tratto dal sito della Fondazione Ugo La Malfa
http://www.fulm. org/
La Casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
Una repubblica fondata sulle rendite di Geminello Alvi
Contro le tasse di Oscar Giannino
La Casta
merita certamente il successo che sta avendo, se non altro perché soddisfa una domanda di informazione sui costi e i ricavi dell’attività politica in Italia che era nell’aria. Col precedente governo giornalisti e lettori erano ossessionati quasi solo da Silvio Berlusconi, la sua immensa ricchezza personale – a paragone della quale i gettoni, le prebende e i privilegi grandi e piccoli degli appartenenti alla casta politica impallidiscono – i suoi conflitti d’interessi, le sue vicende giudiziarie. A un anno dal cambio della guardia a Palazzo Chigi, scopriamo invece che il problema della moralità nella vita pubblica non è affatto limitato a Berlusconi, ma riguarda centinaia di migliaia di persone, di destra e di sinistra. Meno male, meglio tardi che mai.Nel libro ci sono tantissime informazioni. Le informazioni fanno sempre bene e più sono e meglio è. Sono però organizzate male, nell’assunto implicito che per farsi leggere non si può essere sistematici – sistematicità equivale a noia – e si deve rendere la narrazione quanto più possibile simile a una favola, inzeppandola di aneddoti.
Succede dunque che questo lettore si spazientisca a dover prendere le cose tanto alla lontana prima di arrivare al punto. Ad esempio, il cap. 8 sulle pensioni dei parlamentari comincia così: "Nel calendario della show-girl televisiva Irene Pivetti, organismo geneticamente modificato della badessa militare che fu presidente della Camera, c’è una data cerchiata di rosso: 4 aprile del 2013, festa del beato Francesco Marto, il terzo pastorello di Fatima". Tutto questo per arrivare più avanti a dire che la Pivetti, quando compirà cinquanta anni, avrà diritto a percepire come ex deputato un lauto vitalizio.
Oppure, a p. 164, per spiegare il semplicissimo concetto, noto ovunque, del paracadute in quanto atterraggio morbido da una carica a un’altra, gli autori impiegano ben dieci righe, tirando in ballo l’attore Philippe Leroy, tale Ernesto Cravos e tale Karina Willerup, il Piave, Bangkok e la guerra d’Indocina. Perbacco! Per me è un po’ troppo.
Per sistematicità intendo sistemare – appunto - le informazioni in un contesto appropriato, dare loro quanto più possibile uno o più termini di paragone. Credo che a colpire di più siano state, in questi mesi, proprio quelle nel libro che questo contesto lo avevano: che un comune a pochi metri di livello sul mare venga definito una comunità montana è assurdo perché la montagna è il termine di paragone; le spese del Quirinale sono eccessive perché sono quattro volte quelle di Buckingam Palace; che gli italiani abbiano, tra i parlamentari europei, l’indennità base più alta parla da sé.
Purtroppo in molti altri casi non è così, e il lettore è lasciato da solo alle prese con una ridda di cifre che non è facile collocare: è tanto, è poco? ha riscontro, non ha riscontro, altrove? Manca soprattutto la valutazione complessiva.
Quanto costa, tutto considerato, questa casta? Non si sa, anche se una risposta veniva implicitamente promessa nelle prime pagine del libro dove c’è scritto: "Soldi pubblici. Soldi dei cittadini. Che si chiedono come sia possibile che le spese correnti della Camera … siano passate negli ultimi tre lustri, tolta l’inflazione, da 636 a 1004 milioni di euro. O che Palazzo Madama nei cinque anni della legislatura berlusconiana sia costato 2202 milioni di euro, quanto i 900 chilometri del nuovo gasdotto Italia-Algeria. Eppure … il cumulo dei privilegi dei parlamentari … e la montagna di denaro speso nei palazzi romani sono solo una parte del costo enorme della politica. Che va dalle indennità al presidente della Repubblica ai gettoni dei consiglieri circoscrizionali per un totale di 179.485 persone interessate. Più gli stipendi del personale delle varie amministrazioni, dal Viminale alle Comunità montane. Più quelli degli autisti, dei portaborse, dei collaboratori esterni. Più i quattrini dati a quasi 150.000 consulenti. Più le prebende ai vertici di oltre 6000 società pubbliche e parapubbliche, usate spesso per piazzare gli amici e i trombati" (p. 22).
Ok, quanto fa in tutto? Non si sa, non c’è scritto da nessuna parte. E soprattutto: una volta fatta la somma, quanti soldi si potrebbero risparmiare sotto alcune ragionevoli ipotesi (tipo: abolire le province, ridurre stipendi e vitalizi dei parlamentari, nonché il loro numero, di x%, riportare il bilancio della Camera a livello di quindici anni fa, ridurre di tre quarti quello del Quirinale, eccetera, eccetera, eccetera)? Niente, non si sa nemmeno questo.
