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| Grazie come sempre dell'invio. Vi sottopongo una riflessione: durante
| queste vacanze ho partecipato a una bellissima funzione in un santuario
| dell'Italia settentrionale. Ad essa era presente un folto gruppo di
| pellegrini tedeschi. La buona volontà del celebrante l'ha indotto alle
| seguenti scelte linguistiche: letture in italiano, omelia in italiano
| con appendice in tedesco, qualche preghiera in italiano, altre in
| tedesco, altre prima in una lingua e poi nell'altra, Padre Nostro in
| latino. Veniva davvero in mente la torre di Babele: pur non avendo
| alcuna nostalgia (anacronistica, soprattutto per me che non ricordo la
| Messa preconciliare), penso che occorrerebbe ripristinare l'unità dei
| credenti, in questi casi, prevedendo di dire la Messa in latino e
| distribuendo fra i fedeli il testo latino della Messa tradotto nelle
| lingue più note e diffuse. Qualsiasi altra scelta risulta
| insoddisfacente. Buon lavoro
Che dirLe?
Senza escludere il ricorso al latino, in certe occasioni (e, perché no?, ai
bellissimi canti gregoriani), io credo che la liturgia debba essere il più
possibile conformata agli inizi del Cristianesimo: e Gesù parlava una lingua
che i suoi amici potevano capire, e ha scelto di affidare a dei gesti
quotidiani e semplici il sacramento più importante della Sua Presenza.
Certo, semplicità non è banalità. E troppo spesso, dopo il Concilio,
invece...
Conosco però dei sacerdoti che sanno abbinare benissimo il senso del Mistero
e la semplicità, cioè la continuità, misteriosa, della Cena con la vita. Io
credo che sia per la loro fede. E la fede non rinnega la ragione, anche se è
ad essa irriducibile.
Nè banalizzazione strimpellante, dunque, nè sentimentale senso, più che
del mistero, del misterioso, avulso dalla vita: l'annuncio è che il Verbo si
è fatto carne, e non chiede di rinnegare niente di umano.
Cordialmente
Bertoldi
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