Siamo alle solite. Sergio Romano, in un editoriale sul Corriere del
30
gennaio, attacca il Papa perché se da lato, meritoriamente, chiede
alle aziende farmaceutiche di abbassare i prezzi delle medicine
anti-AIDS per i paesi poveri, dall'altro, contraddicendosi,
concorrerebbe involontariamente alla diffusione dell'AIDS con la (a
suo dire assurda) proibizione dei preservativi.
Che dire? Anzitutto questa evidente verità: se la gente avesse
seguito
e seguisse gli insegnamenti della Chiesa (non avendo rapporti pre- o
extra-coniugali, o contro natura, e non drogandosi) l'AIDS non si
sarebbe mai diffuso.
Inoltre la parola del Papa ha effetto solo su chi è credente, e
chi è
credente segue l'insegnamento della Chiesa, e quindi non ha bisogno
di
attenuare il male che fa, cercando di porvi un argine col
preservativo. Perché? Perché ha risolto il problema a monte,
alla
radice: ha dato un taglio netto al male, a tutto il male. I credenti
che non usano il preservativo (seguendo il Papa), seguendo il Papa
nemmeno attuano quei comportamenti che renderebbero "utile" il
preservativo. È così difficile da capire?
Chi invece credente non è, se ne fa un baffo del parere del Papa.
Se
debba usare o no il preservativo lo decide in base ai suoi criteri
(atei o religiosi, ma non cristiani, che siano), non certo in base
alle parole del Papa. Ma si è mai visto un ateo che non usa il
preservativo perché glielo proibisce il Papa?
C'è dunque qualcosa di grottesco nelle accuse di Sergio Romano.
Pensi
piuttosto, la cultura relativista ed edonista di cui lui si fa
oggettivamente eco, a esaminare le proprie responsabilità
nell'aver
banalizzato la sessualità, sganciandola dal significato totale e
rendendola un oggetto di facile e superficiale consumo.