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Fw: IL CALVARIO DEI SIMBOLI   Elenco di messaggi  
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CORRIERE DELLA SERA
Crocifisso a scuola sì, Crocifisso a scuola no

IL CALVARIO DEI SIMBOLI

di GASPARE BARBIELLINI AMIDEI


Povera scuola. Fra infantilismi ideologici, remore corporative e
strumentalizzazioni politiche antiriforma, risparmiamole l’imprevisto
coinvolgimento in una guerra fra simboli. Crocifisso sì-Crocifisso no, non
fatene l’ennesimo slogan. Con la grande assemblea di tutte le religioni del
mondo in Assisi, poco dopo l’attacco a Manhattan, Karol Wojtyla offrì una
lezione definitiva sui modi di vivere fede e identità cristiana accanto ad altre
fedi e ad altre identità. Che sia opportuno avere il Crocifisso ospite dei
luoghi pubblici dove la gente studia e lavora è nella logica di una società
cristiana nelle radici e nelle abitudini di parte cospicua della popolazione.
Che questo recupero di memoria debba essere sereno e rispettoso delle
convinzioni e delle abitudini altrui è nella coerenza del nostro tempo, laico e
multietnico. Fra qualche giorno entrerà a Milano il nuovo arcivescovo della
Chiesa ambrosiana, Dionigi Tettamanzi, fino a ieri cardinale di Genova. Prendo
questa città come esempio. Nelle sue scuole 16.857 genitori vengono da cento
diverse nazionalità e da molte fedi. Tanti sono i loro simboli. La croce sul
petto dei guerrieri che andavano in Terrasanta faceva paura agli «infedeli».
Oggi la Chiesa cattolica non chiama nessuno «infedele». Il suo Crocifisso non
può far paura, perché è un simbolo «per» e non «contro».
C’è un duplice fraintendimento culturale e politico nelle reazioni alla
richiesta di Giovanni Paolo II di riportare in aula il Crocifisso e all’impegno
preso dal ministro della Pubblica istruzione. Non si coglie il senso delle
parole del Pontefice se ci si affida ai riflessi condizionati dell’ultimo
anticlericalismo. Si distorce il discorso di Letizia Moratti se lo si colloca in
un contesto «revanscista».
Dove il Crocifisso torna in classe, si ripara soltanto il gesto di ignoranza di
chi lo tolse. Il Crocifisso non è segno di una supremazia etnica. Fra i fedeli
il fondamentalismo non è oggi assillo cattolico, ma di altre religioni. Ora c’è
però chi vorrebbe censire le aule dove il Crocifisso è stato tolto e sapere nome
e cognome di chi ha ordinato di farlo. A qualcuno potrebbe anche venir voglia di
compilare la lista dei ragazzi che non frequentano l’ora di religione. Lungo
questa strada forse si possono avere muri gremiti di immagini cristiane, ma le
chiese diverrebbero via via deserte. La scuola ha invece diritto di vedere
ricollocata la questione del crociano «non possiamo non dirci cristiani» dentro
la cornice culturale che le spetta. A scuola si imparano le ragioni di storia,
di filosofia, di storia dell’arte e di storia della pietà cristiana che rendono
degna l’ospitalità di questo simbolo. Trascinare il tema nella baruffa politica
è cattiva pedagogia.
I bambini non capiscono. Cristiani, ebrei o musulmani che siano, non capiscono
perché onorare il figlio di un Dio che morì in croce per amore degli uomini di
ogni radice sia un’offesa per chi prega altri Dei. Non capiscono neppure perché
l’ostilità per lo straniero dovrebbe nascondersi dietro questi simboli d’amore.
Non tutto poi si riduce a visibilità, anche negli anni dell’impero (tele)visivo.
Giovane filosofa ebrea convertita al cristianesimo, Edith Stein morì in un campo
di sterminio nazista amorevolmente avendo al collo una catenina con il
Crocifisso e cucita sul petto la stella di David. Si può regalare alla scuola
italiana una lezione su questa donna, magari anche un suo ritratto. Il ritratto
del giovane ebreo morto per l’umanità sulla croce è patrimonio del mondo. Non è
questione di imporlo agli ignoranti che non lo sanno. La scuola può aiutare a
superare questa ignoranza.


