antiG8: che grande equivoco!
Spero finisca presto, questa (un po' patetica) commedia degli equivoci. Che pena, vedere tanti cattolici prendere sul serio (e così tanto sul serio) una cosa non seria. Attribuire una valore sacro a una cosa profana. Riconoscere una valenza quasi sacramentale a dei gesti egemonizzati da chi, ben lungi dall'essere ministro del Dio vivente, usa come mezzo la violenza.
Davvero non capisco come può chi crede in Cristo riporre la propria speranza in un metodo di lotta preso in prestito da ideologie estranee alla fede. Come possa accettare di sfilare in piazza sotto bandiere che recano i simboli in nome dei quali milioni di loro fratelli nella fede sono stati martirizzati. Come possa far confluire la propria protesta in un fiume, in cui si riversano con abbondanza le torbide acque della violenza, violenza non solo contro la grandi compagnie multinazionali, ma anche contro inermi e ignari esseri umani, che hanno come unico torto quello di abitare nel centro di Genova.
Ma, si dirà, in presenza di una giusta causa non bisogna guardare in compagnia di chi si è, ma solo se il fine è buono. Ma appunto il fine è, come dire, equivoco: siamo tutti d'accordo che la povertà è una piaga che va curata, che non è giusto che ci siano pochi potenti che decidono per tutti; siamo d'accordo che le multinazionali sono potenzialmente un pericolo e così via. Il punto è: come se ne esce. La genericità della protesta è tale che tutti potrebbero volere tutto e il suo contrario: è un grande equivoco, una gran confusione. Si è contro. E va bene. Ma per che cosa? Dubito che coloro che manifesteranno a Genova abbiano una vera unità. Sarà probabilmente un gran calderone, non diverso da quello di una curva da stadio: ognuno è lì per delle motivazioni diverse da quelle del suo vicino, anche se apparentemente li accumuna un identico odio contro un comune nemico. Non so davvero se la stragrande maggioranza degli antigiottini sia per o sia soltanto contro. Se è soltanto contro si spiega la carica di rabbia e di violenza. Ma allora è altrettanto certo che non costruirà niente.
Se si vuole davvero cambiare la strada è un'altra. Prima di tutto uno deve cambiare sè stesso: e questo è senza rabbia, per un puro dono che ci viene dato da un Altro. Madre Teresa ha fatto così. Ed è stata molto più utile ai poveri, di tanti che a Gevova rovesceranno grida (e pietre) di rabbia, senza costruire niente. Non si può sostituire una realtà concreta, come quella del mercato, o quella del capitalismo (che è una variante, perversa, del mercato), con una vaga e confusa idea, con una utopia: sarebbe velleitario e inconcludente. Solo una realtà concreta è in grado di contrapporsi ad un'altra realtà concreta. In questo senso è paradossale che i cattolici, che hanno messo in piedi molte realtà concrete, di intrapresa economica non basata sull'esclusività del profitto, invece di chiedere più spazio alle loro concrete realtà (di alternativa), si mescolino, subalterni e smemorati, a chi ha solo rabbia e sogni.
18 luglio 2001
Francesco Bertoldi