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Nuove linee guida della legge 40: via libera all'eugenetica
di Lucetta Scaraffia - © L'Osservatore Romano - 2-3 maggio 2008
 
Certo nessuno si aspettava che il ministro della Salute di un Governo dimissionario firmasse proprio all'ultimo momento le linee guida per una legge che apre questioni etiche così delicate come la legge 40 (in realtá ci si aspettava proprio questo, conoscendo la scorretteza della ministra in questione!, ndr). Invece Livia Turco l'ha fatto, suscitando severe critiche non solo nello schieramento avversario — e vincitore delle elezioni — ma anche fra i cattolici del centro-sinistra.
 
Ha colpito sfavorevolmente anche la tempistica del suo intervento: le linee guida sono state firmate dal ministro lo scorso 11 aprile, ma sono state pubblicate sulla «Gazzetta Ufficiale» solo il 30 aprile, in modo da non interferire con le votazioni politiche e con i ballottaggi per i sindaci. Probabilmente il ministro era consapevole che questa decisione sarebbe costata una perdita di voti, e non voleva far correre al suo schieramento questo rischio. Con un provvedimento inopportuno sia perché fuori del tempo massimo di lavoro del Governo uscente — notoriamente in carica solo per l'ordinaria amministrazione — sia perché si sapeva poco apprezzato da una parte consistente degli stessi sostenitori dell'esecutivo dimissionario. A questo scarso rispetto delle regole democratiche si aggiunge il fatto, certo non secondario, di un intervento volto a modificare una legge non solo votata dal Parlamento, ma confermata con un referendum popolare.
 
Benché il ministro abbia dichiarato che il suo lavoro è stato finalizzato a due precisi obiettivi — e cioè «la piena e corretta applicazione della legge 40 e la necessità di fornire idonee e puntuali indicazioni agli operatori sanitari alla luce delle nuove risultanze cliniche e del mutato quadro di riferimento giuridico» — le innovazioni da lei proposte sono discutibili perché in contrasto aperto, come ha sottolineato Francesco D'Agostino su «Avvenire», non solo con la lettera ma anche con lo spirito della legge.
 
Il primo punto controverso è l'ammettere alla fecondazione assistita — che la legge permette solo alle coppie sterili — anche le coppie affette da malattie sessuali trasmissibili, alle quali viene riconosciuto «uno stato di infertilità di fatto». Principio che cambia lo spirito della legge e che potrebbe in futuro portare ad ammettere altre categorie di sterili «di fatto»: ad esempio, le coppie omosessuali.
 
Ma senza dubbio la modifica più pericolosa (rectius grave, ndrè quella che permette la diagnosi embrionale pre-impianto, per escludere dall'impianto embrioni portatori di malattie genetiche. Per questa apertura il ministro si rifà a delle sentenze — in particolare a quella del Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio del 2008 — che hanno annullato le linee guida per quella parte che limita le analisi sull'embrione alla sfera «osservazionale», cioè ai danni visibili che non permetterebbero un suo sviluppo nell'utero. Trascurando però il fatto che questa norma è confermata anche nella legge e non solo nelle linee guida, e che, inoltre, la sentenza deve ancora essere approvata dalla Corte Costituzionale. Inoltre, esistono altre sentenze — come quella di Catania del 2004 — che vanno invece nella direzione opposta.
 
In sostanza, l'uscita imprevedibile di queste linee guida si può considerare una indebita forzatura, un gesto non rispettoso del Parlamento e della volontà popolare» e che rivela la grande confusione oggi esistente sul concetto di eugenetica: infatti, se molti — come il presidente dell'Ordine dei Medici Amedeo Bianco — hanno ribadito che anche con le modifiche apportate dalla Turco «rimane il divieto a qualunque controllo che sia di tipo eugenetico» altri — come Paola Binetti, deputato del Partito democratico, che ha criticato l'iniziativa del ministro — ha individuato proprio in questo la questione sul tappeto sottolineando che «al nuovo Governo spetterà stabilire che cosa sia l'eugenetica».
 
Ed è proprio questo il problema centrale: se eugenetica può essere considerata solo selezione fatta da parte dello Stato, e per fini di miglioramento della razza, o se si può definire così anche la libera scelta del singolo, finalizzata al suo progetto di vita. Cioè, in sostanza, se l'eugenetica sia un fatto di forma o di sostanza. E da parte cattolica [ed é la risposta che dovrebbe venire da ogni persona di retta ragione!, ndr], quasi senza voci discordi, è venuta la risposta che eugenetica è la scelta in sé di eliminare alcuni embrioni, perché tutti gli embrioni hanno diritto di vivere, anche se malati.
 

