare i sandinisti, o che si è visto a Cuba quando la CIA ha organizzato lo sbarco della Baia dei Porci per rovesciare i castristi. In particolare, è questo il modello che i gruppi armati siriani rivendicano: nel maggio 2012, i Contras in cubani di Miami hanno organizzato seminari di addestramento alla guerra di guerriglia per i loro omologhi contro-rivoluzionari siriani [8].
I metodi della CIA sono gli stessi ovunque. E così i Contras siriani hanno concentrato la loro azione militare, in parte sulla creazione di basi fisse (ma nessuna ha tenuto, nemmeno l’Emirato Islamico di Bab Amr), poi sul sabotaggio economico (distruzione di infrastrutture e incendi di grandi fabbriche), e infine sul terrorismo (deragliamento di treni passeggeri, attacchi con autobomba presso siti frequentati, uccisione di leader religiosi, politici e militari).
Pertanto, la parte della popolazione siriana che avrebbe potuto avere simpatia per i gruppi armati, all’inizio degli eventi, credendo che rappresentassero un’alternativa al regime attuale, si è a poco a poco dissociata.
Non sorprende che la battaglia di Damasco sia consistita nel far convergere sulla capitale 7.000 combattenti sparsi per il paese, in attesa degli eserciti mercenari nei paesi vicini. Decine di migliaia di Contras hanno cercato di penetrare il paese. Si muovevano simultaneamente su numerose colonne di pick-up, preferendo attraversare deserti che prendere le autostrade. Una parte di loro è stata fermata dai bombardamenti aerei e ha dovuto ritirarsi. Altri, dopo aver preso i valichi di frontiera, hanno raggiunto la capitale. Non hanno trovato il sostegno popolare previsto. Piuttosto, il popolo ha guidato i soldati dell’Esercito Nazionale per identificarli ed eliminarli. Alla fine furono costretti a ritirarsi e hanno annunciato che, data la mancata presa di Damasco, avrebbero preso Aleppo. Quindi, tutto ciò dimostra che non ci sono né Damasceni, né Aleppini in rivolta, ma solo dei combattenti vaganti.

VIDEO: Infiltrazione dei Contras attraverso il deserto di Dara http://www.youtube.com/watch?v=jMXf2yWARCc

L’impopolarità dei gruppi armati deve essere paragonata con la popolarità dell’esercito regolare e delle milizie di autodifesa. L’esercito nazionale siriano è un esercito di leva, quindi è un esercito popolare, ed è impensabile che possa essere utilizzato per la repressione politica. Recentemente, il governo ha autorizzato la creazione delle milizie di quartiere. Ha distribuito armi ai cittadini che si sono impegnati a dedicare 2 ore al giorno del loro tempo per difendere il loro quartiere, sotto la supervisione militare.

Lucciole per lanterne

A suo tempo, il presidente Reagan incontrò alcune difficoltà a presentare i Contras come "rivoluzionari". Creò per questo una struttura di propaganda, il Bureau of Public Diplomacy, affidato alla gestione di Otto Reich [9]. Questi corruppe dei giornalisti, soprattutto dai principali media statunitensi e dell’Europa occidentale, per avvelenare l’opinione pubblica. Lanciò anche la voce che i sandinisti avessero armi chimiche e che avrebbero potuto usarle contro il loro popolo. Oggi la propaganda é diretta dalla Casa Bianca dal vice consigliere per la sicurezza nazionale responsabile delle comunicazioni strategiche, Ben Rhodes. Applica i buoni e vecchi metodi ed ha suscitato contro il Presidente al-Assad le voci sulle armi chimiche.
In collaborazione con l’MI6 britannico, Rhodes riuscì ad imporre come principale fonte di informazione per le agenzie di stampa occidentali una struttura fantasma: l’Osservatorio siriano per i diritti umani (OSDH). I media non hanno mai messo in dubbio la credibilità di questa firma, anche se le sue affermazioni sono state negate dagli osservatori della Lega Araba e da quelli delle Nazioni Unite. Meglio, questa struttura fantasma, che non ha né una sede, né personale, né esperienza, è diventata anche la fonte di informazione delle cancellerie europee dal quando la Casa Bianca le ha convinte a ritirare il loro personale diplomatico dalla Siria.

VIDEO: In attesa della diretta, il corrispondente di al-Jazeera Khaled Abou Saleh telefona alla sua redazione. Pretende che Bab Amr sia bombardata e organizza gli effetti sonori. Il signor Abu Saleh è stato ospite d’onore di Francois Hollande alla 3° Conferenza degli Amici della Siria. http://www.youtube.com/watch?v=kX2NwXv_8XA

Ben Rhodes ha organizzato anche degli spettacoli per i giornalisti in cerca di emozioni. Due operatori turistici furono istituiti, uno nell’ufficio del primo ministro turco Erdogan e il secondo presso l’ex primo ministro libanese Fouad Siniora. I giornalisti che lo volevano, venivano invitati a entrare illegalmente in Siria con i contrabbandieri. Si offriva un viaggio di mesi dal confine con la Turchia a un villaggio fasullo posto in montagna. Si poteva fare un servizio fotografico con dei "rivoluzionari" e "condividere la vita dei combattenti." Poi, per i più sportivi, era possibile dal confine con il Libano, visitare l’Emirato Islamico di Bab Amr.
Assai stranamente, molti giornalisti hanno osservato loro stessi le enormi falsificazioni, ma non arrivarono ad alcuna conclusione. Così, un famoso fotoreporter aveva ripreso i "rivoluzionari" di Bab Amr bruciare pneumatici per rilasciare fumo nero e far credere a un bombardamento del quartiere. Immagini che fece mandare in onda su Channel4 [10], ma continuò a sostenere di esser stato testimone del bombardamento di Bab Amr narrato dall’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo.


O ancora, il New York Times ha osservato che le foto e i video inviati dal servizio stampa dell’esercito libero siriano, e che mostrano valorosi combattenti, erano delle messe in scena [11]. Le armi erano in realtà delle riproduzioni, dei giocattoli per bambini. Il giornale ha comunque continuato a credere nell’esistenza di un esercito di disertori di quasi 100.000 uomini.

VIDEO: Lettura di una dichiarazione dell’esercito libero siriano. Gli orgogliosi "disertori" sono comparse che imbracciano armi finte. http://www.youtube.com/watch?v=yQBAzjU7W9U

Secondo uno schema classico, i giornalisti preferiscono mentire che ammettere di esser stati manipolati. Una volta ingannati, partecipano così consapevolmente alla diffusione delle menzogne che hanno scoperto. La questione è se anche voi, lettori di questo articolo, preferite chiudere gli occhi o se decidete di sostenere il popolo siriano contro l’aggressione dei Contras.


Traduzione di Alessandro Lattanzio (Sito Aurora)

[1] La piazza Tahrir non è la più grande al Cairo. Era stata scelta per ragioni di marketing, la parola Tahrir si traduce nelle lingue europee in Libertà. Questo simbolo è stato scelto, ovviamente, non dagli Egiziani, perché ci sono diverse parole in arabo per definire Libertà. Tahrir indica la Libertà che si riceve, non quella che si conquista.

[2] La stampa occidentale ha preso l’abitudine di scrivere il nome del Sig. Syda aggiungendo una "a" per "Saida", per evitare confusione con la malattia con lo stesso nome. NdA.

[3] Il termine "premeditazione" è usato normalmente nel diritto penale. In politica, il termine corretto è "complotto", ma l’autore non è riuscito a usarlo perché crea una reazione isterica da coloro che si applicano a credere che la politica occidentale sia trasparente e democratica . NdA

[4] "Washington a rédigé une nouvelle constitution pour la Syrie",Réseau Voltaire, 21 luglio 2012.

[5] "Les ’Amis de la Syrie’ se partagent l’économie syrienne avant de l’avoir conquise", German Foreign Policy, traduzione Horizons et débats, Réseau Voltaire, 14 giugno 2012.

[6] "L’esercito libero siriano è comandato dal governatore militare di Tripoli", Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 18 dicembre 2011.

[7] Per maggiori dettagli, leggere "La controrivoluzione in Medio Oriente", Thierry Meyssan, Komsomolskaya Pravda/Réseau Voltaire, 11 maggio 2011.

[8] "L’opposizione siriana crea la sede estiva a Miami", Cuban News Agency, Jean Guy Allard, Réseau Voltaire, 25 maggio 2012.

[9] "Otto Reich et la contre-révolution", Arthur Lepic, Paul Labarique,Réseau Voltaire, 14 maggio 2004.

[10] "Syria’s video journalists battle to telle the ’truth’", Channel4, 27 marzo 2011.

[11] "Syrian Liberators, Bearing Toy Guns", C. J. Chivers, The New York Times, 14 giugno 2012.




#7406 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Sab 28 Lu 2012 9:58 pm
Oggetto: La nuova (??) Germania guarda a Est
jugocoord
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LA BCE IL PRESIDENTE LA GEOPOLITICA TEDESCA L' ATTENZIONE VERSO RUSSIA, UCRAINA, I BALCANI E LA TURCHIA


La nuova Germania guarda a Est 

Il Sud Europa non interessa più


di Massimo Nava
sul 
Corriere della Sera del 27 luglio 2012


Nella crisi dell' euro, è opinione diffusa che la Germania sia parte del problema e grande parte della soluzione. Si sostiene che la crisi sia aggravata dalle prudenze tedesche e sarebbe risolta se la Germania cambiasse registro. Tutti cercano la chiave per convincere Frau Merkel, mentre il destino della moneta sembra appeso alle decisioni della corte costituzionale tedesca che dovrebbe pronunciarsi sulla legittimità dei recenti accordi «salva Stati». La Germania è tacciata di egoismo miope verso i Paesi in difficoltà e al tempo stesso di volontà egemonica quando si condizionano i soccorsi a un editto finanziario ispirato da Berlino, premessa di nuovo assetto istituzionale europeo che piace soprattutto ai tedeschi. Si tratta di analisi contrapposte, che rimandano a un presunto ripiegamento di un Paese virtuoso che non vuole pagare i debiti dei Paesi spreconi o - al contrario - a un presunto tratto di penna sulle lezioni della storia e sui fantasmi del passato nazista. Ma fino a che punto, o meglio fino a che prezzo, l' Europa di oggi sta davvero a cuore alla Germania? Siamo sicuri che il problema tedesco sia il rigore senza mediazione, in fin dei conti contro il proprio interesse di potenza economica continentale? Quanto pesano invece la seduzione storica dell' allargamento ad est, l' influenza culturale ed economica sulla Mitteleuropa, l' idea che il futuro del Paese, nella competitività globale, risieda nella conquista d' oriente e sempre meno nel mercato depresso del resto d' Europa, da cui la Germania può comunque continuare a drenare manodopera, cervelli e capitali? Quali possono essere le conseguenze di un asse mediterraneo (Francia, Italia, Spagna) rispetto al più esclusivo asse franco-tedesco? Probabilmente, per rispondere, bisogna rifarsi a un' altra storia, più recente, meno inquietante, altrettanto drammatica: quella cominciata all' indomani della caduta del Muro di Berlino. Nel novembre del 1989, non è nata soltanto una Germania più grande, più popolosa, capace di inglobare e risanare il suo Mezzogiorno comunista, grazie anche alla generosa (e interessata) visione del cancelliere Kohl, che decise il cambio alla pari del marco dell' ovest con quello dell' est. È nata (o meglio, rinata) una Mitteleuropa che sulle ceneri dei regimi comunisti è entrata stabilmente nella sfera d' influenza economica della Germania. Le imprese si sono installate nelle regioni dell' Est tedesco, in Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Romania, Ucraina e sono prosperate, grazie anche al differenziale di prezzi e salari. Un esempio, la Skoda-Volkswagen. I rapporti economici con i Paesi baltici si sono intensificati. La Russia post sovietica è diventata il grande mercato delle merci tedesche e il polmone energetico, grazie anche ai discreti rapporti d' affari dell' ex cancelliere Schröder. L' Europa tedesca assomiglia più all' Europa delle competizioni di calcio (che comprende anche Russia, Turchia e Bielorussia) che all' Europa dell' euro. Sull' onda del principio dell' autodeterminazione dei popoli affermato con la riunificazione del Paese, la Germania è andata anche oltre la strategia di allargamento della sfera economica, riconoscendo per prima l' indipendenza di Croazia e Slovenia (oggi porte orientali della Ue), favorendo di fatto la dissoluzione della Jugoslavia, estendendo l' area commerciale del marco alla Bosnia, alla Serbia, fino all' Albania e al Kosovo. Per la storia, molti volontari delle guerre balcaniche erano immigrati che tornavano a combattere con le loro Mercedes cariche di armi, soldi e uniformi. La penetrazione economica ha interessato la Grecia (da cui deriva anche una parte del debito greco) e si è estesa sempre più alla Turchia, che fornisce alla Germania un' emigrazione largamente affidabile e qualificata e favorisce un forte interscambio turistico e commerciale, gestito anche da una rete importante di imprese turche installate in Germania. Se si osserva in profondità questo quadro sintetico, forse si comprendono meglio le rigidità della Merkel, che peraltro ha fatto passi avanti rispetto al pensiero comune dei suoi elettori. È opportuno riflettere sulla direzione degli interessi tedeschi, sull' egoismo di Berlino rispetto all' Europa del sud, sull' indifferenza della Germania al progetto di Unione per il Mediterraneo, sull' effettiva preoccupazione per le sorti dell' Europa comunitaria rispetto al consolidamento della penetrazione verso Oriente, dalla Russia alla Cina. È vero che Francia, Italia, Spagna sono ancora i primi partner commerciali della Germania, ma è anche vero che le vendite di automobili e merci tedesche in Cina registrano aumenti annuali a doppia cifre. Fra vecchia Europa impoverita e nuovo Eldorado, la Germania da che parte guarderà? Intanto, la locomotiva è tentata di sganciare i vagoni di coda. 



#7407 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Dom 29 Lu 2012 2:22 pm
Oggetto: “Oluja†je dovrÅ¡ila ono Å¡to je davno zapoÄeto
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Il partigiano, e poi generale della RFSJ, Dragan Paić racconta le dure battaglie del 1942, accusando la Croazia "indipendente" di essere diretta continuatrice della NDH. Tra le altre cose, il monumento partigiano di Petrova Gora, che doveva ospitare anche un museo della NOB, e' stato distrutto dal regime croato. (segnalato da AD per CNJ-onlus)
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Novosti (samostalni srpski tjednik iz Zagreba)
Broj 650 - Datum objave: 02.06.2012.

“Oluja†je dovrÅ¡ila ono Å¡to je davno zapoÄeto


Izvini Å¡to sam opÅ¡iran jer nemam vremena, pisao je Goethe svom prijatelju Johannu Peteru Eckermannu. Za razliku od njega, ja imam vremena. AntifaÅ¡izam je bio svjetski pokret, a ne samo naÅ¡. Mi smo se naÅ¡li u velikoj antifaÅ¡istiÄkoj koaliciji, gdje su koalirali komunisti i antikomunisti. Nije većeg komunista bilo od Staljina i većeg antikomunista od Churchilla, pa su koalirali – zapoÄinje svoju priÄu 92-godiÅ¡nji Dragan Paić, partizan s Petrove gore, vrativÅ¡i se sedamdeset godina unatrag, u svibanj 1942., prisjetivÅ¡i se proboja ustaÅ¡kog obruÄa na Biljegu i osloboÄ‘enja podruÄja na pola sata vožnje od Karlovca.

Proboj, u kojem je spaÅ¡en velik broj srpskih civila iz okolnih sela, izveden je u noći sa 13. na 14. svibnja 1942., no njemu su, kaže naÅ¡ sugovornik, prethodili drugi važni dogaÄ‘aji, koji poÄinju potkraj 1941.

- Jedan od važnijih dogaÄ‘aja bila je decembarska ofenziva 1941. na teritoriju izmeÄ‘u Kupe i pruge Karlovac-Vrginmost. Bila je to velika ofenziva u snijegu; nažalost, sve Å¡to je uhvaćeno od naroda, pobijeno je i poklano od strane domobrana i ustaÅ¡a. Napad bi možda i uspio da nije pao snijeg, koji se smrznuo, pa se Äulo dok se po njemu hodalo – priÄa Paić.

Pa ipak, partizani su već 12. sijeÄnja 1942. uÅ¡li u Vojnić. Neprijateljske posade zarobljene su u Utinjskoj dolini; partizanima je u ruke palo dosta oružja, pa su formirana i dva partizanska odreda. Prvi je bio na Petrovoj gori, izmeÄ‘u Kupe i pruge Karlovac-Vrginmost, a drugi je pokrivao teren kod Slunja i PlaÅ¡Äanske doline. Paićev odred nazvan je po selu Jurgi kraj Vojnića.

Zemunica nije otkrivena

- Prva ofenziva na Petrovu goru bila je 23. marta 1942. Bio je to juriÅ¡ na Petrovac, najviÅ¡i vrh Petrove gore, koji nam nije uspio iako smo smatrali da možemo uspjeti. Kako nije bilo dovoljno oružja, napadali su nas željeznim “roguljaÅ¡imaâ€: bilo je k’o u seljaÄkoj buni, netko je imao na Å¡tap nasaÄ‘en srp, netko komad kose… Bile su to oružane formacije NDH-a: domobrani, ustaÅ¡e, oružnici i naoružani civili koji su bili na Petrovcu. U to vrijeme nije bilo Nijemaca. U toj neuspjeÅ¡noj ofenzivi imali smo gubitaka, pa su oni iÅ¡li u drugu ofenzivu, nazvanu “ObruÄâ€, koja se dogodila 8. ili 9. svibnja 1942. godine – sjeća se Paić.

U toj je ustaÅ¡koj ofenzivi Petrova gora bila opkoljena te su ustaÅ¡e krenuli u pohod na narod koji se uglavnom skrivao po Å¡umama. U podruÄju do Vojnića i sela Džodani ustaÅ¡e su sjekli mladu Å¡umu i ubijali svakoga na koga bi naiÅ¡li. U Å¡umi su se naÅ¡li drugi i treći bataljun Prvog odreda, koji su se dvaput, nažalost neuspjeÅ¡no, pokuÅ¡ali probiti. Ubrzo je Paić, kojem su tada bile 22 godine, ranjen.

- Ranjen sam 1. travnja, toÄno na izlazu iz sela KljuÄara blizu Biljega, oko Äetiri kilometra od Petrovca. Rana je bila na desnoj nadlaktici, a Jakov KranjÄević Brada, bolniÄar i Å¡panski borac, zaustavio mi je krvarenje i na nadlakticu stavio dvije daÅ¡Äice koje je privezao. Nije bilo materijala, rendgena, zavoja, Å¡prica – govori Paić i objaÅ¡njava kako se pred proboj naÅ¡ao u zemunici.

- Prva partizanska bolnica, koja je izgraÄ‘ena 1941., bila je na Vrletnim stranama na Petrovoj gori, malo viÅ¡e u Å¡umi od kasnije Centralne bolnice, koju neprijatelj nikada nije pronaÅ¡ao i koja je Å¡ezdesetih rekonstruirana. Prvu je bolnicu neprijatelj pronaÅ¡ao 1942. u martovskoj ofenzivi, no nije pronaÅ¡ao zemunicu i nas nekoliko ranjenika u njoj. Bila su nas trojica unutra: Ilija Miljanović zvani Kurepa, Rade SuÄević i ja. Svi smo bili ranjeni u ruku, ali nismo mogli hodati, ja sam puno krvi izgubio, bili smo potpuno nemoćni – sjeća se Paić.

Ranjeni partizani ležali su na vrećama žita, no u jednom su trenutku odluÄili izaći iz zemunice. Mladi je Paić ramenom i lijevom rukom podigao daske, pa su se svi izvukli van. Kuda sad, zapitali su se. Krenuli su u neodreÄ‘enom smjeru, pa naiÅ¡li na bolniÄara Bradu; zanimljivo je da je dobrovoljac, koji je za Å panjolskoga graÄ‘anskog rata zavrÅ¡io sanitetski teÄaj, bio specijaliziran za izgradnju podzemnih zemunica, podignutih na joÅ¡ nekim mjestima Petrove gore i Korduna, a izgradio je i Centralnu bolnicu u PiÅ¡inom gaju.

Povijesna pobjeda

Nakon Å¡to ih je KranjÄević izgrdio Å¡to su pobjegli, vraćeni su u zemunicu, pa su ondje s joÅ¡ desetero boraca doÄekali majski proboj, koji je uslijedio nakon viÅ¡emjeseÄnog proganjanja i ubijanja žena, djece i staraca: u tzv. Äišćenju terena od strane ustaÅ¡ko-domobranskih postrojbi 2.500 civila odvedeno je u logore, uglavnom u Jasenovac. U samo 90 proljetnih dana 1942. u selima kotareva Vojnić i Vrginmost ubijeno je 3.454 Srba.

OdluÄeno je da se u proboj ide u rano jutro 14. svibnja; tada je, kaže Paić, neprijatelj dijelio municiju, doruÄkovao, brijao se, dok je noću dežurao, pa i pucao.

- U proboju su bila svega nekolicina Hrvata i dvojica muslimana, ostalo su Äinili Srbi s Korduna. Proboj je iÅ¡ao na dva mjesta: jedan je bio na sjeveru, na Biljegu, a drugi na MagarÄevcu, potezu jug-jugoistok – pripovijeda Paić i slikovito objaÅ¡njava: – Na MagarÄevcu je probijao Treći bataljon, s komandantom Jovicom LonÄarom i Äetom komandira DuÅ¡ana VergaÅ¡a i komesara Milana Markovića Like, ukupno 350 ljudi. Na Biljegu je probijala Proleterska Äeta, s komesarom Rafajlom ViÅ¡njićem i komandirom MiÅ¡kom Breberinom te Drugi bataljon s Äetom od 120 ljudi, kojom je komandirao Mihajlo Savić.

Pošto nam je izdiktirao imena partizanskih junaka, prisjetio se i dvadesetpetorice drugova poginulih pri proboju.

- RaÄuna se da je ustaÅ¡a bilo oko 5.000 ili viÅ¡e, nasuprot 670 partizana i ljudi iz tih krajeva koji su preživjeli pokolje i bili u zbjegu – kaže Paić.

Da će proboj biti uspješan znao je kada su toga dana žedni i gladni izašli iz zemunice: sretali su ljude, tisuće koje su uspjele preživjeti opsadu.

Sedamdeset godina kasnije, Paiću proboj i dalje predstavlja povijesnu partizansku pobjedu, na koju je iznimno ponosan. MuÄi ga jedino Å¡to je narod stradao te 1942. dokrajÄen za “Olujeâ€.

- Za generale kojima se sudi Hrvati u cijelom svijetu pale svijeće i žale ih. A “Oluja†i TuÄ‘man na Petrovoj su gori dovrÅ¡ili ono Å¡to je Pavelić zapoÄeo. Spomenik na Petrovoj gori je devastiran, iako je kulturo dobro, i hrvatsko i europsko. U njemu je trebao biti muzej NOB-a Korduna – zakljuÄuje Paić.

Kraj rata, s Äinom majora, doÄekao je u Ilirskoj Bistrici, gdje je 7. svibnja 1945. razbijen 97. njemaÄki korpus, Äijih im se 16.000 vojnika predalo. ZavrÅ¡io je dvije partizanske Å¡kole, meÄ‘u njima i onu u kojoj je radio s Vladimirom Bakarićem. Kasnije je na Vojnoj akademiji u Beogradu zavrÅ¡io aplikacionu Å¡kolu gaÄ‘anja i dvogodiÅ¡nju ratnu Å¡kolu, te je u Äinu generala umirovljen 1975.