Perché il punto è qui: quello che fa della casta una casta è quanto eccede le normali prerogative attribuite ai propri rappresentanti dai cittadini in una democrazia. Rispetto alla quale democrazia rappresentativa non esistono alternative attraenti. Ora, Rizzo e Stella potrebbero rispondermi che sia la valutazione generale, che la stima dell’eccesso di risorse, non rientravano nei loro compiti – che un esercizio del genere spetterebbe semmai a un centro di ricerca, tipo la Fondazione Ugo La Malfa. Non avrebbero tutti i torti. Ma nemmeno tutte le ragioni: perché, ripeto, da lettori è lecito aspettarsi che un volume del genere contenga questo genere di conclusioni.
Ribadito che, con tutte le riserve di cui sopra, La Casta è un libro che, per la sua quantità di informazioni, consiglio a tutti di leggere – spero davvero continui per molto tempo ancora a vendere a questo ritmo – faccio un’ultima osservazione. La nostra casta non può esistere nel vuoto, ovviamente. Molti lettori si auto-assolveranno, leggendo il libro. E faranno male, perché di certo condividono la cultura che alimenta la casta: l’idea che dallo Stato si può e si deve pretendere.
Ricordo lo sbalordimento che provai, qualche anno fa, all’apprendere che il governatore della Banca d’Italia, con i suoi circa 700.000 di euro l’anno di vitalizio, era il più remunerato al mondo. Ho letto che Mario Draghi si è autoridotto l’assegno, portandolo sulla media dei governatori di eurozona. Tuttavia dovrebbe ancora trattarsi di un multiplo dei 186.000 dollari (circa 140.000 euro) l’anno guadagnati (2006) dal Chairman della Federal Reserve. La leggenda vuole che il predecessore di Alan Greenspan, Paul Volker, si fosse dimesso dalla carica perché con lo stipendio non ce la faceva a pagare l’iscrizione dei figli all’università – che in America è in effetti molto salata.
Dietro tanta disparità c’è una visione diversissima della cosa pubblica. Nel mondo anglosassone la cosa pubblica si serve. E servirla è un onore. Questo onore è parte della ricompensa, la parte preponderante. L’esperienza accumulata nel servire la cosa pubblica, e nel servirla bene, ritorna sotto forma di alte ricompense fuori di essa, quando la si lascia. È un onore, un privilegio e un carico di esperienza che il settore privato non manca di riconoscere.
Nell’Europa latina, invece, della cosa pubblica ci si appropria. Dal potere, dall’autorità, dallo Stato si prende e si pretende. Cosa? Impieghi, privilegi, garanzie, titoli, vitalizi. Rendite. Va detto che in Francia e in Spagna i posti migliori tendono almeno ad andare a tecnocrati capaci. In Italia, invece, non si bada nemmeno tanto alle competenze: altro irritante specifico della casta nostrana.
Questa visione della cosa pubblica – come dispensatrice di impieghi, privilegi, garanzie, titoli, vitalizi e rendite - è condivisa da praticamente tutti gli italiani: dalla destra di Alleanza Nazionale alla sinistra comunista, dalla CGIL e dagli imprenditori, dall’ultimo impiegato circoscrizionale al Grand Commis.
"Da Tocqueville a De Gregorio" è il sottotitolo del capitolo introduttivo de La Casta. E appunto questo è il problema: Alexis Tocqueville, sta alla democrazia e ai cittadini americani come il sen. Sergio De Gregorio sta alla democrazia e ai cittadini italiani. Che non a caso non smettono di correre alle urne (votano quattro aventi diritto su cinque!) per eleggere lui e gli altri protagonisti del libro di Rizzo e Stella. Gli eletti sono lo specchio degli elettori, l’élite è lo specchio della massa. L’aspirazione collettiva degli italiani alla rendita è il substrato antropologico, la vera ragion d’essere della casta.
Una repubblica fondata sulle rendite è appunto il titolo del bel libro di Geminello Alvi pubblicato l’anno scorso da Mondadori. È la lettura ideale da accompagnare a La Casta perché dà al libro di Rizzo e Stella tutto il contesto che gli manca. È grazie al libro di Alvi che si può capire che gli sprechi e i privilegi della casta politica esistono grazie a - e si mimetizzano nel mezzo di - sprechi e privilegi ben più diffusi. La pervasiva intermediazione dello Stato, che spende e ridistribuisce più della metà della ricchezza prodotta dagli italiani, ha permesso che le rendite superassero i salari. Ha permesso che ci fossero "11.900 euro correnti di rendite [locazioni, pensioni, interessi netti] per famiglia nel 2004 contro solo 10.100 di salari".
