La scelta del non voto: una grande iniziativa culturale
di Claudia Navarini - www.zenit.org - 20 giugno 2005
Un’Italia adulta. Così titolava in prima pagina il quotidiano “Avvenire” all’indomani del fallimento del referendum sulla procreazione medicalmente assistita. E, in rosso, su ogni pagina, spiccava la nota percentuale degli astenuti: 74, 1%.*
È stato un risultato che è andato al di là delle previsioni più rosee: il popolo italiano non ha risposto alla chiamata dei referendari, e lo ha fatto senza tentennamenti, senza falsi moralismi, senza complessi di inferiorità a causa di chi tacciava la scelta astensionista di “disimpegno”. Eppure, lo schieramento sconfitto insiste nell’affermare che il quorum non è stato raggiunto per motivi estrinseci, legati a passività, a indifferenza, a ignoranza, a “strane” paure, a meccanismi elettorali discutibili, a giochi politici. Nessuno tra loro sospetta che la ragione sia molto più semplice, e cioè che forse avevano torto.
Avevano torto a chiamare alle urne la gente su un tema delicato e complesso come la fecondazione artificiale; avevano torto a chiedere il cambiamento di una legge votata da poco, dai due terzi del parlamento, prima di un’adeguata verifica della stessa; avevano torto a riproporre stanchi slogan relativisti femministi scientisti illuministi sperando che bastasse agitare qualche bandiera per ottenere acritici consensi; avevano torto a sottovalutare il peso del mondo cattolico e della gerarchia ecclesiastica, che secondo alcuni “nessuno ascolta più”; avevano torto a pensare che tutta la partita si sarebbe giocata sui mezzi di informazione di massa.
Basta fare due conti. Ha votato il 25,9%. L’astensionismo fisiologico, si sa, oscilla fra il 20% e il 30%. Ammettiamo pure che in questo (improbabile) caso sia stato del 30%. [...] Il restante 44,1% [74,1% - 30%, appunto, ndr] (in realtà è di più) perché non è andato a votare? Senza dubbio perché condivideva in tutto o in parte le motivazioni del non voto spiegate nei mesi passati. [...] La gente, una volta informata, ha scelto.
Il non voto dei cattolici. Non si può trascurare il fatto che l’unità dei cattolici è stata determinante. E che determinante per richiamare tale unità sono state le chiare indicazioni – formidabili aiuti per le coscienze – del Card. Camillo Ruini, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, e l’appoggio del Santo Padre.
Spesso è stato puntato il dito sulle “divisioni” all’interno del mondo cattolico. Si è parlato talora delle asperità che segnerebbero le differenze fra le varie realtà nella Chiesa, fra i diversi movimenti, gruppi, associazioni. Quante volte in questi mesi abbiamo sentito inneggiare ai “cattolici dissidenti”? Si è cercato di enfatizzare le peculiarità dei carismi all’interno della Chiesa Cattolica come se si trattasse di una convivenza forzata.
In realtà, alla luce del grande esempio di forza e di unità del mondo cattolico mostrato dal referendum, la pretesa esasperazione di tali differenze fa quasi sorridere. I fantomatici “solchi” fra cattolici (moderati, integralisti, progressisti) si riducono parecchio, assomigliando un po’ alle bonarie canzonature che si fanno in famiglia, fra fratelli. Guardando in profondità il popolo dei fedeli, ci si rende conto di come ogni percorso di fede sia alimentato e vivificato dal comune amore per la Chiesa. E dalla fedeltà ad un messaggio, quello evangelico, di cui la Chiesa è autorevole depositaria. I cattolici italiani hanno dimostrato di avere fiducia nei loro pastori, e hanno scelto di conseguenza.
L’ossequio della ragione. Anche molti non cattolici non hanno votato. E la maggior parte dei cattolici non si è astenuta per supina obbedienza, ma per radicata convinzione. L’elemento centrale di questa straordinaria vittoria, infatti, è stata la prevalenza di “buone ragioni”.
I referendari hanno esibito formule menzognere già udite (“si calpestano i diritti delle donne”) e inquietanti (“si rinuncia a curare molte malattie”, “si ostacola la libertà di ricerca”, “si incoraggiano le fughe all’estero”), hanno calcato sui sentimenti (“milioni di malati aspettano il tuo sì”, “non frantumiamo il desiderio di maternità e di paternità”, “senza l’eterologa questa bambino non sarebbe nato”), hanno usato volti noti del cinema e della televisione confidando nei tentavi di emulazione.
Insomma, hanno puntato più sulle mere tattiche persuasive che sulla vera retorica, quella che, come diceva Aristotele, anche a parità di argomentazioni porta alla vittoria del bene e del vero, poiché sono “per natura più forti del loro contrario”.
