Vi invio una lettera inviata a www.lafabbrica.eu il quale sito invita a proposte su vari temi, per il PD.
Lo stile è quello classico della sinistra che chiede ai cittadini idee, le prende fa proprie quelle di interesse popolare ed elettorale e poi dice che sono sue.
Comunque ho voluto rispondere alla lettra dell'ex ministro Bersani sulla situazione economica in Italia.
Saluti
T.Bonotto
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Un nuovo paradigma
17 Settembre 2008
Proposta sul tema: Libero mercato e controllo dei prezzi
Concordo con alcune osservazioni di Bersani, ma non sulla necessità che sia il popolo italiano a farsi carico della politica internazionale da strozzini, che il cosiddetto libero mercato ci impone. Il mercato non è libero, è dominato dai grandi poteri economici e finanziari, fra un po' solo dai potentati economici. Non mi piace la logica che sia il popolo ad adeguarsi allo strozzinaggio, ad una struttura volatile e insicura. E' dovere degli amministratori creare condizioni perché l'economia sia stabile, che non ci sia sfruttamento e che i capitalisti siano tenuti sotto controllo. Fassino ha firmato i trattati di globalizzazione perchè erano un atto dovuto, senza leggerli! Prodi li ha accettati, 27.000 pagine, senza leggerle e ci troviamo oggi a dipendere non dal mercato ma da coloro che furbescamente hanno dettato quelle regole stigmatizzate nei trattati TRIM, TRIP, GATT, GATS, NAMA etc. Basti guardare alla pazzia insita nel trattato NAMA: i prezzi delle materie prime sono fissati non da chi le produce, ma dai paesi che le acquistano a seconda delle fluttuazioni di mercato: si arriva a anche a prezzo zero! Gli USA sono più furbi stipulano trattati bilaterali con altri paesi per i propri interessi nazionali. Perché l'Italia non si toglie questa palla al piede e stipula, come ha fatto per il gas, trattati con paesi terzi per le forniture alimentari, metallifere, energetiche, in cambio di attrezzature, infrastrutture etc.? Perché gli USA nazionalizzano attività private e l'Italia no? Perché non si creano aree economiche autosufficienti invece di dipendere dalla volatilità dei prezzi internazionali, perché non si consuma ciò che si produce in Italia a prezzi certi? Perché non si impedisce a chi delocalizza di importare in Italia poi i suoi prodotti? Se ciò non succedesse, anche a fronte delle scuse più internazionali possibili, la gente manderebbe la politica alle ortiche: le esigenze umane cozzano contro i dettami economici creati per pochi eletti e non per il benessere di tutti. Caro ex ministro Bersani, non ci interessano le regole internazionali, possiamo anche cambiarle. Quelle del WTO sono state calate dall'alto con il fervore religioso e accettate come se fossero state le Tavole della Legge. Sono le regole dei ricchi. Pensi che la strategia del WTO si basa ancora sulla regola del Vataggio Comparato di Ricardo, che in duecento anni di storia non ha mai funzionato! Ipocrisia o stupidità? Penso ipocrisia. Agiamo per rispondere a qualsiasi costo alle esigenze collettive e individuali. Ne va di mezzo la sopravvivenza collettiva, potremmo affrontare una depressione economica internazionale più corazzati. Durante la guerra chi mangiava ogni giorno erano i contadini, autosufficienti quasi in tutto... Saluti
P.S. Non mi piace consegnare proposte, in stile comunista, per dare qualche ideuzza da spiattellare durante convegni, o interviste, senza il retroterra adeguato, ma per questa volta visto l'interlocutore, lo faccio volentieri.
http://www.lafabbrica.eu/adon.pl?act=doc&doc=106164&tmpl=doc_blog_temi_passati
Libero mercato e controllo dei prezzi
12 settembre 2008
Ti proponiamo un argomento particolarmente scottante: il libero mercato e il controllo dei prezzi. Cosa si può fare per contrastare l'aumento ingiustificato dei prezzi? Come si può ostacolare il caro vita? Abbiamo chiesto all'on. Pierluigi Bersani, già ministro del Governo Prodi e ministro ombra dell'Economia del PD, di proporci le sue riflessioni per attivare la discussione. Manda la tua proposta. Fra 7 giorni facciamo il punto.
