Guerra e stato di diritto
di Il Legno Storto, inviato il 15/08/2006
di Angelo Panebianco-Il mio editoriale del 13 agosto sul rapporto fra stato di diritto e sicurezza nazionale ha creato un po’ di scandalo. Lo scandalo era voluto. Talvolta, creare
scandalo è il solo mezzo che abbiamo per obbligare gli altri a riflettere sugli aspetti più spiacevoli dell’esistenza, quelli che tutti, come è umano, preferiremmo rimuovere. Contrariamente a quanto ha scritto Claudio Magris (il Corriere 14 agosto), polemizzando con me, il mio vero argomento non riguardava la liceità o meno della tortura per sventare stragi. Quella era solo un’ipotesi di scuola utilizzata per fare scandalo, appunto, e per mostrare che queste faccende sono costellate di dilemmi etici. Il mio vero argomento riguardava lo «stato d’eccezione». Non pretendo che un letterato ne sia al corrente ma sullo stato d’eccezione si arrovella da secoli il pensiero politico e il rovello è diventato esasperato da quando esiste la democrazia liberale.
La democrazia liberale è un insieme di principi, istituzioni e regole mediante le quali il potere politico, il potere del governo, viene (almeno in parte) limitato e controllato a vantaggio della libertà dei cittadini. Lo stato di diritto è, o dovrebbe essere, una parte essenziale di questo insieme. Però, il funzionamento normale di questi principi, istituzioni e regole presuppone uno stato di pace, presuppone che la convivenza non sia messa a repentaglio dalla guerra.
Quando una democrazia liberale viene coinvolta in una guerra convenzionale contro altri Stati, lo stato di diritto viene necessariamente, in ampie sue parti, sospeso. Perché molte delle sue procedure, anche se non tutte, sono incompatibili con le esigenze della guerra. È quanto è accaduto alle democrazie liberali coinvolte nelle guerre mondiali del secolo scorso. In quel caso, però, si trattava di guerre convenzionali dichiarate e la sospensione di molte garanzie potè essere strettamente limitata al periodo di guerra. Ma lo stato di eccezione, che si manifesta soprattutto nelle situazioni in cui è in gioco la sopravvivenza, la vita o la morte degli appartenenti alla comunità, non è limitato al caso della guerra convenzionale. Può prendere molte e diversissime sembianze. A cavallo fra XX e XXI secolo ha preso la forma della guerra asimmetrica «trans nazionale» scatenata dal terrorismo jihadista.
Capisco la difficoltà psicologica che hanno tanti a prendere atto della realtà ma quando il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, con lodevole sincerità, espone le sue preoccupazioni e le sue paure per la presenza di chissà quanti potenziali kamikaze in Italia (gente che, già domani o domani l’altro, potrebbe farsi esplodere nelle nostre metropolitane, piazze o stazioni, facendo centinaia o migliaia di morti) è difficile continuare a fingere di non trovarsi in guerra.
Come possono fronteggiare le democrazie liberali una simile situazione? L’unico modo che hanno è accettare tacitamente un compromesso fra stato di diritto e esigenze della sicurezza nazionale (variante aggiornata, democratica, dell’antica Ragion di Stato). Ossia, salvaguardare le regole e le procedure dello stato di diritto, contemporaneamente accettando l’esistenza di una «zona grigia», al confine fra legalità e illegalità, in cui gli operatori della sicurezza siano messi in condizioni di agire. Esattamente quanto accade negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Francia. Ci sono «ambiti riservati» davanti ai quali lo stato di diritto si arresta, non entra, se non, e solo in casi eccezionali, con la massima cautela.
Ci sono rischi di degenerazioni come osserva Filippo Andreatta nel suo intervento sul Corriere qui accanto? Sì, ci sono. E questo richiede vigilanza e responsabilità politica. Ma è appunto la politica, non il diritto, che deve tenere sotto controllo questi aspetti e impedire le sempre possibili degenerazioni. Andreatta ha ragione, inoltre, quando, parlando della tortura, nota che spesso si rivela uno strumento inefficace per ottenere informazioni vitali. E concordo sul fatto che occorra equilibrio e cautela: il compromesso di cui parlo fra stato di diritto e sicurezza nazionale deve essere appunto un compromesso, non certo l’abrogazione dello stato di diritto a vantaggio di
uno stato di polizia.
Rispondendo a una domanda sulla tortura impiegata per fermare stragi, Emma Bonino, una liberale di cui ho grande stima, ha risposto: «Sono scelte politiche di riduzione del danno di cui ci si assume la responsabilità politica di volta in volta e di cui, magari, non si deve andare fieri. Scelte che si fanno di giorno in giorno e dipendono dal contesto. Non mi scandalizza, anche se si può sbagliare» (l’Unità , 14 agosto). Perfetto, sottoscrivo ogni parola.
Ciò che soprattutto rende difficile il compromesso è che mentre lo stato di diritto vive di regole generali (da adattare alle singole fattispecie) lo stato di eccezione è il suo opposto, non ammette regole generali ma solo scelte caso per caso, di cui, come dice giustamente Bonino, ci si assume la responsabilità politica «di volta in volta».
Ma davvero qualcuno crede seriamente che sia sufficiente un codice penale di pace per fermare un kamikaze?
da corriere.it
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Franco
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