Egregio direttore,
l'articolo dal titolo "UNA TESI PROVOCATORIA: LA RELIGIONE CRISTIANA NON Č MAI STATA PERSEGUITATA COME NEGLI ULTIMI CENT“ANNI", inserisce il dubbio che i 160.000 cristiani uccisi ogni anno in America Latina, Nord Africa, Paesi Arabi e Asia, e i 604 missionari trucidati dal 1990 ad oggi in Messico, Colombia, Algeria, Arabia Saudita, Pakistan, India, Cina e Birmania, di cui č ottima documentazione il libro di Antonio Socci "I nuovi perseguitati", non solo non si debbano chiamare martiri, ma un po' la morte se la siano cercata, perchč "la politica proselitistica ha i suoi rischi".
Questo articolo, diversamente da come hanno fatto altri autorevoli commentatori laici, č il goffo tentativo di negare che la convivenza civile, impostata secondo la moderna regola della tolleranza, porta dentro di sč una grave debolezza. Infatti fin quando le societą moderne praticheranno il dogma della sopportazione di tutti, a condizione che non abbiano una precisa identitą pubblica, inevitabilmente il martirio accompagnerą lo scorrere del tempo e colpirą soprattutto i cristiani.
Ciņ che l'autore dell'articolo in questione non ha capito č che il reportage di Socci, se da una parte dice una condizione della Chiesa e il segno della sua veritą, dall'altra parte č un grido perchč si difenda la libertą dell'uomo, di ogni uomo, di essere se stesso.
Il libro di Socci non ha nessuna intenzione nč di propaganda nč di lamento, ma dice all'uomo d'oggi che chi ha un'identitą č perseguitato, e lo dice affinchč si costruiscano societą in cui tutti siano liberi. E' grave che l'articolista non abbia nemmeno avvertito che Antonio Socci, scrivendo delle persecuzioni di cui sono vittime i cristiani, abbia voluto denunciare che oggi vi č una modalitą di convivenza in cui chi ha un'identitą diversa da quella del potere o della cultura dominante di fatto non č tollerato, anzi viene emarginato, se non lo ha eliminato.
L'aspetto affascinante di questo libro sulle persecuzioni č che dalla vita di questi martiri moderni traspare una capacitą di perdono, una letizia e una pace, che sono forse le condizioni prime per la costruzione di una societą in cui ognuno possa dire a voce alta e davanti a tutti "io".
30/5/2002 Gianni Mereghetti Abbiategrasso