 
“Mi è capitato di sentire un medico dire: ‘Ma sa, a poche settimane è un lumachino, si stacca facilmente’.
Ecco perché non esistono provvedimenti a favore delle donne in difficoltà”. Così Paola Bonzi offre aiuto a Sandra
© IL FOGLIO - 3 maggio 2008 - prima pagina - http://www.ilfoglio.it/soloqui/223
 
Milano. “Mi è capitato qualche giorno fa di sentire che un medico, ‘consigliando’ una donna sul da farsi, le abbia detto: ‘Ma sa, a poche settimane è un lumachino, si stacca facilmente’. Ecco: un lumachino. Mi chiedete perché non esistono provvedimenti di welfare a favore delle donne in difficoltà economica per una gravidanza, come la signora Sandra di Napoli, di cui ha scritto Repubblica il 30 aprile? Mi chiedete perché non c’è un sostegno pubblico, o perché non vengono finanziate le associazioni private che difendono la vita nascente? E’ semplicemente per questo: se è un lumachino, perché agitarsi tanto?”.

Paola Bonzi si sente chiamata personalmente in causa dal caso di Sandra, e del resto anche il Foglio ha suggerito alla donna di Napoli di rivolgersi a lei. Lei accetta, è disponibile, trovarla non è difficile. Già, ma poi cosa può fare, la responsabile del Centro aiuto alla vita della Mangiagalli di Milano per Sandra e per tutte le altre donne che si rivolgono al suo Cav (60 “gravidanze al primo trimestre” solo in aprile)? “Anche a distanza, potremmo aiutarla a far approvare un progetto Gemma di 160 euro mensili per 18 mesi del Movimento per la Vita; e metterle a disposizione un sussidio del Cav Mangiagalli di 250 euro mensili per 18 mesi. E anche stanziare per lei 500 euro mensili dalla nascita del bambino fino al compimento del primo anno di vita usufruendo dei fondi della ‘Lista Pazza’. E farle recapitare ‘le cose’ per il bambino”.

Non mancano determinazione e fantasia, a Paola Bonzi. D’altronde, da decenni combatte a mani nude contro il disinteresse e la mancanza della pur minima forma di welfare a favore delle donne in gravidanza. “Non c’è nessuna forma di welfare. E del resto, perché una donna dovrebbe chiederlo, se è un ‘lumachino’? Perché dovrebbe affrontare lo scandalo sociale, disturbare? E perché lo stato, o chiunque altro, dovrebbe crearsi il problema sociale ed economico per un qualcosa risolvibile diversamente?”. Ma questo, spiega, non è soltanto eticamente e culturalmente assurdo, è contro la legge stessa: “L’articolo 5 dice che le strutture pubbliche si incaricano di rimuovere le cause materiali che possono indurre all’aborto. E invece, chi finanzia la legge 194? Dov’è la sua copertura economica, anno per anno? Io l’ho chiesto molte volte, anche qui in Lombardia, a chi ne dovrebbe essere responsabile: niente, non mi è stato risposto niente”.

Ma quanto costa, quanto costerebbe sostenere il welfare della maternità? “Vorrei fare un asettico elenco degli aiuti standard che il nostro Cav mette a disposizione, quando incontriamo una donna a rischio di aborto. Un colloquio mensile di sostegno psicologico con un professionista; un sussidio, normalmente dai 200 ai 300 euro mensili per diciotto mesi, quando è possibile finanziato parzialmente dal progetto Gemma. Prepariamo anche borse della spesa per le situazioni più indigenti: oggi sono più di 400 ogni mese. Inoltre abiti premaman, visite ginecologiche, assistenza sanitaria, la fornitura del corredino per il neonato, culla e carrozzina, latte artificiale. Poi c’è anche il dopo: visite pediatriche, i gruppi per il ‘massaggio del neonato’, i gruppi per l’osservazione della ‘buona crescita’. E i pannolini fino all’anno del bambino”. Perché se si vuole investire seriamente sulla maternità, bisogna pensare anche alle condizioni di vita successive. Ed è evidente che sostenere una gravidanza ha un costo. Per i conti di Paola Bonzi, 500 euro al mese per 18 mesi. Loro ovviamente non ci possono arrivare, neanche con il contributo della Lista pazza, e il rischio è che, come nel 2007, a metà dell’anno le casse siano già vuote. Ma per i Cav che, a differenza di quello della Mangiagalli, non sono consultori accreditati va anche peggio. Non c’è nemmeno il rimborso, minimo (19,11 euro per una seduta con psicologo, 15 per una visita ginecologica) della Asl. I progetti Gemma del MpV sono finanziati da volontari, i rari contributi erogati alle donne dai servizi sociali locali di solito arrivano dopo e per breve tempo: “Spesso la copertura parte dal settimo mese, e arriva ai tre del bambino. Anche questo è assurdo: al settimo mese ci devi arrivare. Così invece la maggior parte al settimo mese non ci arriva, abortisce prima”.