Sva prava pridržana © Novosti



#7408 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Mer 1 Ago 2012 9:47 pm
Oggetto: L'Esodo - strumentalizzazione e realtà
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L’ESODO – STRUMENTALIZZAZIONE E REALTA’

di Alessandro (Sandi) Volk


LE PARTENZE

Zara, fine marzo - inizio aprile 1941. Le autorità militari italiane, preoccupate di un attacco alla città al momento dell’aggressione delle forze dell’Asse alla Jugoslavia, decretano lo sfollamento di tutta la popolazione non indispensabile alla difesa. E’ il primo atto – ed il primo di una serie di fatti e circostanze “dimenticati†dalla storiografia più accreditata – di quel processo di ondate migratorie che coinvolsero Zara, Fiume e l’Istria e che vengono comunemente definite “l’esodoâ€. In questo caso, passata la paura, gli sfollati poterono tornare a Zara, anche se si trattò solo di un rinvio. L’esodo definitivo iniziò, infatti, già nel novembre del 1943, dopo il primo dei ben 54 bombardamenti alleati cui la città fu sottoposta e che spinsero il comando tedesco a emettere il 24 maggio del 1944 l’ordine di sfollamento della città. Nell’ottobre del 1944, quando Zara venne liberata dalle truppe dell’Esercito popolare di liberazione jugoslavo (EPLJ), se n’erano già andati quasi 12.000 dei 21.372 abitanti censiti prima della guerra, seguiti nei mesi successivi anche dalla gran parte di coloro che erano rimasti. La seconda ondata coinvolse Fiume dall’estate del 1945. Secondo alcune fonti tra il 1945 e il 1958 la città sarebbe stata abbandonata da circa 38.000 persone. Seguì l’ondata che coinvolse Pola e quella parte dell’Istria assegnata alla Jugoslavia con il Trattato di pace del 1947. Tra il dicembre del 1946 ed il marzo del 1947 lasciarono la città (che contava quasi 32.000 abitanti) tra le 25.000 e le 30.000 persone. Tra i partenti non tutti erano polesani: circa 5.000 provenivano dalle isole di Cherso, Lussino e Veglia e altri da Zara. Poco dopo, a partire dal 1948, nei territori dell'Istria assegnati alla Jugoslavia si ebbe una massiccia presentazione di domande di opzione per l'Italia, tale da sorprendere le autorità jugoslave e da far si che, su richiesta italiana, il termine per la presentazione delle opzioni, inizialmente fissato al settembre del 1948, venne spostato una prima volta fino al febbraio del 1949 e in seguito al marzo del 1951. L'ultima ondata coinvolse invece la Zona B, la parte amministrata dall'esercito jugoslavo, del mai nato staterello „Territorio libero di Trieste“ (TLT). Essa ebbe inizio nel 1953 a seguito della nota dell'8 ottobre con cui gli anglo americani annunciavano l'intenzione di abbandonare l'amministrazione della Zona A del TLT, che avrebbero consegnato all'Italia. Si trattava del preannuncio di quanto sarebbe poi effettivamente avvenuto un anno dopo con il Memorandum di Londra. La popolazione della Zona B accolse la nota come l'annuncio della soluzione definitiva del problema del confine italo-jugoslavo e, anche a causa dell'inasprimento dei rapporti tra Italia e Jugoslavia (con la chiusura delle frontiere e l'afflusso di truppe), iniziò ad emigrare. Questo flusso continuò quasi ininterrottamente anche dopo il ritorno della Zona A all'amministrazione italiana nell'ottobre del 1954. Entro il gennaio del 1956, quando scadeva il termine per potersi trasferire da un paese all'altro, le persone che avevano lasciato la Zona B sarebbero state circa 40.000.(1)

STORIA E POLITICA

L’uso politico della questione dell’esodo ha finora pesantemente condizionato la ricerca storica, arrivando a bloccare sul nascere ricerche che andassero fuori e contro il racconto stereotipato della vicenda, come nel caso del volume Storia di un esodo (Istria 1945 – 1956)(2), edito nell’ormai lontano 1980 dall’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli – Venezia Giulia di Trieste. Si trattava, nonostante i limiti dovuti all’inaccessibilità di numerose ed importanti fonti, del primo studio di tipo scientifico in cui venivano individuati tutti i principali aspetti e problemi della questione, nei suoi presupposti, svolgimento e protagonisti, con però una pecca imperdonabile: l’esodo era visto in un ottica non esclusivamente nazionale. Ciò metteva in discussione non solo quella che era l’interpretazione corrente (in funzione politica) dell’esodo, ma la stessa impostazione ideologica su cui la borghesia che si riconosceva come italiana ed il suo ceto politico avevano costruito la loro egemonia a Trieste, nel Goriziano e in Istria (come pure a Fiume e in Dalmazia) fin dal periodo asburgico: la trasposizione dello scontro sociale, politico ed anche nazionale su un piano esclusivamente di scontro di nazionalità.(3) Una egemonia che a Trieste e Gorizia ancora durava (e dura) e che ebbe come conseguenza che quella ricerca rimase un momento isolato senza alcun seguito. Di fatto furono così gli ambienti che oggi più si sgolano per la scarsa attenzione che storiografia ed opinione pubblica avrebbero prestato all'esodo (e più in generale alle vicende del dopoguerra in Istria, Fiume e Zara) a bloccare la ricerca che andasse al di la dell'interpretazione sostenuta dagli ambienti delle organizzazioni degli esuli. E che con l'istituzione della Giornata del ricordo è diventata l'interpretazione ufficiale dello Stato italiano. Determinante per il raggiungimento di questo risultato è stato il contributo di ambienti e personaggi della storiografia accademica, in particolare di Raoul Pupo, accreditato come il maggiore esperto dell'esodo (ma anche uno degli ultimi segretari della Democrazia cristiana triestina, in cui era egemone la componente esule)(4), che hanno semplicemente ripreso, senza alcun nuovo apporto di ricerca, le vecchie letture di tipo nazionale e, dopo averle ripulite degli aspetti più indigeribili e rivestite di una nuova terminologia, contorta quanto vuota, le hanno proposte come interpretazioni nuove, legittimandole da un punto di vista scientifico.(5)
In questo modo l'ottica nazionalista delle organizzazioni dei profughi ed i miti ad essa legati sono diventati »storia«. E così sono diventati dei dogmi il carattere forzato dell'esodo, la sua spontaneità e la sua motivazione esclusivamente nazionale. Dogmi dalle basi fragili, che solo le »trascuratezze« e »dimenticanze« di una certa storiografia italiana hanno permesso si affermassero come verità.

PROBLEMI D'INTERPRETAZIONE

Esiste però un problema preliminare, legato alla questione della quatificazione del fenomeno: chi sono le persone che vanno conteggiate tra gli esuli? Per il suo censimento dei profughi, effettuato negli anni '50, l'Opera per l'assistenza ai profughi giuliani e dalmati (OAPGD) ha dichiarato di aver posto come discriminante (non rispettata(6)) il possesso del certificato di profugo rilasciato dalle prefetture. Un criterio a prima vista oggettivo, ma che tale in realtà non è, perchè le condizioni per l'ottenimento del certificato sono variate nel corso degli anni, tanto che alla fine esso veniva rilasciato anche a persone che avevano preso la residenza nei territori ceduti addirittura dopo la fine della guerra o che avevano abbandonato la Dalmazia già subito dopo la prima guerra mondiale. Mentre dall'altra parte non lo ottenne nessuno dei quei comunisti italiani che erano rimasti in Istria fino alla rottura tra Tito e Stalin e se ne andarono a causa delle persecuzioni a cui furono sottoposti per essersi schierati con i sovietici.(7)
Il fatto che questa questione venga generalmente dimenticata non è casuale. Il motivo principale è che affrontarla seriamente significa mettere in discussione la cifra ormai canonica di 350.000 esodati. Una cifra discutibilissima. Per verificarlo basta fare una operazione semplice quanto banale, sommare i numeri più alti che vengono riportati (in genere dalle organizzazioni dei profughi e da ambienti ad esse vicini) per ogni singola ondata (Zara 21.000, Fiume 38.000, Pola 30.000, Zona B del TLT 40.000): si arriva a un totale di 129.000. A tale cifra andrebbero aggiunti coloro che se ne andarono dal resto dell'Istria, esclusa Pola, dopo il Trattato di Pace, ma per arrivare ai 350.000 dovrebbero essere stati per lo meno 221.000. Non impossibile, certo, visto che la popolazione dell'Istria all'epoca si aggirava sulle 350.000 unità, ma significherebbe che l'Istria sarebbe rimasta quasi completamente spopolata, cosa che non è mai avvenuta. Ancora più difficilmente ciò sarebbe compatibile con le motivazioni di carattere nazionale delle partenze, visto che un ricercatore non certo sospettabile di simpatie „titoiste“, Olinto Mileta Mattiuz, stima che nel 1941 in Istria ci fossero in tutto 184.860 italiani (compresi i 30.000 di Pola ed i 40.000 della Zona B, naturalmente).(8)
Ma come si arriva ai canonici 350.000? Tutto parte dal censimento portato a termine dall'OAPGD nel corso degli anni '50. I dati raccolti vennero resi pubblici nel 1958: i profughi sarebbero stati „almeno 250.000“. Criterio fondamentale (come già detto) fu il possesso del certificato rilasciato dalle prefetture. In realtà i rilevatori riuscirrono a rintracciare solo 150.627 profughi che rispondevano a tale criterio, mentre di 23.124 profughi con certificato sosteneva esistessero »notizie limitate, tuttavia inequivocabili, quanto a prova della loro esistenza« e di altri 23.136 affermava che erano emigrati dall'Italia (per una parte, non quantificata, i nominativi erano stati forniti dai famigliari rimasti in Italia, mentre per i restanti si era ricorso agli schedari dell'International Refugge Organization (Iro), che assisteva i rifugiati nell'emigrazione, senza però aver avuto la possibilità di accedere ai loro fascicoli personali perché distrutti al momento della cessazione dell'assistenza). A questo punto però l'OAPGD decise di non rispettare il criterio del possesso del certificato di profugo. Infatti inserì nel conteggio anche 10.536 persone che per esplicita ammissione “pur non avendo maturato la richiesta residenza domiciliare ai fini del riconoscimento della qualifica, non potevano essere esclusi dalla rilevazioneâ€. Non ci è dato sapere perché costoro (e solo loro) non potevano essere esclusi dal conteggio, di fatto ciò significò (per esplicita ammissione dell'OAPGD) che vennero conteggiate tra i profughi non solo persone che non avevano ottenuto il certificato, ma anche i parenti – non Istriani, Fiumani o Dalmati - acquisiti dopo l’esodo, e che quindi con l’Istria, Fiume e la Dalmazia avevano ben poco a che fare, ed i figli nati dopo l’esodo, che si trovavano nella medesima situazione. Ad ogni modo la somma di tutti questi soggetti rilevati era di 207.423 profughi. Ma la sorpresa vera arriva ora: a questo punto infatti i „rilevatori“ dell'OAPGD affermarono che tale cifra in realtà rappresentava solo l'80% del totale (ci si chiede perché sia stato effettuato un censimento se l'OAPGD sapeva in partenza il numero totale dei profughi!), per cui aggiunsero il 20% „mancante“ (cioè circa 40.000 profughi) ed arrivavano agli „almeno 250.000“.
Fu da questa cifra che partì l'opera di padre Flaminio Rocchi, reputato negli ambienti delle organizzazioni dei profughi come una sorta di storico ufficiale dell'esodo, che ha portato a livelli eccelsi la „matematica creativa“ praticata dall'OAPGD. Padre Rocchi ha aggiunto agli „almeno 250.000“ altri 95.000 profughi, della cui esistenza l’unica conferma è la sua parola. Ma non basta, perché la vetta più alta l'ha raggiunta nell'edizione del 1990 del suo “L'Esodo dei 350.000 Giuliani, Fiumani e Dalmatiâ€, i cui i profughi sono lievitati a oltre 450.000 (strano che nel titolo abbia lasciato la cifra più bassa). Una cifra impressionante, a cui arriva aggiungendo numeri su numeri, la cui esattezza e credibilità si basa anche qui esclusivamente sulla ...fede in padre Rocchi! Ed ecco così che ai precedenti 350.000 profughi si aggiungono 60.000 “slavi†che avrebbero abbandonato la regione perché non sopportavano il regime di Tito (10.000 di essi si sarebbero sistemati in Italia mentre gli altri 50.000 si sarebbero trasferiti altrove). Non pago di essere arrivato a 410.000 profughi, Rocchi crea addirittura una nuova categoria di profughi, i profughi potenziali: afferma infatti che bisogna conteggiare tra i profughi anche i circa 10.000 italiani (la cui esistenza e sempre certificati solo ed esclusivamente dalla sua parola) ai quali le autorità jugoslave rigettarono le domande d'opzione, ed i 90.000 anziani, donne e ammalati, che si sentivano italiani ma non ebbero la forza e il coraggio di lasciare la propria terra! L'apice lo raggiunge però quando crea la categoria dei profughi post-mortem: a suo dire, infatti tra i profughi andrebbero inclusi anche i 23.000 Giuliani (termine molto usato per designare gli
abitanti della Venezia Giulia al di là della loro nazionalità, ma proprio per questo del tutto arbitrario e senza un vero significato) caduti durante la guerra (evidentemente il suo stato sacerdotale gli consente di aver contezza delle scelte che avrebbero fatto i trapassati)!(9
Nonostante queste cose siano di dominio pubblico, gli storici italiani più »accreditati« (e ci si chiede a questo punto in base a cosa) hanno accettato senza fiatare e legittimato con il loro supposto „rigore scientifico“ la cifra di 350.000 profughi, che è diventata così »la« cifra. Altri ricercatori, forse meno accreditati, ma evidentemente più seri, hanno voluto riprendere la questione arrivando a un totale di emigrati tra i 188.000 e i 250.000.(10) Si tratta di numeri comunque considerevoli, ma che per le esigenze dello stato italiano e delle organizzazioni degli esuli andavano gonfiati quanto più possibile: per dimostrare l'attaccamento plebiscitario all'Italia della popolazione dei territori ceduti quale presupposto per una possibile revisione del tracciato dei confini e per accreditare il ceto dirigente delle organizzazioni dei profughi come rappresentante non solo dei profughi, ma della popolazione istriana, fiumana e zaratina in toto.
Ancora più »dimenticata« è la questione dell'articolazione interna della massa degli esuli. Da un lato si evita accuratamente di distinguere tra esuli originari dell'Istria e della Dalmazia e immigrati dopo la prima guerra mondiale. Eppure tale distinzione è utilizzata dagli stessi organi dello Stato italiano, come il Comando generale dell’Arma dei Carabinieri, che in una relazione sull’arrivo a Venezia dei profughi da Pola, rilevava che su 916 profughi sbarcati il 10 febbraio 1947 ben un terzo erano persone immigrate nella città istriana dalle vecchie province dopo il 1918(11). Alcuni ricercatori hanno tentato di quantificare in maniera più precisa la presenza di immigrati: Vladimir ŽerjavicÌ stima che su un totale di 188.000 profughi dall’Istria croata, da Fiume e dalla Dalmazia gli italiani immigrati dopo il 1918 siano stati ben 46.000(12); Nevenka Troha ha accertato che la quasi totalità delle 21.322 persone che abbandonarono i territori annessi alla Slovenia con il Trattato di Pace erano immigrate dopo il 1918(13); Olinto Mileta Mattiuz calcola che nel 1941 nella sola Istria gli italiani immigrati da altre province del regno dopo il 1918 erano 18.500 (su un totale di 184.860 italiani)(14). Quella della presenza tra i profughi di persone immigrate dopo il 1918 non è una questione di scarsa importanza. Essa infatti non solo toglie drammaticità al fenomeno (tra gli immigrati moltissimi erano impiegati e funzionari dello stato che in pratica con la fine della guerra seguirono il proprio impiego o fecero ritorno ai luoghi d’origine), ma testimonia anche della politica di vera e propria colonizzazione portata avanti dallo stato italiano nei territori redenti(15). Una politica che ebbe come risultato l’emigrazione di circa 120.000 persone (di cui circa 100.000 sloveni e croati) e l’immigrazione di circa altrettanti italiani delle vecchie province(16). Ma che naturalmente è meglio non ricordare per evitare di andare ad intaccare i miti dell’italianità delle terre annesse dopo la prima guerra mondiale e di quella guerra come completamento del Risorgimento e far emergere la sua sostanza imperialista.
In funzione della rappresentazione dell’esodo come “plebiscito d’italianità†ci si “dimentica†poi di approfondire la questione dell’appartenenza nazionale degli esuli. Va innanzitutto sottolineato che una determinazione univoca dell’identità e dell’appartenenza nazionale della popolazione era all’epoca (e forse lo è tuttora) almeno per buona parte dell’Istria una forzatura.(17) D’altra parte la possibilità di esercitare il diritto all’opzione non era subordinata né all’essere di nazionalità italiana e nemmeno di lingua materna italiana, bensì al fatto di avere quale lingua d’uso quella italiana. Considerando che l’italiano (e prima il dialetto veneto) era stato la lingua della classe dominante (e quindi si era imposto come lingua degli affari) e che con il fascismo l’uso pubblico dello sloveno e del croato venne totalmente cancellato, è chiaro che l’intera popolazione dell’Istria poteva dichiararsi di lingua d’uso italiana, anche sloveni e croati.(18) E sloveni e croati approfittarono di tale possibilità. Certamente lo fecero qualche migliaio di sloveni del Goriziano annesso alla Slovenia;(19) una volta in territorio italiano una parte di loro iscrisse però i figli alle scuole con lingua d’insegnamento slovena di Gorizia, suscitando per questo le ire delle organizzazioni degli esuli e l’intervento del Ministero della Pubblica Istruzione, che li obbligò a trasferire i figli alle scuole italiane. Va inoltre considerato che le organizzazioni dei profughi potevano determinare l’esclusione dei profughi ritenuti “non affidabili†dall’assistenza dello stato.(20) Mi sembra evidente che in queste condizioni per la gran massa dei profughi l’opzione significò fare una scelta di appartenenza nazionale univoca, definitiva e irrevocabile, perché cercare di rinnegarla poteva costare caro – dal perdere l’assistenza dello stato a vedersi revocata la cittadinanza (misura richiesta da alcune organizzazioni dei profughi per i profughi del Goriziano che avevano iscritto i figli alle scuole slovene).
A smentire la tesi della motivazione esclusivamente nazionale dell’esodo sono anche le stesso organizzazioni dei profughi. Il Gruppo esuli istriani (Gei), costituito a Trieste nell'estate/autunno del 1945, che si occupava anche di assistenza ai profughi, divise, infatti, i suoi assistiti in tre categorie, distinte in base ai motivi per cui avevano lasciato l'Istria: gli esuli, che erano coloro che avevano dovuto lasciare l'Istria per la loro attività a favore dell'Italia e non erano compromessi con il fascismo;(21) i profughi, partiti perché non volevano collaborare con gli jugoslavi; gli sfollati, che avevano abbandonato l'Istria per motivi diversi da quelli politici. E il Comitato di Liberazione Nazionale dell'Istria (CLNI),(22) che del Gei fu erede e continuatore, affermò che tra i profughi della Zona B del Territorio libero di Trieste (TLT) almeno 3.000 erano sloveni.
Nonostante un gruppo di studiosi guidati dai già citati Raoul Pupo e Pio Nodari abbia avuto e abbia accesso a una fonte molto utile sulla questione, come le schede del censimento dell’OAPGD, la questione dell’appartenenza nazionale degli esodati non è stata approfondita, per cui dobbiamo accontentarci di stime: il ŽerjavicÌ ritiene che dei 188.000 profughi che abbandonarono i territori annessi alla Corazia 25.000 fossero di nazionalità croata (23), mentre il Mileta valuta che dei 224.000 profughi istriani (cifra che in realtà riguarda la popolazione mancante, che include le persone decedute durante la guerra) gli italiani fossero il 77,3% (173.100) mentre il restante 22,7% era composto da 36.950 croati (16,5%) e da 13.950 sloveni (6,2%)(24). Se è quindi vero che l'emigrazione coinvolse in misura molto maggiore la popolazione italiana (25), la tesi che individua la ragione della partenza esclusivamente nell'appartenenza nazionale delle persone risulta del tutto infondata.
Una questione centrale è sicuramente quella della forzosità del fenomeno. I sostenitori di questa tesi si aggrappano a una definizione coniata da Theodor Veiter, secondo il quale sarebbe da considerarsi espulso chiunque »rifiutandosi di optare (26) o non fuggendo dalla propria terra, si troverebbe esposto a persecuzioni di natura personale, politica, etnica, religiosa, o economica, o verrebbe costretto a vivere in un regime che lo rende senza patria nella propria patria di origine«.(27) Una definizione molto ambigua e discutibile,(28) ricorrendo alla quale non si riesce comunque a modificare la realtà dei fatti. Innanzitutto che non si trattò di un ondata unica (come ci si potrebbe attendere in caso di espulsione e come avvenne ad es. per i tedeschi dei Sudeti), ma di diverse ondate succedutesi in un periodo di ben 13-14 anni. Ma sopratutto è tutt'altro che dimostrata l'esistenza di un preciso intento persecutorio nei confronti degli italiani in quanto tali,(29) ed è anzi accertato che nel periodo dal Trattato di Pace alla rottura tra Tito e Stalin (grosso modo tra il 1946-47 ed il 1948-49) le autorità jugoslave cercarono di impedire la partenza di tutti gli optanti, anche degli italiani. Come racconta una esule (riferendosi al 1949):

»Prima del fascismo il nostro nome era Baicich poi fu italianizzato durante il regime. Al momento di dover lasciare l'Istria però, siccome mia madre aveva cognome italiano, Negri, e mio padre i miei fratelli ed io avevamo di nuovo il cognome Baicich abbiamo dovuto scegliere tra la nazionalità italiana e quella jugoslava. I miei genitori optarono per la prima essendosi da sempre ritenuti Italiani. La prima volta fummo bocciati [la domanda di opzione venne respinta dalle autorità jugoslave, nda] in pieno come del resto la seconda, mio padre infatti occupava un posto da dirigente in quella che era allora la parte elettrica dell'Arsa. La terza volta acconsentirono ma solo in parte poiché avrebbero permesso di passare la frontiera solo a mia madre che aveva cognome italiano. Poi per vie traverse mio padre riuscì a procurarsi un passaporto per farci uscire tutti insieme. Facemmo arrivare un camion da Trieste sul quale caricammo le nostre cose e sul quale saremmo dovuti finalmente andare in Italia ma, quando la milizia vide che il camion era targato Trieste si oppose nuovamente. Quella sera pregammo Santa Rita appoggiati alle poche casse che costituivano tutto quello che ci rimaneva. Alle quattro di mattina mio padre andò a piedi in paese alla caserma di Albona dove finalmente ottenne di farci espatriare.â€(30)

