Dopo anni di incontri di condivisione, la comunità che sognavamo non nasce. Al
suo posto, sforzi individuali di alcuni suoi componenti rimasti privi di
qualsiasi collegamento e di forza di aggregazione. Secondo la formula originale,
l'aggregazione sarebbe dovuta nascere dagli incontri di condivisione, più un
luogo che avrebbe ospitato il primo nucleo.
Da molto tempo ormai entrambe le condizioni sono in atto senza che il nostro
progetto riesca a decollare e ad aggregare alcuno. Molti visitatori, certo, ma
nessuno che si ferma. Come mai? Perché la gente non si aggrega attorno a noi?
E perché io stessa non mi sento molto in sintonia con le persone che compongono
questo gruppo? Ho riflettuto e sono arrivata a delle conclusioni.
Queste ruotano attorno alle seguenti parole chiave:
- RADICI
- FEDE
- RISCHIO
- VINCOLARSI
Un bel po' di tempo fa mandai una riflessione a questa mailing-list che prendeva
le mosse dall'atmosfera esistente in una catena di montaggio di una grande
industria. Dicevo che le persone che lavoravano in questa situazione di
costrizione si sentivano molto unite e, mentre si lavorava, si sentiva il
piacere dell'incontro. Questo faceva superare la "bruttezza" della catena di
montaggio e del tipo di organizzazione sociale che la controlla. Dicevo anche,
provocatoriamente ma non troppo, che mi sentivo più vicina a queste persone che
al gruppo del VES.
Allora concludevo la riflessione azzardando che forse è necessaria una qualche
forma di costrizione per fare in modo che le persone si avvicinino e avvicinino
i loro destini.
Credo che se si vuole costruire una comunità, un ecovillaggio vero e non un
quartiere di villette a schiera che sembrino un ecovillaggio, deve essere
costruita per prima la voglia di vincolarsi, di sentirsi legati. Non in senso
astratto, ma in un senso maledettamente concreto. Devono essere legami derivati
da una situazione di vita, magari problematica ma sentita come comune.
Uno degli errori che abbiamo fatto fin dall'inizio del nostro sognare, noi del
VES, è stato quello di andare "sempre più su" coi ragionamenti. Invece di
parlare di piccole cose concrete che si sarebbero potute fare insieme, abbiamo
preferito mettere le ali alla nostra fantasia e andare dal concreto al sempre
più astratto, all'ideale tanto bello quanto privo di contenuto.
Sì, bello e gratificante parlare di libertà, di solidariertà, di crescita
personale (vogliamo riprendere in mano i materiali partoriti nei nostri
brainstorming?). Peccato che siano parole vuote. Per creare legami non serve la
precisione pedante delle definizioni, ma la testimonianza contenuta in piccoli
atti quotidiani dal raggio spazio-temporale molto limitato.
Non è stato facile arrivare a queste conclusioni. E' stata una conquista di
pochi giorni fa, quando mi è capitato di notare, direi per caso, come mi senta
maggiormente vicina a persone con le quali ho interagito poco, delle quali non
conosco assolutamente (e non mi interessano) gli ideali, ma con le quali ho
semplicemente condiviso un "agire concreto in una situazione di costrizione
vissuta", rispetto a voi, coi quali dovrei condividere ideali elevati e
importanti ma confinati sul piano delle teorie.
Perché le comunità ACF crescono e noi siamo incapaci di crearne una? Eppure
anche noi ci richiamiamo agli ideali di ACF no?
Sì, ma solo in teoria. All'ACF le persone lavorano insieme. Non si limitano a
fare condivisione ma lavorano nel sociale, le famiglie, dandosi una mano,
confrontandosi coi problemi e aiutandosi, testimoniando i valori in cui credono,
e così nasce nel tempo la voglia di vincolarsi a vicenda e diminuisce
l'attaccamento al denaro perché si fa strada la coscienza non che il denaro non
serva, ma che a fondamento della serenità e della qualità della vita ci sono le
relazioni. Sono relazioni vissute, e non teorizzate.