Il fronte dell’astensione ha compiuto ogni sforzo per “dare ragioni”, ossia per motivare una scelta che fosse ancorata non all’orgogliosa difesa di un’ideologia ma all’umile accettazione della realtà. E qui, la realtà si imponeva nei suoi aspetti scientifici ed etici, secondo i migliori criteri di riflessione bioetica.
È un dato di fatto scientifico, infatti, che la ricerca con le cellule staminali embrionali in 24 anni (le prime staminali embrionali sono state isolate nel topo nel 1981) non ha dato risultati positivi, nemmeno sull’animale, o che la clonazione cosiddetta terapeutica è fonte di enormi complicazioni tecnico-scientifiche, che la riduzione di stimolazione ovarica favorita dalla legge 40 tutela meglio le donne di quanto non accadesse prima, che la diagnosi preimplantatoria non è una garanzia contro le malattie di origine genetica, che la crioconservazione è dannosa per l’embrione, che la vita umana inizia al momento della fecondazione.
E sono i dati di fatto etici e antropologici a dirci che non si può utilizzare la vita di un essere umano come mezzo (fosse anche per salvare altre vite umane), che la dignità umana è un tratto essenziale ineliminabile e presente in ogni istante della vita, che la vita del debole ha diritto a piena tutela, che non si può discriminare gli esseri umani su base genetica o sanitaria, che il desiderio di maternità e di paternità non possono trasformarsi in “diritti”, che avere genitori certi è fondamentale per l’equilibrio personale e familiare.
La gente ha compreso la consistenza di questi dati di fatto, ed ha pertanto giudicato le eventuali modifiche referendarie alla legge 40 come un regresso sociale. Le ragioni dell’astensione erano chiare e documentate, e la gente le ha accolte. Ha scelto responsabilmente.
La prova degli italiani all’estero. Il voto degli italiani residenti all’estero è doppiamente interessante. In primo luogo perché abbassa ulteriormente la percentuale totale dei votanti al 25,5% [...].
In secondo luogo perché fra i pochi che hanno votato la proporzione di “sì” e di “no” era molto simile: 45% i “no”, 55% i “sì”. Che cosa significa? Intanto che anche laddove la motivazione all’astensione non è potuta giungere per comprensibili ragioni di distanza l’ostilità al contenuto dei quesiti è stata forte.
Poi, significa che le tanto decantate legislazioni estere – “tutte più liberali della nostra, tranne Costarica”, ci ripetevano come un ritornello – non sono poi così convincenti, se molti di coloro che vi hanno accesso preferiscono l’“oscurantista” legge 40.
Il fondamento della cultura. I referendari hanno perso perché i cattolici e non cattolici di buona volontà hanno preso davvero sul serio questa sfida, consapevoli di non cimentarsi in discorsi da salotto, ma in una battaglia per la civiltà.
Ci si è impegnati con determinazione per una cultura della vita e della famiglia che partisse innanzitutto dal significato di cultura. Formare, o ri-formare, una cultura basata sui valori naturali è un’operazione che non può essere imposta dall’alto: deve venire dal basso, dalle persone, dalla meticolosa ricostituzione dei corpi intermedi – come la famiglia, le associazioni, i movimenti, le aggregazioni religiose, professionali, politiche, le agenzie sociali – .
I referendari hanno creduto forse che proponendo le loro posizioni ideologiche come se fossero scontate la gente vi avrebbe aderito spontaneamente. Pensavano magari che la gente si sarebbe identificata con chi pareva più forte, almeno a giudicare dagli spazi sui mass media. Hanno però “risparmiato” sullo sforzo di formare e informare la gente incontrandola, ogni giorno, nelle migliaia di incontri, di conferenze, di conversazioni che sono state organizzate dal “popolo della vita”.
Hanno evitato cioè di compiere un’operazione davvero culturale. La cultura si costruisce soltanto fra persone che vogliono aderire alla realtà, un passo dopo l’altro, e sono perciò interessate a conoscere, a capire. Il “popolo della vita” ha avuto nei mesi passati la sfolgorante immagine di un’Italia che vuole capire, che chiede ragioni, che trasmette le ragioni ricevute ad altri, in una contagiosa diffusione di messaggi che ha rappresentato una delle maggiori iniziative culturali degli ultimi tempi. E che trapela fuori dall’Italia.
Tutto ciò, senza trionfalismi. Coltivare dei valori richiede tempo, pazienza, tenacia e umiltà. Bisogna agire come il contadino, che nel lavorare la terra sa che fra il tempo della semina e quello del raccolto c’è causalità ma non automatismo. Il frutto può scarseggiare, tardare, qualche volta mancare. Eppure egli lavora instancabilmente perché quel frutto arrivi, e guarda alla sua terra con trepidante fiducia.
*Percentuale degli astenuti che, sommata con quella dei votanti all'estero (uguale al 19,0% - 19,1%), aumenta ulteriormente fino ad arrivare alla quota del 74,4% - 74,5%.