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BELL'ARTICOLO DA TENER PRESENTE + SPESSO SULLE SPRELOQUAZIONI DI PAR   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #1508 di 3263 |

Orgoglio e pregiudizio
I cambiamenti del nostro caro vecchio mondo non si registrano solo con gli
indici statistici o con l'aumento delle bollette del gas. Ci sono delle
mutazioni apparentemente insignificanti e sfuggevoli che rappresentano, ad un
orecchio attento, una nota nuova - più o meno intonata - nei soliti spartiti.

Sono i neologismi: quelle parole nuove inventate per significare un evento, un
fatto, un prodotto prima inesistenti. Ma neologismi sono anche quelli introdotti
per indicare, con un vocabolo nuovo, cose già note. La "copia fotostatica" è
diventata la "fotocopia", la "motocicletta", la "moto" e così via. Questi
fenomeni linguistici, di cui non vogliamo innalzarci ad esperti, risentono
ovviamente delle esigenze di chi quella lingua la parla e non sono solo la
necessità di chiarezza, o l'esigenza di velocità dell'eloquio a condizionarne le
modificazioni.

Negli ultimi anni - e arriviamo al punto - abbiamo notato tutti come una
serpeggiante istanza di correttezza politica abbia influenzato il linguaggio. I
"vecchi" sono "anziani", i "pazzi" sono "malati mentali", le "donne di servizio"
sono "colf", i "minorati" sono "disabili". È un nuovo sentire secondo cui devono
essere impiegati solo lemmi che non abbiano alcuna valenza spregiativa.
Possibilmente si devono adottare termini che denotino in positivo anche le
situazioni più disgraziate.

È una soluzione tranquillizzante e sedativa di sciagurati conflitti. Rende più
serene le persone che vivono in uno stato di disagio più o meno incombente, ma
soprattutto affranca dall'ansia politici, amministratori, funzionari e operatori
che quelle patate bollenti dovrebbero togliere dal fuoco. Ansiolitici
linguistici.

C'è poi qualcuno che si spinge ancora più in là. Qualche anno fa, alcune persone
disabili hanno avuto l'acuta e orgogliosa intuizione di sottolineare come, anche
in presenza di una menomazione importante, riescano a produrre, realizzare,
essere competitivi con il resto del mondo. Il che talvolta è vero. Per definire
questa condizione hanno coniato il neologismo "diversamente abili". Nella loro
bocca, in quel contesto, in quel momento poteva forse avere un senso. Forse. Già
perché alla fin fine si enfatizza il concetto di abilità a tutti i costi, la
concorrenza, la rincorsa ad una omologata normalità con tutti i paradossi che
questa porta con sé.

Ma ci sono persone, più di quante si creda, la cui principale e vitale esigenza
non è quella di trovare un lavoro e un collocamento mirato, ma quella di
assicurarsi un servizio di assistenza che renda meno gravosa l'insostenibile
pesantezza del quotidiano per i loro familiari a cui è delegata in toto - da
distretti, comuni e servizi sociale - la loro stessa sopravvivenza. Sono le
persone con handicap gravissimo e se il termine urtasse le sensibilità più
raffinate potremmo definirle "diversamente ospedalizzate". Persone che al
turismo accessibile non possono interessarsi, come pure alla possibilità di
guidare un veicolo o alle opportunità dei servizi telematici o alla
partecipazione a battaglie civili di avanguardia. La loro preoccupazione è -
banalmente - sopravvivere, qualche volta malgrado i servizi socio-assistenziali
pubblici. E se quei servizi verranno ulteriormente tagliati non diranno nulla
perché non hanno voce. Altro che "diversamente qualcosa".

Niente di male, lo ripetiamo, se una persona disabile si autodefinisce
"diversamente abile". Qualcuno potrà sorridere, a qualcun altro si inumidirà il
sopracciglio di fronte a cotanta fierezza, in qualcuno scatterà l'emulazione e
la volontà di superare la provocazione definendosi financo "diversamente dotato"
(evocando pruriginose rimembranze). Ma quando il termine deborda dalla boutade
per assurgere a termine di uso comune, si comincia a percepire un sentore di
ipocrisia.

E mai come negli ultimi mesi ci è capitato di annotare quel termine -
"diversamente abili" - magistralmente inchiavardato nei pubblici sermoni di
politici, opinionisti, operatori, funzionari, responsabili di associazioni.
Sembra si voglia far intendere che l'epoca dell'invalido povero ed emarginato
sia stata sepolta da una nuova cultura fatta di promozione e di integrazione, di
sperimentazione e di innovazione. Di questa "rivoluzione culturale" i
"diversamente abili" sarebbero addirittura apportatori di ricchezza proprio
grazie alla loro diversità. Siamo certi che le persone disabili farebbero
volentieri a meno di quella ricchezza. Sono portatori semmai di esigenze
particolari che tanto sono più gravi quanto meno trovano risposta.

L'affermazione poi ce ne ricorda una di un po' più datata e svagata che
interpretava la malattia mentale come una condizione comunque felice perché
fuori dai rigidi e stereotipati paradigmi di una società bruta e poco creativa.
Pregiudizio mascherato. Voglia di negare il profondo disagio che è proprio della
malattia. La stessa superficiale ipocrisia di chi - e non sono in pochi -
sostiene che le persone con Sindrome di Down sono comunque felici "perché
sorridono e sono socievoli". Quindi "diversamente abili"!

È quindi una definizione non stigmatizzante e che raschia di meno la crosta
nelle paure di ognuno di noi, che siamo o meno disabili. Ma è una terminologia
oltre che falsa, inefficace. Falsa perché distorce la realtà spalmandola su un
quadro rassicurante, una rappresentazione buona per tutti i salotti e per tutte
le stagioni. Inefficace perché non evidenzia il disagio e non rimarca l'obbligo
civile della presa in carico da parte di tutti.

La nostra non è quindi una disquisizione su lana caprina.

C'è stato addirittura chi, nella passata legislatura, ha depositato una proposta
per imporre per legge la nuova definizione. Immaginiamo con che dispiacere quel
deputato abbia concluso il suo mandato senza avere l'opportunità di sottoporre
all'aula l'epocale riforma. Un vero peccato perché l'approvazione di quella
norma avrebbe dato la stura ad un'autentica rivoluzione linguistica.

Nel pieno rispetto del "politicamente corretto", a furore di legge e con zelo
egalitaristico, tutte le fasce più disagiate avrebbero goduto della riforma
socio-linguistica.

Ecco allora norme per l'assistenza domiciliare dei "diversamente maturi", misure
di sostegno economico per i "diversamente benestanti", nuove disposizioni sui
flussi di ingresso dei "diversamente colorati", regole più aperte per le coppie
"diversamente eterosessuali" e infine contributi per le comunità di recupero dei
"diversamente lucidi" e dei "diversamente astemi".

Ad una specifica commissione interministeriale sarebbe poi stato affidato
l'ingrato compito di individuare i termini politicamente scorretti nonché di
dirimere gli inevitabili dilemmi semantici: i "diversamente abili" recuperati
grazie ai progressi della tecnologia e della medicina come è corretto definirli?
"Ex diversamente abili"? "Comunemente abili"? Oppure "Diversamente diversamente
abili"?

Tutto questo non è accaduto. Per ora.

Carlo Giacobini

Aprile 2002



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[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]




Mer 5 Nov 2003 8:40 am

lauraeva2000
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Inoltra Messaggio #1508 di 3263 |
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Laura
lauraeva2000
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5 Nov 2003
9:10 am
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