paradossi della sinistra postleninista
o dell’immorale moralismo
Il tipo umano di sinistra (della sinistra diciamo così meta-riformista, leninista o anarchica) è eticamente trasgressivo sul piano individuale (si pensi all'ambito sessuale o al problema
droga; in generale esiste un odio per l'ordine), ma soffocantemente
rigoroso su quello collettivo.
Perdona tutto sul piano etico-individuale, ma non perdona niente sul piano
etico-sociale.
Non vuol sentir parlare di dovere a proposito del primo, ma pretende che il dovere
sia l'unico criterio nel secondo ambito.
Ammette il massimo dell'imperfezione sul primo, ma esige il massimo della perfezione
circa il secondo.
Si ubriaca di cinismo nel primo caso, e di utopismo nel secondo.
Vuole troppo poco dagli individui, e troppo dalla società.
Sarebbe interessante verificare quanto la rabbia utopista sul piano sociale sia
compensativa del rilassato cinismo sul piano individuale, quanto nella furiosa
pretesa di imporre una moralità al sociale confluisca l'immondo fiume (Nietzsche,
Zaratustra) del senso di colpa per la propria coltivata immoralità individuale.
Prova ne sarebbe il disperato bisogno che il tipo umano (post-)leninista prova di
pensare a sé stesso come portatore della totalità della moralità: vedi incapacità di
ammettersi in qualche punto e per qualche aspetto colpevole (vedi il caso
Sofri, e vedi i vari brigatisti: mai che ammettano di aver sbagliato), ma più ancora
la costante tendenza a vedere nell'avversario un nemico immorale, anzi il
concentrato dell'immoralità. Se un tipo umano (post-)leninista incontra una persona
che gli sembra (eticamente) buona, si stupisce moltissimo quando scopre che non è di
sinistra. Analogo discorso se incontra qualcuno che gli appaia colto. Tale tipo
umano trova semplicemente inaccettabile pensare a sé stesso come meno che perfetto
(culturalmente e moralmente) e pensare all'avversario come più che una carogna,
culturalmente ignorante e moralmente schifoso.
Così, questo tipo umano così apparentemente in lotta con la morale e trasgressivo,
si trova impigliato da ogni lato nella vischiosa ragnatela di ciò da cui crede
di essersi liberato, ma con cui in realtà non ha fatto i conti.
Forse la sua tragedia è di conoscere solo il concetto di dovere (per negarlo in un
caso, e sovraaffermarlo nel'altro), ignorando che la vera molla dell'agire umano,
tanto individuale quanto collettivo, non è l'archeologia, ma la teleologia, non la
legge, ma il fine, la ricerca cioè della soddisfazione o della felicità.
Così, (credendosi inconsapevolemente in | per rimediare alla ) colpa per la
trasgressione della legge morale, si butta tutto su una furia moralizzatrice della
società. Ma dimentica che il protagonista di tutto è l'io e la sua sete di felicità.
Chiama spiritualista, il raffinato tipo umano di sinistra, chi parte dall'io. E
dimentica che il Cristianesimo, che parte dall'io, ha insegnato all'umanità a
sovvenire ai bisogni materiali dei più umili, da subito, senza aspettare società
utopiche, con concreta e documentata fattività.
Perché l'io non è solo spirito.
Come non è solo materia, esaurientemente immersa nella società: se uno è sincero con
sé stesso non può dire che gliene importi qualcosa, in prima battuta, dell'Umanità.
Prova ne sia che con i prossimi, con cui è quotidianamente a contatto gomito a
gomito, anche il più acceso "benefattore dell'Umanità", non riesce ad essere non
solo generoso, ma nemmeno rispettoso e cortese.
Facciano questa prova, coloro che pensano di amare il mondo intero: provino ad amare
quella porzione di mondo, quei tu concreti, materiali, che hanno di fianco giorno
dopo giorno. Amino la loro donna disinteressatamente e fedelmente, se ci riescono.
Altrimenti, se non sanno amare un frammento di mondo, come possono pretendere
di amare la totalità del mondo? Se falliscono sul più vicino e facile, come possono
pensare di riuscire sul più lontano e difficile? Ammettano di mentire, ingannando sè
stessi e gli altri.