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Cera una voltadi Roberto Maragliano.   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #8214 di 8288 |
C'era una volta…di Roberto Maragliano.


... un comune sentire nel quale si sono riconosciuti una parte significativa dei
docenti, dei dirigenti, degli amministratori scolastici, dei genitori e degli
studenti italiani. Oggi, quella cultura è silente, afasica. Come mai?

C'era una volta la pedagogia progressista. Non ne faccio, o meglio, non ne
faccio soltanto una questione accademica, di un punto di vista "dotto"
sull'educazione che ieri era in auge e oggi no. Mi riferisco piuttosto a
qualcosa di più corposo ed esteso: il comune sentire nel quale si è riconosciuta
per un bel tratto di tempo (grosso modo l'ultimo trentennio del secolo scorso)
una parte significativa dei docenti, dei dirigenti e degli amministratori
scolastici italiani, e pure dei genitori e degli stessi studenti.

Con un'espressione volutamente démodé si potrebbe dire che quella pedagogia
deteneva l'egemonia culturale in ambito educativo, ad essa facendo riferimento
resoconti e confronti gazzettistici o televisivi, ogniqualvolta fossero in gioco
problemi attinenti la scuola.

Una tale concordanza poggiava su un principio al quale tutti erano disposti ad
attribuire veridicità e solidità: il principio che faceva dell'esperienza
scolastica una risorsa fondamentale per il processo di democratizzazione del
sapere e di ampliamento dello spirito civico.

Da lì veniva la spinta a proiettare uno sguardo ottimistico verso il futuro e a
investire su progetti, atti e comportamenti del presente che si auspicava
preludessero per un verso a un ampliamento e per un altro a un miglioramento
delle pratiche della scolarizzazione. Coerentemente con tale assunzione si
puntava non solo a spostare verso l'alto l'età di uscita del giovane
dall'esperienza di formazione, ma anche a ridefinire la qualità stessa di tale
esperienza.

Sul piano dell'impianto generale si mirava a rendere la prima fase della
formazione più solida e organica di quanto non era stata nella tradizione e la
seconda fase meno dispersiva e socialmente discriminante di quanto non risultava
dall'impianto ereditato dal passato: e questo era quanto si cercava di ottenere
operando in vista dell'obiettivo (non sprovvisto di elementi mitologici) di
"riformare la scuola", riqualificandone a un tempo il disegno culturale
d'assieme attorno ai profili del sapere linguistico-letterario, di quello
storico-sociale e di quello scientifico-tecnologico.

Sul piano degli interventi di settore, poi, si operava su una serie di zone
considerate "critiche". E di fatto non v'era chi apertamente contestasse (o
giudicasse poco coerente con il principio di cui s'è detto) l'esigenza di
incrementare gli spazi di gestione autonoma delle scuole (sottraendole ai
vincoli dell'adempimento formale, tipici dei sistemi rigidamente centralistici),
o quella di innovare i modi della presentazione e della resa didattica delle
discipline universalmente considerate più ostiche (quelle, per intenderci, che
si rifanno al sapere scrittorio e grammaticale, o a sapere matematico e
scientifico); per non dire poi del convergere di molti sull'esigenza di puntare
a un processo di ammodernamento delle strumentazioni e delle metodologie della
didattica (facendo giustizia di apprendimenti troppo rigidamente libreschi e
puntando a interventi più organici, razionali, differenziati), o sull'impegno ad
attribuire più attendibilità alle procedure della valutazione (sottraendole per
un verso alla falsa univocità del voto e per un altro verso alla rigidità di
soluzioni apparentemente oggettive, ma viziate da non poche presupposizioni). A
questo fervore interno fungeva da sostegno una serie di interventi di contesto,
miranti a rendere il profilo della scuola più solido e integrato nel tessuto
della città (per un verso corresponsabilizzata rispetto all'obiettivo della
gestione e per un altro direttamente coinvolta, nelle sue articolazioni
universitarie e aziendali, in ordine al compito di definire e sostenere le
dimensioni culturali e professionali della docenza). Si guardava fiduciosamente
al futuro della scuola, e se ci si divideva lo si faceva per questioni
marginali, senza che venisse intaccata una tale comune fiducia sugli anni a
venire.

Questi anni sono venuti, di fatto, ma il quadro risulta ora profondamente
modificato, al punto che si rende necessario riconoscere e denunciare la
scomparsa di quel modo di pensare (e di agire). Gli accenti del presente sono
profondamente difformi da quelli, anche sul piano etico e politico, per non dire
di quello estetico (non c'è bisogno di portare esempi, no?). Si direbbe che la
pedagogia del presente sia di matrice regressista: non guarda più al futuro con
speranza, ma volge il suo sguardo al passato, rimpiangendolo; e si tratta di
quel passato che la cultura progressista aveva messo fortemente in discussione.
Oggi, quella cultura è silente, afasica. Come mai?

Le risposte possibili sono molte. Ma fanno capo sostanzialmente a due linee di
interpretazione. La prima vede nella crisi di quel pensiero l'effetto della
"vittoria drogata" che il pensiero regressista si sarebbe assicurata soprattutto
tramite il sostegno avuto dai media e da un'opinione pubblica sensibile a
rappresentazioni fortemente semplificate dello scenario scolastico (del tipo "si
ridia serietà agli studi"). La seconda individua all'interno della cultura
progressista delle debolezze costitutive che il tempo e la limitatezza dei
risultati raggiunti sul campo avrebbe portato alla luce: per esempio, il non
aver fatto seriamente i conti con la modernità, tantomeno con ciò che
comunemente si intende per postmodernità; o non essere riuscita a comporre le
sue due anime, quella primaria e quella secondaria, permettendo che l'una
scivolasse nel populismo e l'altra nel licealismo; o ancora, l'essersi sottratta
al compito di misurarsi con i nuovi e sempre più pervasivi regimi della
comunicazione.

Scegliere la prima via equivale a mettersi da parte, e aspettare che giri il
vento (se mai questo avverrà). Impegnarsi nella seconda significherebbe,
comunque, dare testimonianza di una cosa tanto semplice quanto essenziale: che
quella pedagogia non è (del tutto) scomparsa.

http://www.educationduepuntozero.it/Temi/Didattica_e_apprendimento/didattica/200\
9/10/30/maragliano2.shtml








Dom 1 Nov 2009 2:24 pm

pierfelice_l...
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Inoltra Messaggio #8214 di 8288 |
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C'era una volta…di Roberto Maragliano. ... un comune sentire nel quale si sono riconosciuti una parte significativa dei docenti, dei dirigenti, degli...
pierfelice_licitra
pierfelice_l...
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1 Nov 2009
2:24 pm
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