Il nostro paese sconta purtroppo un pesante deficit culturale sul tema dei prezzi.
Negli ultimi due decenni si è via via passati da un sistema economico in cui vigeva, per i prodotti e servizi di maggior uso, il regime dei prezzi fissi, che venivano stabiliti dai pubblici poteri con atto amministrativo oppure direttamente dalle industrie nei confronti dei rivenditori, alla situazione attuale in cui siamo in presenza di un mercato unico europeo liberalizzato dove sono i distributori di prodotti e servizi a determinare liberamente i prezzi. C'è da aggiungere inoltre che fino ad un recente passato diversi settori si caratterizzavano per la presenza monopolista di grandi società pubbliche.
Questi graduali e comunque rilevanti cambiamenti non sono stati però seguiti da una contestale ed adeguata crescita culturale, sia da parte delle imprese che da quella dei consumatori. Generalmente le nostre imprese non sono risultate avvezze al rispetto di principi etici e deontologici, e quindi dei consumatori, al rischio di impresa, o se vogliamo al libero e leale gioco della concorrenza, e per questo hanno utilizzato il fattore del prezzo dei prodotti quale via per procurarsi guadagni e rendite certe, e a volte spropositate, per coprire inefficienze aziendali o di settore, per superare crisi economiche.
I consumatori, dal loro versante, hanno subito passivamente i cambiamenti rimettendo poi sostanzialmente alla politica e al Governo ogni responsabilità sul caro-vita e sui comportamenti delle imprese (d'altronde l'affermazione recente del ruolo delle associazioni come controparte di quelle imprenditoriali conferma il ritardo culturale rispetto agli altri grandi paesi dell'Europa).
Ancora oggi vi è un'opinione pubblica diffusa che si domanda con stupore perché i prezzi dei beni di necessità sono diversi da negozio a negozio, perché essi aumentano e non rimangono invece fermi come un tempo e infine perché lo Stato non interviene stabilendo tetti e sanzioni per contrastare gli aumenti eccessivi. E gli organi di informazione anzi contribuire ad educare i consumatori, hanno, in questi decenni, dato invece alito a fuorvianti interrogativi e infondati luoghi comuni.
Insomma non si può non constatare che siamo tutti ancora figli di quella cultura di un tempo, quella del prezzo amministrato e dello Stato che controlla il mercato e quindi indirettamente tutela anche gli interessi economici di coloro che acquistano beni e servizi.
Con il passaggio dalla lira all'euro abbiamo avuto anche un'occasione storica per azzerare questo gap culturale: non solo l'abbiamo persa, ma siamo riusciti ad aggravare la situazione con danni irreparabili dal lato della formazione dei prezzi.
Adesso, guardando indietro negli anni (specie tra il 2002 e il 2004), risulta di tutta evidenza la grave responsabilità del Governo Berlusconi di allora che ha lasciato fare, omettendo qualsiasi azione di sorveglianza e finanche di normale e corretta informazione al pubblico per orientare i comportamenti di imprese e consumatori.
Sappiamo bene infatti cosa è successo al valore dei numeri e quindi al livello assoluto dei prezzi. La conseguenza è stata impietosamente fotografata dalla Banca d'Italia: si è progressivamente allargata la distanza nel livello di reddito tra lavoratori autonomi e imprese (cioè quelli che stabiliscono i prezzi) e che quelli che vivono di lavoro subordinato o di pensione (quelli che invece generalmente subiscono il livello dei prezzi).
Il Governo Prodi, seppur in ritardo, ha tentato di dare una risposta, certamente non risolutiva, a questo annoso problema con la disposizione inserita nella legge Finanziaria 2008 che ha istituito della figura del Garante per la sorveglianza dei prezzi, una sorta di difensore degli interessi dei consumatori rispetto all'andamento dei prezzi e ai comportamenti delle imprese.
