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Sarebbe un errore grave e dilettantesco se coloro che si sono spesi in favore della Costituzione europea facessero finta di non vedere quanto è accaduto domenica in Francia. E’ indubbio che il “No” francese contenga elementi di giudizio contrastanti tra loro. C’è chi ha votato No perché non vuole che i polacchi invadano la Francia e chi invece lo ha fatto perché ha paura di perdere le protezioni sociali. C’è chi ha ritenuto che una Costituzione è “troppo” per l’Europa e chi, al contrario, ha ritenuto che quel Trattato contenesse poca Europa (e molta America…). Ma l’elemento della paura, dell’incertezza, non può essere liquidato come il frutto di ignoranza sui contenuti del Trattato. Al contrario, i timori che hanno animato i francesi non erano infondati. Ho votato a favore della Costituzione, con un sì critico, perché ritenevo che dopo questo voto il
rischio è che il processo di integrazione si fermi. Ma oggi il problema che abbiamo di fronte non è fare previsioni, ma lavorare perché non si avverino quelle peggiori. Dicevo dei timori. Il più importante riguarda le protezioni che lo Stato sociale assicura in Francia (e anche, seppure in misura spesso minore, in altri paesi europei). I francesi hanno ritenuto il Trattato troppo liberista. E’ interessante seguire il dibattito sui giornali e nelle televisioni d’Oltralpe. “Liberista”, per i nostri cugini, è un aggettivo negativo. Persino in una parte della destra moderata. Prima del referendum il presidente Chirac ha sterzato vistosamente a sinistra sui temi europei, bloccando la direttiva Bolkestein e lavorando alla revisione di quella sugli orari di lavoro e si è più volte giustificato affermando che non è vero che la Costituzione ha un’impostazione liberista. Dire a un francese che servono “iniezioni di liberismo” in Europa, come ha fatto Blair, oppure che “occorre più mercato”
come propongono i riformisti-moderati italiani, vuol dire farselo nemico. Non serve ora domandarsi, come abbiamo visto fare nelle ore successive alla chiusura dei seggi in Francia, se i timori dei francesi sono fondati o meno. Sono timori presenti, sentiti, e non solo da loro. Il problema, semmai, è far ripartire il processo costituente su basi nuove. Fino ad oggi abbiamo parlato di un trattato, perché quello uscito dalla Convenzione e poi dalla Conferenza intergovernativa ha ben poco a che vedere con una Costituzione. Il Trattato è una raccolta, con poche novità, di trattati precedenti. E’ troppo lungo, articolato, troppo dettagliato per essere una Costituzione. Si occupa persino di quote di produzione e relative sanzioni. Basta prendere una Costituzione vera, diciamo quella degli Usa per fare un parallelo con uno stato federale, per rendersi conto che una Costituzione è ben altro. Dubito che Giscard, anche se il voto di domenica fosse stato differente, sarebbe stato
ricordato dai posteri come oggi si ricordano Jefferson e Washington. Il primo problema, quindi, è quello di lavorare ad una vera Costituzione. Un testo snello che contenga i principi fondanti dell’Unione, l’organizzazione delle sue istituzioni, le garanzie per i cittadini. Un testo che non sia ispirato dalla tecnicalità e dall’economicismo, ma dai valori comuni a tutti gli europei: la pace, la libertà, l’uguaglianza, la giustizia sociale, lo stato di diritto. Questo deve essere il centro di una Carta fondativa, non le regole del mercato comune. Il secondo problema è quello di trovare i soggetti che possono spingere a questo esito. Fausto Bertinotti ha detto bene: coloro che hanno sostenuto il No e chi ha espresso un sì critico oggi possono lavorare insieme. La sinistra, nel suo complesso, può lavorare ad una Costituzione più sociale e meno mercatista, più egualitaria e meno liberale. Deve diventare la forza promotrice di un nuovo processo costituente, perché solo la sinistra
oggi può farlo: non i liberali, che sono i veri sconfitti, non certo la destra che è contraria all’Europa in sé. Il terzo problema riguarda le forme. Quando nel 1787 i padri fondatori degli Stati Uniti si riunirono a Philadelphia decisero di tenere segrete le loro riunioni. Poi, andando oltre il mandato ricevuto dai singoli Stati, stabilirono che la nuova Costituzione sarebbe entrata in vigore appena fosse stata ratificata da 9 stati su 13. Infine, tanto per aizzare ulteriormente gli anti-federalisti, scrissero un testo molto tecnico, nel quale non si stabilivano i diritti e i doveri dei cittadini, ma solo come si sarebbero dovuti distribuire i compiti i tre branchs del governo federale. Dopo l’approvazione molti stati minacciarono di non ratificare la Costituzione se essa non avesse contemplato anche i diritti dei cittadini. Nacque così il “Bill of Rights”, cioè i dieci articoli aggiuntivi (amendments) che tutelano diritti e libertà del popolo americano. Qualcosa di simile
potrebbe ispirare un percorso per l’Europa. E’ inutile che gli Stati continuino nel processo di ratifica di un trattato che non potrà mai entrare in vigore. Anzi, non solo è inutile, ma è addirittura dannoso perché scaverebbe un solco tra la Francia e molti altri paesi che hanno già approvato il Trattato o stanno per farlo. Serve una pausa di riflessione, un momento in cui i singoli paesi e poi le istituzioni comunitarie possano pensare idee e strade nuove. La cosa peggiore che si possa fare è far finta di nulla. O, addirittura, liquidare il voto della Francia come frutto di un tardo revanscismo cui contrapporsi lanciando ancora più speditamente il treno delle ratifiche. Un treno che inevitabilmente andrebbe a cadere in un burrone. Trasformiamo semmai le ratifiche in occasioni per discutere i tratti di un nuovo testo. Facciamo partire dai parlamenti dei paesi membri un grande movimento di revisione, anche da quelli che hanno già votato, a partire dal parlamento del nostro paese.
E poi demandiamo al parlamento europeo, non ad una strana, incomprensibile ed autoreferenziale Convenzione, i poteri costituenti. Alla fine, magari lo stesso giorno, tutti gli europei potrebbero essere chiamati a votare per il nuovo testo. Fantapolitica? Non credo. A volte ciò che sembra più difficile è in realtà più semplice. L’Europa ha bisogno di un’anima. E’ questo che ci hanno chiesto i francesi.
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