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Un nuovo '68?   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #163 di 207 |

l'ideologia, traghetto verso l'apostasia

Un nuovo '68?


Nel '68 un ingente numero di cattolici, specie giovani (Capanna, Eco, Vattimo e tanti altri), venne traghettato dalla fede all'ateismo. Un esodo biblico. Prima erano credenti, poi divennero atei.

Su quale traghetto erano saliti? Su quello della riduzione della fede a impegno sociale, a fattore sociopolitico.

Sembrava loro che la fede "tradizionale" non incidesse abbastanza sulla realtà, e preferirono affidarsi, per tale incisività, a strumenti, di analisi e di azione, mutuati da ideologie atee. Dove l'ateismo non era un orpello accessorio, ma un'architrave portante.

Non percepivano che il primo cambiamento è quello del proprio io, e che solo un io cambiato può cambiare la società. Non capivano che non l'io cambia, se cambia il mondo, ma cambia il mondo se cambia l'io, se cambio io. Non percepivano insomma più il carattere personale della fede come rapporto indelegabile con Cristo, Uomo-Dio.

Così persero la fede.
E non cambiarono il mondo.

Oggi si replica?

Genova 2001, e ora il festante, inutile, ormai involontariamente autoironico (ma fin dall'inizio profondamente controproducente), tripudio delle bandiere arcobaleno, sponsorizzato da certe riviste familiari cristiane e abbracciato acriticamente da tanti cattolici, non lo fanno forse pensare?

Dunque ci risiamo?

La fede rischia di venir ridotta a ideologia. A spunto per appiattirsi su posizioni parziali. Concordando in tutto e per tutto con uno schieramento contro un altro.

Prigionieri, ad esempio, della logica fagocitante (perché totalizzante) dell'ideologia pacifista, perfettamente speculare all'ideologia bellicista (altra faccia della stessa medaglia). Abdicando alla specificità del giudizio di fede, mai riducibile a ideologia. Essendo questa per definizione qualcosa di parziale, in cui, certo, tutti i conti tornano in modo stupendo: ma solo perché si è preso congedo dalla realtà, che è oggettivamente complessa.

Chi vuole evitare di essere traghettato sulla sponda dell'ateismo, attraverso il sottile e suadente inganno di valori apparentemente identici a quelli ispirati dalla fede, dovrebbe allora porsi una domanda di questo genere: a che cosa tengo davvero? Amo Gesù Cristo più di tutto? Possiamo ripetere, almeno un po', con S.Paolo: "io non ritenni di sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo e questi crocifisso" (1Cor, 2,2)? O siamo talmente legati a una nostra analisi, da ridurre i richiami del Magistero, che in sé spiazzano sempre ogni logica ideologica, a bottino da saccheggiare selettivamente in funzione di un progetto politico che ha altrove il suo baricentro?

C'è una cartina di tornasole, dalla diagnosi infallibile. Se vediamo anche la presente vicenda, pur nella sua drammaticità e nel dolore che giustamente sentiamo, come occasione di crescita nella fede, occasione perché anche in questo si manifesti quanto fortemente Lui ci ama. Oppure se siamo pieni di inquieta rabbia e di velenoso odio. Pieni di una tristezza cattiva, onniavvolgente, tale da spegnere quell'ultima letizia e pace che Cristo ci ha promesso. Una tristezza e rabbia che allora male interpreteremmo come giusta partecipazione al dolore del mondo, come un riflesso, in noi, dell'indignazione di Cristo contro i potenti della terra. Anche perché Cristo non era indignato, per esempio, contro l'Impero di allora (come non lo era S.Paolo, ben contento della sua cittadinanza romana). E nelle sue parole non si trova una sola esortazione all'indignazione verso altri esseri umani. Si indigna, se così si può dire, solo contro i mercanti nel Tempio, gente cioè che strumentalizzava il sacro per finalità profane. E si arrabbia con i farisei, gente che si credeva giusta, e degna di levare l'indice accusatore contro altri. Molto più semplicemente, allora, quella inquieta rabbia sarebbe il segno che un Nemico ha steso la sua ragnatela su di noi.

E allora dovremmo volgerci, come sempre e come tutti dobbiamo del resto, come bambini, ricominciando sempre di nuovo, con umiltà e attiva pazienza verso noi stessi, alla Presenza che, sola, ci può dare quella pace che il mondo non può dare. E che nemmeno può, profondamente, toglierci (cfr. Gv, 14).

Bertoldi
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Mer 19 Mar 2003 2:51 pm

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Inoltra Messaggio #163 di 207 |
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