Quando Bruno Volpi venne in visita a Sassoferrato, ci spronò a darci un'immagine
lavorando nel sociale, dove volevamo noi, ma lavorando, in modo da radicarci sul
territorio dando un'immagine e un volto riconoscibile al nostro gruppo
all'esterno. Peccato che quella parte del discorso l'abbia sentita solo io! Se
però andate a visitare le comunità ACF vedrete che sono tutte accomunate dal
fatto di avere un "lavoro" comune, lavoro nel senso di "lavoro sociale", diverso
ovviamente per ognuna di loro.
E questo mi porta alla seconda parola chiave: RADICI. Avere un volto, fare
qualcosa per gli altri, non coi progetti, non con le idee svincolate dalla
realtà, ma fare piccoli gesti quotidiani di aiuto verso chi ha bisogno, vuol
dire mettere radici sul territorio e acquisire quella forza d'attrazione che fa
avvicinare le persone. I proclami ideologici via internet attraggono i sognatori
che passano e vanno, il fare con poche o zero parole attrae il tuo vicino di
casa, l'uomo e la donna concreti verso i quali non ti domandi che ideologia
professano e quanto sono lontani dal tuo credo. Perché del credo ideologico, a
quel livello, non te ne frega niente.
Terzo elemento: la FEDE. E' necessaria molta fede per vincolarsi assieme. Ma
fede di che tipo? Secondo me la fede in un progetto, ma un progetto concreto che
implici un "fare" per qualcuno, gruppi sociali ben determinati. Se vedo che nel
mio territorio c'è un problema di squilibrio di potere fra gruppi sociali e mi
adopero concretamente con un programma di empowerment verso questi gruppi e lo
faccio insieme ad altre persone che ci credono quanto me, allora questo può
essere l'humus da cui può nascere un primo nucleo. Sono certa che se
approfondiamo ulteriormente il significato e le implicazioni della parola "fede"
troveremmo altre idee per agire.
A questo punto, se c'è un lavorare insieme, un vincolarsi, se ci sono radici e
c'è una fede, diventa più facile rischiare. Si vede più chiaramente cosa si
rischia facendo il passo di mettersi insieme e confrontando le opportunità che
porta con sé rispetto all'opzione individualistica. Se con gruppo condivido una
forte fede e degli atti concreti per un ideale comune, il rischio di unirmi a
loro mi sembrerà più limitato.
Restando sul piano dell'astratto, ciò che siamo tati capaci di produrre come
gruppo sono stati tanti progetti, ognuno a misura della persona che lo formula.
Come mai nessuno si avvicina al progetto di un altro? Non vi si avvicina perché
non vede ragione per rischiare, non vede perché dovrebbe mettere a repentaglio
ciò che ha costruito finora per una fede che non c'è e per un ideale di lavoro
concreto comune che non c'è.
Per questo motivo esco dal gruppo di condivisione, trovandovi ormai solo una
vuota ritualità. Proseguo il mio progetto cercando di radicarmi e di allacciare
relazioni minime nel quotidiano. Relazioni dove si evita di teorizzare e di
parlare di grandi quanto astratti progetti. Piuttosto, invece di teorizzare, si
fà un turno in bottega del commercio Equo, o si ascolta una persona che ha un
problema. Si fà qualcosa, insomma, per far nascere qualcosa.
Pian piano, così facendo, sono sicura che da qualche parte nascerà una "fede",
una forza forte che tenderà a far convergere i destini di più persone.
Senza la dimensione del fare, senza il lavoro sociale, senza una difficoltà da
affrontare insieme che a poco a poco diventa ideale, non ci sarà mai
aggregazione.
Alessia
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"Le emozioni non hanno simpatia per l'ordine fisso."
Yukio Mishima.
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"Se riesci a tradurre in parole ciò che senti, ti appartiene"
Henry Roth.
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http://web.tiscalinet.it/ecosolidale/index.html
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