Ancora una volta, il “problema di Sandra” è una questione culturale e politica: a nessuno interessa porsi il problema di un “qualcosa” che non c’è (ancora) e che può essere rimosso, in quanto “problema” gratis e da parte della struttura pubblica. “Un bambino che deve ancora nascere non è una malattia che può venire, e allora tutti sono disposti a finanziare la ricerca”. Ma cosa va dunque chiesto, per prima cosa, a un nuovo governo che si insedia spargendo buone intenzioni per la difesa della famiglia e della vita? “[...] è importante creare nuovi strumenti di aiuto, io penso per prima cosa alla casa. Ma innanzitutto, facciano quello che nessuno ha mai fatto: la copertura finanziaria per ciò che prevede l’articolo 5 della legge 194”.
 

 
Le nuove linee sulla legge 40 andranno reinterpretate, oppure al macero
© IL FOGLIO – 3 maggio 2008 – prima pagina
 
Roma. Le nuove linee guida della legge 40 lasciate in eredità fuori tempo massimo dalla ministra della Salute Livia Turco sono uno dei problemi che il prossimo governo dovrà affrontare. O no? Prevarrà la scelta di aserrarle o quella di tenersele, per qualche tempo o per sempre, nonostante la contraddizione tra i fondamenti della legge 40 e un provvedimento “di ordinaria amministrazione” che autorizza la diagnosi preimpianto, una tecnica dalle ovvie finalità eugenetiche?
 
La premessa è che, ieri, il presidente del Consiglio superiore di Sanità, Franco Cuccurullo, ha ipotizzato addirittura “un’interpretazione giuridica più restrittiva” della legge 40 sulla base delle nuove linee guida. Spiegazione: l’addio alla diagnosi osservazionale, motivato dal rischio di deriva eugenetica, non può certo riabilitare la diagnosi preimpianto, giacché estenderebbe il pericolo che vuole eliminare.
 
Detto questo, in casa Pdl l’onorevole Alfredo Mantovano è stato tra i primi a parlare di “scorrettezza istituzionale” per l’iniziativa della Turco e a promettere una pronta riparazione “di quest’ultimo danno della sua gestione”. Al Foglio dice che “sarebbe grave se prevalesse l’indifferenza, ma confido che non sia così, anche perché qui si tratta di puro buonsenso. E’ chiaro anche che molto dipenderà da chi sarà il nuevo ministro e dalla sua sensibilità rispetto ai temi etici. In ogni caso, abbiamo a disposizione tutti gli strumenti dell’iniziativa parlamentare, dall’interrogazione urgente alla mozione. Si può star certi che non resteremo con le mani in mano”.
 
Tra le ipotesi circolate negli ultimi due giorni, c’è anche quella di un eventuale decreto di annullamento del provvedimento della Turco. Soprattutto, è ancora in attesa del giudizio della Corte costituzionale un punto non secondario della questione: la legitimita del limite di tre embrioni per ogni ciclo di fecondazione (quesito rinviato alla Consulta dalla sentenza del Tar del Lazio che autorizzava sull’embrione interventi diagnostici non “esclusivamente di tipo osservazionale”).
 
