Sono stato all'Agora di Mondo Comunità e Famiglia che si è svolta a
Castellazzo (una delle prime comunità). Torno con una maggiore felicità
dentro per essermi sentito molto " a casa" all'interno della comunità e
totalmente in sintonia con quanto è stato detto e condiviso in questa
piazza di incontro.
Cosa ho capito?
Ho capito che la felicità dovrebbe essere al centro della nostra attenzione.
Come e quando si è felici?
Per me ho capito che è molto sensato mettere al primo posto il proprio
progetto di singolo e di famiglia.
La realizzazione della propria vocazione dovrebbe avere la priorità e
dovrebbe guidarci in tutte le scelte. Far parte di MCF dovrebbe essere una
scelta "funzionale" al nostro progetto di vita e non diventare il fine. La
comunità ci accompagna nella realizzazione del nostro progetto consapevoli
che da soli non ce la faremmo. Quindi "autopromozione".
Nella esperienza di Castellazzo, come nella esperienza di altre comunità, si
è raccontato delle difficoltà che inevitabilmente comporta farne parte e
farne nascere una. Dei conflitti che inevitabilmente nascono fra le persone.
Di quella quota di "sofferenza" che comunque c'è sempre e non si potrà
annullare totalmente.
Ma come sopravvive ai conflitti? Io ho capito che gli antidoti sono:
amore verso i tuoi compagni di "viaggio", e gioia ed entusiasmo per
la consapevolezza che il proprio progetto si stà realizzando e si può
realizzare solo con l'accompagnamento degli altri.
Ho capito che tutto MCF si tiene su quattro pilastri:
ACCOGLIENZA
CONDIVISIONE
AUTOPROMOZIONE
SEMPLICITA'
Accoglienza non solo per i bambini in affido e situazioni simili ma
accoglienza del vivere con "la porta aperta". Accoglienza verso il nostro
vicino qualsiasi egli sia, qualsiasi cosa egli faccia.
Accoglienza nel senso di rifuggire la tentazione confortante e rassicurante
dell'uniformarsi. <<L'omologarsi è la fine>> (Volpi) di MCF. IL vivere
nelle differenze è più
impegnativo ma è un pilastro fondamentale di questa esperienza.
La condivisione intesa sia come Gruppo di Condivisione dove si mette a fuoco
il progetto del singolo e dove conosco meglio gli altri. Per amarsi è
importante conoscersi. Per fare il bene degli altri devo conoscere cosa
vuole l'altro, cosa gli fa piacere e in che direzione stà andando. Amare non
è imporre agli altri le proprie scelte o far pressione perché l'altro cambi
ma è accettarlo per quello che è integralmente e amarlo anche se molto
diverso da noi.
L'autopromozione del proprio progetto di vita è il punto focale della scelta
di appartenere ad una comunità. Se si intuisce che il proprio progetto verrà
realizzato con più facilità all'interno della comunità allora si dovrebbe
essere molto felici. E questa felicità dovrebbe aiutare molto a superare le
difficoltà che inevitabilmente un progetto ambizioso comporta.
La scelta di una vita semplice e sobria è legata perché non ci si allea con
gli altri con l'aspettativa di arricchirsi economicamente o di aumentare i
beni di consumo ma ci si allea per realizzare il proprio progetto.
Organizzazione
Il tutto è nato da due persone e poi gradualmente ha coinvolto tantissime
altre persone e allargato il cerchio geografico. Ora si rende necessario
avere una qualche struttura organizzativa.
Mi sembra di aver capito che ACF, MCF, le Cordate e tutta la struttura
organizzativa siano nate per soddisfare bisogni che si sono incontrati lungo
il cammino. Fra i veterani si preferirebbe non far prender il sopravvento a
queste strutture ma di lasciarle il più leggere possibile. I nuovi, non
trovando una organizzazione ben strutturata rimangono un po' disorientati.
Ma la vocazione di questo "sistema" (come lo ha definito Volpi) è di
rimanere "leggero". Per rimanere leggero <<ognuno dovrebbe portare la sua
porzione di peso sulle proprie spalle>> e non aspettarsi tutto dall'alto
dell'organizzazione.
Ghedini ha evidenziato il rischio che si correrebbe a darsi una struttura
forte e inevitabilmente piramidale. Forse nell'immediato potrebbe sembrare
la scelta più funzionale e rassicurerebbe molti nel vedere più chiaramente
dei ruoli e una gerarchia. Ma queste scelte alla lunga <<logorerebbero
>>(Ghedini) il "sistema". La struttura ha senso fino a quando è
funzionale al sistema; ma il sistema non deve identificarsi nella
struttura organizzativa. Infatti è forse meglio parlare di <<funzioni invece
che di ruoli>> (Zendali).
A me è venuto di fare il parallelo fra prendere delle decisioni in un
gruppo con il metodo del consenso e con una gerarchia. Con la gerarchia (
qualcuno a capo che decide per gli altri) si ha una efficienza ed efficacia
immediata ma se utilizzata alle lunghe porterebbe a calcificare i ruoli del
leader e seguaci deresponsabilizzando i "seguaci" e non creando veramente un
gruppo coeso e con una suddivisione di responsabilità . Con il metodo del
consenso, il far partecipare tutti in modo paritario alle decisioni,
apparentemente
e nell'immediato sembrerebbe di complicarsi la vita inutilmente. Ma alla
lunga, crea un gruppo singolarmente responsabile e con un maggiore senso di
appartenenza.
Riportato a noi.
Ora vedo il nostro Patto Territoriale come un grande passo che abbiamo fatto
ma vedo anche aspetti che mancano.
L'impressione è che sia privo di questa gioia. L'impressione che porto
dentro è che lo abbiamo vissuto come un vincolo da subire, a cui
sottomettersi e non come uno strumento liberatorio e funzionale alla
realizzazione del nostro progetto.
Non mi sembra che sprizzi gioia da tutte le parti ma più sofferenza. E' più
frutto del "dovere" che del "volere".
Materiale su cui pensare per migliorarlo.
Ciao
Fabriaio
--
Fabrizio Santori
www.sostenibile.org
sostenibile@...
foto http://www.santoripianoforti.com/img/fs.jpg
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]