Né si può sostenere che i poteri popolari jugoslavi abbiano portato avanti una politica di interdizione totale dell'italiano e di espulsione del personale italiano dagli uffici pubblici. L'unico intervento che ci fu, fu la (ri)conversione in scuole slovene e croate di una quota delle scuole esistenti, ma si trattava del ripristino della situazione esistente prima della completa italianizzazione delle scuole operata dal fascismo. Probabilmente gli italiani iniziarono ad essere guardati con un certo sospetto, per la posizione filosovietica assunta dal Partito comunista italiano e le concrete attività »antititoiste« da esso portate avanti in territorio jugoslavo dopo la rottura tra Tito e Stalin, in seguito alla quale la parola d'ordine della fratellanza tra italiani, croati e sloveni venne sostituita da quella della difesa dell'indipendenza jugoslava. Né si può attribuire a tutte le articolazioni dell'amministrazione statale jugoslava una volontà persecutoria univoca nei confronti degli italiani. Da quanto emerge da uno documento proveniente dal fondo del Ministero degli esteri jugoslavo, parrebbe che ancora nel 1955 l'atteggiamento da assumere nei confronti degli italiani fosse argomento di discussione tra i vari livelli dell'amministrazione e che ci fossero in proposito opinioni nettamente contrastanti. Dal documento infatti risulta che le autorità locali slovene fossero favorevoli alla partenza degli italiani rimasti, mentre quelle croate erano nettamente contrarie (perché gli elementi reazionari se ne sarebbero già andati tutti) e quelle federali tenevano una posizione d'attesa (il documento infatti rimanda la soluzione della questione a una successiva riunione, sulla quale però non possediamo documentazione)(31). Va comunque detto che atteggiamenti persecutori certamente ci furono, come pure violenze ed espulsioni vere e proprie (con tanto di accompagnamento alla frontiera da parte della polizia), ma non sono generalizzabili né riguardarono solo italiani. Come va detto che un esodo in buona misura forzato ci fu, ma riguardò categorie sociali particolari (e anche in questo caso non composte esclusivamente da italiani) e nel quadro di politiche generali del nuovo potere jugoslavo. Esso riguardò la borghesia ed il ceto intellettuale. La prima se ne andò in quanto il suo permanere in quanto classe era incompatibile con il sistema socialista e per il processo di espropriazione indiretta (in quanto avvenuto senza una legislazione diretta esplicitamente al suo esproprio ma tramite misure mirate ad esempio a colpire i proprietari assenti e le propietà dei collaborazionisti e dei nemici del popolo) a cui fu sottoposta. La seconda partì per ragioni più specifiche: si trattava di ceti che avevano detenuto il monopolio nell'accesso a tutta una serie di impieghi pubblici e privati in virtù della loro nazionalità, o meglio, del loro padroneggiare la lingua italiana, unica lingua ufficiale dello stato italiano. Con il mutamento politico avvenuto con la fine della guerra questo monopolio era venuto a cadere e l'accesso a questi impieghi e ruoli era ora aperto anche a chi l'italiano non lo padroneggiava. Per il ceto medio e intellettuale italiano, educato a considerarsi appartenente ad una civiltà superiore, l'unica feconda per l'Istria e la Dalmazia, e a considerare sloveni e croati quali appartenenti a civiltà inferiori, si trattava di una evidente e spesso inaccettabile declassamento. E che spesso si trattava di persone immigrate negli anni tra le due guerre come impiegati delle varie amministrazioni dello stato.
Una questione strettamente correlata alla precedente è quella che riguarda l'atteggiamento tenuto da parte italiana rispetto all'esodo. Se da un lato le massime autorità politiche non si espressero mai apertamente ed esplicitamente a favore dell'esodo (va però rilevato che fu l'Italia a richiedere l'inclusione della possibilità dell'opzione nel Trattato di Pace), anche se non fecero nulla per evitarlo (tranne forse gestire in maniera insufficente l'aiuto ai profughi al loro arrivo in Italia, cosa che poteva avere effetti dissuasivi) e, in particolare nel caso di Pola, mise a disposizione i mezzi per attuarlo, diverso è il discorso per quanto riguarda le organizzazioni che rappresentavano lo schieramento filoitaliano in Istria e che si sarebbero poi trasformate in organizzazioni dei profughi. Il ceto dominante italiano, che in esse si organizzerà, ricorse all'argomento dell'esodo (e delle foibe, ovvero degli intenti genocidi degli slavocomunisti nei confronti delgi italiani in quanto tali) già nell'ultima fase della guerra, quando fu chiaro che all'inevitabile crollo tedesco il potere sarebbe stato assunto dal movimento di liberazione. E ciò avrebbe indubbiamente significato per questo ceto, tra l'altro pesantemente compromesso con il fascismo, la perdita del suo ruolo sociale dominante. L'unico evento che avrebbe potuto evitare tale prospettiva era la liberazione/occupazione da parte delle truppe angloamericane e la conseguente assunzione del potere da parte di un governo militare alleato che avrebbe garantito la conservazione degli equilibrii e dei rapporti sociali (e nazionali) preesistenti. Perciò vennero indirizzati al governo italiano numerosi e pressanti appelli in cui si chiedeva che le truppe alleate (e possibilmente anche quelle del regio esercito) precedessero le formazioni dell'EPLJ e ad esso legate, giustificando la richiesta con la necessità di impedire che venissero messi in atto gli intenti genocidi e persecutori che gli »slavocomunisti« avrebbero avuto nei confronti di tutti gli italiani indistintamente. E si sottolineava che di fronte a tale prospettiva nel caso il potere fosse stato assunto dai filojugoslavi la popolazione italiana tutta avrebbe abbanodnato la regione.(32) Ma queste argomentazioni non erano proprie solo degli esponenti italiani dell'Istria, ma di tutta la borghesia e dell'élite tradizionale italiana della regione, con in testa quello che è stato probabilmente il vero leader dello schieramento filoitaliano, il vescovo di Trieste e Capodistria Antonio Santin, che nel giugno del 1945 scrisse al Papa che nel caso l'Istria fosse stata assegnata alla Jugoslavia gran parte della sua popolazione si sarebbe trasferita in Italia.(33)
Dopo la fine della guerra si passò dal preannuncio dell’esodo agli appelli all’esodo e alla sua organizzazione. Fu a Fiume che un organismo filoitaliano invitò per la prima volta apertamente la popolazione all’esodo. Nel settembre del 1945 il locale Comitato di Liberazione Nazionale (CLN, costituito dopo la fine della guerra quale rappresentante dei sostenitori del ritorno di Fiume all'Italia) diffuse un volantino in cui invitava la poplazione all'»esodo generale dalla città« e sosteneva che ciò sarebbe servito a convincere gli alleati ad assegnare la città all'Italia, e quando ciò fosse avvenuto anche la popolazione avrebbe potuto farvi ritorno (34).
L'esodo venne invece organizzato a Pola. Anche qui venne costituito, sempre dopo la fine della guerra, un CLN (e come quello fiumano privo dei rappresentanti del PCI), che in un primo momento cercò di utilizzare la minaccia dell'esodo (vennero raccolte le firme di tutti coloro che nel caso la città fosse stata assegnata alla Jugoslavia intendevano andarsene) come mezzo di pressione sulla conferenza della pace, per poi passare ad organizzare – con il sostegno dello stato italiano - il trasferimento in massa della popolazione in Italia. In ciò sostenuto anche del vescovo della città, mons. Radossi, che all'avvio dell'esodo nel gennaio del 1947 invitò dal pulpito la popolazione ad andarsene, per poi partre anch'egli.(35)
I dirigenti dello schieramento filoitaliano erano però ben consci del fatto che era molto probabile che la Conferenza della pace assegnasse buona parte dell'Istria, compresa Pola, alla Jugoslavia e iniziarono a progettare l'utilizzo dei futuri esodati almeno a partire dall’estate del 1946. Venne allora deciso che gli emigrati sarebbero stati insediati nella maniera più massiccia possibile nella Zona A del TLT, rimasto sotto l'amministrazione del Governo militare alleato (GMA) e la cui sorte definitiva non era ancora decisa, e nella parte del Goriziano che sarebbe stato assegnato all'Italia dal Trattato di Pace, al fine di rafforzarvi lo schieramento filoitaliano, allora minoritario. A Trieste e nella Zona A del TLT ciò venne fatto anche contro la volontà del GMA, che amministrava la zona e temeva che un insediamento massiccio dei profughi avrebbe aggravato le condizioni sociali vanificando la sua politica assistenziale volta al mantenimento della pace sociale e a togliere consensi ai comunisti.(36) Per Gorizia i progetti furono molto più radicali: i profughi dovevano subentrare agli filojugoslavi, che si prevedeva si sarebbero trasferiti in massa in Jugoslavia. Per aiutare concretamente l'avverarsi di questa previsione i rappresentanti istriani organizzarono squadre di profughi che dovevano convincere i filojugoslavi ad andarsene. Ma le cose andarono ben oltre e nel settembre del 1947, al momento del passaggio dei poteri dal GMA all’amministrazione italiana, a Gorizia (e in misura un po minore a Monfalcone (37)), grazie sopratutto alla fattiva collaborazione delle organizzazioni paramilitari filoitaliane locali, si verificò un vero e proprio pogrom contro sloveni e filojugoslavi, con assalti a sedi di organizzazioni slovene e/o comuniste, a pubblici esercizi e abitazioni private; si giunse alla affissione manifesti di proscrizione con nomi, cognomi e indirizzi delle persone cui si ingiungeva di andarsene.(38)
Come già detto l'insediamento massiccio dei profughi nei territori del confine orientale e nella Zona A del TLT aveva come fine la bonifica nazionale ed il rafforzamento dell’italianità in zone evidentemente considerate insicure per l’Italia, ma doveva porre anche le basi per mantenere viva e aperta la questione della revisione dei confini tracciati dal Tratato di pace, la cui revisione rimane tutt'ora l'obiettivo finale delle organizzazioni degli esuli.(39)
Sempre per quanto riguarda l’attività e l’atteggiamento dello stato italiano e delle organizzazioni dei profughi, è accertato che in Istria operavano organizzazioni clandestine filoitaliane, che si dedicarono anche ad attentati e sabotaggi.(40) Ma si tratta di un altro degli aspetti “dimenticati†(probabilmente quello meno considerato in assoluto) della vicenda dell’esodo. Dagli scarni dati disponibili emerge però come, almeno indirettamente, l’attività di queste organizzazioni un suo peso nell’influenzare la scelta di partire l’abbia avuta. Il fatto, ad esempio, che l’Ente incremento studi educativi (EISE), strettamente legato al CLNI, avesse cessato di distribuire i sussidi corrisposti clandestinamente agli insegnanti delle scuole italiane in Zona B già prima del Memorandum di Londra per utilizzare tale denaro al fine di sostenere i profughi a Trieste, non può non aver contribuito a spingere questa particolare categoria ad andarsene in massa.(41)
Per quanto riguarda questo aspetto della vicenda dell'esodo possiamo concordare con quanto affermato nel 1976 da Guido Miglia, che era stato direttore del quotidiano dello schieramento filoitaliano di Pola, L’Arena di Pola, fino al suo trasferimento a Gorizia dopo l’esodo dalla città. Egli si dichiarò convinto 

“... che il nostro esodo è stato favorito, indipendentemente dalla sensibilità di De Gasperi o di Nenni, da tutte le forze conservatrici e fasciste italiane, in funzione polemica verso le sinistre ... Il nostro esodo divenne un fatto di politica interna italiana ... e finì per ridare fiato ai fascisti risorgenti, che si servirono del nome di Trieste per fermare il corso della storia italiana, per resuscitare l’odio nazionalistico al confine orientale, per togliere credibilità e prestigio a chi auspicava un dialogo incisivo con Belgrado ...â€(42).

PER CERCARE DI CAPIRE 

Da quanto fin qui detto mi pare chiaro che le interpretazioni correnti dell'esodo poggiano su basi molto labili e sono funzionali più al suo uso politico che non alla comprensione di quanto avvenuto. Per liberare il campo da equivoci voglio però precisare che ritengo altrettanto fuorvianti le letture che del fenomeno diedero le autorità jugoslave e a lungo anche il Pci. Se è vero che l'esodo venne utilizzato politicamente e anche favorito dalle forze politiche italiane più conservatrici, non è assolutamente vero che se ne andarono solo fascisti e sfruttatori del popolo. E se è altrettanto vero che le organizzazioni filoitaliane operarono in determinati momenti anche per spingere la gente ad andarsene, altrettanto fuorviante è il voler presentare l'esodo come la partenza di coloro che furono abbagliati dalla propaganda e dalle promesse di queste organizzazioni e del governo italiano.
Le ragioni di un trasferimento così massiccio di popolazione, che ha contribuito in maniera determinante a modificare la composizione sociale e nazionale della popolazione ai due lati del confine italo-jugoslavo, vanno ricercate in un complesso di fattori, di breve come di lungo periodo. La vera e propria rivoluzione dei rapporti sociali e nazionali portata dalla presa di potere dei poteri popolari jugoslavi fu il detonatore che fece scoppiare contradizioni presenti da tempo e che si erano acquite nel corso degli anni. La lunga definizione delle nuove delimitazioni territoriali tra gli stati e la possibilità di emigrare legalmente e con l'assistenza dello stato italiano accelerarono, concentrandolo in un arco di tempo (relativamente) breve un fenomeno migratorio che era già presente nel periodo tra le due guerre (43) e per il quale la realtà economica e sociale dell'Istria fungeva di per se da stimolo (44). Si trattava di una realtà ulteriormente aggravata dalle distruzioni della guerra, dall'inserimento in un contesto quale quello jugoslavo, più arretrato economicamente ma anche più duramente colpito dalla guerra, dalle misure economiche (soprattutto per certe categorie come commercianti, pescatori e altri) introdotte dai poteri popolari e dalla sua esclusione dagli aiuti degli alleati occidentali (45). L'Istria venne inoltre separata da quello che per una sua buona parte era il centro urbano di riferimento economico (sia come mercato per i suoi prodotti che come luogo di occasione di impiego), Trieste, tradizionale luogo d'immigrazione per gli istriani fin dall'epoca austriaca. A tutto ciò si aggiungeva il fatto che di fronte alla dura realtà dell'Istria stava la realtà sicuramente difficile, ma certamente migliore della Zona A del TLT in cui gli aiuti occidentali affluivano in abbondanza e dove, allo scopo di mantenere la pace sociale e togliere spazio ai comunisti, il GMA praticava una politica economica di tipo assistenziale (46).
Le cause di lungo periodo riguardano invece le basi ideologiche e mentali della borghesia italiana e dello schieramento politico-nazionale in cui si riconosceva. Espressione di un patriziato che era stato dominante in Istria almeno dall'epoca veneta e dei ceti intellettuali di lingua italiana, questo schieramento fondò teoricamente fin dal suo nascere alla metà dell'800 la propria pretesa al monopolio nella gestione del potere sul fatto di essere l'erede di quelli che erano stati i dominantori del passato, romani e veneziani. Negando al contempo allo borghesia slovena e croata e allo schieramento politico-nazionale in cui si riconosceva qualsiasi leggittimità al potere in quanto espressione di popoli senza storia, che al più erano stati oggetto dell'attivita civilizzatrice di Roma e Venezia (47). Questo tipo di concezzione idologica di tipo coloniale aveva messo profonde radici nella componente italiana della popolazione istriana (48), anche tra i socialisti istriani che guardavano al movimento nazionale di sloveni e croati come a un movimento reazionario di masse contadine arretrate, sostenuto e diretto a scopi conservatori dal clero, e concepivano il socialismo solo ed esclusivamente in un contesto italiano (49). Allo scoppio della guerra e dopo l’invasione della Jugoslavia tale atteggiamento aveva portato numerosi autorevoli dirigenti comunisti italiani dell’Istria a rifiutare a lungo la collaborazione con il neonato movimento partigiano croato perché giudicato frutto del nazionalismo borghese (50). Con la fine della guerra naturalmente questa impostazione venne mantenuta e rinnovata dai dirigenti dello schieramento filoitaliano. Sintomatico di questo atteggiamento è il fatto che i rappresentanti istriani, triestini e goriziani aggregati alla rappresentanza diplomatica italiana alla conferenza della pace di Parigi utilizzassero regolarmente il termine dispregiativo sciavi (51) per indicare gli jugoslavi (52).
A tutto questo vanno aggiunti altri fattori che ebbero la loro influenza, come ad esempio l’effetto a catena provocato da quella che in alcuni casi divenne una vera e propria psicosi da esodo e che spinse molti ad andarsene perché se ne andavano gli altri. O il fatto che in molti casi venne adottata una sorta di strategia emigratoria, con una parte della famiglia che si trasferiva in Italia – spesso a brevissima distanza, a Trieste, Gorizia - mentre un'altra rimase in Istria a “presidiare†casa, terreni e quant’altro.
Solo considerando tutti questi fattori e aspetti – nonché tenendo sempre presente che dalla fine dell'800, accanto ai due schieramenti nazionali esisteva (ed era prevalente in certi ambiti), anche uno schieramento socialista e internazionalista, che uscì dalla seconda guerra mondiale come egemone - e dando il giusto peso a quelle che erano le particolarità dei diversi ambiti geografici di partenza, si può iniziare a ricostruire una storia dell’esodo che sappia superare visioni angustamente determinate da esigenze nazionali e/o politiche.
Come è necessario, per avere una visione completa e a tutto tondo del fenomeno, prendere in considerazione anche quello che è stato il destino degli esodati e l’uso che di essi è stato fatto. E che è probabilmente uno degli aspetti finora più trascurati della questione esodo.(53)

LA SISTEMAZIONE DEI PROFUGHI IN ITALIA

Della sistemazione dei profughi si occuparono organizzazioni ed uffici privati e pubblici strettamente collegati tra loro a formare un vero e proprio apparato che seppe imporre e mantenere il proprio monopolio nella gestione dell’assistenza. Esso era composto in primo luogo da uffici governativi: l’Ufficio Venezia Giulia, costituito nel gennaio 1946 presso il Ministero degli Interni a cui nel novembre dello stesso anno succedette l’Ufficio zone di confine (Uzc) presso la Presidenza del Consiglio dei ministri (Pcm). L’UZC ebbe il compito di coordinare e sostenere l’attività di tutte le organizzazioni “patriottiche†nei territori di confine e in tale quadro promosse e sollecitò l’unificazione dei vari comitati profughi sorti in varie parti d’Italia in quella che è l’attuale Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (Anvgd).(54) Diretta da quello che era stato il ceto dirigente in Istria, Fiume e Zara in epoca fascista non a caso l’Anvgd dichiarò immediatamente superata la pregiudiziale antifascista.(55) A Trieste venne invece costituito il Comitato di liberazione nazionale dell’Istria (CLNI), fino al 1954 organismo di rappresentanza non tanto dei profughi quanto dei filoitaliani in Istria. Composto dai rappresentanti dei partiti che avevano formato i CLN in Italia durante la guerra (ad eccezione del Partito comunista italiano (PCI)) godeva perciò di particolare credito e udienza presso gli ambienti del governo italiano. Per il fatto di avere una dirigenza più giovane, non compromessa con il fascismo e anzi spesso di derivazione antifascista, il CLNI si trovò spesso in contrasto con l’Anvgd sulle prospettive da dare alla questione dei profughi. Accanto a loro venne poi costituita la già citata OAPGD. Nata come ente privato con il sostegno indiretto del governo ed esplicito (e concreto) dei massimi rappresentanti della politica (tranne quelli di sinistra) e dell’economia nel 1947, ben presto si vide riconoscere dallo stato finanziamenti ed il ruolo di gestore di tutta la politica assistenziale nei confronti dei profughi; alla fine degli anni ’50 si occupava dell’educazione e della salute dei figli dei profughi, dell’assistenza ai profughi anziani, della costruzione e assegnazione di alloggi per profughi nonché della sistemazione lavorativa dei profughi.
L’esodo da Pola, che ebbe vasta eco nell’opinione pubblica (sull’episodio venne realizzato anche un film, La città dolente), portò in Italia un’ondata di alcune decine di migliaia di profughi e pose la questione di come provvedere alla loro sistemazione definitiva. Le proposte furono diverse: da chi chiedeva venissero insediati tutti assieme in una “Nuova Pola†da costruire ex novo, a chi chiedeva venissero inseriti individualmente nel tessuto sociale dei luoghi d’insediamento, senza la creazione di insediamenti esclusivamente profughi. La scelta che prevalse fu quella di non concentrarli in uno o più mega insediamenti ma di creare tanti insediamenti più piccoli esclusivamente di profughi, i borghi. Questa scelta rispondeva all’esigenza delle organizzazioni dei profughi di avere una base quanto più possibile compatta su cui poter contare anche come forza politica ed elettorale, ma anche di creare e mantenere nei profughi un’identità da comunità particolare, fondata su patriottismo, legame alle tradizioni dei luoghi abbandonati e cattolicesimo (56). Nonostante i pubblici riconoscimenti di quello che veniva presentato come esemplare attaccamento all’Italia, la sistemazione definitiva dei profughi procedette molto lentamente, sia perché la scelta di creare nuclei compatti richiedeva tempi di realizzazione più lunghi rispetto ad una loro eventuale sistemazione individuale, ma anche perché in realtà la legislazione fu a lungo molto carente e improntata all’assistenza immediata. Fu infatti necessario attendere il 1952 per veder approvata una legge (la n. 137 del 4.3.1952) che affrontava la questione in modo relativamente organico.

