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DIBATTITO
Per lo sviluppo non servono utopie ma esperienze
Di Alberto Piatti
È tornato il World Social Forum di Porto Alegre e immancabilmente si
è riaccesa la polemica sullo sviluppo e sulle strategie per battere la povertà.
Negli ultimi anni i fenomeni no-global hanno avuto il merito di
portare alla ribalta un fatto: che i due terzi dell'umanità non vive come la
media della gente in Occidente, con i nostri standard di benessere, ma è
costretta alla povertà; migliaia di bambini muoiono ogni giorno per "futili
motivi" come morbillo, fame, malaria, infezioni; l'acqua è un bene prezioso al
quale centinaia di milioni di persone non hanno accesso se non facendo
chilometri di strada per raccoglierla e trasportarla.
Ma di fronte a questi fatti prevale la risposta della protesta
contro un mitico cattivo potere superiore, colpevole di aver provocato tutto
ciò. Di fatto il problema della povertà sembra essere sempre più una questione
di piazza, complice anche la grande informazione che raramente racconta di chi è
al lavoro per condividere e costruire a lternative possibili, sia con una
presenza sul posto - come migliaia di missionari e di volontari delle
organizzazioni non governative - sia con strumenti come l'adozione a distanza
che assicurano un presente e un futuro a migliaia di giovani e di famiglie del
Sud del mondo che altrimenti non ne avrebbero.
In questo modo non ci illudiamo di risolvere i problemi
dell'umanità, ma questo non accadrà neppure semplicemente aumentando gli aiuti
allo sviluppo o cambiando i meccanismi di grandi burosauri come l'Onu e le varie
istituzioni di Bretton Woods: è un'illusione spesso intrisa di ideologia che ci
siamo inventati per avere un nemico contro cui è possibile combattere. Ma chi si
misura quotidianamente sul campo con la povertà e le sue conseguenze, sa che far
uscire milioni di uomini da quella "prigione" non è soltanto una questione di
denaro e neppure di politiche, pur necessarie. È una questione di educazione, ed
è un fatto di condivisione con persone che devono essere aiutate a ritr ovare la
propria umanità e la propria dignità.
Di questa speranza operosa ha bisogno ciascuno di noi, di grandi
progetti praticabili hanno bisogno i giovani, ai quali invece fino ad oggi la
povertà è stata presentata come un'orribile piaga generata dalla nostra
ricchezza e risolvibile solo trovando un colpevole nella stanza dei bottoni,
contro cui manifestare e infierire e gridare, come forma suprema di esercizio
della libertà. Ma un'impostazione di questo tipo, dobbiamo esserne consapevoli,
ha tre derive possibili: la schizofrenia di una vita con qualche parentesi di
bontà (un po' come fa ora tanto mondo dell'informazione che s'innamora di un
dramma nei pochi giorni in cui fa notizia e se ne dimentica per il resto
dell'anno), l'indifferenza di chi ha la pancia piena, la violenza dei disperati.
Come osserva il filosofo francese Finkelkraut: «Ciò che oggi appare
dietro l'unificazione di tutti i rapporti umani all'interno del sentimento di
umanità non è la preoccupazione per gli altri qu anto un'invincibile diffidenza
nei confronti della loro libertà. Al tempo dell'ideologia si credeva di sapere
tutto, al tempo della beneficenza non si vuole sapere nulla. Dal primato della
ragione a quello del sentimento si perpetuano la stessa intolleranza e lo stesso
risentimento nei confronti di ciò che i Greci chiamavano gli Affari umani».
Invece, come ci ricorda continuamente Giovanni Paolo II, la pace e
lo sviluppo sono possibili, e appartengono alla responsabilità personale di
ciascuno di noi. Oggi più che mai non servono utopie ma esperienze da praticare
e da proporre: si deve passare dal sogno dell'ideologia al principio di realtà.
* direttore generale Avsi
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