Questo punto è essenziale, a giudizio della deputata del Pdl Eugenia Roccella: “Evidenzia come la scorrettezza della Turco non sia stata solo procedurale e politica ma anche strettamente giuridica. La Turco richiama infatti, espressamente, la sentenza del Tar del Lazio ma ne usa solo le parti che le fanno comodo. Non ha atteso il pronunciamento della Corte costituzionale sul numero di embrioni, strettamente connesso alla fattibilità della diagnosi genetica preimpianto, notoriamente impossibile da effettuare se non c’è un alto numero di embrioni da esaminare, e quindi selezionare e scartare. Le sue linee guida, in questo modo, indirizzano e addirittura forzano la legge verso una possibile sentenza della Consulta, verso una risposta di un certo tipo al quesito ancora pendente”.
Quelle linee guida, prosegue Roccella, “non si dovevano emanare. Il nuovo ministro deve prendere atto che vanno in qualche modo sospese, per ripristinare la correteas istituzionale e politica violata dal ministro Turco. Il nuovo ministro potrebbe addirittura essere personalmente a favore della diagnosi preimpianto, ma le cose non cambierebbero, perché qui si tratta di ripristinare la legalità sostanziale, sospendendo queste linee guida in attesa che la Corte si pronunci. Non penso affatto, sia chiaro, all’emanazione di un controprovvedimento, di ‘controlinee guida’. Ma va sconfessato un atto che, oltretutto, è assai poco rispettoso delle attribuzioni dei poteri. Insisto in particolare sul punto che riguarda la Corte costituzionale, che ha il diritto di pronunciarsi senza l’ipoteca zoppicante ma incombente di linee guida che pretendono già di indirizzare la legge verso un’interpretazione visibilmente infondata. Non dimentichiamo che la diagnosi preimpianto tradisce l’intera ossatura della legge e non è in alcun modo compatibile con una normativa tutta impostata sul fatto che gli embrioni vanno impiantati (rectius “trasferiti in utero”, giacché l’impianto in utero non puó dipendere dalla volontá della donna né da quella del medico, ndr) e non congelati, selezionati, scartati e soppressi, se giudicati ‘difettosi’. 
 
E’ tutto collegato. Reintrodurre la diagnosi preimpianto non è dare della legge un’interpretazione possibile, è fare di quella legge carta straccia”. L’eurodeputato del Pdl Mario Mauro dice che “non sarà possibile, per chiunque governerà il dicastero della Salute, eludere il problema aperto da linee guida che in più di un punto appaiono illegittime. Non c’è solo l’incredibile autorizzazione della diagnosi preimpianto, ma pure l’estensione dell’accesso alle tecniche di procreazione assistita a persone non affette da infertilità, requisito chiesto espressamente dalla legge 40. Sono violazioni della legge uscita vittoriosa da un referendum, che devono ottenere una riparazione. Sono sicuro che non ci saranno distrazioni in proposito”.
 

 
Gentile Presidente.
La vita non gode di buona stampa ma Sandra e suo figlio meritano attenzione
 © IL FOGLIO – 3 maggio 2008 – editoriale a pagina 3
 
Pochi giorni fa una ragazza ha scritto al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, una lettera straziante, nella quale esprimeva la propria sofferenza per non poter coronare il suo sogno di essere madre perché le condizioni economiche le impediscono di partorire e crescere il suo bambino. Tra due settimane, ha scritto Sandra, sarò costretta ad abortire. Questo grido di dolore rischia di rimanere senza risposta e senza eco. La vita del figlio di Sandra non interessa? Eppure per aiutarla non bisogna violare nessuna legge: perché possa realizzare il suo diritto conculcato a essere madre basterebbe un po’ di solidarietà umana.
 
Ma la vita nascente non gode di buona stampa: se anche l’aborto da […] “diritto” diventa un’odiosa coazione, nessuno parla di libertà violata.
 
Viene in mente come fu considerato – ben differentemente – il caso di Piergiorgio Welby, dirigente radicale che, invece del diritto alla vita, rivendicava quello alla morte. A lui il presidente rispose, i giornali ne scrissero a lungo, esprimendo, nel migliore dei casi, l’angoscia per una vita che non voleva più essere tale e, nel peggiore e più diffuso, l’approvazione dell’eutanasia. Con tutto il rispetto per la tragedia di Welby, quella di Sandra meriterebbe almeno altrettanta attenzione, anche perché, purtroppo, la condizione da lei denunciata è tutt’altro che un caso isolato. L’Italia invece preferiste voltarsi dall’altra parte, perché non sente la responsabilità di una vita, della vita, che potrebbe essere e non sarà.
 
Questo è il vero declino.


Lun 5 Mag 2008 6:17 am

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