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Selezione umana, un salto nel vuoto   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #140 di 240 |
Selezione umana, un salto nel vuoto*
di Claudia Navarini - © AVVENIRE - Inserto E' VITA - 5 marzo 2005
 
*Pubblichiamo un estratto dal capitolo III del libro «Procreazione assistita o eugenetica? Le sfide culturali nel dibattito sulla legge 40», Editore Portalupi, in uscita in questi giorni nelle librerie. L’autrice, Claudia Navarini, è docente alla facoltà di bioetica del Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, lavora presso l’Istituto di Bioetica dell’Università Cattolica di Roma e collabora con l’Istituto Superiore di Sanità. È membro della commissione scientifica della Confederazione italiana dei Consultori familiari di Ispirazione cristiana.

Nelle fasi più calde del dibattito sull’inizio della vita umana si è manifestato un nuovo atteggiamento culturale: dopo accese reazioni di indignazione di fronte all’accusa di volere un ritorno all’eugenetica, i fautori della selezione genetica preimplantatoria sembrano cambiare direzione. Si affacciano infatti nuove espressioni linguistiche che hanno il preciso scopo di riconciliarsi con la scomoda pratica: già la "diagnosi preimplantatoria" o l’"esame del DNA" suonano abbastanza innocue agli orecchi del grande pubblico, mentre termini come "prezigote", "ootide" o come il rinato "pre-embrione" confondono la percezione comune sul valore della vita prenatale, per non parlare di termini ancora più elaborati, come "progenetica" o "eubiotica". Ma ora sono soprattutto le locuzioni "eugenetica positiva", "eugenetica buona" o "eugenetica innocente" ad osare di più, insinuando l’esistenza di una differenza etica fra diversi tipi di eugenetica.
 
E' di nuovo Testart, in un’intervista a «Il Foglio», ad osservare che «ci incamminiamo verso una vera e propria possibilità di scelta del figlio a venire, grazie alla genetica diagnostica». Di conseguenza, «la selezione embrionale è un’eugenetica positiva sulla coppia genitoriale e negativa sulla quasi totalità dei suoi embrioni».

È un eugenismo mascherato di spirito democratico, che pretende di tenere le distanze da quello totalitario «legato per sempre al nazismo, ma pur sempre parte del pendio scivoloso che dall’impossibilità di mettere in discussione la "medicina dei desideri", […] arriva a considerare l’embrione (a fin di bene, per carità) come materiale medico da vagliare per offrire un prodotto-figlio il più possibile "perfetto"».

È, ancora, un eugenismo in cui si confonde il desiderio del figlio con il diritto al figlio sano, coltivando contemporaneamente la titanica illusione di potere eliminare ogni dolore e sofferenza dell’uomo, e magari sconfiggere la morte entro i confini della vita terrena.

È infine un eugenismo che si tenta di fare apparire come normale, consueto, quasi scontato, come nota in un suo articolo su «Il Foglio» Marina Terragni (28 settembre 2004): «un po’ di eugenetica c’è già: le "primipare attempate", e dunque ormai quasi tutte le donne, si sottopongono a villocentesi o amniocentesi». E se sorge il sospetto che la "costruzione" del figlio ideale assomigli un po’ troppo ad un mercato procreativo, arriva pronta la rassicurante risposta che tanto «questo mercato c’è già. La ricerca sulle staminali si fa già, importando embrioni da paesi che ne permettono il congelamento. Gli embrioni malati, legge o non legge, i medici non li impiantano».
 
Comunque venga intesa e definita, l’eugenetica non può che risolversi in un radicale fraintendimento del valore della vita umana, dal momento che rappresenta l’inquietante […] tentativo di far coincidere i confini dell’umano con quelli molto più ristretti del biologico, promuovendo una "utopia sanitaria" che produce aberranti discriminazioni fra gli esseri umani. In altre parole, con la selezione genetica pre-impianto l’inizio della vita si trasforma da mistero da accogliere e accettare a semplice "ipotesi" o "progetto" da verificare e, solo se soddisfacente, realizzare.

Proprio come un prodotto, la vita umana allo stadio embrionale viene così spogliata della sua dignità personale, per sprofondare nel regno delle cose da scegliere e manipolare. Le cause continuamente addotte sembrano nobili: impedire la propagazione di malattie come la fibrosi cistica, curare la talassemia, salvare milioni di vite utilizzando gli embrioni "scartati" per la ricerca sull’Alzheimer o sul Parkinson. Ma l’imprescindibile domanda resta quella posta da Ernesto Galli Della Loggia sul «Corriere della Sera» del 17 settembre 2004: «Quale è il prezzo?». Il sacrificio di minuscole vite umane innocenti, chiamate forzatamente all’esistenza per poi essere non meno forzatamente eliminate potrà mai essere "il giusto prezzo da pagare" per ottenere tali benefici?
 
Il senso etico comune aborrisce l’eventualità di una soppressione selettiva delle persone su base genetica o sanitaria, ricordando non solo quanto è accaduto nella Germania nazional-socialista e, sebbene meno dibattuto, nell’ex impero sovietico, ma quanto è avvenuto "democraticamente" nel nord dell’Europa fino agli anni Settanta o avviene tutt’oggi "umanitariamente" - spesso con fondi ONU - in Cina e nei paesi in via di sviluppo. Se la selezione degli embrioni appare meno aberrante, invece, è perché non vi è una giusta e coerente concezione della loro dignità umana.

E qui è doveroso fare un passo avanti, superando i confini della scienza ed entrando nella giurisdizione dell’indagine filosofica, che può rispondere negativamente alla domanda se una vita umana possa essere distinta dalla vita personale: ogni essere umano è in quanto tale una persona. 

La conclusione, forse empiricamente poco intuitiva, ma logicamente ineccepibile e filosoficamente necessaria, è che lo zigote e l’embrione hanno gli stessi diritti degli altri uomini. E dunque non possono essere selezionati e uccisi per qualsivoglia scopo, nemmeno per una "giusta causa", nemmeno se affetti da tare ereditarie e difetti genetici. Svuotare una provetta è un’operazione semplice, quasi impercettibile, che non corrisponde alla nostra idea di omicidio. Eppure una grande responsabilità grava su coloro che commettono consapevolmente quel gesto o che lo approvano: quella del più grande genocidio della storia.


Dom 6 Mar 2005 3:12 pm

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