Ciao Anja, un abbraccio grande. Anch'io mi sono svegliata stamattina con una
voglia matta di chiedervi com'è andato il dopo-corso.
Da parte mia, ho vissuto momenti tragicomici. Ero talmente bene in quei
giorni e avevo buttato a mare tanta di quella reticenza e di quella
timidezza che l'entusiasmo mi ha spinto a ricercare il contatto umano con
gli altri.
Purtroppo la risposta è stata, regolarmente, una solenne "tranvata" (termine
colorito ma eloquente il cui significato spero sia chiaro anche a Nord del
Lazio :-))))
Queste piccole fregature però, mi hanno permesso di toccare con mano alcune
conseguenze sul terreno comunicativo della sessuofobia e della guerra tra i
sessi, alimentata dalla nostra cultura.
Ma passiamo al raccontino delle tranvate.
Dovete sapere che lavoro in una catena di montaggio di una fabbrica di
elettrodomestici.
Un bel giorno nella postazione vicino alla mia compare una persona (donna)
che mi sembra molto portata alla socializzazione. Mi rivolge la parola per
prima e, tra una vite e l'altra, abbozziamo una conoscenza. Non che sia
chissà cosa, ma mi pare una persona aperta. A tutte quelle che le si
avvicinano (di sesso femminile, visto che alla mia catena lavorano quasi
tutte donne) declina le generalità e il luogo di abitazione, invitandole a
"venirla a trovare".
Ieri alle due al cambio di turno la incrocio e le dico che mi piacerebbe
"essere sua amica". Sorrisino imbarazzato, mi risponde "amica... di
lavoro?". Sorrisino imbarazzato da parte mia: "veramente... anche fuori".
Chiusura totale. Sempre cortesemente, mi dice che lei per queste cose ha
delle barriere. Me ne vado mogia mogia con un sorriso di circostanza dicendo
"ehm... si, capisco, anch'io le ho". Tra me e me la mando al diavolo. Quali
potranno mai essere queste barriere se non il pregiudizio sulla mia anatomia
(cioè il fatto che io abbia un cazzo tra le gambe)? (A questo punto debbo
chiarire che sono transessuale MtF ma percepita come maschio perché con un
aspetto ancora marcatamente maschile; la circostanza comunque è conosciuta
da lei e dalle altre mie compagne).
Ieri sera telefono a Claudia, mia amica e consulente floriterapeuta, per
raccontarle l'episodio. Mi dice che, se in questo contesto un uomo, o una
persona percepita come tale :))), dice a una donna "vorrei che tu fossi mia
amica", in pratica vuol dire che la vuole scopare. Rimango due secondi
interdetta poi replico che se me la voglio scopare glielo dico direttamente
e che una persona sana di mente dovrebbe considerare le parole nel loro
significato letterale. Così mi hanno insegnato al corso (almeno credo),
dire ciò che si ha in testa senza bugie, reticenze, oscuri giri di parole.
Claudia stessa mi ha raccontato alcuni episodi curiosi di questo tipo che ha
vissuto in modo imbarazzante. Persona diretta e aperta, più volte le è
capitato di sentirsi proporre da un uomo di andare a bere un caffè. Cosa che
lei ha sempre fatto con piacere, amando molto il contatto umano.
Regolarmente, alla fine della bevuta, o dopo, le è capitato di trovarsi in
imbarazzo (per l'esattezza di provare imbarazzo non per lei ma per
l'offritore del caffè) quando questi (deluso) le faceva presente che
accettare un caffè da un uomo voleva dire praticamente starci, mentre a lei
non je passava manco per l'anticamera del cervello.
Allora le dico, ma non sarebbe più semplice per tutti che si potesse
comunicare in modo trasparente, dicendo "caffè" quando vogliamo dire caffè e
"scopare" quando vogliamo dire scopare?
Domanda ingenua. Sei matta? Se dicessimo così, attenteremmo alle virtù del
sesso femminile: se una donna accettasse un invito del genere sarebbe una
puttana, per cui occorre alimentare la menzogna sociale della purezza
femminile atttraverso una complessa comunicazione obliqua e ritualizzata che
nasconda il fine sotto una spessa coltre di metafore, allusioni,
pseudo-scopi. Menzogne, insomma.
Tranvata numero due (il giorno seguente).
Sempre al lavoro. Quella che sta alla mia destra mi pare una persona
gentile. Appena le dico che dietro il mio aspetto si cela una trans mi
sfodera un ampio sorriso, dicendo che ha un cugino che ha cambiato sesso (e
ora è una cugina) e vive a Parigi. Era talmente contenta della circostanza
che credevo si potesse stabilire amicizia. In un paio di occasioni, prima di
iniziare il lavoro, la saluto dandole un bacetto affettuoso sulla guancia.
Che bello avere una persona così al
mio fianco. Sognò già chissà quali complicità.
Sogno svanito l'altro ieri sera alle 9, quando mi chiama il capolinea e ,
tra le altre cose, mi dice di "lasciarla stare", perché non apprezza che mi
prenda "certe libertà". Contemporaneamente però, mi dice di essere
"socievole", perché in un gruppo bla bla bla... Ci credete che non so che
cazzo voglia dire?