Basta fare caso alle date e si scopre che l’arco di tempo in cui secondo Rizzo e Stella esplodono i costi della politica - del Quirinale, di Palazzo Madama, di Montecitorio, dei consiglieri regionali, provinciali, comunali, circoscrizionali – è lo stesso in cui secondo Alvi esplodono le rendite, in primo luogo gli ormai sedici milioni e passa di pensionati e la pensione media da loro percepita. Tra i pensionati, non si stanca di notare Alvi, cinque milioni, quasi un terzo del totale, ha tra i 40 e i 60 anni. E non remunerando la produzione di alcunché, cos’è lo stipendio di molti degli oltre tre milioni di dipendenti pubblici, se non una rendita? I 179.485 eletti appartenenti alla casta politica stimati da Rizzo e Stella spendono soldi pubblici non solo per se stessi, ma anche per decine di milioni di altri italiani, rentier come loro e dunque forse consapevolmente complici.
Noto di passata che tanto La Casta è verboso, quanto Una repubblica fondata sulle rendite è parco di parole. Lo stile di Alvi può piacere o meno, ma indubbiamente c’è, è molto originale e ha la virtù di contenere il saggio entro 122 ariose pagine. Alcune sue frasi sono folgoranti: "queste famiglie propedeutiche all’ignavia…"; "la casa è per gli italiani quello che erano missili e carri armati in Unione Sovietica: la misura più impressionante del fine della loro economia"; "del resto in una nazione la quale, come s’è detto, è di anima aerea e volubile in tutto, l’esagerare in case è quasi un controeffetto inevitabile".
C’è un rimedio agli sprechi della casta, all’ignavia delle famiglie, alla fatale attrazione degli italiani per le rendite? Certo: abbattere la spesa pubblica, togliere risorse alla casta degli intermediari, lasciare più ricchezza nelle mani di chi la produce. La parte finale del libro di Alvi è giustamente dedicata a questo rimedio. Egli ripropone da un lato un programma di dismissioni del patrimonio pubblico volto ad abbattere il debito e quindi a ridurre la spesa per interessi – che adesso è attorno al cinque percento del Prodotto Interno Lordo. E dall’altro invita qualunque serio governo "a trovare la maniera per ridurre di circa sette punti percentuali di PIL la spesa pubblica corrente". Cosicché "le tasse, nella nostra Italia fantasticata, sarebbero in quantità e numero ridotte a ben poche: quante servono a uno Stato che dovrebbe finire per occuparsi solo della magistratura, della politica estera e della sicurezza".
Contro le tasse è il titolo del libro di Oscar Giannino uscito con Mondadori a maggio di quest’anno. Anche qui si tratta di 127 pagine dense, ben scritte, sempre centrate sulla tesi che anima il volume, ovvero "perché abbattere le imposte si può, si deve, e non è affatto di destra". Con un sottotitolo del genere mi chiedo dove abbia preso Giannino la certezza che la destra, in Italia almeno, sia già talmente persuasa della necessità di ridurre la pressione fiscale che sia meglio rivolgersi ai soli lettori di sinistra. Domando infatti: un italiano di destra lo legge un libro la cui tesi centrale viene descritta come "niente affatto di destra"? Se non lo fa è un peccato.
Ci sono tante ottime ragioni per ridurre le tasse. Quella decisiva, che Contro le tasse non manca di ricordare a più riprese, è che sottraendo risorse agli individui, lo Stato sottrae loro la libertà di decidere come impiegarle, arrogandosela. Al crescere dell’intermediazione statale diminuisce la libertà dei singoli cittadini. Più o meno la metà del PIL europeo se lo prendono gli Stati nazionali e i governi decidono cosa farne. È troppo. E lo è a prescindere se i soldi vengano spesi bene o male, a prescindere dalla quantità e qualità dei servizi forniti. Da noi i soldi vengono spesi malissimo. Ma anche in paesi dove tradizionalmente la cosa pubblica è stata ben amministrata, di tasse non se ne può più. In tutto il nord Europa, gloria e vanto della sinistra moderata italiana, i socialdemocratici sono stati cacciati all’opposizione.
Tuttavia, Giannino insiste per buona parte del libro su due questioni chiave: la crescita e l’uguaglianza. L’esperienza dimostra, - sostiene e documenta l’autore di Contro le tasse - che ridurre le aliquote diminuisce sì le entrate fiscali, ma solo nell’immediato. Favorendo la crescita e, allo stesso tempo, la tax compliance, questa manovra porta nel medio periodo a un aumento del gettito in cifra assoluta. Fin qui tutto bene.