Si è trattato di una decisione inedita nel panorama comunitario che è nata da un'idea lanciata dal Ministro Giulio Santagata, mutuando l'esperienza, seppur peculiare e diversa dalla nostra, del Signor Prezzi operante in Svizzera. L'aver previsto una responsabilità amministrativa specifica di monitoraggio dei prezzi all'interno della compagine governativa, rafforzata da una funzione di analisi delle segnalazioni che i cittadini possono direttamente e facilmente inoltrare al Garante (il coinvolgimento attivo dei consumatori in una sorta di controllo sociale sui prezzi è certamente una novità assoluta) testimonia la volontà di tentare di porre un freno alle spregiudicate speculazioni, alla confusione e ai luoghi comuni che tanto danno hanno prodotto in Italia in termini di maggiori costi per i consumatori e di alti livelli di inflazione.
Il Garante per la sorveglianza dei prezzi è stato reso operativo sin dai primi di gennaio ed ha subito lavorato muovendosi tra moral suasion nei confronti delle categorie imprenditoriali, anche attraverso l'uso efficace della comunicazione istituionale, e diffusione di informazioni fruibili per i consumatori e denunciando i casi di andamenti anomali. Insomma niente di risolutivo ma questa inedita attività certamente rappresenta un impegno che non era mai stato assolto, almeno in questi termini (ai tempi dell'arrivo della moneta europea non sarebbe stato ancor più utile?) e che forse in qualche modo ha contribuito a mantenere l'inflazione italiana in linea con la media europea in un periodo caratterizzato da un incredibile rialzo del costo delle materie prime.
Il centro-destra durante il dibattito parlamentare aveva criticato e ridicolizzato la scelta del centro-sinistra di introdurre la figura del Garante, per poi annunciare in campagna elettorale la sua soppressione in caso di vittoria. I fatti successivi sono invece andati diversamente: le funzioni di Mister Prezzi non solo non state cancellate, ma sono state rafforzate con una norma del decreto-legge sulla manovra economica.
Tutto ciò comunque non basta, specie in questa fase di recessione economica e calo dei consumi. Ci vuole dell'altro per difendere gli italiani dagli effetti del caro-vita e ciò non si vede all'orizzonte.
Ma non dovrebbero essere i ministri o chi per essi a trovare le soluzioni?
Un'efficace azione di sorveglianza dei prezzi e cioè di controllo costante delle dinamiche inflazionistiche è soltanto una delle ricette (e con risultati non percepibili immediatamente dai consumatori) per tutelare il potere di acquisto delle famiglie. Le altre ricette, ben più efficaci e importanti, riguardano la politica economica ed il Ministro Tremonti non le vuole prescrivere: non è un caso che il nuovo DPEF, contrariamente alle ultime due edizioni, non cita mai la parola liberalizzazioni quando invece, grazie alle misure promosse dal Governo Prodi nel 2006 e 2007 i consumatori hanno potuto risparmiare sui prezzi dei medicinali e delle telefonate, determinando una riduzione di almeno lo 0,3 % sul tasso di inflazione.
Dal Governo Berlusconi quindi nessun impulso al processo di liberalizzazione nel campo dei servizi, anzi in alcuni casi si torna indietro (i servizi pubblici locali), e soprattutto non si vede nessuna misura strutturale rivolta a far aumentare la disponibilità di reddito delle classi meno abbienti, dei lavoratori e dei pensionati. Infine, i tentativi di delegittimare il ruolo delle Autorità indipendenti di regolazione vanno nella direzione opposta rispetto al controllo di prezzi e tariffe.
In definitiva per contrastare l'aumento dei prezzi il Governo deve essere il primo a dare il buon esempio, evitando scambi di favori tra politica e grandi imprese, altrimenti non è credibile e non può pertanto richiedere un atteggiamento responsabile al mondo delle imprese nella formazione dei prezzi al consumo.
Rimane un interrogativo di fondo: se il tempo perso non si recupera e le riforme strutturali non si possono realizzare, come si fa per il futuro a creare un spirito civico ed etico tale da moralizzare i comportamenti di coloro che fino ad oggi hanno speculato sui prezzi a danno della collettività?
http://www.lafabbrica.eu/adon.pl?act=doc&doc=106164&tmpl=doc_blog_temi_passati