BONIFICA NAZIONALE E RAFFORZAMENTO DELL’ITALIANITA’

L’insediamento più massiccio dei profughi avvenne lungo il confine orientale, e in particolare a Trieste, dove negli anni ’60 ne erano stati sistemati circa 70.000. Il fine dichiarato era la bonifica nazionale e/o il rafforzamento dell’italianità in una zona che rimase fino al 1954 ancora in ballo e che anche dopo il ritorno all'amministrazione italiana venne considerata problematica sia per ragioni etniche che politiche (57). Dopo l’iniziale contrarietà del GMA, che peraltro chiuse più di un occhio sull’insediamento clandestino dei profughi nel suo territorio, nel giugno del 1950 si arrivò ad una prima svolta. Il GMA accolse le insistenti pressioni italiane e accettò un insediamento programmato e sopratutto definitivo dei profughi. Un altro momento importante si ebbe nel 1952, quando da un lato venne ceduta all’Italia la gestione della parte civile dell’amministrazione della Zona A e dall’altro venne consentito di operare nella zona all’OAPGD, che immediatamente concentrò gran parte delle sue risorse su Trieste.(58) E nel 1954, con il ritorno della Zona A all’amministrazione italiana il progetto di insediamento mirato dei profughi poté essere ampliato e completato senza più remore.(59)
La bonifica nazionale riguardò soprattutto la fascia costiera tra Trieste e Monfalcone che alla fine della guerra era ancora abitata (e posseduta) quasi esclusivamente da sloveni. L’insediamento dei profughi (naturalmente ritenuti tutti italianissimi) doveva contribuire in maniera determinante a creare una continuità “etnica†italiana tra Trieste e Monfalcone, togliendo così alla controparte jugoslava la possibilità di rivendicare questo territorio quale naturale sbocco al mare degli sloveni che avrebbe fatto di Trieste un’enclave italiana in territorio jugoslavo. In quello che veniva denominato il corridoio accanto ad ogni villaggio sloveno sorsero così uno o più “borghi†di profughi, completamente autosufficienti per evitare indesiderate integrazioni. Particolarmente coinvolto fu il territorio del comune di Duino-Aurisina, che divideva il territorio del comune di Trieste da quello di Monfalcone. Qui il progetto venne perseguito con particolare accanimento, ricorrendo per ben due volte alla temporanea esautorazione del sindaco che si opponeva alla costruzione di nuovi alloggi dell’OAPGD non solo perché ciò avrebbe stravolto la struttura nazionale della popolazione, ma anche in considerazione del fatto che il comune non offriva sufficienti occasioni occupazionali nemmeno per la popolazione già presente. Il risultato finale fu il completo ribaltamento degli equilibri nazionali e politici: alla metà degli anni ’60 gli italiani, che ancora nel 1945 raggiungevano a stento un 10% della popolazione totale, erano ormai divenuti maggioranza.
In ambito urbano fu invece primario il rafforzamento dell’italianità. Si trattava di rafforzare numericamente (anche a livello elettorale), ma anche qualitativamente, lo schieramento filoitaliano, ampiamente minoritario fino alla rottura tra Tito e Stalin nel 1948. I borghi profughi vennero qui costruiti in rioni popolari ritenuti ostili all’Italia. L’inclusione dei profughi nelle liste elettorali fu probabilmente decisiva per portare ad un non troppo soddisfacente 60% la somma dei voti dei partiti filo italiani (compresi i neofascisti che avevano un 10% circa) alle elezioni amministrative del 1949 e del 1952. I profughi ebbero inoltre la precedenza nelle assunzioni nelle pubbliche amministrazioni, ma vennero inseriti anche nelle industrie, in cui ebbero (almeno inizialmente) un importante ruolo quale elemento di rottura della compattezza e delle rigidità della classe operaia triestina.(60) Esponenti delle organizzazioni degli esuli e di origine istriana in genere assunsero posizioni di punta nello schieramento filoitaliano a Trieste, nelle amministrazioni locali, nelle aziende pubbliche, ma anche a livello politico nazionale (basti citare i nomi del vescovo di Trieste mons. Santin, rovignese, del sindaco Bartoli, anch’egli di Rovigno, e del polesano Belci, deputato della Democrazia Cristiana e sottosegretario). Tutto ciò trasformò radicalmente la realtà etnica, ma anche sociale e politica di Trieste, facendo si che in una città in cui fino ad allora il cattolicesimo politico non aveva avuto che uno spazio marginale, la Democrazia cristiana diventasse il partito di maggioranza relativa (che elesse al parlamento italiano della prima repubblica solo candidati profughi).
Della politica di Bonifica nazionale e rafforzamento dell’italianità furono peraltro indirettamente vittime anche gli stessi profughi. In attesa di fungere da bonificatori – e non tutti erano peraltro ritenuti adatti - dovettero rimanere per anni, alcuni per decenni, nei campi profughi (l’ultimo fu chiuso negli anni ’70) in condizioni igieniche tali da portare allo scoppio di epidemie (con esiti mortali). Per essere poi sistemati in borghi che avevano molto dei ghetti, spesso in località lontane dai loro posti di lavoro e dalle quali appena potevano se ne andavano. I relativi privilegi di cui godevano nell'assegnazione di alloggi pubblici e nelle assunzioni (che andavano al di là anche di quanto stabilito per legge) in un periodo in cui quello della casa e del lavoro erano problemi acuti a livello generale, ma anche una politica volta esplicitamente a questo, provocò inoltre l'insorgere di un forte antagonismo con la popolazione triestina che si sentiva (ed era effettivamente) in posizione di svantaggio.(61)

UNA BREVE CONCLUSIONE

Quella dell’esodo è certamente una vicenda chiave nella storia dei territori a cavallo del confine nord orientale italiano, legata com’è a tendenze e sviluppi anche di lungo e lunghissimo periodo. Di cui però si è imposta una interpretazione ufficiale, che non fa che riprendere quella di stampo nazionalista delle organizzazioni dei profughi, finalizzata, attraverso la costruzione di una memoria condivisa, alla ri-nazionalizzazione delle masse italiane. Che non serve a comprenderla ma che sicuramente porta all’acquirsi delle contrapposizioni di tipo nazionalista in continuità con una politica che mise in moto un processo che ebbe come sua conseguenza finale proprio l’esodo.


NOTE:

(1) Per un maggior approfondimento delle ondate dell'esodo vedi Sandi Volk, Esuli a Trieste. Bonifica nazionale e rafforzamento dell’italianità al confine orientale, KappaVu, Udine, 2004, pp. 42-52. 
(2) Cristiana Colummi, Liliana Ferrari, Gianna Nassisi, Germano Trani, Storia di un esodo. Istria 1945 – 1956, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli – Venezia Giulia, Trieste, 1980 .
(3) Per questo aspetto vedi ad esempio Vanni D'Alessio, Riflessioni sul problema dell'identità etnica e nazionale nell'Istria tardoasburgica, Ricerche Sociali, Centro di ricerche Storiche di Rovigno, n.8-9, Trieste-Rovigno 1998/1999 pp. 5-12 e Id., Il cuore conteso. Il nazionalismo in una comunità multietnica. L'Istria asburgica, Filema edizioni, Napoli 2004, in cui vengono presentati modalità di aggregazione degli schieramenti politici nazionali e loro fondamenti “teorici†e ideologici nel caso dell’Istria, e di Pisino in particolare.
(4) In ciò Pupo non è solo, visto che anche il geografo Pio Nodari, docente dell’Università di Trieste e impegnato con Pupo in ricerche sull’esodo, ha ricoperto la carica di segretario della DC triestina. 
(5) Raoul Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l’esilio, (Rizzoli, Milano, 2005). Di segno politico diverso, ma sempre in un ottica esclusivamente di scontro nazionale, l’interpretazione di Gianni Oliva nel suo Profughi. Dalle foibe all’esodo: la tragedia degli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia, (Mondadori, Milano, 2005), a tratti imbarazzante per le dimostrazioni di non conoscenza di luoghi e circostanze non secondarie che dimostra. Il più creativo nel ricorrere ad acrobazie terminologiche, linguistiche e interpretative è però indubbiamente il Pupo. E’ a lui che dobbiamo il concetto di sentimento d'italianità, che sarebbe stato provato da coloro – anche sloveni e/o croati - che scelsero di andarsene, ma non dagli italiani che invece rimasero in Jugoslavia. Per screditare preventivamente, attraverso la suggestione di accostamenti infamanti, quanti propongono interpretazioni non in linea con quella canonica nazionale, Pupo ha inoltre inventato la categoria dei negazionisti dell'esodo.
(6) Tlt Infatti nel conteggio dei profughi questo criterio non venne rispettato e tra i censiti vennero incluse anche 10.536 persone che per esplicita ammissione “pur non avendo maturato la richiesta residenza domiciliare (il riferimento è al fatto che per ottenere la qualifica di profugo la normativa prevedeva come condizione imprescindibile la residenza nei territori ceduti a una certa data, n.d.a.) ai fini del riconoscimento della qualifica, non potevano essere esclusi dalla rilevazioneâ€. Da notare che a costoro vennero aggiunti anche i parenti, a loro volta non in possesso della qualifica di profughi, acquisiti dopo l’esodo, e che quindi con l’Istria, Fiume e la Dalmazia avevano ben poco a che fare, ed i figli nati dopo l’esodo, che si trovavano nella medesima situazione. Va peraltro detto che il censimento è molto discutibile anche per altre ragioni, come vedremo più avanti. A. Colella (a cura di), L'esodo dalle terre adriatiche. Rilevazioni statistiche, Roma, 1958.
(7) Per il dettaglio delle modifiche intervenute nella normativa che fissava le condizioni per l’ottenimento della qualifica vedi Sandi Volk, Esuli a Trieste. Bonifica nazionale e rafforzamento dell’italianità al confine orientale, KappaVu, Udine, 2004, pp. 54-55.
(8) Olinto Mileta Mattiuz , Popolazioni dell’Istria, Fiume, Zara e Dalmazia, ADES, Trieste, 2005.
(9) Cfr. Flaminio Rocchi, L'Esodo dei 350.000 Giuliani, Fiumani e Dalmati, Ediz. Difesa Adriatica, Roma, 1990. 
(10) La cifra più bassa, che riguarda peraltro solo il territorio della Croazia, è sostenuta dallo studioso croato Vladimir ŽerjavicÌ nel suo saggio Doseljavanja i iseljavanja s podrucÌŒja Istre, Reke i Zadra u razdobju 1910-1971, DruÅ¡tvena istraživanja, n° 4-5, 1993, pp. 631-656. Sulla base dei dati del censimento della popolazione italiana del 1961 il geografo Gianfranco Battisti arriva invece alla cifra di 230.000 profughi come “un valore minimo, prudenziale†(Gianfranco Battisti, Ondate migratorie anomale nell’esperienza italiana: i profughiAtti del convegno di studi sui fenomeni migratori in Italia (Piancavallo, 28 - 30 aprile 1978), Pordenone, 1978, pp.217-222.), mentre glia autori di Storia di un esodo valutano il numero degli esodati in 250.000 unità. Va detto che le uniche cifre certe di cui disponiamo sono quelle riguardanti coloro che lasciarono i territori oggi appartenenti alla Repubblica di Slovenia dal 1945 al 1958 i territori annessi alla Slovenia dopo la guerra vennero abbandonati da 49.132 persone, anche se sono solo 27.810 quelli che possono essere considerati »profughi istriani« in quanto 21.322 avevano abbandonato nel 1947 i territori annessi alla Slovenia con il Trattato di Pace, che però non facevano parte dell'Istria e in cui prima del 1918 gli italiani non erano praticamente presenti. Si trattava in questo caso nella stragrande maggioranza di italiani, dipendenti di enti e strutture statali, immigrati dopo la prima guerra mondiale, quando questi territori passarono all'Italia (Nevenka Troha, Preselitve v Julijski krajini po drugi svetovni vojni, Prispevki za novejÅ¡o zgodovino, n° 1 (Zbornik Milice Kacin Wohinz), 2000, pp. 256-257).
(11) Archivio Centrale dello Stato, Presidenza del Consiglio dei Ministri – Gabinetto (ACS-PCM-Gab), fasc. 1.6.1/40/11. 
(12) V. ŽerjavicÌ, Doseljavanja, cit. 
(13) N. Troha, Preselitve,cit., pp. 256-257. 
(14) Olinto Mileta Mattiuz , Popolazioni dell’Istria, Fiume, Zara e Dalmazia, ADES, Trieste, 2005.
(15) Esemplare la vicenda dei ferrovieri triestini, in gran parte sloveni. Nel 1919 scesero in sciopero, ma le autorità militari italiane intimarono loro il rientro al lavoro, pena il licenziamento. Circa 1.500 ferrovieri non ubbidirono a questa intimazione e ben 900 di essi si trasferirono in territorio jugoslavo, seguiti entro agosto da quasi tutti i loro colleghi di nazionalità slovena. Al loro posto le autorità italiane fecero arrivare lavoratori di altre regioni del Regno – nell’agosto 1921 su 5.100 operai avventizi assunti a Trieste dopo il novembre del 1918 ben 2.180 provenivano da altre regioni del Regno (Almerigo Apollonio, Dagli Asburgo a Mussolini. Venezia Giulia 1918-1922. Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 2001, pp. 98-109; DuÅ¡an NecÌak., Položaj v slovenskem Primorju v lucÌŒi Pisarne za zasedeno ozemlje od novembra 1918 do novembra 1920, Kronika, Ljubljana, 20 (1972), 3, p. 159). Un caso particolare fu quello che coinvolse Pola, dove dopo la chiusura degli stabilimenti navali di quella che era stata la principale base della marina militare dell’Impero Austro-Ungarico nel giro di alcuni anni emigrarono tra le 20 e le 25.000 persone sulle 70.948 censite in città nel 1910 – se ne andò quindi tra il 28 ed il 35% della popolazione (Milica Kacin Wohinz , Fascismo Foibe Esodo. Le tragedie del Confine orientale, Atti del Convegno dell'ANED, Trieste - Teatro Miela, 23.9.2004 – http://www.deportati.it/static/pdf/TR/2005/novembre/quaderno.pdf). Per una visione complessiva dei movimenti migratori nelle zone di confine vedi Piero Purini: Metamorfosi etniche. I cambiamenti di popolazione a Trieste, Gorizia, Fiume e in Istria, KappaVu, Udine, 2010 (in seguito, P. Purini, Metamorfosi etniche)La politica di colonizzazione/italianizzazione riguardò in particolare sloveni e croati. Nel 1931 lo stato italiano mise in piedi un istituto, l’Ente per la rinascita agraria delle tre Venezie con il preciso compito (e amplissimi poteri) di espropriare dei loro poderi i coltivatori sloveni e croati per assegnare le loro terre a condizioni particolarmente vantaggiose ad agricoltori ex combattenti e/o fascisti. Nel 1938 l’istituto aveva già acquistato e assegnato a nuovi proprietari alcune centinaia di aziende agricole per un totale di 5.367 ettari - di cui ben 3.156 nella sola provincia di Gorizia (M. Kacin Wohinz , Fascismo Foibe Esodo.cit.; Laura Vanello, Casse rurali e campagne istriane (1927-1937), Silva Bon Gheradi et al.; L’Istria tra le due guerre, Ediesse, Roma, 1985, p. 220). 
(16) P. Purini, Metamorfosi etniche; Id., Analisi dei dati statistici ufficiali italiani riguardanti l’emigrazione dalla Venezia Giulia nel periodo 1921-1938, Annales, Koper, 20, 2000; Piero Purini, L’emigrazione non italiana dalla Venezia Giulia dopo la prima guerra mondiale, Qualestoria, Trieste, 1, 2000; Id., Raznarodovanje slovenske manjÅ¡ine v Trstu. (Problematika ugotavljanja Å¡tevila neitalijanskih izseljecev iz Julijske krajine po prvi svetovni vojni), Prispevki za novejÅ¡o zgodovino, Ljubljana, 1-2, 1998. Sull'immigrazione dalle altre provincie del Regno d'Italia cfr. Fran Zwitter et al., Oko Trsta, Državni izdavacÌŒki zavod Jugoslavije, Beograd, 1945, pp. 136-140. Secondo gli autori del volume gli immigrati nella cosidetta Venezia Giulia erano 128.897 (su poco più di 1 milione di abitanti della regione, compresa la provincia di Zara): 51.113 provenivano dal Veneto, 13.762 dalla Puglia, 7.503 dalla Sicilia, 7.372 dalla Campania, 7.184 dall'Emilia, 6.349 dalla Lombardia, 5.404 dalla Toscana, 4.916 dal Piemonte, 3.804 dalle Marche, 2.843 dalla Calabria, 2.601 dalla Liguria, 2.551 dal Lazio, 2.465 dalla Sardegna, 2.415 dal Trentino-Alto Adige, 2.127 da Abruzzi e Molise, 1.427 dalla Basilicata e 1.243 dall'Umbria. Si trattava di una immigrazione che si indirizzava verso le città maggiori, in particolare verso la provincia di Trieste, dove gli immigrati erano 63.932, di cui ben 49.009 stanziati in città, ed era in gran parte composta di militari e personale di polizia.
(17) V. D'Alessio Il cuore conteso, cit.. 
(18) L’inverso non valeva invece per la popolazione di nazionalità italiana, visto che la diffusione tra coloro che si definivano italiani della conoscenza dello sloveno e/o del croato era considerato inutile quando non addirittura disdicevole. Significativo mi sembra il fatto che ancora oggi tra gli esuli istriani è diffusa la tendenza a nascondere e negare il fatto che in famiglia si conoscesse (e tanto meno di conoscere oggi) e addirittura parlasse la lingua “slavaâ€. Gloria Nemec, Un paese perfetto. Storia e memoria di una comunità in esilio: Grisignana d'Istria 1930-1960, Istituto Regionale di Cultura Istriana – Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 1998. 
(19) Sono accertati i casi di 2.694 sloveni che abbandonarono i territori del Goriziano annessi alla Slovenia tra il 1947 ed il 1951, anche se la cifra complessiva è sicuramente più alta di qualche migliaio. N. Troha, Preselitve, cit., pp. 256-257.
(20) S. Volk, Esuli a Trieste, cit., pp. 78-88 e 202-203. 
(21) Da notare che il Gei considerava compromessi con il fascismo solo coloro che avevano collaborato con i nazisti dopo l’8 settembre ’43, ma non quelli coinvolti nelle attività fasciste dei venti anni precedenti, nemmeno gli squadristi. 
(22) Il CLNI fu costituito nel novembre del 1946 da istriani rifugiatisi a Trieste. Era il massimo organismo direttivo dei CLN clandestini che operavano in Istria. Era composto dai rappresentanti della Democrazia cristiana, del partito socialista, di quello repubblicano e di quello liberale e per questo e per l’egemonia esercitata al suo interno dai rappresentanti della Dc era l’organizzazione dei profughi più strettamente legata agli ambienti governativi. S. Volk, Esuli a Trieste, cit., pp. 114 - 132. 
(23) V. ŽerjavicÌ, Doseljavanja, cit..
(24) O. Mileta Mattiuz, Popolazioni, cit. 
(25) Sempre riguardo all’Istria, dalle cifre riportate dal Mileta risulta che se ne andò ben il 93,6% degli italiani che egli stima presenti nel 1941, contro il 30% dei croati ed il 34,6 degli sloveni. O. Mileta Mattiuz, Popolazioni, cit. 
(26) Il Trattato di pace tra l'Italia e le potenze alleate e associate venne firmato a Parigi il 10 febbraio 1947 ed entrò in vigore il 15 settembre 1947. L'articolo 19 del Trattato di Pace tra l'Italia e le »potenze alleate e associate«, che venne firmato il 10 febbraio 1947 ed entrò in vigore il 15 settembre dello stesso ano, riconosceva a tutti che tutti i cittadini italiani (ed i loro figli minorenni) che avessero la residenza nei territori ceduti a un altro stato alla data del 10.6.1940 l’automatica acquisizione della cittadinanza dello stato successore (e l’altrettanto automatica perdita di quella italiana). A coloro la cui lingua usuale era l'italiano era però concessa la possibilità di decidere di mantenere la cittadinanza italiana rinunciando a quello dello stato successore, che a sua volta aveva la facoltà di chiederne il trasferimento in Italia entro un anno dalla presentazione della domanda d'opzione per la cittadinanza italiana. Per mantenere la cittadinanza italiana dovevano presentare domanda d’opzione anche coloro che si erano già trasferiti dai territori ceduti in Italia o nella Zona A del nascente TLT (le autorità jugoslave peraltro sollevarono grosse contrarietà al fatto che potessero optare per la cittadinanza italiana quei profughi che si erano stabiliti nella Zona A). Potevano avvalersi del diritto di opzione tutte le persone maggiorenni e l'opzione del marito non valeva per la moglie, mentre l'opzione del padre (o della madre nel caso questi fosse deceduto) valeva anche per i figli minorenni. Gli stati a cui vennero assegnati i territori ex italiani dovevano stabilire per legge entro tre mesi dall'entrata in vigore del trattato le procedure per il riconoscimento della cittadinanza e per avvalersi del diritto d'opzione. Per il testo del Trattato di pace MeÄ‘unarodni ugovori Federativne Narodne Republike Jugoslavije, sveska br. 4, godina 1947. In base al Trattato di pace la domanda d'opzione doveva essere presentata alle autorità dello stato successore o a quelle italiane entro il settembre del 1948, tuttavia in seguito Jugoslavia ed Italia si accordarono per prolungare il termine fino al 16.2.1949. Con l'accordo del 23.12.1950 Italia e Jugoslavia reintrodussero la possibilità di optare. Gli abitanti dei territori passati alla Jugoslavia che si trovavano in Italia ebbero la possibilità di esercitare tale diritto entro il 23.3.1951, mentre coloro che erano rimasti nei territori annessi alla Jugoslavia e ai quali le autorità jugoslave avevano respinto la domanda potevano ripresentarla dal 1.1. all'11.3.1951. Per un approfondito esame del problema delle opzioni tra Italia e Jugoslavia MaruÅ¡a Zagradnik, Optiranje za italijansko državljanstvo s prikljucÌŒenega ozemlja, Prispevki za novejÅ¡o zgodovino, XXXVI, 1996, ppr. 95-107. 
(27) Cfr. R. Pupo, Il lungo esodo, cit., p. 204. 
(28) Cosa significa ad esempio rendere senza patria nella propria patria di origine? Se lo interpretiamo come il fatto che determinate persone si trovano emarginate e/o estraniate da quello che è il contesto economico e sociale in cui vivono, la forzosità potrebbe essere sostenuta per tutti i tipi di migrazioni.
(29) L’unico documento che avvalorerebbe l’esistenza di un progetto di espulsione degli italiani elaborato a livello dei massimi vertici jugoslavi è una intervista a Milovan Äilas, all’epoca uno dei massimi leader jugoslavi (divenuto poi oppositore del regime da posizioni liberaleggianti negli anni ’50) pubblicata dal settimanale Panorama del 21 luglio 1991, in cui il Äilas affermerebbe di essere stato mandato nel '46 in Istria da Tito assieme a Edvard Kardelj per organizzare l'espulsione delgi italiani. In realtà dal testo riportato da Antonietta Vascon Marucci nel suo Libro Bianco sul problema degli esuli italiani dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia (Trieste, 2001) - “...Ricordo che nel 1946 io e Edward Kardelj, andammo in Istria ad organizzare la propaganda antiitaliana. Si trattava di dimostrare alla Commissione alleata che quelle terre erano jugoslave e non italiane. Ci furono manifestazioni con striscioni e bandiere. Bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni di ogni tipo E così fu fatto" - l’interpretazione delle affermazioni di Äilas come ammissione di un progetto di pulizia etnica appare molto meno scontata.
(31) Archivio dello InÅ¡titut za narodnostna vpraÅ¡anja di Ljubljana, fondo Zvezni sekretariat za zunanje zadeve, Beograd, doc. n° 18075 (1955), p. 14). Qualcosa di simile emerge dagli studi della ricercatrice per il dottorato presso l’Università Modena e Reggio Emilia Mila Orlic sull’esodo degli italiani dall’Istria e il loro insediamento nella provincia di Modena. In base alla documentazione da lei consultata presso gli archivi di Belgrado la Orlic e giunta alla conclusione che mentre in alcuni casi le autorità locali dimostravano intenti discriminatori nei confronti degli italiani, diverso era l’atteggiamento delle autorità federali jugoslave, che spesso si trovarono a richiamare i rappresentanti locali a un atteggiamento più corretto e consono alla proclamata eguaglianza e fratellanza delle nazionalità all’interno della Jugoslavia socialista e alla norme che le tutelavano.
(32) Su alcuni memoriali di fonte istriani pervenuti al governo italiano e sui progetti di intervento alleato e/o del regio esercito in Istria Raoul Pupo,L’Italia e la presa del potere jugoslava nella Venezia Giulia, Gianpaolo Valdevit (a cura di), La crisi di Trieste. Maggio – giugno 1945. Una revisione storiografica, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli – Venezia Giulia di Trieste, Trieste, 1995. Ma i progetti prevedevano anche l’unione delle forze tra X Mas e formazioni partigiane Osoppo allo scopo di impedire l’arrivo delle formazioni filojugoslave fino al sopraggiungere delle truppe alleate. Soluzioni su larga scala di questo tipo non vennero messe in pratica, tuttavia è da notare che l’insurrezione scatenata a Trieste alla fine di aprile del 1945 dal locale Comitato di liberazione nazionale (CLN) in concorrenza con quella del Comando di città del 9° Corpo dell’EPLJ fu condotta con formazioni formate in gran parte da questurini, appartenenti alla collaborazionista Guardia civica e della Guardia di finanza, anch’essa compromessa con i nazisti (Roberto Spazzali, ... L’Italia chiamò. Resistenza politica e militare italiana a Trieste 1943-1947, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 2003). Per quanto riguarda l’Osoppo a Cividale, per precedere ed impedire la liberazione jugoslava e garibaldina della città, essa inglobò all’ultimo istante nelle proprie file unità fascista al completo, con tanto di ufficiali: fu così che gli stessi uomini che fino al giorno prima avevano operato a Cividale al servizio dell’occupatore nazista divennero i liberatori della città. Su tale episodio (e più in generale sulle manovre tra osovani e fascisti) Alessandra Kersevan, Porzus. Dialoghi sopra un processo da rifare, KappaVu, Udine, 1995 pp. 120-122.
(33) Durante la guerra Santin si distinse per le prese di posizione contro il movimento partigiano, arrivando a giustificare sollecitare misure repressive (di cui peraltro deplorava gli eccessi). Sull’esodo egli si espresso nella maniera forse più compiuta nel 1950, quando scrivendo al ministro degli esteri Carlo Sforza affermò che esso dimostrava l'iniquità del confine fissato dal Trattato di pace. Cfr. Sergio Galimberti, Santin. Testimonianze dall’Archivio privato, MGS Press, Trieste, 1996, pp. 91, 95-96, 265.
(34) Alberto Sciarra, Gli esuli istriani, la dispersione in Italia e nel mondo e le loro associazioni, tesi di laurea in Storia contemporanea, Facoltà di Scienze politiche dell’Università La Sapienza di Roma, relatore prof . Giovanni Aliberti, Roma, 1999, pp. 82-87. 
(35) S. Galimberti, Santin, cit., pp. 107-108.
(36) All’inizio del 1947 l’ammiraglio Stone, capo dell’amministrazione d’occupazione anglo-americana in Italia, aveva respinto la richiesta del governo italiano di poter insediare i profughi da Pola sul territorio della futura Zona A del TLT. Il GMA avrebbe anzi immediatamente avviato verso l’Italia i profughi da Pola che fossero arrivati a Trieste (ACS-PCM-Gab, fasc. 1.6.1/25049/40, lettera dell’Office of the Chief of Branch Liaison and Civil Affairs Branch al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del 5.3.1947). L’opinione del GMA triestino riguardo alla questione della permanenza dei profughi istriani nella Zona A è invece ben espressa in alcune considerazioni riportate nel rapporto per il mese di agosto del 1949: “Anche se possiamo sostenere che questi ferventi filoitaliani e anticomunisti rappresentano una acquisizione politicamente positiva per Trieste, risulta fastidioso il continuo infiltrarsi in Zona A di profughi che in base alle disposizioni del Trattato di pace 
dovrebbero andare in Italia†( Archivio dell’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione di Trieste, fondo GMA (AIRSML, GMA), fasc. 201 A e 201 B). 
(37) A Monfalcone, dove la maggioranza della popolazione era di nazionalità italiana , ma aveva sostenuto per ragioni sociali e politiche l’annessione alla Jugoslavia socialista, i profughi †avrebbero potuto prendere gradualmente il posto di numerosi progressisti, creando così un blocco contro l’invadenza dei filoslaviâ€. L’elite italiana dell’Istria prevedeva però l’utilizzo dei profughi in funzione del rafforzamento dei sentimenti nazional(istic)i anche in altre zone di confine. Infatti chiedeva che nel caso non fosse stato possibile insediarli a Trieste e nel Goriziano i profughi venissero insediati in massa – “per evidenti ragioni politiche†– in Alto Adige/ Sud Tirolo. Cfr. Pasquale De Simone, Dalla conferenza della pace la condanna all'esodo. Atti e memorie del C.L.N. di Pola. Gorizia, L'Arena di Pola, 1961, pp. 4-5, 25, 44. Per il pogrom goriziano del settembre 1947 Nevenka Troha, Komu Trst. Slovenci in Italijani med dvema državama. Ljubljana, Modrijan,1999, pp. 271 –272. 
(38) N. Troha, Komu Trst, cit., pp. 249-250 e 269. 
(39) L'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, probabilmente la maggiore e sicuramente la più diffusa organizzazione dei profughi sul territorio italiano, scrive infatti nel suo statuto, articolo 2° (Scopi e funzioni), paragrafo A, che l'associazione ha lo scopo di “compiere ogni legittima azione che possa agevolare il ritorno delle Terre Italiane (sic!) della Venezia Giulia, del Carnaro e della Dalmazia in seno alla Madrepatria (sic!) concorrendo sul piano nazionale al processo di revisione del Trattato di Pace per quanto riguarda l'assetto politico di tali terre anche nel quadro del processo di unità europeaâ€. Al di la della formulazione fumosa, lo scopo è dichiaratamente quello di far tornare i territori ceduti con il Trattato di Pace (ma anche di più, visto che la Dalmazia è stata annessa all'Italia solo dopo l'aggressione e lo smembramento della Jugoslavia nel 1941). Lo statuto è consultabile all'indirizzo web http://www.anvgd.it/documenti/anvgd_statuto.pdf.
(40) C. Colummi et al., Storia di un esodo, cit., pp. 84-85
(41) Sandi Volk, Ezulski skrbniki. Vloga in pomen begunskih organizacij ter urejanje vpraÅ¡anja istrskih beguncev v Italiji v lucÌŒi begunskega cÌŒasopisja 1945-1963, Zgodovinsko druÅ¡tvo za južno Primorsko, Znanstveno-raziskovalno srediÅ¡cÌŒe Republike Slovenije Koper, Koper, 1999, p. 150, nota 143. 
(42) La Voce Giuliana 16.3.1976, L’amaro dubbio. Dopo l’esodo, negli anni ’50, Miglia fu protagonista delle prime aperture nei confronti della realtà dell’Istria jugoslava e della minoranza italiana rimasta. Da notare che oltre a questa esplicita posizione del Miglia, furono molti i dirigenti delle organizzazioni degli esuli che nel 1975/76, dopo il trattato di Osimo, che segnava la definitiva rinuncia italiana all’ultimo lembo di Istria (la Zona B del Territorio Libero di Trieste), valutarono la scelta dell’esodo come un errore.
(43) G. Battisti, Ondate migratorie, cit. Dopo aver rilevato l’esistenza di un trend migratorio in crescita dall’Istria verso le regioni più sviluppate d’Italia già nel periodo dal 1919 allo scoppio della guerra, l’autore afferma che l’esodo “ ... Si inserisce in tal modo nel trend storico che vede la Venezia Giulia caratterizzata dal progressivo abbandono delle aree economicamente marginali da parte dell'elemento etnico italianoâ€. Per un quadro della realtà quotidiana in una piccola comunità urbano agricola dell’Istria interna è invece utilissimo G. Nemec, Un paese perfetto, cit. Uno dei fenomeni che viene documentato nel libro è la propensione all’emigrazione verso le realtà urbane maggiori quale strumento di liberazione da realtà familiari di tipo patriarcale.
(44) S. Bon Gheradi et al.; L’Istria tra le due guerre, cit.. Il volume documenta una situazione economica, sociale e sanitaria a tratti drammatica, con plaghe malariche, altissimo indebitamento dei piccoli proprietari coltivatori, fenomeni diffusi di banditismo e pauperismo. L’Istria era all’epoca la regione più arretrata d’Italia ad eccezione della Basilicata.
(45) Da notare che la situazione economica in tutta la Jugoslavia peggiorò notevolmente dopo la rottura tra Tito e Stalin, soprattutto negli anni 1949 e 1950, quando perse anche prestiti, collaborazioni e mercati dell’Urss e dei suoi alleati (ai quali aveva in precedenza legato il proprio futuro economico). 
(46) Sulla politica economica e del lavoro del GMA vedi Gianpaolo Valdevit, La labor policy del Governo militare alleato (1945- 1954) e Furio Bednarz, Crisi economica e governo della società, Luigi Ganapini (a cura di) ... anche l’uomo doveva essere di ferro. Classe e movimento operaio a Trieste nel secondo dopoguerra, Franco Angeli, Milano, 1986. 
(47) V. D'Alessio Il cuore conteso, cit.. Per converso gli esponenti politici sloveni e croati rivendicavano ai propri popoli il merito di aver creato con il proprio concreto lavoro la realtà istriana senza poterne godere a pieno i frutti, che andavano in gran parte a una classe dominante italiana dipinta come estranea alla regione. 
(48) Utili a tale riguardo sono alcuni episodi rievocati da alcuni degli intervistati in G. Nemec, Un paese perfetto, cit., come ad esempio il fatto che i giovani italiani della cittadina di Grisignana tra le due guerre avessero preso il vizio di recarsi alle sagre organizzate in un paese croato vicino per impossessarsi – del tutto impunemente – dell’incasso.
(49) Sull'atteggiamento dei socialisti italiani in Istria rispetto alla questione nazionale e il loro rapporto rispetto a sloveni e croati Marin Cattaruzza, Socialismo adriatico. La socialdemorazia di lingua italiana nei territori costieri della Monarchia asburgica: 1888-1915, Piero Lacaita Editore, Roma, 1998. 
(50) Per alcuni esempi dell’atteggiamento di alcuni dei dirigenti comunisti italiani in Istria vedi Paolo Sema, El Mestro de Piran, Aviani, s.a., e Antonio Budicin, Nemico del popolo, Italo Svevo, Trieste, 1995. D’altra parte anche il movimento partigiano e comunista jugoslavo, sia sloveno che croato, era fortemente influenzato da istanze di tipo nazionale e tra aderenti e dirigenti numerosi erano coloro che provenivano dalle file dei movimenti nazionali del periodo prefascista (i c.d. narodnjaki/ narodnjaci).
(51) In dialetto significa schiavo. L’uso di questo termine è tuttora ampiamente diffuso tra la popolazione italiana di Trieste e Gorizia e da l’idea del radicamento dell’idea sull’inferiorità culturale e civile di sloveni e croati. Spesso esso viene, infatti, utilizzato anche senza intenti coscientemente offensivi, ma come risvolto dell’introiezione di questa visione. Un segno altrettanto evidente, anche se meno offensivo, di questo tipo di atteggiamento e l’abitudine di usare il termine slavi per designare sloveni e/o croati. Non si tratta, infatti, solo dell’utilizzo di un termine di comodo con il quale designare contemporaneamente entrambi i popoli, ma del riflesso della visione degli sloveni e dei croati come popoli primitivi, senza cultura e identità proprie, separate.
(52) La cosa avvenne in un incontro con il diplomatico italiano barone Giusti. Quest’ultimo ammonì i suoi interlocutori che si trattava di un termine offensivo e inappropriato (sopratutto nel caso di negoziati diretti con gli jugoslavi), al che i membri della delegazione (in particolare l’ex deputato socialriformista Antonio De Berti) insorsero indignati affermando che erano stati gli slavi a comportarsi in maniera persecutoria. Cfr. P. De Simone, Dalla conferenza della pace, cit. p. 66.
(53) Negli ultimi tempi c’è stato un risveglio di interesse su quest’aspetto con la pubblicazione di una serie di studi e ricerche. Oltre a S. Volk, Esuli a Trieste, cit., si occupano di questo aspetto dell’esodo A. Sciarra, Gli esuli, cit., nonché Piero Del Bello (a cura di), C.R.P. Centro Raccolta Profughi. Per una storia dei campi profughi istriani, fiumani e dalmati in Italia (1945/1970), Gruppo Giovani dell’Unione degli Istriani/ Istituto Regionale per la Cultura Istriano – fiumano – dalmata, Trieste, 2004, e Maria L. Molinari, Villaggio San Marco. Via Remesina 32. Fossoli di Carpi, EGA Editori, Torino, 2006. Sono peraltro in corso altre ricerche sulla presenza dei profughi istriani e dalmati in singole località e zone. 
(54) Anche alla nascita del CLNI non sembra peraltro estranea l’esigenza dello stato italiano di avere a disposizione un organismo rappresentativo non solo dei profughi, ma anche e soprattutto dei sostenitori dell’Italia in Istria. 
(55) Riccardo Zanella, l'ex presidente dello Stato libero di Fiume (creato dopo il Trattato di Rapallo del 1920 e annesso all'Italia dopo un colpo di stato fascista nel 1922) in una sua lettera al Presidente del Consiglio dei Ministri del 22.10.1947 definì questa organizzazione come un “covo di fascisti, di squadristi, di collaboratori dei tedeschi, di picchiatori, di oppressori e di calunniatori di professione degli antifascistiâ€. ACS-PCM-Gab, fasc. 1.6.1/25049/38. Tra i vari personaggi compromessi con il fascismo che ne furono alla guida quello forse più significativo è Libero Sauro, che fu a lungo presidente dell'Anvgd. Durante l’occupazione tedesca Libero Sauro fu il comandante del 2° Reggimento della Milizia difesa territoriale di Pola, unità fascista al servizio dei nazisti. Anche suo fratello Italo fu un fascista convinto e durante l’occupazione nazista fece parte delle formazioni collaborazioniste fasciste. Nell’estate del 1944 propose ai nazisti di deportare in Germania tutti gli allogeni (sloveni e croati) tra i 15 ed i 45 anni d’età quale sistema per fermare l’attività partigiana. Sui fratelli Sauro AA. VV., Nazionalismo e neofascismo nella lotta politica al confine orientale 1945-75, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, Trieste, 1977, pp. 143, 176 e 726. I fratelli Sauro erano figli dell’eroe nazionale italiano della prima guerra mondiale Nazario Sauro. Nato a Capodistria, prima dello scoppio della prima guerra mondiale si era rifugiato in Italia, arruolandosi nella marina militare compiendo per essa azioni di spionaggio e sabotaggio lungo la costa istriana. Gli austriaci lo catturarono e lo giustiziarono quale disertore a Pola. Il suo corpo fu sepolto a Pola fino al 1947, ma al momento dell’esodo venne disseppellito, nonostante il parere contrario della vedova, e traslato a Venezia. Qui gli venne dedicato un monumento commemorativo, mentre il suo corpo fu sepolto nel palazzo comunale.
(56) S. Volk, Esuli a Trieste, cit., pp. 62-152. 
(57) Gli scopi dell’attività dell’OAPGD a Trieste vengono chiarito da una relazione dell’ente databile alla metà del 1953. Dopo una premessa in cui venivano descritte le misure di cui poteva usufruire l’OAPGD in Italia per la soluzione definitiva della questione dei profughi, il testo proseguiva: †... Premesso che a Trieste, per ovvie ragioni di natura politica non si possono ottenere dal GMA provvedimenti del genere per la comunità di profughi giuliani e dalmati, che si aggira su ben 20.000 unità, rappresentanti un saldo baluardo dell’italianità del territorio di Trieste, l’Ufficio Zone di confine della Presidenza del Consiglio, ha ritenuto che venisse affidato all’Opera il programma edilizio per i profughi giuliani e dalmati di Trieste, nel duplice intento di assicurare una penetrazione di forze italiane nelle zone slave del territorio, e di assicurare un patrimonio immobiliare all’Opera, la quale gestisce un gruppo di importanti istituzioni culturali nella fascia del confine orientale. Il programma doveva attuarsi in tre anni per una spesa complessiva di Lire 1.750.000.000, corrispondente a sette contributi semestrali sul bilancio del Territorio di lire 250 milioni ciascuno. L’Opera inoltre avrebbe ed ha integrato lo stanziamento governativo con propri fondi. Infatti la prima borgata, in località Chiarbola a Trieste, in corso di ultimazione, costerà 300 milioni di cui 250 sono il contributo statale ottenuto nel 1952 e 50 milion i sono stati stanziati dalla Sede Centrale dell’Opera. Con il contributo del semestre gennaio–giugno sono stati recentemente appaltati i villaggi di S. Croce e Opicina.
DUINO AURISINA 
Come risulta dall'allegata carta etnica della zona [nel fascicolo da me consultato la carta non c’era, n.d.a], la fascia costiera, che congiunge il territorio di Trieste a Monfalcone, è abitata in prevalenza da elementi slavi. E’ perciò che l’Opera ha studiato un’opportuna dislocazione lungo detta fascia costiera dei villaggi destinati agli italiani profughi. Ovviamente nessun triestino lascerebbe la città per un alloggio nel territorio, e tale necessaria opera di bonifica nazionale potrà venir attuata solo con i profughi istriani e dalmati. Non è un programma molto semplice, soprattutto perché bisogna assicurare a questa gente anche il lavoro. Dopo la costruzione, sempre in zona a lingua mista, della borgata in città (cerchio n. 1) [si riferisce a cerchi evidentemente presenti nella citata carta, n.d.a.] e il recente appalto a Opicina (cerchio n. 9) e a S. Croce (cerchio n. 8), la prima a lingua mista e la seconda abitata in prevalenza da sloveni, l’Opera ha iniziato uno studio per poter destinare il contributo di Lire 250 milioni del semestre luglio-dicembre a Duino Aurisina. In questa località il programma è più importante ancora che nelle precedenti, perché Duino Aurisina non fa parte del Comune di Trieste e il Sindaco della località appartiene al partito jugoslavo favorevole a Tito. Basta ricordare la recente questione delle tabelle bilingui messe dal Comune di Duino Aurisina sull’autostrada. E’ qui che gli jugoslavi ci hanno preceduti, costruendo dal 1945 ad oggi ben ......... case nuove, in gran parte assegnate a sloveni provenienti dal territorio jugoslavo. L’Opera ha acquistato un terreno in idonea posizione, dal Principe di Torre e Tasso, esponente italiano di Duino (cerchio n. 10) e sta predisponendo la progettazione degli alloggi, dei locali per negozi e artigianati, e di un Ospizio per vecchi con 50 letti. Il tutto inquadrato in un organico piano economico, che assicuri l’indipendenza economica della nuova borgata. La zona sta prendendo un ampio sviluppo turistico e ciò facilita il nostro lavoro. Gli altri cerchi segnati sulla carta, confrontati con la carta etnica, dimostrano l’intensità del nostro programma di assicurare una continuità alla maggioranza italiana sulla fascia costiera da Monfalcone a Trieste.
ACCENNI A PROBLEMI COLLEGATI
Il Genio Civile e l’Assistenza Post-Bellica, in località S. Croce, hanno creato, a suo tempo, molti alloggi di emergenza, che hanno il pregio, oltre che aver fatto fronte a gravi ed immediate necessità, di aver abituato le famiglie dei profughi all’idea che non tutti possono avere un alloggio in città. Infatti i profughi sistemati a Trieste è più difficile spostarli sulla fascia costiera. Nello spirito di collaborazione, che l’Opera ha trovato presso il nuovo Capo del Dipartimento dei Lavori Pubblici, Comm. Caffarelli, si sta predisponendo l’acquisto a S. Croce di uno stabile già impegnato dal Genio Civile e che il predetto Ufficio non può acquistare per disposizioni legislative. 2.500 famiglie di profughi hanno chiesto la casa all’Opera, con un recente ordine di zona, esse sono escluse dal programma dell’Istituto Autonomo case Popolari e degli altri Enti, per cui l’Opera confida pertanto di poter portare a compimento il programma iniziato. Per le iniziative di collocamento al lavoro, sono stati riservati importanti stanziamenti a Trieste.†ACS-PCM-Gab, fasc. 3.2.8/6, relazione dell’OAPGD dal titolo »Il programma edilizio dell’Opera nel territorio di Trieste«, senza data né firma (probabilmente della metà del 1953), siglato »CA/C« sulla prima pagina. 
(58) Trieste accolse circa la metà di tutte le abitazioni per i profughi costruite dall’OPAGD, il 94% dei locali d’affari e gran parte degli istituti per i giovani e gli anziani. 
(59) In tale occasione l’allora sottosegretario alla Presidenza del consiglio Oscar Luigi Scalfaro pronuncio un discorso che venne ripreso dalla televisione. In esso spiegò chiaramente quali erano le intenzioni del governo riguardo ai profughi e quale la missione che veniva loro affidata. “Una parola del tutto particolare per i profughi: il Governo se ne è preoccupato in modo particolarmente fraterno. Se ne è preoccupato con provvidenze, ma voglio sottolineare una cosa che io penso stia particolarmente a cuore ai profughi, ed è che il Governo desidera, e spera, che i profughi istriani che sono già a Trieste e quelli che eventualmente dovessero giungere in queste giornate di trepidazione non debbano allontanarsi dal territorio di Trieste, e questo non solo, e vorrei dire non tanto, per una ragione psicologica che potrebbe parere una pura ragione formale politica, ma per una ragione sostanziale: i profughi istriani, i cittadini dell’Istria hanno una tradizione, una storia, una cultura, una civiltà che non possono andare disperse. Mi si consenta di aggiungere che hanno una fede, un amore di patria, un patrimonio di sacrificio che non possono assolutamente andare dispersi. Anche se il vederli innestati, questi nostri fratelli, nei vari centri della Patria poteva sembrare quasi l’accendersi di questa fiamma di fede e di amore, in tante zone della Patria, pare ben più pieno di significato che a questo punto avanzato di baluardo d’italianità rimanga questo patrimonio pieno d’amore, di fede, di sacrificio. Per loro la commissione da me presieduta sulla direttiva del Presidente Scelba continuerà in modo particolare a pensare e a provvedere.†L’Arena di Pola, 27.10.1954, Baluardo avanzato d’italianità gli istriani al confine orientale.
(60) Un discorso a parte riguarda invece l’inserimento nelle maggiori industrie, in particolare ai cantieri di Monfalcone, con ruoli di controllo di un personale profugo con trascorsi fascisti. 
(61) Per una trattazione più approfondita della questione dell’insediamento a Trieste dei profughi, rimando a S. Volk, Esuli a Trieste, cit..