Il discorso sull’uguaglianza è invece più complesso e, secondo me, meno convincente. "Nel 1984, prima della rivoluzione di Reagan – scrive Giannino – l’aliquota marginale più elevata sui redditi sfiorava addirittura il 70%. Oggi è scesa alla metà. Risultato, considerando il contributo al totale delle imposte federali disaggregato per quintile di reddito: quello più basso, cioè i più poveri, hanno visto abbassare la propria quota dal 2,4% del 1984 all’1,1% del totale del gettito raccolto nel 2005; il quintile più alto, i ricchi, hanno visto alzare la propria quota parte sul totale delle imposte raccolte dal 55,6% di vent’anni fa al 67,3% del 2002; [in particolare] l’1% di redditi americani massimi, sono passati dal 14,7% del totale delle imposte raccolte nel 1984, al 25% del 2005. Una vera débâcle per i riccastri repubblicani che hanno sostenuto Reagan e Bush figlio sulla strada dei tagli alle tasse".
Fermo restando il contesto di una fortissima crescita dell’economia americana nel ventennio considerato da Giannino, se dietro questo cambiamento c’è però stata una contrazione o una stagnazione della quota di reddito nazionale dell’ultimo quintile e un aumento di quella del primo quintile, e del primo percentile in particolare – be’ allora, di tutto si può parlare meno che di una débâcle per i riccastri.
Che nell’ultimo ventennio in USA la distribuzione del reddito sia andata progressivamente alterandosi a favore dei ricchi e dei ricchissimi, è il parere di molti economisti di prim’ordine, tra cui Paul Krugman. È un’opinione confutata, tra gli altri, dal Cato Institute. Il dibattito tuttavia c’è e non si può evitare di fargli cenno se si affronta il discorso dell’uguaglianza e di chi riempie di più le casse dello Stato.
Anche dando ragione a Krugman, non mancano le possibili contro-deduzioni. Meglio avere una marea che solleva tutte le barche in modo diseguale, che non avere nessuna marea – cioè zero crescita come c’è stata da noi tra il 2000 e il 2006; e zero è zero per tutti. Meglio avere una società dove c’è abbastanza flessibilità e mobilità da consentire alla gente di muoversi tra quintili verso l’alto, che una società dove tutto è ingessato e i poveri dipendono dai sussidi pubblici – ma anche l’idea che negli Stati Uniti sia facile salire verso l’alto della scala economica e sociale è sottoposta a un vivace dibattito. Meglio sostenere il reddito dei meno abbienti direttamente (la negative income tax di Milton Friedman) piuttosto che mettere in piedi i carrozzoni dell’assistenza e della previdenza pubblica. Ma l’uguaglianza – di risultato, se non di opportunità - rimane un problema e non solo negli Stati Uniti.
A proposito di Friedman. A un certo punto Giannino, forse nella foga di convincere i suoi lettori di sinistra, scrive: "Tanto vale allora abbracciare fino in fondo la tesi dei liberisti duri e puri, quelli che con Hayek e Friedman hanno sempre pensato che di banche centrali e sovrastatali non c’è proprio bisogno, perché il mercato si regola meglio da solo…".
Scrive di questa ipotesi proprio Hayek in The Constitution of Liberty: "It is important to be clear at the outset that this is not only politically impracticable today but would probably be undesirable if it were possible". Per quanto riguarda Friedman, riferendosi a quella che ritiene l’unica alternativa praticabile a un’autorità monetaria pubblica, egli scrive (in Capitalism and Freedom): "An automatic commodity standard is neither a feasible nor a desirable solution to the problem of establishing monetary arrangements for a free society".
Piuttosto Friedman è contrario all’indipendenza della banca centrale – "To paraphrase Clemenceau money is much too serious a matter to be left to the Central Bankers" – e invece favorevole a "a government of law instead of men by legislating rules for the conduct of monetary policy that will have the effect of enabling the public to exercise control over monetary policy through its political authorities".
Che si parta dai privilegi castali, dalle rendite o dalle tasse – per non parlare del debito pubblico – il rimedio per l’Italia cui arrivano un numero crescente di persone autorevoli è lo stesso: ridurre la spesa pubblica. Come Alvi prima, Giannino a un certo punto lo scrive chiaro e tondo: "Il problema italiano è quello di una minor spesa pubblica, non di un maggior prelievo".
Perché in Italia ridurre la spesa pubblica sembri impossibile non so – o fingo di non sapere. Altrove è stato fatto e in modo massivo. Irlanda, Nuova Zelanda. Svezia, dove i socialdemocratici hanno tagliato nove punti e mezzo di PIL in quattro anni, tra il 1994 e il 1998. Uno degli architetti di questo taglio, Jens Henriksson, ha scritto un paper per Bruegel, Ten lessons about budget consolidation. Dieci lezioni di rocket science? No, di semplice buon senso. Quello che sembra sempre mancare a noi italiani con le nostre terze vie.
In conclusione? Starve the beast.
La Casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
Una repubblica fondata sulle rendite di Geminello Alvi
Contro le tasse di Oscar Giannino
Marco De Andreis
Franco
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