Energia, quale futuro?
*di Antonio Cianciullo*
Il costo dell'energia cresce, gli sprechi non si riducono. La contraddizione
sta tutta qui, in una serie di numeri che per i tecnici sono di tutta
evidenza, ma che sembrano non bastare alla classe politica per decidere
un'inversione di rotta netta, per accelerare la fuoriuscita dall'era del
petrolio imboccando la strada di sistemi energetici più efficienti, più
puliti, più capaci di distribuire ricchezza in modo ampio.
Certo, questa resistenza al cambiamento poggia su difficoltà oggettive: la
domanda di energia è destinata a crescere fino ad arrivare a un raddoppio
nell'arco di pochi decenni; nessuno dei candidati che oggi si affacciano sul
mercato ha la capacità di sostituire integralmente, almeno nel futuro più
vicino, i combustibili fossili; dopo mezzo secolo di dominio indiscusso, il
petrolio è ormai penetrato nell'immaginario collettivo fino a permeare il
nostro linguaggio (in molte espressioni colloquiali si usa "benzina" al
posto di "energia").
Eppure l'urgenza del cambiamento si fa sempre più netta. E la vera
incertezza riguarda il fattore determinante della crisi che si prospetta.
Saremo costretti a rallentare il flusso del petrolio perché costerà troppo
caro e perché il controllo del Medio Oriente, dove è concentrata la gran
parte delle riserve strategiche, si farà ancora più precario? Oppure, sotto
la spinta di uragani sempre più devastanti e di micidiali ondate di siccità,
dovremo prendere atto che il costo ambientale (cioè sociale, sanitario,
economico) dei mutamenti climatici innescati dal consumo dei combustibili
fossili e dalla deforestazione è diventato insostenibile? E, soprattutto,
quanti anni abbiamo ancora a disposizione prima che il costo del ritardo
diventi drammatico?
A queste domande hanno cercato di dare risposta gli esperti che hanno
partecipato al convegno "Energetica: per un futuro sostenibile" organizzato
da Somedia e da Repubblica a Roma il 21 e 22 giugno. Un dibattito che ha
avuto due anime. Da una parte le polemiche sulle scelte immediate: il
contestato ampliamento del ruolo del carbone, il rallentamento della
crescita dell'eolico non sufficientemente sostenuto da normative chiare, le
risorse scarse (e concentrate su una filiera discussa come il solare
termodinamico) per l'energia del sole, i ritardi dovuti alla mancanza di
incentivi sufficienti e adeguati ad affrontare la concorrenza di paesi
leader in questo campo come la Germania o il Giappone.
Dall'altra parte la necessità di ricominciare a guardare con occhi diversi
alla ricerca. Prima di tutto dal punto di vista di un rilancio degli
investimenti per evitare di perdere progressivamente quote di competitività:
viaggiamo a una velocità che è pari alla metà della media europea e a un
terzo di quella dei paesi di punta. Ma anche dal punto di vista della
comprensione reale delle possibilità di espansione legate al controllo delle
tecnologie più avanzate: avere i brevetti e rinunciare a utilizzarli non
porta lontano.
"Oggi qualcuno torna a parlare di nucleare", ha detto Giovanbattista
Zorzoli, un esperto che alle conoscenze tecniche accompagna la memoria
personale delle battaglie energetiche. "Ma, al di là del merito tecnico
della questione, io osservo che i progetti non possono partire perché non
c'è bancabilità. Chi vuole costruire un impianto ha bisogno di liquidità e
ricorre al settore creditizio portando come garanzia i precontratti a breve
per gli acquisti di elettricità. E questo si può fare per impianti che
richiedono due o tre anni di tempi di costruzione. Ma chi si impegnerebbe a
comprare elettricità da una centrale nucleare che potrebbe venire costruita
nell'arco di 7 o 10 anni? E a che prezzo potrebbe essere valutata questa
elettricità?"
L'Italia, ha continuato Zorzoli, ha buttato via possibilità ben più
concrete. Solo per rimanere nel campo della mobilità, il nostro sistema di
produzione ha avuto in tasca almeno tre carte vincenti e non ha saputo
puntarle al momento giusto. Ha perso la scommessa sulle marmitte
catalitiche, lasciate al colosso tedesco che prima le ha sperimentate in
casa e poi imposte come modello europeo. Non ha creduto ai motori ibridi
producendo, solo per confinarlo al campo della sperimentazione fine a se
stessa, un modello con prestazioni almeno analoghe a quelle dell'auto con
cui la Toyota si sta imponendo anche sul mercato americano. Ha considerato
un giocattolo il Totem, un piccolo cogeneratore con enormi potenzialità
inventato all'inizio degli anni Settanta da Mario Palazzetti, ex
responsabile del Centro ricerche Fiat.
Scelte autolesioniste proseguite con il mancato decollo di un'industria
eolica carica di promesse e con la frenata che ha fatto perdere all'Italia
la leadership nel campo dell'efficienza energetica. Oggi si tratta di
ripartire ridando fiducia al sistema della ricerca e stimolando gli enti che
dovrebbero fare da interfaccia tra il mondo accademico e quello produttivo.
Il successo delle imprese che hanno condotto in proprio questa
sperimentazione, e che costituiscono il cuore del modello della soft economy
italiana, dimostra che l'Europa può essere il centro di un nuovo modello
energetico diffuso e basato sull'efficienza e sulle nuove fonti a basso
impatto ambientale.
da
http://www.kataweb.it/spec/articolo_speciale.jsp?ids=1634767&preview=si&id=16348\
90
--
Fabrizio Santori
www.sostenibile.org
sostenibile@...
foto http://www.santoripianoforti.com/img/fs.jpg
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]