#7409 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Gio 2 Ago 2012 3:22 pm
Oggetto: Visnjica broj 894
jugocoord
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SLOVENIA "INDIPENDENTE": TUTTO IN SVENDITA


La Slovenia in crisi vende i “gioielli di famigliaâ€

Decine di immobili sul mercato. Tra essi spicca Vila Bled che fu [residenza ufficiale, non proprietà personale] di Josip Broz Tito. Per acquistarla servono 3 milioni di euro ma si può affittare a 7mila euro al mese

di Mauro Manzin
da Il Piccolo del 2 agosto 2012

TRIESTE. La norma è passata praticamente inosservata all’interno del voluminoso pacchetto di restrizioni varato dal Parlamento per fronteggiare la crisi economica. I media sloveni si chiedono addirittura se i deputati si siano accorti su che cosa hanno votato. Tant’è che la “cartolarizzazione†degli immobili, anche di pregio, dello Stato è partita. Se si va a consultare la Finanziaria appena entrata in vigore si legge al capitolo beni immobili un ricavo stimato di 125 milioni, 762mila e 702 euro.
La Slovenia, dunque, mette in vendita i suoi gioielli. C’è un problema però: finora nessuno li compra. Due anni fa furono messi in vendita sei castelli ma nessun acquirente si è fin qui fatto avanti. In questa tornata il “pezzo†più pregiato è costituito senza dubbio da Vila Bled, sull’omonimo lago, ex residenza del Maresciallo Tito. Costo, 3 milioni e 34mila e 700 euro.
E se nessuno si fa avanti per l’acquisto ecco pronta dallo Stato sloveno un’altra modalità d’offerta: la villa si può affittare per 7mila euro al mese, neanche tanto se si pensa agli affitti chiesti ad alcuni commercianti triestini. E poi il posto è veramente da favola.
È in vendita anche il castello di Borl per 1 milione 934mila e 94 euro. Aggiungendo 262.406 euro si acquista anche il terreno circostante il maniero. In tutto dunque una spesa di circa 2,2 milioni di euro ben 100mila euro in meno di quanto era stato chiesto per lo stesso obiettivo due anni fa nella prima fase di vendita.
Il ministero della Difesa della Slovenia mette in vendita abitazioni per un valore complessivo di 20,3 milioni di euro. Si tratta di immobili che non servono più all’esercito o che non vengono momentaneamente utilizzati. Lo stesso ministero ha affittato numerosi terreni al prezzo di 50 euro al mese. L’evidenza dei terreni e delle abitazioni non è stata resa nota. Tra i beni in vendita c’è sempre anche l’aereo del governo, un Falcon del valore di 14 milioni 817mila e 715 euro, spesa mai digerita dall’opinione pubblica slovena.
Ma ce n’è per tutti i gusti. Come ad esempio il locale per affari di 30 metri quadrati in affitto per 90 euro al mese. Conveniente, certo, peccato che l’immobile si trovi all’interno dell’ospedale psichiatrico di Ormož. E, senza nulla togliere a Basaglia, crediamo, al lume della ragione, che un negozio stenterebbe a chiudere i bilanci in verde.
La Slovenia uno Stato in mutande che deve vendere i gioielli di famiglia per sbarcare il lunario? Non proprio. Infatti assieme ai super saldi di fine stagione di illustri immobili ecco che spuntano però anche una lista di acquisti non certo a buon prezzo. Molti riservati alla casta dei deputati. Il Parlamento, infatti, acquisterà 3270 metri quadrati di uffici per garantire un comodo lavoro agli onorevoli del Paese ai quali si aggiungeranno 1640 metri quadrati di parcheggi riservati alle automobili degli stessi nella centralissima piazza della Repubblica, sulla ErjavÄeva ulica (sede di governo e presidenza della Repubblica) e in Kongresni Trg.
Quest’anno solo per pagare i parcheggi il Parlamento sloveno spenderà 250mila euro. E il contribuente ingoia e schiuma di rabbia.


#7410 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Ven 3 Ago 2012 11:24 am
Oggetto: La Libia che ha voluto Napolitano / 2
jugocoord
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(francais / italiano. Sullo stesso argomento, si veda anche ad esempio:



Da: Andrea Fioretti 

Oggetto: E nel frattempo che succede in Libia?

Data: 02 agosto 2012 13.50.59 GMT+02.00

A: comunistiuniti @ yahoogroups.com


Mentre i mercenari e i "ribelli" in Siria ad Aleppo hanno scatenato la fase della guerra aperta, delle epurazioni ideologiche, etniche e religiose (persino contro alcune tribù e imam sunniti non "embedded") che succede nella Libia già "democratizzata" dalla NATO?

- Inquisizione salafita contro membri delle organizzazione umanitarie
- Ammissione del finanziamento di 2mld dollari della petromonarchia del Qatar per i mercenari anti-Gheddafi
- Attentati
- Reclutamento di mercenari per la guerra santa salafita in Siria

Fonti: AFP, Euronews, Quryna (giornale libico filo-regime), Pana, Europe 1



TRIPOLI — Les sept membres du Croissant-Rouge iranien enlevés mardi à Benghazi, dans l'est de la Libye, sont détenus et interrogés par une milice locale, a indiqué mercredi à l'AFP un responsable de la sécurité.

"Des membres de la brigade détenant les Iraniens sont en train de les interroger pour déterminer si leurs activités (...) visaient à prêcher la doctrine de l'islam chiite", a indiqué le responsable sous le couvert de l'anonymat.
Le chiisme, l'une des principales branches de l'islam, est vu par certains comme un culte hérétique en Libye, où la majorité de la population est de confession sunnite.

"Ils seront relâchés après la fin de l'interrogatoire", a-t-il ajouté, soulignant que "l'équipe est bien traitée et n'a pas été soumise à de mauvais traitements".

Le responsable n'a pas donné le nom de la brigade détenant les Iraniens mais a noté que ses membres étaient connus pour être des "islamistes extrémistes".

Wanas Sharif, un responsable au ministère de l'Intérieur, a confirmé que l'équipe du Croissant-Rouge iranien était "saine et sauve".
Le Croissant-Rouge libyen avait fait état mardi de leur enlèvement par des hommes armés et avait demandé leur libération.
La délégation était arrivée lundi en Libye à l'invitation du Croissant-Rouge libyen pour discuter "des perspectives de coopération dans le domaine de l'aide humanitaire", selon le Croissant-Rouge libyen.

Des associations de défense des droits de l'Homme s'alarment régulièrement des arrestations arbitraires menées par les milices composées d'ex-combattants anti-Kadhafi, ainsi que de leurs centres de détention secrets.

L'armée et la police n'étant toujours pas entièrement opérationnelles en Libye, ces milices en profitent souvent pour faire la loi dans le pays depuis la chute du régime de Mouammar Kadhafi en octobre 2011.

Amnesty International a appelé mercredi à la libération des Iraniens.

Dans un communiqué, la directrice adjointe du département Moyen-Orient/Afrique du Nord, Hassiba Hadj Sahraoui, a par ailleurs exhorté la milice qui les détient à les autoriser à communiquer avec l'extérieur.
"Leur sort souligne la nécessité urgente pour les autorités libyennes de contenir les milices armées qui agissent en dehors de tout contrôle", a-t-elle ajouté.


 


#7411 Da: "Coordinamento" <jugocoord@...>
Data: Dom 5 Ago 2012 7:47 am
Oggetto: Los von Rom (Via da Roma)
jugocoord
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(La crisi in Europa rinfocola le tendenze separatiste del Sudtirolo, a loro
volta sostenute da determinati settori dell'establishment germanico...)

http://www.german-foreign-policy.com/de/fulltext/58391

Der Zentralstaat als Minusgeschäft

03.08.2012
BOLZANO/ROM/BERLIN (Eigener Bericht) - Unter dem Druck der Eurokrise spitzt sich
der von Berlin geförderte Autonomiekonflikt in der italienischen Provinz
Bolzano/Alto Adige ("Südtirol") zu. Die italienische Regierung muss aufgrund des
deutschen Spardiktats umfangreiche Kürzungen im Staatshaushalt vornehmen und
dringt nun darauf, dass auch Südtirol sich angemessen beteiligt. Die Regierung
der Provinz, die zu den wohlhabendsten Italiens gehört, sucht nach einem Ausweg;
ein Regierungsmitglied fordert eine wirtschaftliche "Vollautonomie", um die
Mittel-Umverteilung an Süditalien zu stoppen. Sezessionistenkreise preschen
voran, verlangen ein Referendum über die vollständige Abspaltung Südtirols von
Italien und schließen den Anschluss an Österreich nicht aus. Die
Autonomiebestrebungen in Teilen der deutschsprachigen Minderheit Norditaliens
werden seit Jahrzehnten aus der Bundesrepublik gefördert - teilweise von
Vorfeldorganisationen der deutschen Außenpolitik, teilweise von Aktivisten der
extremen Rechten. Für die 1960er Jahre wird außerdem von direkten Kontakten
höchstrangiger bundesdeutscher Politiker zu Südtirol-Terroristen berichtet.
Unter dem Krisendruck nähern sich die damaligen Bemühungen ihrem Ziel stärker
denn je zuvor.

Eine Folge des Spardiktats

Ursache für die neuen Autonomie- und Sezessionsforderungen der deutschsprachigen
Minderheit Norditaliens ist das von Berlin in der Eurokrise durchgesetzte
Spardiktat, das Italien zu massiven Haushaltskürzungen zwingt. Von diesen ist
auch die norditalienische Provinz Bolzano/Alto Adige ("Südtirol") betroffen,
eine der wohlhabendsten Provinzen des Landes, die bereits seit mehreren
Jahrzehnten außergewöhnlich umfangreiche Autonomierechte innehat. Bolzano ist
nun aber nicht bereit, die von Rom geforderte Summe zur Etatsanierung
beizutragen; diese übersteige die Mittel, die die italienische Regierung
ihrerseits in Südtirol ausgebe, und verursache damit für die Provinz ein
Minusgeschäft, heißt es zur Begründung. Die Provinzregierung sucht nun nach
Möglichkeiten, die Forderungen Roms abzuwehren - und findet diese im Streben
nach noch größerer Autonomie.

Wirtschaftlich nicht vergleichbar

Bereits im Januar ist der Südtiroler Wirtschaftslandesrat Thomas Widmann mit der
Forderung nach einer "Vollautonomie" in Sachen Wirtschaft vorgeprescht. Widmann
verlangte, Südtirol solle ökonomisch gänzlich von Rom unabhängig sein; nur noch
die Außen- und die Verteidigungspolitik dürften von der Zentralregierung
gestaltet werden. Bekomme Südtirol eine solche "Vollautonomie", dann sei man
bereit, die Provinz mit einem einmaligen Beitrag zur Tilgung der Schulden
Italiens gleichsam freizukaufen. Die "Vollautonomie" in Wirtschaftsfragen werde
es ermöglichen, die im gesamtstaatlichen Vergleich recht kräftige Südtiroler
Ökonomie von jeglicher Notwendigkeit zur Rücksichtnahme auf den schwächeren
Süden zu befreien und ihr ein Wachstum zu verschaffen, das demjenigen
Österreichs oder Deutschlands nahekomme. Auch könne man dann Unternehmen, die
wegen der hohen Steuerbelastung ins Ausland abgewandert seien, nach Südtirol
zurückholen. Das alles aber "geht nur, wenn wir uns selbst verwalten", erklärte
Widmann bereits zu Jahresbeginn.[1] Anlässlich der jüngsten Herabstufung von 13
Banken und von 23 lokalen Körperschaften in Italien durch die Ratingagentur
Moody's hat der Wirtschaftslandesrat seine Forderung jetzt bekräftigt. Im Falle
Südtirols sei, äußert er, die Herabstufung "völlig ungerechtfertigt, weil unsere
Wirklichkeit mit jener der anderen Regionen Italiens absolut nicht vergleichbar"
sei.[2]

Los von Rom

Die Lage droht zu eskalieren. Der Südtiroler Landeshauptmann Luis Durnwalder
zieht in Betracht, Österreich, das sich als Schutzmacht der deutschsprachigen
Minderheit Italiens begreift, gegen die Forderungen der italienischen Regierung
zu mobilisieren: "Wir werden die österreichische Bundesregierung informieren und
notfalls Wien einschalten, sollte Rom nicht einlenken."[3] Noch weiter gehen
traditionell deutsch-völkische Kräfte, die seit je die Abspaltung Südtirols von
Italien ("Los von Rom") und gegebenenfalls seinen Anschluss an Österreich
("Wiedervereinigung Tirols") fordern. "Mit diesem Staat gibt es keine Zukunft
für Südtirol", heißt es bei der Separatistenpartei "Süd-Tiroler Freiheit" [4]:
Man müsse deshalb staatliche "Selbstbestimmung einfordern" [5]. Die "Süd-Tiroler
Freiheit" gehört zur Organisation "European Free Alliance", die im
Europaparlament mit Bündnis 90/Die Grünen in einer Fraktionsgemeinschaft
kooperiert (german-foreign-policy.com berichtete [6]). Der Traditionsverband
"Südtiroler Schützenbund" plädiert für ein Referendum über die Abspaltung
Südtirols von Italien und den Anschluss des Gebiets an Österreich: "Wir Schützen
treten ganz klar für die Wiedervereinigung mit Tirol ein", teilt der
Schützen-Landeskommandant mit; ein Verbleib bei Italien sei für ihn "nicht mehr
vorstellbar". Ihm zufolge werden ganz ähnliche Pläne hinter den Kulissen auch in
der bisher dominierenden Polit-Organisation Südtirols diskutiert: "Ich weiß,
dass auch in der Südtiroler Volkspartei schon hinter vorgehaltener Hand über
eine Loslösung von Italien nachgedacht wird."[7]

Völkische Internationale

Die Südtiroler Volkspartei (SVP), die - in Abgrenzung zum offenen völkischen
Separatismus - seit je als Partei des Verbleibs in Italien bei allerdings
weitestreichender Südtiroler Autonomie galt, hält enge Beziehungen nach
Deutschland. So kooperiert sie mit der bayerischen Regierungspartei CSU; ihr
Personal ist in der "Föderalistischen Union Europäischer Volksgruppen" (FUEV)
aktiv, die in Flensburg beheimatet ist, kräftig aus staatlichen deutschen
Haushalten unterstützt wird und sich für ethnisch begründete Sonderrechte von
Sprachminderheiten ("Volksgruppen") einsetzt.[8] Innerhalb der FUEV sind
deutschsprachige Minderheiten aus ganz Europa und Zentralasien in einem eigenen
Verband zusammengeschlossen; an dieser "Deutschtums"-Internationale, die
politisch direkt an das Bundesinnenministerium angeschlossen ist
(german-foreign-policy.com berichtete [9]), nehmen für die Autonome Provinz
Südtirol Politiker der SVP teil. Dass mittlerweile sogar aus dieser Partei von
offenen Sezessionsgelüsten berichtet wird, lässt klar erkennen, dass der
"Deutschtums"-Avantgarde staatliche Grenzen auch im Westen Europas nicht mehr
als unveränderlich gelten. Damit kommen Abspaltungspläne wieder ins Gespräch,
die in den 1960er Jahren in Südtirol von Terroristen verfolgt wurden - mit
Bombenanschlägen, unterstützt auch aus der Bundesrepublik.

Zünder aus Deutschland

Wie jüngere Recherchen bestätigen, handelte es sich bei dieser Unterstützung
nicht nur um diverse Aktivitäten insbesondere aus dem Milieu ultrarechter
Burschenschafter, von denen einige bis heute unbehelligt im deutschen Exil
leben, obwohl sie in Italien wegen Sprengstoffverbrechen und Mord zu
langjährigen Haftstrafen verurteilt worden sind. Zu den Kontaktpersonen der
einstigen Südtirol-Terroristen gehörten laut einer aktuellen Buchpublikation
etwa der Völkerrechtler Felix Ermacora, dessen Werke über ein angebliches Recht
auf staatliche Selbstbestimmung für ethnisch-rassistisch definierte
Blutsgemeinschaften in der völkischen deutschen Rechten bis heute eine spürbare
Rolle spielen. "Eine wichtige Bezugsperson" für Bombenleger in Südtirol sei
beispielsweise der CSU-Politiker Josef Ertl gewesen, seit 1961
Bundestagsabgeordneter, später Landwirtschaftsminister: Er habe "flüchtigen
Tirolern mit Aufenthaltsgenehmigungen, Arbeit und Unterkunft" ausgeholfen. Der
CSU-Politiker Franz Josef Strauß, zeitweise Bundesverteidigungsminister, hat
demnach Terroristen in Südtirol nicht nur über Kontaktleute, sondern auch
persönlich unterstützt. Er sei, heißt es, einmal "bei einer Probesprengung
vorbeigekommen", die Südtirol-Terroristen zur Übung abhielten, und er habe sich
erkundigt, "ob alles in Ordnung sei". Auf die Antwort, "die Zünder seien nicht
gut", habe er "versprochen, bessere zu liefern".[10] Das Ergebnis: "Eine Serie
zumindest kam tatsächlich aus Deutschland." Unter dem Druck der Krise droht die
damalige Saat nun aufzugehen.

Bitte lesen Sie auch unsere Doppelrezension zum Thema Südtirol-Terrorismus.
[1] Landesrat will Südtirol um 15 Milliarden "freikaufen"; diepresse.com
12.01.2012
[2] Auch Südtirol von Moody's herabgestuft; www.tt.com 18.07.2012
[3] "Notfalls muss ich Wien einschalten"; www.tt.com 18.07.2012
[4] "Südtiroler Freiheit": Mit diesem Staat gibt es keine Zukunft; www.stol.it
11.07.2012
[5] Autonomie war Zwischenlösung - Jetzt gemeinsam Selbstbestimmung einfordern!
www.suedtiroler-freiheit.com 25.07.2012
[6] s. dazu Europa driftet (II)
[7] Schützen wollen Volk befragen; www.tt.com 28.07.2012
[8] s. dazu Hintergrundbericht: Die Föderalistische Union Europäischer
Volksgruppen und Tragsäulen der Zukunft (IV)
[9] s. dazu Beziehungen pflegen
[10] Hans Karl Peterlini: Feuernacht. Bozen 2011. S. dazu unsere Doppelrezension


http://www.german-foreign-policy.com/de/fulltext/58390

Doppelrezension: Südtirol-Terrorismus
03.08.2012

Hans Karl Peterlini: Feuernacht
Südtirols Bombenjahre
Bozen 2011 (Edition Raetia)
512 Seiten
47 Euro
ISBN 978-88-7283-390-2

Herlinde Molling: So planten wir die Feuernacht
Protokolle, Skizzen und Strategiepapiere aus dem BAS-Archiv
Mit einer Einführung von Hans Karl Peterlini
324 Seiten
26 Euro
ISBN 978-88-7283-406-0

Dass der Südtirol-Terrorismus der 1960er Jahre von Aktivisten aus der
Bundesrepublik unterstützt wurde, ist bekannt. Rechte Kräfte, die Südtirol von
Italien abspalten und an Österreich anschließen wollten, sprengten damals
Strommasten in die Luft, plazierten Bomben in italienischen Bahnhöfen und in
Zügen und griffen italienische Repressionskräfte mit Maschinenpistolen an.
Beteiligt waren nicht wenige Burschenschafter aus Österreich und aus der
Bundesrepublik. Einer der bekanntesten damaligen Bombenleger ist Peter
Kienesberger. Über ihn schreibt der Publizist Hans Karl Peterlini aus Südtirol,
er habe sich zu Beginn der 1960er Jahre "zum Synonym für den entfesselten
Terror" entwickelt: "Seine Spezialität" sei "der Kampfeinsatz im Hochgebirge"
gewesen. Bald habe er sich zum Bomben-Experten gemausert, habe "als Könner im
Basteln von Sprengfallen" gegolten. Italienische Gerichte verurteilten ihn
schließlich für einen Anschlag, bei dem 1967 vier italienische Grenzer ums Leben
kamen. Kienesberger lebt bis heute unbehelligt in der Bundesrepublik im Exil.
Erst jüngst hat ein in Italien anhängiges Gerichtsverfahren bestätigt, dass sein
Südtirol-Aktivismus ungebrochen ist: Ihm wird vorgeworfen, im Rahmen seiner
Arbeit für eine gemeinnützige Stiftung alte Südtirol-Seilschaften auch weiterhin
finanziell bedient zu haben.
Peterlini, einer der besten Kenner der Thematik, fasst in "Feuernacht"
zahlreiche Ergebnisse seiner Recherchen zum Südtirol-Terrorismus zusammen. Er
liefert dabei auch Erkenntnisse, die bis in die Bundesrepublik führen - über die
Kreise ultrarechter Burschenschafter und ihres unmittelbaren, an den Anschlägen
in Norditalien beteiligten Umfeldes hinaus. Felix Ermacora etwa, erklärt
Peterlini, habe wichtige Fäden gezogen. Als Völkerrechtler sei er "Mitglied der
meisten österreichischen Experten- und Verhandlungsdelegationen" in Sachen
Südtirol gewesen; dank dieser Tätigkeit habe er die Bombenleger-Szene stets über
den Stand staatlicher Verhandlungen über das Gebiet auf dem Laufenden halten
können. "Ermacora hätte am liebsten mitgesprengt, wenn wir ihn gelassen hätten,
aber er war als Diplomat viel wichtiger", zitiert Peterlini einen der damals
Beteiligten. Ermacora ist in der völkischen Rechten in Deutschland nicht
unbekannt; er hat Gutachten für die "Vertriebenen"-Verbände verfasst und Papiere
für die in Flensburg ansässige "Föderalistische Union Europäischer Volksgruppen"
(FUEV) angefertigt. Anhänger eines angeblichen Rechts auf "Selbstbestimmung" für
ethnisch-rassistisch definierte Blutsgemeinschaften berufen sich bis heute auf
ihn.
Kontakte in die Südtiroler Terror-Szene hatte auch Josef Ertl, "zunächst
Abgeordneter im Kreistag München-Land, 1961 in den Bundestag gewählt", später
bundesdeutscher Landwirtschaftsminister. "Er hilft flüchtigen Tirolern mit
Aufenthaltsgenehmigungen, Arbeit und Unterkunft aus", berichtet Peterlini. In
Ertls Münchener Umfeld war das "Kulturwerk für Südtirol" tätig, das sich
offiziell "an der Finanzierung deutscher Kindergärten und Kulturstätten"
beteiligte; "das Spendengeld", schreibt Peterlini vielsagend, sei tatsächlich
jedoch höchst "unterschiedliche Wege" gegangen. Man habe es häufig "für die
Kriegskasse" der Terror-Szene verwendet. Ertl ist nicht der einzige
Bundesminister gewesen, der Kontakte zu den Südtirol-Attentätern unterhielt. Ein
enger Freund des CSU-Politikers und zeitweiligen Bundesverteidigungsministers
Franz Josef Strauß, der Münchener Opel-Generalvertreter Josef Kuttendrein, habe
die Bombenleger "finanziell stark unterstützt" und mindestens einen Sprengkurs
in Oberbayern organisiert, berichtet Peterlini. Strauß sei "einmal bei einer
Probesprengung vorbeigekommen" und habe sich erkundigt, "ob alles in Ordnung
sei". Auf die Antwort, "die Zünder seien nicht gut, habe Strauß versprochen,
bessere zu liefern". "Eine Serie zumindest kam tatsächlich aus Deutschland."
Einige Erkenntnisse liefert auch die Dokumentensammlung, die Herlinde Molling
letztes Jahr bei Edition Raetia veröffentlicht hat. Molling gehörte selbst der
Terror-Szene an; so manches Detail, das sie schildert, liefert näheren Einblick
in die Entwicklung der damaligen Geschehnisse. Das gilt unter anderem für einen
gewissen Hans Steinacher, der um 1960 in Südtirol aktiv war. Steinacher war in
der Weimarer Republik und während der NS-Zeit ein maßgeblicher deutscher
"Volkstums"-Aktivist und in der Führung des "Vereins für das Deutschtum im
Ausland" tätig. Nach 1945 beriet er Bonner Regierungsstellen bei der
Wiederaufnahme der alten "Volkstums"-Politik; im Jahr 1960 tauchte er in
Südtirol auf. Vollkommen freiwillig hat sich der Mann mit besten Verbindungen in
die Bundesrepublik offenbar nicht von dort zurückgezogen. In dem von Molling
publizierten Band findet sich ein Dokument, laut dem Steinacher "in der Form bei
der italienischen Polizei denunziert worden" sei, dass er als "militärische(r)
Berater" der Terror-Szene fungiere. "Dr. St. erklärte sich unter diesen
Umständen außerstande, seine Tätigkeit in ST fortzusetzen", heißt es in dem
Papier, dessen Autor "Innsbruck", also österreichische Kreise, als Urheber der
Denunziation vermutet. Wer da genau welche Fäden zog, bleibt offen. Dokumentiert
ist damit jedoch einmal mehr, dass bereits damals der Bundesrepublik Kanäle nach
Südtirol - auch wenn sie gelegentlich sabotiert wurden - offenstanden.

