Roma. Fumata nera: il documento sulle cellule staminali embrionali elaborato dalla Commissione di Bioetica, su cui si era lavorato per oltre quattro mesi, non ha superato la discussione svoltasi ieri all’Accademia dei Lincei, e il numero degli interventi contro è stato molto maggiore di quelli a favore del documento della Commissione.
Che, in pratica, chiedeva l’approvazione di leggi che consentano l’utilizzazione di cellule staminali da embrioni umani soprannumerari (rimasti inutilizzati, cioè, nell’ambito di pratiche di fecondazione in vitro). E affermava che lo scienziato rimane unico garante e depositario di verità in materia, e che l’autonomia scientifica che vale per la fisica e la chimica deve valere anche per la genetica.
La discussione è stata a tratti infuocata. C’è chi ha tirato in ballo il nome del dottor Mengele e ha ricordato, contro le pretese della libertà di ricerca, che questa valeva anche per gli esperimenti nazisti nei campi di concentramento. Nessuno, durante la discussione, ha cavalcato gli argomenti, contenuti nel documento, secondo i quali il divieto di sopprimere embrioni a scopo di ricerca sarebbe in contraddizione con la legge 194 sull’aborto. Né si è richiamata la Convenzione di Oviedo, approvata dal Consiglio d’Europa nel 2001, che vieta la produzione di embrioni a fini di ricerca, per giustificare la richiesta di usare quelli prodotti nell’ambito di procreazione medicalmente assistita.
Ma quando il problema di quell’uso è stato posto, forte è stata la contrarietà della maggior parte dei soci presenti. Molto applaudito, tra l’altro, l’intervento del decano del diritto italiano, Giorgio Oppo, del tutto contrario alla cosiddetta “donazione” degli embrioni esistenti. Anche perché, se consentita, aprirebbe la porta alla clonazione terapeutica, cioè all’apposita produzione di embrioni a fini di ricerca.
Il coordinatore della Commissione aveva infatti sottoposto all’esame dell’assemblea anche un altro documento, che il Foglio è in grado di anticipare nei suoi punti salienti.
Vi si sostiene che “la Commissione ha ritenuto da una parte che non fosse suo compito discutere se l’embrione fosse o non una persona, un’opinione su cui esistono divergenze non risolvibili con i metodi della scienza, e dall’altra che dovesse essere fatto ogni sforzo per raggiungere una conclusione unitaria”. Proponeva quindi la donazione degli embrioni nello stesso spirito della donazione degli organi: “Se è naturale e conforme al rispetto dei diritti umani la donazione di organi da esseri umani defunti è altrettanto naturale e conforme al rispetto dei diritti umani la donazione di cellule staminali da embrioni umani soprannumerari destinati ad essere eliminati”.
Anche questo documento ha riscosso più critiche che consensi. Alla fine non si è votato e la Commissione si è riservata, dopo aver accolto tutti i pareri, di preparare un nuovo documento da rivotare in assemblea. L’intervento e il documento accolto con maggiore soddisfazione è stato quello di Giuseppe Zerbi, docente di Scienza dei materiali al Politecnico di Milano, che ha come cardine il riconoscimento secondo cui “l’embrione genera un essere umano con tutte le sue prerogative” e invita a “non trascurare il fatto sperimentale scientificamente inconfutabile che da quell’embrione nasce una vita”.
La proposta Zerbi (sottoscritta dai lincei Paolo Prodi, Vincenzo Balzani, Enrico Berti, Alfio Quarteroni e Fernando Montanari) prevede la possibilità di utilizzare i 30mila embrioni sovrannumerari presenti in Italia, purché si riconosca prima la necessità di non produrne di nuovi. Nella proposta viene dichiarato pretestuoso il distinguere fra ricerca applicata e ricerca di base (in questa seconda rientrerebbe, secondo i sostenitori del documento della Commissione, la sperimentazione sull’embrione).
A chi pensa che la scienza basti a se stessa dal punto di vista etico e approda alle finezze genetiche di una scolastica distinzione tra essere umano ed essere in sviluppo, va ricordato che ai tempi dei primi lanci nello spazio venne utilizzata una cagnetta, Laika, come cavia (destinata a non tornare). Alcuni (anche grandi) scienziati proposero di usare al posto dell’animale un condannato a morte, ma l’idea provocò orrore e fu respinta. Il giudizio di valore da parte della società vale anche per l’odierna ricerca di base, sostiene Zerbi, e dovrebbe valere nel caso della sperimentazione sugli embrioni: “Non ci può essere autonomia nella ricerca in un settore dove l’uomo e il suo vivere sono gli elementi ispiratori”. E se una sofferta decisione, dice, può portare all’utilizzazione degli embrioni sovrannumerari già nei congelatori, a maggior ragione va ribadita la logica della legge 40, che vuole impedire che altre migliaia e migliaia facciano la stessa fine.
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