La nostra società divide rigidamente le persone in due sessi, stabilendo
divieti nella libera comunicazione tra i due gruppi. Darsi un bacetto tra
due donne è ammesso, tra un uomo e una donna no; se due donne o due uomini
vogliono fare amicizia, kein Problem; l'amicizia tra un uomo e una donna è
invece, in linea di massima, vietata o sottoposta a complessi rituali di
avvicinamento; toccarsi e fare gesti affettuosi fra due donne è normale; tra
due uomini è vietato perché sarebbero froci; tra un uomo e una donna è
altrettanto vietato perché sennò la donna è vacca e l'uomo porco (ma pur
sempre figo, essendo il titolo di "porco", in realtà, un'onorificenza per il
maschio).
Ma c'è di più: avere sentimenti ed esprimerli va bene per le donne (che come
si sa sono inferiori), ma non per gli uomini.
Fin da bambino/a non riuscivo a capire la ragione di questa assurda
divisione della società in due sessi a partire da un particolare anatomico
insignificante (la morfologia dei genitali esterni). Regolarmente, mi
trovavo a desiderare di potermi esprimere come una bambina, ma vedevo che la
società mi tirava dall'altra parte. Il risultato fu, negli anni, la sfiducia
verso di me e verso gli altri, una invidia per le femminucce e una chiusura
totale nel mio mondo di solitudine.
A parole, la nostra società glorifica l'amore. Nei fatti lo tabuizza con una
serie di divieti che producono incomunicabilità. I due imperativi opposti
che si riversano sulla persona (glorificazione dell'amore e contemporanea
condanna dello stesso, con l'inibizione dell'approccio) finiscono col creare
una vera e propria sindrome da doppio legame (double bind), che inibisce
l'aqzione paralizzando la persona. E' quello di cui ho sofferto io, cioè una
totale paralisi nei rapporti con gli altri, in particolar modo con l'altro
sesso. Nel double bind infatti la persona è investita da due comandi
opposti, ed entrambi vitali: uno che dice di "fare" e l'altro di "non fare"
la stessa cosa.
La nostra cultura maschilista, eterosessista, sessuofobica, repressiva si
qualifica così anche come patogenica (generatrice di patologie mentali).
Mi farebbe piacere ricevere altre testimonianze sulle tranvate... scusate,
sulle esperienze vissute nel post-corso. Ce l'avevano detto però, Katja e
François, che il rientro nella normalità sarebbe stato problematico.
Certamente lo è stato, ma almeno ora i problemi li affronto con unh pizzico
di consapevolezza in più. E sorrido, avendo uno strumento in più per
prendere a calci l'ipocrisia altrui.
Un abbraccio.
Alessia
:)))
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----- Original Message -----
From: Villaggio Ecologico Solidale <ecosolidale@...>
To: <ecosolidale@yahoogroups.com>
Sent: Friday, April 04, 2003 6:58 AM
Subject: [VES] I: Post-Forum Zegg
-----Messaggio originale-----
Da: Anja Maluck [mailto:anjama@...]
Inviato: giovedì 20 marzo 2003 8.40
A: Villaggio Ecologico Solidale
Oggetto: Post-Forum Zegg
Cari compagni di questi giorni tanto particolari. Com'è andato il
post-stage?
Oggi mi è arrivata una storiella che vi voglio regalare.
Un abbraccio grande grande da Anja
> > > Una storia racconta che due amici camminavano nel deserto.
> > >
> > > In qualche momento del viaggio
> > > cominciarono a discutere, ed un amico diede uno
> > > schiaffo all'altro.
> > > Addolorato, ma senza dire nulla,
> > > scrisse nella sabbia:
> > > IL MIO MIGLIORE AMICO OGGI M HA DATO UNO SCHIAFFO.
> > > Continuarono a camminare,
> > > finché trovarono un'oasi, dove decisero di fare un bagno.
> > > L'amico che era stato
> > > schiaffeggiato rischio' di affogare, ma il suo amico lo salvò.
> > > Dopo che si è ripreso, scrisse in una pietra:
> > > IL MIO MIGLIORE AMICO OGGI MI HA SALVATO LA VITA.
> > > L'amico che aveva dato lo schiaffo e aveva salvato
> > > il suo migliore amico domandò:
> > > Quando ti ho ferito hai scritto nella sabbia,
> > > e adesso lo fai in una pietra.
> > > Perché? L'altro amico rispose:quando qualcuno ci ferisce
> > > dobbiamo scriverlo nella sabbia, dove
> > > i venti del perdono possano cancellarlo.
> > > Ma quando qualcuno fa qualcosa di
> > > buono per noi, dobbiamo inciderlo nella pietra,
> > > dove nessun vento possa cancellarlo.
> > > IMPARA A SCRIVERE LE TUE
> > > FERITE NELLA SABBIA ED A INCIDERE IN PIETRA LE TUE GIOIE.
> > > Dicono che ci vuole un minuto
> > > per trovare una persona speciale,
> > > una ora per apprezzarla, un
> > > giorno per amarla,
> > > ma una vita intera per dimenticarla.
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