#7412 Da: "Coordinamento" <jugocoord@...>
Data: Lun 6 Ago 2012 3:07 pm
Oggetto: Il caso Stubner -- Re: Los von Rom (Via da Roma)
jugocoord
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Il caso Stubner

Da "Menzogne di guerra" di J. Elsasser (1) alcune cose saltano agli occhi,
specie in "BND e HNA", i servizi di intelligence tedesco e austriaco (dove il
primo comandava e il secondo ubbidiva), e soprattutto nella sezione "Operazione
vento del sud".
Si parla tra l'altro di Helmut Stubner, estremista nazista austriaco collegato
all'FPO e ad Haider. Stubner risulta uomo dei servizi austriaci e quindi
tedeschi, con un ruolo importante nel lavoro che precedette, istruì e poi mise
in atto il "percorso di di autodeterminazione di Slovenia e Croazia" nel 1991 e
seguenti (pagg. 89-91 nell'edizione italiana edita da "La città del Sole").
E guarda un po', lo Stubner, che lavorava sulle questioni etniche europee in
seno al partito FPO, e sempre in organico nell'HNA, nel '91 salta in aria in Sud
Tirolo mentre lavora alla costituzione di un gruppo terrorista-secessionista in
Alto Adige. I suoi bolzanini compagni di ventura, interrogati ad Innsbruck,
vantarono il suo lavoro come determinante per la preparazione e l'addestramento
della Difesa territoriale slovena in preparazione alla secessione e
all'inevitabile scontro con l'Armata federale jugoslava. Nel suo computer viene
trovato un file, "Operazione Sudwind", e un elenco di contatti tra i quali
quello di Renato Krajnc, al capo dei servizi sloveni all'epoca. I contatti del
gruppo di Stubner interno all'FPO risalgono fino al Ministero della Difesa
austriaco.
Nelll'interrogatorio di Innsbruck del 1991, anno di secessione della Slovenia,
la banda armata di Bolzano afferma:
"Se la Slovenia ha potuto ottenere senza azioni militari di rilievo
l'indipendenza questo è da ricondurre alla buona preparazione militare durata
anni, che è stata attuata tramite il servizio informativo dell'esercito
austriaco (HNA). Per il giorno X (guerra civile o conflitto bellico con la
Serbia) Strubner avrebbe [sic], per conto dell'HNA e insieme ad altri alti
ufficiali austriaci, costruito e formato cellule di difesa territoriale, dotate
di armi e di addestramento militare. Il successo, il fatto che oggi la Slovenia
è indipendente, sarebbe dovuto soprattutto a questa buona preparazione".
Come dire: stiamo parlando di cose serie...

(a cura di Jure Ellero)

1) Cap. V: "Wag the dog" -
http://www.cnj.it/documentazione/bibliografia.htm#elsaes02 .


Inizio messaggio inoltrato:

Da: jugocoord
Data: 05 agosto 2012 09.47.18 GMT+02.00
A: JUGOINFO
Oggetto: [JUGOINFO] Los von Rom (Via da Roma)

(La crisi in Europa rinfocola le tendenze separatiste del Sudtirolo, a loro
volta sostenute da determinati settori dell'establishment germanico...)

http://www.german-foreign-policy.com/de/fulltext/58391

Der Zentralstaat als Minusgeschäft

03.08.2012
BOLZANO/ROM/BERLIN (Eigener Bericht) - Unter dem Druck der Eurokrise spitzt sich
der von Berlin geförderte Autonomiekonflikt in der italienischen Provinz
Bolzano/Alto Adige ("Südtirol") zu...

http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/7411

#7413 Da: "C.N.J." <jugocoord@...>
Data: Mar 7 Ago 2012 1:11 pm
Oggetto: All’ombra di Hiroshima
jugocoord
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All’ombra di Hiroshima


Fonte: www.znetitaly.org | Autore: Noam Chomsky 

Il 6 agosto, anniversario di Hiroshima, dovrebbe essere un giorno di sobria riflessione, non solo sugli eventi terribili di quel giorno del 1945, ma anche su ciò che essi hanno rivelato: che gli esseri umani, nella loro appassionata ricerca di ampliare le proprie capacità di distruzione, avevano alla fine trovato un modo per avvicinarsi al limite estremo.

Quest’anno le commemorazioni del 6 agosto hanno un significato speciale. Hanno luogo poco prima del cinquantesimo anniversario del “momento più pericoloso della storia umanaâ€, nelle parole dello storico e consigliere di John F. Kennedy, Arthur M. Schlesinger Jr., con riferimento alla crisi dei missili cubani.

Graham Allison scrive sull’ultimo numero di Foreign Affairs che Kennedy “ordinò azioni che sapeva avrebbero aumentato il rischio non solo di una guerra convenzionale ma anche di una guerra nucleareâ€, con una probabilità forse del 50%, riteneva, una stima che Allison considera realistica.

Kennedy dichiarò uno stato di allerta nucleare di alto livello che autorizzava “velivoli della NATO con piloti turchi … (o altri) … a decollare, volare fino a Mosca e sganciare una bomba.â€

Nessuno fu più sconvolto dalla scoperta dei missili a Cuba degli uomini che avevano la responsabilità di missili simili che gli Stati Uniti avevano segretamente dislocato a Okinawa sei mesi prima, certamente puntati sulla Cina, in un momento di elevate tensioni regionali.

Kennedy portò il presidente Nikita Krusciov “proprio sull’orlo di una guerra nucleare, guardò oltre il ciglio del baratro e gli mancò il coraggio,†secondo il generale David Burchinal, allora ufficiale di alto rango del personale di pianificazione del Pentagono. E’ arduo poter contare in eterno su una simile ragionevolezza.

Krusciov accettò una formula ideata da Kennedy ponendo fine alla crisi evitando la guerra. L’elemento più sfacciato della formula, scrive Allison, fu “un contentino segreto consistente nella promessa di ritiro dei missili statunitensi dalla Turchia entro sei mesi dalla soluzione della crisi.†Si trattava di missili obsoleti che erano già in corso di sostituzione con i molto più letali, e invulnerabili, sottomarini Polaris.

In breve, anche se correndo un elevato rischio di una guerra di devastazioni inimmaginabili, fu ritenuto necessario rafforzare il principio che gli Stati Uniti avevano il diritto unilaterale di dispiegare missili nucleari dovunque, alcuni puntati sulla Cina o ai confini della Russia, che in precedenza non aveva dislocato missili al di fuori dell’URSS. Naturalmente sono state offerte delle giustificazioni, ma non penso che esse resistano all’analisi.

Un principio accompagnatorio è che Cuba non aveva diritto di avere missili di difesa contro quella che sembrava un’invasione statunitense imminente. I piani di Kennedy, piani terroristici, l’Operazione Mongoose [Mangusta], prevedano “la rivolta aperta e il rovesciamento del regime comunista,†nell’ottobre 1962, il mese della crisi dei missili, riconoscendo che “il successo finale richiederà il deciso intervento militare statunitense.â€

Le operazioni terroristiche contro Cuba sono comunemente scartate dai commentatori come insignificanti bravate della CIA. Le vittime, non sorprendentemente, vedono le cose in modo piuttosto diverso. Possiamo finalmente udirne le voci nel libro di Keith Bolender “Voices from the Other Side: An Oral History of Terrorism Against Cuba†[Voci dall’altra parte: storia orale del terrorismo contro Cuba].

Gli eventi dell’ottobre 1962 sono diffusamente celebrati come il momento più alto di Kennedy. Allison li presenta come “una guida su come disinnescare conflitti, gestire rapporti tra grandi potenze e prendere decisioni valide in politica estera in generale.†In particolare, oggi, nei conflitti con l’Iran e la Cina.

Il disastro fu pericolosamente vicino nel 1962 e non c’è stata mancanza di momenti pericolosi da allora. Nel 1973, negli ultimi giorni della guerra arabo-israeliana, Henry Kissinger decise un allerta nucleare di alto livello. L’India e il Pakistan sono arrivati vicini alla guerra nucleare. Ci sono stati innumerevoli casi in cui l’intervento umano ha bloccato un attacco nucleare solo pochi momenti prima del lancio dopo informazioni errate dei sistemi automatici. C’è molto da riflettere il 6 agosto.

Allison si unisce a molti altri nel considerare i programmi nucleari iraniani come la più grave crisi attuale, “una sfida anche più complessa, per i decisori della politica statunitense, della crisi dei missili cubani†a causa della minaccia dei bombardamenti israeliani.

La guerra contro l’Iran è già bene in corso, compresi gli assassinii di scienziati e le pressioni economiche che hanno raggiunto il livello di una “guerra non dichiarataâ€, a giudizio dello specialista dell’Iran, Gary Sick.

Si ricava grande orgoglio dai sofisticati attacchi informatici diretti contro l’Iran. Il Pentagono considera gli attacchi informatici come “un atto di guerra†che autorizza il bersaglio “a reagire utilizzando la forza militare tradizionaleâ€, riferisce il Wall Street Journal. Con la solita eccezione: non quando i perpetratori sono gli Stati Uniti o i loro alleati.

La minaccia iraniana è stata recentemente delineata dal generale Giora Eiland, uno dei pianificatori militari israeliani di vertice, descritto come “uno dei più geniali e prolifici pensatori che [l’esercito israeliano] abbia mai prodotto.â€

Delle minacce che egli descrive la più credibile è che “qualsiasi scontro ai nostri confini avrà luogo sotto l’ombrello nucleare iranianoâ€. Israele potrebbe perciò essere costretto a ricorrere alla forza. Eiland concorda con il Pentagono e i servizi segreti statunitensi, che considerano anch’essi la deterrenza come la maggiore minaccia posta dall’Iran.

L’attuale intensificazione della “guerra non dichiarata†contro l’Iran accresce la minaccia di una guerra accidentale su larga scala. Alcuni di pericolo sono stati illustrati nel mese scorso quando una nave statunitense, parte dell’enorme spiegamento nel Golfo, ha sparato contro una piccola imbarcazione da pesca, uccidendo un membro indiano dell’equipaggio e ferendone almeno altri tre. Non ci vorrebbe molto per scatenare una grande guerra.

Un modo sensato per evitare tali conseguenze orribili consiste nel perseguire “l’obiettivo di creare in Medio Oriente una zona libera da armi di distruzione di massa e da tutti i missili per il loro trasporto e l’obiettivo di un bando globale alle armi chimicheâ€, secondo la formulazione della risoluzione 687 del 6 aprile 1991 del Consiglio di Sicurezza, che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno invocato nel loro tentativo di dare una tenue copertura legale alla loro invasione dell’Iraq dodici anni dopo.

L’obiettivo è un obiettivo arabo-iraniano dal 1974, regolarmente riconfermato e a questo punto ha un sostegno globale quasi unanime, almeno formalmente. A dicembre potrà aver luogo una conferenza internazionale per prendere in considerazione modi per attuare un simile trattato.

Un progresso è improbabile salvo che ci sia un forte sostegno in occidente. Non cogliere l’opportunità allungherà, una volta di più, l’ombra sinistra che ha oscurato il mondo da quel 6 agosto fatale.

© 2011 Noam Chomsky

Distribuito dal The New York Times Syndicate.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

traduzione di Giuseppe Volpe

(segnalato da Renato Caputo)



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#7414 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Mar 14 Ago 2012 8:16 pm
Oggetto: Henning Hensch about falsifications on Rugovo "massacre"
jugocoord
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(deutsch / english.

Il fotografo della polizia tedesca Henning Hensch, che nel gennaio 1999 riprese le vittime degli scontri tra polizia serba e terroristi pan-albanesi dell'UCK a Rugovo in Kosovo, ha rilasciato nuove sensazionali dichiarazioni alla giornalista della "Voce della Russia" Iovana Vukotic. Secondo Hensch, l'allora Ministro della Difesa tedesco Rudolf Scharping manipolò le sue fotografie, mostrando all'opinione pubblica solamente quelle in cui non era chiara l'affiliazione all'UCK dei morti albanesi, per spacciarli come "civili albanesi innocenti" e spianare così la strada alla criminale aggressione della NATO - aggressione cui partecipò anche l'Italia governata da Massimo D'Alema... La giornalista chiude l'articolo notando come tecniche di disinformazione di massa identiche siano utilizzate oggi per destabilizzare la Siria e provocare nuovi bagni di sangue.)



NATO war against Yugoslavia based on lies


Blokhin Timur, Vukotic Iovanna

Aug 10, 2012

Germany joined the war against Yugoslavia under the pretense of fabricated facts. Sensational confession of German policeman Henning Hentz [wr. Hensch] who served in the OSCE in Kosovo in the 90s confirmed that.

The reason here is that photographs taken by Hentz [wr. Hensch] in late January 1999 were used by then German Defence Minister Rudolf Scharping to justify the immediate interference of NATO in the Kosovo conflict. He presented the photographs of the militants killed in Rugovo as photos of innocent Albanian victims.

What did really happen in Kosovo in late January of 1999, several months before NATO launched its operation against Yugoslavia? According to Serbian sources, more than two dozens of Kosovo Liberation Army terrorists were killed in Rugovo, while the Western mass media insisted that at least nine of them were civilians. Particularly, the daily New York Times wrote with the reference to a local field commander that there were only four KLA militants in the village and he knew nothing about other people. January 29, on that day OSCE mission representative Henning Hentz [wr. Hensch] was in Rugovo. He shared his impression of the visit with the Voice of Russia correspondent Iovanna Vukotic which gives a real picture of what happened. He said that this had nothing to do with the killing of Albanian civilians.

“We discovered 25 bodies, including 11 in a bus and some others near the vehicle. Several other bodies were laying in a barn which was used as a garage. The territory around the barn was covered with snow but there were no traces. I thought that the bodies were brought there from another location, and most likely, a day before the clash between Serb police and KLA militants,†Henning Hentz [wr. Hensch] said.

At the time, German Defence Minister Rudolf Scharping showed only some of the photos taken by Henning Hentz [wr. Hensch] and for some reason said those were taken by a German officer. He deliberately ignored the photos that clearly showed the dead bodies of KLA militants. So, Scharping managed to convince the public that “bad guys†or Serbs were again killing innocent Albanians and provoked a wave of refugees, says Hentz [wr. Hensch].

“For Germans, this meant that they would be involved in a military operation for the first time after the Second World War. My impression is that the situation in Kosovo at the time was exaggerated. When I visited Kosovo, there was no necessity for Albanians to leave their homes en mass. A real exodus started with the beginning of bombing. A major part of the report on the Kosovo situation was exaggerated and was always against Serbs,†Henning Hentz [wr. Hensch] added.

Ethnic cleansing in Kosovo was used as a pretext for bombing Yugoslavia. And the incident in the village of Rugovo shows once again that the PR campaign against Belgrade was organized using obvious forgeries. Reportedly, NATO started thinking about an invasion after the killing of 40 civilian Albanians in Rachak. However, experts who studied the forensic reports concluded that there was no evidence proving that the killed were civilians, and that they were killed by Serbian servicemen.

This technology is being used even now. For example, the photos taken in Iraq in 2003 are used in news broadcasts to show the deaths of Syrian civilians. The dramatic effect is achieves by using photo editing programmes. For example, a Syrian family walking in the streets of an ordinary city, photo is shown on a background of ruined buildings. Ultimately, they achieve the necessary effect. In the 19th century, a prominent Russian gnomic poet Kozma Prutkov said: If you read the world buffalo on a cell of an elephant, please, do not believe it. Truly, in the 19th century, there was no high-tech to make a fly from an elephant as well as genocide from contract killing.



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Massaker in Rugovo: Nato-Aggression unter einem Vorwand


Jovana Vukotic

8.08.2012


Deutschland ist in den Nato-Krieg gegen Jugoslawien unter einem Vorwand eingetreten. Davon zeugen sensationelle Aussagen des deutschen Polizisten Henning Hensch, der Ende der 1990er bei der OSZE im Kosovo arbeitete. Ende Januar 1999 machte Hensch einige Aufnahmen, mit denen der damalige deutsche Verteidigungsminister Rudolf Scharping für einen dringlichen Nato-Eingriff in den Konflikt plädierte. Dabei gab er die Bilder der im Dorf Rugovo vernichteten kosovarischen Militanten für Fotos von harmlosen albanischen Opfern aus.

Was ist tatsächlich im Januar 1999, also wenige Monate vor dem Beginn der Nato-Operation gegen Jugoslawien, in Rugovo geschehen. In Serbien spricht von der Vernichtung von über 20 Terroristen aus der Befreiungsarmee des Kosovo. In den westlichen Medien wird dagegen behauptet, dass mindestens 9 Opfer Zivillisten waren. So schrieb die Zeitung „New York Times“ unter Berufung auf einen Kommandeur der UÇK, dass in Rugovo nur vier bewaffnete Kämpfer umgebracht worden seien. Dabei habe der Mann nicht gewusst, wer die anderen waren.

An jenem Tag, den 29. Januar 1999 war der OSZE-Beobachter Henning Hensch in Rugovo. Seine Erinnerungen, die er mit Jovana Vukotic, Korrespondentin der Stimme Russlands, teilte, werfen ein Schlaglicht auf die Geschehnisse im Dorf. Dass es ein Mord an Zivilisten war, schließt Hensch mit Sicherheit aus:

„Dort fanden wir insgesamt 25 Leichen. Alle Menschen waren auf unterschiedliche Weise ums Leben gekommen. Es war mir als Polizist sofort klar, dass das so nicht gewesen sein konnte. Es lagen elf Leichen in einem roten Transporter und um das Fahrzeug herum lagen fünf weitere Tote. Die Fläche dahinter war frei von Spuren auf dem Schnee. Also von dort aus konnte es nicht gekommen sein. Ich hatte gleich den Eindruck, dass dort die Leichen abgelegt worden waren. Die Menschen müssen an einer anderen Stelle getötet worden sein. Außerdem gab es schon vor zwei Tagen – am 27. oder 28. – Scharmützel zwischen serbischen Sicherheitstruppen und der albanischen UÇK.“

Der deutsche Verteidigungsminister Rudolf Scharping präsentierte seinerzeit nur einen Teil von den Aufnahmen, die Hensch in Rugovo gemacht hatte. Scharping zufolge stammten die Bilder von einem deutschen Offizier. Dabei wurde der OSZE-Beobachter Hensch nicht einmal erwähnt. Die Fotos, auf denen sich die Umgebrachten als UÇK-Terroristen erkennen ließen, wurden vom Minister bei der Präsentation ausgelassen. So konnte Scharping die Weltgemeinschaft davon überzeugen, dass böse Serben wehrlose Albaner ermordeten und somit neue Fluchtwellen auslösten. Henning Hersch fährt fort:

„Für die Deutschen bedeutete das, dass sie das erste Mal nach dem Zweiten Weltkrieg an einem militärischen Einsatz beteiligt werden sollten. Und ich behaupte – so war es zumindest mein Eindruck – dass man damals die Situation im Kosovo überzogen dargestellt hat. Erstens hatten die Albaner zu dem Zeitpunkt, als ich im Kosovo war, keine Gelegenheit in dieser großen Zahl zu fliehen. Dieses passierte erst nach den Bombenangriffen, weil sie möglicherweise vor serbischen Zugriffen oder auch vor den Bomben Angst hatten. Das war also mein Eindruck und ich weiß, dass es so war. Es war also maßlos übertrieben dargestellt worden – und nach meiner Auffassung auch einseitig zulasten der Serben. Tatsächlich wurden die UÇK und ihre Führung nie verfolgt. Vor dem Internationalen Strafgerichtshof habe ich bisher mit einer Ausnahme (Haradinay wurde freigelassen) noch keinen albanischen Führer gesehen.“

Als Grund für Luftangriffe auf Jugoslawien dienten die sogenannten massenhaften ethnischen Reinigungen im Kosovo. Die bekannt gemachten Informationen über den Massenmord in Rugovo zeigen deutlich, dass die PR-Kampagne gegen Belgrad auf offensichtlichen Fälschungen beruhte. Die Nato startete bekanntlich ihre Mission nach dem Massaker an 40 Albanern im kosovarischen Dorf Racak. Doch eine forensische Untersuchung konnte nicht bestätigen, dass es bei den Ermordeten um zivile Personen ging. Mehr noch: Es gab auch keinen Beweis dafür, dass für das Massaker serbische Soldaten verantwortlich waren. Diese Ergebnisse wurden aber erst nach der Katastrophe in Jugoslawien bekannt, zu der „Barmherzige Engel“ der Allianz das Land verdammte.

Die jugoslawischen Erfahrungen bleiben auch heute aktuell. Die Aufnahmen, die 2003 im Irak gemacht wurden, werden für die Darstellung der Zerstörungen in Syrien benutzt. So wurde ein Foto einer Familie mit dem Hintergrund zerstörter Fassaden kombiniert. Henning Hensch befürchtet, dass sich in Syrien das kosovarische Szenario abspielen wird:

„Es ist alles hilflos: Die UNO tagt, der Sicherheitsrat tagt, doch die Entscheidungen kommen nie. In Syrien passiert auch nichts. Man ist hilflos, das war auch so im Kosovo der Fall, so war es in Libyen gewesen. Es muss irgendetwas gemacht werden, damit das Töten und Vernichten aufhören. Es bringt ja auch nichts, im Kosovo und im Irak ist alles niedergebombt worden. Jetzt wird in Syrien niedergebombt. Was soll darauf folgen? Wiederaufbau?“



=== FLASHBACK (aus: JUGOINFO vom 17.3.2012.) ===

http://www.b92.net/eng/news/politics-article.php?yyyy=2012&mm=02&dd=28&nav_id=79007

B92 - February 28, 2012

"NATO bombed Serbia because of lies"


VIDEO: http://www.youtube.com/watch?v=sy9JZk8GBlw


BELGRADE: NATO launched its 1999 war against Serbia "because of German Defense Minister Rudolf Scharping's lies", claims a former member of an OSCE mission in Kosovo.
Belgrade-based Blic newspaper writes, quoting the Vestionline website, that ahead of the start of the war, Scharping falsely presented members of the ethnic Albanian KLA "rebels" as civilian victims.
The Serbian authorities considered the KLA to be a terrorist group. 
Scharping was accused by former German police official Henning Hensch, an OSCE observer in Kosovo before the war, who spoke for Germany's NDR television. 
This OSCE observer was personally present during the investigation of the scene in Rugovo in Kosovo in January 1999, where Serbian police units fought against KLA members. 
The German television program featuring an interview with Hensch also showed Scharping in a news conference in early 1999, where he presented photographs from Rugovo of KLA members killed in battle, claiming they depicted massacred civilians. 
Furthermore, the German minister told reporters that the OSCE photos of the scene were made "secretly by a German officer", and that he would have "gladly presented him (to reporters)", but that the officer is question was "receiving medical treatment because of the traumatic experiences" that he underwent in Kosovo. 
13 years later, NDR journalists asked the German Defense Ministry to confirm that "a German officer" was in the area at the time secretly taking photoraphs, to after several weeks receive a reply that this was not the case. 
Scharping himself, said the television, could not be reached for comment. 
NATO's aerial war lasted for 78 days in the spring of 1999, and ended with the signing of the Kumanovo Agreement, and the adoption of Resolution 1244 at the UN Security Council. 