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Sab 21 Set 2002 4:56 pm

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Crocifisso a scuola sì, Crocifisso a scuola no

IL CALVARIO DEI SIMBOLI


di GASPARE BARBIELLINI AMIDEI

Povera scuola. Fra infantilismi ideologici, remore corporative e strumentalizzazioni politiche antiriforma, risparmiamole l’imprevisto coinvolgimento in una guerra fra simboli. Crocifisso sì-Crocifisso no, non fatene l’ennesimo slogan. Con la grande assemblea di tutte le religioni del mondo in Assisi, poco dopo l’attacco a Manhattan, Karol Wojtyla offrì una lezione definitiva sui modi di vivere fede e identità cristiana accanto ad altre fedi e ad altre identità. Che sia opportuno avere il Crocifisso ospite dei luoghi pubblici dove la gente studia e lavora è nella logica di una società cristiana nelle radici e nelle abitudini di parte cospicua della popolazione. Che questo recupero di memoria debba essere sereno e rispettoso delle convinzioni e delle abitudini altrui è nella coerenza del nostro tempo, laico e multietnico. Fra qualche giorno entrerà a Milano il nuovo arcivescovo della Chiesa ambrosiana, Dionigi Tettamanzi, fino a ieri cardinale di Genova. Prendo questa città come esempio. Nelle sue scuole 16.857 genitori vengono da cento diverse nazionalità e da molte fedi. Tanti sono i loro simboli. La croce sul petto dei guerrieri che andavano in Terrasanta faceva paura agli «infedeli». Oggi la Chiesa cattolica non chiama nessuno «infedele». Il suo Crocifisso non può far paura, perché è un simbolo «per» e non «contro».
C’è un duplice fraintendimento culturale e politico nelle reazioni alla richiesta di Giovanni Paolo II di riportare in aula il Crocifisso e all’impegno preso dal ministro della Pubblica istruzione. Non si coglie il senso delle parole del Pontefice se ci si affida ai riflessi condizionati dell’ultimo anticlericalismo. Si distorce il discorso di Letizia Moratti se lo si colloca in un contesto «revanscista».
Dove il Crocifisso torna in classe, si ripara soltanto il gesto di ignoranza di chi lo tolse. Il Crocifisso non è segno di una supremazia etnica. Fra i fedeli il fondamentalismo non è oggi assillo cattolico, ma di altre religioni. Ora c’è però chi vorrebbe censire le aule dove il Crocifisso è stato tolto e sapere nome e cognome di chi ha ordinato di farlo. A qualcuno potrebbe anche venir voglia di compilare la lista dei ragazzi che non frequentano l’ora di religione. Lungo questa strada forse si possono avere muri gremiti di immagini cristiane, ma le chiese diverrebbero via via deserte. La scuola ha invece diritto di vedere ricollocata la questione del crociano «non possiamo non dirci cristiani» dentro la cornice culturale che le spetta. A scuola si imparano le ragioni di storia, di filosofia, di storia dell’arte e di storia della pietà cristiana che rendono degna l’ospitalità di questo simbolo. Trascinare il tema nella baruffa politica è cattiva pedagogia.
I bambini non capiscono. Cristiani, ebrei o musulmani che siano, non capiscono perché onorare il figlio di un Dio che morì in croce per amore degli uomini di ogni radice sia un’offesa per chi prega altri Dei. Non capiscono neppure perché l’ostilità per lo straniero dovrebbe nascondersi dietro questi simboli d’amore.
Non tutto poi si riduce a visibilità, anche negli anni dell’impero (tele)visivo. Giovane filosofa ebrea convertita al cristianesimo, Edith Stein morì in un campo di sterminio nazista amorevolmente avendo al collo una catenina con il Crocifisso e cucita sul petto la stella di David. Si può regalare alla scuola italiana una lezione su questa donna, magari anche un suo ritratto. Il ritratto del giovane ebreo morto per l’umanità sulla croce è patrimonio del mondo. Non è questione di imporlo agli ignoranti che non lo sanno. La scuola può aiutare a superare questa ignoranza.


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