---


Istina o razlozima napada NATO na Srbiju 1999-te i glavnom krivcu tadaÅ¡njem ministru odbrane NemaÄke Rudolfu Å arpingu.
U ovom prilogu ćete videte svedoÄenje gospodina Heninga koji je tada na Kosovu bio posmatraÄ OEBS-a i liÄno je prisustvovao uviÄ‘aju u Rugovu, gde se desila borba izmeÄ‘u srpskih policijskih jedinica i UÄŒK pobunjenika.
TadaÅ¡nji ministar Rudolf Å arping je zloupotrebio Äitavu situaciju i predstavio UÄŒK pobunjenike kao civilne žrtve, Å¡to je dovelo i opravdavalo vojni napad na Srbiju.



#7415 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Mer 15 Ago 2012 10:05 pm
Oggetto: Spartaco Ferri
jugocoord
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Il Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia onlus si unisce al cordoglio per la scomparsa di Spartaco Ferri, cristallina figura di partigiano comunista e di internazionalista appassionato. 
Spartaco mosse i primi passi della lotta armata antifascista nelle file della Brigata Gramsci dell'Umbria, sotto il comando di combattenti jugoslavi sfuggiti ai campi di concentramento sulla nostra penisola. Dopo la Liberazione si formò soprattutto sui testi di Engels, maturando una convinta adesione al materialismo storico e dialettico e ponendosi fermamente in contrasto contro le derive opportunistiche e anti-scientifiche di gran parte del movimento comunista italiano. Nei decenni successivi fu tra l'altro impegnato in iniziative internazionaliste e di amicizia "con la Cina di Mao, con l'Albania di Hoxha, con la Jugoslavia di Tito, con la Corea di Kim Il Sung, con Cuba", come ricorda la sua compagna di vita, la partigiana Miriam Pellegrini, alla quale va il nostro più affettuoso abbraccio in questo momento.
Con Miriam, nel 1998 Spartaco è stato tra i fondatori del GAMADI (Gruppo Atei Materialisti Dialettici) (1), organizzazione con cui CNJ-onlus da anni collabora ad esempio attraverso la redazione di un foglio comune sulle questioni jugoslave (2), nonché nell'organizzazione di iniziative (3) e nella gestione della sede romana. Come CNJ-onlus siamo fieri di avere avuto Spartaco tra i componenti del nostro Collegio dei Garanti. 
Porteremo avanti gli ideali internazionalisti e di giustizia sociale di Spartaco, facendo tesoro dell'esempio e dell'insegnamento che ci ha trasmesso.

Per CNJ-onlus, il Consiglio Direttivo

(3) Tra tutte ricordiamo la due-giorni organizzata nel 60.mo della Liberazione dell'Europa dal nazifascismo, cui intervennero ex combattenti, studiosi ed antifascisti da molti paesi: http://www.cnj.it/PARTIGIANI/resoconto.htm


Inizio messaggio inoltrato:

Da: "Miriam" <gamadilavoce @ aliceposta.it>
Data: 14 agosto 2012 21.18.08 GMT+02.00
Oggetto: [vocedelgamadi] Lutto assai doloroso

 

Il Partigiano, il comunista, il combattente contro  tutte le ingiustizie in ogni parte del mondo: Spartaco Ferri non é più con noi.
Aveva la tessera del partito comunista nel 1943, quando aveva solo 19 anni. Diffondeva l' Unità (un solo fogio clandestino) cosa che avrebbe potuto costargli la vita.e imparò a sparare al nemico dal suo comandante che era un valido jugoslavo, quando partì per  essere partigiano nelle montagne umbre  Aveva creduto e sperato nel Partito comunista di Gramsci. Ma quando nel 1968 i burocrati del partito   chiamavano la polizia contro gli studenti in lotta, anzichè ascoltarli, capirli e indirizzarli alle teorie scientifiche della classe, Spartaco  non esitò a lasciare il Partito. Lavorò per l' amicizia con la Cina di Mao, con l' Albania di Hoxha, con la Jugoslavia di Tito,con la Corea di Kim Il Sung, con Cuba. Accolse con grande entusiamo la proposta  della sua compagna di vita e di lotta, Miriam, madre dei suoi figli, che ideò di fondare il G.A.MA.DI. per la diffusione della cultura scientifica della nostra classe.
Nel suo lavoro di Perito industriale specialista in cemento precompresso, é stato premiato con medaglia dal ministero dei Lavori Pubblici per aver collaborato alla costruzione del Ponte in Tor di Quinto in Roma. Il tentativo più volte fallito di costruire l' autocamionale della CISA, che unisce il parmense a La Spezia, é stato realizzata con la direzione di Spartaco e a tutt'oggi (dopo più di trent' anni) é funzionante.Spartaco é stato un uomo nel senso più pieno del termine per la sua intelligenza per la sua onestà, per la sua lealtà e per l' impegno politico e sociale per il quale é stato sempre protagonista.  Insieme alla sua compagna, Egli ha scritto una delle pagine d' amore più belle e più intense vissute nel corso della loro unione durata oltre sessant' anni.
Addio Spartaco!!! Non ti dimenticheremo e continueremo a lottare!!!
 
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VISITATE IL NOSTRO NUOVO SITO INTERNET:
*** http://www.gamadilavoce.it ***

La lista [vocedelgamadi] e' di supporto a "La Voce",
notiziario del Gruppo Atei Materialisti Dialettici (GAMADI).
Per informazioni sul GAMADI e per abbonarsi al mensile "La Voce":
telefono e fax: 06-7915200;
indirizzo: Piazza L. Da Vinci, 27 - 00043 Ciampino (Roma)
POSTA ELETTRONICA gamadilavoce @ aliceposta.it


#7416 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Ven 17 Ago 2012 4:42 pm
Oggetto: Olimpiadi
jugocoord
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(srpskohrvatski / francais / italiano)

Olimpiadi

1) La Jugoslavia alle Olimpiadi 2012
2) Doping politico (Manlio Dinucci)
3) Olimpiadi e minoranza italiana in Croazia (Fabio Muzzolon)
4) Olimpiadi: il sogno infranto degli atleti kosovari (Jacopo Corsini)
5) LONDONSKE OLIMPIJSKE IGRE - IGRE SMRTI (Ljubodrag Simonović Duci)


ALTRI LINK:

OLIMPIJSKE IGRE – MIT I STVARNOST
Ljubodrag Duci Simonović - Ñ˜ÑƒÐ½ 10, 2012 · by nedjeljnilistborba

L'horreur économique des Jeux Olympiques
Par Daniel Salvatore Schiffer - 26 Juillet 2012 

La Jugoslavia alle Olimpiadi 2004
JUGOINFO 3 settembre 2004

La Jugoslavia alle Olimpiadi 2008
JUGOINFO 28 agosto 2008

Su alcune questioni sportive si veda anche la documentazione alla nostra pagina:


=== 1 ===

La Jugoslavia alle Olimpiadi 2012


Il numero riportato tra parentesi indica la posizione del paese nella graduatoria dei corrispondenti giochi olimpici.

oro argento bronzo totale

LONDRA 2012

(25) Croazia 3 1 2 6
(42) Slovenia 1 1 2 4
(42) Serbia 1 1 2 4
(69) Montenegro 0 1 0 1
( - ) Bosnia-Erzegovina 0 0 0 0
( - ) FYROM 0 0 0 0

totale 5 4 6 15


A confronto:


Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia

( 14 ) Parigi 1924 2 0 0 2
( 21 ) Amsterdam 1928 1 1 3 5
( 25 ) Berlino 1936 0 1 0 1
( 24 ) Londra 1948 0 2 0 2
( 21 ) Helsinki 1952 1 2 0 3
( 26 ) Melbourne 1956 0 3 0 3
( 18 ) Roma 1960 1 1 0 2
( 19 ) Tokyo 1964 2 1 2 5
( 16 ) Città del Messico 1968 3 3 2 8
( 20 ) Monaco 1972 2 1 2 5
( 16 ) Montreal 1976 2 3 3 8
( 14 ) Mosca 1980 2 3 4 9
( 9   ) Los Angeles 1984 7 4 7 18
( 16 ) Seul 1988 3 4 5 12


Slovenia

( 52 ) Barcellona 1992 0 0 2 2
( 55 ) Atlanta 1996 0 2 0 2
( 35 ) Sydney 2000 2 0 0 2
( 64 ) Atene 2004 0 1 3 4
( 41 ) Pechino 2008 1 2 2 5


Croazia

( 44 ) Barcellona 1992 0 1 2 3
( 45 ) Atlanta 1996 1 1 0 2
( 48 ) Sydney 2000 1 0 1 2
( 44 ) Atene 2004 1 2 2 5
( 57 ) Pechino 2008 0 2 3 5


Bosnia-Erzegovina

( - ) Barcellona 1992 0 0 0 0
( - ) Atlanta 1996 0 0 0 0
( - ) Sydney 2000 0 0 0 0
( - ) Atene 2004 0 0 0 0
( - ) Pechino 2008 0 0 0 0


Repubblica ex-jugoslava di Macedonia - FYROM

( - ) Atlanta 1996 0 0 0 0
( 70 ) Sydney 2000 0 0 1 1
( - ) Atene 2004 0 0 0 0
( - ) Pechino 2008 0 0 0 0


Repubblica Federale di Jugoslavia,
dal 2004: Unione di Serbia-Montenegro

( 41 ) Atlanta 1996 1 1 2 4
( 42 ) Sydney 2000 1 1 1 3
( 62 ) Atene 2004 0 2 0 2


Serbia

( 62 ) Pechino 2008 0 1 2 3


Montenegro

( - ) Pechino 2008 0 0 0 0
http://www.athens2004.com/en/OlympicMedals/medals
http://www.olympic.it/italian/country )


=== 2 ===

Doping politico

 

Fonte: il manifesto, 7.08.2012

Autore: Manlio Dinucci 

Tra le squadre alle Olimpiadi di Londra ce n’è una multinazionale, formata da giornalisti che, allenati da coach politici, eccellono in tutte le discipline della falsificazione. La medaglia d’oro va ai britannici, primi nello screditare gli atleti cinesi, descritti come «imbroglioni, scherzi di natura, robot». Un secondo dopo che la nuotatrice Ye Shiwen ha vinto, la Bbc ha insinuato il dubbio del doping. Il Mirror parla di «brutali fabbriche di addestramento», in cui gli atleti cinesi vengono «costruiti come automi» con tecniche «ai limiti della tortura», e di «atleti geneticamente modificati». 
La medaglia d’argento va al Sole 24 Ore che, tramite l’inviata Colledani, descrive così gli atleti cinesi: «La stessa faccia squadrata, la stessa concentrazione militaresca, fotocopia l’uno dell’altro, macchine senza sorriso, automi senza eroismo», creati da una catena di montaggio che «sforna ragazzini come bulloni», costringendoli alla scelta «piuttosto che fame e povertà, meglio disciplina e sport». C’è nostalgia a Londra dei bei tempi andati, quando nell’Ottocento i cinesi venivano «scientificamente» descritti come «pazienti, ma pigri e furfanti»; quando gli imperialisti britannici inondavano la Cina col loro oppio, dissanguandola e asservendola; quando, dopo che le autorità cinesi ne proibirono l’uso, la Cina fu costretta con la guerra a cedere alle potenze straniere (tra cui l’Italia) parti del proprio territorio, definite «concessioni»; quando all’entrata del parco Huangpu, nella «concessione» britannica a Shanghai, c’era il cartello «Vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi». Liberatasi nel 1949, la nuova Cina, non essendo riconosciuta dagli Usa e dai loro alleati, venne di fatto esclusa dalle Olimpiadi, alle quali poté partecipare solo nel 1984. Da allora è stato un crescendo di successi sportivi. Non è però questo a preoccupare le potenze occidentali, ma il fatto che la Cina sta emergendo come potenza in grado di sfidare il predominio dell’Occidente su scala globale. Emblematico che perfino le uniformi della squadra Usa alle Olimpiadi siano made in China. Dal 2014 saranno usate solo quelle made in America, ha promesso il Comitato olimpico Usa, organizzazione «non profit» finanziata dalle multinazionali. 
Che, con le briciole di quanto ricavano dallo sfruttamento delle risorse umane e materiali di Asia, Africa e America latina, finanziano il reclutamento di atleti da queste regioni per farli gareggiare sotto la bandiera a stelle e strisce. La Cina invece considera «lo sport come una guerra senza uso di armi», accusa il Mirror. Ignorando che la bandiera olimpica è stata issata da militari britannici, che hanno usato le armi nelle guerre di aggressione. La Cina è l’ultima ad avere «atleti di stato», accusa Il Sole 24 Ore. Ignorando che, dei 290 olimpionici italiani, ben 183 sono dipendenti statali in veste di membri delle forze armate, poiché solo queste (per una precisa scelta politica) gli permettono di dedicarsi a tempo pieno allo sport. Una militarizzazione dello sport, che il ministro Di Paola chiama «binomio sport-vita militare, fondato su un’etica condivisa, caratteristica dell’appartenenza ad un corpo militare così come ad un gruppo sportivo». Allora quella contro la Libia non è stata una guerra, ma l’allenamento per le Olimpiadi.



=== 3 ===

Da: Fabio Muzzolon
Data: 13 agosto 2012 20.05.45 GMT+02.00

in margine alle Olimpiadi (e alle vacanze), un fatto sfuggito sul croato bilingue che ha battuto la nostra medaglia d'argento Massimo Fabbrizi nel tiro a volo... 


SULLA MINORANZA ITALIANA IN CROAZIA.
Mi trovavo da quelle parti quando il tiratore croato, medaglia d'oro olimpica, Giovanni Cernogoraz, professione cameriere di famiglia, veniva festeggiato nella sua Città Nova, in slavo Novi Grad, sulla costa istriana. Il cronista della RAI era un po'  imbarazzato davanti a questo nome  un po' ibrido ed esotico. Un cognome forse strano per un atleta della minoranza italiana che in casa parla dialetto veneto-istriano, cognome scritto in grafia italiana ma che in serbo-croato significa "montenegrino" o di qualche altro Monte Nero nei paraggi, a conferma che le identità non sono mai del tutto separate e definitive.
Qualcuno avrà pensato: ma come può esserci un italiano in Croazia, ex Tito-slavia, non erano stati tutti cacciati o "infoibati"? Eppure da fonti croate si sa che gli italiani dichiarati (senza timori o pigrizie di dichiararsi!) sono almeno 20.000 nella sola Croazia, ma il rappresentante della Comunità Italiana (Talijanska Zajednica) di Dignano-Vodnjan dice che potrebbero aggirarsi sui 35.000, ma la presenza di moltissimi "misti" -tipica eredità jugoslava- rende il conto molto difficile. Tanto più arduo contare gli Istriani e Dalmati che usano l'italiano o il croato in modo bilingue nonostante il crescente centralismo croato. Intanto sempre di più da noi si sente dire "Vado a Porec in Croazia" quando in italiano sarebbe preferibile "Vado in Istria, a Parenzo".


=== 4 ===

NB. Riportiamo l'articolo seguente per le informazioni attuali in esso contenute, benché la sua impostazione sia fuorviante in quanto, storicamente e al presente, non esiste alcuna "aspirazione nazionale kosovara" ma solamente la aspirazione irredentista del nazionalismo pan-albanese che mira a strappare la provincia del Kosovo dalla Serbia allo scopo di annetterla alla Repubblica di Albania, realizzando quella "Grande Albania" etnicamente intesa che fu già effimera creazione del nazifascismo.



Olimpiadi: il sogno infranto degli atleti kosovari


Non è un problema recente. Per gli atleti kosovari è impossibile difendere i colori della propria bandiera. E' accaduto anche alla judoka Majlinda Kelmendi, alle olimpiadi di Londra. "Ma a Rio 2016 gareggerò per il Kosovo"

Il Presidente bielorusso Lukashenko, cui venne rifiutato sia il visto per recarsi in Gran Bretagna sia l’accreditamento dal Comitato Olimpico Internazionale, già prima dell’inizio dei giochi sentenziò: “non sono sport ma politica, sporca politicaâ€.
Anche se siamo distanti dalla tensione politica internazionale che aleggiava su Mosca ’80 o Los Angeles ’84, l’edizione di quest’anno ha sollevato non poche polemiche nella regione dei Balcani Occidentali, in particolare Kosovo e Serbia, a causa della decisione di non far partecipare gli atleti kosovari all’interno di una rappresentanza nazionale kosovara.

Il veto di Divac

Il Presidente del Comitato Olimpico serbo ed ex stella internazionale del basket, Vlade Divac, si pronunciò in merito già nel marzo scorso quando disse chiaramente che se gli atleti kosovari, di etnia albanese o serba, avessero voluto partecipare ai giochi olimpici di Londra lo avrebbero potuto fare solo ed esclusivamente all’interno della delegazione serba.
Di diversa opinione fu invece il Parlamento di Strasburgo che pochi giorni dopo, il 29 marzo, adottò una Risoluzione in cui chiese ufficialmente l’inizio dei negoziati di adesione con la Serbia, che già da un anno aveva ottenuto lo status di paese candidato, e allo stesso tempo sollecitava Belgrado perché desse nuovo impulso ai negoziati diretti con Pristina, bloccati ormai da alcune settimane (e ancora oggi non ripresi); nello stesso documento fece appello al Comitato Olimpico Internazionale affinché lasciasse partecipare atleti kosovari sotto la propria bandiera.
A maggio la questione venne portata a Losanna, sede del Comitato, il quale sentenziò che, secondo lo statuto, per poter partecipare ai giochi olimpici uno stato deve essere riconosciuto dalla Comunità internazionale, cioè dalle Nazioni Unite. E il Kosovo, ad oggi riconosciuto ufficialmente da 91 Paesi, deve fare i conti con l’opposizione della Serbia sostenuta dalla protettrice Russia che detiene il potere di veto all’interno del Consiglio di Sicurezza.

Non solo le olimpiadi

In questi giorni a Londra solo un’atleta kosovara, la famosa judoka Majlinda Kelmendi, ha preso parte ufficialmente alle olimpiadi sfilando all’interno della rappresentativa di Tirana. Medaglia d’oro ai campionati mondiali junior di Parigi di tre anni fa, negli ultimi mesi la giovane atleta nata nel maggio del 1991, si è dovuta scontrare con le resistenze del Comitato il quale, oltre a negarle la possibilità di gareggiare sotto la propria bandiera nazionale, le ha proibito anche quella di gareggiare come atleta indipendente sotto la bandiera olimpica, a differenza di quanto è stato concesso a quattro altri atleti provenienti dal neonato Stato del Sud-Sudan e dalle ex Antille olandesi. Senza possibilità di rappresentare ufficialmente il proprio Paese, Majlinda si è ritrovata così costretta a partecipare all’interno della delegazione albanese. E' scesa sul tatami nella categoria del judo femminile dei 52 kg.
La non partecipazione ai giochi olimpici di Londra è solo il più clamoroso dei tanti dinieghi che Pristina si è vista presentare in campo sportivo. L’isolamento internazionale in questo campo è generalizzato e neppure il recente accordo con Belgrado sul famoso “asterisco† sembra sia stato sufficiente. L’accordo, raggiunto nel febbraio scorso, consentiva la partecipazione del Kosovo ad eventi internazionali a patto che il nome fosse seguito da un asterisco che rimandasse ad una nota a piè di pagina in cui si menzionava la Risoluzione 1244 e il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia.
È evidente come l’isolamento internazionale di Pristina in ambito sportivo abbia anche ricadute politiche: molti atleti di etnia albanese sono stati allenati e sono cresciuti in Kosovo e successivamente “dati†alla vicina Albania per poter competere in eventi internazionali con la conseguenza che si stanno facendo sempre più numerose le richieste di una maggiore integrazione, quando non una vera e propria fusione, delle federazioni sportive kosovare con quelle albanesi.

Arrivederci a Rio

Nel frattempo, i sogni di Majlinda di dedicare una medaglia olimpica al proprio Paese sono stati infranti sul tatami: arrivata tra le 16 atlete di finale dopo aver battuto la finlandese Jaana Sundberg, si è dovuta arrendere alla judoka delle Mauritius, Christianne Legentil. Nonostante questo, la ventunenne kosovaro-albanese ha affermato che continuerà la battaglia per realizzare il sogno di gareggiare, alle prossime olimpiadi di Rio de Janerio, con la bandiera kosovara cucita sul proprio kimono.

--

La nota a margine 

Dopo un accordo raggiunto tra Belgrado e Pristina nel febbraio 2012, con la mediazione dell'UE, il Kosovo potrà essere rappresentato nei summit regionali e potrà siglare accordi commerciali con Paesi terzi. Ad una condizione però: il nome dovrà essere seguito da un asterisco che rimanda ad una nota a piè pagina dove si fa riferimento sia alla Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell'Onu, che garantisce l'integrità territoriale della Serbia, sia alla decisione con cui la Corte internazionale di giustizia ha sancito che la dichiarazione di indipendenza di Pristina non è contraria al diritto internazionale.


=== 5 ===


("Le Olimpiadi di Londra. Olimpiadi della morte." 
Dello stesso autore - filosofo ed ex giocatore di pallacanestro - sullo stesso sito:


LJUBODRAG SIMONOVIĆ: OLIMPIJSKI PLAMEN




LONDONSKE OLIMPIJSKE IGRE. IGRE SMRTI.

 

Piše: Ljubodrag Simonović Duci

 
 

Olimpijske igre.

NajznaÄajnija svetkovina kapitalistiÄkog sveta.

„Plava loža“ je puna.

Dželati ÄoveÄanstva su na okupu.

Tu je i kraljica.

Britanska kraljevska kuća…

Najkrvavija zloÄinaÄka organizacija za koju istorija zna.

London slavi!

Bojni brodovi, avioni, rakete, policajci, komandosi…

Pravi olimpijski ambijent.

Fanfare, olimpijska koraÄnica…

Roboti marširaju.

Ave cæsar! Morituri te salutant!

Kraljica maše.

Kraljica se smeje.

Kraljica zeva.

„Golubi mira“ nestaju u tami otrovanog neba.

To su Olimpijske igre, budalo!

Smej se!

Svi moraju biti srećni!

„Sport je najjeftinija duhovna hrana za radne mase -

koja ih drži pod kontrolom.“

Stari, dobri Kuberten.

Znao je kako treba vladati.

Olimpijske igre.

Bile su „festival mladosti“.

Sada su festival smrti.

Kraljica je zadremala.

Neka je.

Neka utone u veÄni san.

Kao i Bler, Buš, Klinton, Sarkozi, Obama…

Kao i svi kapitalistiÄki zlikovci.

Spavajte! – olimpijski anđeli.

Spavajte! – olimpijski gadovi.

I nikada se nemojte probuditi.

 

X          X         X




#7417 Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@...>
Data: Ven 17 Ago 2012 4:47 pm
Oggetto: Visnjica broj 895
jugocoord
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Le Conseil de sécurité refuse de condamner un attentat contre ses casques bleus


RÉSEAU VOLTAIRE | 17 AOÛT 2012

Sergey Lavrov, ministre russe des Affaires étrangères, a indiqué sur Twitter « ne pas comprendre la position » des membres occidentaux du Conseil de sécurité qui ont refusé de condamner l’attentat perpétré, le 15 août 2012, à l’arrière de l’hôtel Rose de Damas où résident les observateurs de l’ONU.
C’est la première fois dans l’histoire de l’Organisation que le Conseil de sécurité refuse de condamner une action terroriste visant ses propres observateurs.



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